Diabolik dei Manetti Bros.:

un Re del Terrore dal fascino vintage

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Nel lontano 1968, quando il primo film su Diabolik era in lavorazione, la notizia che l’ispettore Ginko sarebbe stato interpretato da Michel Piccoli lasciò di stucco i fan del Re del Terrore: l’attore francese, stempiato e tutt’altro che aitante, era molto diverso dalla sua controparte fumettistica. La leggenda vuole che a queste critiche Angela e Luciana Giussani, creatrici del personaggio, risposero dicendo che “Ginko si riconosce da quello che fa, non dal suo aspetto”. Avevano ragione: a film uscito, le critiche furono tutte per John Philip Law e Marisa Mell, i quali, pur identici ai “veri” Diabolik ed Eva Kant, non erano altrettanto affascinanti. L’intero film, comunque, fece storcere il naso agli spettatori dell’epoca: convinti di ritrovare in esso le atmosfere noir del fumetto, assistettero invece a uno spettacolo psichedelico, coloratissimo, a tratti perfino parodistico; solo in tempi recenti il Diabolik di Mario Bava è stato rivalutato come specchio di una certa estetica in voga alla fine degli anni ’60.

Diabolik Manetti Bros.

Questo aneddoto spiega in parte come mai adattare Diabolik al grande o al piccolo schermo sia un’impresa ben più difficile di quanto non appaia; eppure gli ingredienti per un grande successo sembrano esserci tutti: l’azione, il terrore, il sottile e mai volgare erotismo sono facilmente trasponibili. Ma Diabolik non è solo questo: il personaggio si muove in un mondo, la città di Clerville, abitato da affaristi spietati, ciniche nobildonne, approfittatori e traffichini le cui ricchezze finiscono nelle mire del Re del Terrore; in questo mondo asfittico, paradossalmente, il vero eroe è lui, che vive al di fuori della legge come gli altri ma che a differenza degli altri non lo nasconde, e anzi si dà un codice etico e morale che, pur discutibile, lo porta a rispettare il suo antagonista Ginko e ad amare la sua Eva più di se stesso.

I tentativi di riportare Diabolik al pubblico cinematografico e/o televisivo sono stati tanti: alla fine degli anni ’90 è stata prodotta la serie a cartoni animati Diabolik – track of the panther, destinata ai bambini e dunque avente come protagonista un Re del Terrore stucchevolmente buono, i cui furti servivano addirittura a collaborare con la giustizia; intorno al 2010 fu invece messa in lavorazione una serie TV targata Sky, per la quale era stato prodotto perfino un sontuoso teaser trailer; tuttavia il progetto fu presto accantonato. Nel 2019 fu infine annunciato un nuovo lungometraggio diretto dai Manetti Bros. (Ammore e Malavita): dopo un anno di ritardo a causa della pandemia, il film è finalmente uscito il 16 dicembre.

Diabolik Manetti Bros.

Forse memori del malcontento scatenatosi ogniqualvolta sia stato proposto un Diabolik lontano dal materiale originario, i Manetti Bros. fanno della fedeltà assoluta al fumetto uno dei pilastri del loro lavoro, a partire dalla trama che, almeno nella prima metà del film, segue quasi pedissequamente quella del famigerato terzo numero del fumetto, dall’evocativo titolo L’arresto di Diabolik: uscito nel marzo del 1963, l’albo è considerato dai fan il vero e proprio inizio della saga del Re del Terrore in quanto, superate le ingenuità delle prime storie, le Giussani cominciarono a serializzare il loro personaggio stabilendo punti di riferimento, regole narrative e situazioni-chiave che avrebbero fatto la loro fortuna. Prima tra tutte, l’amore tra Diabolik ed Eva, la quale fa qui una memorabile entrata in scena.

I Manetti, però, si attengono al materiale originario anche e soprattutto nella confezione generale del film: sin dalla prima scena risulta chiaro che i due registi abbiano cercato in ogni modo di trasporre sul grande schermo i linguaggi e le dinamiche del fumetto. Ciò si estrinseca in dialoghi serrati e sintetici, una fotografia che adopera la luce per mettere in evidenza i particolari salienti e, nelle scene più concitate, un massiccio utilizzo di split-screen che trasforma il fotogramma in pagina di vignette. I più affezionati a Diabolik, inoltre, non potranno non notare che molte frasi, molte inquadrature e perfino tutti gli abiti di Eva Kant sono direttamente tratti dalle pagine degli albi.

Un altro punto chiave messo efficacemente in scena dai Manetti è la humanitas di Diabolik, da intendersi nel senso letterale del termine: il Re del Terrore non è un supereroe, non possiede poteri soprannaturali né caratteristiche precluse ai comuni mortali; i marchingegni che architetta e le acrobazie che compie sono (almeno in teoria) alla portata di chiunque, pur al netto delle esagerazioni richieste dal fumetto, e il fallimento è una possibilità tutt’altro che lontana. Il maggior difetto del film di Mario Bava era forse il rifiuto di questo assunto, a causa del quale il “suo” Diabolik appariva più come una versione sadica di 007.

 

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I Manetti hanno invece basato il proprio lungometraggio sul Diabolik “umano” del fumetto, e ciò si concretizza nella scelta in controtendenza (ma azzeccatissima) di limitare al minimo indispensabile l’utilizzo della CGI: gli effetti speciali del film sono infatti artigianali come potrebbero esserlo i trucchi del criminale, e pertanto carichi di un certo fascino vintage. Forse per lo stesso motivo i registi hanno deciso di ambientare la storia negli anni ’60: l’assenza di tecnologie avanzate e una certa ingenuità di fondo nelle dinamiche poliziesche fa spiccare tanto le capacità di Diabolik quanto l’intelletto di Ginko, entrambe anacronistiche per l’epoca.

La convincente ricostruzione del Decennio Ruggente, inoltre, non riguarda solo la moda, l’arredamento e l’atmosfera, ma anche e soprattutto le scelte registiche che, oltre al fumetto di riferimento, strizzano l’occhio ai film di Hitchcock e del primo Dario Argento: pur adeguandone il ritmo al pubblico attuale, i Manetti ne riprendono dinamiche e tecniche artistiche, arrivando talvolta alla pura citazione. Perfino la colonna sonora, realizzata da Pivio & Aldo De Scalzi, e con due brani originali di Manuel Agnelli, sembra voler adattare il rock contemporaneo alle sonorità dell’epoca, con risultati veramente apprezzabili.

Questa coraggiosa scelta è riscontrabile anche sul piano del casting e della recitazione: Diabolik ha infatti il volto di Luca Marinelli, uno dei più apprezzati tra i giovani attori del panorama italiano attuale. Pur non molto somigliante all’epigono, Marinelli risulta efficace nel ruolo grazie a un invidiabile lavoro di voce e sguardo; l’attore sembra aver voluto enfatizzare la componente “sociopatica” del carattere del criminale, algido e presente a se stesso anche di fronte al pericolo… o all’amore. Molto meno in parte è invece Miriam Leone/Eva Kant: bellissima e somigliante all’originale, non riesce però a replicarne il fascino né a mostrare l’ampia gamma di emozioni che il ruolo richiederebbe; pur lontana dalla Marisa Mell che si limitava a fare la bellona di turno, la prova attoriale della Leone si ferma a larga distanza dall’eccellenza. Lo storico terzetto è completato dal Ginko di Valerio Mastandrea, che invece è totalmente a suo agio nei panni dell’ispettore: acuto, determinato e tormentato dalla lotta contro Diabolik, alla quale però non si può sottrarre.

Allo scopo di far brillare questo trio, al cast di comprimari e personaggi secondari viene chiesta invece una recitazione entro le righe, flemmatica e talvolta macchiettistica. A spiccare, in questo caso, sono tre donne: Serena Rossi è l’ingenua Elisabeth Gay, il primo amore di Diabolik, in grado di incarnare fedelmente la controparte fumettistica; Vanessa Scalera interpreta invece Flora, la segretaria di Giorgio Caron (uno spento Alessandro Roja), in grado di mostrare una divertente tragicomicità anche nei pochi minuti di screen time; brilla infine per qualità e ironia il velocissimo cameo di Claudia Gerini, la quale non ha mai fatto mistero di voler interpretare Eva Kant (ruolo che tra l’altro ha rivestito nel videoclip del brano Amore impossibile dei Tiromancino). Lasciamo agli spettatori il divertimento di scoprire di cosa si tratti.

A questo punto, se già non fosse chiaro, è bene specificare che Diabolik è molto diverso dai cinecomic attuali: si tratta di un film ponderato, nel quale molte situazioni apparentemente immediate troveranno necessaria spiegazione in appositi flashback dialogici (anch’essi mutuati dal fumetto); è un film volutamente rétro, come del resto lo è il fumetto da cui è tratto. Chi vi si approccia convinto di trovarsi dinanzi a un film sfrenato, nel quale l’azione la fa da padrona, potrebbe rimanere fortemente deluso; così come, pure, c’è la possibilità di rimanere piacevolmente sorpresi.

Diabolik Manetti Bros.

Perché prima di tutto, con Diabolik i Manetti riescono in una grandiosa impresa: fare un film lontano dalle mode attuali, ma che al tempo stesso possa risultare divertente. Il pregio fondamentale di questo lungometraggio è infatti la capacità di intrattenere: le oltre due ore di durata trascorrono senza tempi morti, narrando una storia che alla fine funziona in tutti i suoi punti. Certo, una volta arrivati ai titoli di coda rimarrà ben poco di quanto appena visto… ma non è questo l’obiettivo, come non lo è per (quasi) nessuna delle novecento storie a fumetti di cui il Re del Terrore è protagonista: le stesse sorelle Giussani lo avevano concepito come fumetto d’evasione, curato in ogni suo aspetto ma agile, adatto a una lettura estemporanea. Il film dei Manetti è uno straordinario, affettuoso omaggio alle Giussani e alla loro creatura più celebre.

Diabolik Manetti bros.
La locandina del film Diabolik dei Manetti Bros., prodotto da Mompracem, Rai Cinema e distribuito da 01 Distribution

Foto e video da 01 Distribution