La terza geografia

La terza geografia, poesie di Carmine Valentino Mosesso

La terza geografia è un incantesimo.

Quanta retorica poetica, critica, citazionistica si potrebbe applicare (falsamente?) alle numerose sillogi poetiche che contaminano il panorama editoriale? Nel settore se ne vede tantissima. Scrittori, blogger, book influencer impegnati a intessere ghirigori di compiacimento nei loro scritti al fine di soddisfare l'ego di un poeta emergente o di un editore. Quante parole inutili - troppe sovrastrutture - come se i versi necessitassero di ulteriori stampelle lessicali, roccaforti semantiche.

la terza geografia
Foto di Engin Akyurt

Per questo motivo ho preso le poesie di Carmine Valentino Mosesso e le ho lette come vanno lette tutte le poesie del mondo. Spogliando ogni parola da altre contaminazioni, da altre speculazioni. Io volevo la terra, l'aria calda del mondo sotterraneo, la brezza di inverni interiori; il fango tra i piedi di un pellegrino immerso nella sua ricerca, nel suo sogno di radici e città invase dalla luce del sole. Io ho bisogno di disconnettermi dall'abusata recita del rapporto uomo-natura, del depauperamento dei valori tradizionali sotto l'imperialismo della tecnocrazia. Io voglio di più, e me lo ha offerto La terza geografia. Una dimenticata semplicità, senza i fronzoli dei salotti letterari (o bettole intellettualoidi).

la terza geografia
La copertina del libro La terza geografia, poesie di Carmine Valentino Mosesso, pubblicato da Neo. Edizioni

Con una lingua materica vengono costruiti i versi di Mosesso, parole di argilla, felce, corteccia e terra nuda. Poesie intrise di una fisicità e concretezza, intenti ossimorici mettere l'incanto nel disincanto. Ma è questo l'intento dell'autore, fondere le geografie, il visibile dei fiumi, delle montagne, dei mari all'eterno misurabile e mutabile contesto umano, come le nazioni e le densità demografiche. Poi arriva la terza geografia, una dimensione personale e mitopoietica, un abbraccio concreto a un territorio che è visione infinita di genius loci, desideri identitari. Può l'autodeterminazione personale essere coltivata col seme più antico del mondo? Sì. La potenza emotiva di Mosesso è vita generatrice di vita.

Queste poesie sono strade spaccate, vicoli in cui perdersi, spelonche, il carsismo di altopiani derelitti, le pietre che orientano l'uomo verso baricentri inediti, equilibri di reticoli urbani spogliati dal progresso. Mosesso è profeta del ritorno, senza etichettare il suo lavoro con opere di poeti conterranei o contemporanei. La terza geografia è una scrittura infinita che si perde in tutte le cose spezzate del mondo, luoghi in cui nascere e infine ritornare. Un grazie alla Neo Edizioni per aver dato una splendida opportunità a questo autore.


Geografie Antonella Anedda Garzanti

Per una geografia del divenire: Antonella Anedda e la poesia dei luoghi

Geografie di Antonella Anedda - recensione

Con il suo ultimo libro, Antonella Anedda pronuncia il suo sì all’energia ancestrale della metamorfosi: Geografie – questo il titolo del suo recente lavoro pubblicato da Garzanti – è una raccolta di prose poetiche, di visioni da centellinare per allenare lo sguardo a cogliere i segreti dell’invisibile e il mistero indecifrabile del divenire. L’attraversamento che queste pagine incoraggiano è duplice: da un lato, esso si riferisce a un viaggio verso lo spazio esterno, e propone dunque un movimento da compiere nelle terre dell’esteriore; dall’altro lato, inevitabilmente esso implica la necessità di accogliere dentro di sé suggestioni e orizzonti che i luoghi percorsi spalancano – un moto, questo, che agisce sui cardini più intimi dell’io, sulle sue vaste profondità.

Suona dolente la voce che qui intona il suo canto di saggezza e che con grazia si accorda alle domande della natura, ai ritmi che suggerisce, alle melodie che dal tempo prima del tempo propaga. Con accuratezza l’autrice seleziona, si avvicina, osserva, analizza i dettagli; poi, con eleganza, compie quei passi indietro necessari per contemplare la complessità e restituire una visione d’insieme. Anche così si percepisce la maturità di questo sguardo che non si accontenta, che indaga con intelligenza, che si confronta in maniera dialettica con il particolare e l’universale.

Questa tensione, che anima e sostanzia la struttura del volume, finisce per investire anche la questione della lingua, intesa nella sua autenticità sorgiva: ogni luogo visitato accende la fantasia poetica di Anedda, facendo germogliare parole, espressioni immaginifiche di cui l’autrice riscopre l’etimologia e il portato simbolico, in uno slancio inesausto che la spinge ogni volta a ricondurne il valore alla sua esperienza di vita. Il discorso intreccia magistralmente dimensione privata e pubblica, memoria personale e istanze collettive: il ricordo di viaggi, strade percorse, mari solcati si dischiude per incanto e lascia affiorare interrogativi che hanno a che fare con l’umano, urgenze che incalzano questo tempo e che, per la loro potenza, sanno poi trascendere nell’assoluto. I mutamenti che l’io narrante (o poetante) rintraccia e porta alla luce non sono soltanto quelli reconditi dell’io, ma anche quelli lenti della geologia, quelli burrascosi della politica e quelli, ormai tragicamente inarrestabili, che interessano il clima.

Chi scrive registra ferite e contraddizioni, terrore e sgomento. Mitilene è il luogo in cui risplende la luna di Saffo, ma è anche lo spazio impoetico in cui oggi i profughi affermano il loro diritto a esistere, testimoniano con la loro condizione la necessità della fuga. Chi osserva, acquisisce consapevolezza, e a suo modo cambia, perché a mutare è innanzitutto il suo sguardo. E in questo modo impara, per esempio, che per non confinare un territorio insulare al concetto di isolamento bisogna esercitare vista e linguaggio: solo così si potrà superare il limite della solitudine suggerito dall’idea di isola e cogliere anzi la sua natura esposta, proiettata verso il continente taumaturgico, salvezza che contiene. E qui emergono le letture, il dialogo ideale con voci altre, che fanno ribollire il testo fino a renderlo materia incandescente e risonante.

«Cosa sono i luoghi? Come li portiamo dentro di noi? Come ci modellano la mente? Mentiamo ricordandoli. (…) A volte spaventano a morte senza motivo. Il motivo è proprio la morte. Se riflettiamo sono insostenibili. Qualcosa mentre guardi e ami quel determinato luogo stringe la gola. Tutto grida: dove nascondersi?» Le considerazioni dense e penetranti di Antonella Anedda non lasciano scampo: confrontarsi con gli interrogativi che con acutezza si pone significa sentirsi inchiodati all’improrogabilità di quelle domande, significa dir di sì a un proposito indifferibile, la ricerca di un senso. Traguardo irraggiungibile, probabilmente, ma al quale non si può non tendere.

«Dove nascondersi dal pensiero che non smette di rappresentare, mostrare, intrecciare, infeltrirsi. La difficoltà di uscire da sé stessi contempla la necessità di farsi strada tra la moltiplicazione delle immagini, del racconto ininterrotto, delle rappresentazioni del tempo, nel tempo», riflette lucidamente l’autrice a proposito del terrore, il panico che ci fa sentire smarriti come in una foresta. E conclude: «per questo al tempo del tempo meglio contrapporre gli spazi senza tempo, azzerare la memoria contro la sua potenza. Alla spirale sostituire la distesa, la prospettiva, l’orizzonte. Alla storia, appunto, la geografia». Ed ecco spiegata l’intenzione del titolo, che consiste in uno slancio verso l’alterità, verso mondi da esplorare, verso sempre nuovi cominciamenti che, al netto dell’inesorabile sgretolarsi, non esauriscano mai il regno molteplice delle possibilità.

Geografie Antonella Anedda Garzanti
La copertina di Geografie di Antonella Anedda, pubblicato da Garzanti

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.

 


Addio di Cees Nooteboom

Addio di Cees Nooteboom: il silenzioso affinamento

“La fine della fine, cosa poteva essere?” Inizia con questa domanda, calma e sbalordita, l’ultimo libro in versi dell’olandese Cees Nooteboom, Addio (Iperborea, 2020). La stessa poesia incipitaria che contiene l’interrogativo tenta anche una risposta, nella chiusa:

 

la grammatica dell’espropriazione, nessuno

sarà più se stesso, nessuna apparizione,

la ritirata dopo la sconfitta

ma senza una meta.[1]

 

Il testo iniziale contiene già tutto il percorso del libro: il processo di spoliazione dell’individuo. Ma questo recesso di enorme vuoto è qui solo rischiarato fulmineamente, un presentimento per illuminazione.

Addio di Cees Nooteboom
Addio di Cees Nooteboom, pubblicato da Iperborea (2020) con postfazione di Andrea Bajani e traduzione di Fulvio Ferrari, narrativa 22. Foto di Sofia Fiorini

Cronaca della circonferenza

Le domande che si coagulano, a partire da questa, intorno alla penna del poeta affiorano da spazi circoscritti. La sua è una condizione di reclusione (coerentemente, il sottotitolo del libro è “Poesia al tempo del virus”). La sua voce ci giunge prima dal “giardino d’inverno”, poi dal buio della sua stanza. L’unica occupazione del poeta-viaggiatore Nooteboom sembra essere diventata una dickisoniana circonferenza. In una famosa lettera del 1862 la poetessa di Amherst lo dichiarava programmaticamente: “My Business is Circumference”. Ma se l’isolamento di Dickinson era una vocazione, e il cerchio magico della sua vita il campo elettrico perfetto per la sua poesia, quello di Nooteboom somiglia più a una costrizione. Nondimeno, però, l’attitudine del viandante non tradisce Nooteboom, neanche in questa esperienza, estrema ed estranea, della reclusione. Dagli spazi angusti di Addio la sua voce emerge per annotare le visioni che si presentano, riportate fedelmente, come gli appunti di un ennesimo viaggio. Il risultato ha i connotati di una cronaca della circonferenza.

Addio Cees Nooteboom 1
La copertina di Addio di Cees Nooteboom. Foto di Sofia Fiorini

Un carnevale dell’angoscia: la prova del nove della poesia

Da questo spazio vuoto, dal silenzio che lo anima, qualcosa viene a galla e, come sulla superficie di uno lago, si palesa. Il silenzio diventa una morsa che “circonda la casa”, assedia il pomerio di chi scrive[2]. Chi sta alla porta in attesa non può scegliere gli ospiti che si presenteranno, ma solo acconsentire a farlo. E quello di Nooteboom è sempre, indistintamente e devotamente, un consenso.

 

[…] membra

staccate, forme spettrali, fantasmi

intessuti di malvagi racconti, ma

si accomodi, prego.

 

Addio è disseminato di questa poetica dell’accoglienza e dell’annotazione – come nell’affermazione programmatica: “provo/ a vedere di tutto come ho sempre/ fatto”[3]. Prendere quello che viene, pronto a prestare la parola a tutto quanto si presenti a chiederla, è per Nooteboom il lavoro del poeta. A presentarsi, nella prima sezione, sono soprattutto i ricordi di guerra, amici scomparsi, scene di una remota giovinezza. La poesia li riporta indietro come un riflusso. La cifra comune di questa tarda marea assomiglia al moto persecutorio e circolare dei fantasmi che non hanno chiuso i conti con la vita. Proprio in nome di un senso rimasto sospeso, queste visioni riaffiorano dal passato e cristallizzano il loro lascito in poesia. Il culmine di questo processo è raggiunto nella seconda sezione: le undici poesie centrali compongono un catalogo di mostruosità, una serie di rievocazioni e sogni che si fondono in un macabro “carnevale dell’angoscia”[4]. Quasi un contrappasso rispetto all’usuale luminosità di Nooteboom.

Il catalogo prosegue per tutta la sezione come l’assolvimento di un compito, finché questa “poesia del male/ che doveva esser visto/ perché è tra le cose// che dobbiamo sopportare” sfocia in una chiara determinazione di senso:

 

La vita un cantico dei cantici? Certo,

ma al di sotto quest’altra verità,

della notte e della nebbia,

la prova del nove che dura

fino alla fine.[5]

Addio di Cees Nooteboom
La copertina di Addio di Cees Nooteboom. Foto di Sofia Fiorini

L’inno del silenzio: la strenua resistenza

L’ultima sezione si apre nel segno dell’ossimoro, della contraddizione e si inscrive nella dimensione sonora. Puntualmente, la ricerca di un suono che arrivi come una risposta, una formulazione si senso, si scioglie nel silenzio. Nooteboom si chiede che rumore faccia la terra nello spazio, che risposta possa dare il sasso se lo si interroga. Ma dal silenzio emerge solo il silenzio stesso, oltre la “nota di dolore infinito che sale dalle vittime” e che Nooteboom immagina sia quello che ascoltano le stelle[6]. Lo scontro con la dura materialità del vuoto, però, non si traduce in una rinuncia, nella fine dell’esperienza. Non produce annichilimento, ma una strenua resistenza del poeta alle prese con l’inno del silenzio, un nuovo codice di senso.

 

Il silenzio è come un inno, così non ho

mai ascoltato il nulla[7]

 

Questo silenzio farà risuonare, per contrasto, la totale assenza delle persone amate e scomparse. Non rimane niente, neanche il minimo suono di voce, a fronte di tutto quanto si vorrebbe trattenere. Da questo vuoto muove anche l’intuizione della natura disseminata della sostanza umana: “la mia specie è nata dall’acqua,/ esseri acquatici, questo eravamo,/ semente di stelle sparsa”[8]. Le nostre individualità, familiari e chiaramente conoscibili, sono in realtà parte dell’indistinto universale. Di fronte a ciò perde senso desiderare di conservare le singolarità che siamo stati. Piuttosto è assennato localizzarsi sulla frequenza di quell’indistinto e accettarne la vertigine. Questa prospettiva porterà Nooteboom, a conclusione del libro, a rinunciare ad ogni definizione individuale.

 

[…] i deserti della mia vita

si consumano in questa musica

senza note, quasi sono già

assente, il mio essere indugia ancora,

vorrebbe tornare indietro, ma lo sa,

lì non c’è più nessuno, mi resta solo

la luce che accanto a me

si muove.[9]

Cees Nooteboom. Crediti: Iperborea

La fine come affinamento

Divenuto cosciente che della vita, contrariamente a quanto afferma la fisica, nulla si conserva, Nooteboom assume l’attitudine di chi si prepara, ancora vivo, all’aldilà, alla perdita della sua forma usuale. Compie un personale apprendistato guidato, come sempre, dalla visione. Sembra avvicinarsi, in questo processo, alla divina indifferenza degli elementi catalogata nella prima sezione: il mare dal “brusio come un respiro profondo/ che tanto divora”, il giardino in cui “il tempo non ha comando”, la famiglia “verde e ostinata” delle piante “mai timorosa della fine”, “un albero in lontananza” che “vede ogni cosa”[10].

Il cerchio, aperto con la domanda iniziale, si è chiuso. Se là ci si interrogava sui connotati della fine, qui la risposta giunge a compimento. Nooteboom si è spinto al limite - che è il senso etimologico della fine - e da tale confine pronuncia il suo addio. L’interrogarsi sulla fine ha prodotto, felicemente, un affinamento. Il poeta ha raggiunto l’estremo di sé stesso. Da qui si proclama nessuno, tornando una volta di più nel territorio selvaggio di Dickinson. Ma se l’anonimato di lei era gioioso e profondamente liberatorio (I'm Nobody! Who are you?/ Are you - Nobody - too?) quello di lui reca la sofferenza di tutte le metamorfosi, di quegli atti estremi di trasformazione a cui talvolta siamo obbligati, come nei miti di Ovidio, per sopravvivere.

 

Deve accadere qui,

qui dico addio al mio sé

e lentamente divento

nessuno.[11]

 

La copertina di Addio di Cees Nooteboom. Foto di Sofia Fiorini

[1] Cees Nooteboom, Addio, Iperborea, 2020, p. 11.

[2] Ivi, p. 17.

[3] Ivi, p. 75.

[4] Ivi, p. 45.

[5] Ivi, p. 51.

[6] Ivi, p. 61.

[7] Ivi, p. 69.

[8] Ivi, p. 71.

[9] Ibidem.

[10] Ivi, pp. 15, 21, 25.

[11] Ivi, p. 79.

Addio di Cees Nooteboom

Addio Cees Nooteboom Iperborea
La copertina di Addio di Cees Nooteboom, pubblicato da Iperborea (2020) con postfazione di Andrea Bajani e traduzione di Fulvio Ferrari, narrativa 22

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice


Una nuova poetica della meraviglia: "La rondine presente" di Alessandro Quattrone

Una nuova poetica della meraviglia: La rondine presente di Alessandro Quattrone

La rondine presente Alessandro Quattrone
La rondine presente di Alessandro Quattrone. Foto di Sofia Fiorini

Quando ho saputo dell’uscita del suo nuovo libro, La rondine presente, ho chiesto ad Alessandro Quattrone di spiegarmene il titolo. Ho scoperto allora che quel “presente” è voce del verbo presentire e che “la rondine” ne è il soggetto. A lei è così riconosciuta dal poeta, e assegnata come uno stendardo, una capacità percettiva superiore. La preveggenza della rondine riguarda quel fiuto per la rotta che la riporta avanti e indietro senza fallo, da un capo all’altro delle sue migrazioni - tanto sorprendentemente da far sospettare in lei una sorta di prescienza. La rondine “sa senza avere conosciuto”, specifica l’autore nella nota in calce al libro[1]. La stessa nota spiega anche che il primo significato da conferire al titolo è la notifica di presenza di questa figura animale. Il miracolo attribuito alla rondine, in questo senso, non è una capacità speciale, ma il semplice fatto di esistere, di mostrarsi. In più, dal momento che la rondine è una sorta di senhal zoomorfo dell’angelo – avverte ancora l’autore – la sua mera presenza diventa una benedizione per chi la avverte.

Alessandro Quattrone. Foto di Alessandro Quattrone

Diversa da entrambe queste letture, è stata invece la mia prima comprensione del titolo. “La rondine presente” in me ha risuonato da subito come una metafora: il presente è una rondine. A lettura conclusa, però, credo sia possibile annoverare anche questa accezione deviante tra i significati possibili. Il presente di questo libro, come la rondine, è volatile e insieme destinato a un eterno ritorno.

L'ossessione del tempo

Se è vero che le opere di poesia nascono dalle ossessioni dei poeti, la prima ossessione di questo libro è il tempo. Un assillo che si rivela nell’interrogativo ricorrente sulla “fine della storia”, sul “finale”, e che si scontra con la continua frustrazione di non conoscere cosa ci aspetti alla fine del percorso[2]. Ma all’insistenza di questi dubbi sulla vita dopo la vita risponde il presente con il suo bisogno di celebrazione. La forma in cui il presente si impone è spesso quella di messaggi dalla natura – prima ispiratrice della poesia di Quattrone. Le rose, i corvi, la neve, il vento, con la loro semplice presenza – a patto che si presti loro attenzione – sovvertono i nostri sistemi, riportandoci alla realtà (che il pensiero troppo spesso schiva), alla “meraviglia” dell’istante[3]. Tanto che i versi migliori di questo libro sembrano approdare a una nuova poetica della meraviglia: non più quella barocca dello sbalordimento per virtuosismi formali, ma quella dello stupore interiore per le cose grandi di cui partecipiamo, espressa nella più totale sobrietà linguistica.

Il vento è una chiave centrale del libro: citato copiosamente nella prima sezione, è correlativo oggettivo del risveglio spirituale e catalizzatore della meraviglia. Questo vento è vera allegoria dell’ispirazione, del soffio divino – tanto che, quando manca, tutto è spento, i miracoli in potenza non si accendono:

Quando basterebbe un soffio

e invece non c’è un alito di vento,

si rimane chiusi

come bandiere ammainate

che mostrano appena qualcosa

dei loro colori, bruciando

di un segreto amore straniero.

La rondine presente Alessandro Quattrone
La rondine presente di Alessandro Quattrone, pubblicato da Passigli Editori (2020). Foto di Sofia Fiorini

La vita come condizione di esposizione

Essere riportati nel tempo presente significa anche accettare la vita come condizione di esposizione: vivere è poter essere feriti. Chi vive sa di correre costantemente il rischio latente dell’annientamento. La vita potrebbe toccarci come “un sussurro dolcissimo” o, con altrettanta facilità, “tramortirci”[4]. L’uomo non ha l’istinto sicuro della rondine, procede per tentativi, e il “vento” della vita lo stordisce, così come l’impossibile controllo del tempo cosmico[5].

Nonostante l’inevitabile vulnerabilità della condizione umana, il poeta non rinuncia alla speranza di eludere il tempo, di riuscire a vivere assolutamente, “senza vedere più né il punto d’origine/ né la linea dell’orizzonte”[6]. Tra l’ossessione della fine e il rimpianto del passato, è il presente la dimensione della rondine: gli uccelli in questo libro sono accolti come messaggeri di benedizione, di grazia, di epifanie. Di microscopiche manifestazioni è imbevuta la seconda sezione, quella delle “Rondini impreviste”. I moments of being di questo libro assumono sempre forme insperate quanto millesimali: insetti, fiori tra i cespugli, increspature d’acqua. E la scintilla che provocano in chi riesce ad accorgersi di loro è l’elogio dell’attimo:

Che in un attimo sia nato l’universo

è del tutto evidente in quei casi

in cui un attimo contiene

l’universo intero prima della luce.[7]

 

Le ultime due sezioni sono porte verso altri mondi. La penultima cataloga gli incontri con presenze fantasmatiche, gli accessi possibili ai mondi invisibili, le presenze di altre dimensioni: il lato d’ombra, l’antimeridiano delle luminose epifanie terrene e naturali della seconda sezione. La sezione finale è un piccolo viaggio ultraterreno, in cui la morte è drammatizzata come un ritorno festoso, un raduno esuberante di facce amate, con toni da scena teatrale. Una temperie che ricorda quella di Bevendo il tè con i morti di Candiani. L’attitudine dell’io qui, però, è comica – nel senso dantesco del termine – quasi spaesata, incredula, felice.

La rondine presente Alessandro Quattrone
La rondine presente di Alessandro Quattrone, pubblicato da Passigli Editori (2020). Foto di Sofia Fiorini

L'elogio della presenza

Vivere pienamente nel presente sembra poterci dare accesso a una dote simile a quella degli uccelli migratori. Il presente è una porta per il presentimento. Abitarlo nell’assoluta devozione che merita – sembra suggerire il percorso delle sezioni – prevede una ricompensa spirituale. Questa coincide con la consapevolezza che passato e futuro coesistono dentro il presente, alla stesso modo in cui la rondine esiste sempre, anche quando – durante le sue migrazioni – è lontana dal nostro occhio.

Tutto il libro è un polifonico elogio alla presenza, intesa sia come partecipazione non estranea alla vita che come attiva esistenza al cospetto dell’altro. Lo sguardo, l’attenzione, la presenza benevola è più di un’evoluzione tematica per Quattrone: è parte di una programmatica riabilitazione di valori attraverso la poesia, già intrapresa con La gentilezza dell’acero (Passigli, 2018). “La mia attuale necessità artistica”, recita la nota conclusiva dell’autore, è “mettere in evidenza concetti spesso sbiaditi da un uso distratto o superficiale. Se prima era la gentilezza, ora è la presenza”[8]. Sono parole-semi quelle di questo poeta: quanto brillantemente si esprimono in poesia, altrettanto arditamente ambiscono a gentili rivoluzioni sul piano della realtà.

Dormire mentre dorme il mondo intero

svegliarsi con la luce,

respirare l’aria che da millenni

ricorda agli intorpiditi

la necessità di muoversi, di andare:

essere come tutti, essere per tutti

l’altro – che li renderà sacri e immortali.[9]

 

 

 

 

 

[1] Alessandro Quattrone, La rondine presente, Passigli, Firenze, 2020, p. 116.

[2] Ivi, p. 22.

[3] Ivi, p. 62.

[4] Ivi, p. 35.

[5] Ivi, passim.

[6] Ivi, p. 50.

[7] Ivi, p. 64.

[8] Ivi, p. 115.

[9] Ivi, p. 83.


Toto corde Maria Grazia Palazzo

Toto corde, di Maria Grazia Palazzo

La raccolta di poesie Toto corde di Maria Grazia Palazzo, edizioni La Vita Felice, 2020.

Che Toto corde sia una raccolta poetica scritta con tutto il cuore, non lo attesta solo il titolo.
Le tracce di questo totale trasporto emotivo, del resto, sono già anticipate da alcuni indizi evidenti ad apertura dell’opera di Maria Grazia Palazzo: la copertina, che riporta un acrilico su tela di Amit, figlio dell’autrice, e la dedica alle persone più care: la sorella e i fratelli.
Ma è addentrandosi nella lettura dei brani che si rivela il completo coinvolgimento dell’autrice, che riporta, passo dopo passo, senza indugi se non quelli legati ai tempi della sua profonda riflessione, il suo essere donna, figlia, madre, sorella, professionista. Ed è così che viene interamente a galla, anche, il suo essere fragile e forte, sconfitta e vincente, vulnerabile e inattaccabile, indifesa e guerriera. Allo stesso tempo.

L’autrice è presente in ogni sua sfumatura e con tutta la sua passione, ma tale passione non si traduce mai in scrittura di getto, scrittura imponderata, scrittura di superficie. La sua penna è costantemente guidata da un controllo sapiente, consapevole, da un certosino lavoro di trasformazione dell’impulso - che pure è alla base - in linguaggio elaborato, meditato, colto.

Il messaggio centrale è immediato, tutto il resto no. Tutto il resto va cercato, va desiderato, va indagato, leggendo e rileggendo sempre più a fondo.

Ogni sua poesia è come un dipinto allegorico: se ne può percepire a primo impatto l’efficacia visiva, la qualità della composizione, ma chi sa, chi può, chi vuole… può andare oltre. Può coglierne i riferimenti, i sottintesi, e in quelli ritrovarsi e riconoscersi.
Toto corde di Maria Grazia Palazzo è un percorso, è un cammino sentimentale che non rimane immutato dall’inizio alla fine della lettura. Come una creatura vivente, nasce, cresce, si trasforma, rallenta, riparte, si evolve.

La raccolta è suddivisa in quattro sezioni, introdotte da citazioni di altrettanti brani, rispettivamente di Akechi Mitsuhide, Ryōkan Daigū, Andrea Zanzotto e Ishida Hakyō. La scelta di rimandi che ruotano intorno alla cultura giapponese (un generale e due poeti del Sol Levante, più un poeta italiano che, tra le altre cose, si è dedicato alla stesura di haiku), dimostra ancora una volta la ricercatezza dell’autrice e, soprattutto, il suo continuo rivolgersi all’Oriente, ribadito in diversi suoi componimenti, inteso come inevitabile dualismo e, insieme, desiderio di un tutt’uno che trascenda i confini: "un crescendo di Oriente e Occidente nella pupilla bifronte di Storia" (Toto corde, p. 41).

 

Copertina del libro Toto Cordi, di Maria Grazia Palazzo
Copertina del libro Toto corde, di Maria Grazia Palazzo

Il primo blocco di poesie rappresenta il tempo del tormento, del fuoco che brucia e non lascia tregua, delle ferite aperte, del dolore ancora pulsante, della perdita. È isolamento e incapacità di trovare ristoro: "Non so dove si attinga coraggio, se nell’abbraccio che non si può più abitare o nel feroce orgoglio di un silenzio scelto" (Toto corde, pag. 24).

Il secondo blocco è quello del raccoglimento, della riflessione, della metabolizzazione. Emerge il bisogno di accettare il dolore e, soprattutto, di accettarsi, con tutta la propria complessità e le inevitabili imperfezioni. L’autunno non è più mese di malinconia e nostalgia, ma di tepore. L’imperativo è rialzarsi, curare le ferite, perdonarsi e perdonare. In una parola, vivere. Il tramite è la poesia. La stessa poesia dentro la quale prima l’autrice si è nascosta per poter soffrire in solitudine, ora diventa strumento per decodificare e medicare.

Nel terzo nucleo di componimenti l’autrice, dopo aver indagato all’interno di sé, volge lo sguardo all’esterno: uno sguardo tagliente, disincantato, spietatamente concreto sulla società, sul ballo ambiguo e corrotto del potere, sul vuoto dei contenuti mediatici e sulle false relazioni, sul perverso concetto di progresso che altro non è se non un continuo inferire sui più deboli e sugli organi vitali di un Pianeta in mille modi violato.

L’ultimo blocco di poesie si racconta in notturna: le immagini evocate riguardano il passato, i ricordi dell’adolescenza, le sensazioni e le meditazioni della notte. È il tempo della sera, una sera che non arriva svuotata delle paure e dei dubbi, della nostalgia e degli affanni, ma che porta con sé una nuova scintilla, una voglia di farcela, di lottare, di armarsi e partire. Ripartire. Rimangono le ferite, restano la sensazione di irrisolto, il vuoto di ciò che manca e sempre mancherà, la consapevolezza della morte che incombe su tutto, ma c’è una nuova voglia di guerreggiare, in circolo nelle vene, perché "si producono i migliori frutti dopo un’annata scarsa di raccolti e la catena di penuria può essere spezzata" (Toto corde, pag. 80).

I quattro nuclei poematici, tuttavia, non sono compartimenti stagni e le tematiche fluiscono dall’uno all’altro, si annunciano e ritornano come onde, come quel mare che sempre ricorre nei versi di Maria Grazia Palazzo, insieme alla figura della madre, immensa presenza e assenza.

Ricorrenti, anche, sono i riferimenti alla natura, una natura dalla forte connotazione territoriale, di immediato rimando alla Puglia: il fragno, il carrubo, l’ulivo, il melograno, il nespolo, il mandorlo, le margherite, i papaveri.

Maria Grazia Palazzo intreccia infiniti elementi con il controllo di un direttore d’orchestra, facendo trasparire qua e là anche la sua vocazione forense, tanto nel linguaggio quanto nella coerenza narrativa, nonché i suoi studi classici, dai quali rievoca le suggestive immagini del frammento di testa di Medusa, del Vello d’Oro, del fuoco prometeico di Pòlemos, di Mercurio, dei fasti millenari di Anfitrione, del mito di Tyche, personificazione della fortuna.
E, ancora, troviamo nella sua poesia gli echi di una Guernica incompresa, della Macondo marqueziana, dei post-sessantottini di Moretti (Ecce bombo), della barcellonese Casa Milà (la Pedrera), del Cireneo gravato dal suo triste compito…
Tutto converge a un fine unico: tessere e intrecciare le parole come una maglia di ferro, imbrigliare nei versi la sofferenza, domarla, lenirla, consegnarla al lettore.

Nota biografica sull'autrice:

Maria Grazia Palazzo è nata nel ’68 in valle d’Itria. Avvocato civilista ha esercitato la professione fino a pochi anni fa.  Negli ultimi anni ha intrapreso lo studio della teologia e delle questioni di genere. È mamma adottiva. È socia di Stati Generali delle donne di Bari. Insegnante precaria, la sua più grande ambizione è riuscire a tenere insieme il piano della quotidianità e quello dell’extra quotidiano. Ha pubblicato: nel 2012 Azimuth per LietoColle editore; nel 2013, in collettanea, Chiedici la Parola per Stilo editrice; nel 2015 Sulla carta del tempo per Terra d’Ulivi edizioni e Libertà, Semi di Poesia in Azione, per Secop Edizioni, a cura di S. Kuhtz; nel 2017 In punta di Piedi per Terra d’Ulivi. Alcuni suoi inediti sono stati pubblicati sul sito web di Cartesensibili, a cura di F. Ferraresso.  Nel 2017 è stato pubblicato online il testo di prosa poetica Da Dove, da Spagine, a cura di M. Marino. Nel 2018 ha pubblicato il suo terzo libro di poesia, Andromeda, un poemetto sul femminile, destinato anche al teatro, per iQdB di S. Donno. Nel 2020 è stato pubblicato il suo ultimo libro di poesia Toto corde per la casa editrice La Vita Felice.

Copertina del libro Toto corde, di Maria Grazia Palazzo
Copertina del libro Toto corde, di Maria Grazia Palazzo, con prefazione di Rita Pacilio, pubblicato dalle edizioni La Vita Felice (2020) nella collana Contemporanea (168); in copertina l'opera di Amit Satalino, Albero di primavera, elaborazione fotografica di acrilico su tela.

 


Nell'oltre di sperate meraviglie: l'esordio poetico di Alessandra Stella

Ho tenuto in mano questo libriccino per una settimana prima di accingermi a buttare giù queste righe. Come trattenuta da una forma di curiosa pudicizia, di timore di violare un patto segreto, un accordo silenzioso nascosto tra le righe. Ci sono libri che spalancano le porte al lettore e lo invitano a varcare il tappeto rosso steso ai suoi piedi; e ci sono libri più riservati, che lasciano che dalla porta socchiusa entri un timido raggio di luce a illuminare un pulviscolo danzante e che impongono allo sguardo di addentrarvisi con delicata lentezza.

È questo il caso di Non ci sono che ombre di Alessandra Stella (Quaderni di poesia, Eretica Edizioni, Buccino [SA] 2020), opera prima di un’autrice dalla voce sottile ma penetrante che esplora il continente sommerso delle paure e della frammentazione di sé che si ricompone a tratti solo attraverso la cucitura solida della scrittura. Strano è il sapore di questi versi e non è un caso che la prima lirica si intitoli proprio “Umami” e porti con sé la sapidità delle lacrime che si mescola al respiro e al sangue ferruginoso che percorre e infetta un corpo visto come “vuoto contenitore” dilavato da “acqua straniera”, spoglia inerte che tuttavia non riesce a cedere all’abbandono e alla stasi.

Il libro di Alessandra Stella, Non ci sono che ombre. Foto di Sara Ricci

Sembra un canzoniere amoroso ma l’inganno si svela presto: l’amore è un “morbo” che risucchia l’orizzonte, che avvolge e stritola, che toglie l’aria e cancella i confini smarriti per perdersi nell’Altro nel tentativo di ritrovarsi intera. C’è un disegno che si mostra in filigrana e che parte da quel “corpo, vuoto contenitore” e conduce alla meta attraverso un sentiero accidentato di ripensamenti, ironico distacco, fulminee visioni, immagini dissonanti, feroce disperazione e ribollente consapevolezza.

Un dialogo per voce sola in cui l’Altro appare lontano perché sepolto nella mente, inabissato nella carne, materia viva e pulsante che esige spazio, che ambisce a godere di vita propria. E il contenitore non basta a trattenere questo anelito, divenendo presto terra bruciata su cui macerie fumanti restano a testimoniare una battaglia mai sopita. C’è un’ombra oscura che si frappone tra lo sguardo e gli oggetti che abitano queste liriche, come se la bellezza, pura e rifulgente, fosse troppo violentemente luminosa per essere contemplata senza straziare gli occhi e quel velo fosco costituisse una lente protettiva per sopportarla.

In quella oscurità, nel luogo in cui “non ci sono che ombre” si annida il tarlo di una depressione paralizzante che al tempo stesso diviene primo motore immobile di una coraggiosa esplorazione di se stessi. E quel corpo disabitato e vuoto, quel corpo che l’Altro non riesce a vedere, quel corpo ridotto in minuscoli frammenti aguzzi privi di significato torna ad essere percorso dal desiderio di “guardare l’orizzonte attraverso un muro: viverlo nell’oltre di sperate meraviglie”.

Ed è ancora l’amore quella forza che, come direbbe Dante, “move il sole e l’altre stelle” a rischiarare le ombre e a proiettare su di esse un vapore di speranza, una possibile risposta a domande inevitabilmente sospese nella rumorosa eco di un vuoto che inghiotte ogni cosa. È l’amore, infine, a restituire le giuste proporzioni a quel corpo che al termine del viaggio ritrova i suoi confini e la propria identità, costellata di cicatrici ma unica e irriproducibile. Questa raccolta di poesie possiede una forza inconsueta che riluce come un lampo nei versi fulminei, rapidissimi, spiazzanti. Che si fa ragionamento, talvolta involuto, attorno al vuoto, prezioso ricamo di parole che si nutrono di silenzio e in esso fanno risuonare una musica propria, un ritmo preciso che è al tempo stesso condanna e assoluzione.

Una scrittura densa di luci e ombre, di dissonanze talvolta stranianti, di accordi sospesi con un punto coronato che ritarda ogni possibile risoluzione e lascia che la mente indugi in quello stato di febbrile attesa che si spegne. È un seme da cui sono certa germoglierà presto altra bellezza. Sotto un velo di terra si intravede già un verde germoglio, filo sottile e tenace con cui tessere altre storie, appiglio per nuovi smarrimenti, traccia impalpabile per ritrovarsi. O forse per perdersi ancora.

Alessandra Stella non ci sono che ombre
La copertina del libro Non ci sono che ombre di Alessandra Stella, pubblicato da Eretica Edizioni (2020) nella collana Quaderni di poesia