Elea: un progetto per restaurare le monete della città

La città di Elea, dal greco ‛Yέλη, ‛Ελέα, in Lucania, tra le due sub-colonie di Sibari, Laos e Poseidonia, è stata fondata secondo Erodoto intorno al 540 a.C. dai Focei profughi, superstiti della Battaglia di Alalia. Prende il nome da un centro indigeno di piccole dimensioni, Fέλη o Hyele, in cui era presente una sorgente o un corso d’acqua avente lo stesso nome, mentre la forma Elea è attestata per la prima volta in Platone o forse Antioco di Siracusa.

La fondazione di Elea è l’atto finale delle frequentazioni focee in Occidente. I Focei esercitavano l’emporìa, avendo costruito abilmente una rete di empori, tra cui Massalia. Scappati dalla schiavitù persiana per amore della libertà, giungono in Corsica, dove praticano anche la pirateria, e vedono mutare i loro rapporti con l’Etruria meridionale e i Cartaginesi in Sardegna. Dopo la battaglia di Alalia, difatti, cadono per mano di Etruschi e Cartaginesi. Giungono in seguito nello Stretto, grazie ai buoni rapporti con i Reggini, e si apre un altro capitolo della loro storia: la nascita di un nuovo insediamento, Hyele, con la mediazione di Reggio e Poseidonia, le due poleis più potenti in quel contesto. In Erodoto, un “uomo di Poseidonia” che interviene nella fondazione di Elea interpretando correttamente il responso delfico che aveva portato i Focei a recarsi in Corsica per fondare una colonia, simboleggia la volontà di Poseidonia, e pertanto anche di Sibari, che i Focei si stanziassero in quelle zone, tanto che Elea viene considerata una “subcolonia di Poseidonia” o “promossa da Poseidonia e appoggiata da Reggio”.

Nello stesso periodo, un altro gruppo di esuli giunge nel territorio in cui fonderà Massalia. Quindi vi furono due gruppi di esuli da Focea, uno diretto in Corsica e l’altro nella futura Massalia.

Dalle fonti si evince inoltre che i Focei, nelle loro navigazioni, hanno avuto rapporti e contatti con le popolazioni stanziate nel basso Tirreno. Reggio con l’assenso di Poseidonia, che viveva un periodo di affermazione e volgeva la sua attenzione nei confronti dell’Enotria, “dirotta” gli esuli Focei nel luogo in cui sorgerà la futura Elea. Le due poleis sono interessate al controllo di quell’area, pertanto scelgono di aiutare i profughi Focei ad insediarvisi, al fine di interagire con un popolo già avvezzo ai traffici commerciali nel Tirreno.

Dalla documentazione numismatica e da quella archeologica emerge che Poseidonia ed Elea, poco dopo la sua fondazione, fino alla metà del V secolo a.C. fossero in stretti rapporti commerciali. Verso la fine dello stesso secolo iniziarono le ostilità con Poseidoniati e Lucani, dalle quali Elea esce vittoriosa, ed inizia una nuova fase, quella che la vedrà mantenere la sua autonomia nei confronti del mondo osco-lucano, aprendosi e comunicando con questa nuova realtà politico-culturale. In egual modo farà nei secoli IV-II a.C., quando entrerà nell’orbita di Roma e ne diverrà fedele alleata.

In età romana, secondo Plinio “oppidum Elea, quae nunc Velia”, dunque la polis viene denominata Velia, nome che corrisponde al greco Elea.

Il commercio, insieme alla pesca, era l’attività che dava sostentamento ai cittadini di Elea.

Il carattere commerciale della polis è documentato dalle sue monete, che vedono al Diritto la testa di Athena o della ninfa Hyele, e al Rovescio un leone in lotta con un cervo. La città conia monete in argento dalla fondazione, alla fine del VI secolo a.C., fino ai primi decenni del III a.C.

È inoltre una tra le prime poleis magnogreche a battere moneta in bronzo, dalla seconda metà del V fino al I secolo a.C.

I suoi documenti monetali, sia in metallo prezioso che in bronzo, presentano dei tipi che sono riferibili ai culti cittadini: Athena, Eracle, Zeus, Apollo, e il culto “silente” della ninfa Hyele.

 

Il progetto Art Bonus “Le monete di Elea/Velia. Restauro e studio” nasce da una convenzione tra la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Salerno e Avellino, il Dipartimento di Scienze del Patrimonio Culturale dell’Università degli Studi di Salerno e la Fondazione Nazionale delle Comunicazioni. La somma stanziata corrisponde a  € 50.000, a cui si sono aggiunti altri € 50.000 ricevuti dal MiBACT, giacché questo progetto Art Bonus aveva già  ricevuto erogazioni da parte della Fondazione, conditio sine qua non per ricevere un secondo finanziamento.

Gli obiettivi del progetto sono il censimento del patrimonio numismatico della polis, il restauro e la schedatura di circa 3000 monete, del periodo sia greco che romano. Verranno studiati documenti monetali provenienti da nuovi contesti di scavo archeologico, diversi per tipologia e funzione, ovvero quelle provenienti da ambiti pubblici e privati, nonché dalla necropoli della prima età imperiale, presso la c.d. Porta Marina Sud. Si tratta di monete provenienti da contesti differenti, che abbracciano anche un ampio arco cronologico. Per l’ambito pubblico citiamo le Terme ellenistiche, l’Agorà, l’edi­ficio-stoà del Terrazzo superiore dell’Acropoli, l’edifi­cio imperiale rinvenuto al di sotto della Masseria Cobellis, mentre per quelli privati la Casa degli Affreschi e abitazioni del Quartiere meridionale.

All’Art Bonus si affianca, inoltre, un progetto di ricerca che ha come obiettivo lo studio in toto delle ultime serie prodotte da Velia, con i tipi testa di Athena/tripode, basato sulla seriazione dei conii, e chiaramente sull’iconografia e lo stile dei documenti monetali. Quest’ultima serie necessitava difatti di studi approfonditi al fine di ricostruire la datazione, la durata di emissione e la quantità di monete battute.

Grazie al supporto del Laboratorio Spettrometria di Massa Isotopica del Laboratorio Nazionale del Gran Sasso (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare - INFN), sono state effettuate analisi archeometriche, per stabilire sia la provenienza delle materie prime utilizzate, sia per lo studio delle leghe metalliche. Le analisi in questione sono essenziali per comprendere quali siano le procedure più adatte per procedere con il restauro conoscitivo e conservativo.

Il progetto si occupa quindi del restauro, della schedatura, dell’inventariazione e della documentazione fotografica delle monete di Elea/Velia, nonché della compilazione del corpus delle emissioni con i tipi Athena/tripode, ed infine dell’edizione dei risultati raggiunti.

L’approccio interdisciplinare dunque permetterà di aggiungere uno o più tasselli e di riscrivere una delle pagine della storia dell’antica Elea/Velia. Per aver maggiori chiarimenti abbiamo, con piacere e soddisfazione, intervistato i curatori del progetto, docenti di Numismatica greca e romana dell’Università degli Studi di Salerno, la professoressa Renata Cantilena (RC) e il professor Giacomo Pardini (GP).

 

 

La moneta è un documento parlante, in quanto l’autorità emittente sceglie con cura immagini, simboli e leggende, per veicolare dei messaggi che sono, sempre, chiari ed inequivocabili ai destinatari della moneta stessa. Come riescono i typoi di Elea/Velia a parlare dello sviluppo del commercio della città?

Elea Velia monete
Moneta in bronzo dagli scavi di Velia: il tipo con testa di Eracle e civetta ad ali chiuse (metà IV
secolo a.C. ca.) - (foto G. Pardini, © DiSPaC/Università degli Studi di Salerno)

Nei tipi delle monete di Elea/Velia, in maniera non dissimile da molte altre poleis greche, le raffigurazioni scelte nel corso del tempo come icona monetale si riferiscono ai principali culti cittadini e, quindi, a divinità quali Atena (della quale su moneta è riprodotta la testa elmata oppure la civetta, uccello a lei sacro), Eracle (testa imberbe o barbata), Zeus (testa con chiome fluenti), Apollo (evocato attraverso il tipo monetale del tripode). La vocazione della città ad attività commerciali si colgono non dalle raffigurazioni, bensì dai valori coniati, anche di scala ridotta, funzionali ad assicurare scambi di vario livello, facilitando operazioni di mercato interno e le transazioni con l’esterno. (RC)

In quale typos emerge la capacità di difendere la grecità di Velia, ovvero il rispetto delle proprie origini, dichiarando a gran voce l’appartenenza dei suoi coloni ad una comune origine focea?

La testa di Atena e il leone sui didrammi in argento di Velia. In alto, la dea Atena con varie fogge di elmo sul dritto (da R. Cantilena, La moneta, Quaderni del Parco Archeologico di Velia 1, Napoli 2002)

Il typos che caratterizza con maggiore continuità il nominale maggiore è la testa di Atena, solitamente abbinata con il leone. La dea è la divinità poliade di Focea e delle sue colonie in Occidente, Elea e Massalia (Marsiglia). Strabone parla di sue statue di culto a Focea e a Massalia che la raffiguravano seduta (XIII, 1, 41). Ad Atena era dedicato forse il santuario ubicato sull’acropoli di Elea. La protome leonina che azzanna il cosciotto di una preda si ritrova sulle prime coniazioni di Elea, di Focea e di Massalia (ultimi decenni del VI a.C.) e, nel corso dei primi decenni del V a.C., sulle monete di queste tre città compare la testa di Atena. (RC)

In altro la dracma in argento con protome leonina che azzanna il cosciotto di una preda al dritto e il quadrato incuso al rovescio (ca. 530-500 a.C.) - (foto G. Pardini, © DiSPaC/Università degli Studi di Salerno); in basso lo stesso tipo del leone che azzanna il cosciotto su un’emissione in bronzo coniata nella seconda metà del IV secolo a.C. - (da R. Cantilena, La moneta, Quaderni del Parco Archeologico di Velia 1, Napoli 2002 - Napoli, Museo Archeologico Nazionale, Santangelo 5490)

La prima fase della monetazione di Velia, con la coniazione anepigrafe, si daterebbe da 535 agli inizi del V secolo a.C., quando è attestato l’abbandono del quadrato incuso al Rovescio e la comparsa di lettere entro un quadrato in incavo. È d’accordo con questa cronologia?

Le prime emissioni con la comparsa delle lettere iniziali del nome della città hanno al D/ una testa di Atena con elmo corinzio oppure un elmo corinzio. Sono piccoli nominali in argento databili nel primo quarto del V a.C. (RC)

La testa di Atena, il cui culto è attestato anche in altre poleis quali Focea e Massalia, viene raffigurata nelle monete di Elea nello stesso arco cronologico e con le stesse caratteristiche iconografiche? Se sì, si tratta di un ulteriore rimando alle origini e ai contatti commerciali della città? E dell’ipotesi dei contatti con Atene cosa ne pensa?

Che le tre poleis attingano per le loro raffigurazioni monetali ad un comune sostrato cultuale non vi è dubbio. Meno documentata è, invece, una continuità di rapporti commerciali tra colonie e madrepatria. Senz’altro gli ambienti culturali eleati hanno avuto rapporti con Atene negli anni di Parmenide e Zenone (460-450 a.C.), che si recarono in viaggio ad Atene in anni coincidenti con il momento in cui Atene ha interessi di natura politica e commerciale con l’Occidente tirrenico. (RC)

I simboli secondari, come ad esempio la Triskeles, come sono correlati al tipo principale? Ovvero, qual è il messaggio “unico” che veicolavano, nel tempo, le diverse emissioni di Elea?

Il simbolo della triskeles sul rovescio di un didrammo in argento di Velia (primi decenni del III a.C.) - (Napoli, Museo Archeologico Nazionale, collezione Stevens, 126920)

Non è del tutto chiaro il significato dei simboli secondari che compaiono nel campo monetale, accanto al tipo principale del rovescio, soprattutto in emissioni di fine IV- inizi III a.C., quando la produzione è assai abbondante Sono stati variamente interpretati: allusioni a contingenti eventi storici (e in tal caso nella triskeles -, che è un simbolo tipico delle monete di Agatocle, si è voluto vedere un collegamento con Siracusa non documentato però da altre fonti); oppure riferimenti a culti locali; oppure contrassegni utilizzati per un controllo delle emissioni. Il significato dei simboli accessori non è univoco, ma va letto esaminando la lor ricorrenza nell’ambito degli specifici segmenti produttivi in cui appaiono. (RC)

In quali emissioni e grazie a quali tipi monetali sono narrati gli episodi della Velia di epoca romana?

Elea Velia monete
Moneta in bronzo dagli scavi di Velia: il tipo con testa di Zeus e civetta ad ali spiegate (ca. III secolo a.C.) - (foto G. Pardini, ©DiSPaC/Università degli Studi di Salerno)

Velia, in età romana fino al I a.C., conia solo monete in bronzo per usi locali. Anche in epoca romana i tipi si riferiscono ai culti locali. Le serie emesse dal III a.C. hanno la testa di Zeus , poi di Atena, entrambe associate alla civetta e, infine la testa di Atena e il tripode. L’iscrizione che indica il nome della città (Hyele) è sempre in lettere greche. (RC)

Sarebbe possibile ritrovare la storia urbanistica di Elea in alcuni elementi iconografici?

Mancano su moneta elementi iconografici riferibili alla storia urbanistica di Velia. (RC)

Il progetto di Art Bonus, che interesserà circa 3000 monete di Velia, ha come primo obiettivo il restauro. Quali indagini archeometriche verranno utilizzate?

Alcune fasi del restauro delle monete recuperate dagli scavi di Velia - progetto Art Bonus 2019 ‘Le monete di Elea/Velia’ - (© RE.CO. Restauratori Consorziati, Roma)

Il progetto Art Bonus ‘Le monete di Elea/Velia - Un restauro per la conoscenza e la valorizzazione del patrimonio archeologico della città di Parmenide’ è nato da una stretta e proficua collaborazione tra la Soprintendenza ABAP per le provincie di Salerno  e Avellino (grazie al Soprintendente, Arch. Francesca Casule, e ai Funzionari Dott.ssa Maria Tommasa Granese e Dott.ssa Rosa Maria Vitola, che hanno creduto in questa avventura) e il Dipartimento di Scienze del Patrimonio Culturale/DiSPaC dell’Università degli Studi di Salerno, a cui è stato affidato lo studio scientifico di tutte le monete provenienti dagli scavi condotti nel sito di Velia, sotto la direzione di Renata Cantilena, il coordinamento di chi vi parla  e un équipe formata dal Dott. Federico Carbone (Ricercatore), dalla Dott.ssa Flavia Marani (Assegnista di ricerca), insieme a studenti e laureandi. Proprio l’elevato numero dei reperti monetali (circa 10.000 esemplari riferibili alle diverse fasi di vita della città di Velia) e il loro precario stato di conservazione ci hanno spinto a presentare il progetto Art Bonus, che costituisce un’assoluta novità in quanto, per la prima volta in Italia, il mecenatismo privato – la Fondazione Nazionale delle Comunicazioni-FNC, Roma – è intervenuto (con un’importante contributo e grazie ad un cofinanziamento del MiBACT) per restaurare e in tal modo valorizzare le prime 3040 monete provenienti da una delle più importanti città della Magna Grecia. Il censimento di tutti i reperti monetali, unitamente all’intervento conservativo, ci ha permesso di mettere in luce l’importante eterogeneità del patrimonio monetale restituito da Velia, consentendoci di implementare e/o confermare le nostre conoscenze sulle diverse fasi di vita del sito, e di intraprendere e/o affinare gli studi tipologici sulle diverse serie della moneta in bronzo emesse dalla città, come ad esempio le monete con i tipi Zeus/Civetta o Atena/Tripode. Proprio per comprendere meglio questa emissione, lo studio si è avvalso dell’ausilio di alcune tecniche di indagine proprie della ricerca archeometrica, già sperimentate dal sottoscritto su alcune particolari emissioni presenti a Pompei e nell’ager vesuvianus (grazie ad un protocollo di intesa che l’Università di Salerno ha stipulato con la rete CHNet dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e alla partecipazione dei dottori Stefano Nisi, Marco Ferrante e Pier Renato Trincherini dei Laboratori Nazionali del Gran Sasso/Laboratory for Isotope Mass Spectrometry). Come per Pompei, abbiamo deciso di integrare e completare i dati ottenuti attraverso gli strumenti tradizionali della ricerca numismatica e archeologica sull’emissione Atena/Tripode con due tecniche archeometriche: l’analisi mediante tecnica ICP-MS (Spettrometria di massa), per la valutazione quantitativa e qualitativa degli elementi chimici in tracce ed ultratracce, e l’analisi mediante tecnica MC-ICP-MS (Spettrometria di massa), per la valutazione dei precisi rapporti isotopici del piombo, in modo da rispondere ad alcuni quesiti di carattere storico, ma anche di natura tecnica, per ottenere indicazioni di dettaglio sui metalli impiegati nelle leghe, sui relativi luoghi di approvvigionamento, nonché sulle tecniche di esecuzione delle monete presenti nel nostro campione.

Elea Velia monete
Il seminario di numismatica condotto sui reperti monetali da Velia e organizzato presso il Laboratorio di Archeologia ‘M. Napoli’ del Dipartimento di Scienze del Patrimonio Culturale dell’Università degli Studi di Salerno - (foto F. Marani, ©DiSPaC/Università degli Studi di Salerno)

Un’iniziativa a trecentosessanta gradi che, oltre alla tutela e alla valorizzazione, ha una ricaduta assai importante che investe la formazione dei giovani che scelgono di avvicinarsi alla numismatica antica durante il loro percorso di studi archeologici presso l’Università di Salerno. L’occasione del progetto, infatti, ci consente di formare studenti e giovani ricercatori che vengono coinvolti nelle attività laboratoriali e seminariali su questo materiale eccezionale o attraverso la partecipazione a tirocini formativi presso la Soprintendenza. Un progetto, dunque, che rappresenta anche un investimento sul capitale umano del nostro Paese, in termini di opportunità per favorire un’alta formazione tecnico-scientifica e professionale nell’ambito dei beni culturali del nostro Paese. (GP)

Cosa vi ha spinti alla scelta di compilare il corpus delle emissioni con i tipi Atena/tripode in base alla seriazione dei conii? E quali aspettative avete circa i risultati che emergeranno dallo studio in questione?

Monete delle serie Atena/Tripode emesse tra II e I secolo a.C.: a destra le monete rinvenute negli scavi di Velia - (foto L. Vitola, © Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le provincie di Salerno e Avellino); a sinistra un esemplare della stessa serie conservato presso il Medagliere del Museo Archeologico di Napoli - (Napoli, Museo Archeologico Nazionale, Fiorelli 3012)

Queste serie  sono state emesse in gran numero e gli scavi ne hanno restituite oltre un migliaio. L’esame di taluni contesti di scavo induce a ritenere che esse fossero ancora in uso fino alla prima età augustea, in un’epoca in cui avevano già smesso di coniare quasi tutte le città greche della Magna Grecia. Mancano però dati certi per valutare la data di avvio e la durata della coniazione. Lo studio della sequenza dei conii può fornire, in proposito, importanti indicazioni e, inoltre, può suggerire l’entità della produzione. (RC)

A quali conclusioni può portare, a Suo avviso, l’approccio interdisciplinare? Ovvero quanto la numismatica e le altre discipline possono aiutarsi vicendevolmente per ricostruire la storia del sito di Elea/Velia?

L’approccio interdisciplinare è indispensabile. L’archeologia, le fonti letterarie, la documentazione epigrafica, le monete (attraverso i loro tipi, il peso dei valori coniati, i luoghi di ritrovamento e le aree di circolazione) concorrono a ricostruire la storia socio-economica, gli aspetti cultuali e culturali, l’organizzazione degli spazi urbani. In definitiva solo attraverso l’esame dei dati offerti dalle varie fonti documentarie si è in grado di conoscere il passato di questa importante città della Magna Grecia. Importante, tuttavia, è non giustapporre le evidenze, ma utilizzare ciascuna di esse per quanto realmente sia in grado di offrire. (RC)

 

 

 


Prima stagione del progetto di ricerca alla Piana delle giare in Laos

23 Marzo 2016

Scienziati stanno studiando l'enigmatica Piana delle giare in Laos

Sito 1. Foto di Dougald O'Reilly
Sito 1. Foto di Dougald O'Reilly
Gigantesche giare in pietra sono disperse nella parte centrale del Laos. Finora, gli archeologi non sono stati in grado di determinare chi le ha prodotte e per quale scopo. Il numero esatto di questi inusuali oggetti è pure ignoto. Uno studio internazionale, coordinato dall'Australian National University, e con la partecipazione di scienziati e studenti da Poznan, getta nuova luce su questo tema.
Gli scienziati hanno appena completato la prima stagione di un approfondito progetto di ricerca, la cui parte di ricerca sul campo ha avuto luogo a Febbraio.
"Abbiamo diversi obiettivi nel nostro progetto di ricerca. Vogliamo determinare chi costruì le misteriose giare in pietra, che sono disperse nella parte centrale del Laos. Rimane ancora un mistero per noi. Non sappiamo quale popolazione li costruì, da dove provenivano, e dove vivevano. Abbiamo solo una vaga idea della funzione di questi siti di giare" - ha spiegato il dott. Dougald O'Reilly della Australian National University, a capo del progetto.
Finora si riteneva che i siti delle giare fossero costruiti tra la metà del primo millennio a. C. e l'anno 500 d. C. La maggior parte era fatta di arenaria - la materia prima estratta dalle miniere locali. Sono spesso accompagnate da dischi in pietra, ai quali ci si riferisce spesso come coperchi di giara.
Per ora, i ricercatori si sono concentrati sul Sito 1, collocato nella bassa pianura vicino Phonsavan nella provincia di Xieng Khouang, dove probabilmente il più grande gruppo di questi siti specifici è collocato. La maggior parte di questi gruppi di giare sono su un terreno più elevato - approssimativamente a 1200 - 1300 metri sopra il livello del mare.
L'ultimo studio principale delle giare del Laos è stato portato avanti negli anni trenta dalla geologa e archeologa dilettante Madeleine Colani. In periodi successivi, solo scavi più piccoli sono stati portati avanti, e hanno poco contribuito alla conoscenza delle misteriose giare. Negli anni 1963-1974 la forza militare statunitense bombardò pesantemente l'area durante la guerra del Vietnam. Milioni di materiali militari inesplosi, nella forma di bombe a grappolo, hanno reso il sito molto pericoloso per la popolazione locale e i turisti. Solo all'inizio di questo secolo alcuni dei più noti siti di giare sono stati sminati, permettendo agli archeologi di cominciare ricerche estensive.
"Speriamo che la nostra ricerca contribuirà a nominare la Piana delle giare nella Lista dei Siti Patrimonio dell'Umanità dell'UNESCO" - ha aggiunto il dott. O'Reilly.
I risultati degli scavi in prossimità delle giare - sepolture in urne ceramiche. Foto di Dougald O'Reilly
I risultati degli scavi in prossimità delle giare - sepolture in urne ceramiche. Foto di Dougald O'Reilly

Le conclusioni preliminari mostrano che le giare erano associate a pratiche di sepoltura in epoca preistorica. Durante la recente ricerca, gli archeologi hanno scoperto sepolture umane con scheletri e urne in prossimità delle giare. "La nostra ricerca, nonostante il suo stato iniziale, rivela l'ampio spettro di pratiche di sepoltura al Sito 1, che è molto interessante. Una tale varietà di rituali in una cultura è inusuale. Ci possono essere diverse spiegazioni per questo fenomeno. Speriamo di trovare una spiegazione" - ha affermato il dott. O'Reilly.
Kasper Hanus prepara il drone per il volo. Foto di Marta Siłakowska
Kasper Hanus prepara il drone per il volo. Foto di Marta Siłakowska

Alcune delle aree oggetto di scavi sono state selezionate sulla base dell'analisi GPS; gli scienziati usano una vasta gamma di metodi di ricerca. Effettueranno l'analisi del DNA e degli isotopi sulle ossa dei defunti. Il sistema di ricerca GIS (Geographic Information System) è stato sviluppato per questo progetto da Kasper Hanus - un dottorando dell'Istituto di Preistoria dell'Università Adam Mickiewicz University a Poznań, che ha anche avuto una parte attiva nella ricerca sul campo.
"I nostri conseguimenti comprendono una precisa mappatura di tutte le giare e oggetti che le accompagnano presso il Sito 1 - finora nessuno aveva intrapreso questo compito. Ora sappiamo che c'erano esattamente 348 giare qui" - Kasper Hanus ha spiegato a PAP.
Scavi nei pressi delle giare, condotti da studenti polacchi. Foto di Dougald O'Reilly
Scavi nei pressi delle giare, condotti da studenti polacchi. Foto di Dougald O'Reilly

Il GIS - database contenenente informazioni non solo sulla collocazione delle giare ma pure sulle loro dimensioni e materie prime delle quali erano composte - sarà accoppiato a una mappa preparata pure da Kasper Hanus utilizzando le immagini scattate da un drone. Gli studenti dell'Istituto di Preistoria dell'Università Adam Mickiewicz a Poznań hanno pure partecipato ai lavori di quest'anno.
"Alcune giare hanno dimensioni impressionanti - la più grande che abbiamo misurato questanno aveva due metri di diametro ed era alta più di 2 metri!" - così ha spiegato a PAP Karolina Joka, una studentessa che ha partecipato alla ricerca.
Parte integrale del progetto di ricerca è stato l'addestramento di archeologi e studenti di archeologia nell'uso di moderne tecnologie per la ricerca sul campo.
Il lavoro proseguirà l'anno prossimo - l'intero progetto è programmato per 5 anni. La ricerca dell'Australian National University presso la Piana delle giare, condotta in cooperazione col Ministro dell'Informazione, Cultura e Turismo del Laos, è finanziata dall'Australian Research Council.

 
Traduzione da PAP – Science & Scholarship in Poland, Szymon Zdziebłowski. PAP non è responsabile dell’accuratezza della traduzione.


Nuovi sviluppi nella Piana delle giare

24 Marzo 2016
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La Piana delle giare è un insieme di siti megalitici dell'Età del Ferro, collocati sull'altopiano di Xieng Khouang, e precisamente nella provincia di Lao del Laos centrale. È caratterizzata da migliaia di gigantesche giare in pietra, organizzate in gruppi anche da centinaia di elementi. Alcune toccano i due metri di diametro e i tre in altezza.
Fu portata all'attenzione degli studiosi negli anni trenta da Madeleine Colani, ma è rimasta indisturbata finora a causa della presenza di bombe inesplose risalenti alla Guerra segreta in Laos degli anni settanta. Poco è dunque noto di questi siti.
Col ritrovamento di un antico cimitero e di resti umani presso il Sito 1 della Piana, i ricercatori sperano di essere vicini all'identificazione dei costruttori delle giare, del perché della loro costruzione, e dell'origine dei siti. I vari metodi di sepoltura comprendono l'interramento dei corpi, di insiemi di ossa, anche all'interno delle giare stesse.

Link: Monash UniversityNews.com.au; VOA.
Il Sito 1 dalla Piana delle giare, foto di Oliver Spalt, da WikipediaCC BY-SA 2.5.


Metallurgia e tradizioni orali negli altopiani del Laos nord occidentale

29 Febbraio 2016

© IRD / O. Evrard: Villaggio Rmet nel nord-ovest del Laos.
© IRD / O. Evrard: Villaggio Rmet nel nord-ovest del Laos.

Nel Sud Est asiatico, le aree montagnose sono spesso caratterizzate da povertà. Non sempre però le cose sono andate così. La scoperta di fornaci per la fusione del ferro (datate all'ottavo e al nono secolo dell'era volgare) nei villaggi Rmet del Laos nord occidentale, può ora gettare luce su quanto avveniva negli altopiani del periodo pre-Tai. La scoperta viene presentata sul Journal of Southeast Asian Studies, in uno studio che unisce i dati archeologici a quelli etnologici.
Questi luoghi sono collegati a una ricca tradizione orale dei Rmet. In passato - prima dell'emergere dei principati Tai nella Valle del Mekong - non erano isolati come oggi, ma parte di un più ampio contesto culturale, economico e tecnologico tra le rive dei fiumi.
Le tradizioni orali parlano delle popolazioni Chueang Lavè, e di due siti: un rifugio roccioso dove si producevano oggetti, e un luogo alla confluenza dei corsi d'acqua, dove avvenivano gli scambi commerciali. I Chueang Lavè producevano oggetti in bronzo (anche se solo quella in ferro è attestata), praticavano sacrifici umani e cannibalismo. Questi racconti sono presenti anche presso altri gruppi delle montagne, mentre megaliti e pratiche funerarie specifiche indicano le antiche zone di produzione del metallo.
Il mito dice che i Chueang Lavè avrebbero lasciato il Paese passando per una porta magica. Per i ricercatori, il declino dei Chueang Lavè sarebbe da ricollegarsi a un esaurimento delle risorse (legno o metallo), e a problemi di carattere demografico e sociale, o a cambiamenti di ordine geopolitico, come lo sviluppo di una massiccia produzione di ferro in Cina.
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Laos: nuovo studio sulla grande differenziazione dei primi umani moderni

7 - 8 Aprile 2015
journal.pone.0121193.g002
Si continua a parlare di diversificazione dei primi uomini. Questa volta, si tratta di uno studio compiuto sui resti più antichi di umani moderni, ritrovati in Laos, nel Sud Est Asiatico, e precisamente nella grotta Tam Pa Ling, scoperta nel 2009. Al momento si ritiene che i moderni umani, provenienti dall'Africa, si siano instaurati nel Sud Est Asiatico tra i 63 e i 46 mila anni fa. Lo studio prende in esame i resti umani relativi a due individui ritrovati nella grotta, che sono però caratterizzati da grande differenziazione tra loro.
journal.pone.0121193.g001
[Dall'Abstract: ] "Poco è noto circa la tempistica dell'emergere da parte dei moderni umani e della loro occupazione dell'Eurasia Orientale. Ad ogni modo, una rapida migrazione fuori dall'Africa nell'Asia Sud Orientale di almeno 60 ka è supportata dai dati di natura archeologica, paleogenetica e paleontropologica. Recenti scoperte in Laos, un cranio di un moderno umano (TPL1) dalla grotta di Tam Pa Ling, hanno fornito le prime prove della presenza dei primi moderni umani nell'Asia Sud Orientale continentale entro 63-46 ka. Nello studio in questione, una mandibola umana completa rappresentante un secondo individuo, TPL 2, è descritta utilizzando tratti discreti e morfometria geometrica con un'enfasi nella determinazione dell'affinità di popolazione. La mandibola TPL2 ha un mento e altri tratti discreti che sono coerenti con quelli dei primi moderni umani, ma mantiene un corpus laterale robusto e una una morfologia corporea interna tipica degli umani arcaici nel Vecchio Mondo. La morfologia a mosaico di TPL2 e la morfologia pienamente moderna dell'umano TPL1 suggeriscono che un vasto campo di variabilità di variazioni morfologiche fosse presente nelle popolazioni dei primi umani moderni risiedenti nell'Eurasia Orientale entro il MIS3.
Lo studio "Early Modern Humans and Morphological Variation in Southeast Asia: Fossil Evidence from Tam Pa Ling, Laos", di Fabrice Demeter , Laura Shackelford ,Kira Westaway, Philippe Duringer,  Anne-Marie Bacon, Jean-Luc Ponche,  Xiujie Wu, Thongsa Sayavongkhamdy, Jian-Xin Zhao, Lani Barnes, Marc Boyon, Phonephanh Sichanthongtip, Frank Sénégas, Anne-Marie Karpoff, Elise Patole-Edoumba, Yves Coppens, José Braga, è stato pubblicato su PLOS One.
Link: PLOS One; University of Illinois at Urbana-ChampaignPhys.org; Past Horizons

Fig 2. Resti di fossili umani designati come TPL2.

(A) Mandibola in norma verticalis; (B) mandibola in norma lateralis, lato destro; (C) mandibola in norma latelaris, lato sinistro; (D) mandibola in norma facialis external; (E) mandibola in norma facialis interna (F) mandibola in norma basilaris; (G) vista occlusale della destra M3. Da PLOS OneCreative Commons CC0 public domain dedication.

Fig 1. Sito di Tam Pa Ling, Laos.
TPL è situato sull'altipiano della montagna Pa Hang Mountain con il rifugio roccioso di Tam Hang alla base della stessa. La sezione stratigrafica di 4.5 m mostra l'accumulo di strati di argilla sabbiosa e di limo, punteggiati da sette precipitati di polvere, calcitici, dalla trincea TPL.  La provenienza dei carboni di legna campionati per la datazione al 14C e i terreni campionati per la datazione OSL e TL è identificata sulla stratigrafia. TPL1 è stato recuperato a una profondità di 2.35 m; TPL2 è stato trovato a una profondità di 2.65 m. Inset: Localizzazione di TPL nella provincia Huà Pan, Laos. Da PLOS OneCreative Commons CC0 public domain dedication.