Toto corde Maria Grazia Palazzo

Toto corde, di Maria Grazia Palazzo

La raccolta di poesie Toto corde di Maria Grazia Palazzo, edizioni La Vita Felice, 2020.

Che Toto corde sia una raccolta poetica scritta con tutto il cuore, non lo attesta solo il titolo.
Le tracce di questo totale trasporto emotivo, del resto, sono già anticipate da alcuni indizi evidenti ad apertura dell’opera di Maria Grazia Palazzo: la copertina, che riporta un acrilico su tela di Amit, figlio dell’autrice, e la dedica alle persone più care: la sorella e i fratelli.
Ma è addentrandosi nella lettura dei brani che si rivela il completo coinvolgimento dell’autrice, che riporta, passo dopo passo, senza indugi se non quelli legati ai tempi della sua profonda riflessione, il suo essere donna, figlia, madre, sorella, professionista. Ed è così che viene interamente a galla, anche, il suo essere fragile e forte, sconfitta e vincente, vulnerabile e inattaccabile, indifesa e guerriera. Allo stesso tempo.

L’autrice è presente in ogni sua sfumatura e con tutta la sua passione, ma tale passione non si traduce mai in scrittura di getto, scrittura imponderata, scrittura di superficie. La sua penna è costantemente guidata da un controllo sapiente, consapevole, da un certosino lavoro di trasformazione dell’impulso - che pure è alla base - in linguaggio elaborato, meditato, colto.

Il messaggio centrale è immediato, tutto il resto no. Tutto il resto va cercato, va desiderato, va indagato, leggendo e rileggendo sempre più a fondo.

Ogni sua poesia è come un dipinto allegorico: se ne può percepire a primo impatto l’efficacia visiva, la qualità della composizione, ma chi sa, chi può, chi vuole… può andare oltre. Può coglierne i riferimenti, i sottintesi, e in quelli ritrovarsi e riconoscersi.
Toto corde di Maria Grazia Palazzo è un percorso, è un cammino sentimentale che non rimane immutato dall’inizio alla fine della lettura. Come una creatura vivente, nasce, cresce, si trasforma, rallenta, riparte, si evolve.

La raccolta è suddivisa in quattro sezioni, introdotte da citazioni di altrettanti brani, rispettivamente di Akechi Mitsuhide, Ryōkan Daigū, Andrea Zanzotto e Ishida Hakyō. La scelta di rimandi che ruotano intorno alla cultura giapponese (un generale e due poeti del Sol Levante, più un poeta italiano che, tra le altre cose, si è dedicato alla stesura di haiku), dimostra ancora una volta la ricercatezza dell’autrice e, soprattutto, il suo continuo rivolgersi all’Oriente, ribadito in diversi suoi componimenti, inteso come inevitabile dualismo e, insieme, desiderio di un tutt’uno che trascenda i confini: "un crescendo di Oriente e Occidente nella pupilla bifronte di Storia" (Toto corde, p. 41).

 

Copertina del libro Toto Cordi, di Maria Grazia Palazzo
Copertina del libro Toto corde, di Maria Grazia Palazzo

Il primo blocco di poesie rappresenta il tempo del tormento, del fuoco che brucia e non lascia tregua, delle ferite aperte, del dolore ancora pulsante, della perdita. È isolamento e incapacità di trovare ristoro: "Non so dove si attinga coraggio, se nell’abbraccio che non si può più abitare o nel feroce orgoglio di un silenzio scelto" (Toto corde, pag. 24).

Il secondo blocco è quello del raccoglimento, della riflessione, della metabolizzazione. Emerge il bisogno di accettare il dolore e, soprattutto, di accettarsi, con tutta la propria complessità e le inevitabili imperfezioni. L’autunno non è più mese di malinconia e nostalgia, ma di tepore. L’imperativo è rialzarsi, curare le ferite, perdonarsi e perdonare. In una parola, vivere. Il tramite è la poesia. La stessa poesia dentro la quale prima l’autrice si è nascosta per poter soffrire in solitudine, ora diventa strumento per decodificare e medicare.

Nel terzo nucleo di componimenti l’autrice, dopo aver indagato all’interno di sé, volge lo sguardo all’esterno: uno sguardo tagliente, disincantato, spietatamente concreto sulla società, sul ballo ambiguo e corrotto del potere, sul vuoto dei contenuti mediatici e sulle false relazioni, sul perverso concetto di progresso che altro non è se non un continuo inferire sui più deboli e sugli organi vitali di un Pianeta in mille modi violato.

L’ultimo blocco di poesie si racconta in notturna: le immagini evocate riguardano il passato, i ricordi dell’adolescenza, le sensazioni e le meditazioni della notte. È il tempo della sera, una sera che non arriva svuotata delle paure e dei dubbi, della nostalgia e degli affanni, ma che porta con sé una nuova scintilla, una voglia di farcela, di lottare, di armarsi e partire. Ripartire. Rimangono le ferite, restano la sensazione di irrisolto, il vuoto di ciò che manca e sempre mancherà, la consapevolezza della morte che incombe su tutto, ma c’è una nuova voglia di guerreggiare, in circolo nelle vene, perché "si producono i migliori frutti dopo un’annata scarsa di raccolti e la catena di penuria può essere spezzata" (Toto corde, pag. 80).

I quattro nuclei poematici, tuttavia, non sono compartimenti stagni e le tematiche fluiscono dall’uno all’altro, si annunciano e ritornano come onde, come quel mare che sempre ricorre nei versi di Maria Grazia Palazzo, insieme alla figura della madre, immensa presenza e assenza.

Ricorrenti, anche, sono i riferimenti alla natura, una natura dalla forte connotazione territoriale, di immediato rimando alla Puglia: il fragno, il carrubo, l’ulivo, il melograno, il nespolo, il mandorlo, le margherite, i papaveri.

Maria Grazia Palazzo intreccia infiniti elementi con il controllo di un direttore d’orchestra, facendo trasparire qua e là anche la sua vocazione forense, tanto nel linguaggio quanto nella coerenza narrativa, nonché i suoi studi classici, dai quali rievoca le suggestive immagini del frammento di testa di Medusa, del Vello d’Oro, del fuoco prometeico di Pòlemos, di Mercurio, dei fasti millenari di Anfitrione, del mito di Tyche, personificazione della fortuna.
E, ancora, troviamo nella sua poesia gli echi di una Guernica incompresa, della Macondo marqueziana, dei post-sessantottini di Moretti (Ecce bombo), della barcellonese Casa Milà (la Pedrera), del Cireneo gravato dal suo triste compito…
Tutto converge a un fine unico: tessere e intrecciare le parole come una maglia di ferro, imbrigliare nei versi la sofferenza, domarla, lenirla, consegnarla al lettore.

Nota biografica sull'autrice:

Maria Grazia Palazzo è nata nel ’68 in valle d’Itria. Avvocato civilista ha esercitato la professione fino a pochi anni fa.  Negli ultimi anni ha intrapreso lo studio della teologia e delle questioni di genere. È mamma adottiva. È socia di Stati Generali delle donne di Bari. Insegnante precaria, la sua più grande ambizione è riuscire a tenere insieme il piano della quotidianità e quello dell’extra quotidiano. Ha pubblicato: nel 2012 Azimuth per LietoColle editore; nel 2013, in collettanea, Chiedici la Parola per Stilo editrice; nel 2015 Sulla carta del tempo per Terra d’Ulivi edizioni e Libertà, Semi di Poesia in Azione, per Secop Edizioni, a cura di S. Kuhtz; nel 2017 In punta di Piedi per Terra d’Ulivi. Alcuni suoi inediti sono stati pubblicati sul sito web di Cartesensibili, a cura di F. Ferraresso.  Nel 2017 è stato pubblicato online il testo di prosa poetica Da Dove, da Spagine, a cura di M. Marino. Nel 2018 ha pubblicato il suo terzo libro di poesia, Andromeda, un poemetto sul femminile, destinato anche al teatro, per iQdB di S. Donno. Nel 2020 è stato pubblicato il suo ultimo libro di poesia Toto corde per la casa editrice La Vita Felice.

Copertina del libro Toto corde, di Maria Grazia Palazzo
Copertina del libro Toto corde, di Maria Grazia Palazzo, con prefazione di Rita Pacilio, pubblicato dalle edizioni La Vita Felice (2020) nella collana Contemporanea (168); in copertina l'opera di Amit Satalino, Albero di primavera, elaborazione fotografica di acrilico su tela.

 


Nell'oltre di sperate meraviglie: l'esordio poetico di Alessandra Stella

Ho tenuto in mano questo libriccino per una settimana prima di accingermi a buttare giù queste righe. Come trattenuta da una forma di curiosa pudicizia, di timore di violare un patto segreto, un accordo silenzioso nascosto tra le righe. Ci sono libri che spalancano le porte al lettore e lo invitano a varcare il tappeto rosso steso ai suoi piedi; e ci sono libri più riservati, che lasciano che dalla porta socchiusa entri un timido raggio di luce a illuminare un pulviscolo danzante e che impongono allo sguardo di addentrarvisi con delicata lentezza.

È questo il caso di Non ci sono che ombre di Alessandra Stella (Quaderni di poesia, Eretica Edizioni, Buccino [SA] 2020), opera prima di un’autrice dalla voce sottile ma penetrante che esplora il continente sommerso delle paure e della frammentazione di sé che si ricompone a tratti solo attraverso la cucitura solida della scrittura. Strano è il sapore di questi versi e non è un caso che la prima lirica si intitoli proprio “Umami” e porti con sé la sapidità delle lacrime che si mescola al respiro e al sangue ferruginoso che percorre e infetta un corpo visto come “vuoto contenitore” dilavato da “acqua straniera”, spoglia inerte che tuttavia non riesce a cedere all’abbandono e alla stasi.

Il libro di Alessandra Stella, Non ci sono che ombre. Foto di Sara Ricci

Sembra un canzoniere amoroso ma l’inganno si svela presto: l’amore è un “morbo” che risucchia l’orizzonte, che avvolge e stritola, che toglie l’aria e cancella i confini smarriti per perdersi nell’Altro nel tentativo di ritrovarsi intera. C’è un disegno che si mostra in filigrana e che parte da quel “corpo, vuoto contenitore” e conduce alla meta attraverso un sentiero accidentato di ripensamenti, ironico distacco, fulminee visioni, immagini dissonanti, feroce disperazione e ribollente consapevolezza.

Un dialogo per voce sola in cui l’Altro appare lontano perché sepolto nella mente, inabissato nella carne, materia viva e pulsante che esige spazio, che ambisce a godere di vita propria. E il contenitore non basta a trattenere questo anelito, divenendo presto terra bruciata su cui macerie fumanti restano a testimoniare una battaglia mai sopita. C’è un’ombra oscura che si frappone tra lo sguardo e gli oggetti che abitano queste liriche, come se la bellezza, pura e rifulgente, fosse troppo violentemente luminosa per essere contemplata senza straziare gli occhi e quel velo fosco costituisse una lente protettiva per sopportarla.

In quella oscurità, nel luogo in cui “non ci sono che ombre” si annida il tarlo di una depressione paralizzante che al tempo stesso diviene primo motore immobile di una coraggiosa esplorazione di se stessi. E quel corpo disabitato e vuoto, quel corpo che l’Altro non riesce a vedere, quel corpo ridotto in minuscoli frammenti aguzzi privi di significato torna ad essere percorso dal desiderio di “guardare l’orizzonte attraverso un muro: viverlo nell’oltre di sperate meraviglie”.

Ed è ancora l’amore quella forza che, come direbbe Dante, “move il sole e l’altre stelle” a rischiarare le ombre e a proiettare su di esse un vapore di speranza, una possibile risposta a domande inevitabilmente sospese nella rumorosa eco di un vuoto che inghiotte ogni cosa. È l’amore, infine, a restituire le giuste proporzioni a quel corpo che al termine del viaggio ritrova i suoi confini e la propria identità, costellata di cicatrici ma unica e irriproducibile. Questa raccolta di poesie possiede una forza inconsueta che riluce come un lampo nei versi fulminei, rapidissimi, spiazzanti. Che si fa ragionamento, talvolta involuto, attorno al vuoto, prezioso ricamo di parole che si nutrono di silenzio e in esso fanno risuonare una musica propria, un ritmo preciso che è al tempo stesso condanna e assoluzione.

Una scrittura densa di luci e ombre, di dissonanze talvolta stranianti, di accordi sospesi con un punto coronato che ritarda ogni possibile risoluzione e lascia che la mente indugi in quello stato di febbrile attesa che si spegne. È un seme da cui sono certa germoglierà presto altra bellezza. Sotto un velo di terra si intravede già un verde germoglio, filo sottile e tenace con cui tessere altre storie, appiglio per nuovi smarrimenti, traccia impalpabile per ritrovarsi. O forse per perdersi ancora.

Alessandra Stella non ci sono che ombre
La copertina del libro Non ci sono che ombre di Alessandra Stella, pubblicato da Eretica Edizioni (2020) nella collana Quaderni di poesia