Amuleti e monili le ultime scoperte dalla Regio V di Pompei

La Regio V di Pompei continua a raccontarci l’immensa ricchezza della città vesuviana e lo fa grazie ad una nuova scoperta fatta di oggetti portafortuna e protezione contro le forze negative.

Sorprende infatti l’ultimo ritrovamento fatto di materiali legati alla sfera femminile e al mondo della superstizione. Amuleti, gemme ed elementi decorativi erano contenuti all’interno di una cassa in legno in un ambiente secondario della Casa con il Giardino dove, qualche mese fa, era stata rinvenuta l’iscrizione che darebbe ulteriori prove all’eruzione autunnale del Vesuvio nel 79 d.C.

Cesare Abbate. Parco Archeologico di Pompei

I monili appartenevano probabilmente ad una delle donne della casa, non sappiamo se alla matrona o ad una schiava, ma sappiamo che certamente rimasero seppelliti sotto la cenere così come la sua proprietaria. La traccia della cassa in legno le cui cerniere bronzee si sono ben conservate all’interno dello strato vulcanico, a differenza della parte lignea che si è decomposta, è stata individuata accanto all’impronta di un’altra cassa o mobile nell’angolo di uno degli ambienti di servizio dell’abitazione, probabilmente utilizzato come deposito.

Sul fondo dell’impronta, sono stati ritrovati i numerosi oggetti, tra cui due specchi, diversi vaghi di collane, elementi decorativi in vari materiali, un unguentario vitreo, amuleti fallici, due frammenti di una spiga e una figura umana entrambi in ambra e dal grande valore apotropaico. Diversi pezzi si distinguono per la foggia preziosa e la ricchezza del materiale. Tra le paste vitree straordinarie sono quelle con incise la testa di Dioniso e un satiro danzante o tra le gemme emergono per bellezza una ametista con figura femminile e una corniola con figura di artigiano.

Cesare Abbate. Parco Archeologico di Pompei

Alcuni oggetti sono stati ritrovati anche in altri ambienti della casa, alcuni presso l’atrio dove si trovavano sepolti anche i resti scheletrici di donne e bambini sconvolti dagli scavi clandestini di epoca borbonica probabilmente finalizzati al recupero di preziosi all’interno delle stanze. Solo un anello in ferro e un amuleto in faience sono stati risparmiati dalle violazioni e dal saccheggio.

“Si tratta di oggetti della vita quotidiana del mondo femminile e sono straordinari perché raccontano microstorie, biografie degli abitanti della città che tentarono di sfuggire all’eruzione. – dichiara il Direttore Generale Massimo Osanna - Nella stessa casa, abbiamo scoperto una stanza con dieci vittime, tra cui donne e bambini, di cui stiamo cercando di stabilire le relazioni di parentela e ricomporre la biografia del gruppo familiare, attraverso le analisi sul DNA. E chissà che la cassetta di preziosi non appartenesse a una di queste vittime. Particolarmente interessante è l’iconografia ricorrente degli oggetti e amuleti, che invocano la fortuna, la fertilità e la protezione contro la mala sorte. E dunque i numerosi pendenti a forma di piccoli falli, o la spiga, il pugno chiuso, il teschio, la figura di Arpocrate, gli scarabei. Simboli e iconografie che sono ora in corso di studio per comprenderne significato e funzione”.

Cesare Abbate. Parco Archeologico di Pompei

Le straordinarie condizioni dei reperti hanno permesso ai restauratori del Parco Archeologico di Pompei di lavorare abbastanza celermente sugli oggetti così da volerne ben presto un’esposzione all’interno della Palestra Grande degli scavi. Gli oggetti prenderanno il posto dei gioielli precedentemente esposti nella mostra VANITY e daranno da sfondo ad un’altra grandiosa esposizione sulla ricchezza e la suggestione dei nuovi scavi nella Regio V di Pompei.


Mostra Vanity. Courtesy Parco archeologico di Pompei

Da Pompei alle Cicladi. In mostra storie di gioielli e vanità

Una nuova mostra è stata inaugurata presso il Parco archeologico di Pompei dal titolo: “Vanity: storie di gioielli dalle Cicladi a Pompei” che ha come tema conduttore il piacere effimero e il lusso esibito attraverso gli oggetti preziosi e raffinati del piacere femminile. A confronto, in un percorso articolato nel portico ovest della Palestra Grande degli scavi, monili provenienti dall'area cicladica e oggetti preziosi dai vari siti della Campania, con al centro Pompei. Gemme, collane, bracciali, orecchini, fibule, anelli e armille in oro, argento, bronzo, pasta vitrea, ambra, corallo, delineano un rapporto  di evoluzione e continuità tra le fabbriche greche e quelle italiche attraverso quella culla comune di idee, scambi e genti che è il Mediterraneo.

Mostra Vanity. Courtesy Parco archeologico di Pompei
Mostra Vanity. Courtesy Parco archeologico di Pompei

Gli oggetti preziosi in sé non sono solo simbolo di una bellezza effimera, ma attraverso i luoghi di produzione e le modalità di rinvenimento raccontano storie, commerci e viaggi che gli stessi materiali  fanno al di fuori delle rotte canoniche. E in più storie ancora più tragiche che vengono raccontate attraverso i monili provenienti dai luoghi devastati dalla terribile eruzione del Vesuvio ritrovati non all’interno di necropoli ma ancora addosso agli ultimi proprietari, sicuri di portare con se tesori di inestimabile valore ma di fronte alla morte improvvisa ultimi testimoni di vanità.

Mostra Vanity. Foto Paolo Mighetto
Mostra Vanity. Foto Paolo Mighetto

Come non ricordare tra le raffinate testimonianze presenti in mostra la preziosa armilla proveniente da Moregine con all’interno un’incisione assai particolare: “DOMINUS ANCILLAE SUAE”, “il padrone alla sua schiava”, un bracciale d’oro dalla testa di serpente, dono speciale di un padrone alla sua schiava, o il Bracciale d’oro che da il nome anche alla casa in cui fu rinvenuto, dall’incredibile peso di 610 grammi e trovato ancora indosso alla vittima. Il monile è caratterizzato, nella parte terminale, da due teste di serpenti con occhi impreziositi da pietre che reggono tra le fauci un disco con la raffigurazione della dea Selene, la luna, rappresentata come fanciulla con capo coronato da una mezzaluna circondata da sette stelle mentre solleva le braccia per trattenere un velo rigonfio. Da Pompei oltre ai gioielli, provengono numerosi oggetti da toletta afferenti alla sfera femminile e strumenti fondamentali per la bellezza e la cura del corpo. Di particolare pregio anche amuleti intagliati o incisi in forma di divinità, talora di provenienza orientale, come Diana e Iside e gli orecchini, probabilmente il più tipico ornamento femminile indossato dalle bambine sin dall’infanzia, indipendentemente dal ceto sociale d’ appartenenza.

Mostra Vanity. Courtesy Parco archeologico di Pompei
Mostra Vanity. Courtesy Parco archeologico di Pompei

Da Ercolano provengono numerosi gioielli in mostra che danno l’idea della ricchezza che anche questa città doveva avere prima della distruzione del Vesuvio. Come a Pompei, anche qui i gioielli sono stati spesso ritrovati accanto ai corpi delle vittime, sia indossati casualmente sia come prezioso bottino da portare durante la fuga.

La mostra, progettata da Kois Associated Architects, segue un percorso espositivo cronologico che parte dalla tarda età del Bronzo in area Cicladica fino all’eruzione del 79 d.C., e geografico (le Cicladi, la Campania e Pompei). L’allestimento che risulta d’impatto e particolarmente elegante, vive del contrasto tra il materiale di colore scuro con cui sono state realizzate le teche e che rimandano alla tragicità dell’eruzione e del contrasto con il luccichio brillante degli oggetti in mostra. Ad animare inoltre il percorso, volti e figure da affreschi pompeiani, reinterpretati e presentati in chiave contemporanea, pop.

"Vanity: storie di gioielli dalle Cicladi a Pompei" è un’iniziativa che nasce dalla collaborazione tra il Parco archeologico di Pompei e l’Eforia delle Cicladi, finalizzata alla più ampia realizzazione di programmi comuni di studio, ricerca, promozione e ampliamento della conoscenza delle rispettive realtà archeologiche, in passato strettamente collegate.

Mostra Vanity. Courtesy Parco archeologico di Pompei
Mostra Vanity. Courtesy Parco archeologico di Pompei

“A conferma degli stretti legami tra le diverse aree del Mediterraneo – dichiara Massimo Osanna, curatore della mostra – i gioielli provenienti da Delos e dalle altre Cicladi saranno esposti accanto a gioielli coevi provenienti principalmente da Pompei, e, in alcuni casi, da altri siti rilevanti dell’area campana, con due approfondimenti, agli opposti estremi cronologici, sulle Cicladi e sulla loro straordinaria civiltà preistorica, e, per l’età romana, su Pompei e sugli altri siti vesuviani, nei quali la distruzione del 79 d.C. ha determinato la conservazione di uno straordinario assortimento di gioielli, eccezionale dal punto di vista quantitativo e ritenuto pressoché unico nel mondo antico. La mostra si estenderà in una delle aree più suggestive di Pompei, già da tempo destinata a diventare contenitore espositivo, una teca nella teca, all’interno di uno dei monumenti simbolo della città romana: il portico occidentale della Palestra Grande, appositamente chiuso per l’occasione, con un apprestamento che potrà essere adoperato anche per successive esposizioni.

Mostra Vanity. Courtesy Parco archeologico di Pompei
Mostra Vanity. Courtesy Parco archeologico di Pompei

“I gioielli provenienti da Delos e in generale dalle Cicladi – aggiunge Demetrios Athanasoulis, Eforo delle Cicladi e co-curatore della mostra – offrono una panoramica più variegata dal punto di vista della cronologia e dei contesti di provenienza (necropoli, abitati, santuari). Tra i gioielli greci, eccezionali sono quelli provenienti da Delos, in particolare dall’abitato, risalenti a un periodo in cui strettissimi erano i rapporti commerciali e culturali tra l’area campana e l’isola cicladica, porto franco frequentato da mercanti di tutto il Mediterraneo, con una massiccia presenza di negotiatores italici”.

Mostra Vanity. Courtesy Parco archeologico di Pompei
Mostra Vanity. Courtesy Parco archeologico di Pompei

Pompei e Delos – dichiara il Direttore ad interim Alfonsina Russo - oltre all’eccezionale stato di conservazione che li contraddistingue e alla grande importanza dell’architettura pubblica e residenziale, hanno vissuto, analogamente, “un’epoca d’oro” intorno al II secolo a.C. Il benessere e la prosperità, testimoniati dai numerosi oggetti preziosi esposti, sono appunto l’espressione di un’economia in espansione che accomunava entrambe le realtà, tra loro connesse. Se da un lato Delos ha avuto stretti rapporti con l’Italia e in particolare con la Campania, dall’altro il territorio pompeiano ha costituito un contesto in cui il mondo greco e quello romano si sono intrecciati in un dialogo unico.”

La mostra è visitabile dal 10 maggio al 5 agosto 2019 presso la Palestra Grande degli scavi di Pompei, portico ovest.


La Pompei etrusca in mostra alla Palestra Grande

La Campania, nel corso della sua storia secolare, ha indubbiamente beneficiato dell’influenza di genti inserite nel felice clima di fluidità mediterranea per i secoli che vanno dall’VIII al V a.C. “Pompei e gli Etruschi” è la nuova mostra inaugurata nella Palestra Grande degli scavi  della città vesuviana curata da Massimo Osanna e Stèphane Verger e vuole affrontare, dopo la complessa analisi di altri fenomeni come quello egizio e greco degli scorsi anni, la controversa questione dell’ “Etruria campana” e dei rapporti di contaminazione tra le èlite campane, etrusche e greche con al centro il caso simbolo di Pompei.

800 reperti provenienti dai più importanti musei italiani ed europei dialogheranno in 13 sale ed esamineranno le prime influenze etrusche sul territorio campano prima e dopo la formazione di Pompei fino al tracollo, sancito da una importante battaglia navale che rivoluziona nuovamente gli scenari politici. Materiali in bronzo, argento, terracotta, doni votivi da santuari di frontiera e urbani, corredi tombali, si confronteranno e daranno spunti di riflessione per nuovi studi e teorie, scardinandone alcune e rivoluzionandone altre. Una di queste riguarda Pompei: città greca o etrusca?

Kantharos in bucchero con iscrizione etrusca da Fondo Iozzino Parco Archeologico di Pompei

Fulcro della mostra gli oggetti ritrovati nel santuario extraurbano di Fondo Iozzino della città, tra i centri cultuali più importanti di Pompei assieme al Tempio di Apollo e di Atena che ha restituito materiale in bucchero, armi e iscrizioni in lingua etrusca. Questi materiali trovano un felice confronto con altri luoghi di culto non dissimili da Fondo Iozzino, sia per importanza che per qualità, e provenienti da altre due importanti città etrusche della Campania: Pontecagnano e Capua.

Le dinamiche degli incontri culturali, gli scambi di genti, di idee, di oggetti preziosi riportano sempre al grande bacino del Mediterraneo, culla di civiltà e di continui mescolamenti di popoli e ormai da tre anni proprio Pompei ospita grandi mostre che ne permettono, attraverso la cultura materiale, di ripercorrerne le trame più interessanti. La Campania, florida rotta commerciale, si ritrova al centro di questo grande traffico e offre interessanti spunti di analisi per lo studio di culture miste, lingue diverse e popoli integrati pacificamente e con la forza, con un occhio sempre proiettato al ruolo di Pompei e all’influenza che gli Etruschi ebbero sulla formazione della città.

I primi secoli della storia pompeiana sono poco noti perché gli strati più antichi furono distrutti dalle successive fasi sannitiche di III e II secolo a.C. Ma recenti studi, ormai unitamente e grazie ai recenti scavi, concordano che l’identità di Pompei, quella della prima città, è etrusca. Ignoto ci rimane però il nome con cui nel 600 a.C. venne fondata da Etruschi provenienti dall’Etruria interna perché le fonti non riportano notizie. La presenza di questi popoli in Campania non era nuova, già 300 anni prima durante l’epoca villanoviana, alcuni gruppi dell’Etruria meridionale avevano fondato Capua e Pontecagnano alla ricerca delle zone più fertili della regione. Italici ed Etruschi coabitavano tra terra e mare ma non formavano un’entità omogenea.

Nella seconda metà dell’VIII secolo, dall’isola dell’Eubea, a nord di Atene, i Greci fondarono l’emporio di Pithecusa sull’isola di Ischia e la potente città di Cuma nei Campi Flegrei, portando usi, costumi e la loro lingua. La Campania era sempre più aperta verso il Mediterraneo e le sepolture riunivano oggetti italici, etruschi e greci, ma anche oggetti provenienti dalle Alpi, dal sud Italia, fenici, sardi e orientali. Le più grandi importazioni erano gioielli, soprattutto parure e servizi da banchetto.

Alla fine dell’VIII secolo, la Campania era abitata da genti di provenienza diversa che si differenziavano dal punto di vista dell’ethnos, della lingua e per cultura. Tre erano i grandi gruppi linguistici: una lingua italica, l’osco e due lingue straniere: greco ed etrusco. Le relazioni tra comunità favorirono la creazione di culture ibride ma contribuirono anche all’inasprirsi dei conflitti armati per il possesso di terre ed il controllo del mare.

Antefissa in terracotta a busto femminile da Capua. Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Intorno al 700 a.C. in quell’epoca definita orientalizzante per i continui scambi con i porti del Mediterraneo orientale, i principali centri della costa tirrenica erano controllati da potenti èlite aristocratiche che si facevano realizzare tombe sfarzose secondo una moda diffusa tanto in Etruria quanto nei centri campani etruschizzati di Capua e Pontecagnano. Il defunto della tomba Artiaco 104 di Cuma, principe tirrenico – orientalizzante è un caso simbolo. I suoi resti furono deposti in un calderone in argento come gli eroi omerici dell’Iliade: “Mangiava e beveva come un greco, portava abiti e armi etruschi e si comportava da re orientale”.

Nel VII secolo, la Campania, grazie alla maggiore richiesta di vino, olio e prodotti di lusso da parte dell’èlite occidentale, si ritrovò inserita sulle rotte del commercio arcaico. La costa si riempì di insediamenti che si trovavano lungo le rotte e prendevano parte ai vari commerci. Sull’isola di Ischia, precisamente nel villaggio di Punta Chiarito, diverse erano le coltivazioni di vino e qui arrivavano prodotti greci, campani ed etruschi in senso stretto. Le famiglie aristocratiche continuavano a farsi seppellire in modo misto e la fine del secolo vide fiorire anche la nascita di una nuova èlite media che si sviluppò tanto nei centri etruschi di Capua e Pontecagnano che a Cales nel nord della Campania e a Stabiae nella valle del Sarno. La cultura materiale si standardizza. Nascono botteghe di qualità ordinaria che producono bucchero nero etrusco e ceramica etrusco-corinzia di imitazione.

A destra supporto di vaso in bronzo a forma di carro. A sinistra resti di vaso in osso con coperchio. da tomba 232 S. Marzano del Sarno

Questo è il contesto in cui Pompei si trova e questo è il contesto in cui altre città vengono fondate pressappoco contemporaneamente: Poseidonia nella piana del Sele è una di queste. Alla fine del VI secolo a.C. le necropoli hanno restituito ancora corredi misti formati da vasi greci figurati di grandissima qualità e vasi di bronzo provenienti da Vulci. Le iscrizioni attestano una popolazione mista in cui Greci ed Etruschi si incontravano al simposio come i convitati raffigurati sulla celebre lastra della tomba del Tuffatore ma nello stesso momento gli equilibri militari e politici che si spartivano il Tirreno cambiarono.

Gli Etruschi cominciarono a subire diverse sconfitte dagli eserciti di Cuma e una nuova città, Neapolis, si impadronì rapidamente delle reti commerciali che avevano precedentemente arricchito Pompei. Il 474 a.C. è la data spartiacque che segna il declino etrusco sul Tirreno e l’inizio di una crisi profonda che porterà sulla scena nuovi popoli, nuove genti e nuovi conquistatori. Campani e Sanniti, ma anche Lucani si stabiliranno nella piana del Sele e forse nella periferia della pianura campana contribuendo alla creazione di una nuova componente mista composta da Italici di origini diverse. Dalla fine del V secolo le nuove genti occuparono le città greche ed etrusche e la nuova lingua fu l’osco.

Una remota memoria etrusca si mantenne forse in un cimelio di famiglia. Un vaso di bronzo proveniente dalle prime collezioni del Museo di Napoli, una situla realizzata ad Orvieto nel VI o V secolo a.C. alla quale nel I secolo furono aggiunti piedi leonini alati e anse con satiri. L’oggetto doveva essere visibile in qualche dimora di Ercolano o Pompei al tempo dell’eruzione del 79 d.C.

Alla luce di questa complessa storia, Pompei e il suo territorio si rivelano un laboratorio eccezionale non solo per uno studio romano, ma anche per il variegato mondo multietnico che è stato e che è il Mare Nostrum.

La mostra sarà visitabile fino al 31 maggio 2019 nella Palestra Grande di Pompei ed è organizzata in collaborazione con Electa e il Museo Archeologico di Napoli.


Pompei, da oggi la Palestra Grande aperta anche di giorno

6 Agosto 2015

POMPEI, DA OGGI LA PALESTRA GRANDE APERTA ANCHE DI GIORNO
Nuovo piano di apertura diurna

Palestra Grande

Dopo la presentazione dei restauri della Palestra Grande degli Scavi di Pompei, avvenuta lunedì 3 agosto, molti visitatori hanno chiesto alla soprintendenza la possibilità di poter visitare anticipatamente i nuovi spazi e i restauri degli affreschi di Moregine. Per soddisfare le tante richieste la soprintendenza ha predisposto un nuovo piano di apertura diurna, e non più solo serale come inizialmente previsto, che partirà dalle 14 di oggi.
La Palestra Grande sarà visitabile tutti i giorni dalle ore 9.30 alle ore 17.20 e il sabato sera dalle 20.00 alle 24.00

Come da MIBACT, Redattore Renzo De Simone


Oggi a Pompei: inaugurata la Palestra Grande [Gallery]

3 Agosto 2015

OGGI A POMPEI
Il Ministro Franceschini inaugura la Palestra Grande

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