Dante Alighieri gesto osceno Vanni Fucci Inferno Malebolge

Come Dante Alighieri "disonorò l’opera sua" inserendo un gesto osceno

Come Dante Alighieri "disonorò l’opera sua" inserendo un gesto osceno

Quanto è bello iniziare a studiare la Divina Commedia. Si è al terzo anno di scuola superiore, nel pieno dell’adolescenza, magari innamoratissimi, persi nel pensiero di quel ragazzo o ragazza che proprio non vuol cessare di incantarci e, in un bel pomeriggio d’autunno, ci vediamo (almeno inizialmente) obbligati a leggere l’incomprensibile opera di quel burbero di Dante Alighieri. Un nome spaventoso, che atterrisce gli studenti alle prime anni e gli studiosi che ormai hanno fatto il callo. Parliamo, in fondo, del Padre della letteratura italiana e della lingua italiana, ed è pur comprensibile lasciarsi prendere dallo sconforto. Ma questi sono sentimenti passeggeri, perché non c’è studente, per quanto pigro, svogliato e disinteressato, che non venga rapito dai versi di quel tristissimo fiorentino. Perché quando Dante iniziò a scrivere la Divina Commedia era triste davvero e mortalmente arrabbiato con i fiorentini.

E mentre era in esilio, non avendo a disposizione altro mezzo per farla pagare a tutti, condannò i suoi nemici alla damnatio memoriae, assai meglio di chiunque altro. E, così facendo, ha reso immortali tutti quanti, specie il papa Bonifacio VIII. Non tutti sono in grado di segregare i propri nemici all’Inferno, e con quale stile! Eppure, vi è un punto della prima cantica dantesca che ha fatto particolarmente impressione a Nicolò Machiavelli, al punto che questi, irato col maestro fiorentino, giunse a dire che avesse «disonorato l’opera sua». E questo perché il nostro poeta prediletto, desideroso di rappresentare con estremo realismo la genia umana, avrebbe «fuggito l’osceno», facendo fare ad un personaggio piuttosto scurrile un gestaccio che Machiavelli proprio non ha perdonato al poeta. Ne parla in un’opera poco conosciuta e mai resa pubblica, in cui immagina di parlare con il grande Poeta. Si sta parlando del Discorso intorno alla nostra lingua.

Nel ventiquattresimo canto, dopo aver attraversato l’Inferno in tutto il suo indicibile orrore, esserci impietositi e irritati, interrogati su alcuni versi misteriosissimi e averne imparato qualcuno per poterlo sfoderare al momento giusto, si cammina insieme a Dante e Virgilio tra le Malebolge, i cerchi più remoti del regno infernale. E qui giungiamo nella bolgia dei ladri, che vengono morsi al collo da un serpente, cadono a terra come cenere e rinascono da essa, esattamente come la fenice.

Un’immagine straordinaria, tra le più belle e spaventose di questo immenso poema:

Ed ecco a un ch’era da nostra proda, / s’avventò un serpente che ‘l trafisse / là dove ‘l collo a le spalle s’annoda. / Né O sì tosto mai né I si scrisse, / com’ el s’accese e arse, e cener tutto / convenne che cascando divenisse; / e poi che fu a terra sì distrutto, / la polver si raccolse per sé stessa / e ‘n quel medesmo ritornò di butto. / Così per li gran savi si confessa / che la fenice more e poi rinasce, / quando al cinquecentesimo anno appressa”.

Qui Dante trova un abitante di Pistoia, città detestatissima dal poeta, e il buon Virgilio chiede al figuro chi sia: si parla di Vanni Fucci, un nome che a noi non dice niente, ma che ai tempi di Dante era ben noto per diversi furti e un omicidio. Non a caso, si presenta al poeta dicendo che

vita bestial mi piacque e non umana / sì come a mul ch'i' fui; son Vanni Fucci / bestia, e Pistoia mi fu degna tana”.

Precisamente, quest’uomo era considerato il famigerato autore di un furto sacrilego che era avvenuto nel 1293 nella cappella di San Iacopo, all’interno del duomo di Pistoia. Qui, sarebbero state rubate le sante reliquie custodite e un tesoro, straordinariamente ricco. Inizialmente fu arrestato e quasi impiccato un innocente, tale Rampino Foresi, per poi essere acciuffato uno dei complici, il notaio Vanni della Monna. E questi, ormai prossimo all’impiccagione, rivelò di essere stato aiutato da Vanni Fucci, che era già parecchio celebre per le sue malefatte. Il problema, a quel punto, era che il presunto ladruncolo aveva già lasciato la città, senza che si potesse verificare in alcun modo un suo effettivo coinvolgimento. Ma Dante, a prescindere, lo colloca tra i ladri e risolve il giallo con l’inappuntabilità di un Poirot medievale. Naturalmente, gli fa confessare il furto.

Davanti a Dante, l’uomo arrossisce di trista vergogna, ma non perché si vergogni del suo gesto, ma perché si sente umiliato e ritiene che Dante goda nel vederlo in quello stato. Allora, inizia col dire “apri li orecchi al mio annunzio, e odi”, e lo avverte che se mai riuscisse ad uscire dall’Inferno, troverà una sorte amara ad attenderlo. E a quel punto gli racconterà tutte le future disfatte di Firenze. Lo fa perché il poeta soffra: “E detto l’ho perché doler ti debbia” sostiene infelicemente.

Dante Alighieri gesto osceno Vanni Fucci Inferno Malebolge
La bolgia dei ladri nell'illustrazione di Gustave Doré dal XXV° canto dell'Inferno, dall'edizione inglese (tradotta dal Rev. Henry Francis Cary) dell'Inferno (senza data), Cassell, Petter, Galpin & Co., New York, London and Paris

Così, si conclude il ventiquattresimo canto, lasciando i lettori attoniti, ma non appena ha inizio il successivo, Vanni Fucci, in linea con il sacrilegio compiuto in vita, compie un gesto terribile verso Dio, che non compare per la prima volta nella Divina Commedia, ma nel Novellino.

Qui verrebbe da ridere ad un lettore di qualunque secolo, perché si assiste alla prova provata che, gira e volta, passano le epoche, e si resta sempre gli stessi da un secolo all’altro:

Alla fine delle sue parole il ladro / le mani alzò con ambedue le fiche, / gridando: Togli, Dio, ch’a te le squadro!

E subitamente, come un novello Laocoonte, Fucci viene attaccato dai serpenti e stretto in una morsa. Ha bestemmiato contro l’Etterno e deve pagarla. Ma precisamente che gestaccio ha fatto quella canaglia di un Vanni?

Era un gesto volgare molto conosciuto all’epoca, che voleva mimare l’atto sessuale e precisamente la sottomissione sessuale. Un equivalente del nostro dito meglio o del gesto dell’ombrello, per intendersi. E si faceva stringendo la mano a pugno e mettendo il pollice tra medio e indice. All’epoca, chi osava fare un simil gesto verso il Signore Iddio e la Vergine Maria o, addirittura, osava mostrare le natiche, andava incontro a multe modiche o a qualche scappellotto. Di certo non veniva soffocato dai serpenti, ma all’Inferno questi gesti irrispettosi venivano presi parecchio sul serio. Specie perché, all’epoca di Dante, i Pistoiesi si erano preoccupati di erigere, sulla torre del castello di Carmignano, due braccia di marmo con le mani che facevano le fiche a Firenze. E non esiste che Dante perdoni chi si burla della sua città. Quindi, potremmo dire che si è tolto più di un dente con Vanni Fucci e che Machiavelli avrebbe dovuto piuttosto ringraziarlo per aver debitamente ripagato Firenze del torto subito.

Manufica, amuleto di epoca romana in faïence, che riprende il gesto delle fiche. Immagine donata a Wikimedia Commons come parte di un progetto del Metropolitan Museum of Art di New York, come da politica di accesso aperto per le risorse grafiche e per i dati. Foto Metropolitan Museum of Art, CC0

 

Riferimenti bibliografici:

Barbero A., Dante, Editori Laterza, Bari-Roma 2020;

Bonatti M., Dante a piedi e volando. La Commedia come racconto di viaggio, Edizioni Terra Santa, Milano 2020;

Cazzullo A., A riveder le stelle. Dante il poeta che inventò l’Italia, Mondadori, Milano 2020;

Ferroni G., L’Italia di Dante. Viaggio nel paese della Commedia, La nave di Teseo, Milano 2019;

Sermonti V., L’Inferno di Dante, supervisione di Gianfranco Contini, Bur Rizzoli, Milano 2018;

Veneziani M., Dante nostro padre: il pensatore visionario che fondò l’Italia, Vallecchi, Firenze 2020.


Dante e la questione della lingua: lezione del prof Francesco Sabatini per l'AICC di Bari

DANTE E LA QUESTIONE DELLA LINGUA - LEZIONE DEL PROFESSOR FRANCESCO SABATINI PER L’AICC DI BARI

Scrivere di Dante non è impresa facile. Parlare del Sommo Poeta e della sua Opera immortale richiede uno sforzo non indifferente. Affrontare la Divina Commedia o qualsiasi altro capolavoro del nostro Dante implica l’approfondimento della conoscenza di noi stessi e della nostra storia. Scoprire Dante e seguire la fonte inesauribile del suo intelletto ci porta a disvelare la dimensione più autentica dell’umano sentire.

Già dal primo ed emblematico verso dell’Inferno, siamo calati nel cuore della cultura europea, tra l’evo antico e l’evo moderno, indotti ad assaporare, lemma dopo lemma, il progetto più ambizioso e vasto della letteratura di ogni tempo, volto a stringere l’intero scibile in un abbraccio ecumenico ed atemporale, a discriver fondo a tutto l’universo. Il poema è ormai eterno, avvolto in un’aurea sacrale e misteriosa.

Dettaglio dal monumento equestre a Niccolò da Tolentino: Domenico di Michelino, Dante ed i tre regni, 1465, Firenze, Santa Maria del Fiore. Foto © Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons, pubblico dominio

Sì, perché le terzine dantesche portano in sé un segreto, l’intima forza caratterizzante di una lingua incredibilmente innovativa e fresca. Dante descrive, nella sua totalità, il mondo che vede e vive in lui. Un mondo con una precisa connotazione storica, ma comprensibile ai nostri occhi per ciò che rappresenta. La Divina Commedia si fa portatrice della visione cristiana della storia, mutandone gli aspetti e i contenuti, ma con lineamenti razionali tipici del pensiero greco e latino, fino a quel momento utilizzati per interpretare la realtà del mondo.

Dante non è il teologo, il moralista che una critica poco attenta descrive. Dante è, prima di ogni altra cosa, un ricercatore appassionato, che si propone di conseguire la piena realizzazione della felicità dell’intero genere umano. L’alto disio dantesco, che è immerso nel suo tempo e del suo tempo raccoglie i dolori, le sofferenze, la miseria e la grandezza, guarda con suprema pietà alla colpa e alla depravazione dell’uomo, attraverso un’immedesimazione unica e commossa. Ogni gesto umano appartiene a Dante, viene da lui interpretato e rivelato, facendo affiorare quell’universalità che fa dell’opera il libro di tutti.

Dante, affresco (1499-1502) ad opera di Luca Signorelli, particolare tratto dalle Storie degli ultimi giorni, cappella di San Brizio, Duomo di Orvieto. Foto di Georges Jansoone (JoJan), CC BY-SA 3.0

Il 17 gennaio 2020 è stata istituita un’intera giornata dedicata al Sommo Poeta, il Dantedì, da celebrarsi il 25 marzo di ogni anno. La data corrisponde allo stesso giorno del 1300, in cui, secondo la tradizione, Dante si perse nella selva oscura, dando così inizio al suo viaggio. Quest’anno, peraltro, ricorre il settecentesimo anniversario della morte del poeta, avvenuta il 14 settembre del 1321. L’idea del Dantedì, proposta a più riprese dal giornalista e scrittore Paolo Di Stefano, è stata divulgata attraverso un’intensa campagna di promozione, supportata anche dal ministro Dario Franceschini. Il Dantedì è divenuto ormai una ricorrenza a cui non è possibile rinunciare, visto anche il patrocinio di prestigiose istituzioni culturali, quali l’Accademia della Crusca, la Società Dantesca Italiana, la Società Dante Alighieri e l’Associazione degli Italianisti nella Società Italiana per lo studio del pensiero medievale.

Per celebrare la ricorrenza, l’Associazione Italiana di Cultura Classica di Bari, presieduta dalla Professoressa Pasqualina Vozza, ha organizzato, con il patrocinio dell’Università degli Studi di Bari, un incontro con il Professore Francesco Sabatini, celebre linguista, filologo e lessicografo, Emerito dell'Università degli Studi Roma Tre, nonché presidente onorario dell'Accademia della Crusca. Il Professor Sabatini già nel 2019 aveva tenuto per l’AICC di Bari due seminari sul tema Il Latino nella società contemporanea.

Francesco Sabatini Dante Alighieri
Francesco Sabatini (Avezzano, 2017). Foto di Marica Massaro, CC BY-SA 4.0

In questa occasione, invece, il professore si è occupato della questione riguardante la formazione della lingua italiana, la cui problematica è trattata ampiamente nel De vulgari eloquentia. L’opera affronta, come si può facilmente immaginare dal titolo, il tema dello sviluppo della lingua volgare dal latino e fu realizzata tra il 1303 e il 1305. Si tratta di un trattato in latino, rivolto ai dotti, che Dante voleva persuadere della bellezza della lingua del bel paese là dove ‘l sì sona. Non ci si sofferma mai abbastanza sulla portata dell’opera e sulla sua incisività.

Dante, prima ancora di occuparsi nello specifico della lingua italiana, tratta a fondo il tema dell’origine del linguaggio verbale umano, gettando le basi per le conclusioni a cui approdò, secoli dopo, Linneo. Leggendo Tommaso d'Aquino e Isidoro di Siviglia, arriva a tracciare una linea di estrema modernità, che vede nel linguaggio la marca distintiva ed esclusiva della specie umana. L’opera, quindi, si sviluppa da un autentico interesse antropologico e filosofico per il fenomeno, che il poeta affronta con lucidità e fermezza e che sarà alla base del suo più noto capolavoro, scritto in volgare proprio per coinvolgere il grande pubblico e dimostrare l’aderenza della lingua stessa a temi di alto valore speculativo.

Attraverso il suo “ingegno e gli scritti e la cultura di altri”, il poeta dà inizio ad un’indagine che lo porta a ricercare il volgare illustre, ovvero la lingua che possa distinguersi per eleganza e prestigio tra i vari volgari italiani. Passa in rassegna le condizioni linguistiche europee, dividendole in tipologie storico-geografiche, affrontando il problema della lingua letteraria unitaria e aprendo la questione della lingua, destinata a rimanere irrisolta per secoli.

I paragrafi iniziali forniscono importanti informazioni sui volgari diffusi in Italia, identificati e suddivisi in una quindicina di tipologie dallo stesso poeta. Nessuno dei volgari municipali, però, dimostra di possedere le caratteristiche adeguate ad una lingua letteraria che sia comune all’intera Penisola, una koinè che dia forma alle alte tematiche trasmesse in prosa e in versi. La lingua volgare, spontanea e naturale, deve scostarsi dall’artificiosità del latino, occuparsi di qualsiasi argomento, ma rispondere a quattro importanti requisiti. Il volgare letterario deve infatti essere illustre, cardinale, aulico e curiale. Doveva dar lustro a chi lo parlava, essere il cardine attorno al quale tutti gli altri dialetti ruotavano, essere aulico e curiale, poiché avrebbe dovuto essere degno delle corti e dei tribunali. Nessuno dei volgari che Dante aveva elencato  poteva, a suo giudizio, prestarsi a tale scopo.

De vulgari eloquentia Dante Alighieri Francesco Sabatini
Un'edizione (1577) del De vulgari eloquentia di Dante Alighieri. Foto Disponibile nella biblioteca digitale BEIC e caricato in collaborazione con Fondazione BEIC, Pubblico dominio

Occorreva concepirlo come una creazione retorica che rispondesse alla lingua adoperata per iscritto dai principali scrittori del tempo, incluso lo stesso Poeta. Le brillanti idee dantesche racchiuse nel De vulgari eloquentia, base teorica ed ineludibile per comprendere la Commedia, non godettero di subitanea fama, a causa della scarsa circolazione dell’opera. È evidente, però, che la messa in pratica delle teorie linguistiche dantesche, ovvero la lingua adoperata per il sommo poema, godette di un successo senza precedenti, viste le numerose ed immediate attestazioni della lettura dell’opera in varie parti della Penisola. La Commedia iniziò presto ad essere recitata e commentata, venne fatta circolare attraverso copie e se ne trova traccia nei documenti notarili del tempo.

Il Poeta riuscì ad unire una terra atavicamente divisa sotto la sua egida, che divenne indiscussa. La sua grandezza risiedette proprio nel dar voce al bisogno di una lingua comune, che unisse le varie realtà politiche italiane sotto un unico vessillo. Dante voleva dar vita a quel progetto di unione culturale, che inevitabilmente avrebbe portato ad un’unificazione politica. La lingua doveva farsi veicolo di pensiero, saldare i legami e permettere la creazione di una società nazionale compatta. Ecco che la Commedia, al di là delle tematiche politiche che animano le sue pagine, diviene un laboratorio necessario alla creazione della nostra identità.

Un continuo evolversi di sperimentalismi, un susseguirsi costante di invenzioni e raffinamenti. Dante dimostrò di aver assimilato il motto di Isidoro di Siviglia, che, nelle Etimologiae (IX I 11), scriveva “Ex linguis gentes, non ex gentibus linguae exortae sunt”, sono le lingue che fanno i popoli, non i popoli che fanno le lingue. Il poeta si sobbarca il ponderoso incarico di creare una lingua per dare voce ad un popolo. Nell’ultimo canto del Paradiso, culmine dell’esperienza trascendente, Dante prova a spiegare ai lettori la visione finale, la folgorazione al cospetto della luce divina. Nel tentare di rendere a parole l’esperienza di cui è stato testimone, scrive:

O somma luce che tanto ti levi
da' concetti mortali, a la mia mente
ripresta un poco di quel che parevi,

e fa la lingua mia tanto possente,
ch'una favilla sol de la tua gloria
possa lasciare a la futura gente;

(Paradiso, Canto XXXIII 67-72)

 

Chi è la futura gente a cui il poeta fa riferimento? Dante parla a chiunque sia ancora in grado di comprenderlo. Parla a noi posteri, figli della sua loquela. A distanza di settecento anni, siamo ancora cullati dai versi di tutta la sua produzione, che continua a rischiarare il cammino della nostra esistenza, oggi più che mai bisognosa de lo dolce lume del suo genio.


Corpus Juvarrianum mostra pubblicazione

Il Corpus Juvarrianum offerto al grande pubblico attraverso una mostra e una pubblicazione

IL CORPUS JUVARRIANUM PER LA PRIMA VOLTA OFFERTO AL GRANDE PUBBLICO ATTRAVERSO UNA MOSTRA E UNA NOTEVOLE PUBBLICAZIONE

Il 1720 ha rappresentato per la città di Torino un anno di storici e cruciali avvenimenti, dall’annessione ai possedimenti dei Savoia del Regno di Sardegna alla fondazione, in seguito all’editto regio del 25 ottobre, della Biblioteca universitaria dell’Ateneo Torinese, che la stessa Biblioteca Nazionale, a trecento anni di distanza, ha voluto ricordare attraverso uno speciale omaggio al “regista di corti e capitali” Filippo Juvarra.

Per la prima volta viene, infatti, esposto al grande pubblico, al piano interrato dell’edificio di piazza Carlo Alberto, nella sala mostre per l’occasione intitolata al grande architetto messinese, il cosiddetto Corpus Juvarrianum, il più importante e cospicuo fondo di manoscritti, stampe e disegni a lui appartenuto e acquisito dalla Biblioteca tra il 1762 e 1763.

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Nato e cresciuto a Messina, Filippo Juvarra cominciò il proprio percorso di formazione attraverso l’intenso studio del Vignola e l’attività presso la bottega del padre argentiere e, intrapresa la carriera religiosa, si trasferì a Roma dove ebbe modo di interiorizzare il linguaggio della classicità con la pratica dell’indiscusso e fondamentale strumento di lavoro che Carlo Fontana gli consigliò, il disegno.

Non mancarono negli anni le occasioni di dimostrare il proprio talento e il proprio originale estro artistico, elementi che divennero ben presto le chiavi del suo successo internazionale: dai primi incarichi nella città eterna al soggiorno lucchese, dai numerosi interventi nella città sabauda, per volere del re Vittorio Amedeo II, ai viaggi a Lisbona, Parigi, Londra, fino all’ultima chiamata a Madrid dove morì nel 1736.

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Ed è partendo dalle sue vedute di paesaggi, dalle fantasie architettoniche, dai prospetti, dagli schizzi, o meglio dai "pensieri",  così come egli amava definirli, da lui utilizzati nel corso della sua intera carriera artistica come mezzo di comunicazione di idee e di competenze, che ha saputo mostrarsi non solo un geniale architetto ma un vero artista “a tutto tondo”.

Imponente e quasi impossibile sarebbe l’impresa, avviata da Vittorio Viale già nel 1971, di riuscire a ricostituire l’enorme completo Corpus Juvarrianum, ovvero tutta l’eredità lasciataci dal grande architetto, per mole di materiale e per la dispersione che questa ha avuto nel mondo, ma di certo un grande passo in avanti è stato fatto attraverso il lungo e laborioso lavoro svolto su quanto la Biblioteca Nazionale e Torino, in generale, conserva di questo importante patrimonio.

La mostra, visitabile gratuitamente previa prenotazione fino al 31 maggio (non appena il Piemonte tornerà in zona gialla) è stata curata da Maria Vittoria Cattaneo, Chiara Devoti, Elena Gianasso, Gustavo Mola di Nomaglio, Franca Porticelli, Costanza Roggero e Fabio Uliana, con il sostegno della Fondazione Compagnia di San Paolo, della CRT-Cassa di Risparmio Torinese, di Reale Mutua Assicurazioni, in sinergia con il Dipartimento Interateneo di Scienze, progetto e politiche del territorio, la Scuola di Specializzazione in beni architettonici e del paesaggio e il Politecnico di Torino, oltre che al patrocinio della Regione Piemonte e del Comune di Torino.

Tre sono i principali filoni nei quali si dipana il percorso espositivo, ciascuno dei quali suddiviso in differenti sottosezioni. Il primo, dedicato agli studi eseguiti negli anni di formazione a Messina e a Roma, fino agli interventi da Primo Architetto civile di Sua Maestà, mostra alcuni tra i più celebre ed importanti progetti per edifici religiosi e laici realizzati nella capitale torinese, come la basilica di carattere votivo e funerario di Superga, l’ormai distrutta Chiesa di Sant’Andrea di Chieri e la straordinaria Palazzina di Caccia di Stupinigi mentre, in uno dei due prestiti ricevuti per l’occasione, ovvero il progetto esecutivo per la rettifica della contrada e della piazza di Porta Palazzo, firmato in tutte le sue parti dallo stesso Juvarra, emerge la sua abilità di urbanista della corte reale.

A questi primi esempi vengono affiancati gli album contenti le testimonianze dell’attività di Juvarra come insegnante, già iniziata presso l’Accademia di San Luca di Roma: una serie di esercizi proposti dal maestro che gli allievi erano chiamati a completare per allenarsi ad acquerellare e “far di pianta”, così come ci mostrano gli esiti di uno dei suoi più talentuosi pupilli, Giovanni Pietro Baroni di Tavigliano.

E ancora una piccola ma singolare sezione dedicata alle targhe e agli stemmi araldici romani, soggetto a lungo sperimentato e studiato da Juvarra tanto da andare a costituire, nel 1711, una vera e propria pubblicazione e che restituisce al pubblico di ogni livello il suo interesse inusuale, e forse poco conosciuto, nei confronti degli elementi decorativi, che dovevano sapientemente dialogare con le strutture architettoniche da lui ideate.

Corpus Juvarrianum
Il Corpus Juvarrianum offerto al grande pubblico attraverso una mostra e una pubblicazione alla Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino

Al secondo filone è, invece, affidato il compito di ripercorrere l’attività del Cavalier Juvarra come scenografo, in particolare negli anni romani tra il 1709 e il 1714, con la cruciale esperienza a servizio del Cardinal Ottoboni e dei successivi incarichi. L’approccio con il mondo del teatro gli permise di concepire e saggiare non solo il rapporto tra natura e finzione, visione ed evocazione, ma anche la definizione di sontuosi spazi ariosi continuamente percorribili dallo sguardo. Lo testimoniano molte delle prospettive angolari e dei pensieri rappresentanti vasti saloni e cortili di carceri, realizzati in previsione della costruzione di maestosi apparati scenografici ed inseriti nell’album della Riserva 59.4, un unicum nell’intero corpus dei 18 volumi, poiché creato dallo stesso Juvarra smontando e ricomponendo un personale taccuino di disegni redatto nel 1707 e corredato di numerose didascalie.

Sono stati scelti, a titolo esemplificativo di questo suo importante impegno, i documenti che attestano i lavori eseguiti in occasione dei festeggiamenti, nel 1722, del matrimonio tra Carlo Emanuele e Anna Cristina Ludovica, e della messa in scena dell’opera de il Ricimero, cui segue l’esposizione dello spartito autografo di Antonio Vivaldi dell’Orlando finto pazzo, altro importante tesoro della Biblioteca Nazionale, allo scopo di mettere in relazione due tra i più preziosi e importanti beni conservati dalla biblioteca e rendere conto della fortuna che l’arte del melodramma ebbe a Torino.

La terza e ultima sezione è incentrata sul decennale legame storico-politico tra Sicilia, Piemonte ed Europa, proseguito anche oltre la sostituzione della Sicilia con la Sardegna (1720) fino al 1861, che hanno permesso non solo a Juvarra ma ad un vasto numero di letterati e artisti di approdare in quello che, sempre più velocemente, si stava trasformando in un polo culturale d’eccellenza, e di cui i volumi presentati, in parte di proprietà della Nazionale, in parte di biblioteche private, ne sono la prova.

Il percorso espositivo è inoltre arricchito di un ottimo apparato multimediale, voluto e curato da Tomaso Cravarezza, che consente ai visitatori di sfogliare virtualmente gli album di disegni esposti nelle teche e di apprezzarli nella loro interezza, avendo così modo di costruire un personale “itinerario” tra il Corpus Juvarrianum, alla luce delle proprie conoscenze e curiosità.

Corpus Juvarrianum mostra pubblicazione

Corpus Juvarrianum mostra pubblicazione
Il Corpus Juvarrianum offerto al grande pubblico attraverso una mostra e una pubblicazione alla Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino

 

Un vasto e complesso progetto, questo, nato nel dicembre 2019 che ha dovuto affrontare il difficile ostacolo della pandemia, tanto da rendere le operazioni di organizzazione talvolta travagliate e da spingere i suoi stessi curatori, nel corso del tragico anno per il mondo dell’arte e della cultura, il 2020, a dubitare della buona riuscita dell’evento. Ma la speranza più grande è stata da loro riposta nella corposa pubblicazione che avrebbe corredato la mostra del 2021 e che il COVID-19 non avrebbe certamente potuto fermare.

Un grande e originale contributo alla vasta letteratura su Filippo Juvarra, a cura di Franca Porticelli, Costanza Roggero, Chiara Devoti e Gustavo Mola di Nomaglio ed edito dal Centro Studi Piemontesi, che ospita, per la prima volta, l’inventario aggiornato dell’intero corpus (soggetto, datazione, tecnica e bibliografia per ciascun disegno) ed una serie di saggi volti a restituire un inquadramento storico, artistico e culturale della produzione juvarriana.

Il ricavato della vendita verrà impiegato per il finanziamento del restauro del manoscritto Dante Alighieri, Inferno, sec XVI, in occasione dell’anniversario dantesco, ulteriore modo per celebrare l’importante ricorrenza della biblioteca, oltre alla possibilità di poter visitare lo spazio allestito, a fianco della sala mostre, con l’antico laboratorio di restauro del libro inaugurato a seguito del devastante incendio del 1904.

Un’occasione, dunque, di presentare, al grande pubblico e ai più esperti in materia, l’eccezionalità di questo patrimonio librario, offerto nella sua compiutezza e corredato da un ampio apparato critico, a testimonianza della genialità e della grandezza di quel Primo Architetto Civile di Sua Maestà che, a distanza di trecento anni, sa ancora stupire e appassionare.

La playlist coi video della mostra è al seguente link: https://youtube.com/playlist?list=PLPebULDXW6aMaWSHbXLBNd3rXsYH-1uyw

Tutte le foto sono state fornite dall'ufficio stampa della Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino.


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#Dante700, a Perugia un omaggio al Sommo Poeta attraverso le parole di Boccaccio

#Dante700, a Perugia un omaggio al Sommo Poeta attraverso le parole di Boccaccio - Esposizioni sopra la Comedìa in Galleria - Iniziative della Galleria Nazione dell’Umbria

#Dante700 Perugia Dante Alighieri Boccaccio link
#Dante700: a Perugia un omaggio a Dante Alighieri attraverso le parole di Giovanni Boccaccio

«Né dolcezza di figlio, né la pieta del vecchio padre, né 'l debito amore lo qual dovea Penelopé far lieta, vincer potero dentro di me l'ardore, ch'i' ebbi a divenir del mondo esperto, e de li vizi umani e del valore» (Divina Commedia, Inferno, versi 97-99 del Canto XXVI). Il grande letterato d’Italia e poeta della natura umana, a distanza di secoli non termina mai di stupire i suoi lettori. Così, a settecento anni dalla morte di Dante Alighieri (1265 – 1321) e dal termine della composizione della sua opera più celebre (1304 – 1321), sorgono copiosi i progetti che ne celebrano l’anniversario, molti dei quali anche solo virtuali per condividere informazioni e citazioni con tutti nonostante gli attuali limiti vigenti.

In tale occasione la Galleria Nazionale dell’Umbria, sita a Perugia, ha organizzato un ciclo di conferenze in streaming che descriverà Dante da più prospettive, talune insolite e singolari, cui è possibile partecipare collegandosi alla pagina Facebook del museo. Venerdì 5 marzo 2021 si è svolto “Trattar del Trattatello. Dante raccontato da Giovanni Boccaccio”, il primo di un intero mese di rassegne riservate al Sommo Poeta, la cui vita viene descritta attraverso le parole di colui che per primo ne ha parlato e l’ha apprezzato.

Fino agli anni Trenta del Trecento la Comedìa era diffusa attraverso dei Codici e manoscritti indirizzati ai nuovi ricchi, coloro che adesso definiremmo “borghesi”, che non conoscevano il latino e potevano fruire del poema proprio poiché scritto in volgare. Una scelta innovativa e generalmente mal vista, infatti sarà Boccaccio in persona a tentar di convincere Petrarca della bontà dell’uso del volgare. Il suo Trattatello in laude di Dante è una biografia, o per meglio dire “story-telling”, che riesce a creare un mito e dimostrare la sua grande ammirazione verso Alighieri. Boccaccio ne descrive il carattere irascibile, narra la storia della sua famiglia e gli dedica letture pubbliche, inserendo la sua figura sia all’interno della tradizione epica, che nella tradizione celebrativa latina attraverso Virgilio, ed anche nella nuova tradizione italica. Questo il sunto della prima conferenza riservatogli.

 

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#Dante700: a Perugia un omaggio a Dante Alighieri attraverso le parole di Giovanni Boccaccio

A questo convegno del 5 marzo, con la presentazione di Ilaria Batassa, funzionario deputato alla promozione e alla comunicazione della Galleria che descrive Dante come «un classico a tutti gli effetti pur non scrivendo in lingua latina», faranno seguito le conferenze di venerdì 12 e 19 marzo. Ambedue previste alle ore 17:00, saranno tenute da Maurizio Tarantino e Claudio Ferracci, rispettivamente dirigente del Settore Cultura del Comune di Ravenna e direttore della Biblioteca delle Nuvole di Perugia: la prima conferenza riguarderà “La lingua di Dante tra popolarità e tradizione”, mentre la seconda si intitola “Gulp! C’è Dante in Galleria”.

Giovedì 25 marzo sarà il #Dantedì, giorno in cui alle ore 17,00 verrà letta e commentata la prima delle “Esposizioni sopra la Comedia” composta dal già menzionato Giovanni Boccaccio. Infine, dal 26 al 28 marzo vi sarà una mostra virtuale effettuata da Magister Art e curata da Ilaria Batassa: l’esposizione sarà disponibile sulla pagina Facebook e sull'account Instagram della Galleria Nazionale dell’Umbria, consentendo a tutti gli utenti interessati di poter assistere al di là dei vincoli di spostamento regionale.

Inoltre, per ben ventotto giorni i social della Galleria saranno sommersi dalla condivisione quotidiana
di una combinazione di citazioni, figure e canzoni riguardanti l’illustre Commedia, o ad essa attinenti,
per congiungere così il passato con il futuro.

«Se non che la mia mente fu percossa da un fulgore in che sua voglia venne. A l'alta fantasia qui
mancò possa; ma già volgeva il mio disio e 'l velle, sì come rota ch'igualmente è mossa, l'amor che
move il sole e l'altre stelle» (Divina Commedia, Paradiso, versi 140-145 del Canto XXXIII). Con
questi versi finali dell’opera mi aggrada terminare una brevissima esposizione dedicata a colui che
più di tutti ha esaltato l’amore per la conoscenza.

Per le immagini si ringrazia la Galleria Nazionale dell’Umbria.