Manzoni leoni da tastiera

Dagli sfaccendati di Manzoni ai leoni da tastiera dei social media

Dagli sfaccendati di Manzoni ai leoni da tastiera dei social media

Molti capisaldi della letteratura italiana, nonostante un folta e diffusa frequentazione esegetica secolare e una verve esteriormente appannata, offrono ancora numerosi spunti di riflessione, attuali e preservati dall’obsolescenza: il capolavoro di Alessandro Manzoni, “I Promessi Sposi”, noto soprattutto tra i banchi di scuola di giovani generazioni di studenti, per molti aspetti “si mantiene” tutt’oggi giovane, vigoroso e moderno, grazie alla presenza di un ampio ventaglio di tematiche perfettamente calzanti con i dettami ricorrenti della società odierna.

Ed è proprio in quest’ottica di confronto e “svecchiamento” che un romanzo apparentemente distante - sia negli anni che nella forma, apparentemente tedioso e poco accattivante per un’utenza più smart - può ancora suscitare con fragore l’interesse delle menti più “fresche”, quelle dei post-millennial, dei centennial o degli zoomer, avvezzi alle tecnologie di un mondo sempre più hi-tech, in cui la fruizione dei contenuti è rapida e meccanicizzata, scevra di forme di approccio ragionato e critico.

L’opera di Manzoni, uscita per la prima volta fra il 1825 e il 1827, in chiave avveniristica sembra allinearsi su un piano culturale e richiamare fenomeni e stereotipi contemporanei tra i più disparati: tra i tanti parallelismi, leggendo con attenzione il capitolo XVI, qualunque lettore potrebbe facilmente ravvisare negli “sfaccendati” del paese di Gorgonzola delle nitide somiglianze con gli attualissimi “leoni da tastiera”.

Il tumulto di San Martino, la “rivolta del pane” nell'illustrazione di Francesco Gonin, dall'edizione del 1840: I promessi sposi: storia milanese del secolo XVII di Alessandro Manzoni. Tip. Guglielmini e Radaelli. Immagine Internet Archive in pubblico dominio

L'episodio sopracitato mette in scena la fuga di Renzo Tramaglino, giovane protagonista della vicenda narrata da Manzoni, che, carico di fede e speranza, si allontana repentinamente dai pericoli della tumultuosa Milano per raggiungere il cugino Bortolo nel bergamasco.

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L'osteria, la locanda della Luna piena, nell'illustrazione di Francesco Gonin, dall'edizione del 1840: I promessi sposi: storia milanese del secolo XVII di Alessandro Manzoni. Tip. Guglielmini e Radaelli. Immagine Internet Archive in pubblico dominio

La tentacolare metropoli milanese si era rivelata particolarmente insicura per l'ingenuo giovane di provincia e le numerose insidie ne avevano perfino minato l'integrità morale. La sosta emblematica alla locanda della Luna piena, gremita di delinquenti, di loschi figuri, di personaggi dalla condotta esecrabile, aveva rappresentato il punto più basso del protagonista, il momento della degradazione, dell'offuscamento e delle tenebre.

Renzo Tramaglino oramai ubriaco nell'osteria, la locanda della Luna piena, nell'illustrazione di Francesco Gonin, dall'edizione del 1840: I promessi sposi: storia milanese del secolo XVII di Alessandro Manzoni. Tip. Guglielmini e Radaelli. Immagine Internet Archive in pubblico dominio

Ma il traviamento si traduce in una rinascita, in un rinnovamento che ispira Renzo a recuperare ben presto la strada maestra e lo conduce a peregrinare tra le campagne milanesi fino a Gorgonzola. Qui un'altra sosta, in un'altra osteria, non più dominata dai "compagnoni" ma da un gruppo di inoperosi, abulici e inetti: gli "sfaccendati".

Manzoni leoni da tastiera
Dagli sfaccendati di Manzoni ai leoni da tastiera dei social media. L'osteria di Gorgonzola, nell'illustrazione di Francesco Gonin, dall'edizione del 1840: I promessi sposi: storia milanese del secolo XVII di Alessandro Manzoni. Tip. Guglielmini e Radaelli. Immagine Internet Archive in pubblico dominio

La descrizione che ne fa Manzoni è coverta fin da subito da un velo di pungente ironia e palese disprezzo, che induce il lettore ad avanzare senza riserve un giudizio negativo. Questi ignavi dominano parte di una delle scene topiche della narrazione, quella “girata” all’interno dell’osteria di Gorgonzola, e mostrano immediatamente alcune delle peculiarità che connotano il loro carattere: sono invadenti, inerti, impiccioni e irresoluti. La curiosità che li tormenta è futilmente eccessiva e, talvolta, insensatamente aggressiva. Logorati da un opprimente senso di inferiorità nei confronti della metropoli e schiacciati dal peso di una mentalità gravida di provincialismo, vivono da assoluti spettatori le vicende dei disordini milanesi, relegati in una tranquilla zona di confine, dove la sommossa si riverbera soltanto in notizie e non in azioni concrete. Essi rivendicano timidamente i propri diritti e, in tono sommesso, parlano di rivoluzione, evitando di attirare pericolosamente troppe attenzioni. Soltanto l’avvento di un mercante proveniente da Milano, immagine ideologica e icastica della borghesia agiata e delle aspirazioni forcaiole, placa le vane agitazioni degli aspiranti facinorosi con una retorica ordinata e un accurato istrionismo, spegnendo ogni fuoco sovversivo. Poche parole bastano per far tentennare gli “sfaccendati” e farli riflettere sul fatto che restare a casa sia più conveniente. Insomma, questi uomini poco audaci rivelano un atteggiamento velleitario che è tipico dei “rivoluzionari da farmacia”, così come li ha rappresentati Giovanni Verga nei “Malavoglia”, o dei già menzionati “leoni da tastiera”, che pullulano tristemente sui social media e in pantofole affermano di aspirare al cambiamento, sfociando troppo spesso nella shitstorm, attraverso commenti di violenza gratuita e odio dilagante.

Gli sfaccendati di Manzoni e i “rivoluzionari da farmacia” di Verga, anticipazione degli attuali leoni da tastiera? Aci Trezza nel film di Luchino Visconti, La terra trema, tratto dal romanzo I Malavoglia di Giovanni Verga. Foto dal film in pubblico dominio

Nell’ambientazione del romanzo verghiano oltre ai comuni e paradigmatici luoghi di ritrovo, come osterie e piazze, dove la comunità consolida i rapporti sociali e nuove idee trovano terreno fertile, esiste un altro topos significativo che catalizza sedizioni e fervori populistici: la farmacia. La farmacia dello speziale don Franco ad Aci Trezza rappresenta lo spazio in cui gli uomini più istruiti del paese si riuniscono per discutere animatamente di politica e di rivoluzione. Qui le voci di don Giammaria, don Michele, don Silvestro e dello stesso don Franco sembrano sovrapporsi e affastellarsi con brio, fino a quando le occhiate fulminee e severe delle mogli non rendono evanescenti tutti i lungiloqui ambiziosi e le ampollose dissertazioni. Anche in questo caso gli ideali si rivelano labili e tutti i proponimenti si dissolvono in un nulla di fatto.

Nel momento in cui subentra l’autorevolezza del mercante e delle mogli gli pseudo-rivoltosi si tirano indietro, si rivelano pusillanimi e incapaci di reagire, proprio come accade ai famigerati “leoni da tastiera” una volta messi alle strette, smascherati e ridicolizzati dalla loro stessa natura.

Dunque, gli aspetti che accomunano gli hater o i cyberbulli con i tronfi e “baldanzosi” intellettuali di Aci Trezza e i rivoluzionari sfaccendati di Gorgonzola sono la mancanza di coraggio, l’incapacità di esporsi in prima persona e di affrontare con lucidità gli eventi, la disinformazione e la malsana abitudine di avanzare giudizi affrettati, spesso sprezzanti e provocatori, dall’alto di un piedistallo o dietro uno schermo. Gli “odiatori” feriscono, colpiscono violentemente, distruggono inconsapevolmente, radono al suolo la positività, e tutto ciò li appaga, li riempie di soddisfazione. La dialettica è quella derisoria, irriverente, tendente a schernire l’interlocutore o l’uditorio, senza alcun riguardo e rispetto. Questi individui traggono la loro forza dal “gruppo”, dalla massa alla quale appartengono, che li fa sentire invulnerabili, protetti, inarrivabili. Dietro questa facciata di sicurezza e iattanza si nascondono spesso personalità problematiche, fragili, in continuo conflitto con se stesse; ma la sofferenza non dovrebbe giustificare mai l’odio, e l’odio va arginato e combattuto.

Dunque, al termine di questa brevissima disamina, gli “sfaccendati” descritti da Manzoni e gli eruditi rivoluzionari di Verga sembrano quasi appartenere all’epoca contemporanea, presentando effettivamente dei tratti comuni con una delle categorie social più diffuse, i “leoni da tastiera”.

La storia, in questo caso la storia letteraria, permette ancora una volta di individuare delle interconnessioni tra passato e presente, tra epoche che sembrano remote e la contemporaneità che velocemente tende al futuro. Ecco come un testo di quasi due secoli può ancora rappresentare un valido supporto, uno strumento utile per comprendere molte sfaccettature della realtà attuale e, in chiave didattico-pedagogica, una guida sicura per ogni giovane che si accinge a diventare parte integrante della società. L’odio si può fronteggiare grazie alla storia, grazie ai suoi insegnamenti, che ci permettono di discernere ciò che è corretto da ciò che può essere oltraggioso, ciò che è costruttivo da ciò che può risultare tossico, e ciò che è sicuro da ciò che è politicamente amorale.

Riferimenti:

Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, con commento di Romano Luperini e Daniela Brogi, Milano, 2013.

Giovanni Verga, I Malavoglia, Einaudi, 2014.

CarloCalcaterra, Egidio Gorra, Francesco Novati, Giulio Bertoni, Vittorio Cian, Giornale storico della letteratura italiana, volume 182, p. 218-224, Pearson, 2005.

Saverio Tommasi, Cyberbullismo in Siate ribelli, praticate gentilezza, Sperling & Kupfer, 2017.


Via libera, non solo un semplice romanzo noir

Lorenzo Scano, Via libera - recensione

Sotto la categoria “librerie del giallo”, in Italia, ne compaiono principalmente due: una di Milano e una di Cagliari. Quella sarda è stata aperta nel 2017 da Lorenzo Scano, autore di Via libera, pubblicato di recente con Rizzoli. L’associazione tra gli elementi mi incuriosisce e decido così di leggere il libro. Un romanzo scritto bene, in primo luogo, il che forse può sorprendere dato che Lorenzo non ha neanche trent’anni e una prosa tanto delineata presupporrebbe un’esperienza e una capacità letteraria più levigata e matura.

Eppure Lorenzo non è nuovo alla scrittura, anzi, dopo aver aperto la libreria Metropolitan a Cagliari si capisce che il suo più intimo desiderio era sempre stato quello di diventare un autore di libri gialli, thriller e noir. Si cimenta infatti fin dai tempi della scuola vincendo due concorsi letterari e, se si escludono i racconti, Via libera è il suo terzo romanzo dopo Stagione di sangue (Watson Editore, 2016) e Pioggia sporca (La Corte Editore, 2018).

Cagliari. Foto di Smiley.toerist, CC BY-SA 4.0

La storia si alimenta sull’isola proprio nel capoluogo di regione e nei quartieri che più di tutti rappresentano il tessuto urbano e sociale delle persone che li vivono. Persone, adolescenti come Davide, Chanel e Filippo che tenteranno la qualunque pur di non essere incasellati in quartieri come il Cep alle case popolari che a ogni passo sembrano tirarli giù nel malaffare più profondo. I tentativi narrativi che Scano adopera per salvarli saranno precisi ma disordinati come solo la mente dei ragazzi sa essere, fatti di bullismo, droghe, omicidi, ma anche di mare, di sogni e di scrittura. Il vortice di fango in cui i protagonisti sono immersi non sembra lontano dalla cronaca nera che imbratta i quotidiani locali, tanto che nella mia mente di lettrice si fa largo l’idea che le loro storie possano anche essere reali, staccarsi dalla carta e dall’inchiostro e vivere di vita propria.

Ciò fa sì che questo romanzo, che il consulente editoriale Tommaso De Lorenzis in copertina definisce “manifesto di una generazione perduta”, potrebbe rientrare a buon titolo nei libri di pubblico interesse affinché il pubblico non distolga mai lo sguardo né l’attenzione da questo tipo di problemi. Non a caso, anche lo psichiatra Vittorino Andreoli nel suo Baby Gang (Rizzoli, 2021) ha ritenuto importante esplorare e porre l’accento proprio sul tema diffuso della criminalità infantile e adolescenziale.

Se da una parte l’isolamento geografico dell’isola finora non ha permesso alle consorterie di tipo mafioso di infiltrarsi nel territorio, nella prima relazione 2020 della Direzione Investigativa Antimafia (DIA) si legge che “la delinquenza locale non ricerca un controllo diffuso ed egemonico del territorio ed è lontana dall’agire tipico dei sodalizi mafiosi, ma con questi non disdegna alleanze e accordi funzionali ad un reciproco vantaggio (…) prediligendo azioni delittuose più redditizie e meno complesse”. Lo smercio e lo spaccio di stupefacenti, ad esempio, attira nel riciclaggio anche famiglie pugliesi, campane e calabresi. Il business è sviluppato con soggetti ad esse collegate, ma anche con sodalizi nigeriani e bande locali, che non si negano neanche collaborazioni volte al traffico illecito dei rifiuti, delle armi e del gioco d’azzardo.  Non c’è da stare allegri, il problema (r)esiste. Soprattutto perché, come ammette la DIA, “il perdurante trend economico negativo, aggravato dall’emergenza epidemiologica, può senz’altro incrementare il rischio di ingerenze criminali qualificate nei settori produttivi sardi”.

Quando ho finito di leggere il libro di Scano, nell’idea di una proiezione ben più reale di una semplice storia raccontata, ho pertanto sentito il dovere di elaborare una recensione. Nella speranza che il potenziale di Via libera non si realizzi solo sullo scaffale di una libreria ma in ciò che di buono quei “ragazzini terribili” ne trarranno dalla sua lettura.

Via libera Lorenzo Scano Nero Rizzoli
La copertina del romanzo di Lorenzo Scano, Via libera, pubblicato da Rizzoli 2021, pp. 432, Euro 16

Lorenzo Scano, Via libera, ed. Rizzoli 2021, pp. 432, Euro 16.


Teresa Ciabatti Sembrava bellezza Mondadori

Sembrava bellezza o lo era davvero? Teresa Ciabatti e la sua ultima fatica letteraria

Dopo aver raggiunto la cinquina del Premio Strega nel 2017 con La più amata, Teresa Ciabatti ritorna finalista (questa volta, per ora, ancora solo in dozzina) con la sua ultima fatica, Sembrava bellezza, edito da Mondadori.
Il romanzo si presenta come una finta autofiction. L’autrice ci mette in guardia sin dall’inizio, in barba alla prassi, sul fatto che tutto quello che ci sta per raccontare è realmente accaduto. Una pretesa di veridicità e autenticità che crolla, però, facilmente, di fronte al fatto che il racconto è narrato in prima persona – una prima persona ben coinvolta in quello che sta dicendo – ma è evidente che non si tratta della storia personale di Teresa Ciabatti. L’autrice, dunque, ci inganna: occorre che noi si creda che ciò che lei scrive sia la verità, perché così vuole la “moda” letteraria del momento, ma lei in realtà inventa o quantomeno distorce la realtà, la farcisce di invenzione.

La trama è interessante e tocca alcune questioni di una certa profondità (il bullismo, la salute mentale, la malattia, la genitorialità) e, per quanto possa risultare un po’ trito l’espediente dello scrittore che si mette a riflettere su se stesso e sulla sua carriera, il libro è indubbiamente intenso in certi punti. La storia che Ciabatti ci racconta non è quella di una scrittrice di successo in crisi, come potrebbe sembrare dalle prime righe del romanzo. Quello di cui ci parla è una specie di viaggio a ritroso nella sua adolescenza e via via verso il suo presente, attraverso il rapporto con la migliore amica di scuola, tornata improvvisamente a far parte della sua vita.

Attraverso questo rapporto ritrovato, la protagonista (l’autrice o comunque il suo alter ego letterario) scava nei suoi ricordi e si riconnette a vicende sepolte del suo passato, recuperando anche personaggi archiviati e dimenticati. In particolare, riporterà nella sua vita la bellissima sorella della suddetta migliore amica, vittima di un incidente da ragazzina che le ha causato danni cerebrali irreversibili. Attraverso questa vicenda, torneranno a galla molti dei suoi sensi di colpa, le frustrazioni, il rapporto controverso con il suo corpo, antichi odi e antichi desideri e, di conseguenza, antiche conoscenze, cercate e ritrovate. Tutto questo scavare, recuperare e rivivere si intreccia con i rapporti più profondi della vita della protagonista: il marito da cui ha da poco divorziato e soprattutto la figlia, che la odia dal profondo del cuore e non sembra essere pronta né desiderosa di instaurare un rapporto sano con sua madre.

Ciò che può rendere questo romanzo, in base al gusto personale, estremamente accattivante o, viceversa, terribilmente irritante, è il modo in cui è scritto. Ciabatti sceglie la strada per certi versi comoda di uno stile molto in voga, che annulla il confine fra narratore e lettore, che amalgama una sorta di flusso di coscienza narrativo ad un monologo quasi teatrale. La voce narrante vuole risultarci a tutti i costi simpatica, in un certo senso amica. Cerca disperatamente l’approvazione del lettore, pur fingendo un certo distacco. Scherza, si fa battute addosso, piange, cerca di coinvolgerci, sputa, ogni tanto, parole a caso. Anche ricorrenti, come lo pseudo-ritornello “datemi un cigno”, culmine continuo degli sfoghi e dei lamenti della protagonista, che sta male, non ce la fa più, desidera la bellezza del titolo, e i cigni – si sa – sono assai belli. Nel recensire un altro dei finalisti dello Strega 2021, Emanuele Trevi, con Due vite, ho parlato con piacere del suo stile limpido, preciso, chiaro ma ricco, magnificamente letterario e, in particolare, della descrizione che Trevi fa dell’asciuttezza quasi impersonale, assolutamente eterea, splendida e algida, della scrittura di Rocco Carbone. Ecco, non saprei immaginare niente di più diverso della scrittura trascinata, iper-personale e “a tu per tu” di Ciabatti da questa gelida bellezza della scrittura di Carbone.

Sembrava bellezza, ci dice il titolo. Io mi chiedo: lo era davvero?


Teresa Ciabatti Sembrava bellezza
La copertina del romanzo di Teresa Ciabatti, Sembrava bellezza, pubblicato da Mondadori (2021)

 

Sembrava bellezza di Teresa Ciabatti è candidato alla LXXV edizione del Premio Strega.