L’identitikit di animali estinti a portata di click

L’identitikit di animali estinti a portata di click
Dal laboratorio di paleontologia della Sapienza nasce il portale PaleoFactory
 1024px-Woolly_mammoth
Il laboratorio di paleontologia di Scienze della Terra della Sapienza ha da oggi una nuova vetrina che si chiama PaleoFactory. Da questo portale infatti è possibile monitorare le attività del laboratorio e avere informazioni sulle ricerche in atto. L’immagine scelta dai curatori è quella di una tigre dai denti a sciabola, il predatore preistorico del quale il laboratorio conserva un intero cranio perfettamente intatto.
Il laboratorio PaleoFactory, diretto da Raffaele Sardella, del dipartimento di Scienze della Terra, ha come obiettivo lo studio degli organismi del passato e la loro evoluzione attraverso metodi all’avanguardia. Il team di ricerca si occupa dell’analisi di reperti fossili grazie all’utilizzo di tecnologie moderne quali la computer graphic e la TAC, accanto ai metodi di indagine più tradizionali. Il gruppo di paleontologi della Sapienza, il cui lavoro si caratterizza per un’ampia multidisciplinarietà, sta già portando avanti e sviluppando alcuni progetti attivi da qualche anno presso l’Università in diversi ambiti, dagli studi scientifici tout court, fino divulgazione e alla didattica.
Una delle ricerche più recenti del team, che ha suscitato grande interesse scientifico, è stata quella relativa a un fossile straordinario. Si tratta del calco naturale di un grifone preistorico, che si è conservato per millenni all'interno di una roccia vulcanica, il Peperino Albano, nella zona degli attuali Castelli Romani. La roccia stata prodotta dall'attività di un grande vulcano, che nella parte finale del Pleistocene (circa 30 mila anni fa) era ancora attivo nella zona. La scoperta di questo grifone preistorico, avvenuta alla fine dell'Ottocento, è dovuta allo studioso italiano Romolo Meli, che raccolse dei blocchi di roccia contenenti evidenti tracce delle penne di un grande rapace. L'attenta analisi delle cavità presenti nelle rocce ritrovate permisero allo scienziato di classificare il fossile come appartenente alla specie del grande avvoltoio grifone (Gbps fulvus). Eccezionalmente, varie parti del corpo dell’animale, come la testa o le zampe, oltre a molte penne delle ali, avevano lasciato delle cavità nella pietra, che ne permisero la ricostruzione.
Ma se fino all'inizio del XXI secolo l'unico metodo per avere informazioni sull'aspetto di questo antichissimo rapace era l’osservazione diretta, negli ultimi anni l'applicazione combinata delle TAC effettuate sui blocchi e delle più moderne tecniche di elaborazione delle immagini al computer, ha permesso al team di PaleoFactory di ricostruire nel dettaglio e senza danneggiare i delicati reperti il suo aspetto originale. Il quadro derivante da questi nuovi studi confermava le indicazioni generalmente conosciute per questo fossile, ma consentiva anche di approfondire alcuni suoi aspetti, come ad esempio la vera causa della sua morte. Il grifone venne ucciso da uno shock termico dovuto all'emissione di materiale vulcanico, ma questo avvenne a temperature tali da non bruciare completamente il suo corpo, che lasciò quindi nella roccia un calco naturale. I risultati di questo nuovo approccio metodologico allo studio del fossile di Peperino sono stati pubblicati da Bellucci, Iurino, Schreve e Sardella nel 2014 sulla rivista internazionale Quaternary Scence Review. Le ricerche riguardanti il grifone proseguono ancora oggi e potranno rivelare ancora molto sugli ultimi momenti della vita del grande rapace e sull'ambiente naturale in cui viveva 30 mila anni fa.
Oltre a promuovere al pubblico studi e scoperte, la nuova pagina web di PaleoFactory si propone di diventare una sorta di vetrina per le attività e per le persone coinvolte nel gruppo di ricerca, come tesisti, dottorandi e collaboratori, e di essere un importante strumento di dialogo con studenti, insegnanti, ricercatori, appassionati. Attraverso il portale è possibile consultare catalogazione di collezioni di fossili, e richiedere l’utilizzo di servizi quali le ricostruzioni virtuali di ambienti e organismi del passato, la preparazione, la stampa in 3D e la ricostruzione fisica dei reperti, gli scavi paleontologici e le ricognizioni sul campo.
Testo dall’Ufficio Stampa e Comunicazione Università La Sapienza di Roma.
Mammut lanoso, modello dal Royal BC Museum, a Victoria (Canada), foto di Flying Puffinda WikipediaCC BY-SA 2.0, caricata da FunkMonk.
 


L'estinzione di un minuscolo cervo sull'isola Pedro González

3 Marzo 2016

Ossa di cervo nano con segni di macellazione. Gli Archeologi sull'isola Pedro González nella Baia di Panama erano sorpresi di trovare ossa di cervo nano in un cumulo di rifiuti di 6.000 anni fa, prodotto dai residenti che apparentemente causarono l'estinzione dell'animale. Credit: Smithsonian Tropical Research Institute (STRI)
Ossa di cervo nano con segni di macellazione. Gli Archeologi sull'isola Pedro González nella Baia di Panama erano sorpresi di trovare ossa di cervo nano in un cumulo di rifiuti di 6.000 anni fa, prodotto dai residenti che apparentemente causarono l'estinzione dell'animale. Credit: Smithsonian Tropical Research Institute (STRI)

Lo scioglimento dei ghiacciai alla fine dell'Ultima Era Glaciale, 8.500 anni fa, determinò un aumento del livello dei mari che separò l’arcipelago de Las Perlas (Pearl Islands in Inglese) a Panama dal resto del continente.
Attorno a 6.200 anni fa, coloni arrivarono quindi sull’isola Pedro González, rimanendovi per circa 8 secoli. In questa piccola isola, che ha un'estensione di 14 ettari, si nutrivano di mais, radici, pesce e crostacei e molluschi, raccoglievano i frutti della palma. Cacciavano pure opossum, aguti, iguana, grandi serpenti e cervi.
Il ritrovamento di piccole ossa di cervo, nel 2008, fece pensare gli studiosi che si era di fronte a una popolazione che aveva subito un processo di nanismo, a causa dell'isolamento. L'animale doveva pesare circa 10 kg (più o meno quanto un beagle). Apparterrebbe al gruppo di cervi del quale fanno parte il cervo dalla coda bianca (Odocoileus virginianus) e il mazama grigio (Mazama gouazoubira), e non a quello del mazama rosso del Centroamerica (Mazama temama) che si trova a Panama. Solo studi sul DNA potranno però confermare il clade dell'animale.
Oltre 2.200 frammenti ossei (relativi a 22 animali) furono ritrovati in un cumulo di rifiuti presso la costa. Le ossa del cervo mostravano i segni della macellazione, o quelli dei denti umani. Altri erano bruciati, o rotti per arrivare al midollo. Le corna e le ossa più lunghe erano spesso utilizzate per farne strumenti e ornamenti. La caccia doveva essere indiscriminata, colpendo sia gli adulti che gli animali immaturi. Negli strati più recenti del cumulo non si trovano adulti più vecchi: l'aspettativa di vita doveva essersi considerevolmente abbassata.
Non si sono ritrovate ossa di questo cervo negli strati archeologici successivi, relativi alle popolazioni che vissero qui 2.300 anni dopo. Evidentemente l'animale doveva essere allora già estinto. La storia di questo minuscolo cervo illustra quanto possano essere vulnerabili le specie isolane.
Leggere di più


Australia: gli umani dietro l'estinzione del Genyornis newtoni

1 Febbraio 2016

Una illustrazione di un grande uccello incapace di volare, noto come Genyornis newtoni, mentre viene sorpreso nel suo nido da una lucertola predatrice da 1 tonnellata (Megalania prisca) in Australia, grosso modo 50.000 anni fa. Credit: Illustrazione di Peter Trusler, Monash University.
Una illustrazione di un grande uccello incapace di volare, noto come Genyornis newtoni, mentre viene sorpreso nel suo nido da una lucertola predatrice da 1 tonnellata (Megalania prisca) in Australia, grosso modo 50.000 anni fa. Credit: Illustrazione di Peter Trusler, Monash University.

Gli umani in Australia avrebbero giocato un ruolo importante nell'estinzione del Genyornis newtoni, un uccello da 2 metri e 225 kg circa e incapace di volare, che abitava nell'Australia di 50 mila anni fa.
Gli umani avrebbero raccolto e cotto le uova dell'uccello, riducendone le possibilità di successo riproduttivo: le prove vengono da segni di bruciatura sui gusci, provenienti da 200 siti nel continente. Questa la si può considerare come la prima prova che gli umani cacciassero qui animali della megafauna ora estinta.
Lo studio ha preso in esame resti non bruciati di gusci da più di duemila località australiane, principalmente da dune di sabbia dove gli uccelli nidificavano. Nessuno era più recente di 45 mila anni fa. I frammenti bruciati, secondo una vasta gamma di temperature, sono stati invece datati tra 54 mila e 44 mila anni fa.  Nessuno era più recente di 47 mila anni fa.
Gli studiosi ritengono che non si possa trattare di bruciature determinate da incendi boschivi, ma da attività umana. Un'altra prova in tal senso è data dal ritrovamento di gusci bruciati degli emu (che ancora oggi vivono in Australia), tra le dune sabbiose, con pattern simili a quelli ritrovati per le uova del Genyornis newtoni. Le uova di emu cominciano a comparire attorno a 50 mila anni fa.
Il tema della scomparsa della megafauna in Australia è dibattuto, tra coloro che considerano cruciale il cambiamento climatico avvenuto tra 60 e 40 mila anni fa, mentre altri ritengono che questo non possa essere la sola causa determinante. L'arrivo degli umani in Australia sarebbe altresì da collocarsi prima di 47 mila anni fa, pur mancando prove definitive sulla finestra temporale nella quale collocarlo.
Leggere di più


Gli animali selvatici dell'Africa di mille anni fa

27 Novembre 2015
Africa_satellite_orthographic
Un nuovo studio ha spostato le lancette dell'orologio di mille anni per ricostruire le popolazioni di animali selvatici africani di allora.
Ci si sta rendendo conto, tra l'altro, che non è possibile studiare gli ecosistemi senza includere anche gli animali, ma in molti casi questo diviene difficile, per l'estinzione della fauna selvatica.
Proprio in Africa il problema è assai meno rilevante: il continente si presta perciò ad analisi di questo tipo. Lo studio ha preso in considerazione soprattutto i grandi mammiferi erbivori, partendo dai censimenti ed esaminando come la pioggia, la fertilità del terreno e la vegetazione influiscono sull'abbondanza delle diverse specie. È stato così possibile prevedere il numero degli animali nei luoghi, sulla base delle mutazioni intervenute. Ovviamente ci sono molte altre possibilità percorribili con le nuove informazioni.

Leggere di più


Preistoria: habitat interconnessi ed estinzioni della megafauna

2 Novembre 2015
1024px-Woolly_mammoth
Un nuovo studio ha preso ancora in esame le relazioni tra mammuth lanosi e altri animali della megafauna, con l'ambiente e i cambiamenti climatici di millenni addietro. La ricerca ha preso in esame resti fossili per gli ultimi 40 mila anni, nel North Slope dell'Alaska. Lì la presenza umana non sarebbe stata molto rilevante, per cui non li si può considerare la causa delle estinzioni.
Questi animali riuscirono a reggere a lungo cicli di boom e declino demografico, determinati dall'intervallarsi di brevi periodi di clima caldo, fino al momento dell'aumento del livello dei mari.
Per gli autori dello studio, comprendere l'estinzione delle specie nel passato è importante per poterle prevenire oggi: gli animali mantennero la loro resilienza fino a quando i loro habitat rimasero interconnessi. Con il salire del livello dei mari, questo venne meno. Una lezione da tener presente anche oggi.
Leggere di più


L'uro e la complessa discendenza dei bovini

25 Ottobre 2015
Ur-painting
L'Uro (Bos taurus primigenius) è un antico e grande bovino, che abitava l'Eurasia e il Nord Africa (attorno agli 11 mila anni fa). La sua popolazione già declinava in antichità: l'animale si estinse poi nel diciassettesimo secolo. È l'antenato dei moderni bovini: dalla domesticazione degli uri sorsero due gruppi, il Bos taurus e il Bos indicus.
Il sequenziamento del genoma negli antichi uri selvatici ha ora dimostrato un'origine più complessa dei moderni bovini. Era già noto che i moderni Bos taurus europei derivassero dalle popolazioni di uri dell'Asia occidentale. Ora si sono scoperte prove dell'accoppiamento dei primi bovini addomesticati con gli uri selvatici in Britannia e Irlanda, in misura maggiore rispetto agli altri esemplari europei. Potrebbe perciò essere avvenuto che gli allevatori dell'area abbiano incrementato le loro mandrie grazie agli uri.
La ricerca ha preso in esame i genomi di 81 Bos taurus e Bos indicus addomesticati, oltre alle informazioni derivanti da oltre 1200 moderne vacche.
Leggere di più


Estinzioni nella megafauna con l'arrivo degli umani in America

26 Ottobre 2015
1024px-Woolly_mammoth
L'arrivo della colonizzazione umana nell'Emisfero Occidentale coincise con l'estinzione di dozzine di generi di specie della megafauna del Pleistocene.
Una nuova ricerca ha seguito l'ipotesi in uno studio di Paul Martin del 1973 (overkill hypothesis), e cioè che l'arrivo e la diffusione dei coloni umani nel Nuovo Mondo potesse essere datato considerando l'impatto ecologico sulle specie della megafauna che si estinguevano. Si sono prese perciò in considerazione le registrazioni relative alle datazioni al radiocarbonio delle specie estinte, per la Beringia Orientale, gli Stati Uniti e l'America Meridionale.
Sulla base dei distanziamenti e dei tempi, le estinzioni cominciarono approssimativamente in Beringia tra 13.300 e 15.000 anni prima del tempo presente, negli Stati Uniti tra 12.900 e 13.200 anni prima del tempo presente, e nell'America Meridionale tra 12.600 e 13.900 anni prima del tempo presente. Queste conclusioni sono difficilmente conciliabili con altre spiegazioni per le estinzioni.
Leggere di più


Effetti del cambiamento climatico e delle attività umane sulla fauna delle Bahamas

15 Settembre - 19 Ottobre 2015
Districts_of_Abaco_Bahamas
I moderni umani ebbero sulla fauna dei Caraibi un impatto persino maggiore di quello del cambiamento climatico. Queste le conclusioni di un recente studio che ha preso in esame gli oltre cinquemila fossili di 95 specie, ritrovati presso Sawmill Sink sull'isola Grande Abaco delle Bahamas.
Il clima più caldo e umido, con crescenti livelli del mare, produsse la scomparsa di diciassette specie di volatili, tra 15 mila e 9 mila anni fa. Un effetto persino più devastante è stato prodotto però negli ultimi mille anni di attività umane, che hanno portato all'estinzione di 22 tra rettili, uccelli e mammiferi. E si ritiene che per il futuro questi costituiscano un pericolo maggiore che il cambiamento climatico.
Leggere di più


Australia: estinzioni di animali in connessione con l'arrivo degli umani

21 Ottobre 2015
800px-Thylacoleo_skeleton_in_Naracoorte_Caves
Secondo quanto emerso dagli incontri della Society of Vertebrate Paleontology a Dallas (in Texas), 14 mila anni dopo l'arrivo degli umani in Australia si sarebbero verificate estinzioni di grandi mammiferi, uccelli e rettili, e perciò in probabile connessione con la caccia.
Le discussioni sulle cause delle estinzioni di animali sono oggetto di dibattito: questo ultimo contributo tenta di gettare luce sul problema grazie a datazioni più precise. Le estinzioni si collocherebbero tra i 27 e i 40 mila anni fa, mentre l'arrivo degli umani tra i 50 e i 61 mila anni fa.
Link: Society of Vertebrate Paleontology
Scheletro di leone marsupiale (Thylacoleo carnifex) nella Victoria Fossil Cave, Naracoorte Caves National Park, nell'Australia meridionale, foto di Karorada WikipediaPubblico Dominio, caricata da BetacommandBot.
 


Caccia, svezzamento ed estinzione dei mammuth siberiani

15 - 21 Ottobre 2015
1024px-Woolly_mammoth
Indizi chimici ricavati dall'analisi di 15 zanne di giovani mammuth lanosi siberiani dimostrerebbero uno spostamento di tre anni nell'età dello svezzamento, per un arco di tempo di 30 mila anni. Il fenomeno spinge perciò gli studiosi che hanno effettuato questa scoperta a  ritenere che sia stata la caccia, e non il cambiamento climatico, ad essere la principale causa di estinzione dell'animale. I mammuth lanosi sparirono da Siberia e America del Nord attorno a diecimila anni fa.
Uno stress nutrizionale dovuto al cambiamento climatico sarebbe infatti normalmente associato a uno svezzamento ritardato, mentre la pressione dovuta alla caccia determinerebbe una maturazione accelerata negli animali.
La scoperta si colloca nell'ambito della discussione sulle estinzioni relative alla megafauna nel Tardo Pleistocene, con il cambiamento climatico e l’impatto umano ad essere i fattori più spesso citati, anche in concorrenza. In particolare, è il caso dei mammuth, estinti alla fine dell’Era Glaciale.

Link: University of Michigan News; Society of Vertebrate PaleontologyDaily Mail; The Examiner
Mammut lanoso, modello dal Royal BC Museum, a Victoria (Canada), foto di Flying Puffinda WikipediaCC BY-SA 2.0, caricata da FunkMonk.