A Saqqara ritorna alla luce la tomba del tesoriere di Ramesse II

Importanti novità dall’Egitto dove la Missione archeologica dell’Università del Cairo, a lavoro presso la necropoli di Saqqara, ha ri-individuato la tomba di Ptahemwia tesoriere del faraone Ramesse II.

L'annuncio, di pochi giorni fa, è stato dato da Mostafa Waziri, Segretario Generale del Consiglio Supremo delle Antichità, e l'importanza del ritrovamento lo si deve proprio alla numerosissima titolatura onorifica del personaggio, non solo tesoriere ma Ptahemwia era anche scriba reale, supervisore del bestiame e responsabile dei sacrifici alle divinità nel Ramesseo di Tebe.

Tomba del tesoriere di Ramesse II
Tomba del tesoriere di Ramesse II. Foto: Ministry of Tourism and Antiquities

La scoperta va ad aggiungersi ad altri lavori di scavo condotti dalla stessa missione archeologica guidata da Ola El-Egazy e che in questi anni ha riportato alla luce il cimitero del sindaco di Memphisf Batah-Mes, dell'ambasciatore reale del paese straniero Paser e del comandante supremo dell'esercito Eurkhi.

Gli scavi archeologici della Facoltà del Cairo risalgono agli anni ’70 del secolo scorso, quando iniziarono i lavori sul sito di Saqqara al fine di ritrovare monasteri copti, mentre la ricerca delle tombe dell’antico Egitto è cominciata sotto la direzione di Sayed Tawfiq tra il 1983 e il 1986. Molte le scoperte del periodo ramesseide, che comprende la XIX e XX dinastia in un arco cronologico che va tra il 1292 e il 1075 a.C.

Tomba del tesoriere di Ramesse II
Tomba del tesoriere di Ramesse II. Foto: Ministry of Tourism and Antiquities

La tomba di Ptah-M-Waya, che molti considerano più una riscoperta di un edificio già messo in luce precedentemente e documentata dall’egittologo francese Auguste Mariette intorno al 1859-59, è molto simile a quella di altre architetture funerarie limitrofe. Lo stile è quello della cosiddetta tomba - tempio e consiste di un grande ingresso che porta all’interno di un edificio decorato con scene di vita del defunto.

L’articolazione del complesso è ampia con più cortili e con una cappella sormontata da un pyramidion dedicata ad una divinità mentre attraverso un pozzo si accede agli appartamenti funerari e alla stanza della sepoltura vera e propria.

Tomba del tesoriere di Ramesse II
Tomba del tesoriere di Ramesse II. Foto: Ministry of Tourism and Antiquities

Ulteriori scene dipinte portano all’accesso in un primo ambiente con scene processionali e di sacrificio con macellazione di un vitello. Sotto gli strati di sabbia sono stati ritrovati molti blocchi di pietra così come molte colonne osiriane, alcune delle quali ripristinate in posizione eretta. Reperti e blocchi saranno infine studiati per poi essere ricollocati nella loro sede originaria all’interno della necropoli.


Cleopatra Livia Capponi

Cleopatra di Livia Capponi

La monografia Cleopatra, a cura di Livia Capponi, si propone di tracciare un ritratto dell’illustre regina Cleopatra VII, la cui personalità è stata fortemente distorta dalla propaganda augustea, nonché fraintesa da tutti coloro che in seguito hanno voluto lasciarle un posto nella loro opera, letteraria o cinematografica.

La scelta di trattare la figura di Cleopatra, come emerge sin dalla prefazione, è dovuta all’interesse attuale per alcune categorie che, oggi come nel mondo antico, sono e sono state messe da parte dalle narrazioni ufficiali: donne, sconfitti, perseguitati, vittime di damnatio memoriae e molte altre persone la cui memoria si è quasi perduta nell’inesorabile trascorrere del tempo.

Cleopatra è sicuramente una delle figure femminili più note dell’antichità, ma attorno a lei gravitano contemporaneamente storia e mito, tanto che risulta difficile ricostruire un ritratto oggettivo e privo di pregiudizi. La monografia di Livia Capponi cerca dunque di districarsi tra l’immagine reale e quella leggendaria di questa donna, con l’intento di offrire una verità quanto più storica e scientifica possibile.

Cleopatra Livia Capponi Editori Laterza
La copertina del saggio di Livia Capponi, Cleopatra, pubblicato da Editori Laterza (2021) nella collana: Storia e Società

 

A tale scopo, la narrazione delle vicende di Cleopatra è integrata con numerose fonti del tempo, sia letterarie che documentarie, contribuendo così a rendere più chiaro l’operato della regina: si ricorda, per esempio, il decreto del 41 a.C. con il quale, in un periodo di carestia per l’Egitto, si stabiliva l’esenzione della tassa denominata “corona” che prevedeva di donare una corona d’oro ai re.

Tuttavia, oltre a riferire gli avvenimenti prettamente storici, Livia Capponi riporta anche dicerie e aneddoti, come quelli relativi alla seduzione di Cleopatra nei confronti di Cesare prima e di Antonio poi: nel secondo capitolo, La dea salvata da Cesare, si fa riferimento al celebre episodio in cui Cleopatra, avvolta nella biancheria, si fece portare negli appartamenti di Cesare, il quale le aveva proposto il proprio sostegno nella lotta per il potere contro il fratello Tolomeo XIII (Plutarco, Caes., 49; Appiano, BC, 4.40); nel quarto capitolo, L’incontro con Antonio, si racconta come Antonio, per stupire la regina, avesse finto di aver pescato dei pesci, venendo però scoperto e ricompensato con un inganno pari a quello da lui attuato (Plutarco, Ant., 29, 5-7). Questi e altri racconti sui tentativi di seduzione di Cleopatra, per esempio nei confronti di Erode di Giudea o Sesto Pompeo, contribuiscono a tratteggiare l’immagine di una donna dominata dalla passione, dietro la quale tuttavia è inevitabile intravedere interessi personali e intenti politici.

Busto di Cleopatra VIII, Altes Museum di Berlino. Foto © José Luiz Bernardes Ribeiro, CC BY-SA 4.0

Tra le fonti più interessanti prese in esame vi sono poi quelle iconografiche, soprattutto per quanto concerne la personificazione divina della regina e dei suoi figli. Si ricorda, a tale proposito, un dipinto del cubicolo 71 della Casa di Marco Fabio Rufo a Pompei, nel quale sono raffigurati una donna e un bambino, rappresentati con i tratti di Afrodite ed Eros e identificati con rispettivamente con Cleopatra e Cesarione, il figlio che la regina ebbe da Cesare; allo stesso modo, nelle pareti del tempio di Hathor a Dendera si trovano i medesimi soggetti nelle vesti di Iside e Horus.

Per quanto riguarda i figli nati dall’unione di Cleopatra e Antonio, Alessandro Helios e Cleopatra Selene, è significativo un gruppo scultoreo rinvenuto a Dendera all’inizio del XX secolo, in cui i due gemelli presentano i tratti dei fanciulli divini Shu e Tefnut, legati sia alla costellazione di Gemelli che al Sole e alla Luna. Alcune delle fonti iconografiche menzionate sono riportate nell’apparato iconografico collocato a metà del volume, nel quale si possono vedere immagini della regina - per esempio nella sua personificazione divina con Iside - , riproduzioni di documenti, ritratti, rilievi e particolari di varie opere del tempo: tra queste, spicca sicuramente l’obelisco del Kaisareion di Alessandria che oggi si erge a Central Park, a New York e che è noto comunemente con il nome “Ago di Cleopatra”.

L'Ago di Cleopatra di New York. Foto di Ekem, CC BY-SA 3.0

Nel vaglio delle diverse fonti l’autrice fa riferimento anche all’interpretazione che ne è stata data da parte di filologi, storici e altri studiosi del mondo antico, attuando anche interessanti confronti con l’intento di rendere chiaro ciò che a una prima analisi non lo è.

Questo aspetto emerge più volte nel corso del volume, ma uno dei capitoli in cui si nota maggiormente la volontà di ricostruire la storicità di Cleopatra in modo critico e oggettivo è forse il sesto, La prostituta e la vedova: menzionando infatti una serie di Oracoli Sibillini, Livia Capponi cerca di spiegare il loro contenuto ambiguo mostrando come essi potrebbero alludere alle vicende della regina, con interessanti confronti con la letteratura oracolare ebraica interpretata in chiave cristiana.

Cleopatra, opera di Leonardo Grazia, anche noto come Leonardo da Pistoia. Foto di Francesco Bini, Cortesy of Alessandra Di Castro - Roma, CC BY 3.0

Altro caso è l’ottavo capitolo, Non sarò portata in trionfo, in cui si ripercorrono gli aneddoti relativi alla morte di Cleopatra, evidenziando come le fonti differiscano circa l’ambientazione, le modalità e la sintomatologia del suicidio della regina, tanto che risulta difficile dire come siano andate effettivamente le cose.

Per trarre delle riflessioni conclusive, possiamo riconoscere come la monografia Cleopatra di Livia Capponi riesca a raggiungere l’obiettivo di ricostruire la storicità di Cleopatra, facendolo in un modo critico e consapevole nonostante le difficoltà legate all’interpretazione e al vaglio delle diverse fonti. Dalle vicende precedenti alla nascita della regina a quelle successive alla sua morte, questo volume traccia un’immagine di Cleopatra che non mette al primo posto la sua eccezionalità e unicità: come afferma l’autrice nel capitolo conclusivo, non si tratta di riabilitare Cleopatra dalle accuse che le furono fatte o dai gesti di crudeltà da lei compiuti, quanto di contestualizzare il suo ritratto in modo oggettivo.

Tale approccio metodologico contribuisce a rendere il volume uno strumento importante per lo studio di Cleopatra come personaggio storico, mettendo da parte le successive interpretazioni che potrebbero non far comprendere a pieno ciò che le fonti attestano. Questa monografia, pertanto, potrebbe essere un ottimo esempio per restituire un ritratto storico a molteplici personalità antiche fino ad ora fraintese o, in certi casi, trascurate dalla critica contemporanea, cercando di offrire loro un riscatto dai pregiudizi nati sul loro conto nel corso dei secoli.


BMTA: il Premio “Khaled Al-Asaad” va alla necropoli di Saqqara

Alla necropoli di Saqqara e ai suoi inestimabili tesori è stato assegnato l’International Archaeological Discovery Award, riconoscimento ufficiale che ogni anno premia, a livello mondiale, la scoperta archeologica più significativa.

Il premio, intitolato alla memoria dell’archeologo siriano Khaled al-Asaad, che nel 2015 ha pagato con la vita la difesa del sito di Palmira, è giunto ormai alla settima edizione. La cerimonia di assegnazione avrà luogo il prossimo 26 novembre, nel corso della seconda giornata della XXXIII edizione della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico, che quest’anno si svolgerà dal 25 al 28 novembre e sarà ospitata nella nuova e definitiva sede dell’ex Tabacchificio Cafasso. Il premio sarà consegnato a Mostafa Waziry, Segretario Generale del Consiglio Supremo delle Antichità di Egitto, alla presenza della figlia di Khaled al-Asaad, l’archeologa Fayrouz Asaad.

Nella stessa occasione si svolgerà la cerimonia di premiazione per la scoperta archeologica vincitrice dell’edizione 2019, che non ha potuto svolgersi a causa della pandemia: il premio sarà consegnato a Daniele Morandi Bonacossi, Direttore della Missione Archeologica Italiana nel Kurdistan Iracheno e docente dell’Universita di Udine, per la scoperta dei rilievi rupestri raffiguranti divinità mesopotamiche, nel sito assiro di Faida, a 50 km da Mosul.

La necropoli di Saqqara (Egitto)

Si tratta di centinaia di tombe portate alla luce in tempi diversi nel corso del 2020, nel sito di Saqqara, a 30 km a sud da Il Cairo. Le ricerche sono state condotte dalla Missione Archeologica Egiziana sotto la guida di Mostafa Waziri. Le prime 27 tombe, sigillate, sono state ritrovate a settembre 2020, in due momenti diversi, all’interno di un pozzo funerario.

Saqqara. ph.-Presidency-of-the-Egyptian-Council-of-Ministers

A ottobre hanno fatto seguito altre scoperte: 59 sarcofagi antropomorfi e policromi, anch’essi sigillati, sono stati portati alla luce da tre differenti pozzi, a oltre 10 metri di profondità.

Le tombe, che al momento della scoperta erano impilate ed erano situate in diverse camere, risalgono alla XXVI dinastia (664-525 a.C.) e appartengono, secondo Waziri, ad alti funzionari della società egizia e a membri della casta sacerdotale, in particolare ai sacerdoti della dea Bastet. In uno di quegli stessi pozzi vi erano inoltre 28 statue di legno raffiguranti il dio Ptah-Sokaris-Osiride, signore del regno dei morti e protettore degli artigiani, e una statuetta bronzea, alta 35 cm, del dio Nefertum, raffigurato con un grosso copricapo a forma di loto (simbolo di rinascita e immortalità), composto da pietre preziose.

Saqqara
Saqqara. ph.-Presidency-of-the-Egyptian-Council-of-Ministers

Ancora, a novembre, il team archeologico diretto dall'egittologo Zahi Hawass ha realizzato una scoperta ancora più incredibile: 50 sarcofagi appartenenti a un periodo molto più antico, ossia al Nuovo Regno, databile tra XVI e XI secolo a.C., sono emersi intatti dal fondo di ben 52 pozzi funerari. I sepolcri appartenevano ad un complesso funerario facente parte del tempio della regina Naert, consorte di Teti, il primo faraone della VI dinastia dell’Antico Regno. A ciò si aggiungono ulteriori 100 tombe, trovate nello stesso mese, databili al Periodo Tardo e all’età tolemaica, oltre a 40 statue dorate e diverse maschere funerarie.

A Gerusalemme sotto il Muro del Pianto si celavano tre stanze di 2.000 anni fa

Le eccezionali scoperte di Saqqara hanno stupito il mondo dell’archeologia, riuscendo a battere le altre concorrenti al premio. Tra le scoperte candidate vi erano le tre stanze ipogee di 2000 anni fa rinvenute a Gerusalemme, sotto il Muro del Pianto, contenenti oggetti di uso quotidiano: la scoperta si è aggiudicata lo “Special Award” per il maggior consenso sulla pagina Facebook della BMTA.

Ancora, concorrevano al premio le più recenti scoperte di Pompei (un Thermopolium, un carro cerimoniale, le origini etrusche della città); la pittura rupestre più antica al mondo, risalente a 45.000 anni fa, raffigurante un cinghiale dipinto in ocra rossa, rinvenuta sull’isola di Sulawesi, in Indonesia; infine, i nuovi studi e le recenti analisi del Disco di Nebra, in Germania, che hanno fornito nuove prove sulla sua cronologia e sul luogo di provenienza.


Il testimone Paolo Biondi AD

Il testimone di Paolo Biondi, l’antica Roma in “realtà aumentata”

Paolo Biondi, Il testimone, Edizioni di Pagina - recensione

Avete presente quelle meravigliose puntate di "Ulisse, il piacere della scoperta" in cui Alberto Angela, grazie ad elaborate ricostruzioni digitali, ci mostra le più antiche città o i più famosi monumenti storici nell’aspetto che dovevano avere all’epoca dei loro fasti?

Ebbene, nessun complicato lavoro di grafica computerizzata occorre a Paolo Biondi per farci rivivere in maniera vivida e altrettanto affascinante il passato della Roma imperiale: solo carta e penna.
Dietro alla carta e alla penna, però, ci sono anni di studi, ricerche, approfondimenti, curiosità intellettuale, amore per la storia e voglia di raccontare, di divulgare, di coinvolgere.

Ecco che, così, prendono corpo personaggi, edifici, strade, piazze, quartieri, selve, fiumi e mari, come in una cartina tridimensionale dove tutto, però, è in movimento, sia nello spazio che nel tempo.

Il testimone, romanzo storico di Paolo Biondi
Il testimone, romanzo storico di Paolo Biondi, pubblicato da Edizioni di Pagina (2021) nella Collana LEBELLEPAGINE n. 21. Foto di Annapaola Digiuseppe

Il testimone di Paolo Biondi (Edizioni di Pagina, 2021) ci conduce nella Roma della dinastia giulio-claudia, quella dominata da figure epiche come i principi Caligola, Claudio e Nerone, o le potenti e intriganti Agrippina e Messalina, o ancora gli apostoli Pietro e Paolo. Ma tutto diventa a portata di mano, diventa vita vera, diventa semplicemente la storia di uomini che, persa la distanza conferita dalla leggenda, pensano, soffrono, temono, amano, tramano, predicano, tradiscono, sodalizzano, esattamente come tutti i comuni mortali.

Chi è il testimone?

Il testimone del titolo è l’obelisco in granito rosso che, partendo dall’Egitto, nel I secolo d.C. attraversa il Mediterraneo in una smisurata nave mercantile, ammortizzato da un letto di lenticchie, per giungere a Roma e trovare collocazione al centro della spina del circo privato dell'imperatore, opera iniziata da Caligola e portata a termine da Nerone presso gli Orti di Agrippina, laddove oggi si trova la basilica di San Pietro in Vaticano.

L’altissimo monolite di granito rosso delle cave della Tebaide è, appunto, testimone di tutta la vita che scorre ai suoi piedi, lì nel cuore pulsante dell’impero romano in cui è stato posizionato.

Né il primo né l’ultimo. Né il più grande né il più piccolo. Né il più bello né il più brutto. Predestinato. Semplicemente: predestinato a essere testimone di avvenimenti, nei secoli.
(P. Biondi, Il testimone, p. 9)

Come spiega lo stesso obelisco, che parla in prima persona nel bellissimo prologo, la sua è una muta testimonianza, non solo in quanto oggetto inanimato, ma anche per via della non comune assenza di incisioni alla sua base, dovuta alla damnatio memoriae del vanaglorioso prefetto Gaio Cornelio Gallo, voluta dal principe Ottaviano.

Sono nato e rimasto muto. Non ho un messaggio mio da trasmettere a chi mi guarda, posso solo raccontare quello che vedo e ho visto accadere ai miei piedi. Testimone sì, ma testimone muto.
(P. Biondi, Il testimone, p. 12)

Annapaola Digiuseppe
Il testimone di Paolo Biondi, lettura in corso. Foto di Annapaola Digiuseppe

Accanto al protagonista in granito ve n’è uno in carne ed ossa, del quale il lettore segue il percorso formativo dall’inizio alla fine del romanzo, dall’adolescenza ad Alessandria d’Egitto all’età adulta a Roma, e che fa da tratto d’unione tra le varie vicende e i tanti personaggi: si tratta dell’ebreo Daniele, appassionato di cavalli, abile e competente nelle sue mansioni, misurato e saggio nel suo modo di pensare e di agire. Egli ha un compito fondamentale da svolgere, snodo importante nella storia umana, civile, politica e religiosa d’occidente, che si scopre alla fine del romanzo, quando la parola torna al muto testimone di granito rosso.

I personaggi

Intorno a Daniele si delinea una moltitudine di personaggi: Marco Terenzio, un romano alto da terra fino alla calvizie, che pareva liberare la testa verso il cielo, ben più di quanto la toga non ne slanciasse la figura e il portamento (p. 21); le due giovani e pacate cugine Pomponia e Giulia; il potente liberto Narcisso; l’emblematica coppia formata da Aquila e Prisca, lui ebreo, lei matrona romana; l’instabile Caligola con i suoi eccessi e la sua battaglia contro gli ebrei di Alessandria; l’insidiosa moglie di Claudio, Messalina; il pescatore galileo di nome Simone, detto Pietro, e l’inseparabile compagno di viaggio Giovanni, detto Marco, giunti a Roma per predicare la loro fede, non solo e non tanto fra noi delle sinagoghe, ma anche a tutti i romani, per convertirli (p. 74); il mite e accogliente Girolamo, orgoglioso testimone della stesura della lettera ai messinesi dettata dalla Vergine Maria allo scriba Simone; la bella Lucia, che sposerà il protagonista; l’apostolo Paolo, che senza giri di parole volle sottolineare la sua differenza rispetto a chi l’aveva preceduto (p. 144).

E ancora tanti altri personaggi, che il lettore potrà scoprire lungo la narrazione.

Il testimone, Paolo Biondi, Edizioni di Pagina, 2021
Il testimone di Paolo Biondi, Edizioni di Pagina, 2021. Foto di Annapaola Digiuseppe

Diverse sono le ambientazioni, da Alessandria a Roma, dalla Sicilia di Messina e Tindari a Corinto; magnifiche le descrizioni dei luoghi, non solo quelli urbani, minuziosamente resi in ogni dettaglio architettonico di interni e di esterni, ma anche quelli naturali.

Da lì la vista del mare si poteva accarezzare ancora di più e la luce alta del giorno proiettava sullo stretto una nebbiolina a pelo dell’acqua, mentre le montagne alle spalle di Regium, sull’altro lato dello stretto, apparivano scure, in controluce, facendo risaltare il blu del mare e l’azzurro del cielo. Lo stretto pareva attraversato da un ponte di scintille: il blu dell’acqua era tagliato dai riflessi luminosi che brillavano di mille splendori, come pietre a segnare quella strada abbagliante e argentea da un lato all’altro della costa.
(P. Biondi, Il testimone, p. 112)

Un romanzo, quindi, che unisce vicende umane, fatti storici, suggestioni e riflessioni, facendo muovere il tutto intorno a un originalissimo e inaspettato cardine narrativo: un monumento pagano, dedicato al dio del Sole, che diventa simbolo cristiano in quanto custode della tomba di San Pietro, unico monolite a Roma a rimanere sempre in piedi attraverso i secoli, più o meno luminosi, più o meno bui… (p. 182).

Il testimone, Paolo Biondi, Edizioni di Pagina
Il testimone di Paolo Biondi, Edizioni di Pagina, Collana LEBELLEPAGINE n. 21. Foto di Annapaola Digiuseppe

Il testimone: l'autore, Paolo Biondi

Paolo Biondi, giornalista e scrittore riminese residente a Roma, ha scritto altri tre romanzi storici, pubblicati dalla stessa casa editrice: Livia, una biografia ritrovata (2015); I misteri dell’Ara Pacis (2017); Giulia. Passione, poesia, potere (2019), tutti ambientati durante l’impero di Gaio Giulio Cesare Augusto, dal 27 a.C. al 14 d.C.

Leggere i romanzi di Paolo Biondi, insomma, equivale ad acquistare un biglietto in prima fila per godersi una spettacolare messa in scena della Storia antica e dei suoi protagonisti.
Non servono occhiali 3D: bastano le parole dell’autore per creare l’effetto realtà aumentata.

IL TESTIMONE
di Paolo Biondi
Collana LEBELLEPAGINE, n. 21
ISBN 978-88-7470-815-4
2021
pp. 184

Il tribunale divino nel Libro dei Morti: una scena di ‘psychostasia’

Il tribunale divino nel Libro dei Morti: una scena di ‘psychostasia’

La storia egizia ricopre un arco di tempo incredibilmente vasto e difficile da rilevare con compiutezza. Non si può, pertanto, che ricorrere a generalizzazioni e partire dal presupposto che già dalla seconda metà del IV millennio a. C. si possa parlare di ‘civiltà egizia’; certamente una società agli albori, ancora distante da quel cristallizzato splendore che ha spinto le società più moderne (specialmente greca) a prendere quanto più possibile dalla sua arte e dalla sua società. L’Antico Regno, che va dalla fine dalla III dinastia (2700 a.C.) alla fine della VI (2200 a. C.), è un periodo caratterizzato dallo sviluppo economico e dal rigido controllo del sovrano sulla popolazione. Vi è, infatti, un termine che indica questa situazione clientelare dei sudditi rispetto al sovrano, ed è “imakhu”. È questa l’età in cui nascono e si sviluppano le Piramidi, i luoghi di sepoltura destinati ai Faraoni, ed è precisamente tra la V e la VI dinastia che iniziano ad essere riprodotte, lungo le sue pareti, le formule che entreranno a far parte del corpus dei Testi delle Piramidi.

Questi consentono al faraone il passaggio dalla vita terrena all’Aldilà, dove condurrà un’esistenza beata insieme agli altri defunti, infatti è descritta l’ascesa del sovrano al cielo e il suo ingresso nella volta celeste, ove prende il posto del sole e completa la sua metamorfosi in Osiride. Ma, perché questo sia possibile, i Testi contengono gli incantesimi necessari a superare i diversi ostacoli, nonché formule che garantiscono la purificazione dell’anima. Per garantire la vicinanza del defunto al mondo divino e, soprattutto, ad Osiride, si iniziò a trascrivere le formule lungo le pareti tombali. I Testi delle Piramidi erano, però, destinati unicamente al sovrano, diversamente dai Testi dei Sarcofagi, che riguardavano anche gli alti ufficiali e i governatori appartenenti alla cerchia regale, in modo che, fruendo delle formule magiche, potessero ambire all’Aldilà. I Testi dei Sarcofagi hanno ampliato i contenuti presenti nei Testi delle Piramidi sino ad arrivare a settantanove formule, successivamente divenute centonovantaquattro nel Libro dei Morti.

La concezione degli egizi della morte è assai differente da quella occidentale o, semplicemente, da quella odierna, ma, come quest’ultima, risente degli avvenimenti e mutamenti dei propri tempi. Infatti, tra l’Antico Regno e il Medio Regno, caratterizzati da benessere e da una duratura pace, vi è un periodo di lotte intestine e di enorme malcontento per la popolazione, che moriva a causa dello scontro tra Herakleopoliti e Tebani. È in questo periodo colmo di pessimismo e di incertezze che nasce il Libro dei Morti, per poi essere riprodotto sul papiro dal Medio Regno fino all’epoca greco-romana, soprattutto a Tebe, centro di moltissimi atelier, in cui venivano riprodotte copie per privati, alcune di notevole pregio e su papiri di notevole lunghezza. Nel corso del tempo, si sono aggiunti altri centri, come Menfi e Akhmim e si è visto un progressivo passaggio dal geroglifico allo ieratico, fino al demotico, dovuto alla conoscenza sempre meno ridotta del geroglifico e alla necessità di semplificare una scrittura tanto complicata.

Le formule presenti nel Libro variano a seconda del papiro e dell’anno, sebbene l’archetipo fosse conservato nelle biblioteche, disponibile alla copiatura. Attualmente, si utilizza la numerazione compiuta da R. Lepsius sulla base del papiro della XXVI dinastia, conservato al Museo Egizio di Torino. In base al contenuto delle formule, è possibile dividere il Libro in cinque parti: dalla I alla XVI formula, il sacerdote prega gli dei, affinché venga accolto il defunto e possa raggiungere il regno dei morti; dalla XVII alla LXIII la rigenerazione dell’individuo all’alba, insieme al sole che sorge; LXIV alla CXXIX il rituale della trasfigurazione, in cui il defunto assume le sembianze dell’animale che maggiormente lo rappresenta, ed è al CXXV capitolo che il defunto viene valutato per il suo comportamento in vita e giudicato da quarantadue divinità; dalla CXXX alla CXLII formula, il defunto valica il mondo sotterraneo e lo attraversa; dalla CXLIII alla CXCIII la conclusione del viaggio e le preghiere rivolte ad Osiride e a Ra, divinità solare sempre presente e associata Osiride.

Queste formule dovevano essere recitate da un sacerdote e accompagnate da una serie di operazioni ben precise, che costituivano il rituale. Il termine impiegato per «formula» è ra, rappresentato dal geroglifico della bocca, e indica quello che il sacerdote dovrà recitare ad alta voce. Raramente in un qualche papiro veniva omesso l’episodio centrale del Libro: il giudizio del defunto da parte del tribunale divino, presieduto da Osiride, il padre degli dei, e, talvolta, sua moglie Iside. Si tratta di una scena iconica che assume talmente tanta importanza da essere riprodotta anche al di fuori del Libro dei Morti, nel successivo Libro delle Respirazioni, considerato spesso un seguito del Libro e, a partire dal I sec. d.C. a Tebe, viene inserito nel suo corpus.

Scena di pesatura del cuore dal Tempio di Hathor a Deir el-Medina. Foto di Olaf Tausch, CC BY 3.0

Si tratta di una “confessione negativa”: l’accusato giura di non aver commesso quarantadue peccati – il numero corrisponde a quello delle divinità che giudicano, rappresentate sul papiro da una sequela di uomini e donne posti sopra o ai lati della scena - e il suo cuore viene pesato sulla bilancia. Su un piatto viene posto il cuore, mentre sull’altro la piuma di Maat, dea della verità e personificazione della giustizia. Se il peso del cuore è superiore a quello della piuma, significa che il defunto ha mentito sui suoi peccati e non potrà raggiungere il regno beato dei morti. Il suo cuore verrà divorato dalla “Grande Divoratrice” Ammit, un animale fantastico, metà leone e metà coccodrillo.

Libro dei morti (N 3096) al Musée du Louvre. Foto di 三猎, CC BY-SA 4.0

A presiedere il processo è Osiride, che è posto all’estrema sinistra o all’estrema destra del papiro, come nella scena del tribunale divino appartenente al Libro dei Morti di Hunefer, un importante scriba vissuto nella corte del faraone Seti I, ed è un papiro del XIII secolo, conservato in ottime condizioni al British Museum. Qui ad accompagnarlo, si trovano due divinità Maat. Anubi accompagna il defunto nel suo percorso, essendo dio della mummificazione, protettore del morto e del rito funerario, ed è quest’ultimo a pesare il cuore. In altre circostanze, è la dea Maat ad accogliere il defunto e ad assisterlo durante la pesatura. Thot, dio della scrittura e protettore degli scribi, legge la confessione durante la psychostasia. Se l’esito è favorevole - e lo è per qualunque possessore del Libro – Ra conduce il defunto da Osiride: la sua prova si è finalmente conclusa e può proseguire il suo cammino verso l’Aldilà.

Libro dei morti psychostasia
Dettaglio del Libro dei Morti conservato presso la Biblioteca Nazionale Austriaca, Vienna. Foto di Manfred Werner - Tsui, CC BY-SA 3.0

Il defunto è direttamente responsabile del proprio futuro, perché sono le sue azioni ad essere valutate e pesate sulla bilancia. Si tratta di una visione della giustizia molto più simile a quella cristiana, ma che presenta numerosissime differenze con quella greca. E un problema non da poco è spiegare come la pesatura del cuore avrebbe influenzato l’ambito miceneo-greco. E la prima di una serie di difficoltà non è dimostrare l’esistenza di contatti tra l’Egitto e Micene, ma che vi sia stata effettivamente un’influenza per quanto riguarda la psychostasia. Però, meglio procedere con ordine.

È inoppugnabile che tra le due civiltà vi siano stati rapporti commerciali, soprattutto da parte dei Micenei: durante la seconda e terza fase dell’età del bronzo, dall’Egitto veniva importato soprattutto l’avorio, ma anche piante esotiche e animali assenti in Grecia e manufatti artigianali, come collane di pietra e di porcellana; anche i dipinti e i papiri erano grandemente esportati. Ma in Egitto, sono stati rinvenuti numerosissimi manufatti e prodotti artigianali prevalentemente di origine minoica, che attestano uno scambio di natura non solo commerciale, ma anche culturale, che culmina in una serie di influenze reciproche, attestate nel celebre sarcofago cretese di Haghia Triada.

Però, sono soprattutto i Cretesi che hanno attinto al vasto patrimonio egizio sin dalla fase Predinastica, ma soprattutto nel periodo che intercorre tra la dinastia dei Thutmosidi a quella dei Ramessidi, quando assai presenti pitture parietali del Libro dei Morti e degli altri testi sacri, nonché molto diffuse riproduzioni anche di pregio del Libro, non è da escludere che i Micenei siano spesso entrati in contatto con la scena della pesatura e che ne siano rimasti affascinati, adattando la scena iconica al proprio immaginario prevalentemente guerriero.
Cosa impedirebbe, quindi, di pensare che durante questi continui scambi commerciali non ci sia stato un recupero della pesatura del cuore nelle prime storie micenee, sedimentato con il tempo fino a costituire la scena di kerostasia (pesatura dei destini), presente nell’Iliade? Tuttavia, non si può escludere che il recupero e la conoscenza della pesatura non sia avvenuto attraverso Creta, che aveva rapporti commerciali più frequenti con l’Egitto. E, a tal proposito, sarebbe quanto mai indicativo che sia proprio Minosse, il giudice per eccellenza, a detenere la bilancia anche nell’Odissea, giudicando proprio i morti, come faceva Osiride nel Libro dei Morti. E che questi abbia un’origine cretese.

 

Riferimenti bibliografici

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Setaioli A., L’immagine delle bilance e il giudizio dei morti, in «Studi Italiani di Filologia Classica» XLIV, 1972, pp.38-54;

Setaioli A., Le bilance di Zeus, in Letterature Comparate: problemi e metodo. Studi in onore di Ettore Paratore I, Bologna 1981, pp.67-74;

Simões Rodrigues N., Um Tema egípcio na Ilíada: a Kerostasia, in Estudos em Homenaegem ao Professor Doutor José Amadeu Coelho Dias, ed. Departamento de Ciências e Técnicas do Património e Departamento de História, Lisboa 2006, pp.247-257;

Tosi M., Dizionario enciclopedico delle Divinità dell’antico Egitto, 2 voll., Torino 2004.


Saqqara

BMTA Special Award 2021: il premio alla scoperta archeologica più votata

Aperte fino al 30 settembre le votazioni per la migliore scoperta archeologica del 2020, sulla pagina Facebook della Borsa Mediterranea sul Turismo Archeologico: tra le scoperte proposte, quella che avrà ottenuto il maggior consenso sui social riceverà lo “Special Award”.

Il premio sarà conferito in occasione della XXIII edizione della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico, unitamente all’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”, giunto quest'anno alla sesta edizione.

Il premio "Khaled al-Asaad", l’unico dedicato all’archeologia e riconosciuto a livello mondiale, è intitolato all’archeologo siriano ucciso nel 2015 dai militanti dell’ISIS nel tentativo di salvare dalla distruzione il sito di Palmira, patrimonio UNESCO.

Di seguito le cinque scoperte archeologiche selezionate che saranno le finaliste del Premio:

-Le centinaia di sarcofagi intatti ritrovati nella necropoli di Saqqara, in Egitto.

-Le recenti analisi del Disco di Nebra, in Germania, hanno fornito nuove prove sulla sua cronologia e sul luogo di provenienza.

-La pittura rupestre più antica al mondo, risalente a 45.000 anni fa, raffigurante un cinghiale dipinto in ocra rossa, rinvenuta sull’isola di Suwalesi, in Indonesia.

- Tre stanze di 2.000 anni fa scoperte sotto il Muro del Pianto, a Gerusalemme.

-Le più recenti scoperte di Pompei: un Thermopolium, un carro cerimoniale, le origini etrusche della città.

Un “tesoro” di centinaia di sarcofagi intatti rinvenuto nella necropoli di Saqqara, in Egitto.

L’Egitto, con la sua storia millenaria e i continui ritrovamenti archeologici, non smette mai di stupire. Una delle scoperte più importanti degli ultimi anni riguarda oltre un centinaio di tombe, portate alla luce in tempi diversi nel corso del 2020 nel sito di Saqqara, a 30 km a sud da Il Cairo. Le ricerche sono state condotte dalla Missione Archeologica Egiziana sotto la guida di Mustafa Waziri, Segretario Generale del Consiglio Superiore delle Antichità.

Le prime 27 tombe sono state ritrovate a settembre, in due momenti diversi, all’interno di un pozzo funerario: le bare, impilate l’una sull’altra, sono in legno e riccamente decorate; rappresentano un rinvenimento unico perché esse, essendo sigillate, sono rimaste inviolate per più di 2500 anni, e hanno restituito mummie in ottimo stato di conservazione, oltre a diversi manufatti.

Saqqara
Saqqara. Foto: BMTA

Ad ottobre hanno fatto seguito altre scoperte: 59 sarcofagi antropomorfi e policromi, anch’essi sigillati, sono stati portati alla luce da tre differenti pozzi, a oltre 10 metri di profondità. Le tombe, che al momento della scoperta erano impilate ed erano situate in diverse camere, risalgono alla XXVI dinastia (664-525 a.C.) e appartengono, secondo Waziri, ad alti funzionari della società egizia e a personaggi influenti della casta sacerdotale, in particolare ai sacerdoti della dea Bastet, una della divinità più venerate del pantheon egizio, come dimostrano le numerosissime mummie di felini - animali sacri alla divinità - rinvenute nella necropoli di Saqqara.

Nel corso della conferenza stampa, lo stesso Waziri, insieme all’egittologo Zahi Hawass, ha aperto per la prima volta due sarcofagi, scoprendo al loro interno due mummie, avvolte nelle tipiche bende di lino, insieme a ricchi ornamenti d’oro.

Saqqara
Saqqara. Ph. Presidency of the Egyptian Council of Ministers

In uno di quegli stessi pozzi vi erano inoltre 28 statue di legno raffiguranti il dio Ptah-Sokaris-Osiride, signore del regno dei morti e protettore degli artigiani, e una statuetta bronzea, alta 35 cm, del dio Nefertum, raffigurato con un grosso copricapo a forma di loto (simbolo di rinascita e immortalità), composto da pietre preziose come agata rossa, lapislazzuli e turchese.

Ancora, a novembre, il team archeologico diretto da Hawass ha realizzato una scoperta ancora più incredibile: 50 sarcofagi appartenenti a un periodo molto più antico, ossia al Nuovo Regno, databile tra XVI e XI secolo a.C., sono emersi intatti dal fondo di ben 52 pozzi funerari. I sepolcri appartenevano ad un complesso funerario che faceva parte del tempio della regina Naert, consorte di Teti, il primo faraone della VI dinastia dell’Antico Regno. A ciò si aggiungono ulteriori 100 tombe, trovate nello stesso mese, databili al Periodo Tardo e all’età tolemaica, e oltre 40 statue dorate e diverse maschere funerarie.

Saqqara
Saqqara. Ph. Presidency of the Egyptian Council of Ministers

Saqqara, riconosciuta dall’UNESCO come Patrimonio dell’Umanità fin dal 1979, fu la necropoli della città di Memphis, capitale del Regno Antico, venendo utilizzata come luogo di sepoltura dei faraoni e delle famiglie dell’alta società egizia fin dal periodo protodinastico. A Saqqara venne inoltre costruita quella che è considerata come la più antica piramide egizia: la famosa piramide a gradoni di Djoser, costituita da sei mastabe sovrapposte, eretta dall’architetto Imhotep come tomba monumentale del faraone Djoser, appartenente alla III dinastia.

Si tratta di un sito che ha ancora molto da offrire, tant’è che le ricerche sul campo continuano senza sosta: ultimi, ma non meno importanti dei precedenti, i ritrovamenti avvenuti lo scorso gennaio che hanno permesso di scoprire ulteriori 50 sarcofagi databili al Nuovo Regno, un papiro di circa 4x1 m contenente il XVII capitolo del Libro dei Morti, oltre a numerose statue, maschere funerarie e manufatti di vario genere. Scoperte che lasciano presagire quanti altri tesori straordinari si nascondano in attesa di essere portati alla luce, testimonianze di un’antica civiltà che il lavoro degli archeologi aiuta a comprendere sempre di più.

 


Animali. Miti, Saperi, Simbologie. Convegno in ricordo di Enrico Comba

Animali. Miti, Saperi, Simbologie. Convegno in ricordo di Enrico Comba (Nemi, 7-10 luglio 2021)

Animali Miti, Saperi, Simbologie. Convegno in ricordo di Enrico Comba (Nemi, 7-10 luglio 2021)
Animali. Miti, Saperi, Simbologie. Convegno in ricordo di Enrico Comba (Nemi, 7-10 luglio 2021)

Il Museo delle Religioni “Raffaele Pettazoni” non ha smentito le aspettative, anzi le ha decisamente superate. Dal 7 al 10 luglio è stato il promotore e l’organizzatore, insieme all’Associazione Calliope, di un convegno incentrato sul regno animale. Il convegno “Animali, miti, saperi e simbologie”, che ha avuto luogo negli spazi suggestivi del comune di Nemi, di altissimo livello accademico e culturale, ha commemorato la recente scomparsa dell’antropologo Enrico Comba, professore presso l’Università di Torino. Molti tra i suoi studenti e colleghi hanno partecipato, ricordandolo con affetto e stima.

Gli animali, i protagonisti indiscussi di questa stimolante occasione, come degli spiriti guida hanno condotto l’uditore in un viaggio spaziale e temporale, attraverso popoli, culture e paesaggi incredibili, partito dall’età del ferro e approdato ai nostri giorni. Sotto la multidisciplinarità che ha spaziato dall’archeologia alla letteratura classica, dall’antropologia alla storia medievale e moderna, si è creato un clima di interscambio unico.

Gli oratori hanno parlato approfonditamente di teriomorfismo e metamorfismo, del lupo e di tanti altri animali. Non è mancate nemmeno un’incursione al mondo indiano a proposito delle tigri mannare presenti nella tradizione del subcontinente asiatico.

L’importanza delle fonti è stata evidenziata lungo tutte le giornate, ma è stata la prima attrice nell’intervento di Nicola Reggiani esposto nel pomeriggio del 7 luglio: i papiri, le immagini, le raccolte e i testi sacri non sono solo meri supporti, ma entità parlanti in grado di raccontare storie incredibili e di donare informazioni fondamentali per comprendere la vita quotidiana di una determinata cultura. Le fonti, però, sono anche orali, basilari nello studio dell’antropologo. Oltre ad aver respirato un certo esotismo suggerito da esposizioni inscenate in luoghi lontani nello spazio e nel tempo come l’Egitto in epoca ellenistica, l’America latina, l’Asia, la Siberia, Cartagine, il Vicino Oriente antico, l’Africa nera, alcuni momenti sono stati dedicati al patrimonio folklorico della nostra bella penisola. Hanno ripreso vita le tradizioni popolari, le narrazioni e le festività che echeggiano nelle montagne italiane. Sono stati ricordati i carnevali della Val d’Ossola che hanno cani e lupi come maschere di spicco, oppure le favole che tuttora vengono raccontate ai bambini liguri sui lupi. Sul filo conduttore della memoria, ha preso parola una ricercatrice, Eleonora D’Agostino, la quale ha incentrato il suo lavoro sulle forme del neo paganesimo in Italia. Il rapporto tra gli animali e la religione è molto stretto e oltre a comparire in alcuni testi sacri come è stato dimostrato da diversi interventi, è materia di speculazione di tipo esoterico. Il leone ad esempio è un elemento chiave nell’astrologia, così come nell’alchimia moderna.

Gli interventi non sono stati solo di carattere umanistico, alcuni hanno appoggiato i loro contributi a discipline di natura scientifica, come l’etologia, imprescindibile nello studio degli animali, o le scienze cognitive affiancate all’antropologia, con il fine di dare una spiegazione più dettagliata di certi fenomeni legati al regno animale.

Come era già accaduto per il convegno precedente, Romulus. Dio, re, fondatore di Roma, del ciclo estivo promosso dal Museo della Religioni, è stato possibile per chi lo desiderasse consumare il pranzo e la cena con i relatori, creando un clima convivale, incentivato dalle escursioni pomeridiane, occasioni uniche per scoprire o riscoprire l'incredibile patrimonio culturale e paesaggistico offerto dal territorio dei Castelli Romani. È stato esplorato il suggestivo bosco di Nemi ed i più impavidi si sono inoltrati fino a Fontan Tempesta. Un’altra gita ha avuto come location il sito archeologico del santuario di Diana Nemorense. È stata organizzata anche una passeggiata presso il centro storico di Genzano. Tutte le gite sono state accompagnate dalla guida del preparatissimo direttore del Museo della Religioni, Igor Baglioni. Non posso che consigliare vivamente la partecipazione ai prossimi appuntamenti in programma. Non ho dubbi che costituiranno delle esperienze indimenticabili. Il prossimo sarà a Genzano dal 30 al 31 luglio col titolo Mythos III. I Miti e l’Epica dell’Antichità Classica e del Mondo Medievale nella Fantascienza e nel Fantasy”. Anche ad agosto non mancheranno degli incontri, dal 13 al 15, infatti si terranno i Nemoralia presso il comune di Nemi, manifestazione ruotante sulla Dea Diana.

Foto Free-Photos 

"Divinità dell'Antico Egitto": un'introduzione al pantheon egizio

"Divinità dell'Antico Egitto", manuale a cura di Paolo Marini e Martina Terzoli

"Divinità dell'Antico Egitto" è il terzo volume pubblicato dal Museo Egizio di Torino, preceduto da "Amuleti dell'Antico Egitto" e "Bellezza nell'Antico Egitto", con i quali i lettori vengono condotti alla scoperta dell'affascinante mondo egizio.

divinità antico Egitto manuale
"Divinità dell'Antico Egitto" e "Amuleti dell'Antico Egitto", pubblicati da Franco Cosimo Panini Editore nella collana Museo Egizio. Foto di Gaia Anna Longobardi

Il libro non si propone come un testo di studio specialistico, ma come un utile manuale introduttivo al grande pantheon egizio. Difatti, ciò è dimostrato dalle sue dimensioni ridotte e compatte (13,5 x 17 cm, 192 pagine), per fungere da lettura interessante e di svago per tutti, ma anche come testo da consultare durante una visita al Museo, per poter vivere al meglio l'esperienza della conoscenza.

Gli autori Paolo Marini e Martina Terzoli, curatori presso lo stesso Museo Egizio di Torino, hanno definito la pubblicazione come l'"Atlante delle Divinità Egizie". Infatti, l'organizzazione interna del testo con le divinità disposte in ordine alfabetico, sembra dar vita ad un vero e proprio atlante.

antico Egitto
"Divinità dell'Antico Egitto", a cura di Paolo Marini e Martina Terzoli, pubblicato da Franco Cosimo Panini Editore nella collana Museo Egizio, sullo sfondo riproduzione moderna su papiro di Iside e Osiride. Foto di Gaia Anna Longobardi

Nonostante il titolo anticipi il contenuto, al suo interno è possibile trovare non solo i dettagli riguardanti  le divinità egizie, ma anche notizie riguardanti la cultura egizia e in particolar modo la religione. Una religione che da secoli affascina coloro che con essa vengono a contatto, a partire dallo storico Erodoto di Alicarnasso nel V secolo a.C., che nelle sue Storie, dedica interamente il secondo libro dell'opera all'Egitto, concentrandosi soprattutto sulla religione e definendo gli antichi egizi il popolo più devoto agli dèi, "assai più di tutti gli altri uomini" (Storie II, 37).

La religione e la mitologia egizia continuano tutt'oggi a suscitare notevolissimo interesse in studiosi e non, e proprio a tal motivo giunge questo testo, che ha inizio con una valida introduzione all'essere religiosi nel mondo egizio. Infatti, nulla viene lasciato al caso, e i dettagli di culti, miti e magie vengono precedentemente introdotti in questa prima sezione, anticipata da una schematica cronologia storica. Si troverà la spiegazione ai molti culti animali, per comprendere poi al meglio le caratteristiche zoomorfe delle oltre sessanta divinità presenti nella seconda sezione, ma anche le caratteristiche del periodo amarniano, della rivoluzione monoteista nella religione egizia.

Da apprezzare, in particolar modo, la volontà degli autori di descrivere l'ambiente ove si svolgevano riti e feste che seguivano l'accesso alle diverse e numerose sale del tempio, ognuna di esse dedicata ad un'azione rituale specifica.

L'ampia introduzione vuole far sì che il tema possa essere apprezzato anche da coloro che per la prima volta entrano in contatto con un pantheon decisamente complesso, numero o mutevole nel corso di tutta la storia dell'Antico Egitto.

A partire dalla pagina 56 ha inizio la vera e propria sezione dedicata alle divinità, ognuna descritta in maniera sintetica ma precisa, riportandone sia le caratteristiche celesti, che quelle cultuali, storiche, delle rappresentazioni antropomorfe o zoomorfe, corredandole da un'immagine esplicativa in alta risoluzione. Inoltre, una caratteristica che colpisce il lettore è la presenza del nome della divinità indicata con il proprio geroglifico,  così da poter calarsi fino in fondo nel mondo dell'antico Egitto.

antico Egitto
Il nome della Dea Iside, in caratteri latini e in geroglifico, dal testo "Divinità dell'antico Egitto". Foto di Gaia Anna Longobardi

In conclusione, questo breve manuale - così come i precedenti - può essere, come detto, utile ed apprezzato da qualsivoglia lettore che, affascinato dalla visita al Museo o interessato all'argomento, desideri leggerne senza inciampare in testi troppo impegnativi e complessi.

divinità antico Egitto manuale
La copertina del manuale "Divinità dell'Antico Egitto", a cura di Paolo Marini e Martina Terzoli, pubblicato da Franco Cosimo Panini Editore nella collana Museo Egizio.

Josef Koudelka Radici

Josef Koudelka, Radici: passato e presente al Museo dell'Ara Pacis

Josef Koudelka, Radici. Evidenza della storia, enigma della bellezza

Roma, Museo dell’Ara Pacis

1° febbraio – 29 agosto 2021

 

«Ruins are not the past, they are the future which draws our attention and make us enjoy the present»

«Le rovine non sono il passato, sono il futuro che ci invita all’attenzione e a godere del presente»

Josef Koudelka

Radici Josef Koudelka
Amman, Giordania, 2012. Foto © Josef Koudelka/ Magnum Photos

Se siete a Roma in questo ancora strano periodo estivo avete la possibilità di visitare, fino al 29 agosto, una mostra che si può definire, dando veramente senso a un’espressione nota, unica nel suo genere: Koudelka imprime sulla pellicola fotografica il paesaggio dei siti archeologici più importanti che i territori del Mediterraneo ancora offrono agli occhi dei loro abitanti.

Oggi questo territorio molto ampio ospita contesti e popoli vari e diversi, ma gli scatti di Koudelka, ancora più suggestivi nella scelta del bianco e nero, ci restituiscono uno sguardo su un paesaggio in cui la contemplazione dell’antico raccoglie i pensieri e unisce le lontananze.

Il paesaggio, spesso, non è semplicemente uno sfondo per la vita umana, ma un personaggio vivo, con il quale si instaurano rapporti profondi e duraturi.

Nel paesaggio reale si sovrappongono livelli diversi, legati all’esperienza emotiva, personale di chi lo abita, finché il confine tra l’elemento geografico e quello mentale ed emozionale diventa sfumato e inafferrabile. La riflessione sul paesaggio e sul suo legame con l’esistenza umana è profonda e antica[1] e traspare anche dalle fotografie di Koudelka: non si tratta di una semplice documentazione dei siti archeologici, ma della restituzione di un paesaggio dell’anima che trova nel rapporto tra antico e moderno la sua intensità.

Radici Josef Koudelka
Roma, Italia, 2000. Foto © Josef Koudelka/ Magnum Photos

Uniti dal rapporto con il Mediterraneo, i luoghi testimoniati da Koudelka si snodano come una grande mappa della geografia e dell’anima: non solo l’Italia, ma anche  il Portogallo, la Spagna, la Francia, la Croazia, l’Albania, la Grecia, la Turchia, Cipro (sia il Nord che il Sud), la Siria, il Libano, Israele, la Giordania, l’Egitto, la Libia, la Tunisia, l’Algeria, il Marocco.

Il paesaggio di questi luoghi rivela l’influenza delle loro antiche civiltà, dalle quali è stato plasmato, che ha reso parte di sé: le rovine di questo passato si ergono maestose accanto alla modernità, o emergono dal paesaggio naturale, anch’esso in bilico tra la costanza e le trasformazioni.

Chi decida di visitare la mostra è indotto a camminare, letteralmente, tra gli scatti delle rovine, che non compaiono solo sui pannelli posti alle pareti, ma informano anche dei particolari blocchi orizzontali – su cui avrete l’accortezza di non sedervi – che abitano fisicamente le varie stanze in cui si articola il percorso espositivo.

Se il viaggio è talvolta - e non solo in questi tempi non ancora tornati a una tranquilla normalità - una possibilità più sognata che realizzata, camminare lungo questo percorso vuol dire davvero immergersi, almeno un po' in quel sogno.

Giungere alle radici, insomma, che sono quelle di un territorio vasto, di popoli diversi e di un passato che vive e dialoga con e dentro di noi.

 

Dal sito del Museo dell’Ara Pacis:

«Tappa unica in Italia, la mostra dedicata al grande fotografo dell’agenzia Magnum Photos documenta con oltre cento spettacolari immagini lo straordinario viaggio fotografico di Koudelka alla ricerca delle radici della nostra storia nei più importanti siti archeologici del Mediterraneo.»

 

 

[1] Basti pensare che è stato il tema scelto dall’ultimo Convegno Properziano organizzato dall’Accademia Properziana del Subasio (27-29 maggio 2021)

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Warsaw Mummy Project mummia egizia feto

Warsaw Mummy Project: individuata la prima mummia egizia con feto

Warsaw Mummy Project: individuata la prima mummia egizia con feto

L’avanzamento scientifico delle tecniche di analisi su individui mummificati artificialmente sta consentendo al Warsaw Mummy Project di rilevare notevoli informazioni sui e dai defunti conservati nel Museo Nazionale di Varsavia. Infatti, lo studio sulla collezione di mummie egizie del Museo non si è spinto ad una approfondita analisi sui resti umani fino al 2015, anno in cui il progetto ha implementato le sue ricerche oltre lo studio dei materiali fino a studi antropologici.

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Analisi radiologiche condotte sulla mummia. Foto Aleksander Leydo/Warsaw Mummy Project

L’ultima scoperta riguarda la presenza di un feto in una mummia dell’élite tebana, rilevato grazie ad analisi radiologiche sul corpo materno, questa rappresenta un unicum nelle ricerche archeo-antropologiche.

Tale nuova individuazione sarà fondamentale per gli specialisti al fine di ricostruire l’ambito, tutt’oggi poco conosciuto, della gravidanza nei tempi antichi, oltre a poter fornire informazioni sulle usanze funerarie egizie e sull’interpretazione della gravidanza nell’antica religione egizia.

Warsaw Mummy Project
Sarcofago e Mummia del caso studio. Foto National Museum in Warsaw and Warsaw Mummy Project

La presenza del feto ha dato una completa reinterpretazione di questa mummia, deceduta tra i 20 e i 30 anni e tra la 26° e la 30° settimana di gravidanza. Infatti, il sarcofago contenente questo individuo conservato in un cartonnage, acquistato da Jan Wezyk-Rudzki e donato all’Università di Varsavia nel 1826, fu realizzato per un sacerdote tebano di nome Hor-Djehuty nel I secolo a.C.

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Sarcofago della mummia analizzata. Foto (c) B. Bajerski/Muzeum Narodowe w Warszawie

Inoltre, il luogo del suo ritrovamento rimane incerto, Wezyk-Rudzki scrisse nei suoi appunti che la mummia fu ritrovata in una delle tombe reali di Tebe. In realtà, ciò non può essere comprovato, potrebbe trattarsi di un dato ideato con il fine di aumentare il prezzo d’acquisto della mummia.

Certamente la donna doveva far parte della nobiltà tebana, in quanto la sua imbalsamazione fu effettuata da esperti con estrema cura e materiali di alta qualità. Inoltre, era dotata di un ricco corredo di amuleti e si ipotizza fossero presenti altri reperti purtroppo depredati dagli antiquari nel diciannovesimo secolo.

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Dettaglio del bendaggio e della struttura scheletrica della mummia. Foto Warsaw Mummy Project

I risultati delle indagini in corso sono stati pubblicati sul Journal of Archaeological Science.

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