indipendenza Grecia greca

Il lungo e tortuoso cammino dell'indipendenza greca

Quest’anno ricorre il bicentenario dell’indipendenza della Grecia. Ripercorriamone le tappe salienti.

La Grecia aveva perso la sua autonomia dopo la caduta dell’Impero Romano d'Oriente, avvenuta nel 1453. Solo le isole, e Creta in modo particolare, avevano mantenuto una certa indipendenza, ma erano state sottomesse dagli ottomani nella fase della massima espansione di questi ultimi.

Differentemente da altri territori, che con il tempo avevano perduto il tratto essenziale della loro identità culturale, in Grecia tutto questo non accadde probabilmente grazie alla forza coesiva della religione e all’influsso della Chiesa Ortodossa che, per merito del patriarca di Costantinopoli, continuava a mantenere un certo controllo sul territorio ellenico, fungendo da coagulo attorno a cui la cultura e la lingua greca riuscirono a sopravvivere. Ciò che mai si affievolì fu un certo spirito di rivalsa che, nel corso dei secoli, condusse a numerose rivolte e ad un continuo e sfibrante periodo di guerriglia contro le forze ottomane, manifesto di un sentimento di perdurante disagio.

Eugene Delacroix (1789-1863), Guerriero greco a cavallo (1856), olio su tela, Galleria Nazionale di Atene (inv. no. 5618). Foto Flickr di Tilemahos Efthimiadis, CC BY 2.0

I principali fautori di questa guerriglia erano i discendenti di coloro che avevano preferito rifugiarsi negli inaccessibili luoghi di montagna pur di tenere lontano il dominio ottomano. Contro di loro i turchi avevano arruolato altri greci, detti armatolì, che avrebbero dovuto riconquistare i passi più importanti e che, invece, finirono per mischiarsi con questi, al punto che, quando scoppiò la guerra di indipendenza nel 1821, tali forze paramilitari andarono a costituire il grosso dell'esercito rivoluzionario greco.

I finanziamenti più consistenti delle rivolte arrivarono dall’estero, da tutti quei greci espatriati in Europa, soprattutto dalla città ucraina di Odessa dove, nel 1814, un gruppo di greci aveva fondato la filiki eteria, una società segreta che propugnava il ritorno alla indipendenza del territorio ellenico.

E, finalmente, il 1821 fu l'anno in cui questa rivolta prese concretezza. Sembrava un momento propizio, innanzitutto perché l'impero ottomano si era molto indebolito, essendo impegnato in Oriente su un altro fronte di guerra contro l'impero persiano; una guerra che stava portando via ingenti risorse all'impero, costretto a spostare gran parte delle milizie dal territorio europeo verso est.

A questo si aggiungeva una motivazione di politica estera. Come è noto, gli anni Venti dell’Ottocento segnarono l’emergere dei focolai rivoluzionari in tutta Europa; un'epoca in cui le grandi potenze erano impegnate ad evitare l'insorgenza di un nuovo Napoleone che avrebbe potuto mettere a rischio la già labile stabilità internazionale. Più di ogni altro luogo, in Francia e in Inghilterra il popolo accolse con favore la ribellione greca, si crearono dei veri e propri movimenti filellenici a supporto dei movimenti di rivolta.

Dopo l'assedio di Missolungi, la rivolta ebbe inizio al confine fra impero turco e impero russo il 6 marzo 1821, non in Grecia, e questo perché il movimento della filiki eteria era convinto che, per poter avere la meglio sugli ottomani e cacciarli definitivamente dai loro territori, fosse necessario allearsi con tutti i popoli balcanici per conseguire un obiettivo comune. Questa idea, seppur valida in teoria, non trovò riscontro nella realtà e finì col mettere in serie difficoltà i battaglioni dei ribelli della filiki eteria, sconfitti in due battaglie e costretti a fuggire in Austria, terra storicamente ostile all’impero turco.

Si dovette attendere qualche mese prima di vedere la rivolta in Grecia, e la prima zona a mettersi in azione fu il Peloponneso, la terra che più duramente si era opposta al dominio ottomano. La rivolta partì da Patrasso, benché focolai di rivolta scoppiarono in tutta la penisola; senza disperdere molte energie e con grande rapidità, le forze greche riuscirono a prendere il controllo delle campagne, costringendo gli ottomani a ritirarsi nelle città, che caddero una dopo l'altra. A guidare la rivolta, partita il 23 marzo, fu un prete ortodosso, noto con lo pseudonimo di Gregorio Papaflessa, uno dei più importanti esponenti politici della Grecia indipendentista. La data celebrativa del 25 marzo indica l'atto solenne di benedizione del vescovo metropolita di Patrasso, Germanos, che benedisse gli insorti al Monastero della Grande Laura. Decisivo fu anche il ruolo di un giovane capitano di vascello, Theodoros Kolokotronis, che, a soli 17 anni, nel mese di settembre di quello stesso anno, dopo aver vinto i turchi a Valtetsi il 15 maggio, riuscì ad espugnare la piazzaforte ottomana a Tripoli. In risposta all'avvio dei conflitti, a Costantinopoli si dà vita ad una serie di esecuzioni di massa: viene impiccato il patriarca di Costantinopoli, il vescovo Gregorio V, ricordato come martire dalla Chiesa ortodossa.

In Grecia centrale la rivolta colpì Tebe, in Beozia, e rapidamente si diffuse ovunque fino ad interessare Atene. La risposta ottomana non si fece attendere e fu cruenta, com’era facile attendersi, ma la capacità di resistenza convinse i Greci della necessità di riconquistare il territorio. Delle rivolte scoppiarono nelle isole, a Creta e a Cipro, ma anche a Tessalonica, dove i rivoltosi seppur in un bagno di sangue riuscirono a conquistare una certa autonomia tra il 1824 e il 1825. In questo biennio decisivo va ricordata la figura di Lord Byron, che visse in prima persona i contrasti tra i greci che lottavano per la resistenza a Missolungi; e, proprio per celebrare questo eroico atteggiamento degli elleni che seppero resistere eroicamente a Missolungi, il celebre poeta greco Dionysios Solomos scrisse L'inno alla libertà, le cui prime due strofe divennero l'inno nazionale del paese.

A questo punto, in Grecia si cercò di creare un governo ma sorsero le prime rivalità e alcune delle associazioni che avevano maggiormente spinto per la rivolta, tra cui la stessa filiki eteria, vennero messe da parte poiché considerate poco presenti sul territorio greco e, dunque, poco incisive. A ciò si aggiunsero i forti contrasti tra le varie zone della Grecia, in particolare tra i partigiani dell’Attica e quelli del Peloponneso, con questi ultimi che cercarono di rivendicare ad ogni costo la loro maggior forza numerica e militare. Le opposizioni sfociarono in una guerra civile che ovviamente indebolì il fronte greco e lo costrinsero a chiedere un appoggio economico esterno.

La guerra civile si spense improvvisamente perché arrivò un nuovo nemico da fronteggiare: gli egiziani. L’Egitto da parecchi decenni era ormai autonomo ed era governato da Muhammad Ali, un personaggio chiave per il raggiungimento dell’autonomismo del suo paese. Gli ottomani si mostrarono restii a chiedere il loro aiuto, ma quando fu chiaro che non avrebbero potuto farcela da soli, fecero in modo che Ali inviasse le truppe in Grecia, comandate dal figlio Ibrahim Pascià. Gli egiziani sbarcarono nel Peloponneso nel febbraio del 1825 con un contingente di circa 10 mila uomini. I Greci commisero un grave errore di valutazione: erano convinti di poter vincere facilmente anche stavolta; non sapevano che l'esercito egiziano, a differenza di quello ottomano, era molto meglio organizzato grazie ad una serie di addestratori francesi che, negli anni precedenti, avevano migliorato le tecniche di combattimento.

I Greci erano sul punto di capitolare, quando a venire in loro soccorso intervenne l'opinione pubblica europea. Molto rapidamente si diffuse in tutto il vecchio continente la notizia dei massacri egiziani; notizie, queste, di certo veritiere ma ingigantite dai cronisti dell’epoca. Si giunse addirittura a scrivere che il desiderio della potenza ottomana fosse quello di estirpare i Greci e la loro cultura dal territorio ellenico, sostituendoli con turchi ed egiziani, e mettere un punto definitivo alle rivolte. Questo fece un grande effetto sull’Europa e il risultato fu che le potenze iniziarono ad intervenire.

Ioannis Kapodistrias (Giovanni Capodistria) in una litografia di Gustave Adolf Hippius (1822). Гиппиус, Г. А. Современники, собрание литографических портретов государственных чиновников, писателей и художников, ныне в России живущих : Посвящено Его Величеству государю Императору Александру I Г. Гиппиусом. - СПб. : Изд. Г. Гиппиуса ; (Литогр. Гельмерсена), 1822. Immagine in pubblico dominio

La prima potenza a mandare aiuti militari fu la Russia che, in quel periodo, aveva un Ministro degli Esteri greco, Ioannis Kapodistrias, il quale aveva più volte spinto lo zar di Russia ad intervenire in favore della sua patria d’origine. Si fecero avanti anche la Francia e l’Inghilterra; quest’ultima era molto amica dell'impero ottomano, ma decise ugualmente di gettarsi nella mischia, anche perché alcuni dei comandanti inglesi erano dichiaratamente filelleni.

La situazione mutò all’improvviso nel 1827, quando la flotta egiziana, riunitasi a Navarino, venne raggiunta dalle tre flotte di aiuti europei.

La battaglia di Navarino, uno dei momenti più importanti verso l'indipendenza della Grecia. Incisione di Robert William Smart e Henry Pyall, sulla base dei disegni di Sir John Theophilus Lee sotto la supervisione immediata di del Capitano Lord Vis. Inglesre, al National Historical Museum (1830 circa). Foto Flickr di Tilemahos Efthimiadis, CC BY-SA, 2.0

Le trattative di pace vennero avviate da Kapodistrias, che nel frattempo aveva lasciato il Ministero degli Esteri in Russia ed era giunto in Grecia dove era stato nominato Governatore. Gli egiziani furono costretti a lasciare il Peloponneso assieme a tutte le loro truppe; con gli ottomani si cercò di raggiungere una pace che potesse condurre alla tanto agognata autonomia. I primi accordi vennero disattesi, perché gli ottomani manifestarono il loro interesse a proseguire la guerra ad oltranza. Le cose cambiarono quando la Francia inviò 15 mila uomini nel Peloponneso per addestrare le truppe greche: fu grazie a quell’esercito che la Grecia riuscì ad ottenere la sua autonomia. Il 12 settembre 1829 l'esercito greco sconfisse quello ottomano nella battaglia di Petra, località a nord della Beozia, e pose fine alla ribellione. Negli anni successivi si giunse al trattato di Costantinopoli che sancì finalmente l’indipendenza del paese. A quell’epoca la Grecia era formata soltanto da una parte di quella attuale: mancavano infatti tutte le isole, tra cui Creta, e il nord. Ci vollero altri sanguinosi scontri prima di arrivare a definire il paese che conosciamo oggi.

 

Bibliografia:

  • F. Benigno – M. Giannini – N. Bazzano, L’età moderna. Dalla scoperta dell’America alla Restaurazione, Editori Laterza, Roma 2005;
  • R. Clogg, Grecia. Dall’indipendenza ad oggi, Beit Editore, Trieste 2015;
  • M. Veremis – I. S. Koliopulos, La Grecia Moderna. Una storia che inizia nel 1821, Argo Editore, Lecce 2014;
  • E. Ivetic, I Balcani. Civiltà, confini, popoli (1453-1912), Il Mulino Editore, Bologna 2020.

Bronzi di Riace Daniele Castrizio

Bronzi di Riace, intervista al Professore Daniele Castrizio

I Bronzi di Riace furono ritrovati in fondo al mare nella Baia di Riace, in Calabria, nell'agosto del 1972. I numerosissimi studi su di loro effettuati non chiariscono del tutto la loro storia e alcune fasi rimangono ancora poco comprese.

Il Professore Daniele Eligio Castrizio, docente ordinario di Iconografia e Numismatica greca e romana presso l'Università degli Studi di Messina e membro del comitato scientifico del Museo Archeologico di Reggio Calabria, da anni si occupa dello studio delle due statue.

Secondo la sua ipotesi, i due bronzi avrebbero fatto parte di un gruppo statuario formato da cinque personaggi rappresentanti i protagonisti del momento subito precedente lo scontro fratricida tra i figli di Edipo, re di Tebe. Questa ricostruzione sarebbe supportata dal riscontro nelle fonti letterarie congiuntamente alle recenti analisi effettuate sul materiale bronzeo e sulla argilla.

Lo abbiamo intervistato per ClassiCult.

 

Professore, iniziamo con una domanda di carattere generale: chi sono i Bronzi A e B, e da dove provengono?

Nell'agosto del 1972 i Bronzi vengono ritrovati da un sub e, subito, vengono restaurati a Firenze. Il Bronzo A viene restaurato sicuramente meglio, il Bronzo B viene invece scartavetrato e per questo ha perso una parte della patina che lo ricopriva. Vengono per la prima volta esposti a Firenze, riscuotendo un enorme successo in termini di affluenza; lo stesso accade quando vengono esposti a Roma. Una volta trasportati a Reggio Calabria, la loro presenza provoca un'affluenza che, fino a quel momento, non si era mai vista!

Comincia così la ridda infinita delle ipotesi che, per molti anni, sono state contraddistinte da una caratteristica che le ha accomunate e che non mi è mai piaciuta, e che possiamo definire ottocentesca: i Bronzi sono stati valutati attraverso l'occhio dell'archeologo. Chi ha scritto - e ancora scrive - su di loro, spesso non li ha neanche mai visti di presenza, quindi non sa quali siano le loro caratteristiche anatomiche. Spesso ancora oggi si crede che tra le due statue intercorra uno scarto temporale di 20 anni, ma dai rilevamenti fatti da me e da altri studiosi, si è scoperto che le due statue siano pressoché contemporanee.

Cosa riferiscono le ipotesi contemporanee?

Il Professore Massimo Vidale, docente presso l'Università di Padova, dal 2000 in poi, è stato promotore di un progetto molto interessante che riguarda l'analisi della terra di fusione presente nei Bronzi. Ci sono state tre analisi, due a livello nazionale e una di carattere internazionale. Durante le prime due, confrontando la terra di fusione con le carte geologiche del Mediterraneo, si sono immediatamente escluse le zone dell'Italia Meridionale; non si è riusciti ad escludere Atene perché all'inizio non c'era la mappa geologica della città.

Si era addirittura arrivati a dire che la terra di fusione era stata presa a circa 200 m di distanza l'una dall'altra e, quindi, l'argilla proveniva dallo stesso posto: un'altra prova per dimostrare che le due statue erano state prodotte nello stesso luogo. Nell'ultima analisi, effettuata avendo in mano la mappa di Atene, si è esclusa definitivamente l'area attica. Si è concluso che i Bronzi sono stati fatti ad Argo; nel 146 a.C., quando la Grecia cadde in mano alla potenza romana, i Bronzi vengono presi e portati a Roma, perché Argo viene distrutta assieme a Corinto.

Un'epigramma della Antologia Palatina parla di "eroi di Argos portati via". Molto probabilmente si riferiva a queste due statue, i cui personaggi che rappresentano non compaiono nella ceramica attica. Ricompaiono poi a Roma sicuramente nel I secolo d.C. e non si sa se, nel frattempo, abbiano avuto una qualche funzione. Ad un certo punto della loro travagliata storia, questi Bronzi scompaiono da Roma e li ritroviamo poi a Riace.

A Roma vengono restaurati probabilmente nel I secolo d.C., un restauro molto complesso dove il braccio sinistro di A e l'avambraccio sinistro di B sono risalenti all'epoca romana. Forse sono stati fatti dei calchi sulle braccia rotte, poi fuse e rimesse al loro posto. Questo ha comportato che non si potessero lasciare del loro colore originario, perché avevano colori molto diversi tra loro e, quindi, li hanno dipinti di nero. Questo è dimostrato da una patina di zolfo lucida trovata dal Professore Giovanni Buccolieri dell'Università del Salento.

Il Professore Koichi Hada dell'Università di Tokio ha capito che questa era la prova che i bronzi erano stati dipinti tutti di colore nero. Ci sono altri esempi a Roma di restauri di statue risalenti al V secolo a.C. presenti al Museo Capitolino. Insieme ai Bronzi fu trovato tra il braccio destro e la coscia destra un coccio grosso, forse utile ad evitare che il braccio facesse pressione e si potesse rompere. Questo coccio dovrebbe essere un'anfora che serviva da distanziatore. L'Imperatore Costantino prende tutta la collezione imperiale e se la porta a Costantinopoli, come riporta la Antologia Palatina, e probabilmente la fine dei bronzi sarebbe stata quella, se la nave dove viaggiavano non fosse affondata.

 

Da un punto di vista tecnico, quali sono le maggiori differenze tra le due statue, tenendo conto anche delle analisi fatte sul materiale bronzei? Ma soprattutto quale era il loro colore originario?

Ci sono piccole differenze di maestranze. È chiaro che un solo bronzista non possa fare tutto. Era già stato notato dai restauratori che il modo in cui hanno inserito occhi e bocca nelle due statue è diverso. È possibile che si tratti di due orefici diversi. Il bronzo utilizzato non è il medesimo: per realizzare una statua è stato usato bronzo proveniente dalla Spagna; per realizzare l'altro invece è stato usato un bronzo proveniente da Cipro.

Bronzi di Riace: B, intervista al professore Daniele Eligio Castrizio. Foto di Cristina Provenzano

La differenza maggiore si può ricavare dal fatto che, secondo me, B corregge i difetti di A. Nonostante la sua straordinaria bellezza A presenta dei difetti, tanto è vero che per rendere stabile l'elmo si è dovuto mettere un perno e lo scudo presentava qualche imperfezione.

Bronzi di Riace: B, intervista al professore Daniele Eligio Castrizio. Foto di Cristina Provenzano

Riguardo a B possiamo dire che presenta una deformazione della scatola cranica per poter inserire l'elmo senza bisogno di perno; qui viene aggiunto anche un gancio nella parte alta della spalla sinistra per ottenere un ancoraggio più saldo dello scudo. Altra vera differenza, scoperta di recente, è che chi ha fatto B ha messo sulla forma interna ricoperta di cera dei salsicciotti di argilla, a simulare le costole, e in modo tale da modellare facilmente le costole.

Bronzi di Riace: B, intervista al professore Daniele Eligio Castrizio. Foto di Cristina Provenzano

 

Ma la differenza più importante è che chi ha fuso A era un genio, chi ha fuso B non era allo stesso livello. Il bronzo A non presenta alcuna imperfezione, mentre il bronzo B presenta qualche bolla d'aria e punti in cui il bronzo non si è fissato per bene. Probabilmente l'autore è l'allievo di Clearcos, Pitagora di Reggio, che aveva un nipote di nome Sostrato. Io ritengo che Sostrato abbia aiutato Pitagora, lavorando a compartimenti stagni. Le proporzioni sono identiche, il sistema di lavorazione è uguale. I Bronzi comunque stanno nello stesso ritmo perché sono stati concepiti dalla stessa mano.

Bronzi di Riace Castrizio
Bronzi di Riace: A, intervista al professore Daniele Eligio Castrizio. Foto di Cristina Provenzano

 

Tra le tante ipotesi che negli anni sono state avanzate, Lei ritiene che i Bronzi sarebbero stati parte di un gruppo scultoreo a cinque. Come è giunto a tale conclusione?

Ci sono tre testimonianze letterarie molto importanti che ho seguito e che mi fanno propendere per l'ipotesi che le statue appartenessero ad un gruppo a cinque. Seguendo l'ipotesi dei fratricidi, troviamo un riferimento nel Papiro di Lille, attribuito a Stesicoro, che parla di una Tebaide, l'originario racconto della storia di Edipo e dei suoi figli, diversa da quella di Sofocle.

In Sofocle, sappiamo che Giocasta muore dopo aver dato alla luce 4 figli da Edipo; secondo la versione fornita da Stesicoro, invece, è probabile che Giocasta si sia uccisa la prima notte di nozze, perché riconosce i piedi gonfi del figlio e, per la vergogna, decide di togliersi la vita. Edipo in seguito avrebbe preso in sposa la cugina della moglie, Euriganeia, che gli concede i 4 figli, cioè Eteocle, Polinice, Antigone e Ismene.

La seconda testimonianza è il Papiro di Lille che forse ci dà il fumetto del gruppo statuario: in esso la madre fa un discorso prima che i figli si battano. Con l'aiuto di Tiresia li esorta a fare un sorteggio e a suddividersi l'eredità del padre. I due accettano. Ma c'è una parte poco leggibile del papiro che non è stata mai approfondita, ma nella quale forse Tiresia accusa Polinice di aver portato l'esercito contro Tebe, lo esorta a prendere gli armenti e ad andare via.

Polinice ormai non appartiene più a Tebe, ha sposato la figlia del re di Argo e ne diventerà il re (ne papiro c'è la parola wanax). L'ultima parola che si legge è "si arrabbiò". È probabile che Pitagora di Reggio avesse tra le mani la Tebaide di Stesicoro. altro riferimento è Stazio che li descrive nella sua opera intitolata Tebaide (XI libro), e li vede proprio a Roma. Stazio prende un'immagine molto suggestiva che vede i due protagonisti combattere contro dei demoni. L'unico duello nel mondo greco in cui sono presenti i demoni è quello relativo ad Eteocle e Polinice, i figli di Edipo.

Terza e ultima testimonianza: i Bronzi vengono visti da Taziano alla metà del II secolo d.C. e da lui descritti nella Lettera ai greci; vengono presentati come il gruppo dei fratricidi. Pare che li abbia visti anche Marziale. Ma c'è di più: questo gruppo ha lasciato dei confronti tutti provenienti da Roma e tutti pertinenti. In ognuno di questi gruppi, i tre personaggi principali (Eteocle, Polinice e la loro madre in mezzo) sono sempre presenti. In tutti i confronti, Polinice è sempre arrabbiato, esattamente come dice Stazio nella sua opera.

Bronzi di Riace Castrizio
Bronzi di Riace: A, intervista al professore Daniele Eligio Castrizio. Foto di Cristina Provenzano

 

È sorprendente come la mimica facciale di tutti questi confronti abbia un soggetto raffigurato arrabbiato: è l'unica statua del mondo greco ad essere rappresentata che digrigna i denti in segno di astio. Ha anche l'occhio sinistro strizzato. B non guarda negli occhi A, ma A fissa B perché, secondo la mia ricostruzione, le due statue erano l'una di fronte all'altra, entrambi consapevoli della morte che sta per arrivare. Esiste una sola copia romana dei Bronzi e si trova al Museo Reale di Bruxelles.

Perché il colore dei loro capelli sarebbe stato proprio il biondo?

Tutto nasce da una infinita serie di dialoghi tra me e il mio grafico Saverio Autellitano. Discutendo e facendo mille ipotesi, abbiamo pensato al fatto che i Bronzi fossero a colori: gli occhi erano di un colore simile al quarzo, rosa il sacco lacrimale, i denti bianchi. Abbiamo capito che per scurire il bronzo basta il bitume.

Analizzando la lega e facendo un confronto con le statue antiche, abbiamo visto che tutte possedevano i capelli di un colore biondo pallido, molto tenue. Anche il colore della barba e dei capelli dei bronzi risulta in linea con la colorazione greca. Facendo una ricostruzione grafica il risultato è molto gradevole. Io stesso ne sono rimasto piacevolmente colpito.

Bronzi di Riace Castrizio
Bronzi di Riace: A, intervista al professore Daniele Eligio Castrizio. Foto di Cristina Provenzano

Tutte le foto sono di Cristina Provenzano.


Cinira, l’amato sacerdote di Afrodite

La personalità di Cinira, sacerdote amato di Afrodite, è delineata attraverso riferimenti a fonti antiche e interviste con studiosi e artigiani.

Il film ΚΙΝΥΡΑΣ, Ιερεύς Κτίλος Αφροδίτας (Cinira, l’amato sacerdote di Afrodite) sarà proiettato (come prima nazionale) durante la X edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea, durante la serata di sabato 17 ottobre, nella sezione #cinemaearcheologia.

Cinira amato sacerdote Afrodite

ΚΙΝΥΡΑΣ, Ιερεύς Κτίλος Αφροδίτας

Cinira, l’amato sacerdote di Afrodite

Nazione: Cipro

Regia: Stavros Papageorghiou

Consulenza scientifica: John Franklin

Durata: 90’

Anno: 2019

Produzione: Stavros Papageorghiou

Sinossi: La personalità di Cinira, sacerdote amato di Afrodite, è delineata attraverso riferimenti a fonti antiche e interviste con studiosi e artigiani. I miti che circondano Cinira sono rappresentati anche attraverso l'animazione. Il documentario è un'elegia del personaggio mitico più importante della storia antica di Cipro, Cinira. Sebbene la memoria del suo nome sia conservata fino ad oggi, i Ciprioti sanno poco di lui.

Partecipazioni ad altri film festival e/o proiezioni pubbliche:

Prima nazionale

Informazioni regista:

Stavros Papageorghiou

Scheda a cura di: Fabio Fancello

Cinira amato sacerdote Afrodite


Oppiacei in un'anforetta della Tarda Età del Bronzo da Cipro

Tracce di oppiacei sono state ritrovate dai ricercatori del British Museum e dell'Università di York in un'anforetta con piede ad anello (base-ring juglet) risalente alla Tarda Età del Bronzo e proveniente da Cipro.

Recipienti come questo furono oggetto di intensi scambi nel Mediterraneo Orientale tra il 1650 e il 1350 a. C. circa. Nella loro forma ricordano una capsula di Papaverum somniferum rovesciata, alla base della produzione dell'oppio; a lungo hanno fatto discutere gli studiosi proprio per questa apparente connessione. Dei caratteristici recipienti con piede ad anello ne esistono diversi sotto tipi, e uno di questi è noto anche col nome gergale di bilbil, non sempre utilizzato propriamente.

Credit: British Museum

Torniamo alla ricerca in questione. Il fatto che il recipiente fosse sigillato ha permesso di preservarne il contenuto: le analisi iniziali hanno rivelato la presenza di un olio di origine vegetale, ma suggerendo la presenza di alcaloidi oppiacei.

Per dimostrare la presenza degli stessi in maniera conclusiva, c'era bisogno una nuova tecnica di analisi, che la dott.ssa Rachel Ward ha sviluppato al Centre of Excellence in Mass Spectrometry dell'Università di York. Gli alcaloidi che sono stati quindi rilevati in maniera rigorosa erano i più resistenti al deterioramento.

“Abbiamo ritrovato gli alcaloidi nell'olio vegetale deteriorato, perciò la domanda relativa a come l'oppio sia stato utilizzato in quest'anforetta rimane. Si trattava di un ingrediente tra altri in una miscela a base di olio, oppure l'anforetta è stata reimpiegata per accogliere l'olio dopo l'oppio, oppure è successo ancora qualcosa di completamente diverso?” Così la dottoressa Ward.

In passato, si è pure sostenuto che questi recipienti venissero utilizzati per contenere olio di papavero, contenente tracce di oppio, utilizzato per ungere o in un profumo. Secondo questa teoria, l'oppio avrebbe avuto un significato simbolico.

Ora la prossima sfida è quella di sviluppare nuove tecniche di analisi, in grado di rilevare gli oppiacei anche in resti più deteriorati, come sottolineato dalla professoressa Jane Thomas-Oates dell'Università di York.

Il fiore del Papaverum somniferum. Foto di Louise Joly di AtelierJoly

Lo studio Detection of opium alkaloids in a Cypriot base-ring juglet, di Rachel K. Smith, Rebecca J. Stacey, Ed Bergströmac e Jane Thomas-Oates, è stato pubblicato sulla rivista scientifica Analyst (3 ottobre 2018, DOI:10.1039/C8AN01040D).

 


Cipro: splendidi manufatti da tomba presso Hala Sultan Tekke

9 Agosto 2016

Orecchini in oro, 1400-1300 a. C.
Orecchini in oro, 1400-1300 a. C.

Una delle più ricche tombe della Tarda Età del Bronzo a Cipro è stata scoperta da studiosi della spedizione archeologica dell'Università di Goteborg. La tomba e la fossa per le offerte sono collocate nei pressi dell'insediamento di Hala Sultan Tekke.

Amuleto in faïence del dio egizio Bes
Amuleto in faïence del dio egizio Bes

Nella tomba si sono ritrovati splendidi manufatti (orecchini, diademi, perle, scarabei egizi), di rilievo pure gli oltre 100 contenitori in ceramica, riccamente decorati. Tra questi ultimi si annoverano rilevanti importazioni di origine micenea, databili tra il 1500 e il 1300 a. C.

Cratere miceneo con decorazioni di pesci, 1300 a. C.
Cratere miceneo con decorazioni di pesci, 1300 a. C.

Hala Sultan Tekke è una città dell'Età del Bronzo, più precisamente datata tra il 1600 e il 1150 a. C., che copre un'area di 50 ettari. Gli scambi commerciali avvenivano fino all'odierna Svezia.

Link: AlphaGalileo, EurekAlert! via University of Gothenburg


Cipro: scavi presso la collina di Fabrika a Pafo

12 Febbraio 2016
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Completamento dei lavori della spedizione francese 2015 a Pafo, presso la collina di Fabrika.
Operazioni di recupero hanno interessato la parte meridionale della rotonda, l'area di prossima costruzione di un ponte (col ritrovamento di due sepolture medievali, di un bambino e di un adolescente) e la parte in cima alla collina, presso il mosaico di epoca ellenistica.
Gli scavi si sono concentrati su di un'abitazione di epoca romana, col suo impluvium, il portico ad est, due nuove stanze e scale nel cortile. Al di sotto, i resti di una cava di epoca ellenistica. L'edificio, degli inizi del primo secolo d. C., è stato pure oggetto di restauri: subì gravi danni in passato, a causa di un terremoto, per poi essere parzialmente ricostruito.
Link: Republic of CyprusArchaeology.wiki
Il distretto di Pafo a Cipro, da WikipediaCC BY-SA 3.0, caricata da e di TUBS (TUBS Own work This vector graphics image was created with Adobe Illustrator. This file was uploaded with Commonist. This vector image includes elements that have been taken or adapted from this:  Cyprus location map.svg (by NordNordWest)).


Cipro: nuovi ritrovamenti dal relitto di Mazotos

28 Gennaio - 7 Febbraio 2016
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Nuovi ritrovamenti dal relitto di Mazotos: resti di tre ancore e della chiglia, legni della struttura, manufatti in piombo, noccioli di olive. L'attenzione degli archeologi è pure rivolta al carico della nave: 500 anfore che contenevano vino sono visibili sul fondo marino.
Il relitto di Mazotos è relativo a una nave mercantile del tardo periodo classico (quarto secolo a. C.) che trasportava anfore contenenti vino dall'isola di Chio. La nave è importante per comprendere materiali e tecniche di costruzione dell'epoca.
Link: University of Cyprus; Cyprus Mail; Cyprus Reporter
Il Distretto di Larnaca, da WikipediaCC BY-SA 3.0, caricata da e di TUBS (TUBS Own work This vector graphics image was created with Adobe Illustrator. This file was uploaded with Commonist. This vector image includes elements that have been taken or adapted from this:  Cyprus location map.svg (by NordNordWest)).


Nuove scoperte presso l'antica Capitale di Cipro

15 Gennaio 2016

Archeologi fanno nuove scoperte sull'antica capitale di Cipro

Gli scavi di quest'anno. Foto di Robert Słaboński
Gli scavi di quest'anno. Foto di Robert Słaboński
L'Agorà ellenistica e romana e l'infrastruttura economica dell'antica capitale di Cipro – Pafo, costituiscono gli oggetti di un esaustivo progetto di ricerca degli scienziati polacchi. I ricercatori sono pure sulle tracce di un antico porto perduto.
"Quest'anno, sono state coinvolte persone per un numero record di 70, a causa dell'arsenale di metodi di ricerca e della scala massiccia delle nostre attività" - ha spiegato la prof.ssa Ewdoksia Papuci-Władyka, a capo del Dipartimento di Archeologia Classica all'Istituto di Archeologia dell'Università Jagellonica, e guida del Paphos Agora Project.
Gli scavi si sono concentrati all'interno dell'agorà antica, che soleva essere la piazza centrale della città. Gli archeologi hanno svelato ulteriori parti dei resti degli edifici scoperti l'anno scorso, interpretati come un tempio e un edificio adibito a magazzino. Entrambi erano probabilmente costruiti nel tardo quarto secolo a. C. Nel caso del primo, finora hanno scoperto un muro la cui lunghezza eccede i 16 metri - l'edificio è quindi più grande di quanto si pensasse in precedenza.
Pulizia del capitello corinzio scoperto. Foto di Robert Słaboński
Pulizia del capitello corinzio scoperto. Foto di Robert Słaboński

"Nella parte meridionale dell'Agorà, a sua volta, ci siamo imbattuti in un bel capitello corinzio di una colonna in marmo, che era probabilmente all'entrata della piazza" - ha aggiunto la prof.ssa Papuci-Władyka. La scoperta è stata effettuata negli scavi studiati l'anno scorso. Ad ogni modo, nello scavo archeologico aperto nuovamente quest'anno, e collocato all'angolo dell'Agorà, oltre agli elementi architettonici è stato possibile ritrovare anche molti altri frammenti di ceramiche, e persino un'anfora per il vino preservata nella sua interezza. "Abbiamo anche scoperto molti altri reperti, ma i più importanti sono i resti di finimenti per cavallo in bronzo. Questo genere di ritrovamento è molto raro a Cipro" - ha affermato il capo della spedizione.
Il progetto di ricerca dell'antica capitale di Cipro è entrato in una nuova fase con l'ottenimento del finanziamento NCN Maestro, che include non solo ulteriori lavori nell'agorà, ma pure oltre la stessa. Gli scienziati programmano di rilevare l'infrastruttura economica dell'antica città, che è collocata all'interno del Parco Archeologico; Nea Paphos è una delle principali attrazioni di Cipro. A questo scopo, utilizzerano diversi metodi non invasivi. La sfida è un'area molto ampia di ricerca - circa 75 ettari, che è grosso modo il 70 per cento dell'area dell'antica città.
"Il nostro scopo era quello di comprendere come lo spazio pubblico dell'agorà funzionasse. Guarderemo anche al sistema economico di Pafo nel periodo ellenistico e romano, nel più ampio contesto del bacino del Mediterraneo Orientale" - ha spiegato la prof.ssa Papuci-Władyka.
Per raggiungere l'obiettivo, oltre agli archeologi, architetti, addetti ai rilevamenti, geofisici, geografi e conservatori sono stati coinvolti nel progetto. La direttrice della spedizione in particolare elogia e si aspetta buoni risultati dall'applicazione dei metodi geofisici, utilizzati da specialisti invitati dall'Università di Amburgo. Utilizzando un magnetometro, hanno collocato un'interessante struttura adiacente al presunto tempo scavato. L'anno prossimo, oltre al magnetometro, gli scienziati utilizzeranno un radar a penetrazione del suolo - tutto su una scala più ampia in confronto a questa stagione preliminare. I risultati saranno verificati con piccoli scavi archeologici.
Tre altri gruppi di specialisti hanno anche lavorato al sito in questa stagione. Gli addetti ai rilevamenti hanno preparato una rete di controllo geodetico esteso per i rilevamenti non invasivi sul piano geofisico, coprendo l'intero Parco Archeologico. Inoltre hanno assistito gli archeologi nella documentazione delle scoperte durante gli scavi. Un gruppo di specialisti dell'AGH di Cracovia ha effettuato scansioni 3D degli strati e dei reperti scavati quest'anno, utilizzando Faro-Focus. Hanno anche testato la possibilità di utilizzare lo scanner per documentare le varie fasi di esplorazione degli strati archeologici. I ricercatori hanno confrontato questo metodo di documentazione con la fotogrammetria a breve raggio effettuata con una videocamera (NdT: camera in Inglese) sospesa su un drone.
Scansione di uno degli scavi. Foto di Robert Słaboński
Scansione di uno degli scavi. Foto di Robert Słaboński

"In conclusione decidemmo che la fotogrammetria ci permette di ottenere un'immagine sufficientemente buona in un tempo significativamente inferiore a confronto con la scansione" - ha riferito la prof.ssa Papuci-Władyka.
Un problema insoluto al momento di utilizzare la fotogrammetria a breve raggio rimane... la lotta impari col sole. Sfortunatamente, nell'area del Mediterraneo il sole è eccezionalmente forte durante il giorno - la luce condiziona la documentazione dei ritrovamenti - ciò è sfavorevole per gli strati archeologici e determina che il colore dello strato non sia documentato accuratamente. E differenze di colore tra strati permettono agli archeologici di comprendere quali processi sono avvenuti nell'area di studio - quali strutture esistevano lì, cosa avveniva al loro interno e come furono distrutte.
"Risolvere questo problema sarà uno dei principali obiettivi per l'anno prossimo" - ha affermato l'archeologa.
Moderne tecnologie sono utilizzate a Pafo per specifici scopi scientifici, e non per creare "belle immagini". Gli specialisti dell'Università Jagellonica e l'Università della Tecnologia di Varsavia hanno elaborato le immagini prese dal drone per preparare un modello di terreno digitale (Digital Terrain Model - DTM), un modello tridimensionale dell'intera area del Parco. Le osservazioni più interessanti sono state effettuate nella parte nord-occidentale della città.
"Vogliamo testare l'ipotesi dell'esistenza di un altro porto a Pafo. Il porto principale era quello collocato nella parte meridionale della città. L'analisi preliminare del materiale acquisito ha rivelato l'esistenza di contorni di antichi edifici in prossimità della costa - potrebbe trattarsi di moli o magazzini del porto perduto" - così ha speculato la scienziata.
La ricerca geoarcheologica dovrebbe anche contribuire a chiarire la portata della possibile esistenza di un secondo porto e molte altre questioni associate ai cambiamenti climatici a Pafo. È stata condotta da un altro gruppo di specialisti, questa volta dall'Università di Kielce. L'analisi mostrò, tra le altre cose, che i sedimenti portati dai due fiumi (Koskinos ed Ezousas), le valli dei quali hanno uno sbocco nell'area, coprirono di fango l'area e causarono cambiamenti nella linea di costa.
"Questa potrebbe essere la ragione per cui la precedente ricerca subacquea portata avanti alla ricerca di tracce del porto non ha restituito risultati. Vogliamo verificare questo e abbiamo già i primi risultati" - ha concluso la prof.ssa Papuci-Władyka.
Ambasciatrice Barbara Tuge-Erecińska (seconda da sinistra) visita il sito. La prof.ssa E. Papuci-Władyka (prima da destra) parla. Foto di Robert Słaboński
Ambasciatrice Barbara Tuge-Erecińska (seconda da sinistra) visita il sito. La prof.ssa E. Papuci-Władyka (prima da destra) parla. Foto di Robert Słaboński

Le ricerche di quest'anno sono state condotte in Agosto e Settembre. Il progetto è sotto il patrocinio dell'Ambasciata polacca a Nicosia.
Traduzione da PAP – Science & Scholarship in Poland. PAP non è responsabile dell’accuratezza della traduzione.

La grande rinascita di Cnosso durante l'Età del Ferro

6 Gennaio 2015
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Il sito di Cnosso è soprattutto noto per il periodo dell'Età del Bronzo (che qui si colloca tra il 3500 e il 1100 a. C.): fino ad oggi si era però sottovalutata la ripresa della città dopo il collasso socio-politico verificatosi attorno al 1200 a. C.
La recente ricerca sul campo ha infatti evidenziato come quella che si ritiene la più antica città europea riuscì invece a riprendersi da quella crisi. In particolare le dimensioni del sito per l'Età del Ferro (dal 1100 al 600 a. C.) sarebbero tre volte superiori a quanto ritenuto finora. Cnosso fu dunque per quell'epoca un importante centro cosmopolita nel Mar Mediterraneo oltre che nell'Egeo.
Nell'ultimo decennio si sono difatti ritrovate ceramiche, oltre ad altri manufatti (in bronzo e altri metalli, o come gioielli e decorazioni), in un'area precedentemente inesplorata. Durante l'Età del Ferro, dunque, l'insediamento crebbe di dimensioni e così fu pure per le importazioni da Grecia, Cipro, Vicino Oriente, Italia (e dalla Sardegna in particolare), Egitto. Queste presentano una gamma che non trova paragoni negli altri siti del periodo. 
Cnosso è già un'importante meta turistica, per cui queste nuove scoperte fanno pure sorgere una nuova preoccupazione circa il fatto che l'area circostante il sito sia preservata.
Il prof. Antonis Kotsonas presenterà i risultati di questa ricerca svolta dal Knossos Urban Landscape Project (come parte del colloquio a tema "Long-Term Urban Dynamics at Knossos: The Knossos Urban Landscape Project, 2005-2015"), al 117esimo meeting annuale della Archaeological Institute of America and Society for Classical Studies, che si terrà dal 7 al 10 Gennaio a San Francisco.
Link: EurekAlert! via University of Cincinnati; UPI; Mental FlossProtothema via Phys.org.
L'entrata settentrionale a Cnosso, foto da WikipediaCC BY-SA 3.0, caricata da e di Bgag (Bernard Gagnon).
 
 


Cipro: scavi e rilevamenti condotti a Dromolaxia-Vizakia

16 Dicembre 2015
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Scavi e rilevamenti condotti a Dromolaxia-Vizakia (Hala Sultan Tekke) hanno rivelato un quartiere della città. Sono risultati tre strati, i due superiori datano al dodicesimo secolo a. C., con una transizione di appena 50 anni dal primo al secondo (avvenuta forse nella seconda metà del tredicesimo secolo a. C.), ed evidenziando il verificarsi di eventi catastrofici visibili con strati di cenere.
Uno dei muri dello Strato 1 è ancora visibile: forse era una struttura difensiva. Per lo Strato 2, meglio conservato, si è trovato un complesso (industriale) con diverse stanze. Ritrovati qui proiettili di fionda, contenitori in alabastro, ceramiche micenee e oggetti di origine egiziana in faïence. Nell'Area A della città si sono trovati pozzi, cisterne e due tombe. In un pozzo si son ritrovati contenitori e uno scarabeo della diciannovesima dinastia.
Solo una piccola porzione della città, che data fino al sedicesimo secolo a. C. almeno, è stata finora scavata. L'insediamento fu poi abbandonato attorno alla seconda metà del dodicesimo secolo a. C.
Link: Republic of Cyprus - Department of Antiquities; Cyprus Mail
Il Distretto di Larnaca, da WikipediaCC BY-SA 3.0, caricata da e di TUBS (TUBS Own work This vector graphics image was created with Adobe Illustrator. This file was uploaded with Commonist. This vector image includes elements that have been taken or adapted from this:  Cyprus location map.svg (by NordNordWest)).