L’inesauribile vitalità: Pensare come Ulisse di Bianca Sorrentino

L’inesauribile vitalità: Pensare come Ulisse di Bianca Sorrentino

Pensare Come Ulisse Bianca Sorrentino
Pensare Come Ulisse di Bianca Sorrentino, pubblicato da Il Saggiatore (2021). Foto di Sofia Fiorini

In un tempo in cui il viaggio che ci è concesso è tutto interiore e si svolge nei limiti di una stanza, i nostri connotati sono piuttosto quelli dell’Ulisse di Giorgio De Chirico che non quelli dell’Ulisse omerico. Ma il paradigma del mito è declinabile all’infinito e non ha bisogno di condizioni esterne per proliferare. Tutto il necessario è un uomo e la sua attenzione. Per questo, Bianca Sorrentino nel suo saggio Pensare come Ulisse (Il Saggiatore, 2021) propone al lettore moderno un invito al sapere aude. Avere il coraggio di servirsi della propria intelligenza, in un mondo in cui gli algoritmi scelgono al posto nostro e le comodità minacciano le nostre capacità critiche, sembra la prima eredità di Ulisse da riconquistare. Questa è la premessa di un discorso che accosta in modo sorprendente classico e moderno e che si fonda sulla convinzione che il mito non sia una narrazione chiusa nel passato, ma una forza dall’inesauribile vitalità.

Pensare come Ulisse: il classico nella contemporaneità

Quello che l'autrice ci propone come un viaggio attraverso la fantasia dei Greci, dei Romani e dei moderni fa della narrazione classica un discorso sulla contemporaneità. Se il mito ne offre le radici, le rielaborazioni moderne ne sono la continuazione al di sopra della superficie. Bianca Sorrentino mette a contatto, come in un laboratorio scientifico, il mito della classicità occidentale con le sue declinazioni artistiche più recenti. Questa potente miscela tra antico e moderno è imbandita intorno ai temi della nostra umanità: l’identità, la morte, il limite, la natura, l’amore. Un discorso ispirato e impegnato insieme, che tenta di riportare senso, critica, ordine nel caos della modernità.

Con cortocircuiti fulminei del pensiero, l’autrice unisce capi lontanissimi della stessa matassa. Come quando, per esempio, accosta la ricerca di verità di Edipo – nella rielaborazione che ne dà Dürrenmatt in La morte della Pizia – all’offuscamento del reale ad opera delle fake news. Oppure quando rintraccia le origini della guerra civile nella violenza del delitto familiare, con un volo pindarico mirabile tra l’Orestea di Eschilo e l’Irlanda di Colm Tòibìn. O quando infine compara le eroine del mito – da Antigone a Cassandra – a figure dell’attualità come Greta Thunberg.

Squilibrio tra mythos e logos

Uno dei leitmotiv riconoscibili del tessuto ricchissimo di Pensare come Ulisse è la dialettica tra mythos e logos. Se è vero che sono i greci gli inventori di questa contrapposizione, che vede da una parte la parola mitica e dall’altra la parola razionale, di certo non sfuggiva loro la profonda diversità tra queste due modalità del pensiero e del linguaggio. Ma se la distinzione ad opera degli antichi non è altro che il riconoscimento di due componenti della mente, entrambe irrinunciabili,  la colpa della nostra modernità è di averle irrigidite in un’antitesi troppo netta. Eredi dei fasti dell’Illuminismo, si è creata nel nostro sentire la frattura tra una spiritualità respinta ma necessaria e un determinismo tanto dominante quanto soffocante.

Il freddo razionalismo imperante rende inverosimili le credenze magiche, ormai percepite come sciocche superstizioni; le scoperte scientifiche e le elaborazioni filosofiche del mondo moderno impongono un distacco sempre più marcato dall’arcana sfera religiosa e sacra in cui il mythos aveva avuto origine[1]

Pensare Come Ulisse di Bianca Sorrentino. Foto di Sofia Fiorini

Essere classici è conciliarsi con la natura

Il primo lascito di questo libro sembra essere proprio la conciliazione tra queste due nature. La voce narrante, nello stesso momento in cui tenta un’operazione di invisibilità, dimostra esemplarmente come si possa essere illuministici e spirituali insieme. Chi scrive sa che non si può rinunciare a una facoltà a vantaggio dell’altra. Pena la condizione sclerotizzata degli individui e del sistema – che di fatto corrisponde ai connotati della nostra iper-logica contemporaneità. Spia di questo pernicioso squilibrio tra mythos e logos è l’allontanamento dai ritmi naturali. Nel penultimo capitolo di Pensare come Ulisse, dedicato al rapporto uomo-natura, il dissidio tra i due poli viene a confluire nella distinzione di Pier Paolo Pasolini tra sviluppo e progresso[2].

La smania con cui si tenta di generare sviluppo non fa che evidenziare fratture insanabili e dilatare la profonda ferita dell’esclusione. I nuovi ritmi frenetici che devono essere sostenuti da chi vuole stare al passo non sono accordati a quelli della natura, ma guardano all’orologio asettico della produzione industriale; l’universo impaziente che nega il sacro riconosce esclusivamente i bisogni dell’uomo, restando cieco di fronte alle esigenze e ai richiami del resto del creato.[3]

A cosa servono i classici?

L’epoca sclerotizzata “che smania per trovare a tutti i costi un’immediata spendibilità per ogni attività umana” è anche quella che genera questa domanda: a cosa servono i classici?[4].  Sorrentino la colloca provocatoriamente nell’Introduzione e poi aspetta quasi la fine del suo saggio per mostrarne la soluzione. Rivelerà al lettore che è la domanda stessa ad essere capziosa, non la risposta ad essere deludente. La questione è mal posta:

perché tradisce la profonda arroganza di una civiltà che si illude di poter ottenere tutto e subito. Questa mentalità diffusa, che valuta ogni cosa in termini di utilità, ha alimentato in noi la falsa speranza di poter adottare a oltranza comportamenti che a lungo andare si rivelano insostenibili – non solo per noi, ma anche per l’ambiente in cui ci muoviamo – pur di trarne un qualche guadagno che ci faccia sentire immediatamente realizzati, immuni al fallimento e all’infelicità.[5]

Che la frequentazione del mito non abbia una spendibilità immediata non ne inficia il senso. Al contrario, questa sua antieconomicità sarà piuttosto “un argine alla deriva”[6].  Per Sorrentino il mito è quanto mai materia pratica: è sì una narrazione in cui ci si può perdere, ma che ci risarcisce con il rinvenimento di una verità su noi stessi. È il non luogo in cui ognuno può costruire la propria identità e la propria durata.

Foto di Sofia Fiorini

Un labirinto e un filo

Pensare come Ulisse è un libro che si legge tutto d’un fiato perché – come si propone l’autrice già dall’epigrafe incipitaria – vuole essere il filo che ci guida nel labirinto del reale. Ma al contempo, proprio perché attinge alla fonte del mito, è un'esperienza inesauribile. È un testo-tessuto che invita alla partecipazione, onorando la radice comunitaria dello spirito classico, e alla collaborazione attiva. Un testo dunque, che non è scritto una volta per tutte, ma è aperto e ha uno scopo pratico.

Tale scopo coincide con la missione di invitare i lettori a mettere in atto l'mperativo del titolo. Pensare come Ulisse significa, semplicemente, essere uomini degni di questo nome, se è vero che portare onore all’umanità significa esercitare l’intelligenza. Tanto quella del logos, che ci vede impegnati nel reperimento di soluzioni brillanti ai nostri problemi, quanto quella del mythos, che ci permette di rintracciare noi stessi nel sacro e nell’universale. Non meno di tutto questo è un uomo degno del suo nome.

Pensare come Ulisse, Bianca Sorrentino

Pensare Come Ulisse Bianca Sorrentino
Il saggio Pensare Come Ulisse di Bianca Sorrentino, pubblicato da Il Saggiatore. Foto di Sofia Fiorini

[1] Ivi, p. 118.

[2] Ivi, p. 174: “Lo sviluppo vuole la produzione intensa, disperata, ansiosa, smaniosa di beni superflui, mentre coloro che vogliono il progresso vorrebbero la creazione di beni necessari”.

[3] p. 167.

[4] Ivi, p. 17.

[5] Ivi, p. 180.

[6] Ivi, p. 181.

Pensare Come Ulisse Bianca Sorrentino
Pensare Come Ulisse di Bianca Sorrentino. Foto di Sofia Fiorini

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice


Qualcuno che forse un tempo amavo

Famiglia, talvolta microcosmo accogliente e fidato, talvolta gabbia dorata in cui covano tradimenti e si annidano inganni insospettabili. Come le fiabe più crudeli, il mito con i suoi graffi riesce a strappare la maschera alle ipocrisie e rivela il nucleo di irriducibile verità che si cela dietro l’apparenza di molte relazioni: così, accanto a memorabili episodi di amore sincero in cui la purezza del sentimento commuove fuor di ogni retorica (emblematico risulta a tal proposito l’intenso saluto di Ettore e Andromaca, un momento di poesia altissima, prima del duello furibondo che sancirà la morte del marito e poi la riduzione in schiavitù della moglie e del figlioletto Astianatte), l’antico ha saputo proporre, senza vani pudori, modelli matrimoniali non altrettanto limpidi.

Spicca in questo senso la vicenda della casa degli Atridi, già contaminata dal miasma della maledizione divina, in virtù di quell’ineluttabile vincolo per cui le colpe dei padri ricadono sui discendenti. È infatti in seno alla famiglia di Atreo – colui che aveva imbandito al fratello le carni dei figli – che si dipana la sanguinosa storia di Agamennone e Clitemnestra, sovrani di Micene, protagonisti di una leggenda che con i suoi accenti feroci e straordinariamente magnetici ha ispirato poesia epica e tragica e continua a solleticare la fantasia dei moderni.

Recentissima è la rilettura a opera dell’irlandese Colm Tóibín: nel romanzo del 2017 La casa dei nomi, pubblicato in Italia l’anno successivo per i tipi di Einaudi, le voci dei personaggi principali si alternano nel progredire del racconto e testimoniano la complessità dell’intreccio dei punti di vista che compongono la realtà, dando forma a una verità che non è mai granitica, anzi riluce nelle sue molteplici sfumature. La Clitemnestra della tradizione, appiattita dal tempo su una spietatezza quasi stucchevole, viene qui risarcita della sua umana fragilità e sin dal memorabile incipit – ‘I have been acquainted with the smell of death’ («Ho dimestichezza con l’odore della morte») – rende i lettori partecipi del suo sentire attraverso i sensi. Volitiva e irriguardosa delle conseguenze dei suoi gesti, è vero, ma solo perché visceralmente segnata da una tragica prigionia nel ventre della terra: dopo essere stata sepolta viva affinché non fosse di ostacolo al sacrificio di Ifigenia (primogenita immolata dal padre Agamennone per placare i venti contrari e propiziare la partenza per Troia), la regina riemerge dal suolo dopo averne assorbito la forza ctonia e uterina. Colm Tóibín la dipinge fiera negli istinti muliebri, ma non ne nasconde i timori e vulnerabilità di madre, e attorno alle sue paure costruisce un castello di incomprensioni e silenzi. Non senza trepidazione la donna si consegnerà al suo amante Egisto, non senza apprensione infliggerà il colpo mortale a suo marito.

Oreste, a cui finalmente l’autore restituisce un’adolescenza, vive il suo personale (e mccarthyano) romanzo di formazione prima in una terra desolata e poi in una casa che un tempo era piena di nomi, quelli degli dèi non più invocati, un’assenza che risuona del suo stesso vuoto. Fedele al modello classico resta, a conti fatti, soltanto Elettra – immobile nel suo dolore di ghiaccio e nell’altera nobiltà di stirpe, frenata dall’equivoco dell’incomunicabilità e attonita di fronte alla piega degli eventi – resa più ardita, forse, dalle carezze notturne che indisturbata regala alla fidanzata del fratello.

L’operazione che con nitore lo scrittore di Dublino porta avanti risulta tanto più comprensibile e significativa se la si legge alla luce della storia recente irlandese; l’amarezza e il senso incolmabile di solitudine che pervade il romanzo suonano quasi come un monito: il malinteso che cova nel guscio di una famiglia può pericolosamente sfociare in lotte intestine, scontri fratricidi. Una tragedia che appare così intima contiene cioè in nuce i simboli di ogni guerra civile; il sacrificio di Ifigenia, stabilito senza alcuno scrupolo da suo padre Agamennone, costituisce il primo atto cruento della vicenda, seguito dall’uccisione di Agamennone da parte di Clitemnestra e poi di quest’ultima per mano di suo figlio Oreste. Si tratta a ben vedere di un ciclo di violenza che non conosce tregua e che evoca amari rimandi ai troubles nordirlandesi e ai fatti della Siria dei nostri giorni.

La domanda aperta che Colm Tóibín sembra porre ai lettori è: avrà fine tutto questo? In che modo sarà possibile interrompere questa successione di delitti efferati, compiuti selvaggiamente all’interno di una comunità di affini? A un altro interrogativo – come ha avuto inizio tutto ciò? – tenta di rispondere un testo memorabile di Marguerite Yourcenar, contenuto nello scrigno di prose liriche Fuochi (scritto nel 1935), edito da Bompiani con la traduzione di Maria Luisa Spaziani. Clitemnestra o del crimine è un monologo in cui la protagonista si rivolge ai Signori della Corte per ripercorrere le origini del suo gesto colpevole, senza mai volerlo banalmente giustificare. In un tribunale novecentesco, la cattiva del mito non ha paura di svelare le ferite inflitte da una relazione sofferta, ridimensiona la portata dell’adulterio («Se qualcuno io ho tradito, si tratta certamente di quel povero Egisto. Avevo bisogno di lui per sapere fino e che punto fosse insostituibile colui che amavo») e si sofferma a ponderare le conseguenze dell’assassinio. Nell’eternità i morti non conoscono riposo e Agamennone non fa che ritornare: la sua ombra è un tormento che non si può sopprimere.

Nella tragedia di Eschilo erano le Erinni, terribili dee della vendetta, a perseguitare Oreste dopo il matricidio con cui aveva vendicato suo padre per volere di Apollo. Scomparso l’orizzonte divino, l’uomo deve farsi carico delle sue inquietudini e della notte atra della civiltà in cui il non-detto è capace di confinarlo. Ormai priva del legame sacro con il trascendente, la famiglia è costretta fare i conti con una distanza che la rende vulnerabile, che ne acuisce le lacerazioni e la espone alla trappola delle menzogne fino a mettere in dubbio la consistenza stessa dei sentimenti («Qualcuno che forse un tempo amavo», dirà l’ombra confusa della Clitemnestra di Tóibín a proposito di suo figlio Oreste). Rileggere il mito significa estrapolarne i simboli e farli reagire con il presente, mettendoci in guardia dalle derive ideologiche che negano la complessità in nome di una tradizione che, a ben vedere, infine, risulta tutt’altro che rassicurante.

famiglia
Edvard Munch, The Kiss (El Beso), olio su tela (1892), foto The Athenaeum, pubblico dominio

Questo articolo è comparso originariamente sulla rivista Midnight