Piramide a gradoni di Djoser

La Piramide di Djoser ritorna dopo 14 anni di restauro

Dopo circa 14 anni di restauro, da alcune settimane è stata restituita alla collettività la più antica piramide dell’Egitto: la Piramide a gradoni di Djoser, Saqqara, patrimonio UNESCO iscritto come parte della Necropoli di Menfi.

Costruita circa 4700 anni fa da Imhotep, visir e ‘architetto’ incaricato di progettare una struttura funeraria per la sepoltura del sovrano della III dinastia Djoser, indicato come il fondatore dell’Antico Regno, la struttura è alta circa 60 metri ed è composta da sei livelli di gradoni accatastati in pietra calcarea che si elevano su una tomba rettangolare, a sua volta profonda 28 metri e larga 7.

Piramide a gradoni di Djoser

La struttura, inoltre, custodisce al suo interno innovazioni architettoniche realizzate per la prima volta come colonne, capitelli a foglie pendule e grandi padiglioni cerimoniali.

Piramide a gradoni di Djoser

Piramide a gradoni di DjoserPrima piramide costruita in pietra e antenata delle note piramidi di Giza, da tempo riportava danni strutturali causati per lo più da alte temperature e dall’azione del vento del deserto; gli interventi di restauro erano cominciati nel 2006, ma subirono un arresto tra il 2011 ed il 2013 per via della rivoluzione che portò alla caduta di Mubarak. Ripresi intorno alla fine del 2013, i lavori di restauro si sono protratti per altri sette anni, per una spesa complessiva di circa 6.6 milioni di dollari, ed hanno interessato l’intero complesso funerario, dalla facciata esterna della struttura ai corridoi interni che conducono alla camera funeraria, passando per il sarcofago in pietra e le scalinate dei due ingressi.

Tuttavia, la novità più importante è la musealizzazione di parte dei tunnel sotterranei, a partire dall’ingresso sul lato nord per finire al grande pozzo funerario profondo 28 metri, passando per le cosiddette “stanze blu”, un tempo foderate di piastrelle in faience turchese che oggi possono essere ammirate al vicino Imhotep Museum.

All'inaugurazione hanno preso parte il premier egiziano Mostafa Madbouly e il ministro del Turismo e delle Antichità, Khaled El-Enany. "Siamo orgogliosi che le piramidi siano parte della memoria storica dell'Egitto - ha detto il premier -, ma allo stesso tempo siamo consapevoli che si tratti di un patrimonio mondiale, che ci impegneremo a salvaguardare".

Davvero un peccato non poter essere nelle condizioni di fruire proprio ora della Piramide a gradoni di Djoser e dei suoi sotterranei, dopo tutti questi anni di restauro. Non ci resta che goderne virtualmente, con video e immagini pubblicati al momento dell'annuncio e nei giorni successivi.

Fonti: UNESCO; The Step Pyramid Complex of Djoser; DjedMedu; Storica National Geographic; The Guardian; Repubblica.it; Ary NewsEgypt Independent.

Foto 1, 2 dal Ministero del Turismo e delle Antichità dell'Egitto.


Passeggiate del Direttore Museo Egizio di Torino Christian Greco

Christian Greco e le sue passeggiate al Museo Egizio da oggi disponibili su YouTube

Avete mai desiderato partecipare alle “passeggiate del Direttore” al Museo Egizio? Da oggi, potrete farlo
online.

Data la momentanea e forzata chiusura delle sue sale al pubblico, il Museo Egizio ha deciso di rendere
disponibile questa esclusiva opportunità a tutti gli interessati, attraverso il suo canale YouTube. Solitamente, le “passeggiate del Direttore” sono un appuntamento mensile, su prenotazione, dedicato ad un gruppo di massimo 30 persone, che visitano la collezione del Museo insieme al Direttore Christian Greco, che sceglie ogni volta un approfondimento tematico diverso.

Da oggi, invece, sarà sufficiente collegarsi a questo link (https://www.youtube.com/watch?v=I-QxzdwQnQo&list=PLg2dFdDRRClGtp33i7xqUwFO82TEVnMz2) scoprire i reperti dell’antico Egitto in compagnia del Direttore attraverso una serie di video fruibili dal proprio device. Ogni giovedì e sabato, nel corso delle prossime settimane di marzo e del mese di aprile, il canale YouTube del Museo Egizio proporrà una nuova puntata di circa 8 minuti, regalando una narrazione completa delle sale condotta da Christian
Greco, che ci terrà compagnia in queste settimane di isolamento.

Passeggiate del Direttore Museo Egizio di Torino Christian Greco
Christian Greco. Foto: Museo Egizio di Torino

“Da sempre ritengo che il Museo Egizio debba essere un patrimonio condiviso e appartenente a tutti -
commenta il Direttore - e in questo momento, in cui siamo chiusi al pubblico e costretti a rimanere nelle
nostre case, è per noi doveroso renderci comunque accessibili e metterci a disposizione della comunità.
Questo è lo spirito e l’obiettivo di questa operazione: un regalo, a chiunque ne abbia voglia, per conoscere
insieme a me la nostra collezione, capire la storia dei reperti che qui sono arrivati e che da quasi 200 anni il
Museo conserva”.

Oltre alla nuova iniziativa, sono già numerosi i contenuti fruibili sul web per visitare la collezione del Museo
Egizio da remoto: tra questi, brevi video auto-prodotti da curatori ed egittologi, disponibili su Instagram
seguendo l’hashtag #iorestoacasa, che comprendono piccoli tutorial, lezioni e consigli di lettura; la serie di
video “Istantanee dalla collezione”; video dedicati alle analisi scientifiche della mostra “Archeologia
Invisibile”, di cui è inoltre disponibile un tour virtuale a cui si può accedere direttamente dal sito del Museo
(https://museoegizio.it).

Modalità diverse e concrete con cui il Museo apre le porte a tutti - virtualmente - con contenuti divulgativi e accessibili confermandosi, ancora una volta, tra i migliori esempi del nostro Paese nell’ambito della comunicazione digitale.

https://www.youtube.com/watch?v=I-QxzdwQnQo


Missione Archeologica Italiana in Sudan Jebel Barkal

La Missione Archeologica Italiana in Sudan al Jebel Barkal

Poco a monte della quarta cateratta del Nilo, nell’odierno Sudan settentrionale, ai piedi del Jebel Barkal, la “montagna pura” - un elevato picco roccioso che domina il paesaggio - si estende l’omonima area archeologica.
È alle sue pendici che si sviluppò il nucleo di Napata, poco meno di 400 km a nord di Khartum, l’attuale capitale del Sudan.

Missione Archeologica Italiana Sudan Jebel Barkal
Team della Missione Archeologica Italiana Sudan Jebel Barkal. Photo credits: Francesca Iannarilli.

In questi territori la Missione Archeologica Italiana scava da 45 anni; un’attività iniziata nel 1973 da Sergio Donadoni, professore di Egittologia all’Università Sapienza di Roma.
Statue di leoni, resti di templi, statuette in calcare, lucerne e un anello in bronzo, questi i primi ritrovamenti; ma è al 1978 che risale la scoperta più significativa: il Palazzo Reale di Natakamani, fulcro dell’attività archeologica dei successivi quarant’anni. L'edificio fu assegnato al sovrano grazie al rinvenimento al suo interno, nel 1984, di una stele recante i nomi di Amanitore e Arikankharor, rispettivamente moglie e figlio di Natakamani.
Attualmente la Missione è finanziata dal Fondo Ricerche e Scavi Archeologici dell'Università Ca’ Foscari, dal Ministero degli Affari Esteri e, dal 2014, dal Qatar-Sudan Archaeological Project. È condotta dall'Università Ca’ Foscari e diretta dal professor Emanuele Ciampini.

L’area archeologica si presenta divisa in tre settori: al centro vi sono i templi, dominati dal grande santuario di Amon di Napata risalente al periodo più antico del sito (dal regno di Thutmosi III, fino al periodo meroitico, I sec. d.C.). A sud-ovest dei templi è la necropoli, dominata da una serie di piramidi datate al III-II sec. a.C., mentre a nord dell’area sacra è un vasto settore palaziale - le cui prime fondazioni sono databili al III-II sec. a.C. - dominato dal complesso regale voluto dall’ultimo grande sovrano meroitico, Natakamani (I sec. d.C.), contemporaneo alla romana Dinastia Flavia.
Natakamani promosse un imponente programma architettonico in tutto il regno; a Napata, il re riprogettò l’intero settore intorno al palazzo, precedentemente localizzato immediatamente a sud del grande tempio di Amon, con la fondazione di un vasto settore di edifici, dominato dal grande palazzo oggetto d’indagine della missione italiana.

Missione Archeologica Italiana in Sudan Jebel Barkal
Pianta del Palazzo Reale di Natakamani (elaborazione di Martino Gottardo).

 

Gli scavi della missione 2018-2019 hanno indagato l’area corrispondente a un settore posto a ovest del Palazzo principale di Natakamani (B1500); stessa area in cui precedenti indagini hanno portato alla luce le strutture monumentali B2100 e B2200 collegate, con molta probabilità, con l’edificio principale.
Gli scavi sono stati supportati da un lavoro di documentazione e dallo studio dei nuovi materiali così come di quelli provenienti dalle passate indagini.

La stagione del 2018 ha concentrato le ricerche archeologiche su una vasta area compresa tra le due strutture B2100 e B2200. Lo scopo dell’indagine era di identificare una possibile connessione fra le due, le quali sembravano rappresentare - nella pianta della città reale di Napata - un unitario complesso architettonico.
Tuttavia, dopo una pulizia della zona, quello che sembrava un unico edificio è risultato in realtà essere una doppia struttura composta da due elementi: l’Edificio occidentale, detto “dei Bacini” e un’ampia area a sud-est della corte colonnata della struttura B2100, separata dall’altra tramite uno stretto corridoio.
Il piano di calpestìo dei due edifici è risultato poi essere coerente con il livello del suolo del resto dell’area al di fuori del grande palazzo. Ciò significherebbe aver a che fare con un complesso fondato nello stesso contesto di quest’ultimo (I sec d.C).

Pianta con indicazione dei sondaggi dal rapporto della stagione 2018-2019
Fotopiano delle strutture B2100 e B2200 (dal Rapporto di scavo della stagione 2018-2019, p. 2, fig. 1).

Le strutture portate alla luce rappresentano un ulteriore tassello in quel mosaico che è la città reale di Napata e la loro funzione può aiutarci a comprendere le relazioni tra il palazzo principale (B1500) e il sistema di edifici a esso correlati.

L’edificio contrassegnato come B2100 è una struttura realizzata in mattoni crudi, di cui attualmente rimangono soltanto alcune file. La grande presenza di elementi architettonici in pietra testimonierebbe il carattere monumentale di B2100: dunque si avrebbe probabilmente a che fare con una struttura appartenente al complesso cerimoniale della città reale e collegata al palazzo.

Missione Archeologica Italiana Sudan Jebel Barkal
Copertura dell'area investigata a fine stagione (dal Rapporto di scavo della stagione 2018-2019, p. 5, fig. 13).

Le indagini dell’area collocata tra il Chiosco B2100 e il profilo orientale dell’edificio in mattoni rossi B2200 evidenziano come la cronologia delle strutture sia variabile, e come alcuni elementi sembrino essere stati aggiunti successivamente; da ciò è possibile intuire che ci troviamo di fronte a due diverse fasi del l’edificio, sebbene il team non sia giunto ancora a una datazione precisa della struttura.

La nuova indagine nel settore orientale dell’Edificio B2200, già scavato nelle stagioni precedenti, ha portato alla luce un sistema di massicce pareti, realizzate con mattoni rossi per il profilo esterno e mattoni crudi per la parte interna. La parete sud dell’edificio non fungeva da collegamento fra le due strutture (B2200 e B2100) ma da ingresso, il quale probabilmente dava accesso alla piccola stanza dei bacini.
Sono inoltre stati scoperti alcuni resti di quello che doveva essere il prezioso equipaggiamento dell’edificio, soprattutto raffinati frammenti di ceramica. Alcuni frammenti di ossa umane testimoniano invece l’uso della struttura come luogo di sepoltura nel periodo post-meroitico (IV sec. d.C.), dopo la sua distruzione.

Alla fine della stagione di scavo, l’area investigata è stata accuratamente coperta di sabbia - a esclusione di alcuni elementi architettonici -, così da proteggerne le strutture.

Muri di fondazione palazzo di Natakamani (restauro); ph. Francesca Iannarilli.

A partire dal 2015 la Missione Archeologica Italian in Sudan al Jebel Barkal ha portato regolarmente avanti un lavoro di restauro delle creste dei muri del Palazzo B1500. Nella Stagione 2018 la situazione era molto compromessa, ma si è comunque condotta l'attività di restauro. Si è quindi optato per una ricostruzione e protezione delle strutture presenti sul terreno con una segnalazione del perimetro delle pareti restaurate riempite con mattoni rossi in maniera tale da rendere meglio comprensibile ai visitatori la struttura planimetrica del Palazzo.

La calibrazione delle analisi al radiocarbonio (C14) ha confermato la datazione del Palazzo di Natakamani al I sec. d.C., ma ha anche rivelato una datazione più alta (fino al IV-II sec. a. C.) per le strutture preesistenti.

 

Sitografia e Photo credits:


I monaci stiliti: in alto per avvicinarsi a Dio

I MONACI STILITI

Strani uomini in posa su colonne.

Ma chi sono?

E cosa ci fanno sulle colonne?

Siamo alle porte del Medioevo e loro sono i monaci stiliti.

Sono anacoreti, religiosi che vivono in luoghi deserti e isolati, lontano dagli uomini. Gli stiliti sono monaci che vivono in cima ad un pilastro o una colonna per meditare ed entrare in maggiore rapporto con Dio.

È un fenomeno non prettamente legato al cristianesimo, che ha interessato il Vicino Oriente, come Siria e Palestina, che si diffuse in Egitto dal III secolo d.C. e maggiormente nel IV secolo d.C.

Il vivere da stilita si protrasse, in Russia, fino al XV secolo.

 

 

stiliti Simeone Stilita il Vecchio
Simeone, su di una colonna, riceve i viveri per sopravvivere. Immagine [1] in pubblico dominio
Nel cristianesimo, l’iniziatore fu Simeone, chiamato poi Simeone Stilita il Vecchio. Nato a Sisan, nella Siria settentrionale intorno al 388/390 d.C. e morto nel 459 d.C., a 15 anni si fece monaco, lasciando il suo lavoro di pastore.

Simeone iniziò la sua attività monacale vivendo, a digiuno e sempre in piedi, per tre anni, in una capanna (presso Tell Neshim), poi salì su di una roccia nel deserto ed infine trovò l’abitazione consona ai suoi desideri: una colonna.

Iniziò da colonne di media altezza (3 metri) fino a giungere a colonne alte 20 metri!

Le fonti narrano che visse ben 37 anni, sulla sommità di una colonna, esposto alle intemperie, che riceveva acqua e pochissimo cibo per mezzo di ceste e corde, e veniva “disturbato” da folle di pellegrini in cerca di una sua parola.

Anche l'imperatore romano Teodosio I venerò Simeone.

 

 

La Rocca di San Simeone (Qal'at Dair Sim'an). Foto di Herbert Frank, CC BY 2.0

Oggi, in Siria, a Qal‛at Sim‛ān (Rocca di Simeone) esiste un sito archeologico (patrimonio UNESCO) di un complesso architettonico, datato tra il V e il VII secolo d.C.
Sono stati identificati dagli archeologi: Il monastero dove vivevano i monaci, una basilica, eretta anche grazie all'elargizione dell’imperatore d’Oriente Zenone (430 d.C. circa - 491 d.C.), e non ancora con certezza, rilevata anche una costruzione identificabile come un battistero. Il tutto testimonia la presenza di edifici costruiti intorno alla colonna dove visse Simeone.

Per approfondimenti sull'area archeologica di San Simeone, in Siria, dal Sito UNESCO:

https://whc.unesco.org/en/news/1499 (in lingua inglese)

https://en.unesco.org/syrian-observatory/news/ancient-villages-northern-syria (in lingua inglese)

 

Una curiosità: esisteva una pratica simile allo stilitismo, anche prima del periodo Tardo Antico e della nascita del cristianesimo. A Ierapoli, in Frigia (una regione dell’Anatolia, oggi più o meno l'attuale Turchia), si trovava una colonna, sulla quale un uomo saliva per una settimana, in contemplazione di una divinità. Ciò si verificava due volte durante l’anno.


Firenze: in viaggio verso l'eternità con Tutankhamon

In seguito al successo raccolto negli Stati Uniti, in Centro America, in America del Sud oltre che in varie capitali europee (e in due anni di viaggio per le principali città italiane), dal 15 febbraio 2020 è arrivata anche a Firenze la mostra Tutankhamon: viaggio verso l’eternità, a cura di Maria Cristina Guidotti, già curatrice del Museo Egizio di Firenze e di Pasquale Barile, presidente della Ancient World Society.
Realizzata con l’obiettivo di avvicinare i visitatori al fascino della cultura egizia, la mostra è organizzata dalla Società italiana Discovery Time in cooperazione con il Ministero delle Antichità Egizie, il supporto del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, il patrocinio della Città Metropolitana di Firenze e del Comune di Firenze in collaborazione con MUS.E. La realtà virtuale, invece, è stata realizzata da La macchina del tempo di Bologna.
Tutankhamon eternità
Oro, pasta vitrea, lapislazzuli, quarzo, ossidiana Dopo aver aperto l’ultimo sarcofago Carter si trovò davanti questa meravigliosa maschera d’oro che proteggeva il volto e le spalle della mummia. Realizzata in oro massiccio, pesa quasi 11 kg, per l’esattezza 10,23 kg ed è alta 54 cm
Visitabile alla Galleria delle Carrozze di Palazzo Medici Riccardi, Tutankhamon: viaggio verso l’eternità promette un’esperienza totalmente immersiva che, grazie alle fedeli riproduzioni provenienti dal Cairo, i reperti originali messi a disposizione dal Museo Archeologico Nazionale di Firenze, di cui alcuni inediti, la tecnologia 3D e l’innovativa realtà virtuale, rivelerà tutti i segreti della Tomba di uno tra i più noti regnanti dell’Antico Egitto, facendone conoscere l'incredibile corredo, destinato ad accompagnare il giovane faraone nel suo ultimo viaggio.

Unico esempio di sepoltura regale con corredo ritrovata intatta, la tomba di Tutankhamon, scoperta il 4 novembre del 1922 da Howard Carter, archeologo e appassionato acquerellista, è la sola a permetterci di sapere come venisse seppellito un faraone e con quale tipo di corredo. A consentirne la ricostruzione in mostra, numerose riproduzioni, tra cui, oltre ai vasi canopi, la statua di Anubis, con la funzione di proteggere la camera del tesoro; il trono d’oro e la meravigliosa maschera aurea che proteggeva il volto e le spalle della mummia.
Legno ricoperto di lamine d’oro e d’argento, impreziosito da turchesi, corniola e finissimi intarsi in vetro verniciato: il trono d'oro di Tutankhamon
In esposizione anche reperti assolutamente inediti, come il sarcofago ligneo dipinto di Padihorpakhered, che si è deciso di restaurare proprio in occasione di questo importante evento espositivo. Proveniente dai depositi della Sezione Egizia del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, questo prezioso reperto ha mantenuto la decorazione pittorica su tutte le superfici, sia interne che esterne: numerose le problematiche di conservazione su cui si è operato, tra cui pericolosi distacchi di porzioni di superficie dipinta oltre a profonde fessurazioni del supporto ligneo sulla cassa e sul coperchio.
Un accurato lavoro di ricostruzione in 3D darà la possibilità di vivere un’avvincente esperienza di realtà virtuale, visitando in prima persona uno dei luoghi più famosi al mondo. Le schede d’inventario di Howard Carter e le foto d’archivio di Henry Burton, conservate presso il Griffith Institute dell’Università di Oxford, sono state la fonte primaria per la riproduzione del corredo funebre nei minimi particolari. Anche l’esterno della tomba è stato progettato in modo tale da ricreare il cantiere di scavo approntato da Howard Carter.
La visita virtuale viene effettuata indossando un visore e impugnando due controller che permettono di entrare in prima persona nell’ambiente ricostruito, totalmente interattivo: ci si potrà soffermare sui singoli oggetti del corredo, afferrandoli per poterne apprezzare la verosimiglianza rispetto agli originali e potendo ascoltare un loro approfondimento. Si sentiranno riecheggiare le parole riportate da Carter stesso nelle pagine dei suoi diari, potendosi immedesimare con emozioni provate all’epoca dell’incredibile scoperta. E, nella camera funeraria, si potranno anche decifrare i geroglifici alle pareti, grazie all’attento lavoro di traduzione a cura di Pasquale Barile. La funzionalità dei controller è estremamente semplificata e alla portata di tutti, dagli otto anni in su; bambini e ragazzi potranno usufruire di un percorso ad hoc che, servendosi di didascalie e supporti visivi mirati, li avvicinerà in modo semplice alla comprensione dei contenuti raccontati.
Tutankhamon eternità
Ricostruzione della visita virtuale alla tomba di Tutankhamon, indossando il visore e impugnando il controller. L’ambiente in 3D, all’interno della tomba del faraone, è stato realizzato da La macchina del tempo di Bologna per la mostra Tutankhamon: viaggio verso l’eternità

La mostra sarà visitabile al Palazzo Medici Riccardi – Galleria delle Carrozze di Firenze fino al 2 giugno 2020, seguendo i seguenti orari: dal lunedì al giovedì, dalle 10 alle 20; il venerdì e il sabato, dalle 10 alle 23; la domenica, dalle 10 alle 20. Si ricorda che è possibile accedere alla mostra solo fino a un'ora prima della chiusura.

In occasione della mostra, inoltre, si riservano tre (due ne rimangono) giornate ad ingresso gratuito per i residenti della Città metropolitana di Firenze: 6 aprile; 4 maggio.

Il costo del biglietto per la mostra e per l’esperienza con la realtà virtuale va dai 24€ per gli adulti ai 20€ per bambini, ragazzi, studenti e over 65; per tutte le altre opzioni tariffarie, si consiglia di contattare i numeri + 39 055 2760552 (Tel.) oppure + 39 392 0863434 (Mobile)

Tutte le foto della mostra Tutankhamon: viaggio verso l’eternità sono state fornite dall'Ufficio Stampa Davis & Co.


Vesti sacerdotali e bende di mummia: il fascino dei libri lintei

SCRIPTA MANENT III
Vesti sacerdotali e bende di mummia:
il fascino dei libri lintei

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Numa Pompilio
Felice Giani, Numa Pompilio riceve dalla ninfa Egeria le leggi di Roma, olio su tela (1806), Palazzo dell'Ambasciata di Spagna - Sala dei Legislatori, Roma. Immagine in pubblico dominio

Secondo una tradizione inaugurata da Valerio Massimo e ripresa tra gli altri da Tito Livio e Plutarco, Numa Pompilio, successore di Romolo e re-filosofo di stirpe sabina morto nel 673 a.C., era stato seppellito in un sontuoso sepolcro sul Gianicolo di cui si era persa ben presto memoria; quando cinque secoli dopo esso venne accidentalmente ritrovato e aperto, vi furono rinvenuti anche i suoi numerosi libri. Le fonti sono discordi circa il loro destino: Valerio Massimo narra che, in un impeto di nazionalismo, i romani (nel frattempo divenuti repubblicani) bruciarono quelli in lingua greca e conservarono quelli latini; Plutarco riporta invece che all'apertura della tomba molti dei testi fino allora intatti scomparvero, al pari del corpo incorrotto del sovrano.

Questi avvenimenti a metà tra storia e leggenda hanno avuto negli anni svariate interpretazioni: c'è chi vi ha letto il tramonto definitivo dell'età regia, chi i prodromi dell'avventura imperiale; con un pizzico di audacia, noi preferiamo prenderli come trampolino di lancio per parlare di uno degli argomenti più nebulosi della paleografia e soprattutto della codicologia: i libri lintei.

Una forma libraria perduta

Numerose sono le fonti che tramandano la memoria del liber linteus, peculiare forma di libro molto simile al volumen di papiro ma dalle dimensioni ridotte, realizzato in floema di lino, materiale ben più comune in territorio latino, il cui utilizzo è attestato a Roma tra V e I a.C.

In questo periodo, in cui la lingua latina e il relativo alfabeto non sono ancora giunti a una piena canonizzazione, la scrittura era adoperata più che altro per fini strettamente pratici in ambito legale, politico e religioso; la neonata letteratura latina, intanto, andava gradualmente liberandosi dei retaggi greci, nel contesto di una generale ricerca di identitas che sarà decisiva in età imperiale. Proprio a causa di questo stretto legame con la cultura greca, la forma libraria destinata ad accogliere i testi letterari rimane il volumen, adoperato da secoli in tutto il bacino del Mediterraneo. Il papiro viene inoltre utilizzato per alcuni documenti di natura giuridica, mentre per gli atti trascritti dagli avvocati si utilizzano le tabulae albatae, tavolette di legno la cui superficie veniva sbiancata con pomici o vernici: questa è probabilmente l'unica tipologia di supporto scrittorio autoctona, e in effetti i paleografi ravvisano in essa le caratteristiche genetiche delle tabulae ceratae, le tavolette ricoperte di ceralacca attestate in età imperiale, la cui forma a loro volta ispirerà, in età tardoantica, quella del codex pergamenaceo.

Si può concludere che l'utilizzo di un supporto rispetto a un altro dipendesse, nel periodo repubblicano, dalla sua destinazione d'uso; è per questo che il liber linteus viene adoperato per registrare le memorie della repubblica romana, in una peculiare forma letteraria a metà tra la documentazione giuridica e l'annalistica che di lì a poco diverrà uno dei pilastri della letteratura.

Del resto il sottile spessore e la forma ridotta rendevano questo libro simile a un moderno microfilm, pratico da riporre in grandi quantità e in luoghi ristretti: in effetti molte fonti riportano che il luogo deputato alla conservazione di tali testi fosse il sotterraneo del Tempio di Giunone Moneta sul Campidoglio (oppure, secondo altre, il poco distante Tempio di Saturno); così sarebbe stato almeno fino al secolo I a.C., quando nella medesima zona fu costruito il Tabularium, il primo vero e proprio archivio di stato di Roma. Cosa ne fu, a questo punto, dei libri lintei? Probabilmente i testi superstiti vennero trascritti su altri materiali, come le tabulae di bronzo; tuttavia è molto difficile stabilire quando, come e perché essi caddero in disuso.

Ma le incertezze attorno ai libri lintei non riguardano solo la loro fine, bensì anche la loro origine. Gli storici romani datano la loro invenzione tra il V e il II secolo a.C., ma in realtà il loro utilizzo si perde nella leggenda: pare che già in età regia i sacerdoti avessero l'abitudine di trascrivere orazioni e formule magiche su brogliacci di risulta rimasti dopo la realizzazione di vesti e paramenti in lino; proprio l'utilizzo in ambito sacrale sembra essere un'altra incognita nella storia dei libri lintei.

Sul finire del secolo XIX alcuni paleografi hanno avanzato l'ipotesi che anche i libri del rex sacrorum fossero in lino, così come i celebri libri sibillini, contenenti i vaticini della sibilla cumana riguardanti il destino di Roma, conservati sul Campidoglio. È bene precisare che questa teoria è stata a lungo avversata e oggi, in mancanza di ulteriori sviluppi, viene in genere rigettata.

In effetti qualsiasi teoria avanzata sui libri lintei è stata per molti secoli priva di fondamento, poiché di essi non era pervenuto alcun esemplare. Le ragioni di questa scomparsa sono molteplici, ma il motivo principale sembra essere l'estrema volatilità del materiale: a differenza del foglio di papiro, che in un ambiente secco si indurisce, il foglio di lino tende invece a sfaldarsi e sfibrarsi. In conclusione, i libri lintei sembravano scomparsi proprio come i leggendari libri di Numa Pompilio.

La Mummia di Zagabria

libri lintei liber linteus zagrabiensis Mummia di Zagabria
Il Liber linteus zagrabiensis, foto di SpeedyGonsales, CC BY 3.0

Ma i libri lintei erano destinati a stupire la comunità scientifica anche molti secoli dopo la loro presunta sparizione, tornando sulla scena in circostanze a dir poco sorprendenti.

Nella seconda metà del secolo XIX il nobile croato Mihajl Brarić intraprese un viaggio in Egitto, come voleva la moda dell'epoca; come singolare souvenir l'uomo si portò dietro nientemeno che la mummia di una donna d'età tolemaica (III- I secolo a.C.), che espose nel salotto della sua casa di Zagabria. Questa macabra pratica non deve meravigliare: negli anni successivi alla campagna d'Egitto napoleonica i nobili d'Europa furono colti dalla smania di procacciarsi una mummia, una statua, un rotolo di papiro egizio; molti dei reperti oggi ammirabili nei nostri musei sono pervenuti in questa maniera.

Qualche anno dopo Brarić si accorse che sulle bende che fasciavano la mummia erano vergati dei caratteri alfabetici: anche questo particolare sulle prime non destò scalpore, poiché in età tolemaica era consuetudine tanto scrivere sulle bende formule magiche e orazioni quanto riutilizzare come bende degli stracci di papiro o altra fibra su cui in precedenza era stato scritto qualcosa. Il nobile croato dovette pertanto credere di trovarsi di fronte a un testo in scrittura demotica, la forma più semplice di alfabeto egizio.

Fu solo alla morte di Brarić che il mistero poté essere risolto: l'uomo donò la mummia al museo archeologico di Zagabria, i cui esperti compresero immediatamente che quella sulle bende non era lingua egizia; inizialmente si pensò al greco trascritto in alfabeto copto, ma poco dopo fu fatta una scoperta sensazionale: il testo riportato sulla Mummia di Zagabria era in etrusco. Le bende di lino che la ricoprivano erano infatti parte di un unico rotolo su cui era riportato un calendario di ricorrenze religiose destinato agli aruspici: esso era, ed è tuttora, il più lungo testo etrusco pervenutoci, nonché l'unico esemplare conservatosi di liber linteus.

Cosa ci faceva un manufatto etrusco in terra egizia? I rapporti tra queste due civiltà hanno aperto un campo d'indagine sterminato e tuttora con numerosi punti oscuri: solo nel 2007, con il rinvenimento di un talismano egizio del secolo VII a.C. nella necropoli di Vulci, si è cominciato a teorizzare che i loro contatti non avvenissero esclusivamente in maniera indiretta per il tramite dei romani e dei coloni greci; non deve perciò stupire che all'epoca della sua scoperta la mummia di Zagabria fu vista con sospetto. Stabilita l'autenticità del libro linteo, si dubitò a lungo di come esso fosse stato ridotto a benda da imbalsamazione: ci fu addirittura chi arrivò ad accusare alcuni antiquari di aver bendato artificiosamente una mummia disadorna al solo scopo di aumentarne il prezzo, adoperando materiale antico che solo a posteriori e per puro caso era risultato essere tanto prezioso.

I rilievi effettuati negli anni '90 del secolo XX stabilirono però che il libro linteo era stato utilizzato contestualmente al processo di mummificazione, sin dall'inizio, e che fosse databile tra il III e il I secolo a.C., quindi grosso modo coevo alla defunta che per quasi due millenni aveva accompagnato; bisogna sottolineare che in questo periodo la civiltà etrusca fosse in pieno declino, ormai quasi completamente assorbita da quella latina e relegata geograficamente alla zona settentrionale della penisola italica. Difficilmente sapremo mai se esso sia arrivato in Egitto per mezzo di un mercante etrusco, o se sia passato di mano in mano tra le popolazioni mediterranee fino a raggiungere la sua destinazione finale; possiamo però intuire che, una volta entrato in possesso dell'imbalsamatore, questi lo abbia giudicato privo di valore perché vecchio, non interpretabile o entrambe le cose, e che quindi si sia sentito libero di adoperarlo per il suo lavoro: una catena di casualità che ha garantito la sua sopravvivenza fino ai giorni nostri.

Tradizione etrusca ed eredità latina

libri lintei Mummia di Zagabria liber linteus zagrabiensis
La Mummia di Zagabria, Museo Archeologico Nazionale di Zagabria. Foto di SpeedyGonsales, CC BY 3.0

Il liber linteus zagrabiensis, oggi conservato insieme alla mummia nel Museo Archeologico Nazionale di Zagabria, è stato in anni recenti studiato da paleografi e codicologi che ne hanno ricostruito l'aspetto e interpretato parzialmente il testo.

L'alfabeto utilizzato è quello etrusco, perfettamente formato, privo di arcaismi e contaminazioni; l'andamento bustrofedico del testo e il modo in cui esso si relaziona alle dimensioni del libro ha permesso di ipotizzare che esso non fosse arrotolato, ma piegato “a soffietto” e poi svolto man mano che lo si leggeva; alcuni archeologi hanno messo in relazione il libro di Zagabria con simili manufatti privi di testo ritrovati in luoghi di sepoltura etruschi, lunghi nastri di lino che venivano piegati in questo modo e posti sotto il capo dei defunti a uso cuscino. Una forma, dunque, piuttosto dissimile da quella che dovevano avere i libri lintei latini, stando alle fonti che ne hanno tramandato la memoria; a questo punto, tuttavia, è possibile ipotizzare una cronologia completa per questa forma libraria.

Il libro linteo doveva essere un prodotto autoctono etrusco, assorbito dalla civiltà latina assieme a molte altre tecniche, pratiche e usanze; qui, durante l'età repubblicana, visse un'evoluzione autonoma, in linea con le trasformazioni della lingua e della scrittura: alla piegatura a soffietto, necessaria per una scrittura bustrofedica, si preferì l'arrotolamento, più funzionale all'andamento destrorso che la scrittura latina acquisisce proprio intorno al III secolo a.C.

In seguito, con l'affermarsi della civiltà latina, il libro linteo dovette essere abbandonato in favore di nuove forme libarie più pratiche, di pari passo con l'avanzare della tecnologia e con la scoperta di nuovi materiali facilmente rinvenibili nella zona di Roma; nel frattempo, poco prima dell'era cristiana, la civiltà etrusca tramontò definitivamente, sancendo la scomparsa definitiva del liber linteus.

BIBLIOGRAFIA

AGATI M., Il libro manoscritto. Da Oriente a Occidente. Per una codicologia comparata, Roma 2009.

BALDACCHINI L., Il libro antico, Roma 1982.

BISCHOFF B., Paleografia Latina. Antichità e medioevo, Padova 1992.

CHERUBINI P. - PRATESI A., Paleografia latina. L'avventura grafica del mondo occidentale, Città del Vaticano 2010.

MANIACI M., Terminologia del libro manoscritto, Roma 1996.

PICCALUGA G., La specificità dei libri lintei romani, in Scrittura e civiltà, 18, Roma 1994.

PLUTARCO, Vite parallele. Licurgo e Numa Pompilio, Milano 2012

http://www.amz.hr/hr/naslovnica/ sito ufficiale del Museo Archeologico di Zagabria (HR)

http://museu.ms/museum/details/383/archaeological-museum-in-zagreb sito a proposito del Museo Archeologico di Zagabria (EN)


Antico Egitto: scoperti resti di pinoli e un frammento raffigurante il muso di un leopardo

La Missione di scavo EIMAWA 2019 (Egyptian-Italian Mission at West Aswan) guidata dalla docente di Egittologia dell’Università Statale di Milano, Patrizia Piacentini, e dal Ministero Egiziano delle Antichità ha fatto importanti scoperte nella necropoli del deserto di Assuan, sulla riva occidentale del Nilo.

Leopardo pinoli La Statale Milano Patrizia Piacentini

Un anno fa, nella sepoltura AGH026 è stata rinvenuta una tomba che presentava una particolarità, o meglio, quasi un’eccezione: un coperchio in legno d’acacia di un sarcofago su cui era raffigurato il muso di un leopardo dai colori vivaci, simbolo di forza, in corrispondenza del punto in cui si trovava la testa del defunto per offrirgli, appunto, la forza durante il suo viaggio nell’oltretomba. La Professoressa Piacentini ha affermato che per salvare il disegno sul supporto ligneo, reso debole dalla sabbia infilatasi nelle fibre, sia stato necessario staccarne lo stucco.

I pezzi saranno ricomposti da Ilaria Perticucci e Rita Reale che, dopo un restauro virtuale,  inizieranno quello reale nei laboratori di Assuan. Inoltre, qualche mese fa si è diffusa la notizia della scoperta di una tomba all’interno della necropoli, contenente 35 mummie e diversi oggetti funerari (tra cui coperture per i corpi stuccate e dipinte con oro, un letto funerario, barelle, parti di sarcofagi e vasellame) e, nella stanza accanto a quella dove è stato trovato il famoso frammento, resti di pinoli dentro un contenitore, risalenti al I secolo d.C., importati dalla terra dei faraoni e il cui uso è attestato ad Alessandria d’Egitto per la preparazione di salse e piatti.

Leopardo pinoli La Statale Milano Patrizia Piacentini

La presenza di questa pianta nella AGH026 dimostra che le persone lì sepolte fossero benestanti. Nella prossima missione verranno effettuati accertamenti sulla dieta, le malattie e le cause di morte dei defunti inumati nella necropoli, le cui sepolture lì presenti coprono un vasto arco temporale (VII secolo a.C.-III secolo d.C.).

"Ci piace immaginare – commenta la professoressa Piacentini – che le persone sepolte nella tomba di Assuan amassero questo seme raro, tanto che i loro parenti deposero accanto ai defunti una ciotola che li conteneva affinché potessero cibarsene per l'eternità".

Le foto delle scoperte di pinoli e della raffigurazione di leopardo nella necropoli del deserto di Assuan sono dell'Università La Statale di Milano


Importanti ritrovamenti nel sito di Tuna el-Gebel in Egitto

Tombe di sommi sacerdoti del periodo tardo sono state scoperte nella necropoli dell'area di Al-Ghoreifa nel sito archeologico di Tuna el-Gebel, situata nel governatorato di Minya, nel Medio Egitto.

A dare l’annuncio della prima scoperta del 2020 è stato il Dott. Khaled El-Enany, Ministro del Turismo e delle Antichità Egizie, durante una conferenza stampa in cui ha descritto i nuovi ritrovamenti frutto di una campagna di scavi della missione archeologica egiziana condotta dal Dott. Mustafa Waziri nel sito di Tuna el-Gebel. Le ricerche hanno riportato alla luce diverse tombe di sommi sacerdoti del dio Djehuty e di alti ufficiali dell’Alto Egitto, con la sua capitale Ashmunin.

L’area, sin dal 2018, continua a rivelare i suoi segreti con cachette di mummie, diverse tombe con sarcofagi e corredi funerari che stanno attraendo migliaia di curiosi dal mondo intero tanto da inserire Minya tra i siti archeologici più visitati in Egitto. La terza campagna di scavi ha riportato alla luce sedici tombe ancora intatte con circa 20 sarcofagi e casse di varia forma e dimensione compresi 5 sarcofagi antropoidi in calcare istoriati con testi in geroglifico, 5 bare di legno in ottimo stato di conservazione, alcune delle quali decorate con i nomi e i titoli dei loro proprietari. Oltre a questi, sono emersi più di 10.000 ushabty realizzati in faience blu e verde, parecchi dei quali iscritti con i titoli dei defunti.

La missione diretta dal Dott. Waziri ha scoperto anche più di 700 amuleti di forme, dimensioni e materiali diversi che comprendono scarabei del cuore, amuleti di divinità e amuleti realizzati in oro puro come il “Ba” oltre ad un amuleto dalla forma di un cobra alato.

Molti vasi di terracotta usati per scopi funerari e religiosi sono stati rinvenuti assieme a strumenti per il taglio della pietra e il trasporto dei sarcofagi così come martelli di legno e cesti fatti di foglie di palma; otto gruppi di vasi canopi in calcare dipinto con iscrizioni riportano i titoli dei proprietari e il titolo del cantore del dio Thot; altri due gruppi comprendono quattro vasi canopi di alabastro appartenenti ad una coppia e infine un gruppo di stele senza alcuna iscrizione rappresentano i quattro figli di Horus.

Come fa notare il Dott. Waziri, uno dei sarcofagi di pietra apparterebbe al figlio del faraone Psammetico (XXVI dinastia e deceduto nel 610 a.C.) con il titolo di “capo del tesoro reale” e, tra gli altri titoli, anche quello di sacerdote di Oriris e Nut. Il secondo dei sarcofagi riporta una scena con la dea Nut che dispiega le sue ali a protezione del defunto di nome Horus e titolato come tesoriere reale.

Un altro sarcofago di calcare perfettamente levigato e considerato uno dei più importanti scoperti durante questa stagione di scavi è quello di un certo Djehuty luf ankh che oltre che “tesoriere reale” era anche “portatore dei sigilli del Basso Egitto” nonché “unico compagno del re”. Un quinto sarcofago riporta iscrizioni in geroglifico con le varie cariche del defunto tra le quali la più importante è quella corrispondente al titolo di “assistente”.

Infine, i ricchissimi scavi, hanno riportato alla luce, oltre a queste meraviglie, anche 19 tombe contenenti 70 sarcofagi di pietra di varia forma e dimensione.

FOTO: MoA


A Padova la mostra “L’Egitto di Belzoni. Un gigante nella terra delle piramidi”

L’esposizione "L’Egitto di Belzoni. Un gigante nella terra delle piramidi" è stata inaugurata a Padova presso il Centro Culturale Altinate San Gaetano il 25 ottobre del 2019 per l’anniversario dei 200 anni dal ritorno di Belzoni dall’Egitto, ed è incentrata maggiormente sulla sua vita, sui suoi viaggi alla scoperta di  questa antica civiltà -compiuti tra il 1815 e il 1818- e sugli scenari delle città di Padova, Londra e dell’Egitto di fine Settecento, inizio Ottocento.

Scopo principale della mostra è far conoscere, attraverso gli occhi del protagonista, le sue avventure nella terra dei faraoni e il suo vissuto, grazie a tecnologie innovative, effetti multisensoriali e multimediali, disegni dell’esploratore costituenti una sorta di graphic novel e ricostruzioni ambientali dei suoi viaggi in Egitto, che hanno contribuito alla diffusione di notizie su questo antico popolo di cui, almeno fino alla campagna napoleonica in Egitto del 1798, nulla o poco si sapeva.

Ma chi era Giovanni Battista Belzoni?

Nato a Padova nel borgo del Portello nel 1778, fu una personalità dirompente, con un grande spirito avventuriero che lo portò, a soli sedici anni, a lasciare la sua città natale per andare a Roma, città in cui studiò idraulica. Successivamente visse anche in Olanda e in Francia, e nel 1803 a Londra, dove entrò a far parte di una compagnia teatrale. Nel 1814, durante un soggiorno a Malta, venne a sapere che il pascià dell’Egitto Mohamed Alì cercava degli europei in grado di sottoporgli un’invenzione per risolvere la siccità che affliggeva il paese.

Fu così che Belzoni, grazie alle ottime conoscenze di idraulica, nel 1815 sbarcò in Egitto, progettò una macchina per l’irrigazione dei campi e la presentò al pascià. La macchina idraulica fu messa in moto, ma il progetto venne accantonato a causa del malumore che suscitò tra la popolazione, allarmata nel vedere la manodopera soppiantata dalla macchina.

Una volta giunto in Egitto, Belzoni iniziò a subire il fascino di questa antica civiltà. Dal 1816 al 1818 svolse diverse azioni in terra egizia, tra cui il trasporto, da Tebe ad Alessandria e da lì a Londra, del busto colossale del Giovane Memnone; il disseppellimento delle strutture templari ad Abu Simbel; il trasporto in Inghilterra dell’obelisco da lui rinvenuto nell’isola di File; gli scavi nel tempio di Karnak; la scoperta di diverse tombe nella Valle dei Re e del varco d’accesso alla piramide di Chefren, sulle cui mura della camera sepolcrale appose la sua firma:«Scoperta da G. Belzoni. 2.mar.1818». Alla fine del 1818 rientrò in Europa e, nello stesso anno, inviò a Padova due statue in diorite nera raffiguranti la dea leonessa Sekhmet, rinvenute durante gli scavi a Tebe e oggi presenti nella sala dedicata a Belzoni del Museo Archeologico. Ritornato a Londra nel 1820, pubblicò dei resoconti delle sue esplorazioni in Egitto e in Nubia. Nel 1823 fece il suo ultimo viaggio nell’Africa occidentale, sulle rive del fiume Niger, ma morì il 3 dicembre dello stesso anno in circostanze poco chiare, forse a causa di un avvelenamento, sicuramente a causa di una malattia tropicale. Con le sue scoperte, contribuì anche alla creazione della collezione egizia del British Museum.

Diverse novità si inseriscono nel percorso espositivo, pensato per grandi e piccoli: laboratori didattici riservati a scuole di ogni ordine e grado, la formula “I VISIT”, una visita esclusiva e un momento conviviale riservato in compagnia di un esperto che ridarà voce alla personalità di Giovanni Belzoni, le sue vicende private, le avventure, i momenti di crisi, le conquiste e la passione per l’antico Egitto (l’esperienza prevederà una degustazione di congedo che ripropone i gusti, le pietanze e la cucina dell’antico Egitto conosciuto da Belzoni), la ricostruzione in scala della grande piramide di Chefren e la possibilità di scrivere e stampare il proprio nome in geroglifico.

Sarà possibile visitare la mostra fino al 28 giugno 2020.

Foto: Courtesy of Press Office


Vathek: il gioiello orientale del gotico inglese

Dal 1759, sulla scia di Samuel Johnson, autore del romanzo "orientale" Rasselas, si assiste a un proliferare della narrativa di stampo esotico, ovviamente modellata in futuro con la sensibility e l'estetica gotica. Il romanzo vede come protagonista un principe d'Abissinia ed è ambientato in un'Africa fuori dal tempo, che ospita le avventure di questo principe etiope, alla ricerca di una risposta alla domanda "Che cosa è la felicità?" Il romanzo dagli intenti edificanti e moraleggianti è un racconto filosofico che spoglia, utilizzando la satira, la società inglese dei suoi costumi perbenisti, andando alla ricerca della nuda verità di una vita semplice.

Ben presto il gusto per l'Oriente misterioso si accentuò, perdendo le connotazioni filosofiche e satiriche per riacquistare (o scoprire) quel sense of wonder che caratterizza il volume presentato oggi. Nello stesso anno, il 1785, Horace Walpole e Clara Reeve pubblicarono rispettivamente I racconti geroglifici e La storia di Charoba, regina d'Egitto. Interessante notare come i due scrittori si interessarono all'Egitto misterioso e magico ancor prima che la stele di Rosetta venisse scoperta e tradotta (ovvero tra il 1799- 1801): un avvenimento che fece divampare gli interessi anglo-francesi e accese una "corsa all'oro" per la terra delle piramidi.

Vathek William Beckford
La copertina del Vathek di William Beckford nell'edizione della collana SKIRA GOTICA, con traduzione di Aldo Camerino e Ruggero Savinio

I due autori, popolari per i già citati romanzi gotici, sviluppano un profondo interesse per l'Oriente esoterico, soprattutto Walpole (che probabilmente lesse il trattato ermetico di Orapollo sui geroglifici). L'Egitto è una terra tanto conosciuta quanto ricca di misteri, culla di una civiltà millenaria che conobbe il dominio persiano, macedone, romano e poi arabo. Il fascino primordiale e primitivo risvegliò una sensazione indefinibile, ma naturalmente congenita nell'essere umano: Walpole la chiamerà wildness. Le terre egiziane evocano la ferocia, un incontrollabile istinto animale e allo stesso tempo la genuinità che seduce l'uomo occidentale, fin troppo inglobato in una prigione burocratica e illuminata. Forse in Oriente c'è una luce diversa, un bagliore che mette in risalto le ombre di antichi dei e segreti sepolti dalle sabbie.

Non sorprende come gli stessi autori che per primi scrissero romanzi gotici ricercassero in Oriente la trasgressione, il sublime e la rottura con il reale che già avevano descritto nel Castello di Otranto e nel Vecchio Barone inglese. L'Oriente ha un'immensa tradizione narrativa, orale e non legata implicitamente al corpus delle Mille e una Notte, che libera la fantasia e l'immaginazione degli scrittori inglesi. Il gotico e l'Oriente non sono mai stati così vicini, perché entrambi sono i palcoscenici dove si esibiscono i protagonisti del soprannaturale. E all'unisono con lo spirito romantico c'è l'attacco al mondo neoclassico di Horace Walpole: «Leggi Sindbad e troverai Enea mortalmente noioso».

William Thomas Beckford in un dipinto di Sir Joshua Reynolds, olio su tela (1782) alla National Portrait Gallery (NPG 5340). Immagine in pubblico dominio

Ci pensò definitivamente William Beckford ad unire il genere gotico al racconto orientale. Infatti, tra il 1785 e il 1786, ispirato probabilmente dalle letture di Walpole e Reeve, scriverà il Vathek, una delle opere più singolari della letteratura inglese. Istrionica figura, del tutto simile al Trimalcione di Petronio, Beckford coltivò fin da giovanissimo l'amore per l'Oriente, leggendo Le Mille e una notte e dipingendo scene esotiche. I familiari, disperati dagli atteggiamenti del proprio pupillo, che si mostrava assetato di avventura e estremamente curioso, pregarono i tutori del ragazzo di proibire la lettura delle novelle arabe. Il "danno" ormai era fatto e tutte le scene erotiche, selvagge e meravigliose delle storie di Sindbad o dei Jinn e dei ghul erano annidate dentro il suo animo. La carriera politica a cui era predestinato non sarebbe mai sopraggiunta.

Beckford stesso ci racconta che scrisse il Vathek in tre giorni e due notti, ispirato dalle feste in maschera che lui organizzava a Fonthill House. Le famosissime feste a casa Beckford hanno sicuramente lasciato il segno. Aiutato da scenografi, esperti di luci e effetti speciali, trasformò la vetusta residenza familiare in un complesso sfarzoso orientale, ispirato alla complessità labirintica delle Mille e una notte. In seguito rase al suolo Fonthill House per ricostruirci sopra Fonthill Abbey, un edificio ispirato all'arte gotica con pittoreschi inserti orientali. Infatti fu soprannominato il "Califfo di Fonthill".

Esiliato dall'Inghilterra per anni - con le accuse di sodomia, incesto e depravazione - Beckford scrisse numerosi resoconti di viaggio e altre opere singolari, ma che furono sempre oscurate dal successo di Vathek. Il protagonista eponimo del romanzo è un principe abbaside, cresciuto tra le braccia della perfida madre, la strega Carathis.

Vathek William Thomas Beckford
Incisione di Isaac Taylor, sulla base di un disegno di Isaac Taylor junior, dalla terza edizione del Vathek di William Thomas Beckford, Londra (1816)

Di seguito, la trama con la conclusione del romanzo e alcune considerazioni finali.

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