Le Anarade: da ninfe marine a streghe antropofaghe

LE ANARADE: DA NINFE MARINE A STREGHE ANTROPOFAGHE

L’EVOLUZIONE STORICA DI UNA FIGURA MITOLOGICA

Anarade Nereidi
Dettaglio dalla cosidetto Ara di Domizio Enobarbo, Glyptothek di Monaco di Baviera. Foto di Bibi Saint-Pol, in pubblico dominio

La mitologia greca rappresenta un ricco serbatoio di figure e vicende fossilizzatesi nelle tradizioni e nelle storie di varie epoche. Un caso del tutto particolare interessa le cosiddette Nereidi, ninfe marine, figlie di Nereo e della Oceanina Doride, considerate immortali e di natura benevola. Alla stregua di altri personaggi mitologici, esse subirono, nel tempo, un’evoluzione, che le portò ad essere connotate in maniera estremamente differente rispetto all’età classica.

Due Nereidi su ippocampi che portano le armi di Achille, patera appula a figure rosse, cerchia del Pittore di Baltimora, 333 a. C. circa, Antikensammlung Kiel, inventario B 892. Foto di Marcus Cyron, CC BY-SA 3.0

Già Giovanni Canabutze, autore e cortigiano vissuto nel Quattrocento, nel suo Commentario a Dionigi di Alicarnasso dedicato al principe di Eno e Samotracia, riferiva della percezione delle Nereidi presso il popolo (specialmente presso le donne, storicamente portatrici di una cultura alternativa), fotografando altresì l’ampliamento semantico del termine, che passò ad indicare le ninfe in generale e non esclusivamente le ninfe marine. Inoltre, dall’opera sopracitata, emerge la trasformazione di questi esseri in demoni crudeli, accolti in un contesto cristiano, ma ancora fortemente impregnato di retaggi pagani. Anche Leone Allacci (1586-1669), teologo e studioso di chiara fama, in De Graecorum hodie quorundam opinationibus, parla delle Nereidi, attribuendo loro azioni esecrabili nei confronti degli umani. Nell’Ottocento, Ludwig Ross, archeologo classico, in Reisen auf den griechischen Inseln, riferisce una testimonianza inquietante riportata da una donna. La figlia di costei, una ragazza di dodici o tredici anni, era stata ammaliata dalle Nereidi, tanto da scappare costantemente dal suo villaggio per unirsi alle danze delle ninfe sui monti. Chiusa in casa dai genitori per evitare fuggisse nuovamente, la giovane si depresse e si ammalò fino a morire.

Non è solo la Grecia propriamente detta ad essere bacino di raccolta e conservazione di miti e storie provenienti dall’antichità e rimodulate nel corso dei secoli. Varianti ed evoluzioni significative dei miti sono radicate in tutte le aree storicamente ellenofone e custodi devote del proprio patrimonio folcloristico. La Calabria grecanica, nella fattispecie, conserva racconti e storie antropologicamente molto interessanti. Tra le tante leggende, si ritrova quella legata alle Anarade, creature mostruose con il corpo metà donna e metà asino. Queste dimoravano nei boschi intorno a Roghudi, borgo adagiato sulle pendici dell’Aspromonte e ormai completamente disabitato per ragioni geomorfologiche. Il rapporto tra la denominazione Anarade/Narade e Nereidi è pressoché ovvio ed intuibile, per cui non sussiste dubbio sul fatto che le Anarade siano l’evoluzione spaventosa e malsana delle ninfe della mitologia classica. Gli antropologi (G. Rohlfs, G. Rossi Taibbi, G. Caraucausi ed E. Guggino) hanno raccolto diverse testimonianze rivelatesi fondamentali per delineare un ritratto chiaro di questi mostri leggendari.

Roghudi Vecchio in Aspromonte. Foto di Motorpferd, in pubblico dominio

In primo luogo, le Anarade dimoravano nei boschi e nei crepacci attorno al paese, aspettando di cibarsi di uomini o bambini. Deambulavano principalmente nei pressi di contrada Ghalipò e preferivano muoversi di notte, a cavalcioni di un ramo di sambuco. Per appropriarsi degli uomini del villaggio e potersi accoppiare con loro, le Anarade architettavano vari stratagemmi. Attiravano sotto mentite spoglie le donne che si recavano al fiume per il bucato e le uccidevano. Pare si salvasse soltanto chi offriva loro dei latticini, di cui erano ghiotte. Da Testi neogreci di Calabria, apprendiamo che gli abitanti di Roghudi escogitarono un sistema efficacie per tenere queste creature lontane dal paese: «Le Anarade erano donne coi piedi di mula. Di giorno stavano coricate, la sera uscivano per mangiare le persone. Perciò a Roghudi la sera chiudevano la porta verso Agriddea e le Plache e così quelle non potevano entrare in paese. Le Anarade andavano a cavalcioni di un ramo di sambuco». Per proteggersi dalle Anarade, quindi, bastava chiudere i cancelli delle entrate di Agriddea e Plache, rendendo il paese sostanzialmente inaccessibile. Delle volte, le Anarade si accontentavano di stare vicino alle persone, bussando alle porte delle case o chiedendo favori ai passanti. Tratte in inganno dall’astuzia contadina, morivano spesso dirupate.

Si tratta soltanto di una delle centinaia di leggende tramandate nei paesi della Calabria e di tutto il Meridione italiano e legate al passato greco di questi territori. Storie cariche di mistero e meraviglia continuano ad essere trasmesse di generazione in generazione, mantenendo vivo il fuoco di un’anima antica e ancora tutta da indagare.

 


Iconoclastia Salento

Volti sfregiati ed effigi nascoste: l'iconoclastia nel Salento grecanico

Volti sfregiati ed effigi nascoste:

l'iconoclastia nel Salento grecanico

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

iconoclastia Salento
Icona della Madonna delle Grazie di Soleto. Foto di Mariano Rizzo

A Soleto, piccolo comune nel cuore del Salento, è conservata un'antica icona della Madonna delle Grazie che presenta una particolarità: il volto di Maria appare deturpato dal colpo di un'accetta. A Galatone, distante una manciata di km, si trova una seconda icona della Vergine delle Grazie, il cui occhio destro è nero e gonfio, come dopo aver incassato un pugno. Le immagini riprendono iconograficamente modelli greci, ed entrambe, secondo la leggenda, sono state vittime di uomini che, mettendo in dubbio la loro santità, vi si sono accaniti con violenza in segno di massimo disprezzo; ad accomunarle ulteriormente è il periodo storico in cui sarebbero avvenuti gli sfregi, tra la fine del XVI e l'inizio del XVII secolo.

iconoclastia Salento
Icona della Madonna delle Grazie di Galatone. Foto di Mariano Rizzo

Come spesso accade, dietro queste affascinanti storie si cela un fondo di verità: esse riassumono in effetti un gran numero di processi storici e socioculturali che, in poco meno di un millennio, hanno plasmato l'identità del Salento intero fino a farlo diventare la terra fascinosa e ambigua che oggi conosciamo e amiamo; sorprendentemente questo lungo periodo di trasformazione ha inizio e fine con episodi di violenza sulle immagini sacre.

All'alba del secolo VIII d.C. il Salento era l'ultima roccaforte peninsulare dell'Impero Bizantino, insidiato a nord dall'avanzata Longobarda e, in seguito, dall'espansione saracena; il territorio si presentava dunque suddiviso in un mosaico di centri di potere assoggettati all'uno o all'altro dominio. Ci sarebbe voluto ancora un secolo e mezzo prima che Bisanzio riuscisse a riprendere possesso dell'intero Meridione, riorganizzandolo in un governatorato (Thema di Longobardia).

Tuttavia l'assoggettamento del Salento agli antichi dominatori trascendeva le questioni politiche: nell'area centrale vivevano infatti alcune comunità di lingua e cultura greca. Le cause della sopravvivenza dei costumi ellenici in questa zona sono molteplici e ancora oggi non del tutto chiarite: si trattava probabilmente delle ultime permanenze delle popolazioni magnogreche, rimpolpate dalle ondate migratorie che, in maniera discontinua ma costante, si sarebbero verificate fino al secolo X; la posizione isolata dei centri abitati, relativamente lontani dalle coste e tra loro, li avrebbe resi impermeabili alle culture dei popoli da cui erano circondati.

Tra il primo e il secondo decennio del secolo l'imperatore bizantino Leone III Isaurico emanò una serie di editti volti a reprimere la venerazione delle immagini sacre: questa prassi, denominata iconoclastia (dal greco εἰκών κλάω, “distruggere le icone”) era basata su fondamenti filosofici e religiosi, ma soprattutto rispondeva a un preciso disegno politico che sarebbe stato portato avanti a fasi alterne dai successori di Leone, fino alla seconda metà del secolo successivo.

La lotta iconoclasta ebbe come conseguenza la distruzione di statue e dipinti sacri, talvolta con estrema violenza: le implicazioni di queste pratiche appaiono assai drammatiche se viste alla luce della spiritualità bizantina, secondo la quale l'icona non è solo immagine, ma presenza stessa del divino; molte furono pertanto le reazioni volte a preservarle, nascondendole oppure portandole in zone dove la furia iconoclasta non era arrivata.

Ambienti esterni alla cripta della Madonna del Gonfalone a Tricase (LE). L'edificio, rimaneggiato nel corso dei secoli, sorge su un'antica laura basiliana nella quale era conservata l'icona della Vergine di Costantinopoli. Foto di Mariano Rizzo

Quest'ultimo espediente fu adottato dai monaci di regola basiliana, che fuggirono clandestinamente dalla penisola balcanica per stabilirsi nei territori periferici dell'Impero: qui, ritiratisi in solitudine o in piccoli gruppi all'interno di celle scavate nella roccia (laure) continuarono la loro vita monastica, venerando com'era loro uso le icone sacre, nella speranza di salvarle dalla distruzione.

iconoclastia salentina
Icona conservata presso la cripta della Madonna del Gonfalone a Tricase (LE). Foto di Mariano Rizzo

La presenza dei Basiliani fu accettata con entusiasmo dalle popolazioni autoctone, che anzi entrarono volentieri in contatto con loro e ne assorbirono usi e liturgie; fu però nel Salento centrale che la penetrazione basiliana ebbe i suoi esiti più felici: complici la comunanza linguistica e culturale, venne a crearsi una vera e propria simbiosi che ebbe come conseguenza un sincretismo religioso senza precedenti. Dai monaci i salentini mutuarono il culto per santi di origine orientale quali Sofia, Biagio di Sebaste e Marina d'Antiochia, riprendendone l'iconografia e le modalità di venerazione; fu però la peculiare devozione alla Madonna ad avere maggior successo: non è un caso che in questi territori tra i suoi appellativi più ricorrenti ci sia “Vergine di Costantinopoli”, e che le rappresentazioni più usuali siano l'Odegitria, la Theotókos e la Blachernitissa, tutte di derivazione bizantina.

Affresco del sec. XIII conservato presso il santuario di Santa Marina a Ruggiano, frazione di Salve (LE). L'iconografia rielabora lo stilema della Blachernitissa costantinopolitana. Foto di Mariano Rizzo

I salentini adottarono inoltre la liturgia bizantina e costruirono chiese che riprendevano, nell'architettura e nella disposizione degli spazi, i corrispettivi orientali: ancora oggi esistono edifici a pianta greca nei quali il presbiterio è separato dalla navata mediante una piccola balaustra a uso iconostasi, che spesso mantengono la specifica “dei greci” accanto al nome del santo titolare.

L'iconoclastia terminò nella seconda metà del secolo IX, nello stesso periodo in cui l'Impero riprendeva possesso del Meridione: il dominio bizantino sarebbe perdurato fino al 1071, anno in cui Roberto il Guiscardo conquistò Bari, ponendo di fatto fine alla presenza bizantina in Italia. Di conseguenza la presenza greca nel Meridione si attenuò notevolmente, e le usanze cultuali di stampo orientale furono assorbite da quelle dei nuovi dominatori.

Questo non accadde nel Salento centrale, dove la cultura greca sopravvisse strenuamente: rimase il culto dei santi orientali, rimase il rito bizantino; rimase anche la lingua, che subì un'evoluzione parallela al ceppo originale trasformandosi in griko, dialetto grecanico con vaghi elementi latineggianti. Nasceva, in altre parole, la Grecìa Salentina, isola linguistica ellenofona tuttora esistente, la quale comprende quasi tutti i comuni del Salento centrale, tra i quali Soleto e, almeno fino al secolo XVIII, Galatone.

La situazione di questi territori rimase a lungo immutata, indifferente a tutti i cambiamenti sociopolitici che si avvicendarono nei secoli successivi; un vero e proprio stravolgimento ci sarebbe stato solo in piena Età Moderna.

Nel 1563, dopo quasi vent'anni dal suo inizio, si concluse il Concilio di Trento, indetto dai rappresentanti del mondo cattolico per arginare la diffusione della Riforma protestante; a questo scopo, tra gli altri provvedimenti, era stata elaborata una liturgia unica (rito tridentino) che tutte le chiese cattoliche avrebbero dovuto adottare: ciò comportava l'abbandono, da parte dei salentini grecanici, del rito bizantino.

iconoclastia Salento
Chiesa di Santo Stefano a Soleto. Gli affreschi, realizzati intorno al sec. XIV, recano numerose iscrizioni in lingua greca. In questa chiesa si officiava il rito bizantino. Foto di Mariano Rizzo

Questo cambiamento fu tutt'altro che indolore: dopo quasi nove secoli in cui era stata adoperata la liturgia orientale, i salentini se la videro proibire; le fonti riferiscono di guerriglie, lotte intestine e proteste da parte dei fedeli, i quali spesso e volentieri continuarono a praticare il rito bizantino in segreto. Ci sarebbero voluti molti decenni prima che esso venisse abbandonato del tutto.

In questo contesto di transizione, furono le icone ad avere la peggio: le antiche immagini orientaleggianti, per secoli adorate e venerate, diventarono improvvisamente simbolo delle “vecchie” usanze, invise al mondo del cattolicesimo post-tridentino. Le chiese furono in gran parte rase al suolo e ricostruite secondo i nuovi dettami; gli antichi affreschi furono coperti con intonaco e calce, distrutti oppure occultati con le sovrabbondanti decorazioni barocche che, nella seconda metà del '600, avrebbero dato al Salento un volto del tutto nuovo.

Le Madonne di Galatone e Soleto, coi loro volti deturpati, sono silenziosi testimoni della seconda furia iconoclasta, forse meno conosciuta della prima ma ugualmente distruttiva: è interessante rimarcare come in entrambi i casi lo sfregio sia avvenuto in seguito al rifiuto di vedere nelle icone un oggetto da venerare, esattamente come avveniva nove secoli prima. Queste icone sono dunque il simbolo della continua lotta del nuovo contro il vecchio: è bene però notare che nel Salento più che altrove il passato possiede una straordinaria resilienza, che lo rende in grado di non trascorrere mai del tutto.

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VAN COMPERNOLLE T., Topografia e insediamenti nella Messapia interna, Edizioni ETS 2012


attaccaglie

Lavoro, trasporto e commercio nel Medioevo a Roma: le attaccaglie, parcheggi ante litteram

Nell’Alto Medioevo, precisamente durante il secondo quarto dell’VIII secolo, la grande crisi politica che portò al distacco di Roma dall’Impero Bizantino causò una grande trasformazione della struttura economica della città. La disputa iconoclasta si concluse con la confisca delle proprietà della Chiesa di Roma in Italia Meridionale e in Sicilia, bloccando l’afflusso delle rendite in oro e natura, utili per il sostentamento dell’ecclesia. Il ripiegamento su scala regionale delle attività economiche della Chiesa non permise la sopravvivenza dei circuiti commerciali mediterranei e dei mercati cittadini.

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Veduta del Foro di Augusto. Foto L. Andreola

Questa grande trasformazione della struttura economica e sociale della città di Roma, portò ad un cambiamento dell’assetto topografico e del paesaggio cittadino anche attraverso una capillare ruralizzazione dello spazio urbano, sintomo delle nuove forme di autarchia e auto sostentamento. Così molti cittadini romani poterono coltivare e vendere i prodotti delle loro fatiche nei mercati, come quelli presenti nell’antico centro della città, in corrispondenza del Foro Romano; per il lavoro dei campi, anche per quello domestico e per il trasporto delle derrate agricole, probabilmente utilizzarono vari tipi di animali da tiro e da soma (spesso equidi), che, a bisogno, legarono per soste di breve o lunga durata. Traccia materiale di queste probabili attività di lavoro, trasporto e commercio sono le attaccaglie: fori per lo stazionamento di animali da tiro, da soma ed eterogenei di piccola taglia rintracciabili su edifici per lo più limitrofi alla viabilità antica.

Foro di Nerva, settore occidentale. Attaccaglia XIV, cm +95 sull’angolo sud-occidentale di un blocco dell’alzato in peperino della facciata ovest della domus solarata altomedievale con portico. Foto L. Andreola

Come per tutte le epoche, anche per il Medioevo la viabilità costituisce il naturale tessuto connettivo della storia:  lo studio del documento dell’epoca di Paolo I (757- 767), noto come «Itinerario di Einsielden», una raccolta di dieci percorsi attraverso la città di Roma, descritti facendo riferimento alle chiese e ai monumenti accanto ai quali passavano, ha permesso di identificare gli edifici di interesse archeologico nel centro storico dell’Urbe da censire e sottoporre ad un’indagine analitica ed interpretativa.  Nel  Portico in peperino del Foro Olitorio sono state rilevati 9 fori di stazionamento, 6 nei Mercati Traianei, 1 nel  Foro di Cesare, 3 nel Foro di Augusto, 17 nel Foro di Nerva, 1 nel Foro di Traiano, 24 nel Teatro Marcello; nelle aree del Foro della Pace, in quella Sacra di Sant’Omobono e dell’insula Volusiana e nel Ludus Magnus  non si sono registrate evidenze  di interesse, mentre  nel Foro Romano il censimento parziale, relativo alla sola indagine autoptica non analitica, non ha permesso un adeguato studio del monumento.

Foro di Augusto, esedra meridionale. Attaccaglia I, cm +337 su blocco angolare in peperino della superficie S/O del muro perimetrale dell’emiciclo. Foto L. Andreola

Nel saggio Lo stazionamento degli animali: “le attaccaglie”, in Rea R. (a cura di), Rota Colisei. La valle del Colosseo attraverso i secoli, Roma 2002 (pp. 186 – 217), lo studioso Stefano Antonetti individua nel Colosseo ben 296 fori, collocati soprattutto nel settore settentrionale lungo gli ambulacri I – II, con altezze varianti, eseguiti nella quasi totalità dei casi in prossimità degli spigoli dei pilastri.

Questi parcheggi ante litteram spesso sono riconosciuti su blocchi di pilastri o di altre strutture, limitrofe o inserite in zone di passaggio: botteghe, fornici, ruderi su strade, archi, stipiti, soglie dove, qualora la presenza di fonti documentarie e archeologiche attendibili ne permetta il riconoscimento, sarebbe ipotizzabile lo stazionamento di animali da soma o eterogenei di piccola taglia piuttosto che da tiro.

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Foro di Nerva, settore occidentale. Particolare sul condotto a clessidra dal foro A dell’attaccaglia XV, cm +134 sulla superficie occidentale di un blocco dell’alzato in peperino a sud nella facciata ovest della domus solarata altomedievale con portico

La realizzazione di una attaccaglia potrebbe risultare estremamente semplice: determinata l’altezza dal suolo del punto prescelto, si pratica con subbia o scalpello (strumenti maggiormente attestati) una doppia perforazione nella superficie del supporto, creando due conoidi che, incontrandosi, formano una sorta di condotto arcuato a clessidra che rende facile l’inserimento di una fune. La maggior parte delle evidenze censite sono realizzate in blocchi tufacei di riuso, materiale considerato inaffidabile ma di facile lavorabilità; il 20% nel travertino, di cui si evitano faglie, porosità e giunture. La realizzazione di un foro di stazionamento ex novo, ossia perforando un piano che non sia contiguo a quello di giacitura di un foro già eseguito per altri fini, si differenzia da quelli di riuso, dove si  risparmia  la doppia perforazione  iniziale  del  blocco,  poiché  vengono  utilizzati sia fori per l’incastro di strutture lignee poi dismesse, sia i cavi eseguiti per l’asportazione di perni di ferro piombati.

Foro di Augusto, esedra meridionale. Particolare sui fori A e B dell’attaccaglia I, cm +337 su blocco angolare in peperino. Foto L. Andreola

Esiste uno stretto legame tra la funzione dell’attaccaglia e la distanza dal suolo della stessa: questa misura certamente non varia in maniera casuale e deve seguire una logica ben precisa. L’osservazione è emersa da una serie di confronti tra i valori censiti dall’ Antonetti nel Colosseo e analoghe situazioni documentate in edifici storici urbani e a carattere rurale, dove si è accertato il legame tra i fori di stazionamento e la presenza di animali a essi relativi. Lo studioso si riferisce all’abbondante materiale tuttora reperibile in quelle strutture rurali in cui, dato il persistere fino a tempi recenti di un tipo di vita legato a economie tradizionali, è ben documentato l’uso di tali elementi di ancoraggio per alcune tipologie di animali domestici, caratterizzati non solo dai fori conoidi ma anche dalla presenza di un anello metallico a cui assicurare la legatura.

Dalla sua ricerca è emerso che il criterio di scelta dell’altezza del punto in cui assicurare l’animale rispetto al suolo, è strettamente legato alle caratteristiche di durata ed impiego di un eventuale stazionamento forzoso. Tutto questo richiede anche una conoscenza etologica degli animali, al fine di preservare la loro integrità fisica ed ottenere una conseguente resa massimale. Antonetti riscontra come, sia nelle attaccaglie in pietra che in quelle con anello metallico, la scelta dell’altezza dal suolo registri valori pressappoco comuni e come questi, individuati in situazioni ancora esistenti, siano confrontabili con la presenza di una o più specie animali custodite in un determinato spazio. Egli, analizzando i valori numerici raccolti nel Colosseo, delinea alcune fasce d’uso, riferite ovviamente al piano di calpestio antico, al fine di capire se esistesse all’epoca un criterio standard di valutazione nello scegliere l’altezza dal suolo. Le tre fasce altimetriche individuate sono le seguenti:

  1. una compresa tra cm 80÷180 di altezza dal suolo, relativa ad animali di grande taglia (cavalli: cm +160÷178; muli: cm +140÷160; asini: cm +80÷140);
  2. una fascia intermedia variante tra cm +65÷78, pertinente probabilmente ad ovini e caprini;
  3. una serie di valori minimi non costituenti una vera e propria classe, pertinenti ad animali eterogenei di piccola taglia, ruotante mediamente intorno ai cm +60.

Nel caso di pastura alla mangiatoia gli animali si tengono generalmente più bassi e ‘corti’, impedendo a due soggetti contigui di venire a contatto, legandoli ad una altezza di cm +90÷110, in locali individuabili come stalle e ricoveri. I muli - largamente usati nei trasporti su lunghe e medie distanze, rispetto agli asini, più utilizzati in ambito familiare per i piccoli trasporti e come cavalcatura – per la loro forza e docilità sono spesso, per quanto concerne l’epoca tardo antica e medievale, attestati tra gli animali da carico. Antonetti conclude affermando che per gli altri animali domestici documentati in ambito antico (ovini, caprini, suini), generalmente si ricorreva all’allevamento libero extra-muraneo, tranne nei casi in cui il limitatissimo numero di capi permetteva una coesistenza con animali di grande taglia (stabulaggio misto). I parametri altimetrici elaborati dallo studioso attraverso l’equivalenza dei materiali di indagine, anche se riferiti a situazioni recenti, potranno essere in futuro integrati con ulteriori fattori di correzione provenienti dagli studi zoometrici ed osteologici.

Foro di Nerva, settore occidentale. Attaccaglia XVII, cm +145 nell’angolo nord-orientale di un blocco in peperino del pilastro di un arco nella facciata est della domus solarata altomedievale con portico Foto L. Andreola

La storia stratigrafica della quasi totalità dei monumenti indagati finora, rimane sconosciuta a causa degli sterri risalenti al XX secolo: così le quote rilevate non possono essere rapportate ad un livello di calpestio antico, riferito al periodo medievale. Unica eccezione è la domus  solarata a portico del IX secolo, per cui è stata registrata una crescita del livello del piano di calpestio di circa +40 cm. In questo edificio è probabile la presenza di due equidi (asini) e di due animali eterogenei di piccola taglia, di cui uno potrebbe essere un cane poiché sono stati attestati dei resti di probabili ciotole.

attaccaglie
Foro di Nerva, settore occidentale. Particolare sui fori A e B dell’attaccaglia XVII, cm +145 nell’angolo nord-orientale di un blocco in peperino del pilastro di un arco nella facciata est della domus solarata altomedievale con portico. Foto di L. Andreola
Foro di Nerva, settore occidentale. Particolare sui fori A e B dell’attaccaglia XIV, cm +95 sull’angolo sud-occidentale di un blocco dell’alzato in peperino della facciata ovest della domus solarata altomedievale con portico. Foto L. Andreola

Bibliografia sulle attaccaglie

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Cerreto Sannita

L’archeologia al servizio della comunità: la riscoperta della vecchia Cerreto Sannita

L’archeologia al servizio della comunità. La riscoperta della vecchia Cerreto Sannita (Benevento) e la creazione del parco archeologico per la nuova Cerreto

Cerreto Sannita
Fig. 1. Il torrente Titerno nei pressi di Cerreto Sannita (foto Lester Lonardo)

Nella media valle del torrente Titerno, affluente di sinistra del Volturno contraddistinto da un percorso sinuoso che attraversa luoghi di rara bellezza (Fig. 1), sorge Cerreto Sannita, noto insediamento del Beneventano nord-occidentale per la produzione di ceramica di pregio. L’abitato titernino è altresì ben conosciuto per il suo particolare impianto urbanistico costituito da tre arterie viarie principali legate da una trama di assi viari minori, da ampi slarghi e da isolati dalla forma regolare. Si tratta di una pianta, progettata dall’ingegnere Giovanni Battista Manni alla fine del Seicento, che risponde a criteri di razionalità e rigore propri di una città di fondazione, quale era Cerreto.

Fig. 2. Cerreto Sannita ed il suo territorio visti da Monte Coppe (foto Lester Lonardo)

La progettazione di tale impianto si rese necessaria in seguito agli effetti del devastante sisma del 5 giugno 1688. Il terremoto, uno dei più catastrofici eventi tellurici che colpirono il Meridione ed il Sannio, con epicentro nella vicina località di Civitella (a circa 4 km da Cerreto), comportò la distruzione del più antico insediamento ubicato su di un’altura posta immediatamente a monte dell’area prescelta per la ricostruzione del nuovo abitato (Fig. 2). I conti cerretesi Marzio e Marino Carafa promossero con energia l’edificazione della nuova Cerreto per scongiurare il collasso della fiorente economia cerretese basata principalmente sulla produzione dei ben noti e richiesti “panni-lana”. Ricostruita con particolari accorgimenti volti a prevenire i devastanti effetti a catena che furono fatali per il vecchio abitato, la nuova Cerreto fu in parte edificata con i materiali edilizi provenienti dai crolli degli edifici della Cerreto medievale (Fig. 3).

Fig. 3. Uno dei tanti elementi di reimpiego provenienti dalla vecchia Cerreto presenti nel nuovo insediamento (foto Lester Lonardo)

La prima attestazione conosciuta dell’insediamento cerretese è riferibile alla fine del X secolo, precisamente al 22 aprile 972 allorché l’imperatore Ottone I confermò ad Azzo, abate del monastero di Santa Sofia di Benevento, i suoi beni tra i quali «in Cereto cappella in honore S(an)c(t)i Martini cum p(er)tinentiis eor(um)».

In età normanna, come traspare dal Catalogus Baronum, Cerreto compare come feudo di 3 militi appartenente a Guglielmo di Sanframondo, esponente dell’omonima famiglia che ne deterrà il dominio, insieme ad altri centri (Limata, Guardia e Civitella Licinio) quasi ininterrottamente fino alla seconda metà del XV secolo.

La crescita dell’abitato culminò tuttavia fra la fine del medioevo e la prima età moderna, allorché Cerreto divenne l’abitato più importante dell’area campano-molisana nel commercio della lana e nella produzione di stoffe.

A partire dalla metà del XII secolo, l’insediamento fu interessato dal rinnovamento degli impianti difensivi con l’implementazione della cinta muraria e la costruzione, tra le altre cose, del maestoso donjon cilindrico che occupava la porzione mediana dell’abitato.

La crescita della popolazione, che si accentuò fra la fine del XV secolo e gli inizi del successivo, portò non solo ad acutizzare il fenomeno dell’edificazione incontrollata di strutture all’interno del perimetro urbano, ma altresì ad un’espansione dell’abitato al di fuori delle mura ed alla conseguente costruzione di un sempre più elevato numero di abitazioni a ridosso della cinta muraria.

Il terremoto del 5 giugno 1688 andò quindi a colpire un insediamento densamente abitato e costruito: in un documento del 1622 le abitazioni vengono ricordate, non a caso, come «folte e confuse». Gli effetti devastanti del sisma furono tali che la maggior parte delle strutture del vecchio abitato di Cerreto venne rasa al suolo.

Cerreto Sannita
Fig. 4. L’area della vecchia Cerreto prima delle indagini archeologiche (foto Lester Lonardo)

Sebbene il ricordo del vecchio insediamento non venne mai meno e la stessa altura, prima cava di materiali edili poi sede di masserie dedite allo sfruttamento agricolo dell’area, non fu mai completamente abbandonata, la “riscoperta archeologica” ed un interesse più puntuale sulle non poche strutture in elevato sopravvissute al sisma del 1688 si è avuta soltanto a partire dal 2012 (Fig. 4). L’area della vecchia Cerreto è stata al centro di un programma di ricerca condotto dal prof. Marcello Rotili e dall’équipe della cattedra di Archeologia cristiana e medievale dell’Università della Campania “Luigi Vanvitelli” (Dipartimento di Lettere e Beni Culturali). Tra il 2012 ed il 2015 sono state condotte tre campagne di scavo grazie alla sinergia fra la Soprintendenza archeologica di Salerno-Avellino-Benevento-Caserta, il Dipartimento di Lettere e Beni Culturali della Vanvitelli ed il Comune di Cerreto Sannita che le ha promosse ai fini della riscoperta, della valorizzazione e fruizione dell’importante sito archeologico.

Fig. 5. Il donjon (XII-inizi XIII secolo) della vecchia Cerreto dopo il restauro del 2015 (foto Lester Lonardo)

Le indagini archeologiche, avviate nella porzione centrale dell’insediamento ove sussistevano gli edifici di rappresentanza, quali il palatium della fine del Quattrocento dimora dei Carafa, il donjon di XII-inizi XIII secolo (Fig. 5), la chiesa dedicata a S. Martino ed alcuni edifici abitativi, hanno offerto non pochi dati sulla cultura materiale della comunità cerretese fra il basso medioevo e la prima età moderna e sull’organizzazione dello spazio urbano dell’abitato. I dati scaturiti dalle attività di scavo e di survey che hanno interessato tutta la superficie dell’altura e dei territori contermini hanno evidenziato come l’area urbana cinta dalle mura fosse organizzata su terrazzamenti predisposti per ottimizzare meglio lo spazio data la particolare orografia del colle. Le strutture abitative, produttive, religiose e del potere civile assecondavano pertanto i salti di quota creando un reticolo urbano piuttosto irregolare.

Nel 2015, in rapporto al progetto di restauro e di scavo archeologico del donjon di età normanna finanziato dalla Regione Campania, il settore della vecchia Cerreto interessato dalle indagini archeologiche è stato oggetto di attività di restauro, di tutela delle evidenze archeologiche rinvenute e di operazioni volte alla completa fruizione dell’area indagata. Inoltre, i risultati delle campagne di scavo, presentati in convegni nazionali ed internazionali ed editi in molteplici riviste scientifiche ed in una monografia di imminente uscita, sono stati illustrati “in corso d’opera” alla comunità della nuova Cerreto che ha partecipato sempre con entusiasmo alle iniziative volte alla riscoperta del passato cerretese.

Cerreto Sannita
Fig. 6. Il parco archeologico della vecchia Cerreto (foto Lester Lonardo)

Al visitatore che si reca in località “Cerreto vecchia”, dopo aver percorso la strada di accesso al parco archeologico e dopo aver valicato il cancello di ingresso, si apre uno scenario unico capace di trascinare in un’esperienza sensoriale (Fig. 6): in un paesaggio incontaminato composto da uliveti secolari intervallati a fitti boschi di querce e di altre essenze arboree, fra il profumo di arbusti e di fiori di campo che si alternano in tutto il corso dell’anno (Fig. 7), i resti archeologici della vecchia Cerreto dialogano armonicamente con la razionalità dell’impianto urbano della nuova Cerreto che, posta ai piedi del vecchio insediamento, ha raccolto l’eredità di un importante - ed ora finalmente riscoperto - passato.

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Fig. 7. Primavera nel parco archeologico della vecchia Cerreto (foto Lester Lonardo)

Tutte le foto di Cerreto Sannita sono di Lester Lonardo