Tucidide e il carattere conservativo della scrittura

Tucidide e il carattere conservativo della scrittura

Raymond Weil, uno studioso francese esperto di Tucidide, in un saggio che è molto importante ancora adesso (nonostante gli anni trascorsi), notava che questo fondamentale storico ateniese, nel corso delle Storie altrimenti dette La Guerra del Peloponneso, dopo una serie di dialoghi iniziali presenti nei primi libri, preferisse passare alle lettere e ai trattati, ai documenti in forma scritta, cui aveva accesso. E, con questo gesto, con questo cambio di rotta, offriva prove tangibili delle vicende di cui stava trattando, conferendo alla narrazione una validità storica che Erodoto, suo predecessore, non era riuscito a garantire.

Tucidide scrittura oralità La Guerra del Peloponneso
Scrittura e oralità in Tucidide. Calco del suo busto, conservato presso la galleria Zurab Tsereteli di Mosca (parte dell’Accademia russa di belle arti), originariamente conservata nel Museo Pushkin. A partire da una copia romana del I secolo d. C., conservata presso Holkham Hall a Norfolk, da originale greco del IV secolo a. C. Foto di ShakkoCC BY-SA 3.0

La ragione di questa decisione di Tucidide risiede proprio nell’importanza che si inizia a dare alla scrittura, in un secolo ancora in gran parte orale, in cui si iniziava a comprendere le grandi opportunità e vantaggi del carattere permanente e conservativo della forma scritta. Tucidide ha il merito di averne compreso pienamente il senso, nonché la natura vantaggiosa, molto prima dei suoi predecessori. Coesistendo oralità e scrittura in questa fase detta ‘aurale’, ad avere assai più peso è ciò che rimane cristallizzato nel tempo e occorreva, nella narrazione delle Guerre Persiane, anche offrire testimonianze scritte, perché nessuno poi rimproverasse lo storico di falsità.

A Tucidide interessa la verità. Non desidera abbellirla o ritoccarla. Non vuole amplificarne il lato favolistico. Le velleità letterarie le lasciava ai poeti o ai drammaturgi. E il genere storico, così, è nato. Non che Erodoto non conducesse un’indagine o una ricerca, che sono i due termini con cui potremmo tradurre dal greco historía, ma la sua era ancora un’opera embrionale, destinata a letture pubbliche e quindi ad un pubblico di ascoltatori, un pubblico da intrattenere con digressioni favolistiche. Tucidide, invece, scrive per dei lettori. Il suo è un libro, e quindi è pensato per la lettura soggettiva e solipsistica, non per la declamazione. Lo storico ateniese si fa, quindi, simbolo di un cambiamento, di una fase preziosissima di transazione.

Tucidide e il carattere conservativo della scrittura: Siracusa. Immagine Flickr da pag. 448 del libro Eight bookes of the Peloponnesian Warre (1634) di Tucidide, Thomas Hobbes, London : Imprinted for Richard Mynne, Contributing Library: Pratt - University of Toronto, Digitizing Sponsor: Andrew W. Mellon Foundation, in pubblico dominio

E precisamente vi è un episodio, narrato dallo stesso Tucidide nel libro VII, che potrebbe essere letto in termini anche simbolici. In cui Nicia, il comandante ateniese, per domandare aiuto alla madrepatria mentre a Siracusa si sta andando incontro alla disfatta, non manda un messaggero, ma una lettera. O, meglio, non manda un uomo a parlare, ma lascia che sia una lettera scritta a farlo per lui. Il messaggero era un caposaldo, un’icona della tradizione orale, il portatore di verità per eccellenza. Eppure, Nicia preferisce affidarsi alla forma scritta, perché la ritiene certamente più sicura (il messaggero poteva pur dimenticarsi qualche passaggio, dopo tutti quei chilometri di corsa a piedi e a cavallo), ma anche più efficace.

Scrittura e oralità nella Guerra del Peloponneso di Tucidide. Busto di Nicia, da p. 105 del libro di William Jennings Bryan e Francis Whiting Halsey, The World's Famous Orations, Vol. 1 (1906), immagine in pubblico dominio

Faceva certamente più scena che il messaggero leggesse la lettera scritta da Nicia in persona e avrebbe persuaso l’intellighenzia ateniese a soccorrere i compaesani nel miglior tempo possibile. Nicia, però, così facendo, aveva dubitato del messaggero e, quindi, criticato l’intera tradizione orale su cui ben si poggiava una tradizione millenaria. Nicia non poteva essere permesso che, in un momento così delicato, qualche messaggero peccasse di superficialità o di disattenzione e mancasse di dipingere la situazione disastrosa in cui versava l’esercito greco. Solo una lettera, quindi, avrebbe potuto salvare lui e l’esercito.

Ecco il passaggio fondamentale viene così raccontato dallo storico ateniese, qui riportato nella traduzione di Claudio Moreschini (VII, 8):

«Nicia, accortosi di ciò e visto che di giorno in giorno crescevano le forze dei nemici e le sue difficoltà, sebbene anche altre volte avesse riferito agli Ateniesi punto per punto ciascun avvenimento, più che mai allora si affrettò a mandare un messaggio, pensando di trovarsi in una brutta situazione e dicendo che avrebbero perso ogni possibilità di scampo se non li avessero richiamati al più presto o se non avessero inviato loro un altro contingente numeroso. Ma, temendo che gli inviati o per incapacità di parlare o per dimenticanza o per dire cose che avrebbero fatto piacere alla folla, non avrebbero riferito il vero, scrisse una lettera, convinto che soprattutto in questo modo gli Ateniesi avrebbero conosciuto il suo pensiero non oscurato dalle parole del messo e avrebbero preso una decisione su una realtà effettiva. E gli inviati partirono portando una lettera che Nicia aveva inviato e informati di quanto dovevano dire, mentre questi prendeva cura dell’accampamento più mediante un’assidua sorveglianza che mediante l’affrontare volontariamente pericoli».

 

Il primo libro delle Storie tucididee conteneva certo molti dialoghi, ma iniziavano ad esserci anche delle lettere. Un dato parecchio importante, perché Temistocle e Serse parlavano attraverso queste lettere, mantenendo segreto l’argomento di conversazione. La lettera è infatti, per sua natura, riservata e sfugge facilmente ad occhi fin troppo curiosi o al chiacchiericcio di qualche messaggero.

Eppure, sono anche un efficacie metodo persuasivo, un modo per «esercitare anche sui regali interlocutori persiani una efficace opera di convinzione» scrive Oddone Longo in un libro particolarmente brillante: Tecniche della comunicazione nella Grecia Antica. Sono rapporti epistolari anche quelli che si sviluppano nel resto delle Storie, ad indicare come le relazioni tra i potenti stessero mutando e, insieme a loro, la concezione della scrittura. Ad essere decretato era il fondamentale passaggio dalla parola aleatoria a quella permanente.

 

Riferimenti bibliografici:

Daverio Rocchi G., Il mondo dei Greci. Profilo di storia, civiltà e costume, Pearson, Milano 2008;

Gentili B., Cerri G., Le Teorie del Discorso Storico nel pensiero greco e la Storiografia Romana arcaica, Edizioni dell’Ateneo, Roma 1975;

Longo O., Scrivere in Tucidide: comunicazione e ideologia, in Studi in onore di Anthos Ardizzoni, a cura di E. Livrea e G.A. Privitera, Edizioni dell’Ateneo, Roma 1978, pp.517-554;

Longo O., Tecniche della comunicazione nella Grecia Antica, Liguori Editore, Napoli 1981;

Moreschini C., Ferrari F., Daverio Rocchi G., Erodoto, Storie. Tucidide, La Guerra del Peloponneso, Bur, Milano 2008.

Weil R., Lire dans Thucydide, in Le monde Grec, pensée, littérature, histoire, documents, Hommages à Claire Préaux, édités par J. Bingen, G. Cambier, G. Nachtergael, Bruxelles, pp.162-168.

 


Cappuccetto Rosso Fratelli Grimm

I tanti quesiti legati alla fiaba di Cappuccetto Rosso dei Fratelli Grimm

I tanti quesiti della fiaba di Cappuccetto Rosso dei Fratelli Grimm

Cappuccetto Rosso Fratelli Grimm
Cappuccetto Rosso oltre Perrault e i fratelli Grimm: Little Red Riding Hood, cromolitografia, Popular Graphic Arts. Copyrighted 1873; Kate Gray, 72 ; James F. Queen, CR.; nome associato sulla scheda del catalogo degli scaffali: Hoover, Joseph. Immagine dalla Biblioteca del Congresso divisione stampe e fotografie, ID digitale pga.07129, in pubblico dominio

Innanzitutto, una premessa: nel linguaggio comune, la fiaba e la favola vengono spesso usate come sinonimi, ma a conti fatti si tratta di due tipi di narrazione molto diversi tra di loro. La favola è un racconto breve, in cui solitamente i protagonisti sono degli animali, che rappresentano i vizi degli uomini. Presenta una morale, in insegnamento, che viene esplicato nel finale e che ha molta più importanza della storia in sé. La fiaba, invece, è un racconto lungo e intricato, fatto di elementi magici e surreali, che cambiano a seconda del popolo cui appartengono. Dato che sono fatte per la forma orale, subiscono delle variazioni nel corso dei secoli. Le fiabe che conosciamo sono il risultato sincretico di molte varianti.

Cappuccetto Rosso oltre Perrault e i fratelli Grimm: La finta nonna, versione italiana della fiaba conservata da Italo Calvino nelle Fiabe italiane. Italo Calvino, foto di Johan Brun, fotografo affiliato alla rivista norvegese Dagbladet Oslo Museum/Digitalt Museum, CC BY-SA 4.0

Un chiaro esempio lo abbiamo con Italo Calvino, perché con le sue Fiabe italiane, tentò di recuperare quell’antico retaggio popolare e di salvarne la memoria attraverso la forma scritta. In questo tentativo di salvaguardia, è venuto inevitabilmente meno il carattere cangiante della fiaba, in grado di arricchirsi di elementi sempre diversi, grazie alla fantasia di chi raccontava e del suo pubblico. Eppure, non è detto che l’immutabile forma scritta non riservi delle sorprese per il lettore. Infatti, diversamente dalla tradizione orale, è possibile studiare e analizzare le ragioni che portano un dato scrittore a fare delle variazioni da un’edizione all’altra e finanche cosa lo spinga a prendere una fiaba riportata da terzi e cambiarla per i propri scopi. Un caso davvero interessante in tal senso è certamente quello di Cappuccetto Rosso.

La fiaba di Cappuccetto Rosso fu un'eccezione per i fratelli Grimm, Jacob Ludwig e Wilhelm Karl. Dagherrotipo di Hermann Biow (1847), fonte: http://www.zeno.org - Contumax GmbH & Co. KG,  immagine numero ID 2000185366X, in pubblico dominio

Durante il Romanticismo tedesco, il tema del riscatto sociale ha un ruolo fondamentale e si estende in ogni forma di narrativa. Certo, è strano parlare in questi termini della fiaba, specie perché la si associa ad un’età dove non si riflette sui significati sottesi di quelle parole che ascoltiamo con tutta l’attenzione possibile. Eppure, una fiaba apparentemente innocua, come quella di Cappuccetto Rosso, può avere tanti significati e una serie di misteri ancora oggi non del tutto svelati. Quel misterioso sottinteso che pare essere ancora oggi motivo di meraviglia e ricerca. Una delle domande che gli studiosi e gli addetti ai lavori si fanno è come mai questa fiaba di origine francese sia in una raccolta di fiabe tedesche. Specie perché altre fiabe sempre di origine francese, come Barbablù e Il gatto con gli stivali, nella seconda edizione della celebre raccolta dei fratelli Grimm sono state del tutto rimosse, proprio in virtù della loro estraneità alla tradizione tedesca. E allora perché per Cappuccetto Rosso è stata fatta un’eccezione? Che cose cela in sé, questa fiaba all’apparenza innocua?

Le Petit Chaperon rouge, illustrazione di Gustave Doré dal libro Gänsemütterchens Märchen di Charles Perrault, tradotte da Hans Krause, copyright 1921 by O. C. Recht Verlag / München. Immagine in pubblico dominio

Innanzitutto, si tratta di una fiaba di Charles Perrault, nota con il nome di Le Petit Chaperon rouge, e aveva delle importanti differenze con la versione dei Grimm. La fiaba nasceva per ammonire i bambini dai pericoli del bosco, simbolo anche della città, e degli estranei, che spesso sfruttano la loro ingenuità per fare loro del male. La fiaba non era certamente diretta solo ai bambini, ma anche e soprattutto alle giovani donne aristocratiche e in età a marito. Perché fossero più accorte e seguissero le indicazioni dei genitori, senza scapparsene con qualche ‘lupo’, di condizione inferiore, di certo interessato a privare la donna dei propri averi o, peggio, ad ucciderla. La fiaba, all’epoca, si prestava a queste interpretazioni. Oggi potremmo identificare questo cappuccio rosso con le prime mestruazioni, simbolo del passaggio dall’età giovanile a quella adulta. Il lupo è da molti considerato un pedofilo, pronto a divorare la sua giovane e ingenua vittima. Si tratta (è bene rimarcarlo) di una versione moderna, che difficilmente può coincidere col significato originario.

Le Petit Chaperon rouge, illustrazione di Gustave Doré dal libro Gänsemütterchens Märchen di Charles Perrault, tradotte da Hans Krause, copyright 1921 by O. C. Recht Verlag / München. Immagine in pubblico dominio

Nella versione di Perrault, però, il finale è ben diverso da quello che conosciamo, e cioè quello dei fratelli Grimm, perché il lupo riesce a divorare bimba e nonna, e a farla franca. Doveva spaventare i bambini, spingendoli ad obbedire ai genitori, eppure perché i Grimm decidono di cambiarla?

Le Petit Chaperon rouge, illustrazione di Gustave Doré dal libro Gänsemütterchens Märchen di Charles Perrault, tradotte da Hans Krause, copyright 1921 by O. C. Recht Verlag / München. Immagine in pubblico dominio

Perché, evidentemente, è molto più di ciò che sembra. Nella fiaba dei Grimm, interviene il cacciatore che sventra il lupo e libera nonna e nipote, finale simile a quello de Il lupo e i sette caprettini. Allo stesso modo, la mamma, in questa storia, sventra il lupo addormentato e salva i suoi piccoli. Al di là della sua origine francese, la fiaba ha un chiaro messaggio politico e patriottico, che l’ha resa del tutto ‘tedesca’ nell’immaginario. Infatti, i fratelli, sensibili patrioti, erano parecchio legati alla loro terra natale, l’Assia-Kassel, ed erano particolarmente scontenti per la sparizione del langraviato, dal 1807 al 1813 parte del regno di Westfalia di Gerolamo Bonaparte, e lieti del ritorno del vecchio Elettore, nonché della restaurazione del langraviato. Perciò, vedevano in Napoleone, e perciò nella Francia, il peggiore dei nemici. Il lupo, quindi, che assale la fanciulla non può che essere il tiranno francese. E quale modo migliore per farla pagare ai conquistatori francesi, se non prendendo una fiaba popolare e germanizzarla, cambiandone il finale per ricordare la sconfitta francese? Eppure, non finisce qui, perché la fiaba è piena di elementi antifrancesi, nonché antilluministici.

Innanzitutto, vi è una forte contrapposizione tra strada e sentiero, bosco e città, perfino natura/scuola. Cappuccetto Rosso, difatti, viene avvicinata dal lupo con queste parole: «Cammini come se stessi andando a scuola», dritta e ignorando le bellezze della natura, su cui inevitabilmente cade l’occhio della bambina. La natura non è simbolo della nazione tedesca e del Romanticismo tedesco (com’è stato ritenuto inizialmente), ben più attraente della missione della bambina, cioè giungere a casa della nonna. I fiori e il canto degli uccelli non sono il simbolo di questa candida Germania, ma del dominio straniero, che allontana l’innocente e ingenua bambina dal suo dovere. La scuola stessa, così come la nonna in quanto l’obiettivo della giovinetta, rappresenta l’ordine tradizionale, che viene ripristinato al termine della storia, con l’uccisione del lupo, l’invasore per antonomasia. Il cacciatore è, quindi, simbolo di vendetta e ribellione, un incitamento all’azione contro il nemico straniero e conquistatore. Cappuccetto Rosso e la nonna vive sono, per l’appunto, la Germania finalmente libera, dopo un lungo periodo di sofferta schiavitù. Il cacciatore, inoltre, deriverebbe dall’opera teatrale di Ludwig Tieck, chiamata Vita e morte di Cappuccetto Rosso (1800). In questa pièce, il cacciatore veniva accolto quale salvatore e liberatore.

Ludwig Tieck in un francobollo da 40 pfennig del 25 Maggio 1973, Bundesdruckerei Berlin, Ländercode-MiNr: 452. Immagine in pubblico dominio

Tuttavia, vi è un’altra possibile chiave di lettura. Se prendiamo in considerazione l’opera teatrale, allora il lupo diverrebbe il simbolo della ferocia della rivoluzione, del disordine, del caos che la rivoluzione porterebbe nel regno tedesco, ove vige l’ordine autoritario tradizionale. Lo stesso cacciatore è servo di quest’ordine, un mandante del principe tedesco che riporterebbe l’ordine. E Cappuccetto Rosso sarebbe un simbolo rivoluzionario lei stessa, con quel cappello frigio noto ai tedeschi, allusione ai giacobini francesi e ai rivoluzionari. Un esempio, quindi, che può seriamente far crollare il consolidato equilibrio, garantito dal governo tedesco. Quanto può nascondersi dietro ad una semplice e apparentemente innocua fiaba per bambini!

Cappuccetto Rosso Fratelli Grimm
Cappuccetto Rosso oltre Perrault e i fratelli Grimm: street art a Lisbona. Foto Flickr di niky81, CC BY-SA 2.0

Riferimenti bibliografici:

Bronzini G.B., La fiaba dai Grimm a Calvino e… nel prossimo millennio, «Lares» gennaio-marzo 1991, vol.57, n.1, pp.71-84;

Gatto G., I Grimm, Cappuccetto Rosso e Napoleone, in «Lares» maggio-aprile 2006, vol.72, n.2, pp.337-348;

Frigessi D., Inchiesta sulle fate. Italo Calvino e la fiaba, Pierluigi Lubrina Editore, Bergamo 1988, pp.95-108;

Ritz H., La storia di Cappuccetto Rosso. Origini, analisi e parodia di una fiaba, Ecig Edizioni culturali internazionali Genova, Genova 1985;

Tiek L., Fiabe teatrali, traduzione a cura di E. Bernard, Costa e Nolan, Genova 1986;

Zipes J., The Trials and Tributations of Little Red Riding Hood, Routledge, New York and London 1993, pp.99-128.


polpette e altre storie brevissime Jacopo Masini

I miracoli dell'editoria indipendente: Polpette e altre storie brevissime di Jacopo Masini

Per strane combinazioni del destino un libro stupendo, Polpette e altre storie brevissime si è incuneato nella mia libreria, ma prima di farlo si è ritagliato un posto singolare tra i ventricoli palpitanti del mio cuore. Jacopo Masini lo conoscevo come uno dei responsabili di Saldapress, squisita casa editrice di fumetti, ma non ero certo pronto al suo lato di scrittore (e divulgatore, insegnante, comunicatore).

polpette e altre storie brevissime Jacopo Masini
Copertina di Polpette e altre storie brevissime, di Jacopo Masini, pubblicato da Del Vecchio Editore (2020), con illustrazioni di Rossana Capasso e progetto grafico di Maurizio Ceccato

Polpette e altre storie brevissime, edito da Del Vecchio Editore, è stata una scoperta a dir poco straordinaria. Prendendo in prestito dalla tradizione favolistica italiana, dai racconti di Malerba, dagli apologhi o le massime di grandi moralisti, Masini instaura uno storytelling del tutto personale e inedito, una contro-narrazione del minimalismo. Serpeggia il cinismo delle agre centurie manganelliane, ma anche le stoccate satiriche e sprezzanti dei grandi aforisti; ma questi sono soltanto echi, tributi, rimaneggiamenti di un patrimonio letterario grande quanto la storia umana stessa. Il titolo alimentare non fa che evidenziare la struttura gastro-consequenziale del libro, una volta ingerita una polpetta di Masini non si può far a meno di concludere il libro. E come tutte le polpette riservano sorprese, da quelle piccanti e speziate a quelle bianche sfumate col vino, per poi finire a quelle spadellate col burro e salvia. Storie brevi, lapidarie, laconiche a volte, legate da un etereo nesso di meraviglia e follia.

 

Masini racconta amore, separazioni, struggimento emotivo, ma anche un mondo allucinato e allucinante, onirico e spiazzante. Un fantastico conturbante e sfumato prende piede in micro-racconti pindarici e a volte oscuri, una delizia per il palato del lettore che rifugge il realismo pragmatico.  Masini spintona il lettore in pozzanghere di affanni linguistici, lo stimola e lo sfida alla comprensione del più sottile significato, lo estrania con la sinteticità di quelle cinque o sei righe che nascondono un macro-cosmo travestito da mini costruzioni narrative. Un po' appare la Commedia umana di Balzac che nasconde al suo interno un campionario di individui, maschere e archetipi umani che vanno irrisi o compatiti; Masini costruisce la sua personale galleria di personaggi, vicini all'Assurdo di Beckett, proponendo un tagliere di generi letterari che spaziano dal weird all'orrore fiabesco, dal fantastico fino al no-sense postmoderno.  Le polpette sono acrobazie di semplicità narrante, afferrano il cuore e lo legano al senso profondo della parola, del lemma, del campo semantico. Non si sfugge alla metodica coercizione di Masini, le sue storie hanno echi lontani, ctoni e arcaici che ci intrappolano in dedali senza fine.

 

Polpette e altre storie brevissime è in definitiva una prova di scrittura capace di stupire, innamorare e far cambiare idea a coloro che non amano gli scrittori italiani. Invito tutti a sfogliare questo campionario di bellezze esplosive, a conoscere Del Vecchio Editore, che confeziona libri meravigliosi nel contenuto e nella resa materiale, e consiglio a chiunque di esplorare l'editoria indipendente, per non lasciarsi schiacciare dal peso nevrotico delle massicce campagne pubblicitarie. Proprio tra i tanti "best seller", "libri dell'anno", ecc. troverete chi nella scrittura ci crede davvero. Uno di loro è Jacopo Masini.

polpette e altre storie brevissime
Jacopo Masini, autore, sceneggiatore di fumetti, insegnante di scrittura creativa. Credits: Jacopo Masini

 


"La sapienza segreta delle api" di Pamela L. Travers

La sapienza segreta delle api di Pamela L. Travers
L'eroina dai mille volti

La ragione sa ogni cosa, ma i sentimenti, a volte, sanno sempre qualcosa in più.
E non si può approcciare La sapienza segreta delle api come qualsiasi altra antologia di scritti saggistici, come un semplice arazzo di articoli e testi divulgativi, perché rimarrete intrappolati in un pathos tragico-emotivo dove soltanto i lumi della disragione e della sensibility brillano di lucore proprio; e quel pragmatismo asettico e moderno rimane sepolto tra le macerie di una razionalità stantia.

Pamela L. Travers insegna a ragionare non con il cuore, non con il ventre o l'anima, ma con qualcosa di ben più antico e nascosto dentro noi stessi; una particella embrionale del racconto mitico, mutevole e indomabile, dove le leggende e le fiabe regnano libere.

Sicuramente il libro di saggistica folklorica e misterica più bello di quest'anno, un libro che sdogana la scrittrice Helen Lyndon Goff (vero nome di Pamela L. Travers) dalla etichetta univoca (e forse troppo limitante) di scrittrice per l'infanzia. Come non ricordare infatti che la Travers siglò la serie di successo globale di libri per ragazzi di Mary Poppins? Romanzi che essa stessa vedeva non come il compimento della sua maturità artistica e culturale. Infatti La sapienza segreta delle api diventa un'opera quasi testamentaria, un codice di 21 saggi/articoli che delineano perfettamente lo spessore intellettuale e la sensibilità artistica di questa donna nata sul finire del diciannovesimo secolo, proprio nel 1899.

La sapienza segreta delle api Pamela Lyndon Travers
Pamela Lyndon Travers, nel ruolo di Titania per la commedia "Sogno di una notte di mezza estate"(attorno al 1924). Foto di ignoto, nella collezione di foto personali e di famiglia della scrittrice, dalla State Library of New South Wales, PX*D 334

Nata in Australia, ai tempi considerata tra le più antiche terre del mondo, visse ascoltando storie irlandesi e filastrocche delle Highlands attraverso i cuori parlanti dei suoi genitori. In un clima così stimolante la giovane Pamela si nutrì di miti, fiabe e favole e crebbe all'ombra degli antichi alberi custodi delle verità primigenie. Lo racconta anche lei, ora i bambini sono troppo distratti (Ah! Cara Pamela L. Travers, ora è molto peggio) dai giochi e da altre diavolerie moderne, mentre nella sua giovinezza poteva rincorrere farfalle e ascoltare le parole sussurrate da quelle api che lei reputava guardiane delle verità del tempo e della natura. Come suggerisce lei stessa, le api sono esseri mitologici appartenenti alle più svariate culture sulla terra, basta riflettere sulla loro etimologia: beu in cornico, beo in irlandese, byw in gallese, e in greco bios (che poi significa anche vita).

«Dunque, l'ape rappresenta fondamentalmente – o ne viene considerata come la manifestazione – il verbo “essere”, to be. Non stupisca dunque che l'ape, nella mitologia, venga vista come l'ospite rituale dei più alti spiriti – essa simboleggia Vishnu, Indra e Krishna, noto in India come “Colui che è nato dall'albero di nettare”»

Il mito per Pamela L. Travers non è una menzogna o una volgare allegoria per spiegare un evidente fatto scientifico o una sfumatura della realtà, bensì qualcosa di molto più potente e pregnante, la più autentica verità. Infatti, come sottolinea la Travers, in accordo con Kerényi, la mitologia è viva (bios), più viva dell'arte e della poesia e di qualsiasi altra forma di espressione perché lei è realtà vivente. Una visione così evocativa e allo stesso tempo scientificamente corretta, perché, secondo Alessandro Voglino (alto divulgatore di letteratura fantastica e direttore della fantacollana Nord), il fantastico (alla stregua della mitologia) è così saturo di costruzioni archetipiche di essere, in una visione sottile, più reale della realtà stessa. Perché incarna i topoi e il bagaglio mitico-ancestrale dell'umanità per tradurli nel racconto.

Potremmo dilungarci per molto, sospinti come accennavo dalla emotività di questa scrittrice brillante (colpa anche della poetica e correttissima introduzione del mio compaesano Cesare Catà), ma credo sia più corretto lasciare questa meravigliosa scoperta saggistico-letteraria (finora inedita in Italia) ai lettori che acquisteranno il volume della casa editrice maceratese Liberilibri.

Mi soffermo nell'evidenziare la mente cangiante di Pamela L. Travers, capace di sciorinare (con competenza e passione, non per mero sfoggio nozionistico) collegamenti coerenti e complicati, di districarsi in foreste celtiche come in giungle orientali e tornare viva alla “civiltà” per raccontarci gli insegnamenti carpiti da questi viaggi tra i libri e le storie. Una lettrice avida di leggende, eroi e eroine, capace di riconoscere e promuovere la forza attiva delle donne, insegnando loro tramite il folklore e i racconti del focolare o delle leggende antiche. Donne che non devono ristagnare in un ruolo passivo come vittime di un fato imperante bensì diventare attive e padrone del loro racconto, non uditrici di gesta ma eroine. Perché tutti dobbiamo essere capaci di narrare una storia, la nostra.

Eroina dai mille volti

La Travers è perciò un'eroina dai mille volti, parafrasando il testo capolavoro di Campbell, in bilico tra gnosticismo zen e ballate epiche irlandesi, tra i meandri della poesia vedica e nei labirinti della tragedia greca, guidata da una profonda conoscenza della filosofia e della psicanalisi junghiana, dagli incontri con AE e Gurdjieff, e il poetico esoterismo di William Blake, Keats e Shakespeare.

I fratelli Wilhelm e Jacob Grimm in un dipinto (1855) di Elisabeth Jerichau-Baumann. Immagine in pubblico dominio

Per non parlare di quell'amore che sempre coltivò per il “romanticismo nero” delle favole “crudeli” dei fratelli Grimm e di quella tragica visione del mito che sempre si scontrò con la visione positivista di Walt Disney, pover'uomo che sempre si scontrò con Pamela L. Travers per la realizzazione del film di Mary Poppins.

I due non potevano essere più diversi: Walt Disney promuoveva una visione “if you can dream it, you can do it” la Travers al contrario voleva dare alle sue storie uno spessore più significativo del normale happy ending, insegnare i valori di quella “sofferenza” che tutti i miti e anche le fiabe sanno insegnare, perché il dolore è anche uno strumento di auto-indagine per la forgiatura non del IO ma della comunità. Gli ammaestramenti morali, etici e pratici delle fiabe e dei miti non possono essere edulcorati e sottomessi a puerili visioni ottimistiche e mascherate da colonne sonore e balletti. La Travers lottò con caparbietà per lasciare la sua impronta nel film di Mary Poppins, il risultato, come spesso succede, è una via di mezzo.

Tra le cose che ho apprezzato di più delle disquisizioni sparse all'interno del volume curato da Cesare Catà sono le riflessioni sulla letteratura fantastica. Infatti la Travers non solo leggeva fumetti come Superman o Hulk ma coltivava l'amore del legendarium tramite la lettura di Tolkien e di Ursula K. Le Guin. Di Tolkien parlerà benissimo come:

«Tolkien è uno dei segni dei nostri tempi. Coloro che in futuro emigreranno nello spazio in colonie interstellari certamente porteranno con loro i libri di Tolkien. Tutte le subcreazioni saranno quanto mai necessarie per dare a quegli uomini lassù una pienezza psicologica interiore che equilibri la vacuità dell'esterno. »

John Ronald Reuel Tolkien nel 1916, a 24 anni. Foto in pubblico dominio

L'other world tolkieniano quindi si arricchisce di connotazioni essenziali. Il secondary world fantastico, ovvero un mondo sub-creato dal nostro, diventa unica matrice per alimentare la fantasia dell'uomo e di salvarlo dalla vacuità cosmica, ma non solo da quella universale ma anche dall'asfissia turbo-moderna che ci costringe a dimenticare il ruolo didattico, evocativo e primordiale delle fiabe. Il mondo fantastico (di Tolkien, Le Guin, Lewis o di Hulk) non è un mero tentativo di evasione dalla realtà, non si tratta di escapismo letterario, più che fuga possiamo parlare di volontà di analizzare il nostro mondo con una nuova lente di ingrandimento, un microscopio potentissimo fatto di leggende e canzoni di gesta.

Forse dovremmo perderci nei boschi o seguire i corsi dei fiumi, rimanere incantati davanti agli alberi che possono raccontarci storie o ascoltare il ronzio delle api. Chissà cosa potranno dirci.

La sapienza segreta delle api Pamela L. Travers
Copertina dell'edizione italiana (Liberilibri) del saggio La sapienza segreta delle api (titolo originale: What the Bee Knows: Reflections on Myth, Symbol and Story) di Pamela Lyndon Travers

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