Case Vuote Brenda Navarro

Vite di donne, mogli, madri. Case vuote di Brenda Navarro

Case vuote Brenda NavarroDue donne, due madri. Vite completamente diverse che si incrociano, che vengono inevitabilmente a contatto, che si scontrano senza neanche immaginarlo.
Di queste due donne non conosciamo i nomi, ma sappiamo tante cose. Ad esempio, sappiamo che una di loro non vede l’ora di diventare una madre, desidera una figlia dal suo violento compagno più di ogni altra cosa al mondo. Ha faticato, ha lavorato con tutte le sue forze per costruire la sua casa, una casa degna di tale nome e che vorrebbe condividere con la sua famiglia: “perché se quello che volevo era una famiglia, ero disposta a mettercela tutta, a costo di buttare il sangue”.
Spera che una figlia possa cambiarle la vita e riavvicinarla al compagno, renderlo meno violento e più presente. Ma una figlia non arriva proprio. Questa donna è temeraria, è abituata a lottare contro un compagno che non la tiene così in considerazione e che non perde occasione di farle del male per poi andarsene e lasciarla da sola tra quelle quattro mura. Decide così, di andare al parco, in una piovosa mattina messicana. Apre l’ombrello rosso in pochi secondi, la sua esistenza si lega indissolubilmente a quella di Daniel e sua madre.

La madre di Daniel, quel giorno al parco, è distratta. Guarda il cellulare perché Vladimir non le risponde più. È una donna sensibile, forse troppo: “perché mi è dato sentire cose che gli altri non sentono? Cos’è che li rende immuni? Per quale lancio di dadi è toccata loro una vita normale?” Lei non ha mai desiderato essere una madre, eppure le succede. Durante la gravidanza, vissuta per gran parte a Barcellona e non in Messico, chiede sempre rassicurazioni a Fran, il suo compagno e padre di Daniel, perché non si sente pronta a vivere quell’evento che cambia la vita ad una donna. Fran non perde occasione di rassicurarla. Lui è premuroso, al contrario del compagno che spesso riempie di botte l’altra donna che non riesce in alcun modo a realizzare il suo sogno di donare la vita per stravolgere la sua.
Fran e la sua compagna devono prendersi cura di Nagore, la figlia della sorella dell’uomo, uccisa per mano del marito. Un’altra donna senza nome, la vita di una madre che non potrà veder più crescere la sua bellissima figlia per volere dell’uomo più importante della sua vita.
In poco tempo, così, quella donna che non vuole diventare una madre, che si sente inadatta a rivestire quel difficilissimo ruolo, diviene madre di ben due figli, “ma il vero problema è che non sono mai diventata madre davvero. E mi è toccato pure continuare a vivere.”
Quando perde di vista Daniel, il figlio che tanto ha fatto fatica ad accettare, il suo mondo crolla. Si colpevolizza, perché se fosse stata più attenta il bambino non si sarebbe perso. Sarebbe rimasto a giocare tranquillo. Invece, per un attimo di distrazione per colpa di un uomo che decide volontariamente di uscire dalla sua vita, perde il suo bambino, il suo bellissimo Daniel.
A nulla serve tornare ogni giorno in quel maledetto parco, a nulla servono le ricerche. La donna è costretta a vivere con quel profondo senso di colpa e non riesce a trovare pace.

Case vuote Brenda NavarroLe donne di Brenda Navarro soffrono ma continuano inesorabilmente a lottare, a non lasciarsi vincere da se stesse o dalla società che le vorrebbe in un certo modo.
I loro monologhi sono delle grida di dolore che urlano a gran voce i loro disagi.
L’autrice si fa portavoce, attraverso il suo libro, Case Vuote (titolo originale Casas vacías, Giulio Perrone Editore, 15 euro, 173 pagg.), di alcune importantissime problematiche che affliggono la società messicana e non solo: la violenza sulle donne ed il loro essere mogli e madri sole, non sostenute dai loro compagni o mariti.
Brenda Navarro è capace, inoltre, di trattare il tema della maternità in modo assolutamente originale, non convenzionale, mostrandoci i lati positivi dell’evento che cambia la vita di tantissime donne, ma anche e soprattutto i dubbi e le insicurezze che affliggono le donne durante uno dei periodi più importanti della loro vita.
Vale la pena citare la traduttrice, Carlotta Aulisio, in grado di restituire anche in italiano il linguaggio crudo ed immediato che rispecchia in tutto e per tutto il carattere delle due protagoniste.

La copertina del romanzo Case vuote di Brenda Navarro, pubblicato da Giulio Perrone Editore nella traduzione italiana di Carlotta Aulisio

Ove non indicato diversamente, tutte le foto per questa recensione di Case vuote di Brenda Navarro sono di Marika Strano.


American Dirt: Jeanine Cummins, il suo sgradevole romanzo e la controversia sui migranti messicani

Allo scoccare della mezzanotte di capodanno 2020, Goodreads ha divulgato una lista contenente i titoli dei libri più attesi del nuovo anno. Il primo titolo, scintillante e grassettato, la faceva da padrone sulla pagina web, seguito dall’eloquente didascalia: American Dirt, “the book of the year”. Una definizione che probabilmente si deve al commento entusiasta di un’autorità come Stephen King, la cui frase di decisa approvazione troneggia in quarta di copertina.

Il tanto chiacchierato presunto libro dell’anno, American Dirt, per l’appunto, vergognosamente tradotto da Feltrinelli con il titoloIl sale della terra’ — privo di senso e connessioni con il romanzo — è l’oggetto di una controversia che va ben oltre la penosa traduzione italiana del suo titolo (e mi auguro solo di quello!).

Il romanzo racconta la storia di una donna messicana e di suo figlio che, perseguitati da un gruppo di narcotrafficanti che hanno già sterminato il resto della loro famiglia a causa di un articolo di denuncia scritto dal marito della protagonista, decidono di emigrare in USA. Una storia di migrazioni, dunque, e, di conseguenza, di vicissitudini e sofferenze, che hanno luogo per lo più tra Acapulco e la linea di confine con gli Stati Uniti. Il problema — sembrerebbe — di questo libro è che racconta la storia di due personaggi messicani, ma è stato scritto dall’americanissima e decisamente bianca Jeanine Cummins.

“Stop telling our stories” è la frase ricorrente che si legge sia sulla pagina di Goodreads del libro, sia fra i tweet di commento al post di Oprah Winfrey che, entusiasta del romanzo, lo ha inserito fra le letture del suo club. Semplificando un po’ la questione, Il Post, il 29 gennaio 2020 ha infatti intitolato un articolo così:  Bisogna essere messicani per scrivere un romanzo dal punto di vista di un migrante messicano?”.

Rispondo subito, prima che ci si impelaghi in lunghe disquisizioni sul senso e la natura della cosiddetta cultural appropriation: no, non bisogna essere messicani per scrivere un romanzo dal punto di vista di un migrante messicano. L’arte (e presumiamo che la letteratura appartenga a questa categoria) deve essere libera, la narrativa è finzione e può (anzi, spesso deve) fondarsi sulla ricerca e sulla sperimentazione. Per cui, con buona pace di chi si sente usurpato della prerogativa di raccontare un certo tipo di storia, Jeanine Cummins aveva tutto il diritto di scrivere di quello che voleva. Qualunque scrittore, in realtà, ha il diritto di scrivere di ciò che gli pare. Ma ha il sacrosanto dovere — e a questo dovere Cummins, ahimè, non sfugge — di farlo bene. Di documentarsi, di non scrivere idiozie, banalità e schifezze melense, di non banalizzare, offendere, e soprattutto di non distorcere e fuorviare. È per questo motivo principalmente che American Dirt non è, non può e non deve essere il libro dell’anno: l’intento, pur nobile, di scrivere una storia che empatizzi con chi soffre emigrando, crolla drammaticamente di fronte alla quantità di cliché, storture e inesattezze che il romanzo contiene.

Il libro è infarcito di luoghi comuni di ogni tipo, che, se pur involontariamente, finiscono per far sembrare l’autrice un tantino razzista. Perché si è concentrata, verrebbe da chiedersi, solo sulla parte messicana di questo viaggio della speranza? Perché non ha parlato invece di quanto avviene al confine, dei bambini separati dai genitori e trattenuti in campi di detenzioni per minori — l’ormai chiacchieratissimo aberrante stratagemma statunitense finalizzato a fare da deterrente per l’immigrazione — su cui forse una cittadina americana come Jeanine Cummins avrebbe potuto dire qualcosa di meno stereotipato di quanto sia stata in grado di fare per il racconto resto del viaggio, pieno di personaggi messicani cattivissimi e piuttosto monocordi? Perché invece, per rendere il tutto più originale, non ha approfondito la storia personale di ossessione morbosa del boss Javier per la protagonista? Se proprio si doveva cavalcare l’onda del dolore dei migranti, ormai esposto al mondo dai media, non lo si poteva fare in modo originale, personale e documentato? Il vago sentore di sciacallaggio mi ricorda un po’ il terribile Mare al mattino di Margaret Mazzantini, brevissimo e sfornato in fretta, a sfruttare atrocemente e banalmente il tema dell’immigrazione libica e dei morti in mare, divenuto caldo nel 2011. A scacciare quest’ombra da American Dirt, non sembra bastare la nota finale dell’autrice, che, in una sorta di excusatio non petita accusatio manifesta, ci racconta dei suoi 5 anni di ricerche e si giustifica per aver scritto di una materia in cui non è esattamente competente, accampando come scusa qualche antenato portoricano e il marito irlandese dal passaporto che poteva scadere da un momento all’altro. Le ricerche di cui parla nella nota, purtroppo, non sono state sufficienti alla realizzazione di un prodotto letterario credibile e convincente.

Estremamente disturbante, a mio avviso, è l’inserzione di parole in spagnolo nel bel mezzo dell’inglese: ad esempio, “tonight is dificíl” che significa? Chi parlerebbe mai in questo modo? L’esito finale di questo fastidioso espediente (se così lo possiamo chiamare)  è quello di ridurre lo spagnolo ad una lingua sussidiaria, quasi una lingua infantile, un repertorio di Lallwörter, che va bene usare giusto ogni tanto per sottolineare qualche parola carina, spaventosa o affettuosa (un po’ come dire “fai la nanna, tesoro, se dormi non ti farai la bua”).

Tutto questo è ancor più irritante perché il libro, nel suo insieme, non è poi mal scritto. A scanso di equivoci, è bene dichiararlo: senza dubbio American Dirt non sarà il libro dell’anno e probabilmente non passerà alla storia della letteratura, ma non è tout court un brutto libro. È scritto in un inglese più che decoroso (certo, con qualche ripetizione noiosa: quante volte ho dovuto leggere il verbo to duck!) e ha indubitabilmente un buon ritmo incalzante, motivo per cui non trovo difficile credere ad Oprah quando dice di non essere riuscita — come ha dichiarato su Twitter — a mettere giù il libro. Malgrado qualche innegabile falla nell’intreccio (com’è possibile che la protagonista talvolta sia così stupida? Perché i narcos non la trovano nonostante sappiano grosso modo dove si trova?), pagina dopo pagina, la storia si lascia leggere abbastanza bene. Il romanzo scorre veloce, e ad un certo punto sembra anche in qualche modo godibile, nonostante la caterva di inesattezze e il vago ma irritante elemento patriottico (si spera involontario!) per cui gli Stati Uniti paiono essere la panacea di tutti i mali.

Questo è, in effetti, probabilmente, il problema più grave di American Dirt: si fanno dei rapidi cenni alle deportazioni e alle famiglie separate, la protagonista ne è per un attimo spaventata, ma scaccia presto il pensiero dolente di queste prospettive agghiaccianti; il personaggio che queste tragedie le ha vissute in prima persona ne parla a cuor leggero, racconta la propria detenzione in breve e con distacco, pare non averne ricavato traumi. Poi, alla fine, quando i migranti sopravvissuti riescono ad arrivare in USA, tutto si risolve, i problemi più grossi sono ormai alle spalle, al nord (el norte, nel distorto ed irritante alternarsi di lingue) si vive molto meglio. L’ingenuità — e mi auguro non la mala fede o la propaganda — dietro questa idea è quanto meno imbarazzante, se pensiamo alla realtà dell’America di Trump.

Molti di questi problemi sono stati già abbondantemente ed efficacemente sottolineati da Miriam Gurba nella sua recensione al romanzo, in cui si parla anche della poca cura che l’autrice ha dedicato alla scelta delle espressioni spagnole, a quanto pare non esattamente conformi all’idioma messicano.

Infine, un problema cruciale, legato ad American Dirt, riguarda l’editoria, e forse qui Jeanine Cummins di colpe ne ha un po’ meno, se si eccettua quel “cavalcare l’onda” cui facevo cenno poco fa. Pubblicare American Dirt toglie davvero spazio alle vere voci messicane? Per rispondere, magari dovremmo distinguere la fiction dal report. È in quest’ultimo genere che gli autori messicani comprensibilmente riescono a dare il meglio (si veda, ad esempio, l’ottimo Lost Children Archive di Valeria Luiselli), ma è pur sempre vero che anche nella narrativa fittizia, una componente personale aiuta e arricchisce. E non c’è dubbio che romanzi non necessariamente autobiografici, scritti su un tema di questo tipo da autori messicani, produrrebbero senza dubbio risultati migliori.

Possiamo, dunque, sperare che la lunga controversia e il polverone mediatico che circondano il romanzo di Cummnins, allertino gli editori (che sia per soldi o per rinnovata sensibilità letteraria e umana) e favoriscano la pubblicazione di più romanzi di autori messicani. Quella di American Dirt — in definitiva un prodotto commerciale più che artistico — è senz’altro un’occasione sprecata, ma ci auguriamo almeno che grazie alla notevole esposizione meritatamente o immeritatamente ricevuta, possa portare buoni frutti e attirare l’attenzione su quanto di buono si può leggere nella letteratura messicana contemporanea!

American Dirt il sale della terra Jeanine Cummins
La copertina del romanzo Il sale della terra, edizione italiana di American Dirt di Jeanine Cummins

America Llosa

"Sogno e realtà dell'America Latina" di Vargas Llosa

Sogno e realtà dell'America Latina di Vargas Llosa

Mitologia e distopia di un continente

Il pamphlet Sogno e realtà dell'America Latina, del premio Nobel per la letteratura del 2010 Vargas Llosa, è una preziosa opportunità per riflettere sulle tematiche trasversali che incatenano tutt'oggi l'America Latina in una griglia di costruzioni stereotipate. A tale ragione non possiamo che rendere grazie alla casa editrice maceratese Liberilibri, che dimostra nuovamente la cura e l'importanza del proprio catalogo.

Come in un mio precedente contributo per ClassiCult sul mito di Eldorado, si ritorna ancora ad esplorare le cause innescate dalla nostra immaginazione e che proiettano nel continente sudamericano le ansie, le paure, le tradizioni folkloriche e il repertorio mitologico del cosiddetto Vecchio Mondo. Come avevo già sottolineato, questi comportamenti maturarono in seno alla letteratura odeporica e grazie alla florida circolazione di notizie e leggende che attecchirono facilmente sul suolo di Brasile, Messico e Caraibi; nacque così la prova tangibile dell'esistenza del famoso paese della Cuccagna, delle mirabili località dorate descritte da Marco Polo in Asia e del regno aureo del Prete Gianni.

In sintesi il medioevo europeo riversò tutto se stesso nelle Americhe, distorcendo l'architettura religiosa, etnica, sentimentale e storica dei popoli conquistati; il risultato non fu una forzata integrazione o ibridazione di vinti e vincitori, bensì l'accentuarsi di una cesura del “noi” e del “loro”. Segnò pure l'avvento di un sensazionalismo esotico che influenzò pesantemente l'immaginario della madre patria e tutte le classi sociali. Hidalgos, mercenari, gesuiti o membri di altri ordini religiosi, semplici contadini o borghesi benestanti accorsero a colonizzare le nuove ricche terre di Eldorado.

Mario Vargas Llosa, dettaglio dalla foto di power axle, XIII Prix Diálogo - Ceremonia de entrega

Vargas Llosa parte da questo assunto e lo sviluppa con la sua solita intelligenza in senso verticale, smascherando la dura realtà che avvolge pesantemente il suo continente d'origine. La sua trattazione, com'è giusto che sia, inizia dalle antiche cronicas dei numerosi compilatori (degli ordini religiosi e non) che accompagnarono condottieri e vice-regnanti nelle Indie americane. Costoro, come ho accennato sopra, si lasciarono sedurre dai racconti favolosi di quelle terre misteriose e spesso la realtà storica venne messa in secondo piano. “La finzione, l'amore per le cose rare e peregrine, predominano sul gusto del reale e del comune” (p. 4); così affermò lo storico peruviano Raùl Porras Barrenechea, riferendosi proprio a queste tendenze immaginifiche che alimentarono il proliferare di scritti macchiettistici sulle Indie.

Llosa procede nell'analisi, valendosi del rinomato scritto del professor Irving A. Leonard: Los libros del conquistador. In questo passaggio è ancora più netta la sovrascrittura tra il mondo reale e quello letterario, poiché l'Europa ammantò di amor “cavalleresco” quelle terre esotiche appena scoperte, paragonandole a quelle immaginarie, descritte nei pomposi romanzi cavallereschi tanto in voga nelle corti iberiche.

Gli uomini di Francisco de Orellana mentre costruiscono un piccolo brigantino, il San Pedro. Dipinto, immagine in pubblico dominio

A ragione di ciò basti portare alcuni esempi. La Foresta amazzonica e il Rio delle Amazzoni devono il loro nome alle donne guerriere del mito greco, che vennero spesso usate come antagoniste o come orpelli narrativi di fascinazione nei romanzi epici delle corti ispaniche. Il missionario domenicano fra' Gaspar de Carvajal e il conquistador Francisco de Orellana esplorarono le foreste amazzoniche e dichiararono proprio di aver visto delle donne bellicose con dei seni recisi: Erodoto non avrebbe saputo descriverlo meglio. Il topos mitologico ellenico, già al servizio dei romanzieri iberici e italiani, subì un pesante revival proprio agli antipodi della sua terra d'origine.

Fu il celebre romanzo Las sergas de Esplandián a inculcare negli avventurieri spagnoli il mito delle Amazzoni, ma non si limitò a questo. L'esploratore portoghese Juan Rodríguez Cabrillo, al servizio della Spagna e divoratore di romanzi cavallereschi (tra i quali proprio Las sergas de Esplandiàn), esplorò nel 1542 una "nuova" terra, alla quale diede il nome dell'isola in cui regnava la sovrana delle Amazzoni Calafia nel romanzo, ovvero California.

Nelle pagine successive, Vargas Llosa procede con meticolosità alla decostruzione delle cataratte ideologiche che promuovono biecamente la cecità intellettuale occidentale e anche latinoamericana. Tale processo parte dal libercolo di Régis Debray Rivoluzione nella rivoluzione? (1967) e dai movimenti politici della Cuba dei “barbudos” di Castro, dalla mancata idealizzazione di un autentico marxismo latinoamericano, non pallida emulazione di quello europeo. La mitologia cubana della rivoluzione di Castro si erge a monumento utopico e leggendario, noncurante delle reali contingenze storiche.

Con tali edulcorazioni, il continente latinoamericano subì una neonata distorsione contemporanea, da paradiso mitologico aureo e esotico divenne il continente perfetto nel quale potevano avverarsi le sperimentazioni politiche del socialismo e del marxismo europeo, sperimentazioni volte a soffocare in nuce parte dello spirito rivoluzionario originario di matrice latinoamericana. Così il continente subì un'evoluzione, o un'involuzione, una realtà distopica non tanto diversa dall'immaginifica mitologia dei conquistadores.

America Llosa Sogno e realtà dell'America Latina di Vargas Llosa
Copertina di Sogno e realtà dell'America Latina di Vargas Llosa, nell'edizione Liberilibri

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Apocalisse: la fantascienza latinoamericana

Apocalisse: la fantascienza latinoamericana

Nel mio personalissimo pellegrinaggio spirituale volto a scoprire l'editoria italiana, ho potuto apprezzare con molto entusiasmo il catalogo di Nova Delphi Libri, che si contraddistingue nel portare alla luce opere purtroppo snobbate da molti, ma non per questo meno importanti e preziose. Per questa ragione oggi voglio parlare di un agile volumetto, che raccoglie delle gemme della letteratura fantascientifica di matrice latinoamericana.

L'anno scorso lessi con sorpresa il libro di Roberto Bolaño, El espiritu de la ciencia-ficción, pubblicato nel 2018 da Adelphi. In quella occasione non entrai in contatto semplicemente con uno dei più grandi autori della letteratura mondiale, ma soprattutto con un appassionato lettore di fantascienza, un giovane Bolaño innamorato di Philip José Farmer e Ursula K. Le Guin.

Da quel momento mi domandai come la fantascienza si fosse impiantata in Argentina, Messico, Brasile e in altri Paesi dell'America Meridionale. A rispondere ci ha pensato l'antologia Apocalisse - Alle origini della fantascienza latinoamericana, tradotta e curata dalla professoressa Camilla Cattarulla e dal professor Giorgio de Marchis, entrambi docenti presso Roma Tre. Il volume presenta i seguenti racconti: La fine del mondo di Joaquim Manuel de Macedo, Demoni di Aluísio Azevedo, La pioggia di fuoco di Leopoldo Lugones, L'ultima guerra di Amado Nervo e Luna rossa di Roberto Arlt.

Descrivere nella loro compiutezza i racconti non è certo il compito di questo articolo, mi limito a segnalare che La pioggia di fuoco di Lugones è, dal mio punto di vista, il racconto più elegante e interessante (anche dal punto di vista narrativo). Invece credo sia più proficuo descrivere gli sviluppi del genere letterario nel continente latinoamericano. Secondo i curatori, e diversamente da Roberto de Sousa Causo, la fantascienza ebbe un'origine embrionale durante l'epoca coloniale, con un picco nel Messico del XVIII secolo. Tale forma letteraria auspicò a creare una cesura col proprio mondo e a sottolineò le profonde crisi sociali, economiche e religiose che colpirono la realtà sudamericana; il tutto non era promosso da uno slancio emotivo tipico del romanticismo europeo bensì era caratterizzato da profonde istanze ideologiche.

Viste le profonde motivazioni sociologiche la fantascienza argentina, messicana e brasiliana, seguì le lezioni della grande narrativa inglese, ovvero quella dei Gulliver's Travels; il risultato fu la genesi di storie utopiche e distopiche come è evidente nel racconto del frate Manuel Antonio de Rivas Sizigias y Cuadraturas Lunares (1773).
Dialogando con Alessandro Vanoli (storico, divulgatore e scrittore) durante la presentazione del volume L'ignoto davanti a noi. Sognare terre lontane (2017, Il Mulino) presso l'incontro organizzato dal sottoscritto e Pierpaolo Alfei per l'associazione culturale Riflessistorici di Macerata, riflettemmo sull'importanza dei viaggi e sul ruolo delle scoperte geografiche. Da questo dibattito venne fuori un'argomentazione interessante, ovvero che la fantascienza nacque (intendiamo generalmente) in concomitanza della fine delle grandi spedizioni scientifiche, antropologiche ed esplorative.

Immagine di GooKingSword da Pixabay 

Ovvero le mappe che usavano gli uomini erano complete, il passaggio a Nord-Ovest trovato, l'Amazzonia attraversata, le sorgenti del Nilo anche; perciò l'uomo occidentale, deluso dalla fine delle avventurose esplorazioni, iniziò ad indagare lo spazio profondo, a rendere la Luna (come in realtà fu) la nuova terra da raggiungere. La fantascienza nacque per alimentare ancora e ancora il bisogno di incontrare l'ignoto. Non è un caso quindi che una delle prime prove di narrativa SF (science fiction) argentina sia Viaje maravilloso del señor Nic-Nac (1875) di Eduardo Ladislao Holmbreg, il quale porta i suoi personaggi in contatto con extraterrestri.

Del resto il mondo latinoamericano è visto dagli occidentali-europei come un abnorme continente esotico, lussureggiante, primitivo, verde e del tutto lontano dalla civilizzazione. Ciò si riflette nella produzione di Herbert George Wells (come ne L'impero delle formiche) e nel Mondo Perduto di Arthur Conan Doyle, il quale descrive proprio un altopiano selvaggio e preistorico, popolato da un clan di ominidi e mostri del Pleistocene.

Tale visione primitivista del mondo amazzonico è ancora radicata nella nostra percezione contemporanea e tende a svuotare di contenuti sociologici e culturali una terra che difficilmente riesce ad agognare uno statuto di rispettabilità accademica e scientifica (anche per colpa di questa percezione). Il libro proposto da Nova Delphi perciò non si ferma ad essere uno strumento di divulgazione letteraria, ma si erge a meccanismo di comunicazione tra l'Occidente ignaro della meravigliosa produzione intellettuale latinoamericana e il continente colonizzato da spagnoli e portoghesi, che oggi deve essere riscoperto non solo come meta turistica.

Apocalisse - Alle origini della fantascienza latinoamericana
La copertina di Apocalisse - Alle origini della fantascienza
latinoamericana, a cura di Camilla Cattarulla e Giorgio de Marchis ed edito da Nova Delphi Libri

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Napoli World Press Photo Exhibition

Fa tappa a Napoli la World Press Photo Exhibition 2019

Arriva a Napoli, per il quarto anno consecutivo, la World Press Photo Exhibition, la mostra di fotogiornalismo più importante al mondo che quest’anno, dal 14 ottobre all’11 novembre 2019, è ospitata nell’atrio del Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Napoli World Press Photo ExhibitionLa mostra, che presenta i risultati della 62a edizione del concorso World Press Photo, ogni anno è esposta in oltre cento città di 45 paesi diversi. Quest’anno hanno partecipato al concorso 4.738 fotoreporter di 129 paesi che hanno presentato in tutto 78.801 scatti.

Nella tappa napoletana, organizzata da CIME in partnership con il MANN, sono presenti le 144 fotografie finaliste del World Press Photo scelte da una giuria internazionale di fotografi professionisti che hanno selezionato i primi tre classificati per le categorie: Storie d’attualità, Ambiente, Notizie generali, Progetti a lungo termine, Natura, Ritratti, Sport e Spot News sia nella sezione foto singole sia nella sezione reportage.

L’esposizione si apre con la foto vincitrice del premio World Press Photo of The Year 2019. La fotografia di John Moore (Agenzia Getty Image), intitolata Crying Girl on the Border, ritrae una bambina honduregna di circa due anni, Yanela, che piange disperatamente sul ciglio della strada mentre sua madre, Sandra Sanchez, viene perquisita da un agente della polizia di frontiera statunitense al confine con il Messico.

Novità di quest’anno è il premio World Press Photo Story of the Year che è stato assegnato al fotografo olandese Pieter Ten Hoopen, autore del progetto intitolato The Migrant Caravan. Si tratta di un foto-racconto, realizzato tra ottobre e novembre 2018, dedicato all’immigrazione e in particolare alla più grande carovana di migranti partita dall’Honduras e diretta negli Stati Uniti.

Napoli World Press Photo ExhibitionFra i premiati ci sono anche dei fotoreporter italiani: Marco Gualazzini, dell’agenzia Contrasto, con il reportage La crisi del lago Ciad  vincitore della sezione Ambiente, Lorenzo Tugnoli, dell’agenzia Contrasto, che ha presentato un reportage dal titolo La crisi in Yemen, primo classificato per la categoria Notizie generali sezione reportage e Luca Volpe, fotografo indipendente, che ha vinto il secondo premio della categoria Notizie generali sezione foto singola con Still Life Volcano.

La World Press Photo Exhibition è una manifestazione riconosciuta a livello mondiale per il suo alto valore culturale, sociale ed educativo, per questo la scelta del Museo Archeologico Nazionale di Napoli come sede espositiva appare particolarmente appropriata poiché riunisce nello stesso luogo gli scatti più rappresentativi del 2018 con le grandi opere dell’antichità classica, mostrando ai visitatori che la riflessione sull’attualità non può prescindere dalla conoscenza del passato. Infatti, la ciclicità degli eventi storici è dimostrata dal fatto che i grandi temi della guerra, della violenza, delle migrazioni, della bellezza, della solidarietà, delle sfide con la natura e dei popoli in cammino, protagonisti delle foto in mostra, sono gli stessi delle opere antiche custodite nel museo.

Napoli World Press Photo Exhibition

Tutte le foto della World Press Photo Exhibition al Museo Archeologico Nazionale di Napoli sono di Teresa Pergamo.


Restituzione agli Stati Uniti Messicani di 594 dipinti ex voto

Nella Sala della Crociera del Ministero per i beni e le attività culturali, il Ministro Alberto Bonisoli alla presenza del Comandante Generale dell’Arma dei CarabinieriGenerale di Corpo d’Armata Giovanni Nistri ha restituito alla Segretaria di Cultura degli Stati Uniti Messicani, Dottoressa Alejandra Frausto Guerrero, 594 dipinti ex voto databili tra il XVIII ed il XX secolo, illecitamente sottratti al patrimonio culturale messicano ed esportati illegalmente in Italia.

Dipinto olio su tela (XIX secolo) Chiesa della Senora de Villaseca

Il recupero è il frutto di un’indagine, finalizzata al contrasto del traffico illecito internazionale di beni culturali, condotta dal Nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale di Monza e scaturita da un controllo alla mostra “Dacci oggi il nostro pane quotidiano/tavolette votive dedicate al tema della Terra”, svoltasi a Milano.

Dipinto olio su tavola (XVIII secolo) Santuario Nuestra Senora de Guadalupe. Città del Messico

Le opere, che sono state asportate tra il 1960 ed il 1970 da vari luoghi di culto del Messico, sono state individuate e sequestrate, nel giugno del 2016, su disposizione della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano, in due musei, uno lombardo e l’altro piemontese, ove erano giunte a seguito di una donazione da parte di un noto collezionista milanese, nel frattempo deceduto.

Grazie all’esperienza dei Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, supportati dagli esperti del Ministero per i beni e le attività culturali, è stato possibile, sulla base dell’analisi iconografica e delle iscrizioni presenti, ricondurre i dipinti al Messico.

Dipinto olio su tavola (XIX secolo) Chiesa Senor de Masatepec

I successivi accertamenti, esperiti sul canale diplomatico, hanno permesso di acquisire, dall’Istituto Nazionale di Antropologia e Storia del Segretariato della Cultura messicana di Città del Messico, la conferma dell’appartenenza degli ex voto al patrimonio culturale del Paese centroamericano.

La cerimonia odierna, che segue quelle avvenute nel 2014 e nel 2016 in cui sono stati restituiti agli Stati Uniti Messicani parecchi reperti archeologici provenienti da scavi illegali, testimonia la proficua e consolidata collaborazione tra l’Italia e il Messico nella lotta al traffico illecito di beni culturali, ulteriormente qualificata dall’istituzione, nel marzo 2018, della “Unidad de Tutela del Patrimonio Cultural” della Divisione di Gendarmeria della Policía Federal de México.

Dipinto olio su tela (XIX secolo)
Santuario Senora del Pueblito. Queretaro Jalisco

Il reparto, che è nato sul modello dei Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, anche a seguito della sensibilizzazione prodotta, in ambito internazionale, dall’iniziativa italiana della Task Force “Unite4Heritage”, si occuperà di tutelare il ricchissimo patrimonio culturale di quel Paese.

La creazione di un’unità di polizia specializzata, con compiti esclusivi di tutela del patrimonio culturale, ha costituito un grande successo per l’Italia e, in particolare, per l’Arma dei Carabinieri che, a seguito dell’accordo di cooperazione firmato il 18 gennaio 2017, dal Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri e il Comandante della Polizia Federale messicana, garantisce supporto all’addestramento della Policía Federal.

La collaborazione, inoltre, è stata ulteriormente sviluppata grazie a cicli formativi – condotti anche da personale dell’Istituto Superiore per la Conservazione ed il Restauro – sulle tecniche di salvaguardia e messa in sicurezza dei beni culturali in situazioni emergenziali, che hanno visto impegnato il personale del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, tratto dalla Task Force italiana “Unite4Heritage”, sin dal novembre del 2017, a seguito degli eventi sismici che hanno colpito il Messico nel precedente mese di settembre.


Confermata l'autenticità del Codice Grolier

Di tutti i codici della Mesoamerica precolombiana, il più discusso è probabilmente il Codice Grolier. Recuperato in Chiapas da saccheggiatori negli anni sessanta, a lungo ha suscitato lo scetticismo degli studiosi, tanto che in passato era quasi un dogma considerarlo un falso.

Le discussioni in merito sono andate avanti per decenni, con i detrattori che ne sottolineavano la provenienza e l'essere il più "brutto" dei Codici Maya sopravvissuti. Persino lo stile veniva messo in discussione.

Non sono mancati anche studi volti a riabilitare la reputazione del codice, ma ora gli studiosi dell'INAH (Instituto Nacional de Antropología e Historia di Città del Messico) confermerebbero - grazie ad analisi chimiche - l'autenticità tanto delle pagine quanto dell'inchiostro utilizzato. Oltre al nero e al rosso, si è riscontrata la presenza ad esempio del blu maya e di pigmenti dalla cocciniglia e dalla resina chapopote.

Non solo, ma si tratterebbe addirittura del più antico tra i documenti precolombiani giunti fino a noi: la datazione al radiocarbonio lo colloca tra il  1021 e il 1054 d. C. Sarebbe proprio l'epoca della realizzazione, un'epoca di crisi in Mesoamerica, ad essere il motivo dietro l'austerità dell'opera.

Il Codice Grolier è stato anche ribattezzato "Códice Maya de México", cioè Codice Maya del Messico. Esso contiene un calendario divinatorio sul ciclo del pianeta Venere, da relazionarsi con il raccolto e con predizioni relative al clima. Temi fondamentali per società agricole del passato.

Il codice conteneva originariamente venti pagine con una larghezza di 12,5 cm e un'altezza di circa 19 cm, ma ne sono pervenute a noi soltanto una decina. La carta utilizzata è nota come amatl, tipicamente utilizzata nella Mesoamerica precolombiana e ricavata a partire dalla corteccia di alberi del genere Ficus.

Si annuncia anche che il Codice sarà esposto a settembre presso il Museo Nacional de Antropología.

Link: INAH, El Universal, NBC via AP.

Pagina 6 dal Codice Grolier, foto da Wikipedia (Maya Civilization – Private Collection; Maya Grolier Codex, Page 6), Pubblico Dominio.


Nuovo studio ribadisce l'autenticità del Codice Grolier

7 Settembre 2016
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Da quando fu recuperato da saccheggiatori in Chiapas, negli anni sessanta, il Codice Grolier è stato avvolto nello scetticismo degli studiosi, che ritenevano si trattasse di un falso. Le discussioni in merito sono andate avanti per decenni.

Un nuovo studio, pubblicato su Maya Archaeology, afferma che non solo il codice è un'opera genuina dei Maya, ma che è addirittura il più antico dei codici giunti fino a noi. I professori Stephen Houston, Michael Coe, Mary Miller e Karl Taube hanno rivisto tutte le ricerche disponibili sull'argomento.

Nell'analisi, gli studiosi hanno esaminato tutte le critiche e le analisi degli ultimi cinquant'anni. In passato era quasi un dogma considerare il Codice Grolier come un falso. La datazione al radiocarbonio ha quindi rilevato come il codice sarebbe persino il più antico tra quelli ancora conservati.

Link: Maya ArchaeologyEurekAlert! via Brown University.

Pagina 6 dal Codice Grolier, foto da Wikipedia (Maya Civilization - Private Collection; Maya Grolier Codex, Page 6), Pubblico Dominio.


Un coccodrillo in un monumento in pietra da Lambityeco

1 Settembre 2016

Credit © Linda Nicholas, The Field Museum
Credit © Linda Nicholas, The Field Museum

Scoperto un monumento in pietra che ritrae un coccodrillo, presso l'antica città di Lambityeco (500-850 d. C.), dove sorge l'odierna Tlacolula de Matamoros, nella regione messicana di Oaxaca.

La scoperta è stata effettuata dagli archeologi del Field Museum, e potrà cambiare il punto di vista sul sito scoperto negli anni '60. Durante gli scavi sono emersi affreschi che indicano una stretta correlazione con la vicina Monte Albán, grande insediamento della regione. Dall'altra però i manufatti ritrovati hanno fatto emergere differenze rispetto a quest'ultima città, e si è quindi attribuita Lambityeco a un'epoca successiva. La nuova analisi però ritorna sul punto concludendo che i due insediamenti erano effettivamente contemporanei.

Quando fu fondata, Lambityeco rifletteva l'architettura di Monte Albán, ma poi, durante l'occupazione, non è più possibile verificare questo, il che riflette il crearsi di una distanza tra i due centri. Gli abitanti di Lambityeco volevano probabilmente differenziarsi. Il monumento in pietra col coccodrillo riflette questo cambiamento, poiché fu spostato. Originariamente era parte di una scala del centro civico e cerimoniale della città, ma fu spostato per collocarsi sulla facciata del nuovo edificio, dove continuò ad avere un valore rituale.

Link: EurekAlert! via Field Museum.


Un nuovo codice precolombiano dal retro del Codice Selden

18 Agosto 2016

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Un nuovo codice precolombiano sarebbe emerso, grazie all'imaging iperspettrale, dietro uno strato di gesso e malta sul retro del Codice Selden. La scoperta è stata presentata sul Journal of Archaeological Science: Reports. Già dagli anni cinquanta si sospettava che il codice fosse in realtà un palinsesto, e furono effettuati test invasivi che scoprirono una vaga immagine che poteva accennare a un codice nascosto.

Il Codice Selden è uno dei cinque manoscritti a essere sopravvissuti per i Mixtechi (attuale regione di Oaxaca in Messico), ed è collocato presso la Biblioteca Bodleiana ad Oxford. I codici costituiscono una delle forme più importanti di manufatti per l'area, sebbene purtroppo molto rari: ne sono sopravvissuti meno di venti per il Messico precolombiano e per il primo periodo coloniale.

Finora non si erano utilizzati altri metodi non invasivi per esaminare il manufatto: le pitture organiche utilizzate assorbono i raggi X, escludendo così quella tecnologia. Dopo quattro o cinque anni di tentativi, gli studiosi sono riusciti a rivelare numerose immagini senza danneggiare il reperto, molto vulnerabile. Quanto ritrovato non coinciderebbe con quanto negli altri manoscritti Mixtechi, e la scoperta potrebbe rivelarsi inestimabile per la nostra valutazione dei resti archeologici del Messico meridionale.

Un individuo in particolare comparirebbe con frequenza, ed è rappresentato con una corda contorta e un pugnale di selce. Sarebbe presente pure in altri codici, il Codice Bodley (nella collezione Bodleiana) e il Codice Zouche-Nuttall (nel British Museum). Ulteriori analisi si renderebbero però necessarie per una conferma.

La tecnica dell'imaging iperspettrale fu in origine utilizzata dagli astrofisici per studiare il colore delle stelle, ma è ora utilizzato dai ricercatori per rivelare immagini e testi nascosti e identificare sostanze e pigmenti sconosciuti.

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