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Yiddish: il viaggio millenario di una lingua e del suo popolo

YIDDISH: IL VIAGGIO MILLENARIO DI UNA LINGUA E DEL SUO POPOLO

Introduzione all'argomento con la professoressa Marisa Ines Romano

 

Parlare di lingua e cultura yiddish implica, inevitabilmente, il fatto che ci si occupi della lunga e travagliata storia del Popolo ebraico. Facciamo infatti riferimento ad una cultura millenaria, che affonda le sue radici nel X secolo.

Ad introdurci in questo mondo estremamente affascinante e variegato è stata la professoressa Marisa Ines Romano, docente di Lingua e Letteratura Yiddish presso l’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”. Laureatasi nel 1993 in Lingue e Letterature Straniere Moderne (cum laude), ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Scienze Letterarie (Letterature Moderne Comparate) con una tesi dal titolo Le saghe familiari di Isaac Bashevis Singer, Israel Joshua Singer e Der Nister in rapporto di scambio con il canone di genere europeo e come specchio delle tensioni culturali e delle dinamiche sociali nel mondo yiddish del XX secolo. Da quel momento l’intera attività di ricerca della Professoressa è stata dedicata allo studio e alla divulgazione della cultura yiddish.

La sua ricca produzione scientifica, comprendente articoli, saggi, recensioni e conferenze, vanta svariate traduzioni dallo Yiddish, come Acquario verde di Avrom Sutskever (La Giuntina, Firenze 2010), Quando Yash è partito di Yankev Glatshteyn (La Giuntina, Firenze 2017) e Yiddish. Lingua, Letteratura e Cultura. Corso per principianti di Sheva Zucker (La Giuntina, Firenze 2007). Quest’ultimo testo, inoltre, rappresenta l’unico manuale in circolazione in Italia per l’apprendimento della lingua yiddish.

Col presente articolo andiamo alla scoperta dello straordinario mondo della cultura Yiddish assieme alla professoressa Marisa Ines Romano, che ha messo gentilmente a disposizione del pubblico di ClassiCult la sua conoscenza.

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Laprofessoressa Marisa Ines Romano sullo sfondo dell'Università di Bari. Collage di Chiara Torre, foto del riquadro di Marisa Ines Romano; foto dell'Università di Bari di Laura Beato, CC BY-SA 4.0

 

Non si può comprendere quanto importante sia questa cultura per le nostre radici se non si conosce a fondo la sua storia. Lo Yiddish nasce nel cuore dell’Europa e con l’Europa. Si sviluppa dalla peculiarità dell’ebraismo europeo, che vede il suo epicentro sulle rive del Reno, intorno a Mainz (Magonza), proprio nella zona di confluenza tra il Reno e il Mosella, che sarà anche punto di diramazione del Sacro Romano Impero. Come si vede, la cultura europea e quella ebraico-europea condividono il medesimo luogo e tempo di nascita e sviluppo. Va altresì ricordato che la lingua yiddish è classificata come lingua neogermanica, contraddistinta, dunque, da una doppia anima ebraico-europea.

Gli Ebrei erano arrivati in Europa dalla Palestina tempo addietro, in seguito alla grande diaspora, determinata dalla sconfitta dei rivoltosi ebrei all’epoca di Tito (I sec. d. C.). L’assoggettamento della Palestina da parte dei Romani era malvisto dalla popolazione ebraica, che si organizzò e diede origine a delle tremende rivolte, sedate nel sangue, e identificabili come guerre giudaiche, descritte dallo storico Yosef ben Matityahu, meglio conosciuto come Giuseppe Flavio. La sorte riservata ai rivoltosi sconfitti fu, nella maggior parte dei casi, la schiavitù, che è testimoniata dallo stesso arco di Tito, nel rilievo del quale riconosciamo una scena di deportazione di schiavi ebrei. Lo stesso Anfiteatro Flavio, simbolo della romanità, fu realizzato grazie alla manodopera servile ebraica.

I tesori di Gerusalemme, particolare dall'Arco di Tito. Foto di Jebulon, CC0

Prima ancora della diaspora, però, Roma conteneva al suo interno una comunità ebraica non poco rilevante, se si pensa che già nel II sec. d.C. gli Ebrei incidevano per il dieci per cento sul totale della popolazione urbana. Interessante sottolineare come una delle vie privilegiate della grande diaspora fu proprio la Puglia. Ci sono testimonianze di insediamenti ebraici lungo la via Appia: a partire da Brindisi, importanti tappe del percorso degli Ebrei su suolo italico furono Oria, Bari e Trani (solo per fare alcuni esempi). Notevole anche il caso di Benevento e di Venosa, città a maggioranza ebraica in alcuni periodi della sua storia.

Per raggiungere il cuore dell’Europa centrale, gli Ebrei seguirono le espansioni romane e il progressivo allargamento del limes, interagendo con le popolazioni locali. A questa spinta da sud e sud-est, si unisce tempo dopo la direttrice determinata dai flussi provenienti dall’Impero Romano d’Oriente. Lì gli Ebrei si erano stanziati, dopo la grande diaspora, presso le rive del Mar Nero e nelle città della Grecia. A Costantinopoli, la quantità di Ebrei era estremamente elevata e in città di dimensioni inferiori, come Smirne, raggiungeva, se si includono oltre ai circoncisi anche i cosiddetti giudeizzanti, il cinquanta per cento del totale degli abitanti.

Non va dimenticato neanche che l’Ebraismo esercitava un forte potere attrattivo soprattutto tra i ceti più umili, per il suo rigore e le sue regole chiare. Gli stessi Greci ne subirono il fascino e vi fu un’influenza reciproca tra la cultura greca e quella ebraica, in una fase in cui il paganesimo era entrato in forte crisi. L’altra alternativa, il Cristianesimo, risultava maggiormente attraente per i ceti intermedi, capace poi di espandersi fino alle vette del potere politico con conseguenze ben note. L’Ebraismo, nella sua radicalità, risultava però più diretto ed immediato e attirava i ceti più umili, facendo incrementare esponenzialmente il numero dei proseliti giudaizzanti ed entrando in competizione con il Cristianesimo stesso. Tra popolazione strettamente ebraica e giudaizzante, la percentuale di Ebrei nell’Impero Romano d’Oriente era considerevole.

Man mano che il Cristianesimo assumeva prestigio, diventando poi la religione di stato dell’Impero sotto Costantino, gli Ebrei furono colpiti da una serie di duri editti restrittivi e furono costretti ad abbandonare le grandi città per dirigersi più ad Est, verso le attuali aree di Crimea e Moldavia. Con le invasioni barbariche e la conseguente occupazione di questi territori da parte di gruppi di popolazioni scito-sarmatiche, gli Ebrei si trovarono a dividere lo spazio con popoli che subivano il fascino dei loro precetti, dando vita a delle interazioni tra le diverse culture e allo spostamento verso l’Europa centrale della lingua e della cultura ebraica, a causa della migrazione di questi popoli. Gli Ebrei provenienti dall’Europa orientale, portati nella parte centrale sotto la spinta delle popolazioni slave, chiamarono sé stessi aschenaziti (da Ashkenaz, nome, in ebraico medievale, della regione franco-tedesca del Reno). La lingua di questi Ebrei, per ovvie ragioni, entrò in contatto con quella germanica già presente.

Essendo una lingua neogermanica, lo Yiddish risulta fondamentale per comprendere le tappe dello sviluppo del tedesco, poiché ha fotografato la situazione della lingua tedesca non più recepibile, se non attraverso lo studio delle strutture yiddish. Questa lingua, peraltro, si è fatta anche veicolo di miti tipicamente germanici, come il mito di Kudrun, oggi attestati esclusivamente in Yiddish. Gli Ebrei hanno fuso la loro lingua a quella tedesca, dando vita ad un mosaico linguistico estremamente interessante, avente per base il tedesco con termini ebraici e slavi.

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Piastrelle in ceramica da Caltagirone. foto di Andrewb1990, in pubblico dominio

Per la scrittura, inoltre, venivano utilizzati i caratteri ebraici. Il fattore di riprendere le lingue locali e unirle all’idioma ebraico è comprovabile analizzando altri casi. Ad esempio, è stata rintracciata una parlata siculo-ebraica, che aveva per base il dialetto siciliano scritto in caratteri ebraici e contenente termini afferenti alla fede e alla quotidianità ebraica. Inoltre, ci sono testimonianze di ebraico livornese, ma si potrebbe continuare a lungo. Gli Ebrei che si stabilirono in Spagna, diedero vita al cosiddetto giudeo-spagnolo, detto anche judezmo o giudesmo. In spagnolo, la lingua è definita ladino, da non confondersi con il ladino dolomitico, ed è parlata ancora oggi dagli Ebrei sefarditi. In questo ricco panorama di varietà linguistiche, siamo in grado di rintracciare una tipicità: da un lato, emerge la volontà di interagire con le popolazioni circostanti per ragioni di natura economico-sociale, dall’altro, c’è il chiaro obiettivo di conservare una lingua distintiva, un socioletto, parlato e comprensibile soltanto da un gruppo specifico. Pertanto è questo il contesto in cui vanno inserite le parlate giudaiche e lo Yiddish, nate da una spinta centrifuga e centripeta al tempo stesso.

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Dal Makhazor di Worms, il testo yiddish è in rosso. Foto di joystick, in pubblico dominio

Un manoscritto ritrovato a Magonza, il Makhazor di Worms, risalente al 1272, conserva la più antica glossa in lingua yiddish, una piccola benedizione che recita: Colui che porta questo Makhazor nella sinagoga sia gratificato di una buona giornata.

Lo Yiddish dovette faticare molto prima di assumere la dignità di una lingua letteraria, sulla falsa riga di quanto accadde per il volgare italiano. Lo Yiddish, infatti, era sovrastato dal prestigio dell’Ebraico, la lingua sacra di un popolo legato visceralmente alle proprie tradizioni.

Si può dire che i primi esperimenti di produzione letteraria yiddish risalgano al XV/XVI secolo, quando iniziarono ad essere composte opere di carattere omiletico, destinate a fornire spiegazioni accessibili a tutti delle 613 mitzvòt, i precetti ebraici, che per i fedeli era necessario conoscere alla perfezione. Si diffusero anche versioni in Yiddish delle narrazioni della Torah, rivolti alle donne e a chi non aveva i mezzi per comprendere autonomamente i testi sacri. Tra il XVII e il XVIII secolo, si diffondono opere che imitano la letteratura europea. È proprio in questo periodo che la mobilità del popolo ebraico in Europa si intensifica, a seguito di vari fenomeni non slegati da ondate di antisemitismo. Si verificò un grande spostamento verso est e verso la parte meridionale del Regno di Polonia. A causa di questo travaso, nella lingua yiddish aumentarono gli elementi slavi.

Colonie di commercianti ebrei tedeschi si stanziarono anche nel Nord Italia, fino all’Emilia Romagna. Si trattava di individui attratti dalla Penisola per ragioni commerciali e non è un caso che uno degli esponenti principali di letteratura yiddish rinascimentale sia stato Elia Levita, nativo di Ipsheim, nei pressi di Norimberga, e trasferitosi ben presto nell’Italia settentrionale. Svolse l’attività di grammatico e interagì con il cardinale e umanista Egidio da Viterbo, che divenne suo amico e mecenate. Scrisse le 650 stanze in ottava rima del Bovo-Bukh, basato sul popolare romanzo Buovo d'Antona, a sua volta tratto dal romanzo normanno Sir Bevis of Hampton. Oltre ad essere la prima opera letteraria laica in Yiddish, il Bovo-Bukh è il più popolare romanzo cavalleresco scritto in Yiddish e adeguato alla dimensione della vita ebraica.

Una letteratura yiddish vera e propria, però, nasce con l’Illuminismo. L’Illuminismo yiddish nacque sulla falsa riga dell’Illuminismo francese e tedesco, grazie a Moses Mendelssohn, amico di Christoph Friedrich Nicolai e Gotthold Ephraim Lessing. Mendelssohn aveva tradotto la Torah in tedesco con l’intenzione di valorizzare una lingua considerata superiore, ma suo malgrado veicolò la lingua yiddish, in quanto la redasse in caratteri ebraici, proprio per farsi comprendere da un pubblico quanto più ampio possibile.

Jean-Pierre-Antoine Tassaert, busto di Moses Mendelssohn, presso la Neue Synagoge di Berlino; foto di Yair Haklai, CC BY-SA 4.0

Nacquero così le varie correnti fino ad arrivare ai fondatori della moderna letteratura yiddish: Mendele Moykher Sforim, Sholem Aleichem e Yitskhok Leybush Peretz. Si tratta di autori abbastanza tradotti in lingua italiana, ma le maggiori traduzioni sono state realizzate in lingua inglese. Questo è dovuto agli avvenimenti della fine del XIX secolo.

Il 1881, in particolare, è un anno cruciale per gli ebrei che vivevano nell’Impero russo. Peraltro, la Russia, in quegli anni, era riuscita ad appropriarsi di gran parte della Polonia, inglobando i territori maggiormente abitati dagli Ebrei. Ci fu una tremenda scossa di odio antisemita quando, nel 1881, Alessandro II fu vittima di un attentato da parte di un giovane ebreo anarchico. Questa vicenda scatenò una campagna di pogrom, attacchi di una violenza inaudita ed indiscriminata nei confronti della popolazione ebraica, caratterizzati da saccheggi, incendi, razzie e stupri.

Molti Ebrei decisero di emigrare e, tra il 1881 e gli anni Trenta del Novecento, gli Stati Uniti d’America accolsero oltre tre milioni di profughi. Questa cospicua immigrazione in un paese anglosassone fece in modo che si creasse un’interazione speciale con la lingua inglese e si traducessero molte opere dallo Yiddish. Pur rimanendo discriminati e vittime di pregiudizi, negli Stati Uniti gli Ebrei non subirono le violenze sistematiche perpetrate ai loro danni in Europa. Dopo la Shoah e la Seconda guerra mondiale, l’Europa risultò praticamente svuotata dagli Ebrei e molti superstiti decisero di raggiungere l’America. Altri, invece, raggiunsero la Palestina, aspirando alla creazione dello stato di Israele. Oggi gli Ebrei si trovano in gran parte distribuiti tra queste due realtà e in Europa ne è rimasto soltanto un milione, contro i 12 milioni  che vi abitavano agli inizi del Novecento.

A causa del nazismo, l’Europa ha divelto le proprie radici ebraiche, perdendo una cultura millenaria che sul suo suolo si era espansa, godendo degli apporti delle altre culture e donando menti geniali, in uno scambio vitale e prolifico. Se, per fortuna, il popolo ebraico è rinato e si è risollevato dalla catastrofe dell’Olocausto, la civiltà di lingua yiddish è pressoché scomparsa. Alcuni gruppi sociali ben definiti, però, utilizzano ancora lo Yiddish come lingua ufficiale. Gli ultraortodossi parlano in Yiddish nella quotidianità per non profanare l’ebraico biblico, la lingua sacra. In Israele, un gran numero di Ebrei parla lo Yiddish e a New York esiste una comunità che lo utilizza regolarmente, proprio per non dover adoperare l’inglese in alternativa all’ebraico. Appare quasi paradossale il fatto che lo Yiddish venga oggi usato dagli ultraortodossi, mentre un tempo aveva contraddistinto una letteratura laica, proletaria, nata dalle lotte sociali. Lo Yiddish, però, è usato oggi come seconda lingua da molti Ebrei in America e in Israele: una serie tv distribuita da Netflix, Shtisel, ben dipinge lo scenario bilingue del mondo ebraico ed ebraico-ortodosso. In forme meno specialistiche, il cinema mondiale continua a mostrare interesse per la lingua e la cultura yiddish. Come non menzionare, a tal proposito, l’incipit di A Serious Man di Ethan e Joel Coen.

I fratelli Coen. Foto di Rita Molnár, CC BY-SA 2.5

In Europa, lo Yiddish è parlato specialmente in Francia, dove si trovano Ebrei aschenaziti arrivati in seguito all’ondata migratoria che, nel 1905, li fece riparare lì dalla Russia. Non a caso, il più grande centro di studi per la lingua yiddish si trova proprio a Parigi. L’Inghilterra, terra di transito per molti Ebrei in fuga dalla Mitteleuropa tra le due guerre, ospita un risicato numero di parlanti yiddish, perlopiù anziani.

In ambienti universitari e di ricerca, la lingua, la letteratura e la cultura yiddish vengono ancora insegnate, ma, con il passare del tempo, sempre meno costantemente. Nelle università italiane ci sono stati più o meno significativi avvicinamenti allo Yiddish negli anni Novanta, quando Moni Ovadia iniziò la sua carriera teatrale. Ovadia è stato un grande divulgatore di questa cultura, mediante i suoi lavori e i suoi spettacoli, tra i quali è bene ricordare Golem (che ha portato in tournèe a Bari, Milano, Roma, Berlino, Parigi e New York), Oylem Goylem (con cui si è imposto all’attenzione del grande pubblico, unendo musica klezmer, umorismo ebraico, storielle e barzellette), Dybbuk (spettacolo sull’Olocausto), Taibele e il suo demone, Diario ironico dall’esilio, Ballata di fine millennio, Il caso Kafka, Trieste… ebrei e dintorni, La bella utopia. Nei suoi spettacoli, l’ebreo è l’estraneo per eccellenza e si guarda alla tradizione del popolo ebraico dell’Europa centro-orientale con la piena consapevolezza della distanza da quel mondo e dell’impossibilità di resuscitarne le vite e le forme. Quello dell’artista è uno sguardo strabico: fisso nostalgicamente sul passato e al contempo puntato ostinatamente sul futuro.

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La professoressa Marisa Ines Romano e Moni Ovadia. Foto courtesy Marisa Ines Romano

A ridosso del grande interesse per lo Yiddish nato tra gli ultimi anni Novanta e i primi anni Duemila, nelle università di Roma, Milano, Bologna, Venezia, Torino, Trieste (grazie a Claudio Magris, uno dei primi ad occuparsi di letteratura yiddish) nacquero degli esperimenti. Anche l’esperienza di studio della Professoressa Romano risulta legata a Moni Ovadia, preziosa fonte di ispirazione per una ricerca che avesse attinenza con la dimensione europea e delle letterature comparate. La lingua e la letteratura yiddish, avendo interagito con le varie culture, ben si prestavano al lavoro di comparazione portato avanti da Marisa Romano, specializzatasi in Lingua e Cultura Yiddish presso The Oxford Institute for Yiddish Studies e successivamente presso AEDCY/Bibliotheque Medem (Parigi). Nei suoi anni di formazione, è stata supportata dal professor Giuseppe Farese, Emerito dell’Università di Bari, grande germanista e principale studioso italiano dell'autore austriaco Arthur Schnitzler, di cui ha tradotto le opere. Farese appoggiò immediatamente il campo di indagine della Professoressa Romano, dimostrando grande interesse per lo Yiddish e introducendone a Bari l’insegnamento. Altri colleghi, come il professor Domenico Mugnolo, il professor Pasquale Guadagnella e la professoressa Marie Thérèse Jacquet, ex Presidi della Facoltà di Lingue e Letterature Straniere, hanno poi sostenuto la presenza dell’insegnamento.

A partire dal 1998, prima di diventare Professore a contratto di Lingua e Letteratura Yiddish (L/LIN/13) presso l’Università degli Studi di Bari, la Professoressa Romano ha tenuto corsi presso l’Associazione Culturale Italo-Tedesca (ACIT) di Bari, ambiente culturalmente vivace che ha accolto  con entusiasmo la sua ricerca. Un suo ambito di studio è quello della canzone yiddish colta, dove sussiste un’interazione diretta tra il mondo letterario e quello della musica. A tal proposito, occorre annoverare, tra i numerosi progetti realizzati, la traduzione, introduzione e cura di diverse liriche yiddish, racchiuse nei lavori Betàm Soul (CD, Digressione Music, 2010), Far Libe (CD, Digressione Music, 2012) e Mirazh: le città inaudite (CD, Digressione Music, 2014).

Diversamente da quanto è accaduto per gli altri ambienti accademici italiani, il caso barese nell’insegnamento della Lingua e della Letteratura Yiddish ha avuto una longevità e una costanza che rappresentano un unicum in ambito universitario. Da ben dodici anni, lo Yiddish attira presso l’Ateneo barese centinaia di studenti, incuriositi da questa cultura e desiderosi di apprenderne le principali caratteristiche e peculiarità. Solo nel corso di quest’anno accademico, il Seminario ha potuto vantare più di 180 iscritti, quota che stupisce persino i principali Maestri esteri di questo campo di ricerca. Per la Professoressa, un tale interesse per l’insegnamento si spiega alla luce del rapporto tra la Puglia e l’Ebraismo, che è stato documentato da vari percorsi e progetti, come un documentario realizzato da RAI 3 L’ebraismo a Bari, a cura di Enzo Del Vecchio, a cui la stessa Romano ha collaborato. La Professoressa, inoltre, ha realizzato per due volte di seguito un progetto patrocinato dalla Regione Puglia, Mai Più, consistente in un ciclo di sei seminari per docenti e alunni degli istituti superiori pugliesi, comprendente l’allestimento delle mostre Il treno della memoria, viaggio ad Auschwitz e SHOAH. Fotografie, Video storici, Documenti, Installazioni Incontri e Testimonianze. Grazie a queste iniziative, la Puglia ha assunto consapevolezza della sua importanza per il popolo ebraico. Non va dimenticato che la Puglia fu una terra di transito cruciale per gli Ebrei in fuga dalla Palestina nel corso della grande diaspora e le città pugliesi hanno ospitato importanti insediamenti.

La Sinagoga Scolanova a Trani. Foto di Tommytrani, CC BY-SA 3.0

A Trani è ancora presente una piccola comunità e le due sinagoghe presenti su quel territorio attirano gli Ebrei sparsi per tutta la Puglia. Il numero degli Ebrei in Puglia attualmente non è minimamente paragonabile a quello registrato in passato. Verso la metà del XVI secolo, in seguito alla cacciata dei Semiti da parte dei cattolicissimi re di Spagna, gli Ebrei vennero banditi anche dall’Italia meridionale e alcuni si convertirono, pur rimanendo legati alle proprie tradizioni (cf. Marranesimo). Anche in tempi più recenti, la Puglia ha rappresentato un punto di passaggio fondamentale per gli Ebrei. Dopo il 1943, molti Ebrei in fuga dai nazisti si imbarcarono per la Palestina dai porti pugliesi. Vennero creati diversi campi per rifugiati, come quello di Nardò o quello nei pressi di Barletta. Una grande comunità di sopravvissuti ha trovato accoglienza ed ospitalità in queste terre, conservando ricordi splendidi della sua permanenza. Furono celebrati qui molti matrimoni tra gente che aveva perso tutto e voleva rinascere, cominciare una nuova vita.

Angelo Fortunato Formiggini in una cartolina postale degli anni venti, dalla serie "Cartoline Parlanti"; dalla Collezione privata di Tony Frisina - Alessandria. Immagine di Tony Frisina, in pubblico dominio

Interessante anche occuparsi della diffusione e della traduzione della letteratura yiddish in Italia. Pioniere in tal senso fu, negli anni Venti del Novecento, l’editore modenese di origini ebraiche Angelo Fortunato Formiggini, fondatore dell’omonima casa editrice. Tra le collane principali, è bene ricordare Profili, Classici del ridere, Apologie, Medaglie e Guide radio-liriche. Formiggini pubblicò per la prima volta classici della letteratura yiddish in italiano a partire dalle traduzioni inglesi, poiché non disponeva di traduttori dallo Yiddish. Diede alle stampe, per la collana Classici del ridere, diverse opere di Sholem Aleichem, come La storia di Tewje il lattivendolo (1928) e Marienbad (1918). Angelo Fortunato Formiggini è stato un personaggio di spicco nel panorama editoriale e culturale italiano dei primi del Novecento, ma la sua tragica vicenda biografica pose ben presto fine al suo progetto. Nel 1938, il regime fascista proclamò le leggi razziali, accompagnate da una terribile propaganda antisemita, e Formiggini fu costretto a mutare proprietà e nome della Casa editrice per cercare di evitare l’espropriazione. Il 29 novembre del 1938, stremato su più fronti, decise di mettere in atto il suicidio che premeditava da tempo e si gettò dalla Ghirlandina, la torre del Duomo di Modena. La casa editrice continuò ad esistere fino al 1941, quando fu posta definitivamente in liquidazione.

In tempi più recenti, tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, altre traduzioni sono state fatte dallo Yiddish, per conto di case editrici specializzate nella diffusione di letteratura ebraica, come la casa editrice La Giuntina di Firenze. Anche la casa editrice Adelphi ha pubblicato titoli fondamentali in materia, essendo stata fondata dagli editori ebrei Luciano Foà, Alberto Zevi e Roberto Olivetti nel 1962 ed essendosi avvalsa di collaboratori del calibro di Roberto Bazlen, Giorgio Colli, Sergio Solmi, Claudio Rugafiori, Franco Volpi, Roberto Calasso e Giuseppe Pontiggia. Le figlie di Zevi, Elisabetta e Susanna, continuano a tradurre tuttora opere letterarie dallo Yiddish e dall’Ebraico. Susanna Zevi, in particolare, cura le opere di Meir Shalev, Haim Baharier e del grande Moshe Idel.

Una lingua straordinaria, che rispecchia la storia del popolo più antico. Una lingua ricca, variegata, pregna di storia. La lingua di voci immortali, che continuano a riverberarsi in pagine uniche. Una cultura che merita attenzione e che è necessario conoscere, anche per recuperare l’essenza di un popolo massacrato (per citare il poeta polacco Itzhak Katzenelson, ucciso ad Auschwitz nel 1944). Ritengo sia importante concludere il percorso tracciato in questo articolo, reso possibile dalla competenza e dalla disponibilità della Professoressa Romano, con le parole del Premio Nobel Isaac Bashevis Singer, che, a proposito dello Yiddish, scrive:

C'è chi chiama lo Yiddish una lingua morta, ma così venne chiamato l'ebraico per duemila anni. È stato riportato in vita ai giorni nostri in modo sbalorditivo, quasi miracoloso. L'aramaico è certamente stata una lingua morta per secoli, ma poi ha dato alla luce lo Zohar, un'opera mistica di sublime valore. È un fatto che i classici della letteratura yiddish sono anche i classici della letteratura ebraica moderna. Lo Yiddish non ha ancora pronunciato la sua ultima parola. Serba tesori che non sono ancora stati rivelati agli occhi del mondo. Era la lingua di martiri e santi, di sognatori e cabalisti – ricca di spirito e di memorie che l'umanità non potrà mai dimenticare. In senso figurato, lo Yiddish è l'umile e sapiente linguaggio di noi tutti, l'idioma dell'umanità che teme e spera.

 

 

Si informano i lettori che la Summer School del Centro per la Cultura Yiddish di Parigi quest'anno (2021) si terrà su Zoom, risultando dunque facilmente accessibile da qualsiasi punto del globo.

Quest'anno sono disponibili molte borse di studio per studenti fino a 30 anni, che coprono fino all'intero importo della tassa di partecipazione (normalmente 680 o 450 euro per 3 settimane, a seconda del numero delle ore che si intende frequentare).

Registrazione: https://www.yiddishparis.com/registration/

Borse di studio: https://www.yiddishparis.com/fr/inscription/

Link al sito: https://www.yiddishparis.com/yi/aynshraybn/


Liliana Segre mare indifferenza

La memoria come cura per l'indifferenza

Nel 2019 esce per una casa editrice appena nata nel panorama editoriale un piccolo libro che raccoglie le parole di Liliana Segre e del suo impegno per mantenere viva la memoria contro l'indifferenza.

Lo cura Giuseppe Civati, che della giovane casa editrice è tra i fondatori.

Sono poche pagine, è un volumetto che può essere benissimo infilato senza sforzo tra un tomo e l'altro per lo spazio fisico che occupa.

Per lo spazio morale ed etico invece potrebbe occupare un intero scaffale e strabordare.

Facciamo un passo indietro. Anzi due.

Liliana Segre mare nero indifferenza
La copertina della nuova edizione del libro di Liliana Segre, Il mare nero dell'indifferenza, a cura di Giuseppe Civati, che è stato pubblicato da People (2020) nella collana Storie

La prima volta che ho sentito nominare Liliana Segre è stato nel 2017. Forse l'avevo già sentita nominare prima ma il suo cognome per me si confondeva con quello di un altro Segre, anzi, uno con l'accento sulla e. Un fisico che faceva parte del gruppo dei Ragazzi di Via Panisperna. Il gruppo che lavorò agli studi sull'atomo negli anni '30. Prima delle leggi razziali che costrinsero la maggior parte di quei fisici alla fuga dall'Italia.

Emilio Segrè, come ti sbagli, era ebreo.

Per me Segrè fino a qualche anno fa era lui.

Da quel 19 gennaio 2017 i Segre, con o senza accento sulla e, nella mia memoria sono aumentati.

Da quel mattino in cui Milano ha cominciato a fare i conti con la sua memoria. Era il giorno in cui venne posta la prima pietra d'inciampo in città.

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Le pietre poste davanti al palazzo in Corso Magenta 55, in ricordo del padre Alberto, del nonno Pippo e della nonna Olga. Foto di Giuliana Dea

Quel giorno c'erano Gunter Demnig, il sindaco Sala e l'unica sopravvissuta della famiglia ebrea che abitava in Corso Magenta 55 fino al 1943: Liliana Segre.

La prima pietra d'inciampo milanese era dedicata a suo padre Alberto.

Alberto Segre non è più tornato da Auschwitz. È morto nel maggio 1944.

Eppure Alberto Segre continua a esistere nei racconti e nella memoria di sua figlia, scampata per caso allo sterminio. Dico per caso perché dagli stessi racconti di Liliana si capisce che non c'è stato qualcosa di straordinario nel suo essere sopravvissuta. Come non c'è stato per nessuno dei sopravvissuti.

Ricordo del convoglio partito da Milano su cui hanno viaggiato Liliana e suo padre. Ce n'è una per ogni viaggio. Foto di Giuliana Dea

Per caso finisce nel gruppo di 31 donne che non vengono mandate subito alle docce al loro arrivo al campo. Per caso dimostra più dei suoi 13 anni compiuti pochi mesi prima. Le ragazze di 13 anni venivano mandate subito alle docce.

Per caso non le tagliano i capelli per qualche tempo, finché non arrivano i pidocchi. Per caso è ancora viva quando Auschwitz viene smantellato dai tedeschi.

Per caso non muore di stenti durante la marcia della morte cui i carcerieri costringono lei e le altre donne sopravvissute.

Quando torna a casa è una ragazza troppo grande rispetto alle sue coetanee. E si trova davanti un mondo che non vuole sentire raccontare la sua storia. E lei non la racconta, per tanto tempo. Fino agli anni 90.

 
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La copertina del libro di Liliana Segre, Il mare nero dell'indifferenza. Foto di Giuliana Dea

Allora comincia a parlare. Racconta ai bambini. I bambini sono quelli che hanno meno contatto con i ricordi della guerra. Negli anni 90 il fascismo, le leggi razziali, la deportazione, lo sterminio, sembrano lontani.

Chi non ha i nonni che hanno visto la guerra e la raccontano non ha idea di quello che è stato quel periodo. Sembra distante.

Eppure è dietro l'angolo. Perché l'unica cosa che impedisce alla storia di ripetersi è la memoria collettiva. E quella memoria comincia già a non essere più diffusa.

Il racconto dei testimoni è fondamentale.

Questo è quello che fa Liliana per anni. Racconta quello che successe molto prima della deportazione. A partire dalle leggi razziali.

Quando le scuole del Regno vengono chiuse a chiunque sia ebreo. Insegnanti e studenti. Professori universitari. I senatori ebrei, per una concessione regia, mantengono la loro carica. Ma non potranno più entrare al Senato. Questo fino alla fine del regime e della guerra, che porta all'abolizione delle leggi razziali.

Nel 1938 l'Italia fascista mostra in pieno la sua anima razzista che fino a quel momento era stata sottovalutata, perché in fondo cosa poteva importare agli italiani della popolazione slovena o delle popolazioni abissine?

Non erano italiane.

Gli ebrei erano italiani. A tutti gli effetti. Alberto Segre e suo fratello avevano combattuto nell'esercito italiano durante la Prima Guerra mondiale. Lo zio Alfredo era fascista. Un convinto fascista. Come tanti altri ebrei.

Improvvisamente questi italiani vengono privati della loro cittadinanza, dei loro diritti, delle loro attività.

Vengono privati delle loro amicizie, perché gli italiani non possono avere contatti con gli ebrei.

E molti italiani, troppi, si voltarono dall'altra parte.

Italiani di qualsiasi età, estrazione sociale e cultura.

Dalle compagne di scuola di Liliana, che all'epoca ha 8 anni, a persone laureate, o con un titolo di studio. Come la sua maestra, che dice al padre della sua piccola allieva 'non sono io a fare le leggi'. Con un'indifferenza per la sorte di una bambina senza nessuna colpa che fa rabbrividire, nei racconti della senatrice.

Quelle leggi razziali non sono un unico errore come spesso vuole far credere una retorica ancora convinta dei valori fascisti. Non sono nemmeno una responsabilità esclusiva dei tedeschi. Anzi, gli italiani sono i primi a cacciare gli ebrei dalle scuole. Nella Germania nazista in questo erano ancora indietro. Anche se di poco.

Le leggi razziali del 1938 rendono evidente che gli italiani non sono affatto brava gente, per legge.

Al contrario gli italiani sembrano non vedere l'ora, in quel momento e in altri della storia più recente, di dimostrare che non hanno nessuna grande qualità umana a contraddistinguerli dal resto del mondo.

Ne parla il libro, ma anche senza averlo letto arrivi a questa scritta e capisci cosa significa la scritta 'vietato il trasporto di persone' per treni che portano ebrei ad Auschwitz o ai campi di smistamento. Foto di Giuliana Dea

In questo piccolo volume, aggiornato nel 2020 con la discussione in Senato intorno alla Commissione Segre, si parla di passato e soprattutto di presente. Perché la sorte che è toccata agli ebrei italiani in quegli anni sembra essere identica a quella che si vorrebbe per i migranti del nuovo millennio.

La differenza è che stavolta esiste una coscienza democratica diffusa, che sotto il fascismo non poteva esserci per forza di cose.

Ma non basta lo stesso, perché i rigurgiti di odio e indifferenza verso esseri umani in fuga per ragioni di sopravvivenza, persecuzione e quant'altro tornano anche in questi anni. In nome della prevalenza di chi è italiano per diritto di nascita. Come se davvero contasse qualcosa ai fini dell'umanità il posto dove sei venuto al mondo e non fosse solo una questione di fortuna o sfortuna.

indifferenza Liliana Segre il mare nero dell'indifferenza
La copertina del libro di Liliana Segre, Il mare nero dell'indifferenza. Foto di Giuliana Dea

Questo piccolo volume curato da Giuseppe Civati ha una serie di appendici. Una in particolare mi colpisce. Racconta il percorso che Giuseppe Civati fa da Corso Magenta alla scuola di via Ruffini. Il percorso che faceva Liliana tutti i giorni fino alle leggi razziali.

Sono pochi passi. E il percorso fino a San Vittore dove è stata incarcerata con il padre tra la fine del 1943 e l'inizio del 1944, sempre a poca distanza dalla sua casa nel salotto buono di Milano. E infine al Binario 21, da dove partivano i treni in direzione Auschwitz. Da dove sono partiti anche Liliana e suo padre. Oggi il Binario 21 è il Memoriale della Shoah.

Mi colpiscono, i percorsi di Liliana, perché Corso Magenta fin da quando ero bambina è sempre stato un luogo della memoria, delle passeggiate con mia madre. I miei nonni abitavano a poca distanza. Bastava percorrere tutto Corso Vercelli per arrivare all'inizio di Corso Magenta, percorrerlo tutto, passando davanti a Santa Maria delle Grazie e al refettorio dei frati dove viene conservato il Cenacolo. Posti noti anche ai turisti, ma per chi è milanese hanno un significato diverso. E ancora diverso per chi è milanese e li ha percorsi da quando era bambino.

L'idea di ciò che è successo a una famiglia in un palazzo di quel salotto buono, quella via tranquilla, fa rabbrividire e pure un po' vergognare, anche se non siamo stati noi a firmare le leggi razziali e a deportare la famiglia Segre.

Per questo è importante leggere le parole di Liliana, così come le ha pronunciate negli anni, come fa Civati. Perché quell'indifferenza che ha permesso un abominio non si ripeta più. Per nessuno.

Consiglio anche la lettura di Fino a quando la mia stella brillerà, di Daniela Palumbo e Liliana Segre, tra le fonti citate in Liliana Segre, Il mare nero dell'indifferenza.

Liliana Segre il mare nero dell'indifferenza
La copertina del libro di Liliana Segre, Il mare nero dell'indifferenza. Foto di Giuliana Dea

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.

 


Prendi la tua cartella e vattene da scuola Roma Musei in Comune leggi razziali 1938

Roma: "Prendi la tua cartella e vattene da scuola", le leggi razziali commentate dai bambini

Prendi la tua cartella e vattene da scuola.

Le leggi razziali del 1938 commentate dai bambini della periferia di Roma

Dal 9 al 25 novembre al Museo di Roma in Trastevere i lavori delle “Scuole della Pace” della Comunità di Sant’Egidio. Inaugurazione giovedì 8 alle ore 17.30, con Ruth Dureghello e Marco Impagliazzo

 

Roma, 7 novembre 2018 – A 80 anni dalle leggi razziali, Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, con la Comunità di Sant’Egidio, promuove, in collaborazione con la Comunità Ebraica di Roma, una mostra dedicata alla memoria di questa pagina terribile della storia italiana, che sarà ospitata dal Museo di Roma in Trastevere dal 9 al 25 novembre 2018, con i servizi museali di Zètema Progetto Cultura. Per i possessori della nuova MIC Card – che al costo di soli 5 euro consente a residenti e studenti l’ingresso illimitato per 12 mesi nei Musei Civici – l’ingresso alla mostra è gratuito. All’inaugurazione, in programma l’8 novembre alle 17.30, interverranno il presidente della Comunità ebraica di Roma, Ruth Dureghello, e il presidente della Comunità di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo.

L’esposizione vuole far memoria delle leggi razziali del 1938 e proporre una riflessione sulle drammatiche conseguenze storiche, culturali e sociali che esse produssero. Protagonisti di questo racconto sono i bambini delle periferie di Roma, che frequentano le “Scuole della Pace” della Comunità di Sant’Egidio. I bambini hanno affrontato in maniera approfondita questo avvenimento e hanno prodotto disegni e testi che formano il contenuto principale della mostra. A questo materiale si affiancano documenti e immagini dell’epoca: pagelle, quaderni, giornali.

Le Scuole della Pace, centri completamente gratuiti e gestiti da volontari della Comunità di Sant’Egidio, sostengono il bambino nell’inserimento scolastico e aiutano la famiglia nel suo compito, proponendo un modello educativo aperto agli altri e solidale, capace di superare barriere e discriminazioni.

La mostra è concepita per essere fruita, in modo particolare, da un pubblico giovane e, a tal fine, si è realizzato uno spazio espositivo evocativo di un’aula scolastica, luogo familiare della relazione, della cultura, del confronto. Nelle sale saranno presenti veri e propri banchi e sedie concessi per l’occasione proprio dalla Scuola primaria “Francesco Crispi”, frequentata all’epoca da Piero Terracina. Inoltre, molti pannelli, sui quali sono stampati disegni e testi, riproducono le fattezze della tipica lavagna scolastica.

Entrando nella prima sala si è accolti dalle voci di alcuni ebrei che raccontano il loro primo giorno di scuola, quello nel quale furono espulsi. L’esposizione attraversa gli eventi storici seguendo tre percorsi – esclusione, resistenza culturale, inclusione – che mirano a un coinvolgimento emotivo, oltre che alla conoscenza dei fatti, da parte del visitatore. Lo stesso percorso conoscitivo ed emotivo che è stato proposto ai bambini come metodo di lavoro.

 

COMUNITA’ DI SANT’EGIDIO

PRENDI LA TUA CARTELLA E VATTENE DA SCUOLA

Le leggi razziali del 1938 commentate dai bambini della periferia di Roma

L’esposizione vuole far memoria delle leggi razziali del 1938, con le drammatiche conseguenze storiche, culturali e sociali che esse produssero e far riflettere sui fenomeni ancora attuali di esclusione e sulla necessità dell’inclusione per imparare a vivere insieme.

Protagonisti di questo racconto sono i bambini delle periferie di Roma, che frequentano le “Scuole della Pace” promosse dalla Comunità di Sant’Egidio. Nelle Scuole della Pace, centri completamente gratuiti, gestiti dai giovani della Comunità e rivolte ai più piccoli per sostenerli nell’itinerario scolastico e aiutare le loro famiglie, si propone un modello educativo aperto agli altri e solidale, capace di superare barriere e discriminazioni.

I bambini, nel corso di un lungo percorso conoscitivo, ricco di testimonianze e vicende personali, hanno affrontato in maniera approfondita, fra le tante conseguenze di quelle leggi, l’espulsione dei bambini ebrei dalle scuole e hanno prodotto disegni e testi che formano il contenuto principale della mostra. A questo materiale, si affiancano immagini d’epoca: copie di pagelle, quaderni, giornali.

Il progetto è concepito per essere fruito, in modo particolare, da un pubblico giovane (bambini, ragazzi, studenti) e, a tal fine, si è voluto realizzare uno spazio espositivo evocativo di un’aula scolastica, luogo familiare della relazione, della cultura, del confronto. Nelle sale saranno collocati alcuni banchi con le relative sedie, concessi per l’occasione dalla Scuola primaria “Francesco Crispi”, frequentata all’epoca da Piero Terracina -uno dei testimoni che i bambini hanno ascoltato- e da cui fu espulso. Inoltre, molti pannelli, sui quali sono stampati disegni e testi, riproducono le tipiche lavagne scolastiche.

Nella prima sala, si è accolti dalle “voci” registrate di alcuni testimoni che ricordano il loro primo giorno di scuola, quello nel quale furono espulsi: sono racconti raccolti da Radio Rai e messe a disposizione per questo evento.

L’esposizione attraversa gli eventi storici seguendo tre percorsi - esclusione, resistenza culturale, inclusione - che mirano a coinvolgere il visitatore rendendolo consapevole di ciò che accadde e suscitando un atteggiamento di empatia verso coloro che subirono quella terribile ingiustizia.

Lo stesso percorso è stato proposto ai bambini come metodo di lavoro: conoscere le storie dei bambini ebrei inserite nel loro contesto storico, immedesimarsi nelle loro paure e nella loro debolezza, ed essere solidali.

PRIMA SEZIONE

ESCLUSIONE

A partire dal quadro storico generale, sono state evidenziate le principali conseguenze delle leggi razziali sulla vita di migliaia di persone definite di “razza ebraica” e, successivamente, si è voluto concentrare l’attenzione sulle vicende che riguardarono l’espulsione dei più piccoli dalla scuola.

Pannello 1 - È iniziato così…

Parole chiave: pregiudizio, indifferenza, odio, disprezzo.

I bambini ripercorrono la storia dando rilievo a ciò che li ha più colpiti.

Prendi la tua cartella e vattene da scuola”, così si immagina quell’ordine perentorio, da cui prende titolo la mostra. “SBAM”, scrive una bambina accanto al portone della scuola che si chiude per sempre. È il rumore sordo di tutti i portoni chiusi alle spalle dei piccoli ebrei; simile ai grandi tuoni disegnati sopra un edificio scolastico serrato. Di fronte a questo evento, ecco le lacrime di bambini e maestri. Ma l’esclusione dalla scuola è solo un aspetto, ci sono anche i tanti divieti impartiti agli ebrei nella vita di ogni giorno, fino ad arrivare alla drammatica deportazione degli ebrei romani il 16 ottobre 1943, il cui tragico epilogo fu il campo di sterminio di Auschwitz.

Pannello 2 - I sentimenti

Parole chiave: timore, confusione, tristezza, dispiacere.

I bambini non restano indifferenti di fronte a tanta ingiustizia ed esprimono i loro sentimenti: sarei stato spaventato, infuriato, triste, avrei pianto perché dovevo lasciare i compagni… Ci si immedesima nello stato d’animo di quegli alunni ebrei. Un disegno mostra che tutto il mondo è triste per il loro dolore.

Pannello 3 - Espulsione

Parole chiave: no!, vietato, vattene, lacrime.

L’esclusione degli ebrei dalla scuola è espressa in modi diversi: una mano lunga esce dal portone della scuola per allontanare il più possibile; una testa sbuca da un angolo del foglio per gridare “vattene”; un mostro nero impedisce agli alunni di andare a scuola. Un piccolo in lacrime, su uno sfondo bianco, dinanzi ad un cartello che indica l’unica via di uscita: all’ “estero”. I bambini, mostrano di aver compreso pienamente il disprezzo che colpì gli ebrei e non lo accettano. Da dove viene tutto questo male? “Secondo me è sempre la rabbia che causa la discriminazione”, è la spiegazione di un gruppo di bambini che ha realizzato una composizione di articoli e foto dell’epoca al cui centro è posto un uomo dal volto truce.

Pannello 4 - Esclusione

Parole chiave: Liliana, Rachele, Piero, Sami, Settimia, Elio

Un nome, una storia. Sono molte le vicende che i bambini hanno conosciuto, attraverso video, audio e letture di testi. Alcune raccontate dai testimoni diretti: gli alunni del 1938. Attraverso le parole di questi anziani, hanno potuto ‘vedere’ l’esclusione: hanno così disegnato il non poter giocare con gli altri, il ghetto. La storia di Piero Terracina li ha particolarmente coinvolti, per questo ha un grande risalto ed è illustrata in tre parti, come in un fumetto.

Pannello 4 - Perché?

Parole chiave: è ingiusto, è assurdo, è sbagliato

Dalle illustrazioni emerge la domanda dei bambini, di ieri e di oggi, sul perché di tanta ingiustizia. Nei disegni chiedono insistentemente a se stessi, ai maestri, ai genitori: perché? Perché non posso andare a scuola? Un’ingiustizia che appare assurda e incomprensibile: “Non sappiamo perché ma per noi la scuola è chiusa” è scritto su un disegno che raffigura due condizioni opposte: il sole splende sui bambini che possono andare a scuola, mentre la pioggia cade sui bambini cui è impedito entrare. Una bambina tenta una risposta: “perché pensavano che la diversità era brutta”.

Pannello 5 - Separazione: che facciamo?

Parole chiave: amicizia, insieme, diversità, uguaglianza

Dove sono finiti i nostri compagni?” ci si chiede disegnando una classe nella quale alcuni banchi sono improvvisamente vuoti. Un quadretto riproduce una foto di classe dalla quale un alunno è stato strappato via. I bambini si indignano e simpatizzano con chi è debole e maltrattato: “li avrei portati via io, con tutti i parenti” è scritto su un disegno in cui un elicottero fa scendere una lunga scala per salvare i bambini ebrei. Ma si comincia a intuire che la separazione, il disprezzo, la discriminazione sono una minaccia sempre possibile: “se succede un’altra volta che facciamo?”, si chiede una bambina rom, “Stavolta toccherà a noi?”. Nel 1938, un disegno con sagome scure e senza colori mostra la tristezza della separazione, nel 2018, “l’amicizia unisce”, recita un grande cartello colorato e vivace, mentre sopra tante manine colorate è scritto “con l’amicizia fermiamo il razzismo”.

Nella medesima sala, in una zona con documenti d’epoca (copie di giornali, pagelle, quaderni, lettera di una insegnante), è possibile anche visionare interviste di testimoni diretti, filmati dell’Istituto Luce.

SECONDA SEZIONE

RESISTENZA CULTURALE

La mostra, che nella sua prima parte vuole essere luogo della memoria dell’esclusione, in questa seconda sezione rende conto delle strategie di resistenza culturale e umana che la comunità ebraica seppe mettere in atto.

Su alcuni pannelli sono trascritte le testimonianze di chi ha subito le leggi razziali: le loro parole spiegano con semplicità e chiarezza il riscatto che ha significato frequentare la scuola ebraica: “l’apertura delle scuole rappresentava la resistenza pacifica della Comunità ebraica alla profonda ingiustizia della persecuzione antisemita”, afferma Angelo Piperno. La cultura può essere un elemento decisivo per resistere all’ingiustizia, per resistere alla diffusione di una mentalità razzista e discriminatoria: “Conoscersi reciprocamente, rispettarsi, avere considerazione dell’altro, anche se diverso, credo che sia un fattore molto, molto importante anche oggi”, spiega Fulvia Levi.

Era un mondo che crollava, però allo stesso tempo era un nuovo mondo che nasceva” testimonia Piero Terracina. La resistenza culturale messa in atto dalla comunità ebraica fu, come è raffigurato in un disegno, il passaggio “da tristezza in felicità”. “La risposta all’esclusione è continuare a studiare” e quindi si immagina - e si raffigura- la grande gioia dei piccoli ebrei di poter riprendere a frequentare una scuola.

TERZA SEZIONE.

ESCLUSIONE/INCLUSIONE OGGI

Conclude l’esposizione una sezione dedicata sia ai fenomeni di esclusione che, ancora oggi, i bambini subiscono o vedono, sia alla necessità dell’inclusione. Essere amici di tutti è il primo modo per non escludere: i bambini lo sperimentano nella scuola pubblica che oggi accoglie tutti.

Nel pannello “l’esclusione ancora oggi” i bambini mostrano che, ancora oggi, bisogna resistere ad una mentalità che esclude l’altro. Sono tanti gli episodi di emarginazione o di esclusione raccontati dai bambini. Alcuni eventi con connotazioni razziste o con l’uso della violenza.

Ma “se studio potrò rispondere con le parole”: è l'osservazione di un bambino che dà il titolo a uno dei pannelli. Studiare, conoscere, aiuta a comprendere l’altro e a trovare le parole per affrontare la realtà anche quando è difficile. E un disegno raffigura un maestro che spiega ai suoi alunni: “tra le persone non esiste la razza”. Lo ha capito Vittoria che scrive: “Sono contro le leggi razziali perché fanno male ai nostri cuori”.

Conoscere queste storie lontane nel tempo, immedesimarsi e riflettere, ha condotto i bambini delle odierne periferie a solidarizzare con quel dolore antico e con quello di oggi. Di fronte all’esclusione, non si può restare indifferenti. Si deve scegliere. Un disegno mostra il foglio diviso nettamente in due parti: giusto e sbagliato: di là, uno che esclude; di qua, uno che accoglie.

La scuola è il primo luogo dove i bambini possono compiere una scelta di inclusione: “la diversità è una cosa positiva perché ognuno può essere quello che è”. La scuola in cui tutti sono accolti è un ambito decisivo e diviene allora, nei disegni dei bambini, un luogo dove il sole splende, attraversato da arcobaleni coloratissimi.

Infine alcuni bambini descrivono la loro esperienza nella Scuola della Pace dove hanno potuto sperimentare che la cosa più importante “per me è amicizia”. “La Scuola della Pace ci insegna a conoscere gli altri e a non avere paura degli altri”. Nei disegni sulla Scuola della Pace i bambini raffigurati sono di tanti colori, tutti diversi e si abbracciano perché, come scrive una bambina dentro siamo tutti uguali, è solo fuori che siamo diversi!”.

Una serie di installazioni e opere collettive sono collocate al termine dell’itinerario.

 

 

SCHEDA INFO

Titolo mostra Prendi la tua cartella e vattene da scuola. Le leggi razziali del 1938 commentate dai bambini della periferia di Roma

Dove Museo di Roma in Trastevere,

Piazza S. Egidio 1/B

Quando 9 – 25 novembre 2018

Inaugurazione 8 novembre 2018 ore 17.30

Orari Da martedì a domenica ore 10.00 - 20.00;

la biglietteria chiude alle ore 19.00;

24 e 31 dicembre ore 10.00 – 14.00.

Chiuso lunedì, 25 dicembre e 1 gennaio

Biglietteria Tariffe non residenti:

Intero: € 6,00 Ridotto: € 5,00

Tariffe residenti:

Intero: € 5,00 Ridotto: € 4,00

Acquistando la MIC Card, al costo di € 5,00, ingresso illimitato per 12 mesi.

Gratuito per le categorie previste dalla tariffazione vigente.

Salvo integrazione se presente altra mostra.

Promotori Roma Capitale - Assessorato alla Crescita culturale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali

Comunità di Sant’Egidio

In collaborazione con Comunità Ebraica di Roma

Organizzazione e Scuole della Pace di Roma

Comunicazione

Media Partner Mostra www.santegidio.org

SPONSOR SISTEMA

MUSEI IN COMUNE

Con il contributo tecnico di Ferrovie dello Stato Italiane

Media Partner Il Messaggero

Servizi museali Zètema Progetto Cultura

Info mostra Tel. 060608 (tutti i giorni ore 9.00 – 19.00) www.museodiromaintrastevere.it, www.museiincomune.it, www.zetema.it

 

Testi e immagini da Ufficio Stampa Zètema - Progetto Cultura, Ufficio Comunicazione della Comunità di Sant’Egidio


Roma: giornata di studio "1938 - 2018. La vergogna della razza"

1938 - 2018

La vergogna della razza

Memoria e rimozione

Un incontro alla Casa della Memoria e della Storia

per ricordare il drammatico periodo storico dalle leggi razziali alla Shoah

 

L’appuntamento ad ingresso libero di martedì 30 ottobre alle 17.00 alla Casa della Memoria e della Storia è una rievocazione corale della campagna antiebraica che  ha raggiunto, ottant'anni fa, il suo apice a partire dall'estate del 1938.

Un’iniziativa e giornata di studio voluta fortemente dalle Associazioni della Casa della Memoria e della Storia che hanno invitato storici, giornalisti, e testimoni per  raccontare insieme la vergogna della razza, tra memoria e rimozione

Sarà un'ampia narrazione, dalle leggi razziali alla Shoàh; dal racconto delle disposizioni antiebraiche alla netta affermazione della scienza che le razze umane non esistono, dalle memorie di chi dalla scuola era stato bruscamente allontanato alle testimonianze.

Testimonianze che riportano alla memoria ricordi dolorosi: il censimento dell'agosto del 1938 rivolto esclusivamente alla minoranza ebraica, che nonostante venisse rappresentata come un grave pericolo rappresentava solo l'1 per mille della popolazione; le coppie miste alle quali le leggi razziali impedivano di sposarsi, creando difficili situazioni per i figli che si sarebbero protratte nel tempo; la spinta all'emigrazione in modo da allontanarsi dal luogo di nascita diventato poco a poco ostile; i diari che permettono di approfondire l'ansia per un presente oscuro, le difficoltà del presente, la speranza di un futuro più sereno.  

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“...ma poi, che cos’è un nome?” Una mostra racconta il censimento degli ebrei a Milano nel 1938

Milano è Memoria

“...ma poi, che cos’è un nome?”, una mostra racconta il censimento degli ebrei a Milano nel 1938

In Triennale fino al 18 novembre. Cocco: “Un’importante testimonianza storica a disposizione di tutti grazie alla digitalizzazione”

Milano, 23 ottobre 2018 – In occasione dell’80esimo anniversario delle Leggi antiebraiche, è stata inaugurata oggi alla Triennale di Milano la mostra “…ma poi, che cos’è un nome?” dedicata al censimento degli ebrei a Milano nell’agosto 1938.

Realizzata nell’ambito delle iniziative di “Milano è Memoria” del Comune di Milano, la mostra è promossa da Comune di Milano – Assessorato alla Trasformazione digitale e Servizi civici e realizzata da Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea CDEC in collaborazione con Università degli Studi di Milano e Fondazione Memoriale della Shoah di Milano e grazie a Easynet, che ha fornito i dispositivi informatici.

Allestita nell’atrio centrale del Palazzo della Triennale in forma di una monumentale installazione, la mostra racconta in modo originale le 10.591 biografie delle persone censite a Milano il 22 agosto 1938, private poi dei loro diritti di cittadini con i provvedimenti antiebraici del 17 novembre 1938. I “Provvedimenti per la difesa della razza italiana”, infatti, misero gli ebrei al bando dalla vita pubblica del Paese imponendo il loro allontanamento dai posti di lavoro, dalle scuole, da qualsiasi ente, associazione o circolo, pubblico o privato, culturale o ricreativo e l’annullamento di ogni diritto acquisito fino alla cancellazione delle identità.

L’esposizione è stata inaugurata oggi dall’assessore alla Trasformazione digitale e Servizi civici Roberta Cocco, insieme alla senatrice a vita Liliana Segre, il presidente di Triennale Stefano Boeri, il presidente di Fondazione CDEC Giorgio Sacerdoti e il prorettore dell’Università statale di Milano, Marilisa D’Amico.

“Questa mostra è il risultato di un lavoro storico eccellente – ha commentato l’assessore alla Trasformazione digitale e Servizi civici Roberta Cocco – che ha visto la stretta collaborazione tra la Cittadella degli Archivi e il Dipartimento di Storia dell’Università Statale, ma è anche la dimostrazione di come la tecnologia possa aiutarci oggi a comprendere e interpretare i grandi eventi del passato. Grazie all’importante processo di digitalizzazione compiuto sui documenti del censimento, potremo preservare queste importanti testimonianze dall’usura del tempo”.

“La Fondazione CDEC, come principale istituto ebraico milanese e nazionale per la storia della Shoah in Italia è stato uno dei promotori di questa mostra – ha dichiarato il direttore di Fondazione CDEC, Gadi Luzzatto Voghera –. Si tratta per noi di un evento importante per la ricorrenza, l’80esimo anniversario dell’emanazione delle leggi che colpirono gli ebrei di tutta Italia, e perché ospitato in un luogo, centrale per la vita culturale della nostra città, quale è la Triennale. Il fatto che la mostra sia stata realizzata in collaborazione con l’Università degli Studi e con il Comune di Milano - sia come Cittadella degli Archivi, sia come ‘Milano è Memoria’ - amplifica ulteriormente il valore di questo evento. Come Fondazione CDEC siamo lieti che da questa occasione sia nata la possibilità di condividere le informazioni sul censimento, ampliare il patrimonio di conoscenza sulla persecuzione degli ebrei a Milano e così avviare nuovi filoni di ricerca e studio”.

La mostra nasce dalla ricerca dello storico Emanuele Edallo del Dipartimento di Studi storici dell’Università degli Studi di Milano e dalla collaborazione con Laura Brazzo e Daniela Scala dell’Archivio della Fondazione CDEC.

La documentazione sul censimento, su cui si è basata la ricerca storica e ora la mostra, è stata rinvenuta nel 2007 nei depositi del Comune di Milano ed è conservata oggi presso la Cittadella degli Archivi.

Gli esiti della ricerca vengono resi pubblici per la prima volta con questa mostra permettendo di ricostruire, come in una mappa, la fisionomia dell’ebraismo milanese del 1938: i nomi, le provenienze, le professioni. Con le informazioni provenienti dalla decennale ricerca della Fondazione CDEC sulle vittime della Shoah in Italia, è stato possibile ricostruire anche il destino di queste persone dopo l’8 settembre 1943: chi fu arrestato e deportato e chi invece riuscì a salvarsi.

La narrazione visuale delle oltre diecimila micro-illustrazioni biografiche costituisce l’anima della mostra ed è opera della graphic designer Giorgia Lupi e del suo studio Accurat di Milano. Con questa opera vengono restituiti i dettagli della ricerca storica in una rappresentazione d’insieme di forte impatto visivo ed emotivo che s’integra alla struttura allestitiva progettata dagli architetti Annalisa de Curtis e Guido Morpurgo dello studio Morpurgo de Curtis ArchitettiAssociati, che riproduce l’effetto della “cesura” nelle vite come nella storia.

All’interno della mostra è possibile consultare l’applicazione digitale realizzata dall’Unità SIT Centrale e Toponomastica del Comune di Milano che permette la navigazione e la ricerca dei dati essenziali del censimento sulla mappa della Milano del 1938.

I documenti dell’archivio del censimento sono proposti in formato digitale mentre alcuni significativi esemplari sono esposti in originale. Il supporto digitale è utilizzato anche per presentare una galleria di ritratti fotografici provenienti dall’archivio CDEC, accompagnati da brevi profili biografici.

La mostra rimarrà aperta al pubblico sino al 18 novembre 2018. Ingresso libero.

Come da Comune di Milano.


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