Il colibrì: una promessa mantenuta di Sandro Veronesi

Il colibrì è l'ultimo, ispirato romanzo di Sandro Veronesi. Un romanzo che dalla prima pagina investe il lettore con un qualcosa di inebriante, una promessa che, per voler essere cauti, ci si aspetterebbe di non veder mantenuta. Eppure non accade. Veronesi lancia una promessa e la mantiene, anzi la conferma fino in fondo.

I nomi dei capitoli rappresentano le fasi della vita di Marco Carrera, con le date di riferimento, ma non sono in ordine cronologico. La narrazione inizia, in un certo senso, a metà della vita, con uno sconosciuto che chiude la porta dell'ambulatorio di Marco, oculista quarantenne.

«La membrana che separava il dottor Carrera dal più potente urto emotivo di una vita ricca di altri potenti urti emotivi è caduta. Preghiamo per lui.»

Infatti non è che l'inizio di una nuova prospettiva di vita, e allo stesso tempo un pretesto per riflettere sul passato. Ma chi è Marco Carrera?

Marco è una persona ordinaria, posata, di un buon livello culturale, felice di essersi realizzato nella sua professione e nella famiglia. Una persona la cui ultima aspirazione è ambire alla straordinarietà. Eppure qualcosa di straordinario lo possiede, suo malgrado.
Andando a fondo nei suoi trascorsi, nei suoi pensieri e nei suoi rapporti, non occorre molto per rendersi conto che la vita di Marco Carrera è stata sferzata duramente dall'orrore di molti di dolori, troppi da sopportare per una persona comune.

È un eroe? No, è un colibrì. "Colibrì", il nome affettuoso con cui veniva amorevolmente chiamato da sua madre quando era piccolo, diventa la sintesi della sua esistenza. Marco non è un eroe, è costretto a sopportare perché non ha altra scelta. Ciò che spera di più non avviene, e quanto più non avviene, tanto più vi si attacca con una sorta di tensione romantica verso qualcosa di irraggiungibile.
Ma ciò che è al di fuori di ogni immaginazione lo colpisce, mandando in pezzi la sua placida indole che, nonostante tutto, rimane sempre fedele a se stessa.

«In realtà io sono così, sono sempre stato così, fin da ragazzo: sono cambiato veramente poco. [...] Non c'è mai nulla di nuovo, in me, semmai è questo che mi si può rinfacciare.»

Marco rimane fisso, instancabilmente saldo, mentre ogni cosa attorno a lui cambia e si disgrega, la speranza dell'amore, la famiglia, le amicizie infantili.
Nell'universo caotico in cui vive, Marco non ha punti fermi a cui aggrapparsi se non se stesso. Non ha bisogno di strane manie da accumulatore come il padre, né ha una personalità fragile che necessità di uno psicanalista, come quasi tutte le persone a lui care.

Nessuna stranezza, nessun passo falso, nessuna dipendenza. Tutto ciò potrebbe far pensare che come personaggio rimanga un po' sottotono di fianco ad alcune memorabili figure che lo circondano. Come l'Innominabile, inquietante compagno di disavventure, o Luisa, il suo impossibile e sfuggente amore.
Sembra che Marco rifugga dal compiere gesti plateali come Irene, sua sorella maggiore, e dall'azione in generale. Ironicamente, proprio lui che da oculista si è occupato dello studio dell'occhio, non può che osservare ciò che la vita gli presenta. Almeno nella superficie. Appena sotto lo specchio dell'apparenza, che così pochi vogliono scorgere, vi è lo sforzo di chi, come un colibrì, tenta di stare immobile, che usa tutta la sua energia per stare fermo, per non lasciarsi trascinare dalle ingiustizie del Tempo, per essere lui stesso il punto di riferimento per qualcun altro.

colibrì Sandro Veronesi
Sandro Veronesi nella foto di Marco Delogu

Andando avanti nel romanzo, si può avere l'impressione che la vita di Marco sia presentata come un collage di episodi, qualcuno rilevante, qualcuno trascurabile, in un ordine non cronologico, casuale. In realtà, Veronesi compie una scelta accuratissima e ragionata per dare un valore particolare allo scorrere del tempo. Ciascun capitolo ha una sua precisa collocazione temporale, e ciascuno si presenta le forme più diverse. Ci sono liste, sms, lettere e  dialoghi mai scambiati. Vi sono i lunghi monologhi che lasciano senza fiato - letteralmente senza fiato visto che non hanno punteggiatura - ma che colpiscono con l'immediatezza di un flusso di coscienza.

La natura episodica del romanzo lascia spazio ad un nutrito numero di citazioni letterarie (Vargas Llosa, Philip K. Dick, Beppe Fenoglio, Luigi Pirandello, Samuel Beckett), cinematografiche, musicali senza pur togliere alla narrazione una leggerezza spontanea. Una leggerezza che fa sì che gli eventi raccontati siano nuovi ma familiari, e i personaggi non siano compatiti come vittime o al contrario elevati a eroi.

 

colibrì Sandro Veronesi La nave di Teseo
La copertina del romanzo Il colibrì di Sandro Veronesi, pubblicato da La nave di Teseo

Il colibrì di Sandro Veronesi è candidato alla LXXIV edizione del Premio Strega.

Foto di Domenic Hoffmann

Little Boy di Lawrence Ferlinghetti: un secolo di auto-indagine

Infinito come una Route 66: così possiamo concepire l’esercizio metanarrativo di Lawrence Ferlinghetti in Little Boy. Un romanzo che non è un romanzo, ma molto di più. Little boy è un testamento spirituale di joyciana memoria, immenso come un Ulisse californiano, visionario come il canto di una poesia della Beat Generation.

Non è semplicemente un' autobiografia di quel ragazzino nato nel 1919 a Yonkers, New York, che “si sentiva completamente perso. Non sapeva chi fosse né da dove venisse", ma il tentativo più sperimentale di andare oltre la narrativa stessa, il ricordo e l’esperienza personale. Il libro del centenario Ferlinghetti scardina tutte le etichette del caso, dei generi e delle più asettiche nomenclature della letteratura “alta”.

Lawrence Ferlinghetti. Foto di Christopher Michel, CC BY-SA 4.0

“Non sono memorie, le memorie sono per le ragazze vittoriane. Non è nemmeno un’autobiografia, è semplicemente un io immaginario, il tipo di libro che ho scritto per tutta la mia vita. Diciamo che è un romanzo sperimentale.” Così ci suggerisce lo stesso autore parlando del suo lavoro; e leggendolo, come dargli torto? Un Io immaginario indomabile, inafferrabile e spesso incomprensibile.

Prima di comprare e leggere questo libro - edito da Clichy - allacciatevi le cinture di sicurezza, perché la prosa di questa leggenda della poesia americana è una supernova che sfreccia a 300 chilometri orari e ossida l’asfalto di tutte le autostrade del mondo. Il trip narrativo è indescrivibile, un arazzo retorico di rarissima potenza con un linguaggio ispiratissimo e colmo di citazionismi, erudizioni “beat” e richiami culturali così variegati da richiedere tutta l’attenzione del lettore.

Sembra un monologo senza un inizio e una fine o il mormorare sibillino di un’eterna divagazione, non c’è trama o messaggio; assistiamo alla potenza che diventa atto scrittorio, un flusso di coscienza possente che abolisce la punteggiatura stessa, come al tempo fece Saramago. Little Boy è un perpetuo divagare nel passato, nel cosmo di glorie perdute del calibro di George Whitman, Jack Kerouac, Allen Ginsberg, Samuel Beckett, Gregory Corso, William Burroughs e molti altri del magma “beat”. Fiorisce un’estetica anarchica nel destrutturare la propria coscienza, nel vivisezionare l’anima e lasciar fluire liberamente la linfa sanguigna della poesia. In sintesi, non c’è verso di uscire dal verso.

Little Boy è “un lungo respiro” di un uomo che va ormai oltre il centesimo anno d’età, che ci lascia come eredità un torrenziale inno alla filosofia e alla resistenza, alla lotta intellettuale contro i parossismi di cui il nostro mondo è vittima sacrificale. Si potrebbe dire molto di più, ma la verità è che tutto questo non è facile da spiegare, è un fardello emotivo non indifferente. Non rimane che leggere.

Little Boy di Lawrence Ferlinghetti
La copertina del romanzo Little Boy di Lawrence Ferlinghetti, per la collana di Edizioni Clichy. Traduttrice Giada Diano

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.