Gioielli da riscoprire: "Resta con me" di Ayọ̀bámi Adébáyọ̀

Inizierei il 2020 con una puntata della rubrica “gioielli da riscoprire”. Ma questa volta non si tratta del caso eclatante di un autore best-seller, alla stregua del mio solito amato Sebastian Faulks. Il romanzo in questione è l’opera prima della scrittrice nigeriana Ayọ̀bámi Adébáyọ̀, pubblicata in inglese nel 2017 con il titolo Stay with me e tradotta nel 2018 in italiano come Resta con me da Maria Baiocchi e Anna Tagliavini, per La Nave di Teseo.

Ayọ̀bámi Adébáyọ̀ non deve la sua fortuna di esordiente al caso: prima di lanciarsi nella scrittura di un romanzo, ha studiato con personaggi di spicco del panorama letterario nigeriano e internazionale, tra cui merita una menzione Margaret Atwood. Il successo di Stay with me ha confermato le aspettative che gli esordi promettenti della giovane scrittrice (premi di poesia, scholarship per studi in scrittura creativa) avevano creato, e all’immediato successo di pubblico si è presto affiancato quello di critica, specialmente nel Regno Unito, con le nomination per il Wellcome Book Prize, ma soprattutto per il prestigioso Baileys Women's Prize for Fiction. La meritoria traduzione italiana del 2018, però, forse a causa di un clima politico e culturale in cui scritture non prettamente occidentali rischiano - ahinoi - di attirare meno lettori, non sembra aver avuto sufficiente eco mediatica, e, pertanto, a distanza di due anni dalla sua pubblicazione, vale la pena parlarne ancora.

https://soundcloud.com/penguin-audio/stay-with-me-by-ayobami

Gli ingredienti per un successo ci sono tutti. La trama non solo è accattivante, ma soprattutto si presta a sentimenti di empatia da parte dei lettori, e delle lettrici in particolare: nella Nigeria degli anni '80, attraverso una storia che giunge sino al 2008, una coppia felicemente sposata, composta da Akin e Yejide, marito e moglie, e convintamente votata alla monogamia, non riesce ad avere figli; la famiglia di lui, preoccupata per la successione, impone al figlio un secondo matrimonio poligamo – e subordinato al primo – ma anch’esso infruttuoso, non solo sul piano della fecondità, ma, prevedibilmente, anche su quello affettivo.

La prima moglie, la vera protagonista del romanzo, tramite l’inaspettata (e a lei perfino ignota) complicità del marito, riuscirà a trovare una dolorosa soluzione al problema dell’infertilità che sembra affliggere la coppia.

A dolore si sommerà dolore: tutti i bambini che Yejide riesce a concepire e dare alla luce tramite inconscio inganno soffrono di una rara malattia genetica, alla quale è difficile sopravvivere. Alla sofferenza di una moglie e di un marito, si aggiunge, dunque, quella di una madre e di un padre. Ma dire di più sulla trama significherebbe rivelare troppo, e la suspense è decisamente uno dei tratti stilistici salienti di questo libro, per cui meglio tacere su ulteriori dettagli.

La trama appare semplice, eppure gli occhi del lettore non riescono a staccarsi dall’intreccio. Resta con me è il tipico libro che si lascia divorare in una notte. La tecnica narrativa è più che sapiente, le pause si collocano nei momenti più opportuni, quelli in cui il lettore vuole sapere di più, non può smettere di leggere.

Le voci dei due protagonisti principali alternano in modo irregolare, intrecciando i punti di vista e le percezioni, anche se quella della protagonista femminile resta la voce narrante preponderante. Ma non è tutto: è la curiosità verso un sistema di valori complesso – per certi versi stranamente simile al nostro modo occidentale di sentire e constatare, e allo stesso tempo profondamente diverso, intriso di magia, di tradizioni, di superstizioni – che rende la lettura più intrigante, meno banale.

Perché questa potrebbe essere benissimo una qualsiasi bella storia d’amore e di famiglia, di dolore e di rinuncia, ma l’intreccio dei fatti narrati con la storia della Nigeria degli anni ’80 dello scorso secolo (una storia che poco si conosce e poco si studia), con il sentire religioso, con gli usi e i costumi e locali, con le favole del luogo, conferisce al romanzo una cifra stilistica singolare.

Stay with me Ayọ̀bámi Adébáyọ̀
La copertina USA Hardback di Stay with me di Ayọ̀bámi Adébáyọ̀

I temi trattati sono tanti: il matrimonio e l’amore, il sesso, la fertilità, la religione, il credo, le superstizioni, le barriere culturali, la politica, la condizione femminile in Nigeria. Nonostante la durezza di alcuni tratti della storia, lo stile di Ayọ̀bámi Adébáyọ̀ è delicato, talvolta anche ironico, tagliente ma non pesante. I dialoghi hanno forza narrativa e le descrizioni sono chiare, coinvolgenti.

Il romanzo scorre seguendo un ritmo rapidissimo, perfino troppo rapido, come se le pagine corressero velocemente incalzandosi verso la fine, a soddisfare la curiosità avida di chi legge, di chi deve sapere cosa succederà, come finirà la storia. Se questo sia un pregio o un difetto del libro è difficile dirlo; si intuisce l’irruenza di una scrittura positivamente acerba, ansiosa di arraffare il tempo e le sensazioni di chi la incontra.

Resta con me Ayọ̀bámi Adébáyọ̀
Ayọ̀bámi Adébáyọ̀ in una foto di Michael Lionstar

E forse è giusto che un’opera prima sia un po’ ansiosa, un po’ avara di consenso. Di sicuro costituisce un sensazionale inizio per una scrittrice promettente che, come spesso mi ritrovo a fare, mi auguro possa ottenere l'attenzione che merita dal pubblico italiano.

Resta con me Ayọ̀bámi Adébáyọ̀

Ayòbámi Adébáyò, Resta con me, trad. Maria Baiocchi e Anna Tagliavini, La nave di Teseo, pp. 324, euro 18,00

Ayòbámi Adébáyò, Stay with me, Congrate Books (seconda edizione), pp. 298, £8,99

Stay with me Ayọ̀bámi Adébáyọ̀
La copertina di Stay with me di Ayọ̀bámi Adébáyọ̀

ragazzo Nikon Lucio Rosa

Il “ragazzo” con la Nikon

Un occhio curioso e vivace, quello di Lucio Rosa, autore del documentario "Il ragazzo con la Nikon". Una dichiarazione d'amore, resa attraverso migliaia di foto, per una terra dalla storia millenaria, ormai sempre meno raggiungibile: la Libia.
Il film, prodotto da StudioFilmTv, verrà proiettato sabato 19 ottobre alle 19:00 alla "Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea".

Il “ragazzo” con la Nikon

ragazzo Nikon Lucio RosaNazione: Italia

Regia: Lucio Rosa

Durata: 31’

Anno: 2019

Produzione: Studio Film TV

Sinossi:

Le antiche oasi che gli Imazighen, “uomini liberi”, i berberi di Libia, vestirono di una splendida architettura, oggi sono quasi tutte abbandonate e cadute nel degrado. È un mondo che sta scomparendo, non essendoci più grande interesse per il recupero e per la conservazione della memoria e della storia: le architetture sublimi di antiche sontuose dimore, le elaborate architetture con cui si innalzavano magazzini fortificati, i villaggi che accoglievano i mercanti che con le loro carovane portavano i prodotti dell’Africa nera verso i porti del Mediterraneo.

Partecipazioni ad altri film festival e/o proiezioni pubbliche:

  • Firenze Archeofilm

Informazioni regista:

Lucio Rosa, regista, documentarista, giornalista, fotografo, inizia l'attività nel 1965 come libero professionista. Vive e lavora tra Bolzano e Venezia, la sua città natale, ma il lavoro lo svolge anche lungo le "vie del mondo". Nel 1975 fonda la STUDIO FILM TV un’azienda di produzione cinematografica e televisiva, che in completa autonomia produttiva e, avvalendosi anche di professionisti esterni con grande esperienza, realizza prodotti video sia in elettronica che con la tecnica cinematografica. L’esperienza e la competenza di un team di professionisti dell'immagine, supportati da una dotazione tecnica di proprietà dagli elevati standard qualitativi (Broadcast - Digital Betacam), permettono di seguire tutte le fasi di creazione del prodotto: ideazione, stesura della sceneggiatura e dei testi, riprese, editing e post produzione.

Informazioni casa di produzione: http://www.studiofilmtv.it/

Trailer: https://www.youtube.com/watch?v=cdXnRYfwkGE

Altro (articoli dedicati al film, curiosità, approfondimenti): http://www.associazioneargogaudio.org/news/143-libia-2

https://archeologiavocidalpassato.com/tag/film-il-ragazzo-con-la-nikon/

Scheda a cura di: Fabio Fancello


Busto Settimio Severo

Il Busto ritrovato di Settimio Severo in mostra al Colosseo

Il Busto ritrovato di Settimio Severo in mostra al Colosseo

Grazie al recupero della Guardia di Finanza sarà visibile al pubblico fino al 25 agosto nell’ambito della mostra “Roma Universalis”

 

Roma, 8 agosto 2019. Lo straordinario busto di Settimio Severo, che da qualche settimana apre al II ordine del Colosseo la mostra temporanea “Roma Universalis”, viene finalmente restituito alla pubblica fruizione dopo essere stato protagonista di una incredibile vicenda.

Il ritratto dell'imperatore appartenente alla “dinastia venuta dall'Africa" è infatti l’esito di una operazione di recupero che risale al settembre del 2017 quando, al termine di un pedinamento, i militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Roma rinvengono il prezioso reperto all’interno del portabagagli di un SUV, avvolto in una coperta, nella centralissima piazza Esedra, tra decine di turisti incuriositi.

L’opera proveniva dall’area di Guidonia – Montecelio, comune della città metropolitana di Roma, e dopo il recupero è stata consegnata alla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l'Area Metropolitana di Roma, la provincia di Viterbo e l'Etruria Meridionale, competente per il territorio, con la quale il Parco archeologico del Colosseo ha stabilito una collaborazione finalizzata al restauro  ma soprattutto alla sensibilizzazione sui reati contro il Patrimonio.

L’operazione che ha permesso il ritrovamento di questo reperto straordinario, è frutto del costante monitoraggio della circolazione delle opere d’arte, svolto dalle Fiamme Gialle ai fini della prevenzione, ricerca e repressione delle violazioni economico-finanziarie, in stretta sinergia con il MiBAC. Nel peculiare settore dei beni appartenenti al patrimonio culturale dello Stato, l’attenzione della Guardia di Finanza si concentra sulle connesse movimentazioni finanziarie, considerato che il loro intrinseco valore le rende particolarmente appetibili per gli interessi della criminalità, alla continua ricerca di strumenti per riciclare i proventi delle attività illecite.

Busto Settimio SeveroL'opera rimarrà esposta al Colosseo fino al 25 agosto, quando l'intera mostra sarà disallestita e il reperto verrà restituito alla Soprintendenza, dove sarà custodito sino alla fine della vicenda giudiziaria di cui è tutt'oggi ancora protagonista.

Busto Settimio SeveroTesto e immagini dal Servizio Comunicazione, relazioni con il pubblico, la stampa, i social network e progetti speciali
Parco archeologico del Colosseo


villa romana Tellaro

Alla scoperta della Villa romana del Tellaro

Tra campi coltivati e strade polverose, un cartello indica che sulla strada per Noto, in provincia di Siracusa, vi è una villa romana che prende il nome dall’omonimo fiume Tellaro. Questo complesso, scoperto nel 1971 durante scavi illegali, risulta gravemente danneggiato in quanto, durante il XVIII secolo, vi si impiantò sopra una fattoria che ne distrusse irrimediabilmente alcuni ambienti e danneggiò gravemente le strutture murarie antiche.

Sul lato sud dell’edificio, sono visibili solo le fondazioni ma è stato possibile identificare un ambiente absidato con un tratto di portico antistante pavimentato e decorato con mosaici policromi geometrici. Il lungo e difficile lavoro di esplorazione è durato oltre 20 anni e ha permesso di portare alla luce solo la parte centrale della villa romana che conserva ancora oggi splendidi apparati musivi.

Mosaico dalla Villa Romana del Tellaro. Foto: Paolo Mighetto

Quello venuto alla luce è un peristilio di circa 20 metri circondato da un portico largo 3,70 metri su cui si affacciano sui lati nord e sud diversi ambienti. La pavimentazione, in antico, era arricchita da mosaici policromi con scene figurate e motivi geometrici e gli ambienti situati a nord possono ancora oggi essere apprezzati per le magnifiche decorazioni. Il tappeto di tessere rappresenta corone di alloro che incorniciano medaglioni decorati da motivi geometrici. Il mosaico, che a differenza degli altri non è stato staccato per il restauro, conserva ancora delle chiazze di colore scuro causate da un incendio che colpì la villa romana nel V secolo d.C. Alcune irregolarità che si possono notare sulla superficie del pavimento sono dovute all’incendio e al crollo del tetto oltre che ai terremoti che si sono verificati nel corso dei secoli.

Mosaico dalla Villa Romana del Tellaro. Foto: Alessandra Randazzo

Nel portico è presente una scena parecchio lacunosa con recupero e pesatura del corpo di Ettore nella parte centrale. Visibili anche le figure di Ulisse, Achille e Diomede da una parte e i Troiani con Priamo dall’altra. Tutti presenziano alla pesatura del corpo di Ettore - di cui si conservano solo le estremità inferiori - posto evidentemente su un piatto della bilancia, cui faceva da contrappeso l’altro piatto con gli ori del riscatto. Tutta la scena è incorniciata da una larga fascia con girali che avvolgono figure di animali.

Contiguo da ovest è un altro ambiente con porzioni lacunose di mosaici pavimentali policromi che presentano quattro festoni che si dipartono da altrettanti crateri posti agli angoli dell’ambiente. Le aree delimitate dai festoni sono interessate da scene con un satiro e una menade danzanti presso un’ara tenendo in mano strumenti musicali. La stanza è la più piccola tra quelle del lato nord del portico. L’emblema al centro è perduto ma è probabile che fosse raffigurato Dioniso alla cui corte appartengono Satiri e Menadi. In prossimità dei quattro angoli della scena perduta centrale, vi sono delle rappresentazioni di maschere.

Mosaico dalla Villa Romana del Tellaro. Foto: Paolo Mighetto

Una terza area presenta invece scene di caccia che sono liberamente ispirate senza seguire profili schematici. Al di sotto c’è una scena di banchetto all’aria aperta con al centro gli invitati. Il mosaico, come quello degli ambienti precedenti, è stato staccato, restaurato in laboratorio e riposizionato. Al centro una figura femminile, interpretata come la personificazione dell’Africa, è seduta su una roccia ed è circondata da alberi; intorno a lei si svolgono le scene di una battuta di caccia. Da notare come l’artista si sia ispirato ad un certo realismo creando i riflessi dell’acqua intorno alle gambe degli uomini e alle zampe degli animali mentre guadano il fiume. Nel registro inferiore, il momento concitato della caccia si placa con un banchetto, con i cavalli ormai legati agli alberi e le prede imbandite in piatti gustosi. Solo i servi si affollano intorno agli invitati versando acqua per le mani o vino e continuando a preparare porzioni di cibo. Il senso del movimento, la libertà delle figure nello spazio e la vivace policromia sono sicuramente gli elementi di spicco di questo straordinario mosaico

I mosaici si datano al IV secolo d.C. e alla mente non possono non richiamare quelli più famosi della Villa del Casale di Piazza Armerina e alcuni provenienti  da alcuni centri dell’Africa Proconsolare.

villa romana Tellaro
Mosaico dalla Villa Romana del Tellaro. Foto: Paolo Mighetto

I saggi di scavo eseguiti all’esterno della masseria fanno ritenere che la villa romana avesse un’estensione sicuramente maggiore di quella identificata attualmente. Gli scavi fino ad ora eseguiti inoltre non hanno restituito materiale di uso comune della villa del Tellaro e le cause oltre che nella stratificazione “moderna” possono essere ricondotte anche al disastroso incendio che colpì la villa. Solo alcuni frammenti di ceramiche, soprattutto anfore rinvenute in ambienti di deposito e monete su pavimenti e nei livelli inferiori hanno permesso di fissare la cronologia della villa intorno alla metà del IV secolo d.C., e di collocare  di conseguenza anche lo stile dei mosaici. I dati acquisiti in questi anni fanno emergere che la villa aveva l’esposizione principale verso nord/ nord-est, in una posizione di riparo dai venti africani e con un dominio sul fiume Tellaro e sui fertili campi che vi erano intorno.

La villa signorile del Tallero, come quella romana scoperta a Patti Marina nel messinese e a Piazza Armerina, si configura quindi come un grande latifondo autosufficiente rispetto ai centri urbani e posizionato in punto strategico dell’isola. La ricchezza del complesso, la cui eco è ancora visibile nei preziosi mosaici ritrovati, contribuisce in maniera significativa allo studio e alla conoscenza dell’assetto socio – economico della Sicilia in età tardo antica.

villa romana Tellaro
Mosaico dalla Villa Romana del Tellaro. Foto: Paolo Mighetto

I Severi si raccontano in una grande mostra tra Colosseo, Palatino e Foro Romano

Celebrare la potenza imperiale attraverso imponenti opere architettoniche e sociali è una prerogativa abbastanza comune tra i personaggi della storia romana che a partire da Augusto, primo imperatore, hanno caratterizzato il governo dell’Urbe e poi dei territori conquistati. Strutture diversificate per contesto e opulenza che ancora oggi possono essere ammirate e che costituiscono anche una base per il contesto urbano attuale. Roma, in modo particolare, nel corso della sua storia, ha visto una stratificazione urbana non indifferente tanto che ben poco rimane di quello che doveva essere il lusso della residenza dell’Impero.

Severi Settimio Severo Roma Universalis. L'Impero e la dinastia venuta dall'Africa
COLOSSEO Roma Universalis. Foto C. Pescatori

Per chi organizza mostre, poi, ritagliare una fetta di storia e incorniciare un determinato periodo non è affatto semplice, soprattutto se a passare sotto l’attento giudizio di storici e archeologi è un’intera dinastia che per ben quaranta anni (193 – 235 d.C.) si è resa protagonista di uno degli ultimi grandi momenti dell’impero, portando a compimento opere politiche e sociali che ancora oggi fanno discutere e che sorprendono per l’estrema modernità. I Severi, con il loro capostipite Settimio Severo, impressionano per il messaggio di universalità che riescono a dare ai territori assoggettati, ricordando, cosa da tenere ben presente, che ormai il centro del potere si era spostato da Roma e che ora vede protagoniste le province e in particolare, sotto la dinastia venuta dall’Africa, centri particolarmente splendidi e fiorenti come Leptis Magna. Sotto il discusso Caracalla, addirittura, quello che era sempre stato un baluardo delle società antiche, cioè il diritto di cittadinanza, venne esteso a tutti gli abitanti liberi dell’Impero, garantendo e sancendo, di fatto, un’ingente integrazione tra le varie genti del Mediterraneo e dell’Europa e abolendo il divario che aveva sempre posto Roma al di sopra dei popoli vinti e assoggettati con la forza. Quello dei Severi è il periodo in cui l’Impero romano vive la sua dimensione più cosmopolita, dove i membri del senato e dell’ordine equestre vengono cooptati da ogni angolo del mondo vinto e in cui la mobilità di uomini e merci è garantita dall’assenza di frontiere.

Severi Settimio Severo Roma Universalis. L'Impero e la dinastia venuta dall'Africa
COLOSSEO Roma Universalis. Foto C. Pescatori

Il latino e il greco non sono solo le uniche lingue letterarie ma grazie ad un ramo della discendenza imperiale dei Severi, anche il siriaco comincia ad entrare prepotentemente nei documenti. Roma si arricchì di nuovi edifici e molti altri furono restaurati e alla stessa stregua, molte città dell’Impero in Africa, Egitto, Siria e province anatoliche, fiorirono e divennero grandi capitali. Numerosi sono i provvedimenti assunti a favore dell’esercito e delle legioni e con essa seguì una grande propaganda legata alle campagne militari in difesa dei confini dell’Impero da cui derivano ingenti bottini. Per consolidare il proprio potere, Severo si presenta come diretto discendente degli imperatori Antonini e nomina, prima del 195 d.C., il figlio Caracalla quale Cesare e suo erede, legittimando la nuova dinastia. La politica dinastica, dopo l’intermezzo del prefetto al pretorio Macrino cui si deve l’uccisione di Caracalla nel 217 d.C. viene ripresa dalle donne della dinastia, Giulia Mesa e Giulia Mamea, che riportano sul trono la porpora con Elagabalo (218 – 222 d.C.) e Alessandro Severo (222 – 235 d.C.).

Comincia con questi presupposti l’articolato percorso della mostra “Roma Universalis. La dinastia venuta dall’Africa”, promossa dal Parco archeologico del Colosseo in collaborazione con Electa Editore, ideata da Clementina Panella e curata con Alessandro D’Alessio e Rossella Rea.

Tre sono i luoghi coinvolti per narrare le vicende della dinastia dei Severi: Colosseo, Palatino e Foro Romano e attraverso le sezioni proposte si illustrano gli sviluppi storico – politici e l’evoluzione artistica e architettonica a Roma e nelle regioni dell’Impero.

Roma Universalis. L'Impero e la dinastia venuta dall'Africa Severi Settimio Severo
COLOSSEO Roma Universalis. Foto C. Pescatori

Il percorso di visita

Dal secondo ordine del Colosseo, circa trecento reperti archeologici provenienti da importanti musei italiani e stranieri ripercorrono la storia della dinastia attraverso una serie di ritratti, ricordando le origini della famiglia. Settimio Severo, il capostitipe della dinastia che da lui prenderà il nome di "Severi", proviene da Leptis Magna, in Libia, e con la moglie Iulia Domna da Emesa, Siria, nominata Augusta e donna di grande influenza politica, dà inizio all’ultima rilevante famiglia imperiale che regnò per quarant’anni su Roma. Tra i pezzi in mostra e di particolare prestigio, tre rilievi provenienti dai recenti scavi della metropolitana di Napoli appartenenti ad un arco onorario. Senza dimenticare i frammenti della Forma Urbis, mappa catastale di particolare rilievo per la topografia di Roma e che proprio con Settimio Severo viene ulteriormente ampliata. Inoltre, grande rilievo anche per l’artigianato, con i vetri finemente lavorati ad Alessandria d’Egitto e a Colonia, le ceramiche dalla Tunisia o gli argenti conservati al Metropolitan Museum of Art.

Roma Universalis. L'Impero e la dinastia venuta dall'Africa Severi Settimio Severo
FORO ROMANO Roma Universalis. Foto C. Pescatori

Dal Colosseo, che proprio durante l’età severiana conobbe importanti restauri, si giunge al Foro Romano dove tra il Tempio di Romolo e la Basilica di Massenzio si percorre il Vicus ad Carinas, tra i più antichi percorsi di Roma che fin dall’età repubblicana collegava il quartiere “delle Carine” sul colle Esquilino con il Foro. Nel Medioevo, la via più volte risistemata a causa della continua usura, era ridotta ad un impervio acciottolato che serviva come passaggio anche per la vicina basilica dei SS. Cosma e Damiano, sorta nel IV secolo d.C. Attraverso questo accesso, ci si può affacciare anche sul Templum Pacis di cui, dopo un lungo restauro, è visibile l’opus sectile pavimentale composto da marmi pregiati. L’intero edificio era dedicato alla cultura, un lusso possibile solo durante l’epoca di pace. Nel 192 d.C. un incendio distrusse quasi completamente l’edificio che venne ricostruito da Settimio Severo che ne ripropose la monumentalità originaria. In questa occasione fu collocata la Forma Urbis Romae di cui restano sul muro di facciata della basilica dei SS. Cosma e Damiano le impronte delle lastre di marmo su cui era incisa. Nel vicino Tempio di Romolo il visitatore potrà ammirare trentatré nuovi reperti scultorei trovati negli scavi presso le Terme di Elagabalo e tutti riutilizzati, in frammenti, come materiale edilizio all’interno di due fondazioni murarie pertinenti ad un edificio di VI-VII secolo d.C. Le opere formano un gruppo cronologicamente omogeneo compreso tra la metà circa del II secolo d.C. e il 220 d.C. e ci restituiscono un’interessante testimonianza della ritrattistica di età imperiale. Proseguendo nel percorso, famoso e imponente è l’Arco di Settimio Severo costruito nel 203 d.C. in onore dell’imperatore e dei suoi figli Caracalla e Geta, il cui nome venne poi abraso per damnatio memoriae. Il monumento è decorato con scene delle battaglie combattute contro gli Arabi e i Parti, mentre vittorie alate e divinità di fiumi sono scolpite nelle fasce laterali. Da monete sappiamo che originariamente l’arco era sormontato da una grande quadriga a sei cavalli.

Il terzo e ultimo percorso di visita prosegue sul Palatino attraverso i luoghi dei Severi che si estendono su circa due ettari, di cui i segni più imponenti rimasti sono le grandi arcate e terrazze, insieme allo Stadio con la sua straordinaria sala dei capitelli dal soffitto a cassettoni stuccato. Per la prima volta saranno visibili le vestigia di uno straordinario complesso architettonico: le cosiddette Terme di Elagabalo, venute alla luce in un angolo delle pendici del colle lambito dalla via Sacra che racconta una lunga storia di trasformazioni edilizie. Il nome “Terme di Elagabalo” deriva dalla confusione tra una notizia delle fonti scritte che attribuivano a questo imperatore un “lavacrum publicum […] in aedibus aulicis” e il ritrovamento negli sterri dell’Ottocento, nella zona più vicina all’Arco di Tito, di un piccolo impianto termale. In realtà le Terme appartengono ad un intervento del IV secolo d.C., mentre la costruzione in laterizio è attribuita ad epoca severiana. Le indagini archeologiche, iniziate nel 2007, hanno ricostruito le diverse fasi dell’edificio dall’età imperiale fino al periodo tardoantico, sia la complessa maglia insediativa dell’area nelle epoche precedenti.

Roma Universalis. L'Impero e la dinastia venuta dall'Africa Severi Settimio Severo
Ingresso al Complesso Severiano ©Electa Foto Luigi Spina

Nell’angolo sud-est del Palatino, visibile anche il cosiddetto “Complesso Severiano”, noto anche come Domus Severiana o Terme Severiane, un comparto monumentale a terrazze esteso tra le Arcate Severiane, parte integrante del complesso stesso, la via dei Cerchi e il settore centrale del colle a est dello Stadio. Queste strutture assumono la fisionomia di un grandioso Palazzo che si erge su 5 o 6 livelli, frutto di una stratificazione che portò a diverse fasi edilizie, ristrutturazioni, ampliamenti e varie modifiche d’uso.

Due sono le pubblicazioni edite da Electa. Un volume che racchiude numerosi contributi scientifici che ripercorre la storia della dinastia dei Severi senza tralasciare nessun aspetto, l’altro molto più maneggevole ideato come guida breve sia in italiano che in inglese che accompagna il visitatore attraverso le varie sezioni della mostra e nel percorso tra Foro Romano e Palatino.

Severi Settimio Severo Roma Universalis. L'Impero e la dinastia venuta dall'Africa

Non è facile costruire una mostra così grande in un’area vasta nel cuore della Roma antica e soprattutto raccontare e far conoscere ad un pubblico variegato gli aspetti salienti di una dinastia di imperatori, i Severi, che hanno lasciato un’impronta forte e duratura in molti campi del sapere, della burocrazia e dell’arte, in un periodo che per Roma coincideva con l’avanzare del declino. “Roma Universalis. La dinastia venuta dall’Africa” offre un’opportunità di conoscenza unica nel suo genere sia per semplici appassionati sia per chi vuole approfondire una parte della storia romana che tutt’oggi non vanta di molte pubblicazioni ma in cui grandi trasformazioni sociali, culturali e religiose trovano una realizzazione “perfetta” e forse l’ultima prima del crollo dell’Impero e dell’avanzare dei barbari.

Info mostra Severi: https://www.electa.it/mostre/roma-universalis-limpero-e-la-dinastia-venuta-dallafrica/


La "globalizzazione alimentare" comincia dalla preistoria

Oggi non ci sorprendiamo di come molte delle attuali coltivazioni siano diffuse sull'intero globo, ma se buona parte di questa globalizzazione alimentare è il risultato delle moderne reti di scambio, le radici della stessa affondano però nel lontano passato preistorico.

Molti conoscono - almeno per il fatto di toccarne quotidianamente con mano gli effetti - lo scambio colombiano, che avvenne dopo il viaggio di Cristoforo Colombo e che determinò un vasto interscambio culturale, di piante e di animali tra il cosiddetto Vecchio Mondo e il Nuovo. Tuttavia, una globalizzazione dagli effetti non meno drammatici avrebbe avuto luogo in epoca preistorica: a sostenerlo e sottolinearlo è il professor Xinyi Liu - tra gli autori di un nuovo studio pubblicato su Quaternary Science Reviews.

globalizzazione alimentare

L'animazione mostra come quattro delle più antiche coltivazioni domesticate si siano diffuse nel Vecchio Mondo, nel periodo compreso tra 7.000 e 3.500 anni fa. Credits: per i dati Xinyi Liu; per l'animazione, Javier Ventura/Washington University in St. Louis.

Gli stessi archeologi hanno cercato le prove della domesticazione delle colture stesse sin dagli albori della disciplina. Si sono prodotti studi che hanno cercato di individuare quali fossero le aree dove è avvenuta la domesticazione di piante, e lo si è fatto - ad esempio - partendo dall'esame dei resti carbonizzati di frumento, orzo, miglio, riso, ritrovati nei focolari e nei fuochi da campo.

A partire proprio dalle prove di carattere archeologico, questo nuovo studio ha cercato di ricostruire le distanze "percorse" dalle coltivazioni cerealicole nel periodo compreso tra il 5.000 e il 1.500 a. C., realizzando una nuova cronologia e biogeografia di questa antica globalizzazione alimentare, che precedette di millenni le prime prove materiali di scambi all'interno dell'Eurasia (ad esempio, la stessa Via della Seta).

Frumento e orzo viaggiarono dall'Asia sud-occidentale verso l'Europa, l'India e la Cina, mentre il miglio e il panìco si mossero nella direzione opposta, dalla Cina verso occidente; il riso viaggio per tutta l'Asia, meridionale, orientale e sud-occidentale; il sorgo e specie di miglio proveniente dall'Africa si mossero lungo l'Africa sub-sahariana e l'Oceano Indiano.

C'è però un aspetto anche di carattere sociale. Come ha spiegato il professor Xinyi Liu, “il fatto stesso che la ‘globalizzazione alimentare’ nella preistoria abbia interessato più di tre millenni indica probabilmente che uno dei principali motori del processo fu il perenne bisogno dei poveri, piuttosto che le più effimere scelte culturali dei potenti nel Neolitico e nell'Età del Bronzo”. L'intero processo non ha implicato solo l'adozione di coltivazioni da parte delle comunità, ma anche il loro rifiuto, determinati questi da considerazioni di carattere economico o da conservatorismo culinario.

Orzo (Hordeum_vulgare), United States National Arboretum, foto di CliffCC BY 2.0

Lo studio From ecological opportunism to multi-cropping: Mapping food globalisation in prehistory, opera di Xinyi Liu, Penelope J. Jones, Giedre Motuzaite Matuzeviciute, Harriet V. Hunt, Diane L. Lister, Ting An, Natalia Przelomskaef, Catherine J. Kneale, Zhijun Zhaog, Martin K. Jones, è stato pubblicato su Quaternary Science Reviews, volume 206, 15 Febbraio 2019, pp. 21-28.

 

 


megaerbivori estinzione Africa ominidi

Non furono gli antichi ominidi a determinare l'estinzione dei megaerbivori in Africa

Non furono gli antichi ominidi - in particolare i nostri predecessori in grado di realizzare strumenti - a causare l'estinzione di gran parte dei grandi mammiferi erbivori in Africa. Queste le conclusioni alle quali è giunto un nuovo studio, pubblicato su Science, che va quindi a mettere in discussione una tesi a lungo sostenuta.

Anche se oggi rimangono solo cinque specie di megaerbivori, nel passato la diversità era ben superiore. Ad esempio, tre milioni di anni fa ad Hadar, in Etiopia, il nostro celebre antenato Lucy (Australopithecus afarensis) condivideva il suo ambiente con tre specie di giraffe, due di rinoceronti, una di ippopotami, e quattro di elefanti.

"Nonostante decenni di letteratura scientifica ad affermare che i primi ominidi abbero un impatto sull'antica fauna africana, ci sono stati pochi tentativi di verificare questo scenario o di esplorare alternative", afferma il professor Tyler Faith. "Riteniamo che il nostro studio sia un importante passo in avanti per comprendere la profondità degli impatti antropogenici sulle comunità di grandi mammiferi, e fornisce una convincente controargomentazione a questi punti di vista da lungo tempo sostenuti sui nostri antichi antenati."

Il team di ricerca ha analizzato fossili provenienti da oltre 100 siti africani. Credits J. Tyler Faith

Per verificare l'impatto degli antichi ominidi, i ricercatori hanno compilato un elenco di estinzione di erbivori nell'Africa Orientale, per un periodo di sette milioni di anni e con particolare attenzione appunto ai megaerbivori. I ricercatori sostengono che a causare le estinzioni sarebbe stata soprattutto l'espansione della savana, che a sua volta sarebbe correlata a una caduta dei livelli globali di CO2 atmosferica; bassi livelli di CO2 favoriscono l'erba rispetto agli alberi, che costituivano la fonte di cibo per i megaerbivori e può anche darsi che l'estinzione di alcuni carnivori sia legata alla scomparsa delle loro prede.

Spiega ancora Faith: "le nostre analisi mostrano un declino costante e di lungo termine della diversità dei megaerbivori, a cominciare da circa 4,6 milioni di anni fa. Questo processo di estinzione ebbe inizio oltre un milione di anni prima delle prime testimonianze di antenati umani in grado di creare strumenti o di macellare carcasse animali, e molto prima della comparsa di una qualsiasi specie di ominide realisticamente in grado di cacciarli, come l'Homo erectus".

Dente fossile di ippopotamo (Hippopotamus amphibius) (a sinistra) e di rinoceronte bianco (Ceratotherium simum) (a destra), due dei pochi megaerbivori ancora esistenti, dal Tardo Pleistocene del Kenya occidentale. Credits: J. Tyler Faith

In conclusione, spiega sempre Faith, a causare l'estinzione dei megaerbivori sarebbero stati soprattutto cambiamenti climatici e ambientali, per uno studio sull'impatto sugli ecosistemi da parte degli ominidi bisognerebbe invece concentrare la propria attenzione su quelli in grado di produrli, come l'Homo sapiens.

Moeritherium, opera di Heinrich Harder (1858-1935), The Wonderful Paleo Art of Heinrich Harder

Lo studio Plio-Pleistocene decline of African megaherbivores: No evidence for ancient hominin impacts, di J. Tyler Faith, John Rowan, Andrew Du, Paul L. Koch, è stato pubblicato su Science, 23 Nov 2018: Vol. 362, Issue 6417, pp. 938-941 DOI: 10.1126/science.aau2728.


Babinga, piccoli uomini della foresta

Superstiti testimoni di epoche antichissime, i pigmei Babinga, piccoli uomini della foresta, sono l’immagine di quella che probabilmente fu la vita dei cacciatori-raccoglitori della preistoria. Il film Babinga, piccoli uomini della foresta, fuori concorso, verrà proiettato domenica 21 ottobre 2018, nell'ambito dell'ottava edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea.

Babinga, piccoli uomini della foresta*

Nazione: Italia

Regia: Lucio Rosa

Consulenza scientifica: Lucio Rosa

Durata: 26’

Anno: 1987

Produzione: Studio Film TV

* Opera fuori concorso

Sinossi: Superstiti testimoni di epoche antichissime, i pigmei Babinga, piccoli uomini della foresta, sono l’immagine di quella che probabilmente fu la vita dei cacciatori-raccoglitori della preistoria. La buia ed impraticabile foresta equatoriale africana ha contribuito a proteggere la loro esistenza. Ma le cose stanno cambiando repentinamente. L’impatto con altre civiltà sta fatalmente distruggendo la loro cultura e le loro tradizioni.

 

Partecipazioni ad altri film festival e/o proiezioni pubbliche:

  • XXVI Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico – Rovereto (TN)
  • XXXII Bolzano Film Festival – Bolzano
  • Trasmesso all’interno della trasmissione televisiva RAI Quark

 

Informazioni regista: Lucio Rosa, artista poliedrico, veneziano d’origine, ormai naturalizzato bolzanino, grande viaggiatore ed, etnografo ha documentato con storie, film ed immagini – con oltre 150 produzioni – i suoi viaggi avventurosi nel mondo, soprattutto in Africa. Importante testimone dei tempi, che raccontiamo attraverso il nostro festival, con quattro documentari.

Informazioni casa di produzione: http://www.studiofilmtv.it/

 

Altro (articoli dedicati al film, curiosità, approfondimenti):

https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/tag/film-babinga-piccoli-uomini-della-foresta/

 

Scheda a cura di: Fabio Fancello


In mostra a Palermo Robert Capa, l’emblema del fotogiornalismo di guerra

Il fotogiornalismo del Novecento presenta pochi personaggi di spicco, tra i quali emerge
indubbiamente Robert Capa. Fotografo ungherese il cui vero nome era Endre Ernő Friedmann
(1913-1954), fu reso celebre dai suoi suggestivi scatti nel corso di innumerevoli combattimenti, a tal
punto da esser definito dalla nota rivista britannica Picture Post “il più grande fotografo di guerra al
mondo”, nonché il primo. Difatti il coraggioso professionista fu testimone oculare dei più devastanti
conflitti del suo tempo, tra i quali la guerra civile spagnola, la Seconda Guerra Mondiale, la seconda
guerra tra Repubblica di Cina e l’Impero giapponese, il conflitto arabo-israeliano e la prima guerra
d’Indocina.

Esiliato dal suo paese natio, studiò giornalismo a Berlino ed iniziò a fotografare con la Leica, uno
tra i primi modelli del periodo che divenne ben presto all’avanguardia. Non possedeva inizialmente
distintive capacità tecniche, ma aveva compreso l’importanza del potere comunicativo della
fotografia nel descrivere la realtà. Aiutante di laboratorio nella rinomata agenzia fotografica
Dephot, per essa realizzò servizi fotogiornalistici relativi alla cronaca locale. Il direttore Simon
Guttam gli diede poi importanti commissioni, inviandolo anche in Spagna per dare testimonianza
della guerra civile appena iniziata. La foto qui assume un ruolo propagandistico primario:
riprendendo donne intente ad allenarsi a sparare, infanti impauriti e visi sofferenti, si ottiene il
supporto per la causa repubblicana. Oltre a riprendere la resistenza a Madrid e la capitolazione di
Barcellona, si recò in Francia in occasione dei tumulti di Parigi a seguito dell’elezione del Fronte
Popolare e successivamente per l’esilio dei soldati lealisti in campi d’internamento.

Robert Capa durante la Guerra Civile Spagnola, Maggio 1937. Foto di Gerda Taro

Lo pseudonimo di Robert Capa gli venne suggerito dalla compagna e collega Gerda Taro, per
incrementare il prezzo delle sue foto vendute come il prodotto di un misterioso professionista
proveniente dagli Stati Uniti. Tra gli ulteriori reportage ricordiamo il servizio sul Giro di Francia, il
documentario in Turchia, la stesura delle sue memorie di guerra per il progetto di divenire
produttore-regista hollywoodiano, poi abbandonato. Con i colleghi Henri Cartier-Bresson, George
Rodger, David Seymour e William Vandivert fondò l’agenzia fotografica “Magnum”, che stabilisce
tuttora i parametri estetici del fotogiornalismo. Ultimo incarico, la ripresa per “Life” della guerra in
Indocina ad opera dei francesi, durante la quale perse la vita nel corso di una missione militare
verso il delta del Fiume Rosso.


In sua memoria è stato istituito il Premio annuale Robert Capa e l’International Center for
Photography. In occasione del settantesimo anniversario della nascita di Magnum Photos, in onore
del grande fotografo ha attualmente luogo la mostra “Retrospective” nel Real Albergo dei Poveri a
Palermo. Ultima settimana per potervi partecipare, ammirando i notevoli scatti in bianco e nero da
lui realizzati tra il 1936 ed il 1954, tra cui le uniche foto professionali dello sbarco in Normandia.
Mostrano povertà, dolore, disordini ed efferatezze belliche, oltrepassando la barriera con il soggetto
ripreso. Testimonianze dirette della sua presenza sul luogo, dal primo incarico internazionale alla
conferenza di Trotskij (1932) sino all’anno della sua scomparsa in Vietnam a causa di una mina
anti-uomo.

L’organizzazione della mostra è affidata a Civita con l’ausilio di Magnum Photos e la Casa dei Tre
Oci, promossa dall’Assessorato Regionale ai beni culturali e all’identità siciliana in corrispondenza
di “Palermo Capitale della Cultura 2018”. L’esposizione, fedele al progetto originario di Richard
Whelan, è curata da Denis Curti ed espone 107 foto suddivise cronologicamente in dodici sezioni:
Copenhagen 1932, Francia 1936-1939, Spagna 1936-1939, Cina 1938, Gran Bretagna e Nord Africa
1941 - 1943, Italia 1943 - 1944, Francia 1944, Germania 1945, Europa orientale 1947, Israele 1948-
1950, Indocina 1954. Dunque la collezione mostra il pregevole ed instancabile operato di Capa,
distinguendolo in relazione al conflitto ritratto. Ai reportage sulla resistenza dei cinesi all’avanzata
giapponese (1938) seguono le immagini da corrispondente in Africa settentrionale ed in vari campi
di battaglia durante la seconda guerra mondiale: immortalò infatti lo sbarco in Sicilia da parte degli
alleati e la successiva avanzata sino a Napoli e Cassino, la liberazione di Parigi (1944) e, dopo la
discesa in paracadute insieme ai soldati statunitensi nel territorio tedesco, ne documentò
l’occupazione. Vi sono testimonianze anche del suo soggiorno in Russia, in Israele durante la
fondazione dello stato nel 1948 ed infine in Indocina durante i combattimenti. Una sezione speciale
è dedicata alla Sicilia, dove operò nel 1943 cogliendo le reazioni di giubilo della popolazione
all’arrivo delle truppe alleate.

La rassegna illustra la capacità dell’autore di andar contro la tendenza disumanizzante della lotta,
dando enfasi all’uomo, alle sue espressioni e gestualità. Come espresso dal suo amico John
Steinbeck, Capa ha ripreso le emozioni della battaglia, il terrore e la sofferenza umana attraverso il
volto di un fanciullo. Tra le sue immagini più celebri vi è “il miliziano colpito a morte” dai
franchisti a Cordova, scatto che lo rese famoso in tutto il mondo, sebbene se ne discuta ancora
l’autenticità. Dinnanzi alle accuse di aver creato la foto ad hoc, egli stesso asserì invece di averla
scattata senza inquadrare il soggetto, poiché aveva la macchina fotografica posta sul capo. Aveva
un’attrazione inusuale per il pericolo, pronto a fronteggiare la morte pur di narrare senza filtri la
cruda realtà della guerra.

L’esposizione fotografica è affiancata dalla proiezione del documentario “Robert Capa: in Love and
War”, realizzato nel 2003 dalla regista Anne Makepeace. Si tratta di rari materiali di archivio,
unitamente ad interviste a parenti, amici e colleghi tra i quali il fratello Cornell, Henri Cartier-
Bresson, Marc Riboud, Elliot Erwin e Isabella Rossellini. Infine vi è un’area dedicata ai Ritratti di
persone a lui legate, come Ingrid Bergman, Gary Cooper, Ernest Hemingway, Henri Matisse e
Pablo Picasso, in quanto durante la sua intensa carriera raffigurò anche la ricca vita decadente di
alcuni abbienti europei del suo tempo.

Termina così una rassegna che illustra la vita e l’attività di questo grande fotogiornalista, di cui è
esposto un ritratto scattato nel 1951 da Ruth Orkin. Il percorso è spiegato da un’audioguida in
lingua italiana ed inglese, inclusa nel prezzo d’ingresso. C’è tempo fino al 23 settembre per poterla
ammirare, osservando da vicino realtà che hanno segnato la storia del mondo grazie alla bravura di
questo impavido professionista. Concludiamo con la sua più nota citazione: “Se le tue foto non sono
buone, vuol dire che non eri abbastanza vicino”. Onore al coraggio.

Morte di un miliziano. Foto di Robert Capa, 1936

Giorni e orario di apertura: da martedì a domenica, ore 10:00 – 19:00 (ultimo ingresso alle ore
18:00). Lunedì chiusura.

Prezzo d’ingresso: Intero 10,00 euro. Ridotto 9,00 euro. Ridotto speciale 4,00 euro.

Info: Tel. 091 7657621; https://www.mostrarobertcapa.it/


Da Blombos in Sud Africa viene il più antico disegno astratto

Il più antico esemplare di disegno astratto, realizzato con l'ocra su roccia silicea, è stato ritrovato presso il sito preistorico di Blombos, una piccola grotta presso Capo Agulhas in Sud Africa. La roccia è stata datata a 73 mila anni fa, sulla base della sua provenienza da uno strato al quale erano associati strumenti litici del tipo Still Bay.

La grotta di Blombos. Credits: Magnus Haaland

I risultati, pubblicati su Nature, sono ritenuti importanti dal team di ricercatori dietro lo studio, in quanto il disegno realizzato sulla silcrete costituirebbe un primo indicatore cognitivo e di comportamento. Con la datazione suindicata, andrebbe a precedere di 30 mila anni il più antico disegno astratto finora noto.

Foto © D'Errico/Henshilwood/Nature

A lungo gli studiosi sono stati convinti del fatto che solo l'Homo sapiens fosse in grado di realizzare simboli, ma recenti scoperte - spiega il professor Christopher Henshilwood - suggeriscono invece che la produzione e l'uso di simboli emerse molto prima, in Africa, in Asia, in Europa. Ad esempio, un'incisione è stata ritrovata su una conchiglia di bivalve di 540 mila anni fa a Trinil, Giava, mentre oggetti decorativi sono stati ritrovati in Africa e datati a un periodo compreso tra i 70 mila e i 120 mila anni prima del tempo presente. Nella Penisola Iberica si è proposto che una raffigurazione di 64 mila anni fa sia stata realizzata dai Neanderthal.

Il disegno da Blombos consta di nove linee, alcune delle quali si incrociano; il ritrovamento è stato effettuato dall'archeologo dottor Luca Pollarolo, ricercatore onorario presso l'Università del Witwatersrand.

Una delle sfide metodologiche principali per gli autori dello studio è stata quella di dimostrare che i disegni furono tracciati intenzionalmente sulla silcrete. Si trattava di linee naturali, parte della roccia? Del problema si sono occupati i membri francesi del team, specializzati nell'analisi chimica dei pigmenti utilizzati: sono giunti alla conclusione che i segni furono tracciati con uno strumento appuntito in ocra, utilizzato su una superficie precedentemente levigata.

Lo strato dal quale proviene il reperto aveva già in passato reso molti altri oggetti rivelatori di pensiero simbolico, e altri frammenti in ocra con simili incisioni. Secondo il professor Henshilwood si dimostrerebbe quindi anche la capacità di questi primi Homo sapiens di produrre disegni con tecniche e materiali diversi.

Link: CNRS; University of Witwatersrand, Johannesburg; National Geographic.

Lo studio An abstract drawing from the 73,000-year-old levels at Blombos Cave, South Africa, di Christopher S. Henshilwood, Francesco d’Errico, Karen L. van Niekerk, Laure Dayet, Alain Queffelec & Luca Pollarolo, è stato pubblicato su Nature.