15 Maggio 2015

Come il cane ha trovato posto in famiglia – dall’Epoca Vittoriana ad oggi

I cani sono stati compagni per gli esseri umani per migliaia di anni. In un nuovo libro, il dott. Philip Howell sostiene che furono coloro che vissero durante l’Epoca Vittoriana ad ‘inventare’ il cane moderno con un posto nel cuore della famiglia. Ma, mentre alcuni cani divennero animali da compagnia, altri divennero dei flagelli.

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I Britannici sono una nazione di amanti dei cani: quasi un quarto delle abitazioni ne ha almeno uno. Forse li amiamo persino troppo. Una celebre arguzia descriveva le classi medio alte Inglesi come persone che dormono con i loro cani e mettono i loro bambini nei canili.
Ma quando avvenne alla nazione di innamorarsi dei propri cani in modo così disperato? E quali erano i limiti a questo affetto? L’accademico di Cambridge, dott. Philip Howell sostiene che furono coloro che vivevano durante l’Epoca Vittoriana a segnare il destino del cane come animale per l’abitazione e a dargli un ruolo di grande adorazione, ma anche controverso, nel cuore della famiglia.

In At Home and Astray: The Domestic Dog in Victorian London (pubblicato il 30 Aprile 2015  dalla University of Virginia Press), Howell suggerisce che il cane nella famiglia come lo conosciamo oggi fu ‘inventato’ nella Londra del diciannovesimo secolo.
In una serie di capitoli a tema, l’affascinante analisi di Howell getta luce su un periodo che vide rapidi cambiamenti nelle relazioni tra uomo e animale all’interno del contesto urbano – un cambiamento che vide lo sviluppo dell’industria degli animali da compagnia così come gli inizi dei ‘diritti degli animali’.
Come geografo culturale, Howell è particolarmente interessato nello spazio, e nelle modalità con cui la gente e gli animali condividono lo spazio. La linea di confine chiave viene posta tra zone pubbliche e private della città. Il cane divenne proprietà privata – come animale da compagnia – ma solo al prezzo di essere espulso dal regno del pubblico – come randagio. Il cane fu ritratto come un animale che ama naturalmente la famiglia, e che soffriva da ‘senza dimora’ vagabondo sulle strade.
La seconda metà del diciannovesimo secolo era un’epoca nella quale la popolazione londinese esplose. Le nuove classi medie benestanti si concentrarono sempre più sulla creazione di una casa come oasi di beatitudine domestica. Allo stesso tempo, i Londinesi  ‘tolsero gli ormeggi’ sempre più da un certo mondo naturale, con lo sparire dalla vista di molti animali (con la notevole eccezione dei cavalli).
Al crescere di Londra, regolamentazioni igieniche vennero imposte. Le vacche da latte necessarie per rifornire la capitale di latte furono spostate via dal centro della città. Mattatoi e mercati del bestiame furono spostati nei distretti esterni. A partire dalla metà del diciannovesimo secolo, non era più possibile guidare pecore e vacche, maiali e oche attraverso le strade del centro di Londra. Persino i carrettini trainati dai cani vennero banditi.
Howell sostiene che, mentre altri animali sparivano dalle strade, il cane da compagnia riempì un vuoto. I cani (o almeno certi cani ‘educati’) furono invitati a raggiungere la famiglia presso il caminetto, dal freddo del cortile o del canile. Nello spazio intimo del mondo domestico, il cane era prezioso più che produttivo, e persino infantile nel suo dipendere dagli uomini che lo circondavano.

Nel grembo della famiglia, il cane guadagnò un nome, una narrativa personale e, al termine dell’esistenza, un luogo di sepoltura. Come animali da compagnia, i cani erano pianti dai loro proprietari, che li interravano in cimiteri appositi (NdT: pet cemetery) dove i luoghi di riposo finale erano segnati da pietre tombali. Il contrario era altrettanto vero: nelle saghe meglio conosciute, i cani piangevano i loro proprietari. Bandito dalla tomba del proprio padrone, uno Skye terriere chiamato Greyfriars Bobby fece veglia fedele nel camposanto di Greyfriars ad Edinburgo per 14 anni.
Sostenuto dalla sua reputazione di fedeltà incrollabile, il cane domestico non era semplicemente coccolato ma chiaramente antropomorfizzato. Vezzeggiato, acconciato e infiocchettato, era anche femminilizzato. Questo cane da compagnia molto prezioso era un bersaglio facile per i ladri. Per il 1837, si stima che 141 ladri di cani operassero a Londra. In una sequenza di eventi, in seguito immortalata da Virginia Woolf nel suo romanzo Flush, il cocker spaniel della poetessa fu rubato da un famigerato ‘dognapper’ (NdT: si tratta di coloro che rapiscono i cani per chiederne un riscatto). Le fu restituito per un riscatto di sei guinee.
La crescita in popolarità del cane e la preoccupazione per il destino degli animali nelle strade era anche accompagnato dall’emergere dei primi rifugi per i cani randagi. Una ‘Casa temporanea per i cani persi e affamati’ aprì a Holloway nel 1860: muovendosi a sud, divenne la famosa Casa dei cani di Battersea.
IlTimes derise il sentimentalismo evidente nella fornitura di una struttura per i cani randagi. Il giornale commentò che si “aspettava che la benevolenza umana avesse i suoi limiti, e che questi limiti fossero segnati da qualche parte all’interno delle regioni dell’umanità, per quanto riguarda la mera interferenza sentimentale”. Perché non ci dovrebbe essere una casa per i ratti, si chiedeva con logica distorta.

Il problema dei randagi era certamente grave: nel 1869 si riferiva di Londra che “durante i cinque mesi dei raid della polizia contro i cani bastardi, 12.465 animali furono presi nella ‘Casa’ dove una morte gentile era amministrata agli immobili, ciechi, mutilati e ammalati; e il resto era restituito ai proprietari o collocato presso nuovi”.
La descrizione ‘casa’, suggerisce Howell, è anche altamente significativa: ‘una buona casa’ era quello di cui aveva bisogno un cane al fine di trovare salvezza dalla cattiveria – ed era analogo alle case fondate per offrire riparo e una vita migliore alle donne cadute in disgrazia. La Casa per i cani di Battersea fornì una strada per la salvezza per alcuni cani fortunati – ma soppresse pure i randagi che non potevano essere ‘rincasati’.
In conclusione i Britannici, come nella maggior parte delle nazioni, hanno una releazione curiosa coi cani. Gli animali domestici sono viziati e i loro pedigree celebrati. I cani di strada sono animali da temere ed evitare – selvatici, ammalati e pericolosi. Come sottolinea Howell, potrebbe essere una nazione di amanti dei cani, ma è un tipo di amore soggetto a condizioni.
At Home and Astray: The Domestic Dog in Victorian London di Philip Howell è pubblicato dalla University of Virginia Press. http://www.amazon.co.uk/At-Home-Astray-Domestic-Victorian/dp/0813936861
Immagini nell’articolo originale: At Home and Astray: The Domestic Dog in Victorian London by Philip Howell (University of Virginia Press); Un rapitore di cani in azione: Briton Riviere, Temptation, 1879. (Collezione privata); ‘A prisoner of want and hunger and neglect’ John Charles Dollman, “Supported by Voluntary Contributions,” Illustrated London News, 15 December 1875, 20 (Riproduzione con permesso della British Library).

 

L’Università di Cambridge non è responsabile dell’accuratezza della traduzione.
John Charles Dollman – Table d’Hote at a Dogs’ Home – Google Art Project (kgGx2yaJ7wII4A at Google Cultural Institute), foto da WikipediaPubblico Dominio, caricata da DcoetzeeBot.