Paolino di Nola

15 maggio 1909: Paolino di Nola ritorna a casa

15 maggio 1909: Paolino di Nola ritorna a casa

Il 15 maggio 1909, dopo quasi un millennio di assenza, le reliquie di Paolino facevano ritorno alla sua amata Nola. Queste erano state traslate – o forse sarebbe meglio dire trafugate – da Nola nel IX secolo da Sicardo di Benevento (†839): il Ducato di Benevento dalla metà del secolo precedente aveva avviato una politica di appropriazione di reliquie dai territori limitrofi, che se da un lato rispondeva al bisogno di salvare i corpora sanctorum da scorrerie saracene o incursioni e devastazioni barbariche, dall’altro era tesa al rafforzamento del prestigio della città e della sua Chiesa1.

Paolino di Nola Duomo reliquie
Urna con le reliquie di Paolino di Nola, presso il Duomo. Foto di Bocachete, in pubblico dominio

Sappiamo, infatti, che dall’VIII secolo in poi Benevento accumulò un ricco tesoro di reliquie tra cui vale la pena ricordare quelle di Massimo, vescovo di Nola, Gennaro, vescovo di Napoli, l’apostolo Bartolomeo, Deodato di Nola, vescovo dopo il nostro, Trofimena da Amalfi e Paolino2. Interessante il fatto che Benevento si riappropriasse del “suo” Gennaro e che fossero non pochi i santi nolani traslati. Mentre per altri santi possediamo un testo della translatio a Benevento, per il vescovo nolano purtroppo siamo sprovvisti di un racconto.

L’unica fonte che accerta la presenza del corpo di Paolino a Benevento è la Chronica monasterii Casinensis (II, 24), che riporta più o meno intorno all’anno 1000 la notizia del successivo trasferimento delle reliquie da Benevento a Roma.

Anno tertio abbatis huius, qui est millesimus ab incarnatione dominica, prefatus imperator Beneventum venit et causa penitentie, quam illi beatus Romualdus inuxerat, abiit ad montem Garganum. Reversusque consequenter Beneventum petiit a civibus corpus sancti Bartholomei apostoli. Qui nichil tunc ei negare audentes habito cum archiepiscopo, qui tunc eidem urbi presidebat, consilio corpus beati Paulini episcopi, quod satis decenter apud episcopium aiusdem civitatis erat reconditum, callide illi pro corpore apostoli obtulerunt, et eo sublato recessit huiusmodi fraude deceptus. Quod postquam rescivit, nimium indignatus corpus quidem confessoris, quod detulerat, honorifice satis ad Insulam Rome recondidit, evestigio autem Beneventum regressus obsedit eam undique per tempus aliquod, se d nichil adversus eam prevalens Romam reversus est3.

Leone di Ostia racconta che Ottone III, dopo il pellegrinaggio al santuario micaelico del Gargano, visitò Benevento e richiese il corpo dell’apostolo Bartolomeo. Non volendo perdere il prestigio di una così preziosa reliquia, il vescovo Alfano optò per una sostituzione di corpi: Paolino fu dato all’imperatore al posto di Bartolomeo! Ad Ottone III non sfuggì l’inganno ma preferì portare il corpo a Roma, deponendolo presso l’Isola Tiberina. Qui, secondo la tradizione successiva, Ottone avrebbe portato anche il corpo di Bartolomeo, e qui, per più di 8 secoli, le spoglie mortali di Paolino riposarono4.

Il 28 maggio 1900, in occasione del pellegrinaggio nolano a Roma per l’Anno Santo, il vescovo Agnello Renzullo rivolse a papa Leone XIII la richiesta per ottenere il Corpo del Santo. In realtà tale richiesta era stata già avanzata qualche anno prima dal vescovo Giuseppe Formisano a Pio IX5. La domanda del vescovo Renzullo fu accompagnata da un volume, che raccoglieva «i voti di tutto l’Episcopato Campano e dei fedeli della Diocesi raccolte per Parrocchia»6. L’11 marzo successivo Leone XIII ordinò la ricognizione del corpo in vista della restituzione7. In quell’occasione Luigi Ranieri, decano del capitolo della cattedrale, diede alle stampe la dissertazione sulla restituzione delle reliquie: De exuviis S. Paulini Episcopi et Confessoris Nolanae Urbi restituendis dissertatio8.

La scomparsa di Leone XIII nel 1903, purtroppo, bloccò la faccenda che rimase in sospeso fino al 1908. Il 1 settembre il vescovo Renzullo si rivolse al nuovo pontefice Pio X; toccando la corda sentimentale in occasione del giubileo sacerdotale del pontefice, confortato dal comune desiderio dell’Episcopato campano e quasi desiderando il ritorno di Paolino come contrapposto per Giordano Bruno, cui allude alla fine della lettera, così gli scrisse:

Agnello Renzullo Vescovo di Nola espone e domanda alla Santità Vostra quanto segue. Possano i secoli ed il nome del gran Vescovo Paolino non si cancella dalla memoria di questo gregge Nolano, né scema in esso il vivo desiderio più che millenario di ricevere le amate ossa di Lui, rapite dai Longobardi e poscia da Benevento trasportate nell’alma Roma.
Fu tante volte fatto ricorso ai Romani Pontefici per la grazia della restituzione, ma vari ostacoli impedirono sempre l’esaudimento delle nostre preghiere.
Non è molto, all’immortale Vostro Predecessore furono presentate le suppliche di tutto l’Episcopato Campano, di molti Municipi della regione e di molti corpi morali; ma la sospirata grazia non poté essere concessa.
Ora, in quest’anno del Vostro Giubileo Sacerdotale, anno in cui l’Augusto e Magnanimo cuore vostro è disposto a dispensare le maggiori grazie, io, conscio dei voti dei miei Confratelli e dei miei figliuoli, raccolgo in me le preghiere di tutti e le umilio al Vostro Soglio Pontificio, implorando istantissimamente che concediate la grazia a maggior gloria di Dio, a maggior venerazione del gran Santo, a documento del Vostro Giubileo Sacerdotale, ad incremento della nostra pietà, a contrapposto solenne in questa città all’infausta memoria e monumento del frate apostata nolano9.
Nella ferma speranza di essere esaudito, mi prostro con la massima devozione al bacio dei Sacri Piedi ed imploro l’Apostolica Benedizione.10

Il papa accolse volentieri la richiesta e già il 10 settembre diede il consenso, apposto di sua mano in calce alla lettera di mons. Renzullo. Il 28 febbraio 1909 lo stesso vescovo ne diede lieto annuncio alla Diocesi, in una notificazione entusiastica in cui tesseva le sue lodi per Paolino, santo del Clero, dei Religiosi, del Laicato, dei Reggitori dei popoli, dei Nobili, degli Artisti, dei Letterati, dei Coniugati, dei Plebei, dei Poveri e degli Afflitti, sintetizzandone così il poliedrico spessore umano, intellettuale e spirituale11.

Alle ore 11,00 del 14 maggio 1909 avvenne in Vaticano la consegna delle ossa. Erano presenti accanto al vescovo di Nola gli allora vescovi di Piedimonte, Acerra, Castellammare di Stabia e Gaeta, i principi Filippo e Giuseppe Lancellotti, la marchesa Filiasi, il sindaco di Nola, dott. Felice De Sena e altri sindaci della Diocesi. Alle 17,05 del 15 maggio le reliquie di Paolino arrivarono a Nola su un treno speciale e furono accolte da una folla gioiosa, che le accompagnò fino alla Chiesa del Carmine dove rimasero per la notte. Il giorno successivo furono portate in Cattedrale, dopo una processione di circa quattro ore. In Cattedrale, tra l’altro riaperta dopo la ricostruzione proprio in quell’anno, le reliquie furono esposte alla venerazione fino al 23 maggio, giorno in cui furono richiuse nell’urna e processionalmente collocate nell’attuale cappella laterale12.

Duomo di Nola. Foto di Bocachete, in pubblico dominio

Fu notato che il definitivo ritorno di Paolino a Nola, dopo il suo primo arrivo come governatore della Campania e il successivo trasferimento dopo la conversione e l’ordinazione presbiterale, avvenne esattamente 1500 anni dopo la sua elezione a vescovo nel 40913. Tantissime furono le manifestazioni anche letterarie in occasione di tale evento, raccolte nel 1990 in un volume del Centro Studi e Documentazioni su Paolino di Nola, frutto di un convegno tenuto nel 1989 nell’ottantesimo anniversario della traslazione di Paolino14.

Paolino di Nola
Statua in cartapesta di San Paolino di Nola, sulla punta del giglio. Foto di Achille Battimelli, in pubblico dominio

Piace concludere con una curiosità e con qualche verso di Paolino. La curiosità. Quando il vescovo Renzullo inviò la sua richiesta al papa, la sua lettera fu accompagnata da altre 12 scritte da vescovi campani, nella quale si mostravano entusiasti della proposta di mons. Renzullo di proclamare Paolino protettore dei Seminari Campani15. La richiesta forse su solo un proposito, che per altre vie e in forme più grandi si sarebbe avverata nel 2016, quando Paolino fu proclamato patrono di tutta la Campania insieme a San Gennaro.

La basilica paleocristiana di Cimitile, con le tombe di san Felice e san Paolino di Nola. Foto di Bocachete, in pubblico dominio

I versi. Paolino fu profondamente legato a Nola e, in particolare a Cimitile, tant’è che la preferì alla Gallia e alla Spagna e, quando poté celebrare il primo dies natalis dell’amato san Felice ricorda la tanta strada percorsa tra pericoli e amore per raggiungerlo. Queste le parole rivolte a Felice, che ce lo rendono umanissimo e vicinissimo, bramoso come tutti di tornare alla patria del cuore:

Ex illo qui me terraque marique labores
distulerint a sede tua procul orbe remoto,
nouisti; nam te mihi semper ubique propinquum
inter dura uiae uitaeque incerta uocaui.
Et maria intraui duce te, quia cura pericli
cessit amore tui, nec te sine; nam tua sensi
praesidia in domino superans maris aspera Christo;
semper eo et terris te propter tutus et undis. […]
Sis bonus o felixque tuis dominumque potentem
exores, liceat placati munere Christi
post pelagi fluctus mundi quoque fluctibus actis
in statione tua placido consistere portu.
Hoc bene subductam religaui litore classem,
in te conpositae mihi fixa sit anchora uitae.

Tu conosci quali peripezie per terra e per mare da quel tempo mi abbiano tenuto lontano dalla tua dimora in un paese remoto; infatti ti ho invocato sempre e dovunque a me vicino tre le asperità del viaggio e le incertezze della vita. E mi accinsi a percorrere i mari sotto la tua guida, perché la preoccupazione del pericolo cedette per amore di te, né senza il tuo aiuto; ho sentito infatti la tua protezione superando in Cristo Signore le insidie della navigazione; con la tua protezione sempre avanzo sicuro e per terra e per mare. […] Sii benigno e favorevole ai tuoi devoti e prega il Signore potente affinché sia concesso a noi, che dopo i flutti del mare placato per la grazia di Cristo, superati anche i flutti del mondo, ci fermiamo nella tua casa come in placido porto. A questo lido ho ormeggiato la mia nave felicemente giunta a riva16.

L'argomento è stato già trattato dall'autore sul sito della Diocesi di Nola.

1 Cf. G. Luongo, Alla ricerca del sacro. Le traslazioni dei santi in epoca altomedievale, in A. Ruggiero (a c. di), Il ritorno di Paolino a Nola. 80° dalla Traslazione a Nola. Atti, documenti, testimonianze letterarie, Strenae Nolanae 3, Marigliano 1990, pp. 33-34.

2 Ivi, pp. 35-36.

3 MGH SS. 34, p. 208.

4 Filippo R. De Luca riporta la notizia di ben tre ricognizioni del corpo, avvenute rispettivamente nel 1711, nel 1806 e nel 1867 (cf. F.R. De Luca, I documenti relativi alla traslazione del corpo di S. Paolino conservati nell’Archivio Storico Diocesano di Nola, in Ruggiero (a c. di), Il ritorno di Paolino…, pp. 41-42).

5 Presumibilmente tra il 1855 e il 1878.

6 De Luca, I documenti relativi…, p. 42.

7 Sappiamo che cardinale Bartolomeo Bacilieri, vescovo di Verona e titolare della Basilica di S. Bartolomeo sull’Isola tiberina si era opposto, temendo di perdere così importanti reliquie; cf. De Luca, I documenti relativi…, p. 42 e p. 44.

8 L. Ranieri, De exuviis S. Paulini Episcopi et Confessoris Nolanae Urbi restituendis dissertatio, in Ruggiero (a c. di), Il ritorno di Paolino…, pp. 64-121.

9 Si tratta di Giordano Bruno.

10 Appello del vescovo Agnello Renzullo a Papa Pio X per la restituzione del corpo di S. Paolino in Ruggiero (a c. di), Il ritorno di Paolino…, pp. 123-124.

11 Agnello Renzullo, Notificazione del ritorno del corpo di S. Paolino, in Ruggiero (a c. di), Il ritorno di Paolino…, pp. 141-145; l’elogio di Paolino si trova a p. 144.

12 Il resoconto di quelle giornate fu pubblicato nel «Bollettino religioso per la Diocesi di Nola» – Anno VIII – n. 86 – Giugno 1909, che si può leggere in Ruggiero (a c. di), Il ritorno di Paolino…, pp.149-163.

13 Ivi, p. 163.

14 A. Ruggiero (a c. di), Il ritorno di Paolino a Nola. 80° dalla Traslazione a Nola. Atti, documenti, testimonianze letterarie, Strenae Nolanae 3, Marigliano 1990.

15 De Luca, I documenti relativi…, p. 45.

16 Paul. Nol. carm. 13, vv. 10-17. 31-35; trad. italiana in A. Ruggiero, Paolino di Nola. I carmi, Strenae Nolanae 6, Marigliano 1996, pp. 214-217.


La battaglia di Poitiers del 732: tra leggenda e realtà

Per molto tempo la Battaglia di Poitiers del 732 è stata considerata un evento cruciale nella storia europea, al di là del suo reale valore storico e della cifra militare e strategica dispiegata, ed è stata issata per lungo tempo a vero e proprio riferimento culturale europeo.

Da tempo, però, gli storici hanno riconsiderato la reale portata dell’evento, definendolo come uno scontro marginale e decisamente non risolutivo circa il periodo della conquista musulmana della penisola iberica, che effettivamente perdurò ancora a lungo nei territori continentali.

Nonostante, quindi, il ruolo pressoché secondario dell’evento, lo scontro tra l’esercito di Carlo Martello e quello guidato da Abd al-Raḥmān anticamente è stato considerato come evento cruciale, in quanto ritenuto funzionale alla formazione di un’identità europea, prestando il fianco ad interpretazioni speculative e certamente poco storiche ma, al contempo, ispirando arte e letteratura.

Resta però utile un’attenta disamina dell’episodio, in modo da capirne a fondo le premesse, storiche e militari, che costituiscono invece la pietra angolare dell’intera comprensione dell’evento e che ci offrono l’opportunità di avere comunque preziose testimonianze su una fase storica, nonostante l'importanza relativa dello scontro.

Contesto storico

Nel cuore dell’Europa dell’VIII secolo, infatti, i musulmani iniziarono a diventare una presenza importante nel continente, frutto di una campagna di conquista iniziata sul finire del secolo precedente prima dalle incursioni perpetrate dal condottiero berbero Arif ibn Malik (invitato da Giuliano di Ceuta per vendicarsi dei Visigoti1), e poi da Tariq ibn Ziyad, primo wali della conquista musulmana della penisola iberica. La presenza musulmana in terra iberica si strutturava sulla forma di una specie di governatorato alle dipendenze formali della dinastia omayyade, al cui vertice vi era appunto un wali che godeva di una sostanziale libertà amministrativa e d’azione. Il governatorato iberico veniva chiamato al-Andalus, toponimo arabo che molto probabilmente deriva dalla storpiatura del nome greco di Atlas, a suffragio della credenza che voleva nello stretto di Gibilterra la fine del mondo conosciuto.

L’Andalusia, come è noto, è una regione meridionale della Spagna e tutt’oggi rappresenta, nelle proprie architetture e nelle proprie tradizioni, uno dei più bei esempi di commistione tra cultura araba e retaggio europeo.

L’ambizione araba di voler vedere nei territori iberici una florida opportunità di conquista ben presto si scontrò con la forza catalizzatrice dei Franchi, che già da tempo rappresentavano una potenza organizzata e politicamente attenta, capace di intessere relazioni e rapporti di forza con le variegate anime dello scacchiere europeo. La storia riserverà, successivamente agli eventi della battaglia, un ruolo di prestigio a Carlo Magno, nipote di Carlo Martello, capo dello schieramento opposto ai musulmani: il futuro Re dei Franchi, Carlo Magno appunto, viene considerato una figura importante nella storia occidentale, ma è nelle trame di questa battaglia che si delineeranno forma ed equilibri del suo Impero.

Il casus belli

Come sempre la storia attende delle opportunità per compiersi, ed in questo caso il pretesto per la battaglia, che in realtà già covava nelle ambizioni di entrambi gli schieramenti2, fu dato dalla sconfitta di Oddone d’Aquitania nella battaglia della Garonna, subita per mano dei musulmani guidati da Ab al-Rahman: l’esercito dei Mori sconfisse le truppe di Oddone in prossimità di Bordeaux e si preparava ad avanzare a nord, verso la basilica di S. Martino di Tours per farne razzia. Gli storiografi moderni concordano nel riconoscere ad Oddone (che pure in passato aveva proficuamente collaborato con i musulmani) il merito di aver comunque rallentato un’improvvisa avanzata araba in terra iberica, anche se a costo di una sonora sconfitta.

A seguito delle vicende e della richiesta di aiuto di Oddone, i merovingi si trovarono a dover preparare un esercito eterogeneo e colorito, composto da alemanni, da soldati di Assia e Franconia, di Bavari, tutti dotati di lunghe lance, di contadini gallo-latini, di gente proveniente dalla Borgogna, ma anche di cavalleria leggera visigota, di un folto gruppo di volontari della Sassonia armati di enormi spadoni a due mani, di un nutrito gruppo di gepidi, vestiti di pelle dorso ed armati in maniera non uniforme e di popoli della Foresta nera che combattevano col corpo totalmente dipinto di nero e privi di protezione: tutti popoli che nel passato recente o più lontano avevano combattuto su fronti opposti.

Gli schieramenti

battaglia di Poitiers
La battaglia di Poitiers nelle Grandes Chroniques de France (1356), BNF, FR2813. Gallica Digital Library, immagine in pubblico dominio

La data convenzionalmente indicata per l’inizio della battaglia è il 25 ottobre del 7323.

L’esercito di Carlo si presentava con uno schieramento compatto e quadrato. La scelta non fu casuale e fu stabilita sulla base della morfologia del campo: Carlo, in prossimità di Poitiers, a metà strada tra Tours e Bordeaux, decise di usufruire di una piana creata dall’intersezione di due fiumi, il Clain ed il Vienne, in modo da poter sfruttare una prima linea di fanteria armata di francisca, utile per il corpo a corpo con la fanteria nemica, seguita da linee composte da fanti dotati di giavellotti e picche per l’eventuale avanzata della cavalleria leggera, che per la prima volta montava sui propri animali staffe per permettere un maggiore dinamismo durante la cavalcata4. Carlo, inoltre, scelse l’incrocio dei due fiumi in modo che il suo schieramento quadrato non fosse esposto sui fianchi a ipotetiche incursioni della cavalleria; in più intervallò le file di fanteria con file di cavalleria e rafforzò i lati con altrettanti cavalieri, così da prevenire aggiramenti durante lo scontro.

Infine, Oddone si nascose in una foresta alla sinistra dello schieramento, pronto a venire in soccorso in caso di un eventuale sfondamento della cavalleria pesante musulmana e per razziare il campo nemico durante le fasi di scontro, in modo da compromettere eventuali ritirate e obbligare così il nemico a combattere su due fronti. Le fonti dell’epoca stimano in circa 15-20.000 unità i combattenti dello schieramento cristiano.

D’altro canto, forti di circa 25-30.000 unità, i musulmani si presentavano con la classica forma a mezzaluna, lasciando i reparti di cavalleria leggermente più avanti sui lati rispetto alle linee di fanteria. Infatti, l’ala sinistra, composta principalmente da cavalleria leggera (kurdos), era a ridosso del fiume Clain, l’ala destra vedeva la presenza di altra cavalleria e si dislocava lungo un basso colle, infine il centro era composto principalmente da fanti ed arcieri, ed occupava la carreggiata dell’antica via Romana. Vi è una piccola curiosità: a dispetto dell’ostilità dei luoghi, i musulmani avevano portato con loro anche dei dromedari, dispiegati nel corso della battaglia nonostante il loro utilizzo fosse prettamente per fini logistici, e questo perché vi era la credenza che l’olezzo pungente di questi inusuali animali potesse far imbestialire i cavalli e quindi rompere le file dell’esercito nemico.

La battaglia

La battaglia di Poitiers nelle Grandes Chroniques de France (circa 1415), f.166 British Library Cotton MS Nero E II. Immagine in pubblico dominio

Le schermaglie andarono avanti per quasi una settimana, ma il giorno del 25 ottobre si consumarono le fasi di scontro vero e proprio: gli storici ritengono che la battaglia si sia protratta dal mattino fino a sera, ed ebbe inizio per mano dell’esercito musulmano, che ebbe a schiantarsi con le fila di fanteria merovinge con incessante utilizzo di picche e giavellotti. A fondamento dell’azione musulmana vi era una precisa strategia, chiamata al-qarr wa al-farr, consistente in una rapida avanzata seguita da un’improvvisa ritirata che facesse intendere al nemico la possibilità di guadagnar terreno a scapito dei soldati in fuga, salvo poi sferrare l’attacco finale ai danni di un esercito a quel punto spaesato e ormai disunito: la loro strategia, quindi, si basava su una dissimulazione.

Carlo però era preparato a questa evenienza, e diede ordini precisi di rispondere agli attacchi dei Mori solo col corpo a corpo, evitando inseguimenti e non cedendo alla trappola di una fuga fittizia. Anche qui vi è una curiosità particolare: gli equipaggiamenti dell’esercito di Carlo erano pesanti e solidi, utili appunto per una battaglia di posizione e certamente non dediti ad una condotta dinamica delle fasi di scontro; al contrario, invece, i Mori viaggiavano leggeri ma, costretti ad un estenuante corpo a corpo, si trovarono maggiormente esposti ai colpi d’arma dei cristiani, che invece reggevano efficacemente. Per i Mori, quella di combattere senza significative protezioni era comunque una scelta ben precisa: combattere con l’armatura era visto come un segno di debolezza e di viltà, tant’è che proprio sulla scia della contrapposizione con la civiltà occidentale nacque la celebre imprecazione beduina “Possa tu essere maledetto come il franco che indossa una corazza poiché teme la morte”.

Questo impegno massiccio favorì la distrazione di parte della cavalleria musulmana lanciata in inseguimento della cavalleria aquitana, lasciando così scoperte le file centrali composte da arcieri e fanti, che furono letteralmente massacrate dalle picche e dai giavellotti dell’esercito merovingio.

A Carlo non restò che dare il segnale ad Oddone, il quale, mimetizzato nel bosco alla sua sinistra, mise in fuga tutto il fianco destro dello schieramento dei Mori.

battaglia di Poitiers
Charles de Steuben, Bataille de Poitiers, en octobre 732; olio su tela (1837). Mostra in modo romantico il momento cruciale dello scontro, la morte di Abd al-Raḥmān. Pubblico dominio

L’esercito musulmano fu letteralmente spazzato via. Lo stesso Abd al-Raḥmān morì per un colpo d’ascia, ma è a questo punto che la storia incontra la leggenda: fonti dell’epoca ritengono che il colpo mortale fu inferto al comandante moro da Carlo Martello in persona.
Infine, vi è discordanza tra la storiografia araba e quella occidentale sugli avvenimenti immediatamente successivi alle fasi finali della battaglia, difatti secondo la versione degli storici europei l’accampamento arabo, lasciato sguarnito dai pochi sopravvissuti in fuga, fu razziato con conseguente rinvenimento di tutta la refurtiva frutto delle campagne d’Aquitania; per gli storiografi del mondo arabo, invece, i Mori, pur riuscendo a sfondare le fila cristiane, scelsero di ripiegare quando videro minacciati i proventi delle proprie scorrerie e, quindi, tornarono all’accampamento per salvare quanto possibile, salvo poi disperdersi in maniera confusa.

***

Tomba di Carlo Martello a St. Denis. Foto di J. Patrick Fischer, CC BY 2.5

Nonostante la limitatezza degli eventi, fu evidente la portata del successo di Carlo Martello e della misura della sconfitta araba, tanto che nella tradizione araba tale evento è tutt’ora ricordato come balāt al-shuhadā, ovvero il “lastricato di morti”.

Probabilmente una vittoria netta e riportata sotto l’attenta guida militare di un solo comandante ha fagocitato l’alone di leggenda che per secoli ha caratterizzato lo scontro, nonostante la dimensione marginale che gli eventi hanno avuto nella conquista araba della penisola iberica che, anche in seguito alla battaglia, non si arrestò per nulla ma, anzi, vide più feroci e più alti momenti di scontro.

Comprendere questa battaglia resta comunque un’utile esercizio per indagare sui motivi di tanta fama, nonché un’opportunità per avere uno spaccato di tecnica militare frutto dell’esperienza e delle capacità di uno dei padri dei casati più importanti della storia europea la cui testimonianza, forse, senza la suddetta interpretazione degli eventi, non sarebbe arrivata in maniera così dettagliata.

Bibliografia:

W. Blanc, C. Naudin, Que s' est-il vraiment passé à Poitiers en 732?, in «L'Histoire» 429, 2016, pp. 22-23.

E. Percivaldi, Grandi Battaglie/Poitiers, 732, in Storie di guerre e guerrieri, 7, 2016, pp- 66-71.

A. C. L. F. Silva, A Batalha de Poitiers (732) por um cronista árabe anônimo, in «Revista Brasileira de História Militar», 1, 2010

J. Wilson, Poitiers 732 CE: Interpretation and Remembrance, oral presentation in MARCUS Conference, Sweet Briar College, October 12, 2013.

Note:

1Giuliano fu Governatore della città di Ceuta; la leggenda vuole che Roderigo, Re dei Visigoti in Spagna, rapì e violentò la figlia di Giuliano.

2Già dopo le incursioni in Aquitania del 717-18, gli arabi iniziarono a definire il territorio della Gallia e più in generale tutta l’Europa come la “Grande Terra”.

3 Gli storici non sono concordi sulla data: altri indicano il 7 ottobre, altri il 10 o l’11. Il 25 è la data convenzionale che tiene conto anche delle schermaglie iniziali e dell’effettiva fase conclusiva del conflitto.

4Tale pratica era già in uso presso Bizantini, Visigoti e Longobardi, ma fino ad allora sconosciuta al disorganizzato esercito merovingio.


Il vino degli antichi: da una tesi sperimentale alla riscoperta di sapori perduti

"Nunc est bibendum", la massima di Orazio che sintetizza l’atto culminante dell’approccio al vino. Un  prodotto elitario e marcatore di uno status elevato già dal tempo degli Etruschi, il vino e l’atto del delibare divennero centrali per i Romani, non solo estimatori, ma anche esperti da contrapporre alla rozzezza di altre popolazioni, una tra tutte quella dei Ligures che beveva acqua come sosteneva Plinio.

In età romana vi erano dei veri e propri manuali con indicazioni molto precise riguardo la  conduzione di un vigneto, la produzione e la conservazione del vino. Il processo di vinificazione  iniziava con il trasporto dei grappoli in cantina che con tutta probabilità avveniva attraverso carri trainati da buoi come testimoniato da numerose attestazioni iconografiche. In seguito, una volta arrivate nel locale addetto alla vinificazione, le uve venivano scaricate all’interno dei calcatoria, vasche costruite in opera cementizia generalmente poste in una posizione sopraelevata rispetto ai sottostanti lacus di raccolta del mosto.

I calcatoria solitamente presentavano un fondo costituito da un cocciopesto molto resistente e impermeabile e gli angoli erano smussati al fine di favorirne la pulizia. Qui i grappoli venivano pigiati manualmente dagli operai che, come dimostrano le fonti iconografiche, potevano aiutarsi con corde appese al soffitto o con bastoni per mantenere l’equilibrio.

Il mosto che si otteneva da questa prima spremitura defluiva all’interno dei lacus, strutture molto simili ai calcatoria oppure per le realtà più piccole poteva essere raccolto all’interno di contenitori mobili come dolium o botti in legno. Successivamente le vinacce ancora presenti nei calcatoria venivano immesse all’interno del torchio e pressate per ottenere ancora del mosto; alcuni praticavano una seconda spremitura per estrarre l’ultimo succo disponibile, circuncisium, e vinificato solitamente a parte per non danneggiare il vino.

A questo punto il mosto doveva essere fatto defluire all’interno di dolia che potevano trovarsi per ¾ interrati o sopra terra: avevano una capacità che variava dai 400lt nelle installazioni vinicole più piccole fino ad arrivare a 20hl. Per far sì che il processo di vinificazione si compisse e il vino rimanesse sano e di ottimo sapore, era necessario aggiungere alcuni ingredienti. In alcuni casi al mosto venivano aggiunti il defrutum (mosto cotto), sale, o preferibilmente l’acqua di mare; erbe, spezie e in taluni casi anche miele.

Catone sosteneva che tutto ciò era realizzato al fine di migliorare il gusto del vino e di salvaguardarlo dalle malattie. Una volta che il vino aveva completato il processo di fermentazione, veniva inserito all’interno delle anfore sigillate con un tappo di sughero o con un coperchio di terracotta isolato con la pozzolana per evitare il contatto con l’ossigeno e nello stesso tempo favorire un lento scambio gassoso; infatti la porosità della terracotta favoriva l’affinamento del vino come avviene nelle attuali barrique. Tutto questo processo ha trovato riscontro nelle attestazioni archeologiche del Sud della Francia e a Costigliole Saluzzo (Cn) dove è stata rinvenuta una villa rustica del I sec d.C. in cui la pars rustica era incentrata sulla produzione del vino, sito in cui ho avuto modo di scavare e di compiere ricerche.

vino Simone Tabusso

Per la mia tesi di laurea in beni culturali indirizzo archeologico presso l’Università degli studi di Torino ho condotto una tesi dal titolo “Dalla vigna alla cantina: alcuni aspetti della produzione vinicola in Gallia Narbonese”. A seguito di queste ricerche accademiche ho iniziato nel 2017 il progetto di riportare alla luce dopo 2000 anni l’antico vino romano grazie anche alla mia esperienza come sommelier. In seguito alla traduzione delle antiche fonti latine ho iniziato una serie di prove di vinificazione.

 

Oggi a Novello (Cn) ho aperto un’impresa di produzione dell’antico vino romano declinato in due versioni: Aureum, vino bianco che viene aromatizzato con defrutum (mosto cotto), erbe e sale marino da utilizzarsi con l’abbinamento ad aperitivi, primi piatti aromatici, secondi di carne bianca e pesce; Purpureum, vino rosso aromatizzato con miele, erbe e spezie che si abbina a dessert e formaggi stagionati.
L’obiettivo del progetto è quello di sensibilizzare le persone all’archeologia e investire una parte dei fondi nelle attività di ricerca e valorizzazione del territorio.

vino Tabusso

Tutte le foto sono di Simone Tabusso.


vino Pompei

Il vino pregiato di Pompei, apprezzato sin dall'antichità

Terminata la consueta vendemmia a Pompei, facciamo un salto indietro e parliamo della città antica e della sua produzione vinaria. La vendemmia infatti era una delle attività più remunerative dell’area vesuviana, terra fertile e famosa sin dall’antichità per le uve pregiate e particolarmente redditizie. Nell’economia della città, oltre al garum, uno dei prodotti largamente diffusi era proprio il vino. I vini prodotti dalle viti coltivate sotto le pendici del Vesuvio dove il terreno ricco di acido fosforico favoriva la qualità e l’abbondanza dei raccolti erano particolarmente pregiati e richiesti. Anche il naturalista Plinio il Vecchio, celebre vittima dell’eruzione del 79 d.C. e ammiraglio della flotta di Capo Miseno ricorda la bontà dei vini prodotti proprio a Pompei che raggiungevano il massimo del pregio nell’arco dei 10 anni, anche se risultavano particolarmente pesanti tanto da procurare terribili mal di testa per ore. Una tipologia di vite, denominata Murgentina perché proveniente dalla città di Morgantina in Sicilia, fu trapiantata a Pompei e da lì in poi ebbe uno sviluppo tale da mutare addirittura il nome in Pompeiana. Altra varietà di vite, denominata Holconia e poi diffusa anche in Etruria, prendeva il nome da un’importante famiglia, quella degli Holconi, celebri viticoltori di origine pompeiana  vissuti in età augustea. Anche la fortuna di un’altra celebre famiglia pompeiana, gli Eumachi, dipendeva in buona parte dalla coltivazione della vite oltre che dell’olivo.

Foto Parco Archeologico di Pompei

La tecnica della viticoltura era particolarmente articolata, così come la disposizione delle viti che, secondo Plinio il Vecchio, doveva seguire delle regole ben precise. I filari erano così sostenuti da pergole (vitis compluviata) e posti ad una distanza regolare a poco meno di un metro e mezzo l’una dall’altro. L’archeologia a Pompei, oltre a restituire meravigliose strutture edilizie, ha anche riportato alla luce, grazie agli studi condotti dal Laboratorio di ricerche Applicate del Parco Archeologico di Pompei,  le radici di alcune vigne, consentendo così di ricostruire la disposizione interna dei filari antichi. Gli scavi hanno permesso inoltre di identificare piante di legumi, in genere fave, piantate tra le viti, non solo perché arricchivano il raccolto ma anche perché fornivano al terreno sali minerali. Dopo il raccolto e la pigiatura con i piedi, i grappoli venivano portati tramite ceste al torchio dove si cercava di ricavare, attraverso la spremitura con la pressa, una maggiore quantità di succo. Il prodotto veniva poi raccolto in un canaletto e condotto nella cella vinaria sottostante. Il liquido, alla fine del processo, si conservava in orci di terracotta che venivano disposti su file e in parte interrati per evitare che gli sbalzi di temperatura potessero danneggiarne la fermentazione.

Ricostruzione di Torcularium. Foto Parco Archeologico di Pompei

Il commercio del vino prodotto andava ben oltre i confini della Campania. Trasportato in anfore, dotate di una parte terminale appuntita per facilitare l’inserimento nelle stive delle navi a file alternate,  il vino di Pompei è arrivato sulle tavole della Gallia Narbonense e dell’Africa settentrionale. Grazie proprio all’analisi dei bolli impressi sulle anfore, nel corso degli anni, è stato possibile ricostruire il commercio del vino. I prodotti agricoli dell’ager pompeianus erano diffusi  grazie ai rapporti d’affari tra viticoltori e negotiatores, i grandi commercianti, che portavano i loro traffici in tutto il bacino del Mediterraneo e ben oltre i confini nord italici. Bolli di viticoltori pompeiani sono stati rintracciati su anfore da trasporto in Gallia meridionale; famoso il caso- studio di Porcio, forse il M. Porcio ricordato da alcune iscrizioni per essere stato uno dei finanziatori per la costruzione dell’Anfiteatro di Pompei e dell’Odeion e grande affarista. Il commercio del vino di Porcio aveva addirittura un percorso molto interessante perché dalla Campania arrivava a Narbonne per poi giungere a Toulose e infine a Bordeaux. Il vino prodotto dagli Eumachi, della cui famiglia faceva parte anche la sacerdotessa Eumachia, arrivava invece sulle coste dell’Africa e in particolare a Cartagine dove sono stati ritrovati anche numerosi bolli anforari della famiglia che, oltre a produrre vino, era famosa anche per la fabbricazione di anfore da trasporto, attività nella quale era impegnata un’altra famosa famiglia pompeiana, quella dei Lassi.

Vigneti presso l'Anfiteatro. Foto Parco Archeologico di Pompei

Francia: una taverna di epoca romana da Lattara

22 - 23 Febbraio 2016
Lattes_-_Musée_Henri-Prades_-_Vue_du_site_archéologique_de_Lattara
Una taverna di 2.100 anni fa circa è stata dissotterrata presso l'antica città romana di Lattara, nella parte meridionale della Francia. Questa era una città di agricoltori, prima che i Romani conquistassero la Gallia mediterranea (nel secondo secolo a. C.). Da quel momento, probabilmente, si svilupparono poi qui nuove occupazioni.
L'edificio è stato interpretato come una taverna sulla base degli elementi ritrovati: innanzitutto tre mulini e tre forni. Nessuna abitazione possedeva allora attrezzature su questa scala. Attraversato il cortile, in un'altra stanza ci sono panche allineate ai muri e un focolare. Ritrovati resti di pesci, pecore e bestiame, che indicano una dieta variegata. Tra i frammenti ceramici ve ne sono di importati dall'Italia, assieme al vino. In antichità, i Celti erano famosi per il loro amore per la bevanda.
Anche se le taverne erano luoghi di una certa importanza nel mondo romano, da un punto di vista archeologico la nostra comprensione di questi edifici non è sufficiente. Si tratta della prima taverna di questo tipo nella regione, e pure di un indicatore dei cambiamenti socioeconomici avvenuti nell'area in quel periodo.
Menzionata già da autori antichi, la città portuale corrisponde all'odierna Lattes, nel regione francese della Linguadoca-Rossiglione.
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La ceramica sigillata dalla Spagna Romana

16 Aprile 2015
All'Università di Valencia si stanno studiando esemplari di "ceramica sigillata", che riportano il latino popolare della Spagna romana, fornendo così informazioni di carattere linguistico, territoriale ed etnologico. Le ceramiche di questo tipo presentano poi anche figure e motivi decorativi, e furono prodotte dal primo secolo a. C. al terzo secolo d. C. in Italia, Spagna e Gallia.
Lo studio "Sigillatas Hispánicas con graffiti", di Josep Montesinos i Martínez, è stato pubblicato su Lucentum: Anales de la Universidad de Alicante.
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