El Cid Campeador

Cantar de mio Cid, dal poema epico alle tensioni storico culturali

Il Cantar de mio Cid è il primo, cronologicamente, e il migliore dei poemi della produzione epica iberica. Molti degli altri elaborati componimenti sono andati perduti, ma sappiamo di certo grazie alle cronicas storiche che esistettero altri cantari, usati come fonti per la registrazione di eventi storici. Il Cid è una forma di epos biografico, nato a livello embrionale dalle recitazioni orali di giullari e poeti erranti, che narra l'epopea di Don Rodrigo Díaz de Vivar il quale venne ingiustamente accusato di sottrarre i tributi al suo re Alfonso VI e punito con l'esilio.

Cantare del Cid
La copertina del Cantare del Cid, pubblicato da Garzanti i grandi libri, con testo a fronte e introduzione, traduzione e note di Andrea Baldissera

Il Cid (probabilmente il suo nome deriva da un dialetto arabo andaluso che significa “signore”), è un cavaliere atipico animato da due immense forze vitali: l'orgoglio cavalleresco (fedeltà al sovrano) e la pietas cristiana. Non stupiscono queste considerazioni, pochi sono i nobili cavalieri che restano fedeli al proprio sovrano anche dopo accuse ingiuste. Il Cid è un prototipo di eroe completamente diverso da quelli dei cicli francesi, la primitiva forza impulsiva è domata dalla razionalità e dalla fede, il condottiero spagnolo non si lascia prendere dagli impulsi bensì ragiona e medita tutte le sue azioni e scelte.

Cantar de mio Cid
Cantar de mio Cid, f. 1r. Foto in pubblico dominio

 Preferisco soffermarmi sul retroterra storico-culturale del Cantar de mio Cid. Nel 711 gli Arabi guidati dal capo berbero Ṭāriq ibn Ziyād al-Laythī, conosciuto in Spagna come Taric el Tuerto (il Guercio), approdò sulle coste spagnole, dopo aver oltrepassato il breve braccio di mare che in suo onore prese il nome di Gibilterra (Gabal Tariq) e fagocitò in breve tempo il regno dei Visigoti, già indeboliti da conflitti dinastici, con i successi ottenuti sulle sponde del Rio Barbate, dove annientò l'esercito nemico.

 

Cartina degli sbarchi degli Arabi. Immagine opera di Bonas, CC BY-SA 3.0

Una volta assoggettata gran parte della Spagna, gli Arabi iniziarono a chiamare questa terra “Al-Andalus”. Secondo Marco di Branco è erroneo ricercare l'etimologia del nome dell'Andalusia con il nome di Vandalicia (denominazione dei Vandali data alla Spagna Betica) ma in un termine visigotico che definiva la Spagna. Dal gotico ricaviamo l'espressione “landahlauts” traslitterata poi in arabo in Andalus, poi preceduta dall'articolo determinativo al-.

Soltanto una striscia di terra a settentrione della penisola iberica rimase in mano ai cristiani, per tre secoli la Spagna sarà governata dal florido califfato ommayade di Cordova, fino a quando nella prima metà dell'XI secolo venne meno l'unità amministrativa favorendo la nascita di piccole unità territoriali, regni minori chiamati taifas, dal termine arabo che corrisponde a fazioni. Lo smembramento del califfato ommayade getterà le fondamenta per la Reconquista cristiana della Penisola Iberica, processo che si concluse dopo quasi 5 secoli nel 1492.

Cantar de mio Cid
Francisco Pradilla Ortiz, Resa di Granada. Immagine in pubblico dominio

Questo sfaccettato panorama storico, arricchito dalla presenza di forti nuclei di tutte le popolazioni “abramitiche”, ebrei, cristiani, musulmani, porterà alla nascita della fervida cultura iberica.

I gruppi si mescolano o convivono, secondo diversi gradi di tolleranza: dai mozàrabes (cristiani che vivono sotto il dominio musulmano, mantenendo la propria fede) ai mudéjares (al contrario, musulmani che possono sotto un dominio cristiano) sino ai diversi tipi di convertiti (conversos dall'ebraismo o dall'Islam; muladìes, dal cristianesimo all'Islam), che spesso mantenevano occultamente la propria religione (come i marranos ebrei).

Corano andaluso. Foto in pubblico dominio

Quel che mi preme sottolineare, parlando del Cid, è che il poema non cerca di mitizzare o di abbondare con gli stereotipi. I nemici degli spagnoli non sono selvaggi invasori che vengono da terre barbare ma sono visti come dei loro pari, anzi c'è una profonda invidia o solenne rispetto per il nemico musulmano. Il Cid tratta i mori senza enfasi religiosa o non animato da qualche spirito crociato sanguinario, anzi a volte sono gli avversari della stessa religione che incorrono nella sua ira.

Gli arabi, al contrario delle chansons, non sono strumentalizzati per arricchire di elementi pittoreschi la narrazione, essi sono il nemico reale e storico della cultura spagnola del tempo. Molto più interessante è l'antisemitismo del protagonista, gli ebrei sono sempre descritti con i soliti stilemi degli avari, dei viscidi cospiratori e dei bugiardi; e tutto ciò si riscontrerà nelle tensioni storico-politiche che sfoceranno nel 1492 con l'esilio coatto delle popolazioni sefardite e ashkenazite (tribù ebraiche).


Enea Giorgio Caproni

Il nostro Enea

Scintillano talvolta nel grigiore delle esistenze anonime di tutti noi degli eccezionali bagliori, degli incontri imprevisti che di lì in poi illuminano di senso il nostro andare. Esperienze tali accadono forse solo a chi possiede un animo predisposto all’ascolto, ma sono talmente pervasive e significanti da arrivare a riguardare l’intera comunità. Attorno a un momento così toccante ruotano i testi (poesie e prose) di Giorgio Caproni contenuti nel volume recentemente edito da Garzanti, Il mio Enea, a cura di Filomena Giannotti.

Enea Giorgio Caproni
Il barchile di Enea, opera di Taddeo Carlone (1578), in Piazza Bandiera a Genova: il monumento colpì profondamente Giorgio Caproni. Foto di Elena Torre

In una delle piazze più bombardate d’Italia, Piazza Bandiera, a Genova, si erge un monumento a Enea, ritratto nel momento iconico e patetico della fuga con il padre e il figlioletto. La casualità dell’accostamento tra il profugus scampato dall’incendio di Troia e quel luogo simbolo di distruzione colpisce profondamente Giorgio Caproni, che senza indugio alcuno vi legge la rappresentazione dell’uomo della sua generazione, solo mentre cerca di sorreggere una tradizione in rovina e di portare in salvo un futuro ancora incerto, che non sa stare in piedi. «È per me quanto di più commovente io abbia visto sulla terra», annota emozionato il poeta.

Alessandro Fo, nell’accorata prefazione del volume, non esita a definire una tale visione come un’epifania, una rivelazione poetica. E infatti tra il 1954 e il 1955 tale riflessione confluisce nei Versi tratti dal poemetto Passaggio d’Enea: «Enea che in spalla / un passato che crolla tenta invano / di porre in salvo, e al rullo d’un tamburo / ch’è uno schianto di mura, per la mano / ha ancora così gracile un futuro / da non reggersi ritto».

Emerge chiara nel componimento la vocazione narrativa dell’autore, il cui intento è quello di porgere al lettore una verità autentica, per quanto amara. L’esule fugge da una terra infestata dalla morte e cerca scampo nel mare, ma improvvisa arriva la sensazione che quella solitudine sarà il dolore con cui sarà costretto a fare i conti negli anni bui che verranno, in cui non basterà una bussola per orientarsi nell’oscurità; allo stesso modo, la luce non sarà certo un risveglio, ma indicherà forse un altro suolo che potrà calpestare chi non sa piegare il suo cuore: «Nell’avvampo / funebre d’una fuga su una rena / che scotta ancora di sangue, che scampo / può mai esserti il mare (la falena / verde dei fari bianchi) se con lui / senti di soprassalto che nel punto, / d’estrema solitudine, sei giunto / più esatto e incerto dei nostri anni bui?».

La persistenza del mito nel sogno letterario di Caproni è strettamente legata all’incertezza di colui che deve attraversare la notte: il suo epos è dunque quello modernissimo di chi tenta di districarsi tra le miserie cui condanna la Storia e la tensione innata verso il proprio tempo di pace. Incontrare Enea, salvo nonostante i bombardamenti, significa conoscersi e riconoscersi attraverso la memoria privata e collettiva dell’esperienza del dolore.

Sottolinea la curatrice del volume, Filomena Giannotti, che in Caproni gli echi classici appaiono privi di qualsiasi compiacimento erudito, e che anzi vengono traslati in una dimensione familiare. La frequentazione con quelle suggestioni antiche, meditata a fondo e più volte ripresa nell’arco di un’intera esistenza attraverso appunti e interviste, lo porta infine a compiere un ulteriore scarto nell’esplicitazione dell’identità non solo tra Enea e sé, ma anche tra Enea e noi tutti. Riflette infatti l’autore nel 1959, rimaneggiando un suo scritto risalente a dieci anni prima, in cui i verbi erano al singolare: «Ci troviamo veramente soli sopra la terra, con sulle spalle una tradizione che tentiamo di sostenere mentre questa non ci sostiene più, e per la mano una speranza ancor troppo gracile per potercisi appoggiare, e che pur dobbiamo portare a compimento».

Gian Lorenzo Bernini, Enea, Anchise e Ascanio, marmo (1618-19), Galleria Borghese, Roma. Foto di Architas, CC BY-SA 4.0

Il suo – il nostro – Enea è lontanissimo dalla retorica dei ricordi scolastici e da quella delle celebrazioni imperialistiche del fascismo; il personaggio, ormai non più solo virgiliano ma a pieno titolo caproniano, si configura piuttosto come il simbolo di colui che, esule, solo e dunque anti-eroe, deve farsi largo tra le macerie. Maurizio Bettini, nella postfazione, oltre a offrire ai lettori un avvincente caleidoscopio di riletture del mito di Enea più o meno coeve rispetto a quella di Caproni, evidenzia i tratti che rendono il poema di Virgilio perfettamente adeguato a raccontare il mondo in frantumi del dopoguerra: la pietà per i vinti, il disagio dei vincitori, l’orrore di fronte alla morte dei giovani.

Se è vero che per definizione i classici non esauriscono mai il loro portato di autenticità, questo appare con un’evidenza tanto più limpida in momenti storici cruciali, in cui un senso diffuso di smarrimento ci porta a ritornare alle parole degli antichi, per scovarne sotto le ceneri le scintille di una bellezza e di una verità che ardono ancora. Anche così, in questo tempo di solitudine e inesorabile disorientamento, Enea «meno eroe che uomo» ci esorta a un’assunzione di responsabilità, a un ripensamento radicale del futuro, nella necessità desolata e senza alternative di essere guida, di farsi carico di un passaggio senza la garanzia di un approdo. Accettare questa incertezza è improrogabile e altissimo compito della letteratura, da Virgilio a noi.

Giorgio Caproni il mio Enea
Giorgio Caproni, Il mio Enea, a cura di Filomena Giannotti, con prefazione di Alessandro Fo e postfazione di Maurizio Bettini, pubblicato da Garzanti
Enea Giorgio Caproni
Il barchile di Enea, opera di Taddeo Carlone (1578), in Piazza Bandiera a Genova. Foto di Elena Torre

Giuseppe Lupo breve storia del mio silenzio

Quel silenzio, brevemente

Nihil est in intellectu. Erano gli anni sessanta e d’un tratto, inspiegabilmente, tutto sembrò essere stato ricomposto da quella frase di Leibniz pronunciata una mattina da suo padre. Prima c’erano stati gli studi pedagogici e le riflessioni sull’Illuminismo, ma poi c’era stata anche la pioggia, la chiave, il tentativo di sua madre di rimettere ordine nella sua mente: quelle parole di cui “ogni frase pareva un ponte sospeso sull’abisso” che davanti a sé si confondevano e sul precipizio delle labbra il senso faceva cadere.

Nell’itinerario di ricordi intrecciati, Giuseppe Lupo ci racconta una storia in prima persona. Quando la realtà del bambino che fu si rovescia con l’arrivo di sua sorella, egli ha una reazione dirompente e finisce con il rifugiarsi nel silenzio. “La malattia che sentivo in bocca, il desiderio di parlare e non poterlo fare” spiega nel libro Breve storia del mio silenzio candidato quest’anno al Premio Strega.

Il testo di Lupo si legge rapidamente, come suggerisce il titolo: in poco più di duecento pagine vi sono diluiti i tasselli di un viaggio che dalla Basilicata lo porterà nell’Alta Italia. Pezzi di dialogo sparsi tra le lettere, quando troverà il modo di parlare e anzi, di scrivere, di fissare sul foglio tutte quelle parole birichine, nel ricordarle sotto una forma alta di necessità. D’altronde era nato fra i libri, grazie all’insegnamento dell’acqua, del ticchettio sul vetro della finestra, che batte il tempo come fa il respiro con la punteggiatura.

Entrando nei libri al Circolo La Torre conobbe la letteratura e gli intellettuali dell’epoca, questo gli consentì di immaginare un mondo che andasse oltre il narrare, che in principio per lui rappresentava un ostacolo e un dolore. Dismessa la sofferenza, tuttavia, rimase il dubbio: “Cos’avrei fatto se non fossi riuscito nella scrittura?” si chiese un giorno lontano da casa, mentre raccoglieva le parole, quelle più giuste ed esatte, per costruire la strada che lo avrebbe portato prima al Corriere della Sera e poi tra chi aveva reso gli scrittori autentici, Garzanti, Einaudi, Marsilio.

In bilico sul ciglio del silenzio che riemergerà a tratti, il Lupo che leggiamo racconta di essere stato trasportato laddove nascono i libri e laddove le storie trattengono la vita, che altrimenti strariperebbe dai margini: le lettere panciute, infatti, non sarebbero capaci di placarla, ma ne resterebbero avvinghiate, timorose. Nel buio della solitudine, o “sua ultima faticosa preistoria”, sovviene quando Rainer Maria Rilke la consigliò a Kappus quale unico modo per trovare la vera maturità e la grandezza nell’arte. Eppure, sul faticoso cammino, si riesce a scorgere infine la vittoria e l’incontro, proprio da una città sospesa sull’acqua, con Cesare De Michelis: l’attimo che vale un’esistenza e l’omaggio alla sua, per non dimenticare.

Giuseppe Lupo breve storia del mio silenzio
La copertina del libro Breve storia del mio silenzio di Giuseppe Lupo, pubblicato da Marsilio Editori nella collana Romanzi e Racconti

 

Breve storia del mio silenzio di Giuseppe Lupo è candidato alla LXXIV edizione del Premio Strega.

Giuseppe Lupo, Breve storia del mio silenzio, Marsilio Editori 2019, pagg. 208, Euro 16.