The Irishman Martin Scorsese

The Irishman, Netflix e l’ultimo grande giro di giostra di Martin Scorsese

Gli Artisti (almeno è così per i grandi) solitamente fanno ciò che nessuno si aspetta, ma con il proprio inconfondibile stile e in questo Martin Scorsese non è di certo da meno. Il 27 novembre arriverà su Netflix (cui è stata affidata produzione e distribuzione) il nuovo e (forse) ultimo film del regista italoamericano classe ’42. Per l’occasione, Scorsese ha raccolto attorno a sé due degli attori più iconici della sua generazione: i settanteseienni Robert De Niro e Joe Pesci e, per la prima volta anche Al Pacino (79). The Irishman (sempre che ce ne fosse ancora bisogno) sancisce in via definitiva il primato di Scorsese nella cinematografia gangster americana. Perché The Irishman è il più classico dei gangster movie, ma è anche molto di più.

Attraverso gli occhi e la voce dell’ormai anziano sicario della mala italiana (ma di origini irlandesi, appunto) Frank Sheeran (De Niro), ripercorriamo 30 anni di storia americana (dalla metà degli anni ’50 al post-Nixon) narrati dal punto di vista della mafia, incarnata qui dai boss di Philadelphia Russell Bufalino (Pesci) e Angelo Bruno (Harvey Keitel). Tra omicidi e violenze, la storia personale di Frank e Russell si intreccerà con quella del sindacalista americano Jimmy Hoffa (Pacino), grande oppositore di John F. Kennedy e definito da suo fratello Robert «l’uomo più potente d’America dopo il Presidente». Il film si ispira a fatti realmente accaduti e raccontati (o meglio ‘confessati’) proprio da Frank Sheeran a Charles Brandt, autore poi di The Irishman, uno dei grandi classici della letteratura americana sulla mafia (in Italia edito da Fazi).

Per realizzare il film, Scorsese ha fatto ricorso a innovative tecniche digitali messe a punto dalla Industrial Lights & Magic, che gli hanno consentito di “ringiovanire” i tre protagonisti del film, senza dover ricorrere ad attori più giovani. A onor del vero, quello che ne è venuto fuori è un po’ l’effetto straniante che si prova a guardare certi vecchi film western anni ’40 in cui degli attori ormai attempati interpretavano il ruolo di personaggi con un’età nettamente inferiore alla propria. E questo se vogliamo è l’unico difetto (forse, ma necessario) di un film pressocché perfetto. Martin Scorsese sale in cattedra con quello che può essere considerato, anche alla luce della durata monstre di 209 minuti, il “suo” C’era una volta in America.

Chi, prima dell’uscita nelle (poche) sale, poteva pensare, leggendo tutti quei nomi di attori ottantenni, ad un’operazione nostalgia (come se ne vedono fin troppe ad Hollywood da oltre 10 anni a questa parte) si sbagliava di grosso. The Irishman non è un film ‘testamento’ come qualcuno ha detto, ma è summa ed epitome insieme della cinematografia di una delle più grandi firme della settima arte. The Irishman è un’epopea gangster, ma è anche l’epopea di una Nazione: è sì un film sulla mafia, ma a ben guardare è soprattutto un film sulla società e sulla cultura americana e non solo delle sue minoranze. È un film sulla politica e sui politici americani, sui loro legami con la mafia e su come questa ha influenzato la politica interna ed estera del Paese (ombre inquietanti vengono gettate ad esempio sulla Presidenza Kennedy e sulla crisi cubana). Ma The Irishman è anche un film sull’amicizia, sui rapporti tra un padre e le sue figlie. È un film sul tradimento, sulla fede in Dio e la devozione verso un ‘credo’ a cui affidarsi ciecamente, quale può essere l’ideologia mafiosa. È un film sul rimorso e sul rimpianto, quindi sulla vecchiaia, sul tempo che passa inesorabilmente e che ci porta a fare i conti con tutti i nostri non-detti, con tutti i nostri fantasmi. The Irishman, pertanto, è un film sulla vita, nel suo senso più totale.

Per realizzare un film così monumentale dal punto di vista tecnico (il budget iniziale di 100 milioni è lievitato fino a 140 a causa degli effetti speciali) e con così tanti piani di lettura, è chiaro il perché della scelta di Scorsese di fare affidamento su dei veri cavalli di razza della recitazione, o meglio sui “suoi” cavalli di razza. D’altronde è con il duo Robert De Niro-Joe Pesci che Scorsese ha firmato molte delle sue pietre miliari (Quei bravi ragazzi, Toro Scatenato, Casinò). La chimica e il loro affiatamento sono rimasti immutati col tempo (si pensi alle scene in cui recitano in italiano). Quella di Joe Pesci è forse una delle migliori performance di tutta la carriera; Robert De Niro glaciale e poliedricamente mono-espressivo interpreta un ruolo che semplicemente gli è cucito addosso. Alcune delle scene migliori di tutto il film sono quelle in cui De Niro recita con Al Pacino. I due mostrano quella grandissima sintonia che solo i grandi possono avere (pur avendo lavorato insieme solo in Heat – La Sfida di Michal Mann, per pochi minuti, e nel non indimenticabile Sfida senza regole del 2008 per la regia di Jon Avnet).

A livello narratologico, la pellicola è pura accademia del cinema. In 3 ore e 40 di film, nessuna pausa, nessun punto morto, il tutto con dialoghi da antologia. La macchina da presa di Scorsese si muove decisa ed elegante. Un’accurata selezione di celebri pezzi R&B e rock anni ’50 e ’60 (tra cui spicca come tema ricorrente la fantastica In the Still of the Night dei Five Satins) sembra fare da colonna sonora non solo al film, ma in definitiva alla storia americana. Tuttavia il tono della pellicola non è mai nostalgico, bensì malinconico, come nei grandi classici dell’ultimo John Ford. Non c’è nessuna eroizzazione della malavita, nessuna glorificazione, nessuna descrizione di ascese vertiginose e rovinose cadute, niente fiumi di cocaina, sesso, ma solo il fluire del tempo.

The Irishman Martin Scorsese
THE IRISHMAN (2019)
Ray Ramano (Bill Bufalino) Al Pacino (Jimmy Hoffa) e Robert De Niro (Frank Sheeran)

The Irishman è destinato a diventare un classico della cinematografia americana, ma nel frattempo è già passato alla storia per le vicissitudini legate alla sua produzione. Nessuna major americana, infatti, ha voluto sposare il progetto di un film di quasi 4 ore con tre ultrasettantenni protagonisti (la Paramount se n’è chiamata fuori molto presto). Ci ha dovuto pensare una piattaforma streaming, ossia Netflix (rinomata più per la qualità delle sue serie TV, che dei suoi film, spesso abbastanza scadenti). Il film ha avuto anche diversi problemi legati alla distribuzione. In America come in Europa, poche sale hanno voluto proiettare una pellicola ritenuta troppo lunga (!?). Il paradosso di vedere un film di questa qualità ‘respinto’ dalle sale (spesso deserte, vien da chiedersi se per colpa di Internet o per l’assenza di ‘veri’ film-da-andare-a-vedere-a-cinema) è reso ancora più acuto da una singolare modalità di distribuzione ̶ e se vogliamo di promozione ̶ ideata proprio da Netflix che ha portato il film al Belasco Theatre di Broadway a New York: un mese di proiezioni (1 Novembre-1 Dicembre), biglietto a 15$ (prezzo da teatro di Broadway, appunto), memorabilia e gadget a tema acquistabili all’ingresso. Pare che stiano andando a ruba soprattutto le matinée del sabato. Il cinema come evento o meglio come “experience”. Certo, gli americani sono campioni del mondo nell’entertainment e Broadway fa storia a sé, ma che, con l’avvento di Internet e delle piattaforme streaming, possa essere questo il futuro del cinema? Ossia un ritorno nei teatri, laddove tutto è iniziato, con il muto e le orchestre, oltre cento anni fa? Chi vivrà, vedrà. Per ora godiamoci l’ultimo capolavoro del Maestro (possibilmente su uno schermo bello grande e rigorosamente in lingua originale).

The Irishman Martin Scorsese
THE IRISHMAN (2019)
Joe Pesci (Russell Bufalino), Robert De Niro (Frank Sheeran)

Joker Joaquin Phoenix

Joker: solito film di supereroi oppure no?

Joker: solito film di supereroi oppure no?

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Il genere cinecomic, nato qualche decennio fa, ha beneficiato negli ultimi tempi di una serie di congiunture socio-economiche che hanno provocato una crescita abnorme dell'industria a esso collegata: ogni anno sono prodotti decine di film tratti da fumetti il cui successo, annunciato in partenza, si rivela quasi sempre oltre le aspettative; gli incassi da capogiro sono incrementati da home-video e merchandising, e spesso i sequel vengono annunciati quando il film precedente è ancora in sala. Da film “per bambini” o al massimo per adolescenti, si è passati in breve a dar loro dignità pari a quella di pellicole ben più blasonate: Black Panther, ispirato a un eroe minore della Marvel, nel 2018 è stato candidato agli Oscar come miglior film accanto alle opere di Spike Lee e Alfonso Cuaròn. In un contesto simile mancava effettivamente un film in grado di sdoganare definitivamente il genere: l'onore e l'onere di questo compito sono toccati a Joker.

Uscito nei cinema il 3 ottobre, il film di Todd Phillips, interpretato da Joaquin Phoenix e ispirato alla più iconica nemesi di Batman è stato presentato all'ultimo Festival del Cinema di Venezia, dove ha vinto la Palma d'Oro per il miglior film; salutato dalla critica e dal pubblico come un vero e proprio capolavoro, Joker è stato in grado di ammantarsi rapidamente di un'aura da film cult, per certi versi maledetto: è notizia di pochi giorni fa il divieto, importato dagli USA, di andarlo a vedere muniti di maschere e/o armi giocattolo, in riferimento (con un certo dubbio gusto) ai tragici fatti del 2012, quando un pazzo vestito da Joker irruppe in una sala cinematografica alla prima di Batman - il Cavaliere Oscuro compiendo una strage. Con premesse di questo stampo ci si chiede quanto l'ambiguo entusiasmo per quest'opera sia giustificato.

Il film narra la tragedia personale di Arthur Fleck, miserabile omiciattolo affetto da una patologia neurologica che lo porta a emettere una risata incontrollata in contesti non adeguati; l'uomo tenta la carriera di comico, ma in una città come Gotham City, dove il disordine è la regola e i confini tra gli strati sociali sono netti e invalicabili, una persona come lui è destinata al continuo fallimento. Saranno proprio le vessazioni a cui è costantemente sottoposto, nonché un crescendo di eventi tragici e violenti, a fargli perdere il poco di senno a sua disposizione e a portarlo a indossare la maschera (pardon, il trucco) del Joker che tutti conosciamo.

A testimoniare quanto questo film sia diverso dai vari Avengers, Spider-Man e affini basterebbero i commenti delusi dei teenager a fine proiezione, i quali si aspettavano forse un prodotto usa e getta a base di effetti speciali, inquadrature ardite, battute enfatiche e armature scintillanti: nulla di tutto questo è presente in Joker, che invece è una storia estremamente adulta, drammatica e complessa che addirittura richiede una notevole partecipazione empatica e intellettiva da parte dello spettatore.

Joker Joaquin Phoenix
Joaquin Phoenix al Festival internazionale del cinema di Berlino del 2018. Foto di Diana Ringo, CC BY-SA 4.0

Joaquin Phoenix impersona magistralmente un uomo corrotto nello spirito e nel corpo, reso esausto da una vita squallida e inconcludente: subisce senza batter ciglio la violenza, parla con sé stesso, danza dopo aver commesso i crimini nei quali gradualmente troverà riscatto. Per mezzo di una regia che mette ossessivamente al centro dell'attenzione il protagonista e il suo punto di vista, si assiste a un'evoluzione lenta ma inesorabile, resa particolarmente evidente da trucco e fotografia che enfatizzano i tratti grotteschi di Fleck fino alla definitiva trasformazione. Il Joker di Phoenix molto deve, in termini di interpretazione, a quello di Jack Nicholson (apertamente citato in più di una scena) e a quello del compianto Heath Ledger; quasi del tutto assenti, oseremmo dire per fortuna, i riferimenti alla versione metal-punk di Jared Leto nell'evitabile Suicide Squad. La Gotham City di Joker, vero e proprio campo da gioco e di battaglia del personaggio, è una metropoli degli anni '70-'80 lurida e buia, le cui strade sono sovraffollate e le case corrose e decadenti come la gente che vi cammina: impossibile non vedere in questo un paradigma, con le dovute esagerazioni, dei contrasti sociologici dei nostri tempi.

La parabola discendente di Arthur Fleck ricorda per certi versi lo psicodramma Requiem for a dream di Darren Aronofski: come nel film del 2000, anche qui è presente una costante sovrapposizione di follia e realtà tesa a disorientare lo spettatore. Per atmosfere e taglio registico, invece, il film è il compendio di un certo tipo di cinematografia in voga trenta o quaranta anni fa, che trova tra i suoi maggiori esponenti Martin Scorsese, il quale non a caso figura come produttore; la fedeltà a questi stilemi, tuttavia, risulta essere uno dei punti deboli della pellicola.

Joker Joaquin Phoenix
Joaquin Phoenix in Joker. Foto Copyright Warner Bros.

Joker è infatti un film smaccatamente citazionista, nel quale praticamente ogni scena è un omaggio ad altre opere: i più rodati cinefili non faticheranno a trovare chiare reminiscenze di Taxi Driver o Shutter Island, ed è particolarmente evidente come Robert De Niro, forse l'unica altra star di questo film, interpreti sé stesso nel suo ruolo in Re per una notte. E questo solo per rimanere nell'ambito delle citazioni a Scorsese: non mancano riferimenti a Tim Burton o ad altri registi che si sono cimentati con l'universo di Batman, in un susseguirsi di richiami che sfiorano il calco vero e proprio. In un contesto del genere, Joker fatica a trovare una propria dimensione, e il tocco personale di Phillips quasi viene fagocitato dalla necessità di portare rispetto a cotanti archetipi.

La mancanza di coraggio è in effetti un'altra pecca di Joker: senza guastare troppo la festa, diremo che questo film avrebbe potuto rappresentare una ghiotta occasione per affrancarsi completamente dall'universo di Batman e forse addirittura dall'intero dal genere cinecomic, ma a conti fatti Phillips preferisce non uscire dalla propria comfort zone per rimanere forzatamente confinato tra le righe di quello che alla fine resta un blockbuster. Violenza, emozioni e pathos, che pure dovrebbero essere i pilastri di un film con questi toni, restano più che altro suggestioni, troppo standardizzati per risultare anche vagamente credibili. A questo, purtroppo, contribuisce un cast che per lo più si limita a fare bene i propri compiti e svanisce di fronte alla performance di Phoenix: lo stesso De Niro, a confronto, risulta poco in parte.

Di conseguenza, e questo è il principale difetto di Joker, il film fallisce nel trovare una sua identità: dallo psicodramma che vorrebbe essere, la storia vira decisamente verso un thriller drammatico, nel quale ciò che dovrebbe lasciare lo spettatore in dubbio anche dopo il finale è invece mostrato in maniera quasi del tutto palese. A far storcere ancora di più il naso sono poi alcuni notevoli buchi di sceneggiatura, per colpa dei quali alla fine numerosi conti, nell'ambito della macrotrama, non tornano come dovrebbero.

In definitiva, Joker scorre piacevolmente, induce a riflettere e presenta perfino dei lampi di genialità, che tuttavia non arrivano a farlo risplendere come un capolavoro: perché un film sia tale occorre il coraggio, la capacità di osare e stravolgere completamente i canoni del genere; Joker, semmai, ha il grande pregio di portare detti canoni a un nuovo livello tutto da esplorare, ma a parte questo rimane un film ben fatto, confezionato con cura e con un protagonista capace di catalizzare l'attenzione.

Joker
Locandina di Joker, Copyright Warner Bros.