La civetta cieca, capolavoro persiano tra gotico ed esistenzialismo francese

Torno con molto piacere a parlare di Carbonio Editore e della sua ultima impresa libresca, che va ad arricchire ulteriormente il già fin troppo interessante catalogo: sto parlando del romanzo La civetta cieca di Sadeq Hedayat, uno dei più fini e colti scrittori della letteratura iraniana e persiana. Il testo presentato dalla Carbonio Editore ha il pregio di essere la prima traduzione nella nostra lingua dal persiano - ovvero la più fedele possibile agli intenti primigeni dell'autore - e porta la firma di una delle più grandi iraniste e islamiste in Italia, ovvero Anna Vanzan, che è anche l'autrice di una curatissima introduzione.

Il lettore attento magari ha già conosciuto Hedayat nelle pagine iniziali di Bussola di Mathias Énard, visto che la prima sezione del romanzo dello scrittore francese è un'ode all'autore de La civetta cieca, prematuramente morto suicida a Parigi nel 1951.

L'ultima foto di Sadeq Hedayat ai suoi parenti a Teheran (1951). Foto di Mosaffa~commonswiki, in pubblico dominio

Il romanzo fu completato e pubblicato a Bombay, ma la scrittura dello stesso cominciò al più nel 1930, negli anni dell'auto-esilio di Sadeq Hedayat a Parigi. Risente infatti di tutte le contaminazioni culturali del mondo francofono; tantissimi critici lo hanno associato a ragione all'esistenzialismo di Sartre, ignorando però la forza evocativa e folclorica che soltanto un lettore compatriota di Hedayat avrebbe colto. Purtroppo il testo arrivò in Iran una decina d'anni dopo e scosse visceralmente la società cristallizzata dell'Iran degli anni '40 e dell'India; il romanzo di Hedayat infatti è intriso della cultura dell'India pre-islamica e del sufismo persiano, tant'è che possiamo etichettare La civetta cieca come uno dei monumenti principe della letteratura persiana moderna.

Mi prendo la libertà (e anche l'azzardo) di chiamare questo libro “piccolo gioiello del gotico orientale” poiché condivide tantissime sfumature con la letteratura weird-gotica dell'ottocento vittoriano. L'opera di Hedayat è però completamente diversa - ad esempio - dal Vathek di William Beckford: se da un lato abbiamo un inglese vittima della mitomania orientaleggiante de Le Mille e una Notte, dall'altro c'è un paziente creatore di angosce sonnambule, che usa l'Oriente non come orpello esotico a fine ornamentale, ma per descrivere uno stato dell'anima sconosciuto agli europei del tempo, uno struggente tentativo (riuscito) di portare il misticismo indiano tra i boulevard.

Ovviamente la mia “etichetta” è volta a descrivere di primo acchito un'opera così indomabile e scevra da asettiche nomenclature, perché La civetta cieca è un inno a un lirismo onirico e oscuro che non ha niente da invidiare a Les Chants de Maldoror di Lautréamont e alle angosce di un Io tormentato di kafkiana memoria. Siamo di fronte a un testo che può essere letto e recepito per mezzo di diversi stadi di comprensione, e delle riletture sono obbligatorie per non perdere le intense sfumature dell'India preislamica e del folclore della Persia.

Il protagonista del racconto è un pittore di astucci per penne, tipici prodotti dell'artigianato indo-persiano, costantemente assuefatto dal consumo di oppio e dall'ingurgitare vino in gran quantità. Il personaggio è un riflesso pallido di un altro fantasma, l'autore, un uomo disilluso dalla vita e dagli affetti come il pittore, continuamente tormentato da amori defunti. Il racconto è una fumosa visione di una realtà onirica e confusa, sfacciata e dissacrante e ornata da sofismi mistici e lirismi sufi. La Persia entra nella melanconia sfuggente di una scrittura moderna ma ricca di classicismi e richiami al mondo della tradizione.

La trama potrebbe sembrare semplice e stereotipata, l'innamoramento istantaneo per una femme fatale, la seduzione lasciva di quest'ultima e poi la sua morte, il carosello di spettri e visioni surreali, il rumore dell'eco del mondo e di universi spenti dal canto della fine dell'esistenza; un tetro inno alla desolazione e al nichilismo del proprio micro-cosmo interiore. Hedayat crea una genesi della fine e lo fa fondendo la magia e il realismo imperante del dolore.

Nel dettaglio, ora andremo a conoscere Anna Vanzan e la sua splendida traduzione. Avevo già letto il testo qualche anno fa, ma con una traduzione dall'inglese: nella versione della Carbonio Editore sono rimasto ancor più affascinato dall'irresistibile prosa fumosa dell'autore iraniano. Ringrazio ancora la professoressa Vanzan per la sua disponibilità.

1) Finalmente uno dei capolavori di Sadeq Hedayat, La civetta cieca, viene tradotto per la prima volta dal persiano. Quanto è importante rapportarsi con le intenzioni primigenie dell'autore, senza i filtri di altre lingue come il francese e l'inglese? Ma soprattutto quante sfumature in più questo teste riesce a trasmettere con la sua vera anima orientale?

Le traduzioni da lingue ponte, o traduzioni da traduzioni, sono ovviamente esposte al rischio di diluire ulteriormente le connotazioni culturali e ambientali del testo di partenza. Ad esempio, un buon traduttore inglese cercherà di rendere ai suoi lettori un proverbio persiano con uno equivalente presente nella cultura anglosassone; se noi ritraduciamo quel proverbio trasportandolo nella lingua italiana rischiamo di allontanarci dall’originale fino a raggiungere l’incomprensibilità. Nella traduzione indiretta si perdono necessariamente molte cose finendo per confezionare un testo addomesticato, eccessivamente preoccupato della sua ricezione e poco rispettoso della cultura in cui è stato prodotto. Un’opera complessa e sofisticata come La civetta cieca presenta notevoli difficoltà anche in traduzione diretta, ma certamente mantiene maggiormente il colore locale.

2) Come lei ci lascia intendere nella sua precisa introduzione, La civetta cieca non è un romanzo semplice, o di immediata lettura. Quanto ha influito il patrimonio culturale persiano, indiano e islamico e soprattutto il folclore popolare all'interno dello scritto di Sadeq Hedayat?

Nella sua breve vita Sadeq Hedayat ha coltivato molte passioni : una era indirizzata a far rivivere il passato glorioso dell’Iran (molti suoi racconti sono basati su eventi storici accaduti prima dell’avvento dell’Islam). Poi l’interesse per l’India si materializzò in un lungo soggiorno in cui si avvicinò al buddismo e all’induismo; mentre per il folclore persiano manifestò un costante trasporto, seguendo una meticolosa ricerca per tutta la durata della sua vita. Questi aspetti emergono ne La civetta cieca, a cominciare da titolo, dedicato a un animale che ha
molteplici e profondi significati nelle credenze e nella letteratura persiana e con il quale l’Autore si identifica. All’interno del testo ci si imbatte continuamente in riferimenti alla cultura indiana, ma soprattutto alla storia e ai costumi persiani descritti dall’Autore con un misto di amore e grande crudeltà.

3) Lo scritto fu recepito con entusiasmo in Europa, quali sono secondo lei le ragioni del successo di questo gioiello della letteratura persiana moderna?

La versione francese de La Civetta cieca a cura di Roger Lescot venne pubblicata nel 1953, due anni dopo il suicidio di Hedayat e quindi carica del tragico evento. Venne positivamente recensita da André Breton, e pertanto accolta con favore dagli amanti del surrealismo, che videro nel romanzo hedayatiano la versione “esotica” del surrealismo. Qualcuno riconobbe in Hedayat la filosofia pessimista di un altro artista iraniano assai amato (e perlopiù incompreso) in occidente, Omar Khayyam, altri individuarono somiglianze con alcune pagine di Sartre. Insomma, il romanzo si rivelava quale perfetto connubio tra immaginazione orientale e occidentale. Anche in Germania il libro riscosse grande successo, con ben due traduzioni a breve distanza; mentre il mondo anglosassone rimase più scettico, quantomeno a livello generale. Successivamente fu il mondo accademico legato alla cultura persiana che ne decretò il successo.

La civetta cieca Sadeq Hedayat
La copertina del romanzo La civetta cieca di Sadeq Hedayat, edito da Carbonio Editore, con traduzione e introduzione di Anna Vanzan

4) Leggendo il romanzo ho provato diverse emozioni contrastanti. Delicatezza, inquietudine, sensualità, gelosia e via dicendo. In poche pagine Sadeq Hedayat codifica il sottobosco letterario della culturale weird anglo-francese per tradurlo in un romanzo che ricorda le atmosfere gotiche e fantasmagoriche europee, ma rimane comunque un romanzo profondamente legato alla cultura del suo autore. Possiamo secondo lei parlare di gotico orientale?

La definizione “gotico orientale” è molto suggestiva, ma tralascia aspetti molto importanti della narrazione di Hedayat, ovvero la disperazione del protagonista, che è autobiografica (il romanzo è in prima persona, diversamente dal suo solito stile), il suo pessimismo cosmico, la sua consapevolezza di essere un fuori casta dal consesso dell’umanità, che disprezza, ma alla quale, al contempo, anela. Lo stato ipnotico in cui il lettore è trascinato è sicuramente gotico, ma è calato in un ambiente tipicamente persiano.

civetta cieca
Immagine ad opera di Gerhard Gellinger da Pixabay

Grand Hotel di Jaroslav Rudiš: le nuvole del disincanto

Nel mio mai deludente tour della micro-piccola-medio editoria italiana ho avuto l'onore di conoscere Miraggi Edizioni, una realtà professionale di livello e che offre ai suoi lettori una cura certosina dei testi pubblicati (dal contenuto alla resa estetica).

Per tale ragione ho voluto leggere Grand Hotel. Romanzo sopra le nuvole dello scrittore ceco Jaroslav Rudiš che mi ha immediatamente conquistato con la sua prosa giocosa e magica in netto contrasto con una storia tanto bella quanto struggente, disincantata. Il testo fa parte della collana «NováVlna» di letteratura ceca e prende il nome dalla “Nouvelle Vague” cinematografica ceca tanto in voga negli anni della Primavera di Praga. Come ci fa intendere l'editore è doveroso (ri)scoprire questa nicchia letteraria perché è stata protagonista di grandi eventi storici e piccole leggende interiori; il romanzo ceco con le sue sfumature surreali, grottesche e a volte magiche è uno strumento irrinunciabile per sondare le profondità dell'essere umano.

L'autore è già stato pubblicato in Italia almeno altre due volte, ma il titolo a cui deve certamente la fama è Il cielo sotto Berlino, un vero classico moderno della letteratura europea e non solo di quella ceco-tedesca. Jaroslav Rudiš inoltre è un'arista completo, si dedica alla realizzazione di fumetti, a performance radiofoniche e musicali con il suo gruppo Kafka Band, ed è autore di sceneggiature teatrali e cinematografiche. Laureatosi per divenire insegnante di tedesco e storia, scrive le sue opere sia con l'idioma della madre patria (nacque a Turnov, in Repubblica Ceca, nel 1972) che con quello tedesco. I suoi studi lo hanno portato anche a Liberec, città dove è ambientato Grand Hotel, località famosa per il monte Ještěd e per l'omonima gigantesca torre di telecomunicazioni che sfida l'immensità del cielo.

Jaroslav Rudiš nel 2015. Foto di Rafał Komorowski, CC BY-SA 4.0

Il cielo e le sue nuvole sono i protagonisti di questo originalissimo romanzo, così importanti da “oscurare”, a volte, l'attore principale delle vicende, il bizzarro Fleischman. Costui è un giovane uomo, un disadattato, un outsider, il classico “inetto” alla Musil de L'uomo senza qualità, tanto per rimanere in area mitteleuropea.

La sua esistenza è un perpetuo fallimento, con le donne, gli amici, la sua psichiatra e la sua famiglia; famiglia che non c'è più perché ha perso entrambi i genitori durante un incidente automobilistico, o almeno è quello che racconta alla sua dottoressa. Ha sempre la testa tra le nuvole, uniche particelle lattiginose della sua fragile realtà in grado di trasmettergli serenità, pace e completezza.

Fleischman si sente complementare al disegno del cielo, si allinea con gli schemi che tiene incollati sulle pareti del Grand Hotel di suo nonno, che raccontano il romanzo dei fronti temporaleschi, la poesia dei fulmini e il verseggiare del rombo del tuono. Se a volte, leggendo i suoi ragionamenti, la sua involontaria ironia (e qui l'autore è geniale) penserete allo spettro autistico lo farete a ragione, e nel suo guazzabuglio interiore e nel nitore del cielo Fleischman è la persona più limpida dell'intero carosello di personaggi.

Per questa ragione il romanzo ti conquista tempestivamente, il campo semantico atmosferico-meteorologico è sublime, le figure retoriche saldate sui movimenti del cielo e delle nuvolaglie ti invogliano a diventare un frammento di volta celeste, per rimanere a volteggiare sulle cuspidi del Grand Hotel. A volte ho desiderato essere una crisalide di neve e vento soltanto per posarmi sul volto di Fleischman e ricordargli che non sarà mai solo.

Se il romanzo segue le vicende interiori del nostro stravagante meteorologo da strapazzo, tra innamoramenti, amicizie bizzarre e tentativi di “evadere” da Liberec attraverso le nuvole con una mongolfiera, si rimane comunque stupefatti dal sub-testo storico che Jaroslav Rudiš riesce a tratteggiare.

Seppur ambientato agli inizi del 2000, il romanzo e i suoi personaggi sono gli eredi della Seconda guerra mondiale e della Primavera di Praga del 1968, così gli “attori secondari” del testo sono contornati da un'aurea diversa, ancorata a un passato sofferto e difficile, così radicale da confondere ancora le loro vite.

Segreti, innocenti bugie, nuvole nere e gocce di nostalgia, la Repubblica Ceca delle nuvole di Fleischman sembra un posto magico, utile a quei sognatori che agognano un posto lontano dalla rigida realtà. Invece è la patria del disincanto, la fine dell'illusione e la resa dei conti con la Storia (S maiuscola, signori), il dramma esistenziale di ogni sfortunato di quella terra. Ma la vera magia è scoprire che il disincanto del cielo e delle nuvole è una storia bellissima e ci insegna ad essere noi stessi senza rimanere intrappolati nei nostri sogni.
Basta ascoltare il canto della rugiada.

Grand Hotel Jaroslav Rudiš
La copertina di Grand Hotel di Jaroslav Rudiš, nella versione della collana NováVlna per Miraggi Edizioni, con traduzione di Yvonne Raymann

teoria del piacere Giacomo Leopardi

Un viaggio tra gli scritti privati di Leopardi: la "teoria del piacere" parla all'uomo del XXI secolo

Giacomo Leopardi è spesso definito dai manuali scolastici il primo dei moderni tra i letterati del suo tempo. Una reputazione che gli calza a pennello, per gli occhi nuovi con cui si interessò e approcciò a tutte le sfere del sapere di cui si sia biograficamente a conoscenza, proponendo soluzioni altrettanto nuove.

Giacomo Leopardi teoria del piacere
Ritratto di Giacomo Leopardi, ad opera di Domenico Morelli (1845). Immagine in pubblico dominio

Intellettuale brillante dalla cultura impareggiabile già da ragazzo, lo si trova sui limina di tutte le correnti letterarie annoverabili tra Settecento e Ottocento, sia per suo stesso sentimento, sia guardando alla realtà dei fatti. Ed è forse questo il punto cruciale, che lo ha reso tanto inviso ai contemporanei (che pur ne riconoscevano le capacità e il potenziale) quanto interessante agli occhi di chiunque non sia immediatamente interessato a collocarlo in un compartimento stagno. È chiaro che Leopardi non sia inscrivibile in nessuna corrente letteraria a livello poetico, né tematico, né letterario e forzare tale collocazione potrebbe indurre a non giudicare di egual portata e valore tutta la sua produzione letteraria (si sa che fino agli studi di Walter Binni e Sebastiano Timpanaro, quasi esclusivamente le opere poetiche - gli idilli per lo più - venivano lette con piacere).

C’è un altro importante fattore non ancora nominato e che nella cronologia della ricezione leopardiana tendenzialmente si tese a sottostimare, quantunque fondamentale: Giacomo Leopardi fu anche e soprattutto un filosofo, e il suo pensiero filosofico (mutuato dalla corrente sensistica francese ma ben presto spogliato della sua patina ottimistica) è quella chiave di lettura delle opere inscindibile da esse che se non presa in considerazione le rende “solo” degli ottimi prodotti letterari (come sappiamo dalle recensioni di suoi amici come il Monti o il Giordani) ma talvolta incompresi nel loro intento divulgativo a tutti gli effetti (celebre è l’astio che provava per Leopardi Niccolò Tommaseo).

Vincenzo Monti, ritratto ad opera di R. Cooper (1803), tratta dalle Satire di A. Persio Flacco, p. 6. Immagine in pubblico dominio
Ritratto di Pietro Giordani, contenuto negli  Scritti editi e postumi (1856). Immagine in pubblico dominio

 

Niccolò Tommaseo. Foto in pubblico dominio

L’opera filosofica per eccellenza si sa essere le Operette Morali, ventiquattro prose di taglio satirico che Leopardi voleva smuovessero l’uomo dalle sue certezze e gli mostrassero il suo vero posto nel mondo, molto meno favorevole di quello che con i secoli aveva avuto la superbia di credere. Tuttavia esse, pubblicate in diverse edizioni dal 1827, furono tiepidamente accolte e incluse nell'Indice dei libri proibiti entro breve.

 

Ma se c’è un vero “tesoro nascosto” all'interno della produzione leopardiana sono le dissertazioni filosofiche che i lettori possono trovare sfogliando le pagine dello Zibaldone. Molte di esse sono riflessioni giovanili che colpiscono per la scelta dei temi lucidamente analizzati e le teorie di risoluzione proposte o scartate con sagacia notevole. La scrittura, nata come privata, si presenta in un tono molto più irrequieto rispetto alle opere pubbliche e alcuni temi ricorrono spesso, quasi che l’autore si renda conto di avere solo se stesso quale interlocutore alla pari per poter affrontare certi dilemmi, alla ricerca di soluzioni più convincenti e razionali (come di fatto avverrà nelle Operette).

Due parole sullo Zibaldone di pensieri, diario intellettuale cominciato nel 1817 e che ha raccolto tutta una serie di appunti fino al 1832. Purtroppo fu un tesoro effettivamente nascosto per diversi anni, affidato ad Antonio Ranieri dopo la morte dell’autore ma reso pubblico, a cura di Carducci, solo nel 1898.

Giacomo Leopardi teoria del piacere
Giacomo Leopardi, Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura (vol. VI), Successori le Monnier, Firenze 1900. Fonte Internet Archive. Foto in pubblico dominio

Questo grande quaderno di più di quattromilacinquecento fogli prende il nome dalla natura variegata e frammentaria del contenuto. Preziosissimo perché all'interno vi si possono ritrovare, oltre che appunti di natura scolastica (è noto che il giovane conte si interessasse di molte discipline: lingua  greca, latina o francese, linguistica, filologia, botanica, grammatica) considerazioni personali su usi, costumi, religione e politica contemporanea, spesso paragonati agli stessi nei tempi antichi, recensioni di opere lette. Bellissimi i veri e propri abbozzi o spunti di quelle che di lì a breve sarebbero diventate poesie e prose pubbliche. Alcuni esempi:

Dolor mio nel sentire a tarda notte seguente al giorno di qualche festa il canto notturno de’ villani passeggeri. Infinità del passato che mi veniva in mente, ripensando ai romani così caduti dopo tanto romore e ai tanti avvenimenti ora passati, ch’io paragonava dolorosamente con quella profonda quiete e silenzio della notte, a farmi avvedere del quale giovava il risalto di quella voce o canto villanesco.

(Zibaldone 50-51 – un chiaro appunto da ricordare in prospettiva della stesura de La sera del dì di festa.)

L’antico non è eterno, e quindi non è infinito, ma il concepire che fa l’anima uno spazio di molti secoli, produce una sensazione indefinita, l’idea di un tempo indeterminato, dove l’anima si perde, e sebben sa che vi sono confini, non li discerne, e non sa quali sieno. […] sebbene i confini si vedano, e quanto ad essi non vi sia indefinito, v’è però in questo, che lo spazio è così ampio che l’anima non l’abbraccia e vi si perde; e sebbene distingue gli estremi, non distingue però se non se confusamente lo spazio che corre tra loro. Come allorché vediamo una vasta campagna, di cui pur da tutte le parti si scuopra l’orizzonte.

(Zibaldone 1429-1430 – un preludio all'idillio L’infinito).

Giacomo Leopardi teoria del piacere
I primi due volumi delle Opere di Giacomo Leopardi, nell'edizione stampata da Stella (Napoli) nel 1835; a sinistra i Canti, a destra la prima parte delle Operette Morali. Foto di Roman Eisele, CC BY-SA 3.0

Tornando agli appunti di carattere filosofico, ve ne è una serie in particolare datata ancora 1820 (che anticipa quindi di circa dieci anni la pubblicazione delle Operette), la quale probabilmente più di tutto ha la capacità di far riflettere chiunque, di toccare le corde di un’anima senza età, senza genere, senza classe sociale, senza tempo. Questa si è condensata in quella che Leopardi stesso ha chiamato “Teoria del piacere” (Zibaldone 165-172 – dove non specificato diversamente, si citeranno estratti), dai toni essenzialmente negativi che non si confacevano affatto a quel "secolo decimonono" che dava il progresso come assodato, promettendo redenzione dall'infelicità. Ma il (possiamo chiamarlo così) filosofo di Recanati, farà dire qualche anno più tardi al suo alter ego Tristano nel Dialogo di Tristano e di un amico:

calpesto la vigliaccheria degli uomini, rifiuto ogni consolazione e ogn'inganno puerile, ed ho il coraggio di sostenere la privazione di ogni speranza, mirare intrepidamente il deserto della vita, non dissimularmi nessuna parte dell'infelicità umana, ed accettare tutte le conseguenze di una filosofia dolorosa, ma vera. La quale se non è utile ad altro, procura agli uomini forti la fiera compiacenza di vedere strappato ogni manto alla coperta e misteriosa crudeltà del destino umano“ [...].

Ciò a conferma non solo che nessun punto preso in esame da ragazzo era stato oggetto di ripensamenti, anzi, se possibile si era persino acuito; insomma in qualità di saggio doveva condividere le sue scoperte invece che essere dispensatore di una consolatoria non-verità.

Uno dei nodi principali della filosofia leopardiana (non potendoli affrontare tutti) che lo aveva reso presto conscio del dramma della vita umana, riguarda infatti la possibilità della felicità, secondo l’autore impraticabile. Tema dai chiari richiami epicurei e oraziani ma che, senza fare salti temporali estesi, solo qualche anno prima il romanticismo tedesco aveva analizzato elaborando il concetto di Sehnsucht, un termine difficilmente rendibile con un’unica parola ma che con una locuzione intende “intenso desiderio per una felicità irraggiungibile”: l’uomo leopardiano è comunque, come quello romantico, capace di provare un forte desiderio senza raggiungerlo mai.

Caspar David Friedrich, Il viandante sul mare di nebbia, olio su tela (1817 circa), attualmente alla Hamburger Kunsthalle. Immagine in pubblico dominio

Leopardi presenta immediatamente la tragicità della situazione da un punto di vista però molto più materiale che spirituale, mettendo su due piani diversi l’uomo finito e la sua anima infinita. Il desiderio, il piacere, tramite la conquista del quale l’uomo potrebbe proclamarsi “felice”, è però “congenito coll’esistenza”, senza limiti in estensione e in durata perché infinito come l’anima e dunque destinato a solleticare gli esseri umani fino alla morte. L’uomo vanamente cerca di soddisfare la sua bramosia con obiettivi e piaceri terreni, talmente tanto desiderati che una volta ottenuti, non soddisfano che per pochi attimi. Ciò perché non abbisogna di quelli, ma del desiderio in sé, un piacere di tutt'altra levatura (si vedano le teorie di Schopenhauer di quegli stessi anni a proposito della voluntas). Come tollerare allora il proprio soggiorno sulla terra? Secondo Leopardi l’uomo può, grazie alle proprie facoltà immaginative, provare a figurarsi l’entità del piacere puro e infinito e rifugiarsi nell'illusione di esso:

Considerando la tendenza innata dell’uomo al piacere, è naturale che la facoltà immaginativa faccia una delle sue principali occupazioni della immaginazione del piacere. E stante la detta proprietà di questa forza immaginativa, ella può figurarsi dei piaceri che non esistano, e figurarseli infiniti 1. in numero, 2. in durata, 3. e in estensione. Il piacere infinito che non si può trovare nella realtà, si trova così nella immaginazione, dalla quale derivano la speranza, le illusioni ec. Perciò non è maraviglia 1. che la speranza sia sempre maggior del bene, 2. che la felicità umana non possa consistere se non se nella immaginazione e nelle illusioni.” 

Questa possibilità viene considerata da Leopardigran misericordia e gran magistero della natura” e ritenuta ancora più proficua nei fanciulli e negli antichi (questi ultimi invidiati da Leopardi per la condizione di beatitudine in cui hanno vissuto, inconsci dell’illusorietà della loro ricerca - si legga a tal proposito la Storia del genere umano, che introduce le Operette), entrambi avvolti nell'ignoranza.

Joseph Mallord William Turner, Regulus, olio su tela (1828 circa), oggi alla Tate Gallery. Immagine (Art Daily) in pubblico dominio

Deleteria sarebbe allora la condizione del moderno sapiente, irrimediabilmente al corrente della realtà. Eppure Leopardi ha già suggerito in altri luoghi i mezzi per barcamenarvisi: la vaghezza e l’indeterminatezza:

alle volte l’anima desidererà ed effettivamente desidera una veduta ristretta e confinata in certi modi, come nelle situazioni romantiche. La cagione è la stessa, cioè il desiderio dell’infinito, perché allora in luogo della vista, lavora l’immaginazione e il fantastico sottentra al reale. L’anima s’immagina quello che non vede, che quell'albero, quella siepe, quella torre gli nasconde, e va errando in uno spazio immaginario, e si figura cose che non potrebbe, se la sua vista si estendesse da per tutto, perché il reale escluderebbe l’immaginario. Quindi il piacere ch’io provava sempre da fanciullo, e anche ora, nel vedere il cielo, ec. attraverso una finestra, una porta, una casa passatoia, come chiamano. Al contrario, la vastità e moltiplicità delle sensazioni diletta moltissimo l’anima. […] la moltiplicità delle sensazioni confonde l’anima, gl'impedisce di vedere i confini di ciascheduna, toglie l’esaurimento subitaneo del piacere, la fa errare d’un piacere in un altro, senza poterne approfondare nessuno, e quindi si rassomiglia in certo modo a un piacere infinito. Parimente, la vastità, quando anche non sia moltiplice, occupa nell'anima un più grande spazio, ed è più difficilmente esauribile. La maraviglia similmente rende l’anima attonita, l’occupa tutta e la rende incapace in quel momento di desiderare. Oltre che la novità, inerente alla maraviglia, è sempre grata all'anima, la cui maggior pena è la stanchezza dei piaceri particolari.

Altra dimensione importantissima è quella del ricordo, che non solo contribuisce all'incremento della poeticità di luoghi, oggetti e sensazioni (cfr “Le ricordanze” e altri vari luoghi dello Zibaldone) ma permette di ritornare con la mente alla fanciullezza:

Da fanciulli […] quel piacere e quel diletto è sempre vago e indefinito; l’idea che ci si desta è sempre indeterminata e senza limiti; ogni consolazione, ogni piacere, ogni aspettativa, ogni disegno, illusione ec. (quasi anche ogni concezione) di quell'età tien sempre all'infinito; e ci pasce e ci riempie l’anima indicibilmente, anche mediante i minimi oggetti. Da grandi, o siano piaceri e oggetti maggiori, o quei medesimi che ci allettavano da fanciulli […] proveremo un piacere, ma non sarà più simile in nessun modo all'infinito, o certo non sarà così intensamente, sensibilmente, durevolmente ed essenzialmente vago e indeterminato. […] Anzi, osservate che forse la massima parte delle immagini e sensazioni indefinite che noi proviamo pure dopo la fanciullezza e nel resto della vita non sono altro che una rimembranza della fanciullezza, […] Così che la sensazione presente non deriva immediatamente dalle cose, non è un’immagine degli oggetti, ma della immagine fanciullesca; una ricordanza, una ripetizione, una ripercussione o riflesso della immagine antica. […] In maniera che, se non fossimo stati fanciulli, tali quali siamo ora, saremmo privi della massima parte di quelle poche sensazioni indefinite che ci restano, giacché non le proviamo se non rispetto e in virtù della fanciullezza.”

Giacomo Leopardi teoria del piacere
Busto del Leopardi op.1 in gesso esposto nel Museo Tripisciano di Palazzo Moncada a Caltanissetta. Foto di OppidumNissenaeCC BY-SA 3.0

La posizione di Leopardi è insomma ben altro sia rispetto a quella dei romantici tedeschi, che vedevano in questo immenso desiderio di felicità una testimonianza del grande animo dell’uomo moderno; sia rispetto a quella di Schopenhauer, che proponeva in opposizione a questo straripante bisogno di piaceri inappagabile la noluntas, la volontà di non volere: solo traendosi fuori da ogni possibilità di tentazioni inutili e illusorie sarebbe stato possibile raggiungere il nirvana, la "vera felicità".

Ritratto (1855) di Arthur Schopenhauer ad opera di Jules Lunteschütz. Immagine in pubblico dominio

Non volendo in questa sede negare la potenzialità di alcuna delle due scuole di pensiero confrontate alla presente, non possono non colpire prepotentemente le parole del giovane Leopardi, decisamente meno astratte e a ben vedere troppo vicine alla realtà odierna.

Sforzandosi di addentrarsi in quello che non è solo un “pensiero pessimistico”, ma una presa di coscienza consapevole di quella che giorno per giorno si è rivelata essere l’oggettiva esistenza quotidiana, lo si può seguire anche oggi delle sue dissertazioni e rendersi conto della validità dei suoi ragionamenti, probabilmente con la stessa inquietudine che spinse tanti nel corso degli anni ad ignorare il suo pensiero se non a rigettarlo. L’uomo del ventunesimo secolo non si sente infatti, stando a quanto si legge su giornali o social network, parimenti solo, mai soddisfatto, sempre alla ricerca di nuovi limiti superati i quali è solo momentaneamente felice? Che sia un abbaglio la costante brama dell’ultima uscita, la rincorsa alla moda, la volontà di prevaricare? Permarrà un'arsura perenne difficilmente placabile. Si ripresenta allora la stessa domanda: come tollerare il proprio soggiorno sulla terra?

Già a scuola è insegnato come storia e letteratura siano insegnamenti. Certamente da questi appunti dello Zibaldone come da alcuni passi di dialoghi delle pluricitate Operette e soprattutto da La ginestra Giacomo Leopardi insegna a non indugiare in consumismo e piaceri terreni, di cui è meglio riconoscere futilità e fugacità, ma coltivare la persona anzitempo nonostante sembri inutile (cfr Il Parini, ovvero della gloria) e soprattutto a collaborare tra esseri umani per migliorare la società e sopportare quella “fatica della vita” (cfr il Dialogo di Plotino e di Porfirio e La Ginestra, ove è esplicato il meraviglioso concetto di “social catena”).

Giacomo Leopardi teoria del piacere
La biblioteca di Giacomo Leopardi nella sua casa a Recanati. Foto di Quinok, CC BY-SA 4.0

Fonti

“La scrittura e l’interpretazione” di Luperini, Cataldi, Marchiani, Marchese; Palermo, 2011.

Dizionario di filosofia, 2009

I classici Ricciardi, Introduzioni di Sergio Solmi, 1956

Il “Leopardi verde” di Timpanaro in “Belfagor”, XLII, 6; Firenze, 1987

Su Schopenhauer: Enciclopedia online, Enciclopedia italiana di Guido Calogero, 1936

Emilia Cirello, “La teoria del piacere: in cosa consiste e cos’è il piacere?” Su Eroica Fenice.

 


Il Carme di Ildebrando. La poesia eroica dell'Alto Medioevo germanico

Inizio dalle conclusioni, da un giudizio finale, ovvero che Il Carme di Ildebrando, nell'edizione curata dal professor Alessandro Zironi per Meltemi Editore è un testo fondamentale per l'insegnamento della filologia romanza in generale e della germanistica. Un'edizione alla quale va il mio plauso, perché ricchissima di tutti i contributi critici utili tanto allo studioso (neofita o veterano della materia) quanto all'appassionato, nonché allo storico medievista che usa la letteratura come fonte per indagare il passato. Bisogna inoltre riconoscere il merito di un linguaggio specialistico che non abusa dei tecnicismi o di un periodare troppo complesso, elementi che potrebbero inficiare la splendida scorrevolezza del commento e della sezione saggistica.

Il Carme di Ildebrando
La prima pagina del manoscritto, conservata presso la Landes- und Murhardsche Bibliothek, Kassel, Germany, 2° Ms. theol.54, Bl. 1r Foto in pubblico dominio

L'Hildebrand(s)lied è il componimento (lungo 68 versi allitteranti) in alto-tedesco (o lingua theodisca) più antico ad essere pervenuto fino a noi, un documento d'eccellenza che testimonia lo sviluppo della lingua volgare in area tedesca e notevolissimo exemplum di poesia eroica. Il testo purtroppo presenta una natura frammentaria, quindi non conosciamo pienamente la conclusione dell'epica vicenda (se escludiamo fonti secondarie come l'Edda).

Johann Georg von Eckhart, incisione dal libro Zweihundert deutsche Männer in Bildnissen und Lebensbeschreibungen, Lipsia 1854, editore Ludwig Bechstein, pubblico dominio

Il testo fu pubblicato per la prima volta nel 1729 dal suo scopritore, Johann Georg von Eckhart, ma in una pallida versione in prosa, dove il ritmo epico veniva perso e trascurato. Nel 1812 invece i fratelli Grimm pubblicarono la prima edizione originale in chiave critica, mantenendo la forma metrica primigenia. In Italia il testo apparve nel 1882 grazie ad Aristide Baragiola. Per gli aspetti linguistici, codicologici e morfosintattici rimando a consultare il volume, poiché in siffatta recensione potremmo dilungarci fin troppo a rintracciare i vari virtuosismi filologici rintracciati e debitamente spiegati con chiarezza dal professor Zironi.

I fratelli Wilhelm e Jacob Grimm in un dipinto di Elisabeth Jerichau-Baumann. Immagine in pubblico dominio

Il Carme di Ildebrando è un testo nato certamente nelle cerchie aristocratiche dei guerrieri germani, un componimento eroico accompagnato dalla musica e probabilmente dal canto (sulla scorta dell'opinione di Victor Millet) e racconta una vicenda molto popolare a tutto il medioevo germanico/sassone.

Ildebrando è al servizio di Teoderico, condottiero degli Ostrogoti deciso a riprendersi il regno dall'usurpatore Odoacre. Proprio alla fine del dispiegamento delle truppe dei due eserciti inizia il carme: i due fronti - per evitare un bagno di sangue - decidono di schierare i rispettivi campioni e di lasciare le sorti della battaglia nell'esito del duello.

Ildebrando, fedele vassallo di Teodorico, scende in campo e realizza di dover fronteggiare Adubrando, il suo giovane figlio che fu costretto ad abbandonare dopo la nascita. Il giovane cavaliere ignora le rivelazioni del vegliardo armato, teme di essere raggirato e poi ucciso, perciò si lancia all'attacco e il testo si conclude con il cozzare delle spade.

Come già sottolineato in precedenza, il carme è un testo di poesia eroica, ovvero narra quell'antica materia e corpus di storie perdute nei tempi delle grandi migrazioni germaniche. Perciò un tratto distintivo di questo “genere” è di descrivere un passato lontano, atavico, ferino e leggendario; assistiamo alla sedimentazione poetica dell'uomo guerriero: l'epos plasma il valoroso in eroe, non una figura mitologica legata alla religione o al mito, ma un agente morale e umano.

Basti pensare ad altri testi del medioevo germanico o anglosassone come il Beowulf, l'Edda, i Nibelunghi e La Battaglia di Brunanburh per riflettere sull'importanza socio-culturale della poesia eroica, non mera forma di intrattenimento “cortese”, bensì codificazione dell'ideologia guerriera.

Molto probabilmente il Carme di Ildebrando fu composto presso il monastero di Fulda, data la forte impronta anglosassone del testo. Fulda infatti fu costruito nel 744 sotto il volere di Bonifacio, ovvero Wynfreth del Wessex e molti dei suoi abati discendevano da famiglie sassoni/insulari. Fulda, pur essendo in un territorio appartenente al ceppo linguistico dell'alto tedesco, si trovava in una zona adiacente alla parlata sassone. La sua fondazione fu inoltre una mossa strategica per arginare i pagani sassoni ed erigere un caposaldo nelle terre cristiane contro l'avanzare dei barbari. Detto questo, è arduo stabilire un'origine del carme: il professor Zironi schematizza tale problematica postulando un'origine anglosassone, o basso-tedesca, o gotica o longobarda-bavarese.

Ildebrando è una figura presente in un ciclo di leggende; in questa raffigurazione dall'Hundeshagenscher Kodex avvisa i Burgundi. L'Hundeshagenscher Kodex è conservato nella Staatsbibliothek zu Berlin - Preußischer Kulturbesitz. Immagine in pubblico dominio

A mio modesto avviso la Meltemi inaugura la collana Testi del Medioevo Germanico con una vera punta di diamante, perché un'edizione del genere del Carme di Ildebrando non si era mai vista, con un'esaustiva bibliografia, tabelle, indici e schemi fonetici, per non parlare dell'ampio commento del testo, che viene proposto anche in lingua originale oltre che tradotto. Sicuramente sarà mio interesse seguire le future pubblicazioni, poiché il presente volume è uno strumento necessario per conoscere la filologia germanica e tutti i segreti di un testo sfortunatamente ignorato dai “non specialisti”.

Il Carme di Ildebrando
Il Carme di Ildebrando, copertina del testo curato dal professor Alessandro Zironi per Meltemi Edizioni nella collana Testi del Medioevo germanico.

“Chernobyl: l’ombra lunga. Fotografie di Gerd Ludwig”

Gerd Ludwig nasce a Alsfeld in Germania nel 1947. Dopo aver studiato con il maestro della fotografia tedesca Otto Steinert inizia la sua collaborazione professionalmente con i più importanti magazine tedeschi e americani come Time, Life, Stern e Spiegel. Nel 1990 firma un contratto con il National Geographic per un progetto che riguarda i cambiamenti sociali e i problemi ambientali dell’Ex Unione Sovietica. Per 10 anni fotografa e testimonia la dissoluzione dell’URSS. Tra i vari siti visitati nel 1993 si reca a Chernobyl, luogo diventato simbolo della fine del Comunismo Sovietico, la cui catastrofe viene considerata pietra miliare del fotogiornalismo di fine millennio. Nel 2005, durante il suo secondo viaggio, sarà il primo fotografo occidentale a scendere nei meandri della centrale fino anche al reattore 4 ancora contaminato. 

On April 26, 1986, the nuclear accident at the Chernobyl Nuclear Power Plant in Ukraine contaminated thousands of square miles, forcing 150.000 inhabitants within a 30km zone to hastily abandon their homes. Nineteen years later, the still empty school and kindergarten rooms in Prypyat- once the largest town in the zone with 49.000 inhabitants – bear witness to the sudden and tragic departure.

Il disastro di Chernobyl avvenne infatti il 26 aprile 1986 all’una e ventitre del mattino, presso la centrale nucleare denominata V.I. Lenin. Si tratta del peggior disastro nucleare della storia, disastro che ebbe ripercussioni non solo in Unione Sovietica ma anche in Europa Occidentale. Le radiazioni, grazie ai venti favorevoli, raggiunsero Scandinavia e gran parte degli stati europei gettando nel panico la popolazione. Le cause del disastro sono da attribuire alla cattiva progettazione della centrale e all’errore umano. Durante un test di sicurezza, infatti, il personale della centrale commise numerosi errori che portarono ad un aumento della potenza con conseguente esplosione e incendio del reattore numero 4.

The contaminated control room of Unit #4, where the engineers
caused the fatal meltdown that resulted in the world's largest
nuclear accident to date. A radiation worker is monitoring the area. Pictures of my guide Julia and me in one of the Unit #4 monitoring rooms.

Dopo la prima visita, Gerd Ludwig si è recato a Chernobyl anche nel 2011 e 2014 per completare il suo lavoro e testimoniare, con la sua macchina fotografica, non solo lo stato della centrale, ma anche la vita della gente, l’ambiente circostante nonché l’attrazione esercitata da Chernobyl sui cosiddetti Disaster Tourists, ovvero i turisti attratti dai luoghi dei disastri. Quello di Gerd Ludwig è un occhio quasi poetico che ci permette di cogliere, spesso in un'unica immagine, diversi elementi: la fragilità della vita umana (le ripercussioni del disastro sono evidenti sui corpi anche dei bambini nati oggi), dell’ambiente in cui viviamo e allo stesso tempo la necessità dell’approvvigionamento energetico sempre più impellente nel mondo nel quale viviamo. Tutto questo mentre la natura attorno alla centrale si sta ripopolando di animali di ogni specie i quali, grazie all’assenza dell’uomo, hanno trovato un habitat se non ideale quantomeno idoneo alla loro esistenza.

La mostra (23 gennaio – 15 febbraio) si compone di 14 fotografie scattate all’interno e all’esterno della centrale di Chernobyl. Si tratta della presentazione di un progetto di più ampio respiro sulla fragilità del mondo in cui viviamo e sullo sfruttamento delle risorse energetiche che sfocerà in una ampia mostra personale di Gerd Ludwig che si terrà nel 2020 in una importante sede museale italiana. 


Ognuno uccide ciò che ama

Le dita di Plutone che affondano nella carne di Proserpina, nella celebre resa statuaria del Bernini, costituiscono senza dubbio l’immagine più efficace della vorace ferinità con cui il sovrano dell’Oltretomba rapisce l’indifesa fanciulla e la fa sua. Alla virile protervia del dio, la creatura mortale può opporre unicamente lo slancio con cui tenta di divincolarsi dalla stretta; nel marmo è ormai impresso per sempre con inarrivabile sensibilità il pianto straziante della vittima ingenua e disarmata. Non è solo la violenza che Proserpina subisce, ma anche l’ordine inappellabile di Zeus, il quale stabilisce che solo per sei mesi la ragazza potrà tornare da sua madre Cerere, sulla terra che fiorirà e darà frutto in suo onore; il resto dell’anno trascorrerà al fianco dello sposo: l’essersi nutrita del cibo dei morti la lega ormai in eterno a quel luogo lugubre. Argutamente Paola Mastrocola, in una sua recentissima rilettura (L’amore prima di noi), insinua in noi un dubbio sottile: forse la sposa di Plutone ha mangiato volontariamente quei chicchi di melograno, consapevole ormai che l’amore è anche ombra, come insegna il lato più pericoloso e oscuro del mito.

Acqua chiama acqua: le lacrime di Proserpina, che Bernini fa vibrare sul volto di pietra, diventano luminescenti gocce di rugiada nella vicenda di Dafne, la ninfa dei boschi che, pur di sfuggire all’inseguimento sgradito di Apollo, chiede a suo padre di essere trasformata in albero di alloro. Quel dio dalla bellezza accecante, incarnazione del sole e della perfezione, a lei appare molesto: il desiderio che lo prende e lo trasforma in un cacciatore pronto ad avventarsi sulla preda le è del tutto estraneo. Ecco perché la figlia di Peneo sceglie di farsi immobile, di divenire altra cosa rispetto alla violenza inaudita e bestiale di chi impunemente travisa il significato del ‘no’. Trasformatasi in pianta, Dafne conserva grazia e splendore solo perché ha trovato un modo tutto suo per scampare alla brutalità.

Di fronte a queste creature eteree e algide, costrette a soggiacere inermi alla volontà altrui, si staglia la regina del mito che per una maledizione scagliata da Afrodite brucia d’amore: Fedra è fuoco che consuma, è una fiamma che da sola alimenta se stessa e che mai saprà placarsi. La moglie di Teseo arde per il suo figliastro, Ippolito, un ragazzo che, dedito alla caccia e ad Artemide, si colloca su un piano altro rispetto a quella smania di carnalità che non lascia in pace la matrigna. Nella riscrittura teatrale di Sarah Kane del 1996 (L’amore di Fedra), l’erede al trono è un adolescente apatico che trascorre le sue giornate tra videogiochi e riti onanistici che non sanno dargli piacere. Fedra è sola, in competizione con la bellezza in fiore di sua figlia, e, per quanto si sforzi, non riesce a decifrare quel dolore senza nome che Ippolito si porta dentro, né tantomeno ad arginare quella pervasiva depressione che rende ogni giorno ineluttabilmente uguale al precedente. Questa catena si spezza solo nel momento in cui la regina osa pronunciare la sua indicibile passione davanti al figliastro, che la ascolta senza neanche scomporsi. Se il ragazzo del mito aveva sempre esecrato questa indegna confessione, l’Ippolito di fine Novecento non è capace di provare biasimo e acconsente a un rapporto tanto fugace quanto squallido; anche questa Fedra contemporanea, però, non sa accettare l’onta del non amore e, implacabile, nel gesto estremo di togliersi la vita, lancia sul figliastro la calunnia della violenza, che lui non tenta in alcun modo di smentire. Teseo crederà ciecamente alla versione della moglie: suo figlio non gli è mai piaciuto e, del resto, anche lui è un meschino stupratore. Il testo si chiude con un’immagine agghiacciante – il sorriso di Ippolito agonizzante di fronte al cadavere sgozzato del padre –, che nel suo intollerabile eccesso non manca di farci riflettere sul male che divora il nostro tempo, l’incomunicabilità, fiele che avvelena persino gli apparenti idilli di certe famiglie (e tra le righe sarà impossibile ignorare i rimandi alle vicende della Casa Reale inglese degli anni ’90).

Se Fedra si lascia condurre dalla sua brama incestuosa fino alla morte, vi è, tra le figure più arcane e affascinanti della mitologia classica, un’altra creatura che proprio sul finire della sua esistenza conosce l’amore, pervicacemente ignorato e tenuto lontano sino a quel momento come il più rovinoso tra i miasmi: si tratta di Pentesilea, la regina delle Amazzoni la cui bellezza commuove il terribile Achille che le ha appena inflitto un colpo letale. Nell’atto unico che von Kleist compone a inizio Ottocento, la tradizione è scandalosamente capovolta: qui è la guerriera a innamorarsi, ricambiata, dell’eroe ma, incapace di sottomettersi a lui pur desiderandolo, presa da un indomabile furor dionisiaco, sbrana il suo uomo, senza peraltro serbare memoria di un gesto così vergognosamente cruento. «Amore, orrore: fa rima, e chi ama di cuore può scambiare l’uno con l’altro»: la glaciale e indomita Amazzone si trasforma in una cagna divorante e lega tragicamente il suo nome (letteralmente “colei che reca dolore”) al funesto binomio eros-thanatos, amore e morte. Bollato come ob-scaenum, il testo kleistiano fu escluso dalle rappresentazioni per settant’anni, in una Germania che si cullava ancora nel classicismo consolatorio di Goethe, Winckelmann e Schiller che ambiva a ricondurre ad armonia il caos delle passioni contrastanti dell’istinto. Eppure attualissimi risultano oggi quei baci che in tedesco rimano coi morsi, quell’amore che siamo ormai abituati a definire ossimoricamente come malato, violento, criminale, quel delitto che noi – noi, che osiamo proclamarci portatori di progresso, noi, adesso più che mai attenti alle declinazioni di genere – assurdamente classifichiamo come passionale e di cui non v’è traccia alcuna nel mito greco.

Gli antichi, che pure non hanno avuto paura di confrontarsi con il tema scivoloso delle molestie – al maschile e al femminile, perché la violenza è in quanto tale parimenti deprecabile –, non hanno mai concepito la degenerazione dell’omicidio che avrebbe per movente una violenta passione. «Ognuno uccide ciò che ama», è la provocazione lanciata poco più di un secolo fa da Oscar Wilde; e intanto Jeanne Moreau continua a cantare il labirinto dei sensi di questo nostro tempo, che ci vuole immemori, colpevolmente incapaci di «dominare il labbro impetuoso» e di accogliere così l’altissima lezione di civiltà che il mito ha ancora da offrirci.

Ognuno uccide ciò che ama Ratto di Proserpina
Dettaglio del Ratto di Proserpina, opera di Gian Lorenzo Bernini, alla Galleria Borghese di Roma. Foto di Joaquim Alves Gaspar, CC BY-SA 4.0

Questo articolo è comparso originariamente sulla rivista Midnight


Storia di una ladra di libri

"Storia di una ladra di libri", tra leggerezza e desolazione

La prima edizione italiana di questo libro risale al 2007, quando è stato pubblicato come "La bambina che salvava i libri"; se ne è tratto un film nel 2013, con il titolo quindi modificato in: "Storia di una ladra di libri" (tra l'altro più vicino a quello originale inglese: "The Book Thief" del 2005).

È un racconto di formazione ambientato in un piccolo villaggio della Germania, nei pressi di Monaco, durante l’ascesa del nazismo e il perpetrarsi della Seconda Guerra Mondiale.

Il libro descrive in modo dettagliato la crescita forzata dalla protagonista, indotta dalla violenza e dalla crudeltà. Quando ogni cosa è in rovina, una bambina di nove anni, Liesel, inizia la sua carriera di ladra in mezzo all’orrore, allo strazio, alla fame e ai sentimenti spesso calpestati. La lettura delle pagine dei pochi libri “rubati” trasporta la mente della ragazza lontano da quell’assurdo ambiente (anche se temporaneamente), al fine di astrarsi da tutto ciò che incombe nella sua città e nella sua via.

Poster del film "The Book Thief" (2013), copyrighted, Fair use

Ci ho messo alcune pagine per dirigermi sul sentiero di questo libro: diciamo che non è stato amore a prima vista. Mi sono trovata di fronte ad una storia completamente diversa da quelle che sono abituata a leggere, anche dal punto di vista grafico, con l’inserimento di disegni sottotitolati, di un glossario e quant’altro. Lo stile di questo giovane autore, Markus Zusak, risulta scorrevole, semplice e gradevole, ricco di dialoghi, con periodi brevi intervallati da diverse “strategie” che rendono la trama “leggera”, nonostante il tema trattato.

Markus Zusak, Geoffrey Rush e Sophie Nélisse, il regista Brian Percival, durante un'intervista sul film "The Book Thief" della Selig Film News nel 2013. Fotogramma dal video di Gadi ElkonThe Book Thief Interview with Author Markus Zusak, Stars Geoffrey Rush, Sophie Nelisse, & Director Brian Percival, CC BY-SA 3.0

Oltretutto mi ha colpito l’inserimento di termini in lingua tedesca, con la reale traduzione tratta dal vocabolario: piccole sottigliezze che rendono unico il romanzo.

Lo stile narrativo trasmette molte emozioni, tra di loro contrastanti. La Morte narrante descrive la desolazione, l’ingiustizia, la perfidia, la crudeltà perpetrate dagli uomini quando la ragione è offuscata nell’ottundimento voluto, e ottenuto, da un essere che, nella sua lucida follia, ha procurato tanta disgrazia e distruzione inutile.

Nel telegrafico riassunto dei capitoli e nelle frequenti note esplicative, evidenziate in grassetto, emerge comunque la indimenticabile figura di una commovente e giovane eroina di guerra, che ci fa capire come la nobiltà dello spirito può sopravvivere a qualsiasi sventura umana.

Storia di una ladra di libri” è un romanzo che tutti dovrebbero leggere e che genitori ed educatori dovrebbero far leggere.

Storia di una ladra di libri
"The Book Thief", copertina della prima edizione inglese (2005) del libro di Markus Zusak, copyrighted, Fair use

Età consigliata: tredici anni

Voto: 4/5

Genere: Storico/Drammatico

Editore: Frassinelli 

Recensione in collaborazione con "Il pianeta libro" 


Rosvita

Una intellettuale a metà tra classico e innovazione poetica: Rosvita di Gandersheim

Rosvita
Rosvita di Gandersheim, immagine in Pubblico Dominio

Quando si esamina la letteratura latina classica ed, in ispecie, si studiano le commedie terenziane, risalta all’attenzione del lettore/studioso il legame che unisce Terenzio e Menandro, commediografo greco vissuto nel IV a.C. Il commediografo latino desume parecchio dal suo ‘vate’ greco, sia dal punto di vista strutturale che contenutistico; è innegabile, altresì, che Terenzio si ispiri a Menandro, ma è, anche, fondamentale sottolineare la vena innovativa delle sue commedie.

Se Menandro ha influenzato le commedie terenziane, Terenzio ha, a sua volta, influenzato gli autori postumi? La domanda ha ragion d’essere se si esamina la letteratura mediolatina ed, in ispecie, il profilo di Rosvita di Gandersheim.

Nata intorno al 935 d.C., Rosvita rappresenta, per la letteratura mediolatina, una intellettuale poliedrica e fortemente influenzata dalla più alta produzione letteraria latina classica e, anche, da quella a lei contemporanea. Ebbe modo di essere educata da Gerberga che, nel 959 d.C. divenne badessa di Gandersheim; si può ipotizzare, quindi, che più o meno negli stessi anni Rosvita fu canonichessa dello stesso monastero.

Gandersheim. Foto di Misburg3014, CC BY-SA 3.0

Il fatto che possedesse lo stesso nome di Rosvita I, badessa di Gandersheim tra il 919 e il 926 d.C., la mette in relazione di parentela con Ottone il Grande, per il quale scrive i Gesta Ottonis, elogiando le qualità e le gesta del re di Germania. E, in onore della casata degli Ottoni, la poetessa tedesca scrisse i Primordia, un racconto storico del monastero di Gandersheim fondato, con molta probabilità, dagli stessi Ottoni.

Rosvita
Rosvita di Gandesheim presenta il suo Gesta Ottonis all'Imperatore Ottone il Grande, sotto gli occhi della badessa Gerberga, in un'incisione di Albrecht Dürer (1501), Pubblico Dominio

Il legame di parentela con la casata reale ha permesso a Rosvita di poter accedere alla corte degli Ottoni e riceverne la migliore formazione intellettuale e artistica. A corte la monaca ebbe modo di perfezionare il suo latino e di apprendere quelle caratteristiche stilistiche tipiche delle sue opere: la prosa ritmata, l’uso di vocaboli rari, la creazione di neologismi ecc. A corte Rosvita non ebbe modo di apprendere solamente la lingua e quelle caratteristiche che saranno peculiari nelle sue opere, ma si legò a quegli intellettuali che, come lei, frequentavano la casata di Ottone il Grande, Raterio di Verona, per esempio (Raterio giocherà un ruolo fondamentale nelle ricercatezze stilistiche adoperate dalla monaca tedesca). E, probabilmente, a corte ebbe modo, anche, di partecipare alle letture delle commedie di Terenzio e lasciarsi affascinare. Leggendo le opere della monaca, l’influsso terenziano è indiscusso, anche se, come afferma Peter Dronke, nell’Introduzione al Dulcitius, «la portata e la natura del suo debito non sono facili da definire con esattezza. Il problema è dovuto in parte al fatto che […] Rosvita presenta il suo atteggiamento nei confronti di Terenzio in una maniera ingegnosamente fuorviante». In effetti, la poetessa tedesca, spesso, risulta volutamente oscura nelle sue opere motivo per cui, al di là delle difficoltà nel rintracciare gli influssi terenziani, ci si imbatte in testi che lasciano trapelare poco della sua vita (lo stesso Dronke ritiene che della biografia di Rosvita si riesce a ricostruire poco anche per la sua volontà di risultare enigmatica sia negli scritti, quali lettere e apologie, sia nei suoi drammi).

La carriera di Rosvita comincia con la stesura delle otto leggende legate a diversi santi: Basilio, Teofilo, Dionigi, Agnese e Gangolfo, ma l’importanza della poetessa tedesca all’interno della storia letteraria mediolatina è legata ai suoi drammi: Dulcitius, Calimachus, Abraham, Pafnutius e Sapientia (stando alla titolatura delle edizioni moderne dei drammi di Rosvita).

I drammi di Rosvita devono molto a Terenzio, soprattutto se si prendono in esame due caratteristiche principali che legano i due drammaturghi, seppur lontani nel tempo: la prima riguarda la struttura: Rosvita è solita usare lo scambio di battute rapido, gli a parte che chiariscono la trama del dramma, gli espedienti scenici che risolvono situazioni ambigue; la seconda caratteristica è legata maggiormente al contenuto: come Terenzio era solito inserire nelle sue commedie un personaggio maschile, fortemente irascibile, preso dalla mania del potere e della conquista ed uno femminile, inizialmente titubante, indifeso e disprezzato, per poi vincere sull’uomo grazie alla sua tenacia, anche Rosvita contrappone l’uomo ‘pretendente’ alla eroina/donna che, nel segno del Signore, riesce a mantenere la propria castità e integrità morale. Nei drammi della poetessa tedesca, spesso, le donne vengono messe a dura prova attraverso la tentazione e c’è chi riesce, nel nome della fede, a resistere e chi, al contrario, cede; le donne sono, anche, vittime delle persecuzioni pagane. Rosvita, seppur vissuta nel X d.C., non dimentica le difficoltà che i cristiani hanno dovuto sopportare pur di poter professare liberamente la religione di Cristo.

L’influenza di Terenzio su Rosvita non è a senso unico. La monaca tedesca dimostra di possedere, sì, una conoscenza approfondita delle commedie terenziane, conoscenza, come suddetto, ravvisabile nei suoi drammi, ma è altresì vero che Rosvita tende ad originalizzare il modello delle sue opere sceniche tanto da rendere i suoi drammi dei veri capisaldi della drammaturgia mediolatina.

Il contrasto uomo ‘pretendente’ e donna tenace, tipico anche delle commedie di Terenzio, in Rosvita risulta essere cristianizzato (la cristianizzazione degli autori pagani è tipica degli scrittori mediolatini che, avendo a modello, per esempio, Cicerone, Virgilio, Orazio ecc., non disdegnavano di avvicinarli ai propri ideali cristiani): la donna diviene un’eroina che, nel nome di Dio, riesce a difendersi dalle pretese dell’uomo pagano. Infatti i drammi di Rosvita, eccetto che nella Conversione del generale Gallicano, portano, come titoli, i nomi di donne votate alla castità: Martirio delle sante vergini Agape, Chionia e Irene (Dulcitius); Resurrezione di Drusiana e Callimaco (Calimachus); Caduta e ravvedimento di Maria, nipote di Abramo (Abraham); Conversione della prostituta Taide (Pafnutius); Martirio delle sante vergini Fede, Speranza e Carità (Sapientia).

Un’altra nota che risulta originale nei drammi di Rosvita è dettata dall’ordine metafisico estraneo a Terenzio. Come afferma Dronke «[…] numerose espressioni evocano il senso di un mondo invisibile, fatto di ordine e armonia, di immutabili proporzioni musicali e aritmetiche, al di là del mondo caotico, fatto di conflitto e crudeltà, penitenza e martirio».

Infine, un ultimo elemento caratteristico dei drammi di Rosvita è la fusione tragedia/commedia. Aristotele, nella Poetica, pone una netta cesura tra la tragedia, destinata ad impietosire e far riflettere gli spettatori, e la commedia, il cui fine prediletto è scatenare l’ilarità del pubblico. Rosvita fonde tragedia e commedia (allontanandosi, in questo caso, dal suo modello) a tal punto da creare un dramma misto tra compassione/riflessione e ridicolo (un esempio di questa mistione è ravvisabile nel Dulcitius dove, Dulcizio, fidato di Diocleziano e intenzionato a godere di Agape, Chionia e Irene, finisce per abbracciarsi a delle pentole e insozzarsi tutto il viso).

L’importanza delle opere di Rosvita e dei suoi drammi è fondamentale per la comprensione della drammaturgia durante il medioevo latino. Dopo una fase di ‘morte apparente’, Rosvita ridà lustro a quel genere che tanto era stato amato sia dai greci che dai romani. E come Terenzio è stato il modello della poetessa tedesca, la stessa Rosvita diverrà il modello degli scrittori a lei postumi. Infatti, dopo la morte di Rosvita, avvenuta intorno al 974 d.C., nel monastero di Hildesheim, un autore drammatico dello stesso monastero decise di drammatizzare la leggenda di S. Nicola avendo, come modello, i drammi di Rosvita, ormai divenuti famosi nell’Europa medievale.


Il Vaso di Fiori Jan van Huysum

“Il Vaso di Fiori” torna a Firenze

“Il Vaso di Fiori” torna a Firenze. Bonisoli: oggi è una giornata storica

Il Vaso di Fiori Jan van HuysumFIRENZE, 19 LUGLIO 2019 – “Il Vaso di Fiori”, opera del pittore fiammingo Jan van Huysum, è tornato a Palazzo Pitti, a Firenze, nel luogo esatto in cui il dipinto si trovava nel luglio di 75 anni fa, prima di essere trafugato dalle truppe tedesche.

A consegnarlo all’Italia è stato il Ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas nel corso della cerimonia di restituzione, che si è svolta questa mattina nella Sala Bianca di Palazzo Pitti, alla presenza del Ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, del Ministro per i Beni e le Attività Culturali, Alberto Bonisoli, del Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, Giovanni Nistri, e del direttore delle Gallerie degli Uffizi, Eike Schmidt.

“Quella odierna è una giornata storica, vince la diplomazia culturale, che negli ultimi tempi con un’accelerazione è riuscita a raggiungere un grande traguardo -  ha affermato il Ministro per i Beni e le Attività Culturali Alberto Bonisoli, nel corso della cerimonia  - abbiamo ottenuto un risultato importante, di cui sono particolarmente orgoglioso, che dimostra la bontà del lavoro avviato in questi mesi, mentre si conferma ancora una volta prezioso il lavoro svolto dai Carabinieri del Nucleo Tutela del Patrimonio culturale. All’inizio del mio mandato, più di un anno fa - ha sottolineato il Ministro - ho deciso di riconvocare il Comitato istituzionale per il recupero e la restituzione delle opere d’arte trafugate, e contestualmente di ampliare la composizione di questo organismo a rappresentanti permanenti del ministero degli Esteri e della Giustizia per una maggiore rappresentatività ed efficacia. Da un lato sono convinto che tutelare il nostro patrimonio culturale significa, anche, condurre una lotta senza quartiere al mercato illegale delle opere d’arte, dall'altro che per riuscirci serve un lavoro di squadra”. “E la restituzione de “ Il Vaso di Fiori” all’Italia e alla città di Firenze - ha continuato - lo dimostra e non solo per il valore simbolico sotteso”. “Oggi - ha ribadito - scriviamo una nuova e importante pagina delle relazioni culturali tra due Paesi fondatori dell’Unione Europea”.

 

Jan van Huysum

(Amsterdam 1682 – 1749)

Vaso di fiori / Vase of Flowers

inv. Palatina 1912, n. 462

Il Vaso di Fiori Jan van Huysum

L’ ARTISTA E L’OPERA

Jan van Huysum, il più celebre pittore di nature morte attivo in Olanda nel primo Settecento (e all’epoca anche il più costoso), raggiunse un livello di precisione mai visto prima nel naturalismo della resa, un aspetto per cui la pittura olandese era ammirata sin dal Quattrocento: si pensi al bicchiere di vetro e al fieno, che paiono veri, nel Trittico Portinari di Hugo van der Goes agli Uffizi (1477-1478). Oltre due secoli più tardi, in questo Vaso di fiori van Huysum mostra un sublime virtuosismo nella descrizione dei particolari, dalle increspature delle ali semitrasparenti degli insetti ai petali delicatissimi e quasi vibranti, che dimostrano come il pittore utilizzasse delle lenti d’ingrandimento per studiare la natura e per dipingerla.

Il Vaso di fiori – soggetto prediletto dell’artista – fu acquistato nel 1824 dal granduca Leopoldo II d’Asburgo-Lorena (1797-1870: scherzosamente soprannominato “Canapone” dai Toscani) per completare la più grande e diversificata collezione di nature morte al mondo, messa insieme a Palazzo Pitti dal suo predecessore Cosimo III de’ Medici (1642-1723). Cosimo III nutriva una particolare passione per la pittura olandese, tanto che nel 1667 si era recato ad Amsterdam per omaggiare l’anziano Rembrandt e acquistare numerosi dipinti da diversi maestri. I granduchi lorenesi che subentrarono ai Medici nel 1737 sin da subito mostrarono di voler continuare ad arricchire le collezioni fiorentine, portando capolavori dalle loro residenze oltremontane e acquistando tante altre opere d’arte per gli Uffizi e Palazzo Pitti sul mercato nazionale e internazionale di allora.

 

IL FURTO E LA RESTITUZIONE

Nel 1940, quando all’inizio della guerra la reggia di Pitti fu evacuata, le opere d’arte (tra le quali il nostro quadro) vennero messe dentro casse di legno e inizialmente portate nella villa medicea di Poggio a Caiano. Nel 1943 furono spostate nella villa Bossi-Pucci a Montagnana (Montespertoli), fino a quando militi dell’esercito tedesco in ritirata le prelevarono insieme ad altre opere e le trasferirono temporaneamente a Castel Giovo (San Leonardo in Passiria), in provincia di Bolzano, per prepararne la definitiva trasferta fuori del confine nazionale attraverso il Brennero. La cassa in cui si trovava il Vaso di Fiori di Palazzo Pitti venne aperta, e nel luglio 1944 un caporalmaggiore, che si era impossessato del quadro, spedì il dipinto come regalo alla moglie a Halle an der Saale, in Germania.

Da questo momento se ne persero le tracce fino al novembre 1989, poche settimane dopo la caduta del muro di Berlino, quando i detentori del dipinto si rivolsero alla Pinacoteca di Stato Bavarese cercando di ottenere informazioni sull’autenticità e sul valore del quadro. Successivamente lo fecero restaurare proprio a Monaco di Baviera. Dal 1991 – anno in cui il Comando Tutela Patrimonio Culturale dell’Arma dei Carabinieri aprì un fascicolo sul caso – la famiglia tedesca ripetutamente cercò di vendere il quadro allo Stato italiano attraverso vari intermediari, minacciando tra l’altro anche di cederlo a terzi o addirittura la sua distruzione se non si fosse pagato un riscatto. Quando nel 2016, dopo una pausa di cinque anni, un nuovo intermediario si rivolse agli Uffizi e ancora una volta avanzò una richiesta di pagamento, la Procura della Repubblica di Firenze aprì un fascicolo per tentata estorsione. Inoltre il Ministero per i Beni e le Attività Culturali ha riconvocato il Comitato Nazionale per le Restituzioni, coinvolgendo anche il Ministero per gli Affari Esteri e le Cooperazioni Internazionali e il Ministero della Giustizia, per avviare un’operazione congiunta di diplomazia culturale.

Dopo 75 anni di assenza dall’Italia, il 19 luglio 2019 il Vaso di Fiori viene restituito dalla Repubblica Federale Tedesca alla Repubblica Italiana in una cerimonia solenne nella Sala Bianca di Palazzo Pitti, in presenza del Ministro per i Beni e le Attività Culturali, dei due Ministri degli Affari Esteri di Italia e Germania, del Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, del Direttore delle Gallerie degli Uffizi e di molte autorità intervenute per celebrare questa storica occasione.

 

Testi e immagini dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali
Ufficio Stampa e Comunicazione e dalla Sala Stampa del Comando TPC 


Restituita all'Italia una testa di marmo di epoca romana

Una testa di marmo, risalente all’epoca romana (II secolo d.C.), è stata restituita all’Italia durante una cerimonia che si è tenuta presso la residenza dell’ambasciatore tedesco a Roma. Il reperto, secondo quanto ricostruito dagli esperti, fu rinvenuto nel corso di alcuni scavi urbani eseguiti a Fondi. Le prime notizie della sua esistenza risalgono al 1937 e il reperto faceva parte di una statua composta da testa e busto di un giovane.
Trafugata dall’Italia presumibilmente tra il 1944 e l’inizio degli anni ’60, fu solo nel 1964 che il reperto finì nel Museo Archeologico dell’Università di Münster poiché il direttore dell’epoca l’aveva acquistato da un privato cittadino di Amburgo. Non vi erano, allora, evidenze sulla provenienza illecita. La buona fede dell’Università di Münster e del suo Museo Archeologico è stata confermata quando, da parte tedesca, è stata avanzata spontaneamente la proposta di restituzione della testa.
«Si tratta di un atto dal valore altamente simbolico – ha dichiarato il Ministro Bonisoli – in quanto testimonia la piena adesione di Italia e Germania a principi e valori di carattere universale e il nostro approccio condiviso al concetto di tutela del patrimonio culturale. L’atteggiamento dell’Italia non è solo quello di un Paese che rivendica la restituzione di opere d’arte trafugate ma siamo in prima fila, quando ne ricorrono le circostanze, nella restituzione di opere d’arte appartenenti al patrimonio culturale di altri Paesi. È così che intendiamo combattere il fenomeno del mercato illegale del patrimonio culturale».
Alla cerimonia di restituzione erano presenti, tra gli altri, l’Ambasciatore tedesco in Italia, Viktor Elbling, il Rettore dell’Università di Münster, Johannes Wessels, il capo dell’Ufficio Legislativo del Mibac, Lorenzo D’Ascia, il Comandante del Comando Tutela Patrimonio Culturale, Gen. Fabrizio Parrulli e il sindaco del Comune di Fondi, Giuliano Carnevale