Messina Judaica di Giuseppe Campagna: la comunità ebraica messinese tra il XV e il XVI secolo

G. Campagna, Messina Judaica. Ebrei, neofiti e criptogiudei in un emporio del Mediterraneo (secc. XV-XVI), prefazione di L. Scalisi, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2020, pp. 246.

Recensione a cura di Elena Nicoletta Barile

Un nuovo tassello si aggiunge alla nostra conoscenza della storia ebraica in Italia. Il recente volume di Giuseppe Campagna, Messina Judaica, edito da Rubbettino Editore, restituisce infatti una sapiente ed efficace ricostruzione della comunità ebraica messinese tra il XV e il XVI secolo, esplicitandone l’indissolubile intreccio con le dinamiche sociali e politiche cittadine e del più ampio contesto mediterraneo. Inserendosi nel solco degli studi di Shlomo Simonsohn1 e Cesare Colafemmina2, grande attenzione è posta dall’Autore alla raccolta e alla sensibile integrazione della documentazione latina, pubblica e privata, conservata nei principali Archivi siciliani e nell’Archivio Ducale Medinaceli di Toledo, pur nella consapevolezza delle ingenti perdite documentarie dovute al terremoto di Messina del 1908 e ai bombardamenti del 1943, durante l’ultimo conflitto europeo.

Iscrizione dalla Sinagoga di Messina, distrutta col terremoto del 1908. Foto di Michele Bassi, in pubblico dominio

L’esito di questa operazione di spoglio e analisi dei materiali di archivio è una ricostruzione puntuale dei molteplici aspetti della vita ebraica messinese nei due secoli considerati. È offerta infatti un’accurata descrizione del quartiere di residenza e dei luoghi di culto della comunità cittadina, la sua amministrazione interna, in particolare alla figura del dienchelele, giudice generale degli ebrei per le cause di diritto mosaico, lo status giuridico, il matrimonio e la condizione femminile, nonché gli aspetti linguistici e culturali, quali la mistica e la circolazione libraria. La ricostruzione proposta si avvale, all’occorrenza, del confronto con fonti di diversa tipologia e matrice culturale, tra cui la produzione epistolare ebraica, in particolare una lettera del rabbino Ovadyah da Bertinoro del 1487, contratti matrimoniali (ketubot), testimonianze epigrafiche in giudeo-arabo, oltre alla trattatistica cristiana di età moderna.

Un ampio e dettagliato prospetto illustra le professioni, le attività produttive e le reti commerciali della comunità messinese, profondamente inserita nel contesto dei traffici mediterranei, dei quali Messina è punto di partenza e di arrivo: flussi di merci, mercanti, maestranze ebraiche viaggiano da e per la Catalogna, Costantinopoli, Rodi, Tessalonica, passando per le sponde calabre e adriatiche, lasciando traccia nei documenti dei loro contatti con la comunità e con le autorità cittadine, che dall’Autore vengono individuati ed analizzati. Particolarmente suggestiva e precisa è inoltre la ricostruzione delle principali casate ebraiche messinesi dell’epoca, i loro esponenti, i legami parentali, le attività e i mestieri a cui esse devono il proprio prestigio, nonché le loro conflittualità interne ed esterne.

Messina
Messina prima della costruzione della grande palazzata del 1622. Immagine in pubblico dominio

Di carattere più evenemenziale, i capitoli conclusivi rievocano le conseguenze dell’editto di Granada del 1492, con cui i Re Cattolici decretano l’espulsione delle comunità ebraiche dai propri territori, tra cui, appunto, la Sicilia. Gli eventi messinesi subito successivi all’emanazione dell’editto sono esaminati dall’Autore, anche alla luce della più recente bibliografia, seguendo le vicende della comunità ebraica di Messina fino alla definitiva partenza dalla città e alla conseguente diaspora lungo le principali rotte del Mediterraneo, verso il Regno di Napoli, la Calabria, la Puglia (fino al 1541), ma soprattutto Roma, l’Italia centro-settentrionale e il Levante, nei territori dell’Impero Ottomano.

La matrice religiosa dell’editto di espulsione spinge l’Autore ad analizzare un particolare aspetto della storia ebraica e del suo rapporto con il mondo cristiano, ossia il fenomeno delle conversioni forzate. Ai conversos o nuovi cristiani è dedicato l’ultimo capitolo del volume, che accoglie stime quantitative, vicende di singoli esponenti e famiglie abbienti, aree di residenza, mestieri di una comunità divisa tra l’omologazione forzata, la perdita identitaria, la pratica nascosta del proprio culto manifestamente perseguitata dalle autorità cattoliche, ma anche, a volte, la convinta adesione alla nuova fede: una casistica assai eterogenea, e assai ricca di significati se considerata alla luce delle sue ricadute sui successivi rapporti ebraico-cristiani, che completa e arricchisce il presente volume.

Uno studio accurato, che rivela grande dimestichezza con la documentazione d’archivio, nonché con le dinamiche storiche che sono alla base della sua produzione, perdita e conservazione. Una particolare tipologia di fonti quantitativamente ingente, ma anche estremamente dispersa nelle sue diverse occorrenze, che lo studio di Giuseppe Campagna riesce pienamente a valorizzare, apportando un significativo contributo alla storia dell’ebraismo italiano.

Messina judaica Giuseppe Gabriele Campagna
La copertina del saggio di Giuseppe Gabriele Campagna, Messina Judaica. Ebrei, neofiti e criptogiudei in un emporio del Mediterraneo (secc. XV-XVI), con prefazione di Lina Scalisi, pubblicato da Rubbettino Editore (2020)

1 S. Simonsohn, The Jews in Sicily, 18 vols., Brill, Leiden-Boston, 1997-2010.

2 C. Colafemmina, The Jews in Calabria, Brill, Leiden-Boston 2012.


indipendenza Grecia greca

Il lungo e tortuoso cammino dell'indipendenza greca

Quest’anno ricorre il bicentenario dell’indipendenza della Grecia. Ripercorriamone le tappe salienti.

La Grecia aveva perso la sua autonomia dopo la caduta dell’Impero Romano d'Oriente, avvenuta nel 1453. Solo le isole, e Creta in modo particolare, avevano mantenuto una certa indipendenza, ma erano state sottomesse dagli ottomani nella fase della massima espansione di questi ultimi.

Differentemente da altri territori, che con il tempo avevano perduto il tratto essenziale della loro identità culturale, in Grecia tutto questo non accadde probabilmente grazie alla forza coesiva della religione e all’influsso della Chiesa Ortodossa che, per merito del patriarca di Costantinopoli, continuava a mantenere un certo controllo sul territorio ellenico, fungendo da coagulo attorno a cui la cultura e la lingua greca riuscirono a sopravvivere. Ciò che mai si affievolì fu un certo spirito di rivalsa che, nel corso dei secoli, condusse a numerose rivolte e ad un continuo e sfibrante periodo di guerriglia contro le forze ottomane, manifesto di un sentimento di perdurante disagio.

Eugene Delacroix (1789-1863), Guerriero greco a cavallo (1856), olio su tela, Galleria Nazionale di Atene (inv. no. 5618). Foto Flickr di Tilemahos Efthimiadis, CC BY 2.0

I principali fautori di questa guerriglia erano i discendenti di coloro che avevano preferito rifugiarsi negli inaccessibili luoghi di montagna pur di tenere lontano il dominio ottomano. Contro di loro i turchi avevano arruolato altri greci, detti armatolì, che avrebbero dovuto riconquistare i passi più importanti e che, invece, finirono per mischiarsi con questi, al punto che, quando scoppiò la guerra di indipendenza nel 1821, tali forze paramilitari andarono a costituire il grosso dell'esercito rivoluzionario greco.

I finanziamenti più consistenti delle rivolte arrivarono dall’estero, da tutti quei greci espatriati in Europa, soprattutto dalla città ucraina di Odessa dove, nel 1814, un gruppo di greci aveva fondato la filiki eteria, una società segreta che propugnava il ritorno alla indipendenza del territorio ellenico.

E, finalmente, il 1821 fu l'anno in cui questa rivolta prese concretezza. Sembrava un momento propizio, innanzitutto perché l'impero ottomano si era molto indebolito, essendo impegnato in Oriente su un altro fronte di guerra contro l'impero persiano; una guerra che stava portando via ingenti risorse all'impero, costretto a spostare gran parte delle milizie dal territorio europeo verso est.

A questo si aggiungeva una motivazione di politica estera. Come è noto, gli anni Venti dell’Ottocento segnarono l’emergere dei focolai rivoluzionari in tutta Europa; un'epoca in cui le grandi potenze erano impegnate ad evitare l'insorgenza di un nuovo Napoleone che avrebbe potuto mettere a rischio la già labile stabilità internazionale. Più di ogni altro luogo, in Francia e in Inghilterra il popolo accolse con favore la ribellione greca, si crearono dei veri e propri movimenti filellenici a supporto dei movimenti di rivolta.

Dopo l'assedio di Missolungi, la rivolta ebbe inizio al confine fra impero turco e impero russo il 6 marzo 1821, non in Grecia, e questo perché il movimento della filiki eteria era convinto che, per poter avere la meglio sugli ottomani e cacciarli definitivamente dai loro territori, fosse necessario allearsi con tutti i popoli balcanici per conseguire un obiettivo comune. Questa idea, seppur valida in teoria, non trovò riscontro nella realtà e finì col mettere in serie difficoltà i battaglioni dei ribelli della filiki eteria, sconfitti in due battaglie e costretti a fuggire in Austria, terra storicamente ostile all’impero turco.

Si dovette attendere qualche mese prima di vedere la rivolta in Grecia, e la prima zona a mettersi in azione fu il Peloponneso, la terra che più duramente si era opposta al dominio ottomano. La rivolta partì da Patrasso, benché focolai di rivolta scoppiarono in tutta la penisola; senza disperdere molte energie e con grande rapidità, le forze greche riuscirono a prendere il controllo delle campagne, costringendo gli ottomani a ritirarsi nelle città, che caddero una dopo l'altra. A guidare la rivolta, partita il 23 marzo, fu un prete ortodosso, noto con lo pseudonimo di Gregorio Papaflessa, uno dei più importanti esponenti politici della Grecia indipendentista. La data celebrativa del 25 marzo indica l'atto solenne di benedizione del vescovo metropolita di Patrasso, Germanos, che benedisse gli insorti al Monastero della Grande Laura. Decisivo fu anche il ruolo di un giovane capitano di vascello, Theodoros Kolokotronis, che, a soli 17 anni, nel mese di settembre di quello stesso anno, dopo aver vinto i turchi a Valtetsi il 15 maggio, riuscì ad espugnare la piazzaforte ottomana a Tripoli. In risposta all'avvio dei conflitti, a Costantinopoli si dà vita ad una serie di esecuzioni di massa: viene impiccato il patriarca di Costantinopoli, il vescovo Gregorio V, ricordato come martire dalla Chiesa ortodossa.

In Grecia centrale la rivolta colpì Tebe, in Beozia, e rapidamente si diffuse ovunque fino ad interessare Atene. La risposta ottomana non si fece attendere e fu cruenta, com’era facile attendersi, ma la capacità di resistenza convinse i Greci della necessità di riconquistare il territorio. Delle rivolte scoppiarono nelle isole, a Creta e a Cipro, ma anche a Tessalonica, dove i rivoltosi seppur in un bagno di sangue riuscirono a conquistare una certa autonomia tra il 1824 e il 1825. In questo biennio decisivo va ricordata la figura di Lord Byron, che visse in prima persona i contrasti tra i greci che lottavano per la resistenza a Missolungi; e, proprio per celebrare questo eroico atteggiamento degli elleni che seppero resistere eroicamente a Missolungi, il celebre poeta greco Dionysios Solomos scrisse L'inno alla libertà, le cui prime due strofe divennero l'inno nazionale del paese.

A questo punto, in Grecia si cercò di creare un governo ma sorsero le prime rivalità e alcune delle associazioni che avevano maggiormente spinto per la rivolta, tra cui la stessa filiki eteria, vennero messe da parte poiché considerate poco presenti sul territorio greco e, dunque, poco incisive. A ciò si aggiunsero i forti contrasti tra le varie zone della Grecia, in particolare tra i partigiani dell’Attica e quelli del Peloponneso, con questi ultimi che cercarono di rivendicare ad ogni costo la loro maggior forza numerica e militare. Le opposizioni sfociarono in una guerra civile che ovviamente indebolì il fronte greco e lo costrinsero a chiedere un appoggio economico esterno.

La guerra civile si spense improvvisamente perché arrivò un nuovo nemico da fronteggiare: gli egiziani. L’Egitto da parecchi decenni era ormai autonomo ed era governato da Muhammad Ali, un personaggio chiave per il raggiungimento dell’autonomismo del suo paese. Gli ottomani si mostrarono restii a chiedere il loro aiuto, ma quando fu chiaro che non avrebbero potuto farcela da soli, fecero in modo che Ali inviasse le truppe in Grecia, comandate dal figlio Ibrahim Pascià. Gli egiziani sbarcarono nel Peloponneso nel febbraio del 1825 con un contingente di circa 10 mila uomini. I Greci commisero un grave errore di valutazione: erano convinti di poter vincere facilmente anche stavolta; non sapevano che l'esercito egiziano, a differenza di quello ottomano, era molto meglio organizzato grazie ad una serie di addestratori francesi che, negli anni precedenti, avevano migliorato le tecniche di combattimento.

I Greci erano sul punto di capitolare, quando a venire in loro soccorso intervenne l'opinione pubblica europea. Molto rapidamente si diffuse in tutto il vecchio continente la notizia dei massacri egiziani; notizie, queste, di certo veritiere ma ingigantite dai cronisti dell’epoca. Si giunse addirittura a scrivere che il desiderio della potenza ottomana fosse quello di estirpare i Greci e la loro cultura dal territorio ellenico, sostituendoli con turchi ed egiziani, e mettere un punto definitivo alle rivolte. Questo fece un grande effetto sull’Europa e il risultato fu che le potenze iniziarono ad intervenire.

Ioannis Kapodistrias (Giovanni Capodistria) in una litografia di Gustave Adolf Hippius (1822). Гиппиус, Г. А. Современники, собрание литографических портретов государственных чиновников, писателей и художников, ныне в России живущих : Посвящено Его Величеству государю Императору Александру I Г. Гиппиусом. - СПб. : Изд. Г. Гиппиуса ; (Литогр. Гельмерсена), 1822. Immagine in pubblico dominio

La prima potenza a mandare aiuti militari fu la Russia che, in quel periodo, aveva un Ministro degli Esteri greco, Ioannis Kapodistrias, il quale aveva più volte spinto lo zar di Russia ad intervenire in favore della sua patria d’origine. Si fecero avanti anche la Francia e l’Inghilterra; quest’ultima era molto amica dell'impero ottomano, ma decise ugualmente di gettarsi nella mischia, anche perché alcuni dei comandanti inglesi erano dichiaratamente filelleni.

La situazione mutò all’improvviso nel 1827, quando la flotta egiziana, riunitasi a Navarino, venne raggiunta dalle tre flotte di aiuti europei.

La battaglia di Navarino, uno dei momenti più importanti verso l'indipendenza della Grecia. Incisione di Robert William Smart e Henry Pyall, sulla base dei disegni di Sir John Theophilus Lee sotto la supervisione immediata di del Capitano Lord Vis. Inglesre, al National Historical Museum (1830 circa). Foto Flickr di Tilemahos Efthimiadis, CC BY-SA, 2.0

Le trattative di pace vennero avviate da Kapodistrias, che nel frattempo aveva lasciato il Ministero degli Esteri in Russia ed era giunto in Grecia dove era stato nominato Governatore. Gli egiziani furono costretti a lasciare il Peloponneso assieme a tutte le loro truppe; con gli ottomani si cercò di raggiungere una pace che potesse condurre alla tanto agognata autonomia. I primi accordi vennero disattesi, perché gli ottomani manifestarono il loro interesse a proseguire la guerra ad oltranza. Le cose cambiarono quando la Francia inviò 15 mila uomini nel Peloponneso per addestrare le truppe greche: fu grazie a quell’esercito che la Grecia riuscì ad ottenere la sua autonomia. Il 12 settembre 1829 l'esercito greco sconfisse quello ottomano nella battaglia di Petra, località a nord della Beozia, e pose fine alla ribellione. Negli anni successivi si giunse al trattato di Costantinopoli che sancì finalmente l’indipendenza del paese. A quell’epoca la Grecia era formata soltanto da una parte di quella attuale: mancavano infatti tutte le isole, tra cui Creta, e il nord. Ci vollero altri sanguinosi scontri prima di arrivare a definire il paese che conosciamo oggi.

 

Bibliografia:

  • F. Benigno – M. Giannini – N. Bazzano, L’età moderna. Dalla scoperta dell’America alla Restaurazione, Editori Laterza, Roma 2005;
  • R. Clogg, Grecia. Dall’indipendenza ad oggi, Beit Editore, Trieste 2015;
  • M. Veremis – I. S. Koliopulos, La Grecia Moderna. Una storia che inizia nel 1821, Argo Editore, Lecce 2014;
  • E. Ivetic, I Balcani. Civiltà, confini, popoli (1453-1912), Il Mulino Editore, Bologna 2020.

La tradizione della letteratura greca: i resti di un naufragio

Semel emissum, volat irrevocabile verbum

                                                                (Hor., Ep. I 18, 71)

Le opere greche e latine a noi pervenute e le condizioni in cui sono state ritrovate sono il risultato di processi storici durati millenni e determinati dai più svariati fattori politici e culturali. Fino alla tarda antichità, il principale supporto scrittorio adoperato fu il papiro. Si tratta di una pianta palustre (Cyperus papyrus L.) che cresceva principalmente in Egitto, soprattutto nel Delta e nella regione del Fayum. Oggi la pianta, praticamente estinta nelle suddette zone, cresce lungo il corso superiore del Nilo, in Etiopia e Uganda. Il papiro è presente anche nel Siracusano, nell’area della fonte Aretusa e lungo il corso del fiume Ciane. Non è chiaro se, limitatamente alla Sicilia, si tratti di una pianta autoctona o se sia stata introdotta nel Medioevo dagli Arabi. Ad ogni modo, il papiro, come materiale di scrittura, è attestato in Egitto fin dal III millennio.

Plinio il Vecchio descrive la sua procedura di lavorazione in pagine di insindacabile interesse (Nat. hist. 13.22 ss.). Il midollo della pianta, ricco di amido, veniva affettato in philyrae (strisce), che venivano poi sovrapposte l’una sull’altra, su una tavola bagnata d’acqua, in due strati perpendicolari (recto e verso), poi pressati e lasciati seccare al sole. Si otteneva un foglio resistente e flessibile detto kòllema. I kollémata, attraverso una colla composta da farina, acqua e aceto, venivano incollati uno di seguito all’altro a formare un rotolo, detto tòmos o chàrtes. Il rotolo costituiva la forma normale del libro antico.

Ostrakon di Cimone, politico ateniese. Foto di Marsyas, CC BY-SA 2.5

Su questo supporto, gli autori antichi abbozzavano le loro opere e le portavano alla redazione definitiva. Accanto al rotolo esistevano altri materiali per la scrittura. Ad esempio, erano diffusi polittici di tavolette lignee, la cui superficie interna, incavata, era ricoperta di cera. Le tavolette venivano adoperate, per la maggior parte, in ambito scolastico, assieme ai cosiddetti ostraka, pezzi di ceramica o pietra solitamente ricavati da vasi o da altri recipienti. Nonostante l’estrema caducità dei materiali usati per la scrittura, si conservano alcuni autografi.

È il caso, ad esempio, dei documenti riconducibili a Dioscoro di Afrodito o dell’Anonymus Londiniensis. Interessante discorrere attorno al periodo in cui le opere letterarie cominciarono ad essere consultate sotto forma di libro da un discreto pubblico.

L’origine del libro greco, sulla base delle parole incipitarie delle Genealogie di Ecateo, va ricercata nel contesto della scienza ionica. È probabile che la forma libraria sia giunta ad Atene quando, nel V secolo, essa divenne il centro della vita culturale greca, la scuola della Grecia avrebbe scritto Tucidide. È possibile che Anassagora, proveniente da Clazomene, abbia giocato, in tal senso, un ruolo fondamentale. In ogni caso, verso la metà del V secolo, è accertata ad Atene l’esistenza di una letteratura tecnica in vari campi, che doveva circolare in forma di libri. Per dare manforte a questa tesi, non si può tacere il riferimento al Vaso di Duride, importante testimonianza iconografica, rappresentante alcuni ambiti paideutici della società ateniese.

Del resto, anche la parodia di Aristofane, che presuppone nel pubblico la conoscenza dei grandi tragici, era possibile soltanto se essi erano largamente letti. La diffusione del libro ebbe un grande incremento nel IV secolo e, in mancanza di tutela delle opere dopo la pubblicazione, era inevitabile che i testi fossero soggetti a guasti di vario genere. L’oratore e statista Licurgo, cercando di proteggere l’opera dei grandi tragici, alterata anche dalle interpolazioni degli attori, impose il deposito di un esemplare di Stato. Le difficoltà riservate all’ecdotica nel mondo antico, dunque, non erano indifferenti e fanno apprezzare a pieno il lavoro compiuto per la letteratura greca dalla scienza alessandrina, nelle figure, solo per citarne alcune, di Zenodoto di Efeso, Aristofane di Bisanzio e Aristarco di Samotracia.

Il simbolo dell’erudizione e della acribia filologica antica è rappresentato, infatti, dalla Biblioteca di Alessandria. Tolomeo I fondò ad Alessandria il Museo, centro di studi e contenitore di menti vivaci e brillanti. Gli intellettuali, però, dovevano disporre di una biblioteca, che fu completata da Tolomeo II Filadelfo, grazie al supporto di Demetrio Falereo. Superfluo sottolineare quanto la perdita della Biblioteca di Alessandria e degli innumerevoli volumi in essa custoditi sia stata tragica per la storia dei testi antichi.

Altro rilevante motivo di perdite fu il passaggio dal rotolo al codice, considerato il primo bottleneck (collo di bottiglia),  prima significativa strozzatura della trasmissione testuale. Il papiro, oltre ad essere scomodo da usare, era anche facilmente deperibile.  I testi dei rotoli che, nel periodo compreso tra I e IV secolo, non furono ricopiati sui codici, per caso o perché meno letti e meno richiesti, furono condannati all’oblio. Il codex, più maneggevole, trasportabile ed economico, era composto di più fogli, preminentemente pergamenacei, uniti in quaderno.

Le teorie sulla nascita e la diffusione del formato codice sono varie e suggestive. Secondo Colin H. Roberts, Marco nel 70 avrebbe composto il suo Vangelo a Roma utilizzando un codex pergamenaceo.  Questo codice, una volta raggiunta Alessandria, grazie al suo prestigio, avrebbe stimolato la diffusione del formato per veicolare i testi evangelici. Un’ulteriore ipotesi, avanzata nel 1983 dallo stesso Roberts e da Skeat, vedrebbe l’uso del codice derivante da una volontà precisa da parte dei cristiani di distanziarsi dal rotolo di pergamena della Torah e da quello papiraceo dei pagani. Skeat, in un altro contributo, giunse ad affermare che ci fosse, da parte dei cristiani, la precisa e coordinata volontà di privilegiare un formato che permettesse di contenere su un solo supporto i quattro Vangeli canonici. Più semplice e soddisfacente apparve la tesi di Guglielmo Cavallo e di altri, che legavano le ragioni del successo del nuovo formato, in generale e presso i cristiani, a fattori economico-sociali.

La storia della tradizione subisce le perdite più rilevanti tra VII e VIII secolo. La scomparsa della letteratura greca sarebbe stata quasi totale se nel IX secolo non ci fosse stato il Rinascimento ispirato dal patriarca Fozio. Questo movimento, peraltro, coincise con un mutamento radicale della forma di scrittura. Tra la fine dell’VIII e gli inizi del IX secolo viene sviluppata, forse nel monastero di Studio a Costantinopoli, una scrittura minuscola libraria, che finì per imporsi e che rivoluzionò anche la trasmissione dei testi.

Il primo manoscritto datato in minuscola che si sia conservato è il cosiddetto Tetravangelo Uspenskij, risalente all’anno 835. La minuscola aveva diversi vantaggi rispetto alla maiuscola. Era, ad esempio, più rapida da tracciare e occupava meno spazio. Questo portava ad una velocizzazione del processo di copiatura dei libri e ad un significativo risparmio. Nell’ambito della paleografia greca, il principale tratto della minuscola studita era la sua estrema regolarità e leggibilità. Al tempo del passaggio maiuscola/minuscola furono trascritte le opere degli autori antichi degne di essere conservate e ne fu garantita la sopravvivenza.

Conseguenze poi particolarmente gravi ebbe la conquista di Costantinopoli da parte dei Crociati nel 1204. Durante quei terribili giorni in cui la città fu messa a ferro e a fuoco, la grande biblioteca imperiale venne quasi completamente distrutta, insieme ai libri che vi erano religiosamente conservati. Perfino la corte imperiale dovette lasciare Costantinopoli per quasi cinquant’anni, mentre veniva fondato l’Impero latino con a capo Baldovino I di Fiandra.

Gli studi classici continuarono, però, ad essere coltivati anche in seguito all’esilio della corte a Nicea. Tuttavia, andarono perduti autori come Ipponatte, molto di Callimaco, Gorgia e Iperide e molto degli storici. Verso gli anni Ottanta del Duecento, ci fu una ripresa dell’attività erudita nella capitale e si distinsero figure del calibro di Massimo Planude e Demetrio Triclinio, che svolse la sua attività filologica a Tessalonica, l’attuale Salonicco. Si rafforzarono i rapporti tra Bisanzio e l’Italia e dotti come Manuele Crisolora portarono in Occidente moltissimi manoscritti greci.

Ritratto di Johannes Gensfleisch zur Laden zum Gutenberg. Immagine SRU.edu in pubblico dominio

L’Occidente, tra 1450 e 1600, divenne cruciale per la conservazione dei classici, poiché in tutti i centri di vita culturale si trascrissero con cura i manoscritti greci, che si accumularono nelle grandi biblioteche (Vaticana, Laurenziana, Ambrosiana, Marciana) e furono presto impressi nel libro a stampa. Come inventore della stampa a caratteri mobili metallici viene tradizionalmente indicato il tedesco Johann Gutenberg, che tra il 1453 e il 1455, a Magonza, produsse una Bibbia in centottanta esemplari.

La diffusione della nuova tecnica fu rapidissima ed interessò anche i classici, soprattutto latini. Fin dagli ultimi decenni del Quattrocento comparvero numerosissime editiones principes (prime edizioni a stampa precedentemente tramandate in forma manoscritta) e, in tal senso, particolarmente rilevante fu la prima stamperia italiana, fondata intorno al 1464 presso il monastero benedettino di Santa Scolastica a Subiaco dal ceco Arnold Pannartz e dal tedesco Konrad Sweynheym.

Come primi incuneaboli (libri stampati entro la fine del Quattrocento), i due tipografi diedero alle stampe un volume con opere di Lattanzio e il De oratore di Cicerone (probabilmente la prima editio princeps in assoluto). Pannartz e Sweynheym, in seguito, si trasferirono a Roma, dove si avvalsero della collaborazione di grandi eruditi e diedero alla luce un numero spropositato di edizioni che finì per saturare il mercato. La stampa dei testi greci, invece, procedette molto più lentamente. A Milano, nel 1476, fu stampata l’Epitome grammaticale di Costantino Lascaris e a Venezia, nel 1484, gli Erotemata di Manuele Crisolora. Si rammenti, poi, l’editio princeps di Omero, redatta a Firenze nel 1488 grazie ai finanziamenti di alcuni nobili fiorentini. Non può non essere poi ricordato l’immenso lavoro effettuato da Aldo Manuzio a Venezia e da Froben a Basilea.

Occorre relazionare poi sulle scoperte di papiri che hanno arricchito la nostra conoscenza della letteratura greca. La stragrande maggioranza di essi proviene dall’Egitto, dove le condizioni climatiche favorevoli hanno permesso ai frammenti di non deteriorarsi completamente. Il primo caso documentato di decifrazione di un papiro proveniente dall’Egitto risale al 1788, quando lo studioso danese Niels Iversen Schow pubblicò la Charta borgiana, un papiro appartenente alla collezione del cardinale Stefano Borgia oggi conservato presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Si tratta di un testo documentario relativo a una serie di lavori di irrigazione effettuati nel 193 d.C. nei pressi di Tebtynis.

In seguito, tuttavia, dall’Egitto sarebbero giunti anche molti papiri contenenti testi letterari. I ritrovamenti più numerosi sono avvenuti scavando le grandi discariche che circondavano le città egiziane, e che fino ai primi decenni del secolo scorso erano ancora visibili come collinette. Queste piccole alture (kiman) hanno rivelato brandelli di papiri, spesso strappati e accartocciati.  Si sono rivelati particolarmente ricchi di materiale i kiman che circondavano l’antica città di Ossirinco, l’attuale el-Bahnasa, scavati a partire dalla fine dell’Ottocento. E. G. Turner ha attribuito la causa della prolificità di Ossirinco al fatto che, in quel luogo, si stabilirono scrittori e intellettuali dell’ambiente alessandrino, come Satiro o Teone.

Ritrovamenti papiracei rilevanti risalgono anche ad altre regioni del Medio Oriente, come la Palestina e la città di Dura Europos. Nel 1977, presso la località di Ai Khanoum, nell’attuale Afghanistan, furono riportati alla luce due strati di fango secco che racchiudevano quanto rimaneva di un rotolo papiraceo. Per effetto dell’umidità, l’inchiostro si era trasferito sullo strato di fango superiore e fu così possibile recuperare alcune colonne di un dialogo filosofico attribuito al giovane Aristotele.

La Villa dei Papiri a Ercolano. Foto http://wiki.epicurus.info/User:Erik_Anderson, CC BY-SA 3.0

Per una serie di straordinarie circostanze, è stato possibile rinvenire degli esemplari anche in Europa. Celeberrimo il caso dei papiri carbonizzati provenienti dalla Villa dei Pisoni (nota come Villa dei Papiri). Questa villa del I sec. a.C., situata in un’area a nord-ovest dell’antica Herculaneum, ricoperta di materiale vulcanico, fu scoperta negli anni Cinquanta del XVIII secolo, nel corso di una difficile operazione di scavo di una galleria sotterranea. In questa occasione venne riesumato un ricco tesoro, consistente in un’opera d’arte e in circa milleottocento papiri (tra rotoli e frammenti di ogni grandezza). Il nome di Lucio Calpurnio Pisone, suocero di Cesare, come proprietario della villa, rappresenta una supposizione.

letteratura greca
Immagine di Giacomo Castrucci dal libro: Tesoro letterario di Ercolano, ossia, la reale officina dei papiri ercolanesi, Stamperia e cartiere del Fibreno, Napoli, 1858, p. 27, in pubblico dominio

Dopo numerosi, e per lo più falliti, tentativi di svolgere e leggere i rotoli carbonizzati e fragili, il Centro Internazionale per lo Studio dei Papiri Ercolanensi, fondato a Napoli da Marcello Gigante nel 1969, si è occupato del problema con diversi metodi, ottenendo ottimi risultati.  I papiri in questione hanno rivelato scritti filosofici di contenuto epicureo, riconducibili ad Epicuro e a Filodemo di Gadara. Guglielmo Cavallo ha addirittura ipotizzato che la villa ospitasse la biblioteca di lavoro di Filodemo, data la grande quantità di brogliacci e abbozzi letterari a lui ricollegabili. Tra i papiri rinvenuti nelle altre zone della villa vi sono alcuni scritti in lingua greca di epoca post-filodemea, oltre che un esiguo numero di opere latine. Più recentemente, nel 1961-1962 presso la località di Derveni, a nord di Salonicco, nel corso di uno scavo di una sepoltura fu rinvenuto un piccolo rotolo carbonizzato, contenente un commentario filosofico ad una teogonia orfica, pubblicato nel 2006.

letteratura greca
Frammenti del Papiro di Derveni al Museo Archeologico di Salonicco. Foto di Fkitselis, CC BY-SA 3.0

Senza i ritrovamenti papiracei, non possederemmo gran parte della letteratura antica. Avremmo solo pochi o pochissimi frammenti di Bacchilide, Menandro, Eroda, non potremmo leggere nella sua interezza la Costituzione degli Ateniesi di Aristotele, e conosceremmo molto meno dei drammi satireschi di Eschilo o Sofocle o dei carmi di Archiloco e Saffo, per citare solo pochi esempi.

Altrettanto importanti sono state le scoperte dei palinsesti, che non si sono mai arrestate. Si tratta di manoscritti antichi, su papiro o, più frequentemente, su pergamena, il cui testo originario è stato cancellato mediante lavaggio e raschiatura e sostituito con altro disposto nello stesso senso o in senso trasversale al primo.

letteratura greca
Il palinsesto di Archimede. Foto The Walters Museum - http://www.archimedespalimpsest.net, CC BY 3.0

Nel 1988 è riemerso dall’oblio il palinsesto di Archimede. Un corposo eucologio (libro di preghiere), scritto nel 1229, probabilmente a Gerusalemme, rimase conservato fino agli anni Venti del Novecento nel metochio del monastero del Santo Sepolcro a Costantinopoli. Già nel corso dell’Ottocento, secolo d’oro per le scoperte dei palinsesti, il celebre biblista Constantin von Tischendorf notò il codice e si accorse che fosse stato ricavato a partire da trattati matematici. Nel 1906, lo stesso manoscritto fu esaminato da J. Heiberg, che ne ricavò il testo greco del trattato Sui corpi galleggianti, fino ad allora noto solo in traduzione latina, nonché del Metodo dei teoremi meccanici, che era andato perduto, e un ampio frammento dello Stomachion. Negli anni Venti, in circostante non molto chiare, il manoscritto passò nelle mani di un collezionista francese, che non volle metterlo a disposizione degli studiosi e lo conservò in condizioni inappropriate, contribuendo, in tal modo, al suo deterioramento. Passato agli eredi, il codice fu venduto nel 1998 da Christie’s a New York a un collezionista anonimo, per due milioni di dollari. Il collezionista, a sua volta, lo depositò presso il Walters Art Museum di Baltimora, dove fu oggetto di restauro e di analisi che hanno svelato la storia di questo straordinario testimone.

Dal codice, oltre ai trattati di Archimede, sono stati recuperati anche frammenti di due orazioni di Iperide, Contro Timandro e Contro Dionda. Fino alla scoperta del palinsesto di Archimede, non era noto nessun manoscritto medievale delle orazioni di Iperide, e quello che di lui si conosceva derivava da scoperte papiracee. Il palinsesto ha svelato anche parte di un commentario alle Categorie di Aristotele e parti di ulteriori opere ancora da identificare.

Nel 2003, il paleografo italiano Francesco d’Aiuto, esaminando un codex bis rescriptus (Vat. Sir. 623), letteralmente codice riscritto per due volte, si è reso conto del fatto che alcuni fogli derivassero da un codice in maiuscola del IV secolo, su due colonne, che tramandava 400 versi di Menandro, di cui la metà del Dyskolos.

La letteratura antica ci si mostra come un naufrago, un sopravvissuto lacero e sfinito. “Se i libri potessero scrivere, racconterebbero avventure degne di Sinbad”, affermò lo studioso Alan Cameron. Le opere che possediamo non sono altro che una scheggia dell’universo classico. Fortunatamente, con il passare del tempo, relitti di quel mondo così lontano e vicino continuano ad emergere, per parlare a questo secol morto, al quale incombe tanta nebbia di tedio.


Iconoclastia Salento

Volti sfregiati ed effigi nascoste: l'iconoclastia nel Salento grecanico

Volti sfregiati ed effigi nascoste:

l'iconoclastia nel Salento grecanico

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

iconoclastia Salento
Icona della Madonna delle Grazie di Soleto. Foto di Mariano Rizzo

A Soleto, piccolo comune nel cuore del Salento, è conservata un'antica icona della Madonna delle Grazie che presenta una particolarità: il volto di Maria appare deturpato dal colpo di un'accetta. A Galatone, distante una manciata di km, si trova una seconda icona della Vergine delle Grazie, il cui occhio destro è nero e gonfio, come dopo aver incassato un pugno. Le immagini riprendono iconograficamente modelli greci, ed entrambe, secondo la leggenda, sono state vittime di uomini che, mettendo in dubbio la loro santità, vi si sono accaniti con violenza in segno di massimo disprezzo; ad accomunarle ulteriormente è il periodo storico in cui sarebbero avvenuti gli sfregi, tra la fine del XVI e l'inizio del XVII secolo.

iconoclastia Salento
Icona della Madonna delle Grazie di Galatone. Foto di Mariano Rizzo

Come spesso accade, dietro queste affascinanti storie si cela un fondo di verità: esse riassumono in effetti un gran numero di processi storici e socioculturali che, in poco meno di un millennio, hanno plasmato l'identità del Salento intero fino a farlo diventare la terra fascinosa e ambigua che oggi conosciamo e amiamo; sorprendentemente questo lungo periodo di trasformazione ha inizio e fine con episodi di violenza sulle immagini sacre.

All'alba del secolo VIII d.C. il Salento era l'ultima roccaforte peninsulare dell'Impero Bizantino, insidiato a nord dall'avanzata Longobarda e, in seguito, dall'espansione saracena; il territorio si presentava dunque suddiviso in un mosaico di centri di potere assoggettati all'uno o all'altro dominio. Ci sarebbe voluto ancora un secolo e mezzo prima che Bisanzio riuscisse a riprendere possesso dell'intero Meridione, riorganizzandolo in un governatorato (Thema di Longobardia).

Tuttavia l'assoggettamento del Salento agli antichi dominatori trascendeva le questioni politiche: nell'area centrale vivevano infatti alcune comunità di lingua e cultura greca. Le cause della sopravvivenza dei costumi ellenici in questa zona sono molteplici e ancora oggi non del tutto chiarite: si trattava probabilmente delle ultime permanenze delle popolazioni magnogreche, rimpolpate dalle ondate migratorie che, in maniera discontinua ma costante, si sarebbero verificate fino al secolo X; la posizione isolata dei centri abitati, relativamente lontani dalle coste e tra loro, li avrebbe resi impermeabili alle culture dei popoli da cui erano circondati.

Tra il primo e il secondo decennio del secolo l'imperatore bizantino Leone III Isaurico emanò una serie di editti volti a reprimere la venerazione delle immagini sacre: questa prassi, denominata iconoclastia (dal greco εἰκών κλάω, “distruggere le icone”) era basata su fondamenti filosofici e religiosi, ma soprattutto rispondeva a un preciso disegno politico che sarebbe stato portato avanti a fasi alterne dai successori di Leone, fino alla seconda metà del secolo successivo.

La lotta iconoclasta ebbe come conseguenza la distruzione di statue e dipinti sacri, talvolta con estrema violenza: le implicazioni di queste pratiche appaiono assai drammatiche se viste alla luce della spiritualità bizantina, secondo la quale l'icona non è solo immagine, ma presenza stessa del divino; molte furono pertanto le reazioni volte a preservarle, nascondendole oppure portandole in zone dove la furia iconoclasta non era arrivata.

Ambienti esterni alla cripta della Madonna del Gonfalone a Tricase (LE). L'edificio, rimaneggiato nel corso dei secoli, sorge su un'antica laura basiliana nella quale era conservata l'icona della Vergine di Costantinopoli. Foto di Mariano Rizzo

Quest'ultimo espediente fu adottato dai monaci di regola basiliana, che fuggirono clandestinamente dalla penisola balcanica per stabilirsi nei territori periferici dell'Impero: qui, ritiratisi in solitudine o in piccoli gruppi all'interno di celle scavate nella roccia (laure) continuarono la loro vita monastica, venerando com'era loro uso le icone sacre, nella speranza di salvarle dalla distruzione.

iconoclastia salentina
Icona conservata presso la cripta della Madonna del Gonfalone a Tricase (LE). Foto di Mariano Rizzo

La presenza dei Basiliani fu accettata con entusiasmo dalle popolazioni autoctone, che anzi entrarono volentieri in contatto con loro e ne assorbirono usi e liturgie; fu però nel Salento centrale che la penetrazione basiliana ebbe i suoi esiti più felici: complici la comunanza linguistica e culturale, venne a crearsi una vera e propria simbiosi che ebbe come conseguenza un sincretismo religioso senza precedenti. Dai monaci i salentini mutuarono il culto per santi di origine orientale quali Sofia, Biagio di Sebaste e Marina d'Antiochia, riprendendone l'iconografia e le modalità di venerazione; fu però la peculiare devozione alla Madonna ad avere maggior successo: non è un caso che in questi territori tra i suoi appellativi più ricorrenti ci sia “Vergine di Costantinopoli”, e che le rappresentazioni più usuali siano l'Odegitria, la Theotókos e la Blachernitissa, tutte di derivazione bizantina.

Affresco del sec. XIII conservato presso il santuario di Santa Marina a Ruggiano, frazione di Salve (LE). L'iconografia rielabora lo stilema della Blachernitissa costantinopolitana. Foto di Mariano Rizzo

I salentini adottarono inoltre la liturgia bizantina e costruirono chiese che riprendevano, nell'architettura e nella disposizione degli spazi, i corrispettivi orientali: ancora oggi esistono edifici a pianta greca nei quali il presbiterio è separato dalla navata mediante una piccola balaustra a uso iconostasi, che spesso mantengono la specifica “dei greci” accanto al nome del santo titolare.

L'iconoclastia terminò nella seconda metà del secolo IX, nello stesso periodo in cui l'Impero riprendeva possesso del Meridione: il dominio bizantino sarebbe perdurato fino al 1071, anno in cui Roberto il Guiscardo conquistò Bari, ponendo di fatto fine alla presenza bizantina in Italia. Di conseguenza la presenza greca nel Meridione si attenuò notevolmente, e le usanze cultuali di stampo orientale furono assorbite da quelle dei nuovi dominatori.

Questo non accadde nel Salento centrale, dove la cultura greca sopravvisse strenuamente: rimase il culto dei santi orientali, rimase il rito bizantino; rimase anche la lingua, che subì un'evoluzione parallela al ceppo originale trasformandosi in griko, dialetto grecanico con vaghi elementi latineggianti. Nasceva, in altre parole, la Grecìa Salentina, isola linguistica ellenofona tuttora esistente, la quale comprende quasi tutti i comuni del Salento centrale, tra i quali Soleto e, almeno fino al secolo XVIII, Galatone.

La situazione di questi territori rimase a lungo immutata, indifferente a tutti i cambiamenti sociopolitici che si avvicendarono nei secoli successivi; un vero e proprio stravolgimento ci sarebbe stato solo in piena Età Moderna.

Nel 1563, dopo quasi vent'anni dal suo inizio, si concluse il Concilio di Trento, indetto dai rappresentanti del mondo cattolico per arginare la diffusione della Riforma protestante; a questo scopo, tra gli altri provvedimenti, era stata elaborata una liturgia unica (rito tridentino) che tutte le chiese cattoliche avrebbero dovuto adottare: ciò comportava l'abbandono, da parte dei salentini grecanici, del rito bizantino.

iconoclastia Salento
Chiesa di Santo Stefano a Soleto. Gli affreschi, realizzati intorno al sec. XIV, recano numerose iscrizioni in lingua greca. In questa chiesa si officiava il rito bizantino. Foto di Mariano Rizzo

Questo cambiamento fu tutt'altro che indolore: dopo quasi nove secoli in cui era stata adoperata la liturgia orientale, i salentini se la videro proibire; le fonti riferiscono di guerriglie, lotte intestine e proteste da parte dei fedeli, i quali spesso e volentieri continuarono a praticare il rito bizantino in segreto. Ci sarebbero voluti molti decenni prima che esso venisse abbandonato del tutto.

In questo contesto di transizione, furono le icone ad avere la peggio: le antiche immagini orientaleggianti, per secoli adorate e venerate, diventarono improvvisamente simbolo delle “vecchie” usanze, invise al mondo del cattolicesimo post-tridentino. Le chiese furono in gran parte rase al suolo e ricostruite secondo i nuovi dettami; gli antichi affreschi furono coperti con intonaco e calce, distrutti oppure occultati con le sovrabbondanti decorazioni barocche che, nella seconda metà del '600, avrebbero dato al Salento un volto del tutto nuovo.

Le Madonne di Galatone e Soleto, coi loro volti deturpati, sono silenziosi testimoni della seconda furia iconoclasta, forse meno conosciuta della prima ma ugualmente distruttiva: è interessante rimarcare come in entrambi i casi lo sfregio sia avvenuto in seguito al rifiuto di vedere nelle icone un oggetto da venerare, esattamente come avveniva nove secoli prima. Queste icone sono dunque il simbolo della continua lotta del nuovo contro il vecchio: è bene però notare che nel Salento più che altrove il passato possiede una straordinaria resilienza, che lo rende in grado di non trascorrere mai del tutto.

BIBLIOGRAFIA

BEBIS G., Introduction to the Liturgical Theology of St Basil the Great, Greek Orthodox Theological Review 42 (3-4), 1997 (EN)

BESANÇON A., The Forbidden Image: An Intellectual History of Iconoclasm, University of Chicago Press, 2009 (EN)

DANIELI F., Danieli, La Madonna della Grazia in Galatone. Storia, arte e pietà popolare, Congedo Editore, 2006

FONSECA C.D. (a c.), Gli insediamenti rupestri medievali nel Basso Salento, Congedo Editore 1979

LAVERMICOCCA N., Puglia Bizantina, Storia e cultura di una regione mediterranea (876-1071), Capone Editore, 2012

MANNI L., La Madonna delle Grazie di Soleto, Santoro 2001

OSTROGOSKY G., Storia dell'Impero bizantino, Einaudi, 1968

RONCHEY S., Lo stato Bizantino, Einaudi, 2002.

VAN COMPERNOLLE T., Topografia e insediamenti nella Messapia interna, Edizioni ETS 2012


Costantinopoli, quando Carlomagno fu il protagonista di un poema eroicomico

Costantinopoli centro del mondo e del viaggio di Carlomagno

Per tutta l'età di mezzo sono sempre circolate storie fantasiose e magiche sulle avventure dell'imperatore dei Franchi Carlomagno in Oriente, d'altra parte, come teatro della nascita di numerosi stereotipi e orientalismi, etichettabili come “bizantinismi”, Costantinopoli è la città dorata per tutta la cristianità. Le idee cristallizzate nell'immaginario europeo dipingono Costantinopoli come una culla esotica di meraviglie e ricchezze stravaganti.

Viaggio di Carlomagno in Oriente Costantinopoli
Copertina stesa del Viaggio di Carlomagno in Oriente, pubblicato (con curatore Massimo Bonafin) dalle Edizioni dell'Orso nella collana Gli Orsatti

Il poemetto (pubblicato da Edizioni dell'Orso nella collana Gli Orsatti), che formalmente è una chanson de geste, risulta essere una voce singolare all'interno della produzione poetica francese: temi caratterizzanti del Voyage de Charlemagne sono la competizione tra l'occidente franco e l'oriente bizantino, la comicità e il meraviglioso. Anche l'inizio del poema delinea subito i binari della narrazione, l'avventura di Carlomagno in Oriente nasce da una comica gelosia coniugale.

Carlomagno (dettaglio della vetrata di S. Caterina, fine XV secolo, Notre-Dame de l'Annonciation di Moulins). Foto di Vassil, in pubblico dominio

Carlomagno, addobbato con tutti i paramenti della regalità, afferma di essere il migliore tra i re, la moglie invece, suscitando l'invidia e lo scontento dell'imperatore, rivela che esiste un rivale in potenza e in gloria e che il suo nome è Ugo re di Bisanzio. Le terre soggette ad Ugo sono già pressoché fantastiche, dalla Grecia alla Persia, e sappiamo benissimo che l'Impero Romano d'Oriente non raggiunse mai queste dimensioni, bensì fa parte della prassi iperbolica delle chanson de geste enumerare fantasticherie sui regni lontani. Spinto dalla curiosità e di conoscere la fama del fantomatico Ugo di Bisanzio, Carlo inizia un pellegrinaggio prima a Gerusalemme e poi si ferma a Costantinopoli. La città ricca di meraviglie lussureggianti inonda di nobiltà gli occhi dei Franchi, quasi accecandoli.

Carlomagno in paramenti reali immaginato da Albrecht Dürer. Immagine The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distribuito da DIRECTMEDIA Publishing GmbH. ISBN3936122202, in pubblico dominio

Re Ugo è riccamente rivestito di seta e lavora con un aratro dorato, Carlomagno è spaesato da tutta questa astrusità orientale e sembra un viandante o un semplice pellegrino. Rispettando anche i canoni della morfologia fiabesca la Costantinopoli visitata da Carlomagno è un'epifania dorata, la realizzazione fisica del leggendario paese della cuccagna (cfr. introduzione del professor Bonafin). Il vero apice del Voyage viene raggiunto con l'episodio dei gabs. I gabbi, in italiano, sono delle vanterie, delle imprese goliardiche pronunciate dopo fiumi di vino che i paladini e Carlomagno stesso hanno ingurgitato durante il banchetto.

Viaggio di Carlomagno in Oriente Costantinopoli
Mappa di Costantinopoli (1422), uno dei luoghi del Voyage di Carlomagno. Cristoforo Buondelmonti - Liber insularum Archipelagi, presso la Bibliothèque nationale de France, Parigi. Foto in pubblico dominio

Il poemetto rincorre il realizzarsi delle imprese impossibili di cui i paladini la notte precedente si erano vantati, come creare un uragano con l'olifante (il corno da guerra di Orlando), possedere per più di trenta volte la principessa bizantina follemente voluta dal candido Oliviero, o demolire un muro lanciando una pesante palla di metallo, e così via. I gabbi pronunciati in uno stato di euforica ubriachezza sono concretamente inverosimili, ma grazie all'assistenza celeste diventano realizzabili.

Olifante in avorio, conservato presso il Musée de l'Armée di Parigi, uno dei protagonisti degli immaginifici gabbi. Foto di Jean-Pol GRANDMONT, CC BY 4.0

Non è strano che l'impossibile prenda vita proprio nell'Oriente, certo Dio aiuta i paladini, ma lo scenario immaginifico della capitale orientale offre al poeta del Viaggio di Carlomagno in Oriente il pretesto per esagerare, per rendere l'iperbole un mero fatto quotidiano. Il poemetto quindi riesce a parodiare due generi letterari: le canzoni di gesta dei "rozzi" Carolingi e il raffinato, opulento e nobile romanzo cavalleresco incarnato dalla città di Costantinopoli.


I Padroni dell'Acciaio di Gabriele Campagnano

I Padroni dell'Acciaio: dieci protagonisti dell'ars bellica

I Padroni dell'Acciaio di Gabriele Campagnano è stata una boccata d'aria fresca, un'interessantissima lettura che potrà appassionare tantissimi. Gli amanti della storia, i neofiti che vogliono immergersi in un mondo affascinante quanto duro e spietato, o gli specialisti che possono confrontarsi con monografie eccezionalmente curate sotto l'aspetto critico.

Infatti è proprio questo I Padroni dell'Acciaio: una raccolta di dieci monografie dedicate a grandi personaggi storici e protagonisti dei più disparati eventi bellici. L'attenzione di Campagnano è tuttavia rivolta a quelle figure ingiustamente dimenticate da molti storiografi contemporanei, ma non per questo di minor conto.
Nel volume, riccamente illustrato dal magistrale Francesco Saverio Ferrara, avremo modo di approfondire le peculiarità biografiche e geopolitiche di questi uomini d'arme:

1) Giorgio Castriota Scanderbeg
2) Pregianni De Bidoux
3) Ettore Fieramosca
4) Pier Gerlofs Donia
5) Enrico V di Brunswick
6) Jean de la Valette
7) Giovanni delle Bande Nere
8) Alberto Alcibiades
9) Astorre Baglioni
10) Franz Schmidt

Sicuramente merita una menzione d'onore uno de I Padroni dell'Acciaio tra i più atipici, che ha fatto della morte la sua vita. Franz Schmidt conosciuto come il boia di Norimberga. Tutta la vita della famiglia Schmidt si interseca con le vicende di un altro dei protagonisti delle monografie, ovvero Alberto Alcibiades, margravio di Brandeburgo-Kulmbach: nel 1547 il "bellator" di Brandeburgo mette a morte 3 armaioli rei di tradimento.

In quella circostanza non c'era il boia e quindi Alcibiade rievoca un'usanza cittadina; scegliere il boia tra la folla degli spettatori. Il suo dito sceglie Heinrich Schmidt, il padre di Franz, e condanna tutta la famiglia degli Schmidt a un'esistenza poco nobile, visto che il mestiere del boia non era certo ben visto dall'intera popolazione. Franz cresce aiutando il padre e già da giovane è un esperto torturatore e sviluppa una corporatura massiccia abituata ai lavori più pesanti.

Di pari passo svilupperà una certa sensibilità scientifica, grazie allo studio dei cadaveri e dell'anatomia umana. Questo padrone dell'acciaio poi sarà ricordato come "L'onorabile Franz Schmidt, medico"; perché dopo aver abbandonato il mestiere del boia (esercitato per 40 anni) a causa della vecchiaia presterà servizio come medico (come in parte già faceva durante gli anni precedenti). Non solo: una notifica imperiale gli laverà l'onta di essere stato un "portatore di morte" e gli garantirà la nobile posizione di medico.
Nel suo diario apprendiamo che ha accompagnato il trapasso di 361 criminali; ma possiamo credere a ben ragione che con le sue doti scientifiche abbia salvato quasi diecimila abitanti di Norimberga, grazie alla sua spiccata inclinazione medica.

Uno dei maggior pregi del volume è quello di rivolgersi al lettore senza un apparato di note, la volontà dell'autore è di offrire un testo direttamente fruibile a tutti senza il proliferare di commenti che possono appesantire l'esposizione della materia. Con una prosa cristallina, svuotata di qualsivoglia retorica o spirito romantico (tipico di alcuni storici schierati e fin troppo “innamorati” dell'argomento), Campagnano offre tutte le informazioni in uno slancio divulgativo dall'alto valore. A mio avviso raramente troverete, inoltre, una bibliografia così commentata, che permette la nascita di un'interfaccia ragionata tra lo scritto dell'autore e i suoi predecessori, che si tratti di colleghi del passato recente o di cronisti dei tempi più remoti. Infatti, come dice Campagnano nell'introduzione, questo è l'obiettivo dello storico del futuro, “della storiografia 2.0”, ovvero intessere un dialogo con le fonti e riesumarle dal dimenticatoio, correggere dove c'è ne il bisogno, arricchirle con fonti iconografiche e visive, usare i supporti informatici e tecnologici al servizio della storia, senza aver il timore di esserne dipendenti.

Il risultato è palese, un libro - manifesto che permette a chiunque di assaporare la Storia da punti di vista inediti e affascinanti. Non solo episodi bellici, ma vivi ritratti di antagonisti eccezionali, coinvolgenti spiegazioni dei contesti geo-politici e degli scacchieri mediterranei, italici e nordici. Aneddoti, episodi estrapolati dal retaggio leggendario e snocciolati con accortezza storiografica, mitologie personali declinate alla rappresentazione dell'uomo prima dell'eroe invincibile e molto altro. I Padroni dell'Acciaio è un libro magistralmente presentato nell'estetica e nella qualità della stampa, con una carta patinata opaca da 135 grammi: il volume si presenta come un monolite solido dal peso notevole. La carta è la stessa che troverete in mirabili cataloghi d'arte e permette di apprezzare in pieno le cartine geografiche, le illustrazioni di Ferrara e il font grande dei caratteri.
Il volume inoltre presenta la dedica dell'autore (menzionato con onore su Indiegogo come “Top Inspirational Project”, unico in Italia), i segnalibri sempre illustrati da Ferrara e delle Card A5 che derivano dalle impressionanti illustrazioni interne.

Non posso far altro che invitarvi a conoscere le gesta dell'irriducibile Scanderbeg d'Albania, genio militare che si oppose allo strapotere di Maometto II il conquistatore di Costantinopoli, ad avventurarvi per mare con Piergianni l'ospitaliere, a vendicare i torti subiti a colpi di spada titanica come Pier Gerlofs Donia o a difendere ogni palmo della sacra Malta, come Jean de la Valette fece contro le armate di Solimano il Magnifico.
Gabriele Campagnano è il fondatore e il curatore del Centro Studi Zhistorica e dell'omonima pagina Facebook, autore di articoli, monografie e del romanzo dark-fantasy Zodd. Alba di Sangue.

Sito: http://zweilawyer.com/

I Padroni dell'Acciaio di Gabriele Campagnano
I Padroni dell'Acciaio di Gabriele Campagnano e con illustrazioni di Francesco Saverio Ferrara, pubblicato da Zhistorica

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Jelena Balšić e le donne nella cultura medievale serba

Jelena Balšić e le donne nella cultura medievale serba
Letteratura al femminile, una realtà non solo bizantina

La Graphe.IT si è distinta recentemente per la cura che dedica alle sue collane saggistiche, in particolare quella dedicata ai grandi protagonisti delle imprese belliche medievali e non (I Condottieri), e al titolo che oggi ho il piacere di presentare: Jelena Balšić e le donne nella cultura medievale serba.

Il testo della professoressa Svetlana Tomin è volto a colmare diverse lacune nell'ambito accademico e divulgativo. In primis in Italia uno studio scientifico sul mondo culturale serbo è quasi del tutto assente, se escludiamo alcune pubblicazioni specialistiche e pressoché escluse dal circuito delle librerie. Inoltre, per una contingenza storico-culturale è opportuno - oltre che interessante - (ri)scoprire l'importanza delle figure femminili in seno alle corti ortodosse-slave, così da ridimensionare il monopolio letterario delle aristocratiche romane dell'Impero Romano d'Oriente.

Sono stati dedicati diversi studi al medioevo “bizantino” e alle opere nate in questo contesto da mano femminile, in particolare l'attenzione si è soffermata spesso su Casia (IX° secolo) e la principessa Anna Comnena (XI°- XII° secolo). Giudicando quest'ultime con un'ottica contemporanea, ovvero con una griglia di valori socio-morali figli del nostro pensiero, le figure sopracitate ci sembreranno pallide rappresentati del genere femminile poiché spesso incarnano valori materni, domestici e religiosi. Questa inclinazione è ovviamente sbagliata se non dannosa, le aristocratiche bizantine oltre ad essere delle avvenenti dame di corte detengono anche il massimo livello di istruzione possibile ai tempi, la loro formazione culturale veniva perennemente sostenuta dagli insegnamenti e dalle lezioni di maestri, monaci e tutori di livello.

Ciò è evidente nella Alessiade della principessa Anna Comnena (cfr. Anna la poetessa, Jaca Book), in cui viene celebrato in chiave epica il padre-imperatore, Alessio I Comneno. In questo testo sembra essere lontano e addirittura destrutturato le stereotipo della donna dedita alle letture agiografiche e alle sacre scritture, e anzi tra le righe appare una donna forte e caparbia, capace di riflettere sulle aspre realtà storico-culturali del tempo e sulla situazione geopolitica coeva alla sua vita, ovvero il complicato scacchiere della Terra Santa ai tempi della prima spedizione crociata.

Anna è una figura atipica, capace di giudicare una donna forte solo se in lei sono assenti le tipiche caratteristiche del gentil sesso (delicatezza, pietà, amore materno, dedizione etc etc), de facto l'Alessiade è un poema infuocato e guerresco figlio di un buio momento della aspra vita di Anna Comnena costretta a pagare con l'esilio in un monastero il suo tradimento contro il nuovo imperatore Giovanni I. In questa occasione sembrò proprio lei una delle figure più controverse ad organizzare la congiura, tant'è che suo marito Niceforo Briennio abbandonò le torbide manovre di deposizione e Anna esclamò “La Natura ha sbagliato i nostri sessi: avrebbe dovuto essere lui la donna”. Con questa breve panoramica ci rendiamo conto quanto nel mondo bizantino fosse importante il ruolo della donna all'interno del palazzo e della corte imperiale, non mancarono infatti altre letterate e abili politiche che si sobbarcarono numerose sfide come l'imperatrice Irene.

In egual mondo anche il mondo serbo presentò altrettante figure femminili di spicco: del resto era una della realtà politiche nell'orbita della cultura e del potere dell'Impero Romano d'Oriente e tali rapporti erano cementificati dalla comune religione ortodossa. In questo senso il mondo balcanico-carpatico si sentì sempre un figlio (a volte illegittimo) dell'aurea imperiale romana come del resto fecero la 'Rus e Kiev, al punto di vedere in questi regni una Terza Roma (Roma, Bisanzio, Mosca). I rapporti geo-politici tra gli stati slavi e Costantinopoli furono sempre altalenanti a causa di scaramucce, invasioni e periodi di pace. L'Impero Romano d'Oriente fu sempre attaccato verso i suoi confini, specialmente in Oriente da quando la sconfitta di Manzikert del 1071 sancì lo sgretolamento del potere romano in Anatolia e poi l'occupazione medio-orientale del Libano, delle terre di Canaan e della Siria per mano di crociati e selgiuchidi li scacciò dal quel prezioso quadrante. Per rimpinguare le casse e recuperare onore, gloria e terra Costantinopoli cercò di rintuzzare le scorrerie serbo-bulgare e albanesi e di ripagare gli invasori con altrettante razzie.

Questo è il mondo in cui le donne delle corti serbe furono allevate, ascoltando i racconti di gesta dai loro padri o tutori e imparando le preghiere e i precetti religiosi dalle loro nonne o monache di corte.
C'è da precisare che al pari del mondo bizantino, anche il regno serbo era di stampo cavalleresco e fomentato dai romanzi eroici. In particolare, la Serbia medievale fu pesantemente vessata dai nemici ottomani che invasero i suoi territori e ciò comportò una travolgente carrellata di cambiamenti. Per arginare lo strapotere turco, gli zar serbi e bosniaci misero insieme una coalizione e mobilitarono un esercito dalle notevoli dimensioni.

A fronteggiare il sultano Murad I ci furono diversi nobili condottieri dello scacchiere balcanico tra cui il Knez Lazar Hrebeljanović, Vuk Branković e Vlatko Vuković. Nella battaglia del Campo dei Merli (Kosovo Polje) del 1389, il fiore della nobiltà serba fu violentemente calpestato dallo stivale del neo sultano Bayazid il Fulmine che vinse repentinamente la battaglia e disgregò l'armata dei cavalieri crociati. Sul campo di battaglia morì anche il re-paladino Lazar Hrebeljanović, sancendo la disgregazione della potenza serba sul territorio e sconquassando gli equilibri tra Croazia, Montenegro, Albania, Bulgaria e la stessa Costantinopoli.

La sconfitta del 1389 scosse il mondo slavo-bizantino non solo sul piano politico militare ma anche su quello ideologico e poetico, se la “nobile sconfitta” dei cavalieri crociati ispirò numerosi componimenti epici allo stesso modo provocò un profondo trauma nel modus vivendi della nobiltà serba; tale sconfitta a favore degli infedeli sanciva la debolezza dell'arma medievale per eccellenza, ovvero la cavalleria medievale. Sul finire del XIV° secolo il cavaliere dei Balcani riflette sull'inefficienza della cavalleria e sul confusionario orgoglio che porta a una carica disperata e inutile; Kosovo Polje come la battaglia di Crécy del 1346, segna il tramonto della cavalleria medievale ma non arresta completamente il fervore crociato.

Milica di Serbia in un affresco dal Monastero di Ljubostinja, vicino Trstenik in Serbia. Opera di pittore serbo del XV° secolo, immagine in pubblico dominio

Bisogna tornare sull'armatura infangata e macchiata di sangue di Lazar Hrebeljanović per continuare a parlare di letteratura femminile serba, sarà la moglie del deceduto re serbo, Milica Nemanjić Hrebeljanović, a prendere le redini di un regno sull'orlo della distruzione. La capacità di Milica di districarsi tra le insidie degli Ottomani e le pressioni degli Ungheresi le conferisce subito un'aurea di pragmatica competenza politica che si traduce anche nel dare sua figlia Mileva in sposa al sultano vincitore Bayazid.

Del resto combattere era inutile, visto che l'esercito era stato letteralmente annientato dagli infedeli. Secondo la professoressa Tomin, Milica e Lazar simboleggiarono anche i due mondi del maschile e del femminile del Medioevo, da un lato il pater-dux artefice della gloria e della disfatta dei propri sudditi, su un altro piano la mater protettrice della vita e del focolare domestico. Analisi perfetta in questo caso.

Milica governò con saggezza e senso della misura e risollevò l'economia del regno stabilendo floridi legami con Ragusa e gli stati limitrofi, anche quando suo figlio Stefan divenne il sovrano legittimo lei continuò a dipanare i suoi ordini da dietro le quinte e garantì alla Serbia un periodo di tranquillità e ripresa. Inoltre fu una fervida religiosa che adempì ai suoi doveri di perfetta nobile cristiana, finanziando la costruzione di monasteri e sostenendo le opere pie. Inoltre fornì alle strutture ecclesiastiche diversi volumi e opere agiografiche. L'amore per i libri, la religione e la letteratura fu ereditato da sua figlia Jelena Balšić.

Jelena Balšić
Car Lazar i njegova porodica ("Lo Tsar Lazaro e la sua famiglia"), riproduzione di data ignota di una litografia datata al 1860, opera di Pavle Čortanović. Jelena Balšić è nel gruppo sulla sinistra, al centro, coi capelli scuri. Immagine in pubblico dominio

Sciorinare tutta la vita e la carriera di Jelena Balšić è certamente compito del libro analizzato in questa sede e non mio, perciò credo sia più consono limitarmi a citare alcune delle opere più interessanti della principessa e regnante serba Jelena Balšić.

Il manoscritto di Gorica fu scoperto nel 1902 nella capitale macedone Skopje da Svetozar Tomić e rappresenta uno dei testi più significativi per conoscere la regina serba, infatti è anche una fonte per apprendere i gusti letterari di Jelena Balšić. Il manoscritto è anche uno dei più importanti componimenti della Zeta medievale, ovvero l'odierno Montenegro e simboleggia l'importanza della religione ortodossa-bizantina nelle terre slave. Il testo fu scritto dalla mano del padre spirituale di Jelena ovvero Nikon il Gerosolomitano, in lingua servo-slava e con l'ortografia di Resava (semionciale corsivo).

Il testo, suddiviso in tre macro-parti, è una raccolta di epistole che furono scambiate tra Nikon e la sua regina Jelena e trattano i più disparati argomenti: dalla storia delle chiese e degli eremi di Gerusalemme alla geografia, per passare alla cosmografia o alle appassionate agiografie, fino alla geometria o allo studio delle regole monastiche. Perciò Il manoscritto di Gorica rientra nella nomenclatura dei codici medievali di natura miscellanea e enciclopedica.

Lo studio di questa forte regnante è affascinante perché ci porta a debellare i pallidi cliché che ancora ristagnano nei libri di storia, dove le figure femminili di questo livello sono occultate o deliberatamente snobbate. Infatti Jelena Balšić non fu solamente un'abile scrittrice e devota studiosa, ma riuscì con il suo carisma e la sua mente a influenzare l'intero mondo slavo, fino a trasmettere le sue volontà all'indipendente Ragusa; per alcuni momenti fu nel mirino degli Ottomani perché troppo “ribelle”.

Lo studio di questo saggio permette di conoscere il meraviglioso mondo slavo-ortodosso in tutte le sue implicazioni storiche, militari e culturali. Svolge così un ruolo di spartiacque tra la predominanza della cultura romano orientale e l'oblio per gli studi serbi: tale risultato è splendido e si concretizza nell'analisi storico letteraria di tutte le donne che hanno plasmato la forza culturale della Serbia.

Jelena Balšić
Copertina del libro Jelena Balšić e le donne nella cultura medievale serba, edito da Graphe.IT

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Riportata ai colori originari l'icona della Theotókos del principe Bogolyubsky

24 Febbraio 2016
Andrey_Bogolubskii
Restaurata una delle più importanti icone russe, l'icona della Theotókos che il principe Andrei I Yuryevich (noto col suo soprannome di Andrei Bogolyubsky) portava in battaglia. Theotókos (colei che genera Dio) è un titolo attribuito dal Concilio di Efeso (431) alla Madonna.
Si riteneva che non fosse più possibile salvare l'icona, che in realtà è stata riportata ai suoi colori originari. È una delle circa trenta icone del dodicesimo secolo a sopravvivere ancora oggi, ed è attualmente al Museo Vladimir-Suzdal della città russa di Vladimir.
L'icona bizantina fu realizzata nel 1131 a Costantinopoli, ma la si riteneva dipinta dall'Evangelista Luca. Nel 1155 il Principe Bogolyubsky la portava con sé in battaglia, per i poteri protettivi che le si attribuivano. Si racconta che - sulle rive del fiume Klyaz'ma - i cavalli del Principe si sarebbero fermati, e che questi in seguito avrebbe ricevuto una visione della stessa Madonna. A seguito di questa visione, Andrei Bogolyubsky costruì una chiesa e un chiostro nel luogo dell'apparizione.
Link: The History Blog; The Art Newspaper.
Icona di Sant’Andrei Bogolyubsky, Осип Чириков (http://expertmus.livejournal.com/35064.html), da WikipediaPubblico Dominio.