letture primavera 2021

Le migliori letture della primavera 2021

Il nuovo anno mi ha portato a confrontarmi con ottime realtà editoriali indipendenti; questo contributo vuole essere una bussola all'interno di questo vastissimo mondo e vi indicherà la direzione per conoscere e scoprire i professionisti del libro: iniziamo questo carosello di uscite e titoli validissimi per questa primavera 2021 di letture.

letture primavera 2021
Foto di Prettysleepy

Mattioli 1885

La casa editrice indipendente ha sicuramente lasciato il segno nel mio cuore grazie a tre distinte pubblicazioni che mi hanno definitivamente conquistato. A partire dall'accattivante thriller Facile preda di John D. MacDonald, una scrittura calibratissima che racconta una storia allucinata d'amore e morte, con inseguimenti da capogiro e un finale all'altezza dei bestsellers di Stephen King. A seguire, c'è una splendida raccolta di scritti di Andre Dubus, Riflessioni da una sedia a rotelle, un devastante caleidoscopio interiore e autobiografico di uno degli scrittori più caratteristici d'America. Una pregevole raccolta di aneddoti, stralci di vita e saggi che ci fanno scoprire l'uomo dietro ai successi letterari. Infine, mi sono innamorato dell'antologia di racconti Le colline ricordano di James Still, dove l'autore americano confeziona racconti ispiratissimi e dotati di una violenta bellezza e finali destabilizzanti.

La copertina del thriller Facile preda di John D. MacDonald, pubblicato da Mattioli 1885

La Vita Felice

La Vita Felice è una casa editrice davvero di grande qualità, una perla rara nell'intero panorama italiano. A partire dalla rinomata collana di poesia (I labirinti) e alla controparte asiatica con la pubblicazione di numerosi poeti giapponesi e le loro raccolte di haiku, senza mai dimenticare il grande impegno a rinnovare la letteratura classica (Il piacere di leggere). Portano in Italia testi inediti e ottimamente tradotti e curati, per esempio Il Re dalla maschera d'oro e altri racconti di Marcel Schwob o Metamorfosi e altri racconti gotici di Mary Shelley. Pregevolissima è la mia ultima lettura, La Sirena di H. G. Wells a cura di Matteo Noja, una storia ispirata al romanticismo di fine 800 in cui si innesta l'immaginazione di uno dei più grandi autori della letteratura fantastica; un testo davvero mordace dove la sensualità va a provocare il bigottismo dell'epoca.  GM. libri è una costola della casa editrice sopramenzionata e si dedica con fervore a riportare in Italia i classici della letteratura fantasy, in particolare questi testi scomparsi da anni nei cataloghi, tra cui il Ciclo Celta di R. E. Howard o i cicli planetari di Edgar Rice Burroughs, da John Carter di Marte al Ciclo di Pellucidar (pubblicazioni a cura di Masa Facchini).

La copertina del volume La Sirena di H. G. Wells, a cura di Matteo Noja, pubblicato da La Vita Felice

 

Del Vecchio Editore

Ho conosciuto Del Vecchio Editore recensendo proprio su ClassiCult la squisita raccolta di racconti brevi di Jacopo Masini, Polpette e altre storie brevissime. Dopo questo primo e felice incontro, mi sono avvicinato alla curatissima collana di poesia con un testo che sta diventando "cult" nella sua nicchia letteraria. Parlo di Non praticare il cannibalismo. 100 poesie (con traduzione e curatela di Paola Del Zoppo, Cristina Consiglio e  Riccardo Frolloni), di un altro autore capitale del canone americano ovvero Ron Padgett che scrive poesie con una disarmante leggerezza (e perciò complessità) e che avvicina la giovinezza con lo sfiorire degli anni, la bellezza alla ruvidezza delle vite distrutte, il pensiero al corpo. Un autore ricco di nostalgia, amore, pensieri candidi e verità disincantate in un continuo sciabordare di ossimori, rivelazioni e metafore dell'innocenza.

La copertina di Non praticare il cannibalismo. 100 poesie, di Ron Padgett, con traduzione e curatela di Paola Del Zoppo, Cristina Consiglio e  Riccardo Frolloni, pubblicato da Del Vecchio Editore

 

NN Editore

Casa editrice che conoscevo da anni, ma che ho iniziato a leggere da pochissimo (ed è stato un colpo di fulmine). Dopo aver recensito su altri portali la squisita antologia di racconti I poteri forti di Giuseppe Zucco e Decameron Project (AA. VV.) - due dirompenti letture - ho scoperto Brian Panowich con Hard Cash Valley uno dei thriller più belli letti nella mia vita, con un ritmo serrato e personaggi complessi e un'orchestrazione della storia a tinte cinematografiche. Consigliatissimo. Sul versante italiano ritorna Michele Vaccari, con un romanzo che è già un classico moderno (in ristampa dopo 3 giorni!). Urla sempre, primavera è un romanzo-mondo, uno squarcio metafisico all'interno della carcassa putrescente della storia e della letteratura nostrana, un titolo che fonde al suo interno generi diversi; eppure Vaccari crea una sinfonia narrativa, invece di una cacofonia di fantasy, science fiction e speculative fiction (e molto altro, come l'avventura, l'epica, etc).

La copertina del romanzo Urla sempre, primavera di Michele Vaccari, pubblicato da NN Editore (2021)

 

 

Carbonio Editore

Dopo aver recensito Solo di August Strindberg, sono tornato da Carbonio grazie alla pregevole raccolta a firma di Sadeq Hedayat, Il randagio e altri racconti, con la traduzione di Anna Vanzan, una delle più grandi studiose dell'Oriente in Italia, che purtroppo ci ha lasciato nel terribile 2020. Avevamo già recensito Hedayat e il suo La civetta cieca con una bellissima intervista ad Anna Vanzan a cui rivolgiamo il nostro amore e la nostra stima, nonché le sentite condoglianze ai suoi studenti e soprattutto ai familiari.

Hedayat è uno dei maggiori rappresentanti del mondo culturale iraniano e punta di diamante della letteratura persiana moderna, un uomo dalla caratura intellettuale infinita e autore di numerosi gioielli. All'interno del libro troverete nove racconti estremamente interessanti e contrassegnati dagli stilemi di Hedayat, dall'estetica grottesca, a volte spettrale e allucinata, dove una lirica spesso surrealista va innestarsi in un repertorio di immagini oniriche e cangianti.

La copertina della raccolta Il randagio e altri racconti, di Sadeq Hedayat, pubblicata da Carbonio Editore

 

Neo. Edizioni

Neo. Edizioni è stata una delle scoperte più sorprendenti di questo 2021. Dopo aver recensito Beati gli inquieti di Stefano Redaelli (con intervista in diretta all'autore) e La carne di Cristò (sempre su ClassiCult) mi sono innamorato definitivamente del loro catalogo e della loro mentalità editoriale.

In lettura ho Vinpeel degli Orizzonti di Peppe Millanta e si sta rivelando uno dei "fantasy" più atipici che io abbia mai letto, scritto con una prosa incantata e pervasa dall'innocenza, una storia intima e di grande coraggio narrativo, perché la narrativa di genere made in Italy sembra essere sotto torchio da parte della critica letteraria contemporanea. Consigliata anche la raccolta (s)poetica Romanticidio. Spoesie d'amore e altre disgrazie di Eleonora Molisani, che coniuga l'ironia all'abusato tema dell'amore e delle relazioni all'interno del mondo poetico e degli autori "sensibili"; Molisani scrive con irriverenza e divertimento e consegna ai suoi lettori una lettura dal sapore agrodolce. perfetta per sovvertire gli stereotipi del poeta classico e moderno, di tutte le sue costruzioni metaforiche e romantiche.

Le copertina di Vinpeel degli orizzonti di Peppe Millanta, pubblicato da Neo. Edizioni

 

Jaca Book

Questa casa editrice è tra le migliori che il pubblico di ClassiCult può scoprire, una realtà indipendente estremamente sensibile al mondo dell'arte, della storia, della religione, dell'archeologia e di tantissime altre discipline umanistiche.

Tra i titoli che mi sento di consigliare c'è certamente Il Mito a cura di Julien Ries, uno stupendo libro cartonato di notevoli dimensioni che raccoglie il repertorio mitologico dell'intero corpus sensibile della storia umana, in maniera verticale e orizzontale perché si spazia dal Paleolitico ai giorni nostri e dalle grotte di Lascaux agli Aborigeni australiani. All'interno del catalogo Jaca Book c'è molto spazio per Mircea Eliade e della sua opera magna del dizionario delle religioni e dei simboli, un acquisto imprescindibile per antropologi, appassionati di letterature comparate e studiosi delle religioni e dell'arte.

La copertina del saggio Il mito. Il suo linguaggio e il suo messaggio, di Julien Ries, pubblicato da Jaca Book

 

NPE edizioni

NPE è una delle realtà fumettistiche che mi sento di consigliare su ClassiCult, Nicola Pesce - oltre ad essere un ottimo scrittore (ne ho parlato già per La Cura del Dolore) - è un editore attento ed esigente e pretende il massimo dai suoi collaboratori e dagli artisti che mette in catalogo.

Mi sento in dovere di consigliare alcune opere cardine del catalogo, a partire da Eccetto Topolino (Gori, Lama, Gadducci) uno splendido volume saggistico che esplora la storia della figura di Topolino con la lente d'ingrandimento della storiografia italiana e del giornalismo nostrano e con un focus sul rapporto tra Walt Disney e il fascismo. Sul lato fumetti consiglio l'intera bibliografia di Sergio Toppi, Dino Battaglia, Nino Cammarata, Attilio Micheluzzi,  Ivo Milazzo, Sergio Tisselli (a cui rivolgiamo amore e stima per la sua recente scomparsa nel 2020), Sergio Vanello. Oltre a questi autori immensi consiglio caldamente agli amanti del fantastico le Guide Immaginarie dei Vampiri e de i luoghi di Lovecraft.

La copertina di Sharaz-de. Le mille e una notte di Sergio Toppi, pubblicato da NPE edizioni

 

Aguaplano Editore

Ottima casa editrice indipendente, che investe nei suoi libri una curatela maniacale (per fortuna!) e tantissima passione. Dopo aver amato Esecuzione dell'ultimo giorno di Lorenzo Chiuchiù sono passato a un libro unico ovvero Aura di Alessandro Celani, un magnifico reportage fotografico della nostra Italia (e che edizione!) che si snoda attraverso un'edizione bilingue caratterizzata da testi di accompagnamento altamente evocativi. Un testo che si può contemplare in un pomeriggio o per tutta la vita.

Sempre per Aguaplano ho apprezzato tantissimo la raccolta di poesie Ragli di Fabio Greco, libro dal carattere sperimentale e dal linguaggio evocativo quanto indomabile; consiglio davvero a tutti gli amanti della poesia l'intera collana edita da Aguaplano. In lettura ho il Gran Bazar del XX secolo, di Stefano Trucco, che si sta rivelando un romanzo pulp-meta lovecraftiano godibilissimo e che gli amanti della letteratura weird/fantastica dovrebbero recuperare. Le edizioni Aguaplano sono particolarmente pregiate, siano esse cartonati rilegati o brossure più economiche.

La copertina di Esecuzione dell'ultimo giorno di Lorenzo Chiuchiù, pubblicato da Aguaplano nella collana Blaupause

 

Ronzani Editore

Chi segue ClassiCult avrà già incontrato Ronzani, una delle realtà editoriali che dà alle stampe libri dalla qualità perfetta, con edizioni di pregio e attente ai bisogni bibliofili dei suoi lettori.

Ultimamente ho concluso il thriller turco di Ahmet Ümit, Perché Istanbul Ricordi, che si è rivelata una lettura pazzesca per esplorare la storia recente della Turchia e il suo viscerale legame con l'antica Bisanzio/Costantinopoli. Un romanzo stratificato e ricchissimo di vita e morte, avventura e momenti davvero travolgente. Ma Ronzani è un editore attento a qualsisia tassello del mondo culturale, che sia la produzione di riviste, poesie, saggi e molto altro. Tutti i loro titoli sono stampati con una cura unica, basti pensare alle poesie di Pasolini per la sua Casarsa.

La copertina del thriller di Ahmet Ümit, Perché Istanbul Ricordi, pubblicato da Ronzani Editore

 

ABEditore

Per i cultori dell'estetica vittoriana, gotica e decadentista non posso non consigliarvi ABEditore, uno dei migliori editori dal punto di vista tipografico e delle traduzioni, per quanto concerne il recupero di testi classici di letteratura immaginifica e fantastica.

Vi consiglio caldamente i volumi miscellanei di Draculea (a cura di Lorenzo Incarbone) e Follettiana (a cura di Pietro Guariello), che analizzano rispettivamente il repertorio folclorico e letterario di Vampiri e membri del Piccolo Popolo. I volumi sono scrigni preziosi per compiere esperienze di lettura eccezionali e curati nei minimi dettagli per fornire al lettore le sensazioni di mondi dimenticati e storie sepolte dal mistero.

Su ClassiCult abbiamo avuto ospite Fabio Camilletti, per un'intervista spettrale.

La copertina della Follettiana di Pietro Guariello, pubblicata da Abeditore

 

Jimenez Edizioni

Jimenez è la mia più recente scoperta e sono davvero felice di presentarvi un catalogo eccezionale, del quale la mia prima lettura è La notte arriva sempre di Willy Vlautin, un thriller a dir poco avvincente che parte dal presupposto della presente crisi finanziaria e immobiliare che ha investito la città di Portland portando la protagonista Lynette a compiere azioni sempre più folli, fino a realizzare un'accozzaglia di avventure grottesche nell'ambito della vita notturna cittadina, tra criminali, individui pericolosi e tanta illegalità. I libri sono di pregevolissima fattura e non vedo l'ora di conoscere l'intero catalogo.

La copertina del romanzo La notte arriva sempre di Willy Vlautin, pubblicato da Jimenez Edizioni

 

Il Palindromo

La casa editrice palermitana Il Palindromo è una delle realtà editoriali indipendenti più interessanti, soprattutto per quanto riguarda la collana I Tre Sedili Deserti, dedicata al fantastico. Dall'Elogio del Fantastico di Jacques Bergier a La Collina dei Sogni di Arthur Machen possiamo riassaporare i testi che hanno canonizzato l'immaginario moderno con elementi weird, fantascientifici e gotici. Una cura esemplare nell'apparato critico, dalle traduzioni alle prefazioni con un notevole innesto di fonti fotografiche o iconografiche a cura di artisti italiani o stranieri coevi alle opere.

Particolarmente amata è la riedizione del "primo" Pinocchio di Collodi, una narrazione più oscura del classico della letteratura italiana arricchito dalle splendide illustrazioni fumose e grottesche di Simone Stuto. Un un'ultima uscita davvero particolare è Etna. Guida immaginifica del vulcano di Rosario Battiato con la travolgente copertina di Chiara Nott.

La copertina di Pinocchio. La storia di un burattino di Carlo Collodi, a cura di Salvatore Ferlita e con le illustrazioni di Simone Stuto, pubblicato da Il Palindromo

 

Miraggi Edizioni

Miraggi è una delle mie case editrici preferite, perché mi ha permesso di conoscere non solo ottimi autori italiani (La Chiusa, Forlani, ecc.)  ma di affacciarmi alla letteratura del mondo slavo grazie alla strepitosa collana NováVlna. Su ClassiCult avevo già recensito Grand Hotel di Jaroslav Rudiš, ma vi consiglio moltissimo anche La perlina sul fondo, Il lago, Il bruciacadaveri e il magnifico Krakatite di Karel Čapek, uno dei più importanti romanzi di fantascienza del '900.  Bellissima anche la collana di poesia e gli Scafiblù, dedicati agli autori italiani, di cui vi consiglio Il bambino intermittente, Colloqui con il Pesce Sapiente e Uno di noi.

 

La copertina del romanzo di fantascienza Krakatite di Karel Čapek, pubblicato da Miraggi Edizioni

Fumetti e didattica per la mostra "Gladiatori"

Fumetti e didattica per la mostra "Gladiatori"

Articolo a cura di Giuseppe Inella e Camilla Rossini

fumetti mostra Gladiatori
Immagini dall'albo a fumetti che ha anticipato la mostra Gladiatori

Dal 25 marzo è in libreria 'Gladiatori', un racconto illustrato destinato al pubblico più giovane, pubblicato da Franco Cosimo Panini Editore, con le illustrazioni firmate da Mario Testa per la Scuola Italiana di Comix, che vede come protagonista l'editor Marcus Lucretius Rufus, organizzatore di spettacoli. Sarà possibile acquistare il volume anche online, alla cifra di 8 euro, tramite il sito francopaniniragazzi.it, disponibile anche una versione in inglese. Il volume è stato un omaggio pasquale che ha anticipato la mostra 'Gladiatori' al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, annunciata per l’imminente riapertura dei musei.

fumetti mostra Gladiatori
Immagini dall'albo a fumetti che ha anticipato la mostra Gladiatori

Un affascinante viaggio storico, nell’antico Impero Romano, al tempo dei gladiatori. Un libro per ragazzi che nasce grazie alla collaborazione tra il MANN – Museo Archeologico di Napoli e la Scuola Italiana di Comix di Napoli. Oggi i tempi sono cambiati, ma come ci tiene ad evidenziare Paolo Giulierini, direttore del MANN, i gladiatori esistono ancora! Sono tutti i ragazzi che ogni mattina si destano per “l’allenamento” scolastico senza avere accanto a sé i propri compagni di “battaglia”.

 

Immagini dall'albo a fumetti che ha anticipato la mostra Gladiatori

In questo volume illustrato ci vengono raccontate in modo semplice ed esaustivo le origini dei gladiatori, in principio schiavi, poi veri e propri professionisti del combattimento. I gladiatori erano considerati delle vere e proprie star, alla stregua degli odierni calciatori e i giochi di cui erano protagonisti erano spettacoli molto amati, come le partite di calcio alle quali siamo abituati ad assistere. I gladiatori infatti, si allenavano giorno e notte e seguivano una dieta ferrea, indossavano armi e armature a seconda delle loro caratteristiche fisiche, affinavano diverse tecniche di combattimento, e avevano un unico obiettivo: impressionare il pubblico! Non mancano spunti di riflessione abbastanza attuali, come le sempre deprecabili risse tra "tifoserie" diverse durante i giochi, né la storia del gladiatore trace Spartaco che, dalla antica scuola di Capua, si fece portatore della libertà in una rivolta per abbattere il regime di schiavitù.

fumetti mostra Gladiatori
Immagini dall'albo a fumetti che ha anticipato la mostra Gladiatori

Il volume offre innumerevoli informazioni sui gladiatori, sulle loro armi e sul contesto storico in cui vivevano. Si spazia dalla selezione dei combattenti e delle fiere, all' allestimento degli anfiteatri per le sfide, che comprendevano anche intrattenimento musicale, fino alla “gladiatura al femminile”; innumerevoli sono le curiosità che aprono finestre di apprendimento didattico per i ragazzi, coinvolgendoli in un’interessante lezione interattiva di storia. Il racconto si sviluppa su piani diversi in cui si intrecciano diverse tecniche narrative (divulgazione, narrativa e fumetti, con attività, stickers e giochi) per rendere più chiara e coinvolgente possibile l’esperienza dei giovani lettori.

Immagini dall'albo a fumetti che ha anticipato la mostra Gladiatori

La lettura è resa con un linguaggio semplice, senza banalizzare o peccare di approssimazione, coadiuvata dalle foto dei reperti del MANN e dalle illustrazioni di Mario Testa, docente del corso di disegno presso la scuola italiana di Comix di Napoli. L'autore non è nuovo alle collaborazioni con strutture ed enti per la comunicazione del patrimonio archeologico, nel 2019 realizza “fumetti Flegrei” e le sue illustrazioni in stile umoristico caricaturale, con rimandi all'“Asterix” di Uderzo ed alle produzioni disneyane di metà anni '90, rendono vivide e coinvolgenti le parti testuali, supportate da una grafica curata e piacevole.

fumetti mostra Gladiatori
Immagini dall'albo a fumetti che ha anticipato la mostra Gladiatori

L'albo “Gladiatori” riesce, con grande equilibrio, a portare un contenuto scientifico dettagliato senza risultare pesante o prolisso, risultando adatto ad un'ampia fascia di fruitori, dai più giovani che troveranno anche pagine con dei giochi, fino ai ragazzi che potranno approfondire eventi e dinamiche che troveranno nei loro manuali.

Schede speciali approfondiscono gli argomenti salienti illustrati dalle foto di reperti custoditi al MANN.

Immagini dall'albo a fumetti che ha anticipato la mostra Gladiatori

Per le immagini si ringraziano l'Ufficio Comunicazione MANN e Franco Cosimo Panini Editore.


La cura del dolore Nicola Pesce

Anarchia dell'invidualismo, La cura del dolore di Nicola Pesce

La cura del dolore è la terza prova narrativa per l'editore Nicola Pesce (di NPE edizioni). L'autore dona ai lettori il suo estro creativo che si caratterizza in una solida costruzione di bagagli emotivi e sentimenti, che vengono sapientemente innestati nella (non) narrazione. La novella di Nicola Pesce non pretende di offrire una storia di intrecci, cliffhanger o costruzioni narratologiche tipiche dei manuali di scrittura creativa, per questa ragione La cura del dolore è un anti-libro moderno, perché si divincola con sobrietà dalla configurazione moderna di romanzo.

Parlavo di bagagli e sensazioni, attacchi di panico, idiosincrasie, ansie e potenze endogene che corroborano i mondi interiori di personaggi e fruitori dell'opera: la novella si basa tutto su questo; abbandonare ciò che conosciamo, per ritrovare se stessi. A volte, perdersi significa tornare a casa. La storia ammicca alle strutture kafkiane che aprono paradossalmente a scenari claustrofobici, in primis le vere prigioni in cui qualsiasi persona può incombere sono quelle che il nostro inconscio può sedimentare creando dentro noi stessi una cacofonia di dedali oscuri in cui affrontare il Minotauro del nostro Averno, del nostro Ade.

Tuttavia, come succede al protagonista Henry, il conformismo e l'immobilismo empatico in cui ristagna la nostra società possono modellare una catena di convenzioni che intrappola il nostro essere in uno standard asettico. Vivere, tout court, significa smettere di esistere.

La copertina del terzo romanzo di Nicola Pesce, la novella La cura del dolore, edito da NPE

Nicola Pesce è un lettore colto, ciò è evidente dalla stesura del presente libro che sembra citare i grandi maestri dell'Ottocento e del Novecento letterario, senza mai inscenare un teatrino di referenze e giochi eruditi. Leggere La cura del dolore non significa ripercorrere una filologia degli echi che hanno ispirato l'autore ma significa sintonizzarsi sulle stesse maree emotive che bagnano l'anima di Nicola Pesce.

Nonostante ci siano rimandi alla paralisi di Joyce, visto che il mondo vuole incanalare le coscienze umane in una vergine di Norimberga psicofisica, allo scopo di torturare e spezzare il nostro ego; il racconto di Nicola Pesce si avvale di una rinnovata speranza che vuole simboleggiare il vitalismo di Henry. La claustrofobia dell'animo, la paura di essere trascinati dentro noi stessi e non rivedere mai tutto quello che potevamo diventare è il tema centrale della novella, una lettura che reputo un piccolo gioiello non politically correct che - senza essere scorretto - rimprovera al mondo che le persone possono esistere anche ripudiando le convenzioni tautologiche e assolutiste. In sintesi, i no sono necessari per vivere.

Difficile descrivere di più questa ultima fatica dell'editore di NPE, senza rivelare ulteriormente le sorti di Henry. Posso sottolineare con piacere lo stile limpido e istruito, tipico di chi ha letto molti testi ma ne conserva un'aurea personale e distaccata dallo snobismo intellettuale.

La cura del dolore di Nicola Pesce è il messaggio che dovremmo leggere tutti, un sermone anti-moderno da incidere sui monumenti dell'egoismo collettivo. In un mondo in cui la felicità è distopia imposta, questo libro racchiude l'anarchia di essere individualisti.

La cura del dolore Nicola Pesce
La copertina del terzo romanzo di Nicola Pesce, la novella La cura del dolore, edito da NPE

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Il Commissario Ricciardi a fumetti

Letteratura a fumetti: il Commissario Ricciardi della Sergio Bonelli Editore

Letteratura a fumetti: il Commissario Ricciardi della Sergio Bonelli Editore

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Maurizio De Giovanni è forse l'autore italiano contemporaneo le cui opere si sono maggiormente prestate alla trasposizione filmica: dopo la serie televisiva ispirata ai suoi Bastardi di Pizzofalcone, andata in onda sulle reti Rai tra 2017 e 2019, l'anno corrente si è aperto con ben due telefilm dedicati rispettivamente a Mina Settembre e soprattutto al Commissario Ricciardi, quest'ultima conclusasi all'inizio di marzo dopo sei puntate premiate da critica e pubblico.

Lino Guanciale Il Commissario Ricciardi
Il Commissario Ricciardi, Lino Guanciale, al Teatro San Carlo. Foto Ufficio Stampa RAI

Ai lettori di più lunga data potrebbe apparire bizzarro che il personaggio-feticcio di De Giovanni abbia dovuto attendere così tanto per raggiungere il piccolo schermo, vedendosi addirittura preceduto dalle creazioni più recenti dell'autore; ciò è di certo dovuto, tra l'altro, alla difficoltà di adattare delle trame ricche di sfumature e suggestioni, ambientate peraltro in una Napoli degli anni '30 viscerale e contraddittoria, rievocata per mezzo di una sapiente gestione di immagini e parole. Forse è proprio per la preponderanza di questi elementi che, ben prima della serie televisiva, il Commissario Ricciardi è stato adottato dal mondo del fumetto.

La prima apparizione di Luigi Alfredo Ricciardi nella “nona arte” risale addirittura al 2010, quando la casa editrice indipendente Cagliostro E-press diede alle stampe Mammarella. Una storia a fumetti del Commissario Ricciardi, per i testi di Alessandro Di Virgilio e i disegni di Claudio Valenti. L'albetto presentava un racconto breve di De Giovanni, comparso in forma testuale in varie antologie. Per meglio comprendere la portata di questo esperimento, occorre appena ricordare che all'epoca la fama del malinconico Commissario era ben lungi dall'essere ampiamente diffusa: il suo primo romanzo, Le lacrime del pagliaccio, era stato pubblicato solo quattro anni prima dalla casa editrice Graus, per poi essere rieditato un anno dopo da Fandango con l'attuale titolo Il senso del dolore. Si era, in altre parole, agli albori del fenomeno mediatico che lo avrebbe visto protagonista negli anni a venire.

Questa sua prima sortita nel mondo delle nuvolette, tuttavia, già metteva in luce le possibilità espressive delle trame di De Giovanni: si optò infatti per un adattamento essenziale, con disegni particolarmente stilizzati e i colori ridotti a una scala di grigi acquerellata, che ben mettevano in risalto la natura chiaroscurale delle storie. Scelta peculiare, poi, quella di preferire la scrittura a mano (tipica delle prime fasi di lavorazione) al lettering computerizzato, quasi a voler simboleggiare il carattere work in progress del progetto – o forse l'anima irrisolta dello stesso Ricciardi.

Cinque anni dopo lo stesso sceneggiatore curò l'adattamento a fumetti di un altro racconto breve di De Giovanni, I vivi e i morti, uscito per i tipi di Star Comics: alle matite, stavolta, c'era Emanuele Gizzi, che scelse di dare alla storia una caratterizzazione più classica, con retinature pregnanti e un tratto deciso e spigoloso simile a quello che ha reso celebre il Dylan Dog bonelliano. I due episodi sceneggiati da Di Virgilio, pur confezionati con grande cura, costituirono di fatto un progetto estemporaneo, nato più che altro con scopi promozionali e senza alcuna pretesa di entrare di fatto nel corpus letterario del personaggio, all'epoca in piena formazione; tuttavia l'importanza di queste due storie è quantomai palese se si prende in esame la storia recente del Ricciardi a fumetti.

Il Commissario Ricciardi a fumetti
Il Commissario Ricciardi a fumetti, di Maurizio de Giovanni, presso Sergio Bonelli Editore

Nel novembre 2017 la Sergio Bonelli Editore lancia la testata trimestrale Le stagioni del Commissario Ricciardi, che propone l'adattamento a fumetti dei primi quattro romanzi della serie (il cosiddetto ciclo delle stagioni). Non è la prima volta che questa casa editrice sperimenta un connubio con la letteratura: la serie nasce come spin-off della collana I romanzi a fumetti, varata nel 2007 per il mercato delle edicole e successivamente traslata in quello di librerie e fumetterie; è inoltre opportuno ricordare Le Storie, testata chiusa nel dicembre 2020, che per 4 anni ha raccolto episodi autoconclusivi pertinenti a vari generi letterari. Le avventure proposte erano inedite e scritte sin dall'inizio come sceneggiatura di un fumetto; con il Commissario Ricciardi, invece, per la prima volta si è scelto di adattare dei testi nati per l'editoria.

Per l'occasione è stato formato un variegato cast di sceneggiatori e disegnatori campani, quasi a voler recepire in toto la “napoletanità” del personaggio e del suo autore; l'inizio dei lavori è stato preceduto da un lungo periodo di documentazione storica e grafica, allo scopo di rendere il mondo in cui Ricciardi si muove verosimile e affascinante. I primi quattro numeri sono usciti tra 2017 e 2018 in un'inedita formula: all'uscita degli albi nelle edicole è seguita, dopo poche settimane, la pubblicazione di un volume cartonato destinato alle librerie, che ripropone la storia in un formato più grande assieme a dei contenuti speciali. Anche in questo caso, come accadeva in Mammarella, si è scelto di ridurre la gamma cromatica delle storie a un solo colore, diverso per ciascuna storia e coerente con la stagione in cui essa si svolge: per Il senso del dolore (novembre 2017) è stato adoperato un freddo blu, per La condanna del sangue (marzo 2018) un verde tenue, per Il posto di ognuno (luglio 2018) un giallo festoso e infine per Il giorno dei morti (novembre 2018) un funebre violaceo. Seguendo la lunga tradizione di assegnare ai personaggi Bonelli i volti delle star cinematografiche, le fattezze del Commissario Ricciardi sono state ricalcate su quelle di un giovane Andy Garcìa (pare su indicazione dello stesso De Giovanni); altre facce note sono quelle del dottor Modo, che sfoggia il cipiglio di Vittorio De Sica, e le sembianze delicate ma aspre di Bambinella, in cui si riconosce Annibale Ruccello. Infine, per meglio raffigurare il fatto (la capacità di Ricciardi di vedere i morti di morte violenta negli ultimi istanti della loro vita), è stata elaborata un'ardita giustapposizione in trasparenza di figure evanescenti, nelle quali è ben riconoscibile il tratteggio a matita.

Gli esiti di questa operazione sono particolarmente felici: la sintesi di spazio e tempo con la quale si estrinseca il linguaggio fumettistico consente infatti di godere appieno dell'intensità delle trame, del fascino ambiguo dell'epoca, delle espressioni marcate dei personaggi. Col suo volto perennemente corrucciato e i suoi flussi di pensieri, Ricciardi sembra essere nato per far parte dell'Olimpo bonelliano, i cui personaggi possiedono sempre una notevole profondità psicologica.

Teatro delle avventure del Commissario è una Napoli splendidamente ricostruita, riconoscibile e credibile sia che si tratti delle zone monumentali che dei vicoli più anonimi. Proprio in questo la serie a fumetti si rivela perfino più efficace di quella televisiva: liberi dalle pastoie della macchina da presa, i disegnatori hanno potuto dar sfogo alle loro fantasie, dando a Napoli le connotazioni di un vero e proprio limbo caotico e gremito di persone vive e morte in egual misura; le visioni del Commissario sono rese con particolari raccapriccianti che mai avrebbero potuto trovar posto sullo schermo in prima serata, ma che sulle pagine degli albi vengono presentati con disimpegno ed eleganza, senza mai risultare gratuiti. Il Commissario Ricciardi bonelliano si muove quindi in perfetto equilibrio tra giallo e horror, indagine e sentimento, introspezione e brivido, senza contravvenire alle tematiche che stanno alla base della serie di De Giovanni, ma addirittura esaltandole e rendendole adatte al più ampio pubblico degli amanti del fumetto.

Il successo delle Stagioni ha consentito l'espansione del progetto: nel 2018 è stato varato il progetto del Commissario Ricciardi Magazine, uno speciale annuale che raccoglie storie brevi aventi come protagonisti Ricciardi e i suoi comprimari, sceneggiate a partire da racconti brevi di De Giovanni o da porzioni dei romanzi che, per ragioni di spazio, hanno dovuto essere tagliate. Nel secondo numero, uscito a maggio 2019, sono presenti anche i remake di Mammarella e I vivi e i morti, sceneggiati e disegnati dagli autori della serie Bonelli.

Il Commissario Ricciardi a fumetti
Il Commissario Ricciardi a fumetti: Per mano mia, pubblicato da Sergio Bonelli Editore (2020)

Dopo una serie di ritardi dovuti alla pandemia, a ottobre 2020 è uscito Per mano mia, primo capitolo della “trilogia delle festività”. Il filtro monocromatico dei primi quattro numeri è stato riproposto con una nuova formula che accosta sfumature vinaccia ad ombreggiature di nero particolarmente belle. Per il 25 marzo è attesa la pubblicazione del nuovo volume, Vipera, al quale con cadenza bimestrale faranno seguito tutte le restanti storie del Commissario; non mancherà l'appuntamento annuale col Magazine, in uscita a maggio, mentre nei mesi estivi dovrebbero vedere la luce anche gli albi destinati alle edicole.

fumetti Commissario Ricciardi
Il Commissario Ricciardi a fumetti: Vipera, pubblicato da Sergio Bonelli Editore (2021), in libreria e fumetteria dal 25 marzo

Ma la collaborazione tra Maurizio De Giovanni e la Bonelli non è che all'inizio: nel 2018 sono approdati nel mondo delle vignette anche i Bastardi di Pizzofalcone, le cui storie sono esclusivamente presenti in albi cartonati a colori; coraggiosa la scelta di presentare una Napoli popolata di animali antropomorfi. I Bastardi titolari della serie, componenti della squadra mobile di Pizzofalcone, guarda caso sono stati dotati di fattezze canine.


Anne Frank fumetti

Anne Frank a fumetti: le annotazioni del retrocasa reinterpretate da Ozanam e Nadji

Anne Frank a fumetti: le annotazioni del retrocasa reinterpretate da Ozanam e Nadji

Il legame tra narrazione a fumetti e memoria è particolarmente affascinante. Raccontare con le immagini aggiunge forza ed immediatezza al messaggio che si vuol dare, non è un caso che spesso opere letterarie che vengono adattate in fumetti acquistino una “vita” propria, “Il diario di Anne Frank” è uno di questi casi.

Anne Frank fumetti

La Star Comics ha recentemente pubblicato il “Diario di Anne Frank” in un volume autoconclusivo tratto dalla prima edizione del diario, curata da Otto Frank, padre di Anne, pubblicata come “Il retrocasa: annotazioni al diario dal 12 Giugno 1942 al 1 Agosto 1944”.

La sceneggiatura è di Antoine Ozanam (già sceneggiatore di Klaw) e i disegni di Nadji (il suo blog: http://vertfluo.blogspot.com/).

Anne Frank è una ragazza ebrea che per i suoi tredici anni riceve un diario eleggendolo subito a suo più intimo confidente, battezzandolo Kitty.
Una premessa di poco conto, se quel diario non fosse una delle rarissime testimonianze dei tanti giovani ebrei che hanno vissuto la seconda guerra mondiale e l'orrore delle persecuzioni naziste. In quelle pagine Anne riversa la sua vita da rifugiata in una “retrocasa” di Amsterdam.

Non è la prima volta che il diario della giovane Anne si presta ad essere reinterpretato come fumetto, il lavoro di analisi e comprensione dell'opera letteraria da parte dello sceneggiatore si fonde allo stile di disegno essenziale di Nadji, rendendo le azioni e riflessioni della protagonista vivide e mai distanti.

Anne Frank fumetti
La retrocasa dove Anne vivrà per due anni con la famiglia e altre persone diventa il macrocosmo nel quale la ragazza passerà gli anni della sua adolescenza.
Anne è la più giovane in quella dimora nascosta, gli adulti riversano su di lei aspettative e frustrazioni, senza che lei abbia la possibilità di ribattere senza essere bruscamente messa a tacere.
Come tutte le adolescenti, Anne si ribella, si fa delle domande, si innamora ed osserva il mondo attorno a lei: la guerra è una eco terribile, fa tremare le pareti di quel rifugio che diventa di anno in anno sempre più fragile.

La retrocasa viene delineata con pochi tratti, lasciando spesso lo sfondo vuoto per non distrarre il lettore dai personaggi e dai loro discorsi, vera anima dell'opera. Il fumetto fa un grande uso di tinte desaturate, come a voler rappresentare la perenne penombra di chi vive senza dover essere visto, relegando i toni caldi ai momenti più astratti quando Anne non parla a Kitty, il suo diario, ma rende noi “Kitty”.
L'autore si prende la libertà di colmare le lacune della narrazione frammentaria del diario, dimostrando di aver capito la personalità della giovane protagonista.

La gabbia delle vignette è spesso rigida, le vignette si susseguono inframezzate da ampi spazi bianchi. Ad interrompere il ritmo e la narrazione si aprono splashpage che ci trasportano nell'immaginazione della giovane autrice, animando le sue fantasie e preoccupazioni.

Il diario di Anne Frank” non è pensato per un pubblico che vede nel fumetto una via “facile” per leggere un libro, è un'interpretazione sensibile e rispettosa del contesto, dei sentimenti di Anne e di chi ha vissuto attorno a lei.

Non occorre vivere momenti così tragici per entrare in sintonia con il pensiero della giovane Anne che ha il pregio di rendere tangibili, comprensibili i suoi problemi e i suoi dilemmi in maniera così incredibilmente universale.

Anne Frank fumetti
La copertina del volume Il diario di Anne Frank, a cura di Antoine Ozanam e Nadji, pubblicato da Edizioni Star Comics (2020)
Il diario di Anne Frank
“Il retrocasa annotazioni al diario dal 12 giugno 1942 al 1 agosto 1944”

AUTORI: Antoine Ozanam (sceneggiatura), Nadji (disegni)
EDITORE: Star Comics
DIMENSONI:17x24, brossurato a colori
PAGINE:144
PREZZO:€.13,90
ISBN: 978-8822621375
Il fumetto è disponibile anche su Amazon

 

Per le immagini si ringrazia Edizioni Star Comics.


Lino Guanciale Il Commissario Ricciardi

Il Commissario Ricciardi, dai romanzi alla fiction

Il personaggio del commissario Luigi Alfredo Ricciardi nasce dalla penna del prolifico scrittore napoletano Maurizio de Giovanni, romanziere, saggista, sceneggiatore e drammaturgo, che ha dato vita anche ad altri grandi personaggi, ma che a questo in particolare ha legato il suo esordio, la sua passione per il giallo unito al noir, la sua anima più introversa e malinconica.

Al trentenne commissario di polizia, di nobili origini ma impiegato, senza alcun interesse per la posizione sociale e la carriera, presso la Squadra mobile della Regia Questura di Napoli, nel pieno regime fascista degli anni Trenta, l’autore ha dedicato una serie di romanzi.

I primi quattro rientrano nel cosiddetto “ciclo delle stagioni” (Il senso del dolore. L'inverno del commissario Ricciardi, 2007, già pubblicato con il titolo Le lacrime del pagliaccio un anno prima; La condanna del sangue. La primavera del commissario Ricciardi, 2008; Il posto di ognuno. L'estate del commissario Ricciardi, 2009; Il giorno dei morti. L'autunno del commissario Ricciardi, 2010); seguono, poi, il “ciclo delle festività” (Per mano mia. Il Natale del commissario Ricciardi, 2011; Vipera. Nessuna resurrezione per il commissario Ricciardi, 2012, attinente alla Settimana Santa; In fondo al tuo cuore. Inferno per il commissario Ricciardi, 2014, ambientato nel periodo dei festeggiamenti in onore della Madonna del Carmine) e il “ciclo della canzone”, ancora una trilogia (Anime di vetro. Falene per il commissario Ricciardi, 2015; Serenata senza nome. Notturno per il commissario Ricciardi, 2016; Rondini d'inverno. Sipario per il commissario Ricciardi, 2017). A queste si aggiungono ulteriori pubblicazioni fuori collana, dedicate al medesimo personaggio.

La copertina del romanzo di Maurizio de Giovanni, Il Pianto dell’alba. Ultima ombra per il commissario Ricciardi, pubblicato da Einaudi (2019) nella collana Stile Libero Big

All’affascinante scrittura di De Giovanni si devono, anche, altre serie di romanzi di pari successo, con protagonisti altrettanto incisivi: basti citare, tra i tanti, l’ispettore Giuseppe Lojacono de I bastardi di Pizzofalcone, l’assistente sociale Mina Settembre e, ancora, l’ex dipendente dei Servizi Segreti Sara Morozzi.

La peculiarità del personaggio di Ricciardi, nato nel Cilento nel 1900 dai baroni di Malomonte e rimasto orfano fin da ragazzo, accudito dalla sua tata e divenuto un uomo asociale, silenzioso e misterioso, sta nel suo “dono”, in realtà una condanna, ossia ciò che lui definisce il Fatto: Ricciardi vede i fantasmi, o meglio è in grado di percepire l’ultima immagine lasciata dai defunti, proiettata come una breve sequenza reiterata, una sorta di inquietante loop.

"Vedeva i morti. Non tutti e non a lungo: solo quelli morti violentemente, e per un periodo di tempo che rifletteva l’estrema emozione, l’energia improvvisa dell’ultimo pensiero.

Le parole sospese nell’ultimo pensiero della vittima non sono un vero e proprio indizio per il commissario – sarebbe troppo facile! – e talvolta possono risultare addirittura fuorvianti (“aveva imparato a sue spese come il Fatto sviasse dalla verità molto più spesso di quanto avvicinasse alla soluzione”), perché quasi mai sono didascalicamente connesse alle circostanze, alle cause e agli artefici della morte. Sono, più che altro, un elemento con cui Ricciardi dovrà trovare coerenza nel momento in cui cercherà di tirare le somme delle sue indagini.

Al Fatto si ricollegano tutte le caratteristiche comportamentali del protagonista: è ombroso e inquieto perché costantemente angosciato dalla visione di cadaveri orrendamente sfigurati, presenti ovunque lungo le strade della Napoli degli anni Trenta; rifugge l’approfondimento di ogni contatto umano, che sia di amore o di amicizia, perché convinto, in virtù di quello che gli rivelano i “fantasmi”, che ogni male provenga da una degenerazione dei sentimenti (“il delitto è la faccia oscura del sentimento: la stessa energia che muove l’umanità la devia, fa infezione e suppura esplodendo poi nell’efferatezza e nella violenza”); sceglie di rimanere scapolo per evitare di trasferire ai figli la sua “condanna del sangue”, come la madre ha fatto con lui; riconduce la causa di ogni azione delittuosa a due moventi essenziali, l’amore e la fame, e di conseguenza coltiva, da un lato, un affetto platonico per una donna che si limita a osservare da dietro i vetri di una finestra e, dall’altro, soffre profondamente per le ingiustizie sociali, che condannano i miseri a restare tali, senza possibilità di riscatto.

Quest’ultimo elemento, strettamente connesso con l’avversione per le classi al potere, regola la sua relazione con i suoi superiori, in particolare con l’arrivista vicequestore Angelo Garzo, nei confronti del quale Ricciardi non mostra mai la dovuta deferenza, non ritenendolo meritevole di considerazione, né sul piano umano, né su quello professionale.

A scalfire la corazza dell’introverso Ricciardi, pochi personaggi di particolare spessore: la tata Rosa, che si prende cura di lui con dedizione (“Era nata assieme all’Italia, ma non se n’era accorta, né allora né dopo: per lei la patria era sempre stata la Famiglia, di cui era custode forte e decisa”); Enrica Colombo, la timida dirimpettaia con cui scambia fugaci e appassionati sguardi; l’affidabile brigadiere Raffaele Maione, uomo integerrimo e buon padre di famiglia, ciecamente fedele al commissario; don Pierino Fava, il viceparroco amante dell’opera lirica, che riesce a penetrare la coltre di dolore di cui Ricciardi è ammantato e ad arrivare alla sua essenza più profonda; il medico legale Bruno Modo, imprudente antifascista (“Ricciardi e Modo avevano una strana e ruvida amicizia; il dottore era l’unico che si poteva permettere di dare del ‘tu’ al commissario ed era l’unico in grado di afferrarne l’ironia”); l’affascinante femme fatale Livia Vezzi, da cui è inevitabilmente attratto, pur non nutrendo per lei l’affetto puro che ha per Enrica.

Un’altra caratteristica del personaggio sta nel suo personalissimo senso della giustizia, che se da un lato lo porta a lavorare con ossessiva determinazione su ogni caso fino al raggiungimento della verità, dall’altro lo vede spesso percorrere vie non del tutto legali, manipolare le prove, contraffare la ricostruzione dei fatti, se si tratta di fare la cosa umanamente più giusta e di agevolare le classi deboli e bisognose.

Il metodo che contraddistingue il lavoro d’indagine di Ricciardi è racchiuso in quella che l’autore definisce geografia delle emozioni: “Lui lavorava così: creava uno schema, una geografia delle emozioni che incontrava. Quello che coglieva mediante il Fatto, i sentimenti di chi interrogava, la meraviglia, l’orrore dei presenti. Poi cercava di riconoscere l’anima della vittima: i lati chiari e i lati oscuri; dalle parole, dagli sguardi di quelli che l’avevano conosciuta. Non elaborava le parole dei testimoni […] ma fissava nella memoria l’atteggiamento, l’espressione, la passione di chi parlava; l’emozione che emergeva e soprattutto quella che rimaneva sotto la superficie. Sentiva, insomma, più che ascoltare”.

Questi, in linea di massima, sono i punti fermi e l’impianto narrativo dei romanzi, all’interno dei quali, poi, si svolge di volta in volta l’intreccio relativo al caso da risolvere, un’indagine che si apre e si conclude nell’ambito di ogni volume, così come avviene negli episodi della fiction in programmazione su Rai 1 a partire dal 25 gennaio 2021.

Lino Guanciale Il Commissario Ricciardi
Il Commissario Ricciardi, Lino Guanciale, al Teatro San Carlo. Foto Ufficio Stampa RAI

Girata tra Taranto e Napoli con la regia di Alessandro D’Alatri (già autore della fiction I bastardi di Pizzofalcone), la serie prodotta da Rai Fiction e Clemart ha tra i suoi sceneggiatori lo stesso Maurizio de Giovanni, insieme a Salvatore Basile, Doriana Leondeff e Viola Rispoli. La collaborazione dell’autore alla trasposizione televisiva è, di per sé, una garanzia di aderenza allo spirito con cui i romanzi sono stati concepiti, eppure qualcosa si perde fatalmente dal testo all’immagine, qualcosa resta tra le pagine e fa fatica ad emergere al di là da esse.

Tre fattori sono fisiologici e non aggirabili: è normale che una resa visiva univoca non possa coincidere con la molteplicità di soluzioni generate dal personale immaginario di ogni singolo lettore; è inevitabile che i tempi dilatati del romanzo non possano che risultare compressi all’interno di quelli televisivi, vincolati alla durata di una puntata; è impossibile trasporre nelle azioni recitative tutto il sommerso delle riflessioni, delle digressioni, delle osservazioni, dei ricordi e delle sensazioni espresse dai personaggi e dalla stessa voce narrante, lungo tutta una linea parallela al racconto stesso.

Prescindendo, dunque, da tutto ciò, al netto di quello che oggettivamente un film non può rendere rispetto a un libro (a meno che non si dedichi un’intera serie ad ogni singolo volume), restano diverse valutazioni da fare in merito a questo ottimo lavoro, svolto con uno staff tecnico e attoriale di tutto rispetto.

Gli episodi proposti per questa prima serie sono sei e coincidono con i quattro libri del suddetto “ciclo delle stagioni” (Il senso del dolore; La condanna del sangue; Il posto di ognuno; Il giorno dei morti), più il secondo e il terzo della “trilogia delle festività” (Vipera; In fondo al tuo cuore). Il primo volume della trilogia (Per mano mia), i cui diritti sono stati acquistati da Riccardo Scamarcio e Valeria Golino, è stato saltato.

Protagonista della serie è Lino Guanciale, che nei panni del commissario Ricciardi risulta credibilissimo dal punto di vista estetico. Il personaggio, infatti, è così descritto nel romanzo: “Luigi Alfredo Ricciardi era di statura media, magro. Scuro di carnagione, gli occhi verdi che spiccavano nel viso; i capelli neri, pettinati all’indietro e fissati con la brillantina, liberavano talvolta un ciuffo che gli attraversava la fronte e che lui, distrattamente, metteva a posto con un gesto secco. Il naso era diritto e sottile, come le labbra. Le mani piccole, quasi femminili: nervose, sempre in movimento. Le teneva in tasca, consapevole del fatto che tradivano la sua emozione, la tensione”.

Tutti questi tratti, compresi l’uso del soprabito grigio e il rifiuto di indossare il cappello (che, all’epoca, era considerato un carattere distintivo per tutti gli uomini benestanti) sono puntualmente rintracciabili nella fiction.

Meno intellegibile risulta, invece, il tormento interiore che Ricciardi esprime attraverso la sua costante tristezza di sottofondo e la ritrosia nel relazionarsi con gli altri. Nel romanzo, infatti, tale meccanismo è chiaro e sembra anche immediatamente giustificabile, visto l’orrore a cui è costretto costantemente ad assistere: i fantasmi martoriati sono ad ogni angolo di strada e descritti con una certa truculenza, pertanto si intuisce l’impossibilità del commissario di avere un’esistenza normale, una quotidianità non contaminata da infiniti scenari di violenza. Nel film, invece, si è scelto, per ovvie ragioni, di non insistere troppo su tale aspetto, che sarebbe potuto risultare eccessivamente distante dal genere poliziesco e pericolosamente vicino allo splatter. Gli “spettri”, dunque, sono presenti quasi esclusivamente sulle scene dei crimini, non aggiungendo ulteriore dolore o raccapriccio allo scempio in carne ed ossa che è già sotto gli occhi di tutti. Non si spiega abbastanza, quindi, il taedium vitae del personaggio, il suo “disgusto dell’esistenza”: gli atteggiamenti bruschi e schivi del protagonista, non trovando immediata e adeguata correlazione, sembrano dettati da arroganza e senso di superiorità, più che da uno stato di profondo sconforto e avvilimento psicologico.

Molto convincenti si rivelano i ruoli interpretati dal bravissimo Antonio Milo nei panni di Maione (giusta resa del binomio tra stazza possente e animo fragile, umiltà e grandezza di cuore, modi spicci e occhi che rivelano una dolcezza di fondo); da Enrico Ianniello nelle vesti del dottor Modo (ironico, efficiente, sfrontato nella sua dichiarata avversione per il fascismo); da Fabrizia Sacchi, che ci restituisce un’ottima Lucia (la moglie di Maione, sopraffatta dal dolore per la morte del primogenito eppure disperatamente ancorata alla vita); da Nunzia Schiano come tata Rosa, che sommerge il commissario di attenzioni e affetto, espressi, però, attraverso continue lamentele e rimbrotti; da Nicola Acunzo, perfetto come usciere Ponte (il buffo ometto incapace di guardare le persone negli occhi per innato servilismo e, nel caso del commissario, per “un po’ di superstizioso timore”).

Altrettanto adeguati i ruoli affidati a Serena Iansiti (Livia), Susy Del Giudice (madre di Enrica) e, soprattutto, Massimo De Matteo, il comprensivo ed empatico padre di Enrica.

Maria Vera Ratti nei panni di Enrica è calzante esteticamente e caratterialmente, tranne in alcuni passaggi che sembrano delle forzature, come nell’incontro con Ricciardi in Chiesa (primo episodio), dove la sua postura, il suo aspetto e il suo atteggiamento risultano parossisticamente goffi, da clichè dell’imbranata, quasi una macchietta (non si sa per quale motivo); poco credibile anche nelle scene in cui ricama, perché passa dei punti a caso pasticciando il tessuto come mai farebbe chi davvero ama tale attività, ritenuta un rilassante svago ma anche un lavoro utile e produttivo (Enrica, del resto, sta ricamando il proprio corredo, pur chiedendosi se mai le servirà a qualcosa).

L’interpretazione dell’ottimo Peppe Servillo (apprezzatissimo cantante degli Avion Travel) nel ruolo di Don Pierino risente, purtroppo, di quel gap oggettivamente incolmabile che si crea quando, come ho già accennato, nel romanzo il personaggio è presentato attraverso lunghe digressioni sul suo passato, particolari approfondimenti psicologici, focus sulle sue riflessioni e le sue sensazioni: tutto ciò non può essere reso nei tempi e nelle modalità di un episodio televisivo. Probabilmente è un personaggio che verrà fuori col tempo.

Il brillante Adriano Falivene nel ruolo di Bambinella (il “femminiello” a cui si rivolge spesso Maione per avere qualche soffiata in grado di agevolare le indagini), risulta efficace pur discostandosi dalla descrizione fatta nel romanzo, dove il personaggio pare abbia a tutti gli effetti l’aspetto di una bella donna, tradito solo a volte da un’ombra di ricrescita della barba: “Maione aveva conosciuto Bambinella un paio d’anni prima, quando avevano fatto irruzione in un bordello clandestino a San Ferdinando, uno di quei posti a basso prezzo dove esercitavano abusivamente la professione femmine d’età o ragazze di campagna. Tra tutte le ‘signorine’ brutte, storte e vecchie, spiccava questa bellezza dagli occhi a mandorla; quando presero le generalità, uscì il difetto”. Nel film, invece, si presenta visibilmente come un uomo, con tanto di petto villoso lasciato in bella vista e truccato in maniera teatrale. Insomma, non avrebbe certamente bisogno di dichiarare le proprie generalità perché se ne indovini la natura. Nonostante la divergenza di versioni, resta un bel personaggio.

Indovinata è la scelta di Mario Pirrello nel ruolo di Angelo Garzo: l’attore riesce molto bene a rendere la mellifluità del personaggio, con la sua tendenza a soverchiare i sottoposti e a lusingare in maniera affettata le personalità influenti. C’è, tuttavia una discrepanza rispetto al romanzo, dove ciò che caratterizza particolarmente il vicequestore è il suo continuo dibattersi tra il bisogno di affermare la propria autorità, di farsi rispettare, e la necessità di blandire – suo  malgrado – l’ostico Ricciardi, di mantenere con lui un atteggiamento accondiscendente e adulatorio, dal momento che il commissario è la sua gallina dalle uova d’oro: risolve brillantemente ogni caso (come lui non sarebbe in grado di fare) e, soprattutto, è del tutto disinteressato agli onori o all’avanzamento di grado, tanto da lasciare che il superiore si attribuisca i meriti dei suoi successi. Nel Garzo del film questa continua lotta interiore non c’è: s’impone, rimprovera, dà ordini e svilisce il lavoro di Ricciardi senza farsi problemi, salvo fare un passo indietro e assecondare le richieste del commissario quando questi, manipolandolo astutamente, gli fa credere che sta agendo per salvaguardare l’immagine della Questura o di qualche personaggio influente.

Un’altra dissomiglianza sta nella rappresentazione del Fatto: nel romanzo i “fantasmi” di coloro che sono deceduti di recente sono perfettamente visibili agli occhi di Ricciardi, poi diventano man mano sempre più evanescenti, fino a svanire del tutto, col passare del tempo, indipendentemente dal fatto che qualcuno risolva o meno le questioni lasciate in sospeso nella loro vita terrena, cosa a cui si allude, invece, nel primo episodio. Le ultime parole del defunto che il commissario percepisce, inoltre, sono quasi sempre un fraseggio mesto (un canto “a voce sommessa” nel caso del tenore Vezzi; un “flebile sussurro” nel caso della cartomante Carmela Calise) o, comunque, un suono simile a quello che poteva essere stato nella realtà, mentre nel film diventano un roboante effetto sonoro a voci moltiplicate e sovrapposte, con un'eco che rende, tra l’altro, poco comprensibili le parole pronunciate, il che è un peccato, viso che sono, in qualche modo, un importante riferimento.

Certamente anche la trama degli episodi differisce sensibilmente in più punti, soprattutto in relazione al caso su cui s’indaga, presentando nel romanzo una pluralità di sospetti e di indizi, di piste da seguire e di confronti, di flashback e di storie parallele che nel film vengono meno; ma ciò è comprensibilmente riconducibile, come già detto, alla necessità di adeguarsi ai tempi televisivi, che obbligano a una semplificazione dell’intreccio e degli approfondimenti.

Torna spesso, nei romanzi come nella serie televisiva, l’ambientazione del teatro, dove “le passioni vere e quelle finte si confondono. Da segnalare, nel secondo episodio, l’assenza di un suggestivo dettaglio presente nel libro: la velata allusione alla compagnia di Eduardo de Filippo, dove il brusco capocomico “aveva il viso bianco di cipria e due macchie di belletto rosato all’altezza degli zigomi, il colletto sollevato alla moda di dieci anni prima, la cravatta larga e colorata, la giacca con una evidente toppa su un fianco. Ad onta dell’abbigliamento ridicolo, l’espressione era cupa: i baffetti e le labbra sottili, un sopracciglio molto arcuato sotto la fronte larga divisa da un’unica ruga verticale”; il fratello e la sorella (Peppino e Titina) sono descritti, rispettivamente, come un uomo cordiale e disponibile, rassegnato a sopportare i rimbrotti del maggiore, e “una donna di eccezionale bruttezza ma di grande bravura”.

Ciò che maggiormente affascina e conquista di questa godibile fiction sono le scenografie, le ambientazioni, la fotografia, la preparazione degli esterni e l’allestimento degli interni, la resa del fascino del passato, il clima perfettamente ricostruito di una città bellissima e decadente al tempo stesso, luogo di miserie estreme e di altrettanto sfarzoso benessere: “a valle, la città ricca, dei nobili e dei borghesi, della cultura e del diritto. A monte, i quartieri popolari, al cui interno vigeva un altro sistema di leggi e norme, altrettanto o forse ancora più rigido. La città sazia e quella affamata, la città della festa e quella della disperazione”.

I luoghi ricorrenti del racconto sono presentati con una cura estrema: la casa di Ricciardi, elegante ma sobria, dove regna sovrana l’anziana Rosa; il noto e sfavillante Gambrinus, tempio della Belle Époque napoletana, dove Ricciardi s’intrattiene spesso a colazione; la casa modesta di Maione, resa accogliente dalla presenza dei numerosi figli; l’abitazione e il negozio di cappelli della famiglia di Enrica, espressioni di una piccola borghesia agiata; e poi ancora la Questura, la Chiesa di don Pierino, il Teatro San Carlo, il quartiere equivoco di Bambinella, la Trattoria, i vicoli brulicanti di bambini cenciosi e di ambulanti con i carretti, contrapposti al lusso degli ambienti frequentati dall’alta società.

Tutto ciò conferisce notevole attrattiva alla fiction che, al di là dei confronti con i romanzi, risulta senz’altro un’operazione riuscita e che, certamente, andrà via via acquisendo maggior spessore con il prosieguo della serie.

I racconti e i romanzi dedicati al commissario Ricciardi hanno conosciuto, anche, altre interessanti versioni, come l’adattamento a fumetti proposto da diversi editori, fino al progetto completo realizzato da Sergio Bonelli, che ha pubblicato i seguenti titoli: Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Dieci centesimi e altre storie, Quando si dice il destino e altre storie.

Anche in questa versione illustrata, di grande qualità ed efficacia, Luigi Alfredo Ricciardi ha riscosso un buon successo di pubblico, dimostrando, ancora una volta, che quello evocato dalla felice penna di Maurizio De Giovanni è un personaggio che non lascia indifferenti e che sa ritagliarsi uno spazio ben preciso e ben caratterizzato, nell’ambito del ricchissimo filone poliziesco a cui si legano tanti altri famosi ispettori, tenenti e commissari.

Un personaggio che non ha una vita normale ma che anela ad essa, che non conosce il calore di una famiglia ma che sa ponderarne l’immenso valore:

Non sono io che ti posso dire come funziona in una famiglia. Lo sai, io una famiglia non ce l’ho e non ce l’ho avuta nemmeno da piccolo. Io sono cresciuto con la mia tata, e ancora sto con lei. Le voglio bene, ma non è una famiglia. Lo sai che penso? Che è facile stare insieme quando va tutto bene. Il difficile è quando si devono superare le montagne, fa freddo e tira vento. Allora, forse, per trovare calore, uno si deve fare un poco più vicino. Te lo dice uno che campa nel freddo. E che non ha nessuno per trovare calore.”


Pat Sullivan Felix the cat il gatto

Pat Sullivan: una vita in bianco e nero

SOGNI ANIMATI II

Pat Sullivan: una vita in bianco e nero

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Pat Sullivan
Pat Sullivan in una foto di ignoto, da p. 48 dell'edizione del 3 Aprile dello Exhibitors Herald (Apr. - Jun. 1920), in pubblico dominio

Il binomio “genio e sregolatezza” viene spesso utilizzato per riassumere le biografie di celebri personaggi il cui formidabile estro andò di pari passo con uno stile di vita esagerato e, quasi sempre, dai risvolti tragici: in genere si parla in questo modo di pittori, scrittori e attori, ma non mancano esponenti di forme d'arte meno convenzionali, come matematici e pionieri dell'informatica. Anche nel mondo dell'animazione vi sono state personalità particolarmente controverse, il cui spessore artistico si accompagna a una vita problematica: paradigmatica, in tal senso, è la storia di Pat Sullivan, che fu in grado di cambiare la concezione stessa dei cartoni animati ma non di salvarsi da un'esistenza ricca di drammi ed eccessi.

Un ragazzo difficile

Patrick Peter “Pat” Sullivan nacque nei sobborghi di Sydney il 22 febbraio 1885 da una famiglia d'origine irlandese; poco più che ventenne emigrò negli Stati Uniti, dove lavorò dapprima come fumettista per alcuni giornali per poi interessarsi all'animazione: tra 1914 e 1915 prestò servizio in due dei primi studios storicamente esistiti, quello di John Randolph Bray e quello di Raoul Barré. Già nel corso di queste prime esperienze emerse la difficile personalità di Sullivan: il ragazzo era un fervente cattolico e difendeva le proprie idee religiose al punto di scatenare vere e proprie risse; inoltre già in questi anni risultarono evidenti il suo narcisismo e la tendenza a bere più del dovuto. In effetti Sullivan si dimise dagli studios di Bray dopo pochi mesi di lavoro perché “non si sentiva sufficientemente valorizzato”; in seguito fu Barré a licenziarlo per divergenze creative, sottolineando il fatto che ai suoi occhi fosse un incompetente.

Nel frattempo il mondo dell'animazione andava incontro a decisive trasformazioni: nel 1916 il magnate americano William Randolph Hearst fondò i propri studios, i primi a presentare un assetto aziendale gerarchico e ben definito, che fu poi replicato dalle case di produzione più famose (Disney e Fleischer in testa); Hearst, la cui abilità negli affari era proverbiale, offrì ai migliori artisti degli studios di Bray e Barré degli stipendi da capogiro, assicurandosi una forza lavoro di prim'ordine e causando al contempo il fallimento delle altre due case di produzione. Sullivan, che all'epoca era già stato cacciato da Barré, non rientrò tra le fila di questi animatori: quasi per ripicca decise di investire i suoi scarsi risparmi per fondare un suo studio personale.

Questa impresa si rivelò sorprendentemente efficace: Sullivan aveva acquistato i diritti di due serie a fumetti alle quali aveva lavorato, Sammy Johnsin e The Tramp (ispirata al personaggio di Charlot), che all'epoca godevano di fama più che discreta; i cartoni animati che ne furono tratti riscossero un buon successo.

Occorre tuttavia considerare che già in partenza l'animatore commise dei gravi errori: piuttosto che guardare al modello Hearst, che prevedeva una suddivisione del potere decisionale tra il direttore e i membri del consiglio d'amministrazione, Sullivan decise di impostare la propria azienda con un assetto padronale, accentrando nella sua persona tutte le responsabilità. Le conseguenze di questa scelta non tardarono a mostrarsi: a causa dei suoi problemi d'alcolismo l'uomo era solito gridare contro i suoi dipendenti mentre era ubriaco, arrivando addirittura a licenziarli per futili motivi e non ricordare nulla il giorno dopo; Al Eugster, uno dei suoi animatori, dichiarò che Sullivan fosse “l'uomo d'affari più coerente del mondo: coerente nel non essere mai sobrio”.

Molti, poi, furono gli animatori afroamericani che denunciarono un razzismo di fondo nella sua gestione degli studios; infine, quando nel 1917 l'uomo fu incarcerato per un'accusa di violenza ai danni di una minorenne, gli studios, privi del loro direttore, dovettero chiudere e restare fermi per circa un anno.

Il successo di Felix the Cat

Nonostante queste controversie, l'accoglienza positiva delle due serie consentì agli studios di prosperare per alcuni anni senza picchi di particolare eccellenza; una vera e propria svolta avvenne solo sul finire del decennio, con l'invenzione di Felix the cat. Questo personaggio, che in Italia è noto anche col nome di Mio Mao, fece il suo debutto ufficiale nel cortometraggio Feline Follies (novembre 1919); il finale a sorpresa lascia intendere piuttosto chiaramente che nelle intenzioni iniziali questa dovesse essere la sua unica apparizione: invece, in maniera del tutto inaspettata, il pubblico gradì questo gatto al contempo simpatico e caustico, le cui avventure mostravano una vena di adulto sarcasmo.

Pat Sullivan Felix the cat il gatto
La celebre “camminata pensierosa” (Felix pace), in Oceantics (1930). Immagine in pubblico dominio

Questo spinse Sullivan a produrre nuovi cortometraggi di Felix; film dopo film il personaggio fu rifinito nella grafica e nel carattere; in particolare furono portati all'estremo tutti quei comportamenti stereotipati e ripetuti ossessivamente che lo rendevano unico e riconoscibile: Felix era in grado di togliersi la coda e utilizzarla come bastone, levarsi lo scalpo a mo' di cappello per salutare una bella fanciulla, afferrare i punti esclamativi utilizzati per visualizzare le sue emozioni (siamo ancora all'epoca dei film muti) e adoperarli nelle maniere più disparate; celeberrima divenne poi la sua “camminata pensierosa” (Felix pace), che in genere preludeva a un'idea strampalata in grado di dare una svolta alla trama. Per la prima volta il pubblico imparò a riconoscere e amare un personaggio animato: è per questo motivo che Felix è oggi considerato il primo personaggio seriale vero e proprio della storia dell'animazione, modello ideale per qualsiasi eroe animato sia stato mai creato in seguito fino ai nostri giorni.

Roscoe Arbuckle mentre tiene il gatto Ethel del Lasky Studio come modello per Pat Sullivan, il quale disegna Felix the Cat per il Paramount Magazine. Foto di ignoto, da p. 78 dell'edizione del 12 Marzo dello Exhibitors Herald (Jan. - Mar. 1921), in pubblico dominio

Anche le origini di questo personaggio, tuttavia, diedero adito a una serie di questioni, prima tra tutte la paternità: all'indomani del successo di Felix scoppiò infatti una diatriba tra Pat Sullivan e Otto Messmer, uno dei suoi animatori, a proposito di chi dei due lo avesse realmente inventato. Messmer dichiarava infatti di aver concepito autonomamente il personaggio in tutte le sue caratteristiche; Sullivan (che comunque ne deteneva i diritti e dunque era legalmente il proprietario ufficiale) gliene riconosceva solo lo sviluppo grafico, ribadendo che fosse un prodotto della sua inventiva. A proprio suffragio Sullivan addusse numerose prove, tra le quali un altro cortometraggio intitolato The Tail of Thomas Kat (oggi perduto), realizzato interamente da lui e con protagonista un prototipo di Felix; alcuni animatori si schierarono invece a favore di Messmer, dichiarando che l'alcolismo di Sullivan gli consentisse a malapena di gestire gli studios, e che i suoi contributi creativi fossero insignificanti.

In ogni caso Messmer ottenne da Sullivan la promozione ad animatore capo e diresse la maggior parte dei corti di Felix, e questo bastò a dirimere pacificamente le questioni tra i due; tuttavia ancora oggi non è ben chiaro chi di loro abbia inventato Felix, e gli storici dell'animazione si dividono tra i sostenitori dell'una o dell'altra tesi.

Un repentino fallimento

Felix il gatto e Charlie Chaplin in Felix in Hollywood (1923). Immagine in pubblico dominio

L'ascesa di Felix continuò per tutto il terzo decennio del '900, durante il quale gli studios non ebbero praticamente alcun rivale; molti personaggi tentarono di replicarne le caratteristiche, ma nessuno di essi ebbe particolare successo: tra di essi ricordiamo Koko il Clown di Fleischer e Oswald il coniglio fortunato, prima creazione di Walt Disney a sua volta protagonista di un clamoroso caso di furto di diritti. Lo stesso Barré, che dieci anni prima aveva licenziato Sullivan, nel 1926 dovette chiudere definitivamente la propria azienda e andare a lavorare presso il suo vecchio dipendente.

Nell'ottobre 1928, tuttavia, ci fu una svolta epocale: gli animatori Amadee von Beuren e Paul Terry rilasciarono il cortometraggio Dinner Time, il primo a far uso del sonoro; un mese dopo Walt Disney pubblicò invece Steamboat Willie, terzo cartoon di Mickey Mouse, che presentava per la prima volta una colonna sonora perfettamente sincronizzata all'azione. In breve i cortometraggi sonori divennero il punto di riferimento per la cinematografia d'animazione, al quale tutte le case di produzione dovettero adeguarsi; Sullivan operò invece una scelta in controtendenza e rifiutò di aggiungere il sonoro ai film di Felix.

Per decenni questa decisione è stata imputata alla scarsa capacità imprenditoriale dell'animatore, aggravata dai suoi problemi con l'alcol e dal suo temperamento difficile; in tempi recenti, tuttavia, essa è stata vista sotto una luce differente: molti furono infatti i cineasti che sulle prime rifiutarono di aggiungere il sonoro ai propri film, considerando il sonoro una moda passeggera; inoltre Felix era stato concepito per una cinematografia priva di sonoro e le sue caratteristiche basilari si fondavano sul fatto di essere muto; probabilmente Sullivan temeva che adattare il personaggio alle nuove mode avrebbe comportato un suo snaturamento; la stessa cosa sarebbe accaduta anni dopo a Walt Disney, quando si trattò di far passare Topolino al technicolor.

Intorno al 1930, comunque, fu chiaro che Felix stava perdendo fama e consensi; Sullivan tentò di correre ai ripari quando era già troppo tardi: a causa della scarsa disponibilità economica l'animatore fu costretto ad adoperare una tecnologia meno costosa ma decisamente obsoleta, che fu implementata in fretta e furia ad alcuni film già completati e concepiti senza sonoro. Questi cortometraggi registrarono un clamoroso insuccesso, e i mancati incassi portarono gli studios a un irreparabile dissesto finanziario.

Sullivan cadde in depressione e il suo alcolismo peggiorò; nel 1931 sua moglie Marge morì in un ambiguo incidente domestico, mentre un anno dopo gli fu diagnosticata la sifilide. L'animatore tentò di investire le sue ultime risorse nel rimodernamento degli studios e in un rilancio del suo personaggio più famoso; alla fine del 1932 annunciò di aver messo in cantiere dei nuovi film sonori di Felix, ma nel frattempo le sue condizioni fisiche e mentali si erano irrimediabilmente deteriorate: nel febbraio 1933, a una settimana dal suo quarantottesimo compleanno, Pat Sullivan morì per le complicazioni di una polmonite.

L'eredità di Pat Sullivan

In seguito alla morte di Sullivan il gatto Felix continuò a vivere sulle pagine dei fumetti, per poi godere di alcuni revival: negli anni '60 Otto Messmer rilevò i diritti del personaggio e promosse la produzione di nuovi cortometraggi a colori, mentre tra la fine degli '80 e l'inizio dei '90 gli furono dedicati un lungometraggio e una serie TV a esso ispirata. Nessuno di questi prodotti conobbe lo stesso successo della serie originale, principalmente perché il personaggio fu effettivamente alterato nelle sue caratteristiche di base: il Felix di Sullivan si rivolgeva a un pubblico adulto e le sue avventure, pur comicamente surreali, riflettevano la società americana del tempo; questo non accadde nelle successive riproposizioni, in cui Felix si trovava a interagire con mondi e personaggi fiabeschi e fin troppo infantili. In ogni caso la sua fama non è mai venuta meno, complice anche il suo massiccio utilizzo nel settore del merchandising.

La vicenda umana e professionale di Pat Sullivan servì da monito a tutti gli imprenditori che si cimentarono col mondo dell'animazione, tanto in negativo nella visione aziendale degli studios quanto in positivo nella serializzazione dei personaggi e nel continuo bisogno di adeguarsi alle mode: tutte caratteristiche pienamente riscontrabili anche oggi, a distanza di quasi un secolo.


Max Fleischer Superman

Max Fleischer: vita e carriera di un altro Walt Disney

SOGNI ANIMATI I

Max Fleischer: vita e carriera di un altro Walt Disney

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Nel vastissimo panorama delle produzioni cinematografiche, i cartoni animati hanno sempre occupato un posto di primaria importanza: personaggi straordinari e storie di pochi minuti o di più ampio respiro accompagnano la vita di grandi e bambini, donando agli uni e agli altri sogni colorati e indimenticabili. Negli ultimi decenni l'avvento del CGI e i più recenti ritrovamenti nel campo della computer grafica hanno dato nuova linfa a questa branca cinematografica, ma l'hanno resa forse un po' più impersonale e meno affascinante rispetto al passato.

In effetti la storia dell'animazione è un pilastro a sé stante nell'immensa avventura del cinema: addirittura si potrebbe dire che il concetto stesso di film trova il suo nucleo nelle affascinanti e antichissime tecniche delle figure animate, che a loro volta evolvono dalle ombre cinesi e dai primi esperimenti di illuminotecnica. A partire dal 1908, anno in cui uscì Fantasmagorie, ritenuto il primissimo esempio di cartone animato, molti sono stati i pionieri di questo genere, la maggior parte dei quali sono stati via via dimenticati fino a risultare ignoti ai non addetti ai lavori; in Italia, per una pluralità di cause, le opere di molti animatori non sono nemmeno mai pervenute.

Il più conosciuto, nel nostro Paese e altrove, è di certo Walt Disney, il quale fu a sua volta un pioniere; il suo lavoro tuttavia partì laddove molti altri prima di lui avevano ideato e implementato nuove tecniche e linguaggi che egli perfezionò aggiungendone dei propri. Per questo motivo oggi vogliamo inaugurare quella che speriamo sarà una lunga serie di approfondimenti tramite i quali ripercorrere la storia dell'animazione e dei suoi protagonisti dimenticati, per ridare loro voce e al tempo stesso lasciarci trasportare dalla fantasia e dai sogni che i cartoni animati sanno sempre regalare.

Max Fleischer: le origini

Il titolo dell'articolo, nel quale in maniera provocatoria lo si equipara al suo diretto rivale, non deve trarre in inganno: sebbene le loro storie presentino alcuni punti in comune sarebbe un errore considerare Max Fleischer subalterno a Walt Disney, in quanto ciascuno dei due rappresenta un modo di intendere l'animazione sensibilmente diverso rispetto all'altro. Potremmo considerare il loro come una sorta di “scontro generazionale”, dato che il primo proveniva da una scuola di pensiero ben più tradizionale del secondo, il quale era invece un self-made man autodidatta, pienamente rispondente ai canoni del “sogno americano”.

Max Fleischer Majer Fleischer
Max Fleischer (nome di battesimo Majer) in una foto dal Moving Picture World (giugno 1919), in pubblico dominio

Nato in Polonia nel 1884, Fleischer emigrò a New York quando era molto piccolo, al seguito della famiglia; in età giovanile si affermò come illustratore e caricaturista per alcuni giornali statunitensi. Intorno al 1912 divenne allievo di John Randolph Bray: costui, oggi sconosciuto ai più, fu tra i primi ad allestire uno studio espressamente dedicato all'animazione, dal quale passarono apprendisti che sarebbero diventati a loro volta maestri del genere, come Pat Sullivan (creatore del primo personaggio seriale, il gatto Felix) e Walter Lantz (ideatore di Woody Woodpecker, da noi chiamato Picchiarello).

Nei Bray Studios, Max Fleischer si distingue immediatamente grazie alla creazione di una serie animata dal titolo Out of the Inkwell, il cui personaggio principale è un clown di nome Koko; la vera svolta avvenne tuttavia nel 1915, col brevetto della sua invenzione più importante: il rotoscopio. Si tratta di un macchinario che consente di ottenere un'animazione fluida e realistica mediante il ricalco dei disegni sui fotogrammi di un filmato girato in precedenza in live-action: per comprendere la portata di questa scoperta basti pensare che il rotoscopio è stato utilizzato per oltre un secolo da qualsiasi studio d'animazione, e molti dei film animati più celebri hanno almeno una sequenza in rotoscopia.

Rotoscope Max Fleischer
Il rotoscopio (Rotoscope), disegnato da un artista sconosciuto. Immagine RI US Patent n° 1,242,674, in pubblico dominio

Grazie ai proventi di questa invenzione Fleischer poté affrancarsi da Bray e fondare, assieme ai suoi fratelli Louis e David la propria azienda cinematografica, i Fleischer Studios, che aprirono i battenti nel 1921. Negli stessi anni Walt Disney istituiva insieme al fratello Roy la ditta Laugh O'Grams, la quale circa un decennio dopo sarebbe divenuta la Walt Disney Pictures: una differenza fondamentale tra i due studi consisteva nel fatto che Disney fu abbastanza abile da riuscire a mantenersi sempre indipendente, mentre la casa di produzione di Fleischer nacque come divisione della Paramount e lo rimase lungo tutta la sua vicenda. Come vedremo, questa divergenza di fondo risulterà decisiva in futuro.

L'avventura dei Fleischer Studios

Nel decennio successivo all'apertura, i Fleischer Studios si specializzarono nei cortometraggi animati: oltre a Out of the Inkwell, che continuarono a produrre autonomamente dopo la scissione da Bray, con l'avvento del sonoro furono ideati i Sound Car-tunes, una serie di brevi storie inframmezzate da segmenti musicali; in essi fece la sua comparsa la “pallina rimbalzante” che scandisce le sillabe del testo in sovrimpressione perché il pubblico in sala canti le canzoni insieme ai personaggi. In seguito le due serie furono riunite sotto un unico titolo, Talkartoons.

Max Fleischer Betty Boop Bimbo Koko
Betty Boop. Foto in pubblico dominio

I cartoni animati di Max Fleischer erano molto diversi da quelli di Walt Disney, che a partire dal 1928 iniziò a conoscere un successo immenso e ininterrotto: quest'ultimo era specializzato nelle Silly Symphonies e nelle avventure di Mickey Mouse/Topolino, storie semplici e divertenti basate sulle fiabe oppure sulla quotidianità americana dichiaratamente destinate a un pubblico di bambini; i Talkartoons contenevano volentieri riferimenti tutt'altro che velati a tematiche adulte quali l'alcoolismo, il fumo, la droga e la sessualità, esaltati da un'animazione più ricercata e con un'innegabile vena di surrealismo. Queste caratteristiche portarono, nel 1932, alla creazione dell'unico personaggio originale di Max Fleischer: la bellissima pin-up Betty Boop.

Nata come personaggio secondario di un episodio di Talkartoon (e inizialmente con le sembianze di un cane antropomorfo), Betty piacque al pubblico proprio per la sua sfrontatezza e per la sensualità decisamente all'avanguardia per l'epoca: in tutte le sue storie c'era almeno una scena in cui il suo vestito si accorciava o spariva per mostrarla in lingerie, senza contare i moltissimi riferimenti al sesso.

Il successo di Betty Boop fu tale che la serie Talkartoons fu dedicata esclusivamente a lei; intanto, nel 1934, fu inaugurata la prima serie animata a colori prodotta dagli studios, denominata Color Classic. Sebbene il primo episodio (Poor Cinderella) vedesse come protagonista Betty, ella non vi comparve mai più.

In Somewhere in Dreamland (1936) risulta evidente l'utilizzo del rotografo

I Color Classic costituirono forse il momento artisticamente più alto degli Studios, grazie anche all'invenzione dei rotografo, un macchinario che consentiva la realizzazione di sfondi realistici e tridimensionali; un altro colpo da maestro fu, nel 1935, l'acquisizione per i diritti di Popeye, il nostro Braccio di Ferro. Questo personaggio, inventato nel 1927 da Elzie Segar, era nato per le strisce a fumetti e godeva di un successo incredibile: Fleischer intuì che portarlo sul grande schermo sarebbe stato estremamente vantaggioso, e così fu. Il Braccio di Ferro animato, va detto, differiva profondamente da quello a fumetti: quest'ultimo era un vero e proprio antieroe sgrammaticato e cinico, mentre quello di Fleischer divenne un valoroso romantico in grado di salvare la sua bella Olivia dalle grinfie dei cattivi; all'animatore si deve inoltre la sua caratteristica che più di tutti ricordiamo: gli spinaci che lo fanno diventare fortissimo, incorporati nei fumetti solo dopo il successo dei cartoni di Fleischer.

La crisi e il declino

A conti fatti, nella prima metà degli anni '30 i Fleischer Studios erano i diretti competitors di Walt Disney tanto per fama quanto per fatturato; tuttavia in questo stesso periodo iniziò la frenata che portò la casa di produzione a un declino lento ma irreversibile.

Il primo sintomo di questa crisi fu l'entrata in vigore, nel 1934, del codice Hays, la legge americana che censurava pesantemente gli audiovisivi ponendo un veto su temi ritenuti scabrosi: non era consentito mostrare o addirittura fare alcun tipo di riferimento al crimine, agli atti sessuali, all'alcoolismo o qualsiasi situazione che sbeffeggiasse la morale e l'ordine civico. I Color Classic e Braccio di Ferro non trattavano tematiche di quel tipo; Betty Boop, invece, era completamente basata sui sexual innuendo, pertanto fu proprio questa serie a subire le conseguenze più drastiche: il personaggio fu ridisegnato per renderlo meno sensuale, e il tono delle vicende fu completamente stravolto mostrando Betty alle prese con i problemi della vita quotidiana e con le beghe sentimentali. Il pubblico non gradì la “nuova” Betty, costringendo Fleischer a chiudere la sua serie nel 1938.

Nel frattempo subentrarono nuove problematiche: innanzitutto, tra Max e suo fratello David scoppiò una faida famigliare che avrebbe portato, pochi anni dopo, all'uscita del secondo dal consiglio di amministrazione; a ciò si aggiunse, nel 1937, uno sciopero degli animatori che decimò la forza lavoro e infine, nello stesso anno, l'uscita di Biancaneve e i Sette Nani, considerato il primo film d'animazione moderno, prodotto da Walt Disney, che in breve divenne un modello di riferimento per tutte le case di produzione.

Per lungo tempo la realizzazione di un lungometraggio animato non rientrò nei piani dei Fleischer Studios poiché, lo ricordiamo, essi dipendevano dalla Paramount, che in quel periodo navigava in cattive acque e aveva ridotto drasticamente i finanziamenti per le produzioni animate. Tuttavia circa un anno dopo dalle analisi di mercato risultò evidente che non fosse più possibile rimandare la realizzazione di un film. Per limitare al massimo il rischio, la Paramount riorganizzò gli Studios e li trasferì da New York a Miami, dove la manodopera era meno costosa; la nuova sede fu il cantiere dove venne prodotto I Viaggi di Gulliver, primo film animato dei Fleischer Studios, che vide la luce nel 1939.

Gulliver riscosse un tiepido successo; il flop dei due film Disney del 1940, Pinocchio e Fantasia, convinse la Paramount a finanziare un secondo lungometraggio, Mr Bug Goes to Town, la cui uscita fu programmata per il novembre 1941. L'inaspettato successo di Dumbo, che fu rilasciato il 31 ottobre di quell'anno, costrinse la Paramount a far slittare l'uscita di Mr Bug al mese successivo allo scopo di non dover competere direttamente con un rivale di tale portata; questa mossa strategica si rivelò fatale: due giorni dopo l'uscita nei cinema di Mr Bug, in seguito all'attacco di Pearl Harbor, l'America entrava nella Seconda Guerra Mondiale.

L'impatto della guerra sull'industria cinematografica fu devastante e costrinse molte case di produzione alla chiusura o a un drastico ridimensionamento; anche i Fleischer Studios ne subirono le conseguenze, la più grave delle quali fu la rescissione, nel 1949, del contratto con la Paramount. Max Fleischer rifondò dunque un nuovo studio autonomo denominato Famous Studios; tuttavia i cambiamenti del mercato postbellico e soprattutto l'età avanzata lo portarono a una complessiva riduzione della qualità dei suoi lavori.

Superman come realizzato dai Fleischer Studios. Immagine in pubblico dominio

In assenza dei Fleischer, tuttavia, la Paramount proseguì quella che viene considerata la loro serie più bella e significativa, quella dedicata a Superman. Avviata nel 1941, essa replicava in sostanza quanto accaduto per Popeye: la Paramount aveva acquisito i diritti del personaggio, nato per le strisce a fumetti; anche in questo caso Max Fleischer aveva deciso di divergere dai toni e dalle tematiche dei comics creando un Superman “suo”, con uno stile grafico futuribile e molte trovate che poi furono incorporate nella mitologia del personaggio. Ad esempio, nei fumetti Superman era in grado di eseguire balzi di molti metri, ma non di volare; tuttavia a Fleischer non piacquero le animazioni di queste evoluzioni, così decise che avrebbe volato: questa divenne in seguito una delle caratteristiche principali del personaggio, unitamente alla frase introduttiva “ È un uccello? È un aereo? No... è Superman!”, nata appunto per i cartoni animati.

La serie di Superman fu l'ultimo vero successo di Max Fleischer; nel 1967, dopo brevi e poco rilevanti esperienze per la TV, l'animatore andò in pensione e morì nel 1972. Il suo nome è forse meno conosciuto, ma la fama dei suoi cartoni animati non è mai venuta meno: basti pensare che i cartoni di Braccio di Ferro sono regolarmente replicati in TV e che Betty Boop è tuttora considerata un'icona della moda. A tal proposito, in chiusura è bene ricordare il commovente omaggio a lei tributato nel film Chi ha incastrato Roger Rabbit? (1988), dove la dolce pin-up appare poco prima della procace Jessica Rabbit, quasi a passare il testimone tra due modi di intendere la sensualità femminile, ma anche la stessa animazione.

Koko il clown e Betty Boop nel ruolo di Snow-White (Biancaneve) nel cartoon omonimo (1933). Foto in pubblico dominio