Musei: comunicare in digitale. Intervista a Nicolette Mandarano

Che tipo di rapporto c'è tra i musei e il mondo digitale?

È una domanda che sorge naturalmente, soprattutto in questi tempi, ed è stata percepita con urgenza negli ultimi mesi, pur non essendo certo un tema nuovo per gli addetti ai lavori.

Nicolette Mandarano,  Digital Media Curator delle Gallerie Nazionali di Arte Antica Palazzo Barberini e Galleria Corsini, ha realizzato una dettagliata disamina del fenomeno che lega tecnologie e musei nel volume “Musei e Media Digitali”. Il testo ne illustra il processo di nascita e di sviluppo, ma anche i momenti di stasi, dovuti non tanto a carenze tecniche quanto ad una mentalità non sempre in grado di apprezzare la potenzialità del digitale. Non di rado, infatti, lo strumento informatico è percepito come un elemento "contaminatore" della nobiltà dell'arte o addirittura sostitutivo dell'arte. Si tratta naturalmente di un preconcetto: il discorso sotteso alla crescita del digitale espresso, da Nicolette Mandarano, non auspica a sostituire la visita fisica al museo, bensì ad una fruizione sempre più  ampia, coinvolgendo un maggior numero di pubblico.

Riportando esperienze e considerazioni puntuali sull'utilizzo della tecnologia nel mondo museale, Nicolette Mandarano delinea un quadro completo e soprattutto critico di una materia quantomai discussa, e che è stata oggetto di dibattito anche in un'interessante diretta con Christian Greco e Paola Matossi, rispettivamente Direttore e Direttore della comunicazione del Museo Egizio di Torino. Il confronto ha messo in luce aspetti positivi e criticità su temi quali le visite virtuali ai musei, il dialogo della cultura sui social, e i risvolti della digitalizzazione del patrimonio museale.

In questa nostra intervista a Nicolette Mandarano qui di seguito riportata, discutiamo proprio di questi temi.

Nicolette Mandarano
Nicolette Mandarano

Nella diretta con Christian Greco e Paola Matossi si è parlato dell’importanza del dialogo digitale tra istituzione e fruitori online, e di come molte persone che hanno visitato fisicamente il museo - e ne sono state entusiaste - siano propense a seguirlo anche virtualmente. Se questa è una conseguenza molto spontanea che avviene subito dopo l’esperienza positiva, potrebbe non esserlo quando è già trascorso diverso tempo dalla visita. Come si possono, quindi, mantenere vivi l’attenzione e l’interesse dei visitatori nel lungo periodo?

Dobbiamo sempre partire dal presupposto che può non esistere una simmetria fra visitatori “reali” del museo e visitatori online. Ci possono essere persone che non potranno mai compiere la visita al museo e ci saranno, d’altra parte, visitatori che non seguiranno il museo sui canali social o sul sito. Detto questo, la comunicazione deve essere univoca e ben strutturata fra spazio fisico e digitale per consentire a tutti i visitatori, reali o virtuali, di accedere alle stesse informazioni e poter scoprire il museo e le sue opere nel miglior modo possibile e con la scelta di fruizione preferita.

Per mantenere vivo l’interesse nel lungo periodo – che è uno degli obiettivi della comunicazione digitale – è fondamentale il dialogo, che permette di instaurare un rapporto continuativo fra visitatori e museo. Dobbiamo, infatti, ricordare sempre che il web 2.0 è partecipato, quindi un’istituzione culturale non è tenuta solo a veicolare comunicazione e a coinvolgere, ma anche ad ascoltare e rispondere. Il sistema virtuoso del dialogo permette di implementare un rapporto che contempli sia la diffusione e l’incremento della conoscenza, sia la creazione di una community. Se ci si mette in ascolto le persone si metteranno in gioco facendo domande, rilasciando contenuti e partecipando attivamente alla vita del museo. In questo modo la comunicazione si trasforma in una rete di partecipazione e coinvolgimento.

Un tema molto interessante riguarda la reticenza nei confronti delle visite ad un museo, che per alcuni è ancora un luogo che suscita soggezione. Il compito dei social in questo caso è di “agevolare” l’avvicinamento. Quali sono i modi che ritiene migliori per attirare le persone che sono meno sensibili a questi temi?

Il museo ha l’indubbio vantaggio di possedere un patrimonio di storie, bisogna “solo” trovare il giusto modo per raccontarle. È fondamentale lavorare sulle storie, sulle diverse chiavi per raccontarle e sul linguaggio più adatto a farlo, per permettere l’accessibilità al più ampio pubblico possibile.

Io, ad esempio, amo molto lavorare su rubriche ad hoc per dare sempre un taglio diverso alle storie che raccontiamo. Di una stessa opera, di un ritratto per esempio, potremmo raccontare mille cose. La storia del personaggio ritrattato, la storia dell’artista, la storia che probabilmente legava i due personaggi, il contesto storico in cui è nata quella determinata opera, il luogo per cui era stata pensata, che storia ha avuto nei secoli successivi, se è diventata protagonista di un libro o di un film, come accaduto per esempio per il presunto ritratto di Beatrice Cenci, già attribuito a Guido Reni e oggi attribuito a Ginevra Cantofoli e conservato a Palazzo Barberini a Roma. Se anche solo una di queste storie raggiunge il suo obiettivo noi avremo avvicinato un nuovo potenziale visitatore al nostro museo.

La comunicazione in ambito digitale - partita dall'estero - è ormai pratica comune anche nel nostro Paese, Sono ancora percepibili differenze, realtà in cui il potenziale dei social non è dovutamente preso in considerazione? Sarebbe ancora possibile riscontrare problemi di mentalità in questo?

In Italia si trovano ancora molte realtà che non utilizzano le piattaforme social per la comunicazione o che non le utilizzano al meglio, a volte anche per la mancanza di figure professionali dedicate alla loro gestione. I recenti dati pubblicati dall’Osservatorio per l’innovazione digitale nei Beni e Attività culturali del Politecnico di Milano fotografano una realtà piuttosto interessante da questo punto di vista e segnalano che molto è ancora da fare. Dall’ultima rilevazione emerge, infatti, che in questo 2020 il 76% dei musei è presente su almeno una piattaforma social (Facebook è la piattaforma preferita, seguita da Instragram), ma sappiamo che non basta essere presenti sui social per dire di fare comunicazione.

È necessario lavorare ad un piano strategico della comunicazione in generale e poi della comunicazione digitale in particolare. È importante decidere su quali piattaforme essere presenti, sapendo che ogni social ha un suo linguaggio, un suo pubblico, caratteristiche peculiari che la rendono diversa dalle altre, nell’utilizzo e nella fruizione. Bisogna poi capire cosa si vuole comunicare, a chi si vuole comunicare (analisi del pubblico e obiettivi da raggiungere nel coinvolgimento), e poi analizzare quale sia lo strumento più adatto per raggiungere gli obiettivi dati. Inoltre è di fondamentale importanza essere in grado anche di valutare le risorse a disposizione, sia umane che economiche e, ovviamente, bisogna ideare un piano editoriale.

Per affrontare al meglio questa sfida sono necessarie professionalità specifiche, ma sempre dai dati dell’Osservatorio emerge che il 51% delle istituzioni non ha personale dedicato all’innovazione digitale, e questo è un problema non trascurabile. Da un confronto fra i numeri citati possiamo facilmente comprendere come alcune istituzioni siano presenti sui social ma senza personale adeguatamente formato per lavorarci.

Ovviamente ci portiamo dietro ancora dei problemi di mentalità e probabilmente alcune persone ancora non hanno compreso l’importanza della comunicazione digitale in generale e sui social in particolare. Forse i mesi di lockdown dovuti all’emergenza Covid-19 – e immagino anche i mesi che verranno in cui gli accessi ai musei saranno per forza di cose più limitati – hanno però iniziato a far comprendere a tutti, anche ai più “resistenti”, quanto sia necessario essere presenti online e quanto sia necessario fare una comunicazione di qualità.

Daniele da Volterra presso la Galleria Corsini a Roma. Fotografia: Alberto Novelli

Nel momento in cui si fa divulgazione, uno degli aspetti più complessi da affrontare forse è il tono da mantenere: un museo è visitato da specialisti, così come da appassionati, fino ad arrivare a chi è completamente inesperto in materia, e per finire ai bambini. Quali sono le basi di una comunicazione tipo, dalle quali partire e le modalità quindi per differenziarla?

La diversità di pubblici è una delle ricchezze del museo, tuttavia dal punto di vista comunicativo può creare delle complessità. Per quanto riguarda la comunicazione interna al museo è più semplice studiare supporti alla visita, analogici e digitali, che siano destinati a pubblici differenti e con diverse finalità di coinvolgimento.

Per quanto riguarda, invece, la comunicazione online bisogna fare un’analisi per comprendere quale tipologia di pubblico si vuole raggiungere. Solo dopo si può pensare a strutturare una comunicazione adeguata, con un tono di voce che rappresenti l’istituzione e che la renda riconoscibile alla propria community, una modalità espressiva per parlare con il proprio pubblico.

Mi aspetto però, come già accennato sopra, che l’istituzione culturale adotti un linguaggio accessibile ai più, un linguaggio scevro da complessità non necessarie. Se, ad esempio, non si può evitare di utilizzare un tecnicismo mi aspetto che questo venga spiegato in modo da non mettere in difficoltà i fruitori.
Dobbiamo assolutamente fare in modo che l’accesso al museo, fisico o digitale che sia, sia per tutti. Lavoriamo, tutti insieme, per accogliere e per diffondere conoscenza, questi sono due importanti obiettivi della comunicazione museale.

Musei e media digitali Nicolette Mandarano comunicazione digitale
La copertina del saggio Musei e media digitali, di Nicolette Mandarano, pubblicato da Carocci editore nella collana Bussole

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I Barbari del Nord agli occhi dei Romani

Gli antichi Greci utilizzavano il termine onomatopeico “barbaro” (in greco antico: βάρβαρος, bárbaros), letteralmente "balbuziente", per indicare lo straniero. La sfumatura dispregiativa, “quello che non sa parlare (e pensare)”, presente fin dall’origine, si accentuò ulteriormente dopo lo scontro con i Persiani. Durante l’età ellenistica, quando il mondo greco si dilatò a causa delle conquiste ad opera di Alessandro Magno, arrivando così ad inglobare vasti territori e nazioni panelleniche, i Greci si ritrovarono a dover riconsiderare il Barbaro in una visione cosmopolita e di scoprire aspetti morali e qualità non presi in considerazione fino a quel momento: i Barbari colti, fondatori della filosofia, della religione e dell’arte. Da quel momento infatti, ogni uomo che parlava, leggeva e scriveva in greco entrava legittimamente a far parte del mondo e della cultura greca

I Romani avevano, assistendo alle commedie di Plauto, riso della definizione greca che includeva anch’essi nel concetto di barbaro. Tale termine entrò a far parte del loro vocabolario, e a partire dal sacco di Roma del 387 a.C. ad opera dei Galli Senoni guidati da Brenno, iniziarono a chiamare Barbari, con ben altro significato rispetto a quello originario greco, questi nuovi nemici provenienti dal Nord, così diversi dai popoli italici e mediterranei con cui si erano scontrati fino a quel momento. Per tutto il II secolo a.C. i successori di quei Galli, i Cimbri e i Teutoni, continuarono a rappresentare una temutissima minaccia per i Romani. L’alterità provata nei loro confronti è visibile nelle rappresentazioni figurate (es. fregio di Civitalba, di Talomone) e nei testi letterari, in cui i Romani riproducono, accentuandoli, i caratteri di diversità di questi popoli: i lunghi capelli incolti, la corporatura gigantesca, le armi inusuali, l’uso di calzoni (bracae). Tale alterità insieme al terrore che ne derivava provocarono una reazione alquanto feroce da parte dei Romani. Si ricorda ad esempio il rito di seppellire all’interno del Forum Boarium una coppia di Galli e una di Greci - seppellimento documentato per gli anni 228, 216 e 114 - questi ultimi rei un tempo di essersi alleati con i primi, oppure la pratica dello sterminio, teorizzata come necessaria per la salvezza di Roma e dell’Italia. E ancora, se i Barbari avevano l’inmanis ac barbara consuetudo dei sacrifici umani e delle teste tagliate, Roma reagiva adottando il medesimo costume, come dimostrano alcune scene raffigurate sulla colonna Traiana che mostrano i soldati romani intenti a decapitazioni di massa, o a combattere con le teste mozzate del nemico tenute tra i denti per i capelli, o ad ornare le palizzate dei loro castra di teste mozzate (Figg. 1-3).

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Fig. 1 - Particolare del fregio della Colonna Traiana, con la raffigurazione di due ausiliari intenti a mostrare all’Imperatore le due teste mozzate di importanti capi dei Daci. Attribuito ad Apollodoro di Damasco. Immagine in Conrad Cichorius: "Die Reliefs der Traianssäule", Erster Tafelband: "Die Reliefs des Ersten Dakischen Krieges", Tafeln 1–57, Verlag von Georg Reimer, Berlino 1896. Pubblico dominio

Con la successiva romanizzazione della Gallia e al conseguente graduale mutamento della cultura celtica, i Romani rivalutarono i loro antichi nemici. Cesare e Cicerone arrivarono a considerare i Galli “consanguinei dei Romani”, mentre Timagene (I sec. a.C.) li ricollegò ad una mitica origine troiana, come riprese anche nel IV secolo d.C. lo storico Ammiano Marcellino nel suo Res gestae, dove riportò: “Aiunt quidam paucos post excidium Troiae fugitantes Graecos ubique dispersos loca haec occupasse tunc vacua” (Liber XIV, 1, 9, 5). Dall’altro lato anche le popolazioni di origine gallica iniziarono a fregiarsi di questa fraternitas con i Romani, come paiono testimoniare alcuni panegirici ad opera degli Edui, realizzati durante l’ultima epoca repubblicana e la prima età imperiale, in cui è attestata una tradizione verosimilmente originatasi contestualmente alle prime spedizioni di Roma nell’entroterra gallico, nel momento in cui gli Edui si erano a avvalsi dei successi romani per rovesciare i rapporti di forza con gli avversari Arverni1. Tale tradizione, orgogliosamente coltivata negli ambienti letterari, non priva di deformazioni un po’ tendenziose seppur interessati, enfatizzava più volte il legame di fraternitas con il popolo romano (IV, 21, 2; V, 4, 1; VII, 22, 4; VIII, 2, 4 e 3, 1), arrivando addirittura ad affermare che tale forte legame fosse stato, anche se poco credibilmente, sancito dallo stesso senato che diede agli Edui oltre all’appellativo di fratres, anche quello di consanguinitatis nomen (vd. VIII, 2, 4 e 3, 1), che li faceva distinguere dalle altre nationes galliche.

Fig. 2 - Particolare del fregio della Colonna Traiana, con soldato che combatte tenendo tra i denti la testa decapitata di uno dei Daci. Attribuito ad Apollodoro di Damasco. Immagine in Conrad Cichorius: "Die Reliefs der Traianssäule", Erster Tafelband: "Die Reliefs des Ersten Dakischen Krieges", Tafeln 1–57, Verlag von Georg Reimer, Berlino 1896. Pubblico dominio

Partendo dall’età augustea si assistette pertanto allo slittamento del termine “Barbaro” verso coloro che vivevano al di là del Reno e che fino a quel momento avevano avuto solo contatti sporadici con i Romani, i Germani.

Il primo romano ad attraversare il Reno fu Cesare nel 55 a.C., e a lui si devono le prime e sommarie notizie sui Germani e sulle altre tribù della medesima stirpe, dei quali descrisse i costumi rudi e feroci, tenendoli accuratamente distinti dai Galli, per i quali maturava un diverso e lungimirante progetto politico. Altre informazioni sugli antichi Germani erano raccolte nella perduta opera di Plinio il Vecchio, Bella Germaniae, di cui tuttavia si conservano memorie all’interno della Germania di Tacito2. All’interno di questa, l’autore fu tra i primi ad esaltare il coraggio in battaglia di questi popoli, la semplicità dei loro costumi, l'alto valore che davano all'ospitalità e di cui peraltro ammirava la conseguente sanità morale e austerità dei loro costumi barbari mettendoli in netto contrasto con l'immoralità dilagante e la decadenza dei costumi romani.

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Fig. 3 - Particolare del fregio della Colonna Traiana, dove si vedono delle teste di Daci impalate nei pressi dell’insediamento romano. Attribuito ad Apollodoro di Damasco. Immagine in Conrad Cichorius: "Die Reliefs der Traianssäule", Erster Tafelband: "Die Reliefs des Ersten Dakischen Krieges", Tafeln 1–57, Verlag von Georg Reimer, Berlino 1896. Pubblico dominio

Neanche la sanguinosa battaglia di Teutoburgo del 9 d.C., che vide le tre legioni comandate da Publio Quintilio Varo annientate da una coalizione di tribù germaniche guidata dal principe cherusco Arminio, servì a sminuire il valore attribuito a questi popoli, anzi le loro abilità di combattenti furono ulteriormente enfatizzate.

Il coraggio e la bellicosità, insieme alla lealtà personale, furono le qualità che resero questi “Barbari del Nord” dei mercenari ideali agli occhi dei Romani; e guardie del corpo barbare, Germani, insieme a Galli e ad Iberi furono ingaggiati da diversi “signori della guerra” di origine romana. Allo stesso modo molti di essi furono impiegati come gladiatori, un uso che li rese popolari, confermandone però la fama di barbari pericolosi. Non solo, con il tempo molti Germani entrarono a far parte delle truppe ausiliarie dell’esercito romano e in alcuni cari arrivarono a rivestire il ruolo di magister militum e di consoli.

Ma come vedevano i Romani questi Barbari? Il loro aspetto ci è noto attraverso l’arte ufficiale romana che si ricollegava ovviamente all’ambito militare e di conseguenza alla guerra.

Fig. 4 - Particolare del fregio della Colonna Traiana, raffigurante la fine della prima guerra dacica, in cui si hanno i due trofei di guerra, composti da un cumulo di armi tolte al nemico; al di sopra di queste si scorge il palo sul quale era ricostruita un'intera armatura dace. Si possono riconoscere le tipiche corazze loricate, i totem a testa di lupo e gli elmi ogivali tipici dei Daci. Attribuito ad Apollodoro di Damasco.

Conosciamo le diverse politiche di propaganda messe in atto per i trionfi militari dei generali romani sui popoli barbarci. Queste prevedevano che il vincitore si fregiasse del cognomen del popolo vinto (es. Germanico, Britannico, Dacico, Sarmatico, Gotico, etc.) e che si attuassero tutta una serie di celebrazioni e intitolazioni di monumenti figurati (archi, altari, templi, statue, monete), sui quali venivano rappresentati i barbari vinti legati sotto a un trofeo composto delle loro armi, un modo da imprimere nella mente dei sudditi dell’Impero la memoria della potenza di Roma (Fig. 4).

Fig. 5 - La Gemma Augustea di Vienna. Immagine di Gryffindor, CC BY 2.5

I modelli figurativi cui attinsero i Romani in queste loro prime rappresentazioni dei Barbari provenivano dell’arte pergamena che aveva creato, sul tema della vittoria dei Greci contro i Galati (all’epoca dell’invasione dell’Asia avvenuta nel 279 a.C.), i capolavori dei donari dedicati a Pergamo dai re vincitori, Attalo I e Eumene II. I Galli erano stati visti dagli artisti pergameni senza disprezzo, rappresentati in modo fiero e selvaggio, pervasi di nobiltà. Pur discendendo da questa tradizione, derivante dell’idea stoica del rispetto nei confronti del vinto, le rappresentazioni romane mostrano al contrario una caratterizzazione più accentuata della diversità ed una più diretta rappresentazione della superiorità dei Romani. Sono andate perdute le porte eburnee del tempio di Apollo Palatino, raffiguranti la sconfitta dei Galati a Delfi, ma una serie di altri importanti monumenti e manufatti (la lorica dell’Augusto di Prima Porta, la Gemma Augustea di Vienna, il Gran Cammeo di Francia, etc.) (Figg. 5-6) ci trasmettono una certa immagine codificata dei barbari sottomessi, rappresentati con fluenti capelli, barbe incolte, brache, a busto spesso nudo, talvolta recanti il torques al collo, spesso in presenza delle loro donne, in atteggiamento dismesso.

Fig. 6 - Il Gran Cammeo di Francia. Foto © Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons, modificata da Janmad, CC BY-SA 3.0

Un richiamo alla propaganda attuata si aveva anche nei fori di tutte le città romane, nella decorazione degli edifici pubblici, come mostrano i trofei di armi della Schola Armaturarum di Pompei, ma anche nei monumenti privati, come nel caso di un “eques pompeianus” a Porta di Nocera, in cui si ha la rappresentazione di uno scudo in stucco il cui umbone è caratterizzato dalla presenza di una testa di Barbaro (Fig. 7).

Fig. 7 - La Tomba 13 ES, monumento funerario dell'“eques pompeianus”, presso Porta di Nocera a Pompei. Foto di Alessandra Randazzo. Si può vedere un particolare dell’umbone a p. 335 del testo di M. Castiglione, Modelli urbani per forme di auto rappresentazione locale. Il monumento funerario di un eques pompeianus a Porta di Nocera, all'interno di Arte-Potere. Forme Artistiche, Istituzioni, Paradigmi Interpretativi. Atti del convegno di studio tenuto a Pisa Scuola Normale Superiore, 25-27 Novembre 2010, a cura di M. Castiglione e A. Poggio.

Da Traiano in poi, con l’intensificarsi delle operazioni militari ai confini, le rappresentazioni di barbari si fanno sempre più numerose, ne sono un esempio monumenti famosi come il Tropaecum Traiani di Damklissi (109 d.C.) (Fig. 8), la colonna Traiana o le grandi statue di Daci in porfido. In essi, e soprattutto nella colonna Traiana, il sentimento di ammirazione per la virtus romana convive con quello di rispetto per lo sfortunato eroismo dei vinti. A partire da Marco Aurelio, con la colonna Aureliana, questo sentimento si conserva, ma vira sul patetico, allontanandosi da quel residuo di compostezza ellenistica ancora percepibile nella colonna Traiana. Un’evoluzione che per altro si osserva anche in momenti privati, come su alcuni sarcofagi con scene di battaglia, come ad esempio quello Amendola, di Portonaccio o il più tardo Ludovisi (Figg. 9-10).

Fig. 8 - Il Tropaecum Traiani di Damklissi. Immagine di CristianChirita, modificata da Francesco Bini, CC BY-SA 3.0

Quest’evoluzione in senso drammatico rifletterebbe il fragile equilibrio del limes renano-danubiano.

Da Marco Aurelio, in poi, all’interno dell’Impero, la parola Barbaro acquisì un valore sempre più sinistro, legato al tema della distruzione. In questo periodo infatti diverse incursioni germaniche superarono il confine arrivando ad oltrepassare sempre più di frequente i claustra Italiae. Queste provocarono le cosiddette guerre marcomanniche, un lungo periodo di conflitti militari combattuti tra l'esercito romano e le popolazioni germano-sarmatiche dell'Europa continentale (167-189 ca.), rappresentante il preludio alle grandi invasioni barbariche di III-V secolo che portarono alla caduta dell’Impero romano d’Occidente e al formarsi dei regni romano-barbarici.

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Fig. 9 - Sarcofago Amendola; immagine da R. Banchi Bandinelli e M. Torelli, L'arte dell'antichità classica, Etruria-Roma, Utet, Torino 1976. Pubblico dominio

Le fonti tardoantiche presentano questi Barbari attraverso il nuovo filtro creatosi dalla polemica tra paganesimo e cristianesimo e successivamente tra cristianesimo e arianesimo, sicché ne risulta spesso un giudizio discorde. Prevalse, specialmente dopo il sacco di Roma del 410 ad opera dei Visigoti guidati da Alarico dei Balti e la conquista dell’Italia con la deposizione del giovane imperatore Romolo Augusto del 476 da parte del re degli Eruli, Odoacre, un certo senso di disprezzo nei confronti di questi popoli. Un disprezzo al quale i Barbari rispondevano ribaltando le ingiurie con toni non meno aspri.

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Fig. 10 - Grande Ludovisi Altemps (III secolo d. C.) Foto © Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons, pubblico dominio

Tale astio non parve chetarsi se ancora secoli dopo, l’imperatore bizantino Niceforo II Foca apostrofò con "Vos non Romani, sed Langobardi estis [Voi non siete Romani, siete Longobardi]" il vescovo di Cremona Liutprando, che era stato inviato come ambasciatore alla corte bizantina dall’imperatore del Sacro Romano Impero Germanico, Ottone I, per combinare un matrimonio e dirimere il difficile contenzioso tra i due imperi, relativamente all'Italia meridionale. Al suo ritorno, il longobardo raccontò d'avere replicato come segue allo sprezzante ospite: “Romulum fratricidam, ex quo et Romani dicti sunt, porniogenitum, hoc est ex adulterio natum, chronographia innotuit, asylumque sibi fecisse in quo alieni aeris debitores, fugitivos servos, homicidas ac pro reatibs suis morte dignos suscepit, multitudinemque quandam talium sibi ascivit, quos Romanos appellavit; ex qua nobilitate propagati sunt ipsi, quos vos kosmocratores, id est imperatores, appellatis. Quos nos, Langobardi, scilicet Saxones, Franci, Lotharingi, Bagoarii, Suevi, Burgundiones, tanto dedignamur [coloro che son detti Romani], ut inimicos nostros commoti nil aliud contumeliarum, nisi: Romane! dicamus, hoc solo, id est Romanorum nomine quicquid ignobilitatis, quicquid timiditatis, quicquid avaritiae, quicquid luxuriae, quicquid mendacii, immo quicquid vitiorum est, comprehendentes". 'Romano!', quindi, per "nos Langobardi" [la storia ci ha fatto sapere che il fratricida Romolo, dal quale i Romani traggono il nome, era un pomiogenito, cioè nato da un adulterio, sappiamo anche che creò un luogo d’asilo e vi accolse i debitori insolventi, gli schiavi fuggitivi, gli omicidi… Da questa nobile stirpe discendono coloro che voi chiamate Cosmocrati, ossia imperatori. Noi, poi, e cioè i Longobardi, Sassoni, Franchi, Lotaringi, Bavari, Svevi, Borgognoni, li abbiamo in tanto sdegno che quando siamo in collera e dobbiamo dire qualcosa di offensivo ad un nostro nemico, gli gridiamo “tu sei Romano”, intendendo con questo appellativo di Romano tutto quanto vi è nel mondo di più ignobile, di più vile, di più avido, di più corrotto, di più falso, e in una parola, tutti i vizi esistenti…]3 per cui il termine “Romano” veniva impiegato in senso dispregiativo in quanto raccoglieva in sé l’espressione di diversi vizi quali: ignobilità, pavidità, avarizia, lussuria, mendacio e così via.

Tuttavia proprio la formazione dei regni romano-barbarici dimostra come le nuove élites al potere cercarono di fondere le due culture, quella germanica e quella romana. Uno dei primi esempi di tale politica è riportato dal'apologeta cristiano Orosio nel suo Historiarum adversus paganos libri septem. Orosio riferendosi al re ariano Ataulfo dei Balti scrisse che seppur il sovrano mantenesse un rapporto conflittuale con la cultura romana: “Referre solitus esset: se inprimis ardenter inhiasse, ut oblitterato Romano nomine Romanum omne solum Gothorum imperium et faceret et vocaret essetque, ut vulgarites loquar, Gothia quod Romania fuisset, et fieret nune Athaulfus quod quondam Caesar Augustus, at ubi multa experiential probavisset naque Gothos ullo modo parere legibus posse propter effrenatam barbariem neque reipublicae interdici leges oportere, sine quibus respublica non est respublica, elegisse saltim, ut gloriam sibi de restituendo in integrum augendoque Romano nomine Gothorum viribus quaereret habereturque apud posteros Romanae restitutionis auctor, postquam esse non potuerat immutator.” [Egli era solito dire di avere sopra ogni cosa ardentemente desiderato che, cancellato e dimenticato il nome di Roma, tutto il suo impero diventasse di nome e di fatto impero dei Goti, e che fosse Gothia, per dirlo in volgare, quello che era stata la Romania, e che ora Ataulfo diventasse quel che era stato una volta Cesare Augusto. Ma poiché si era reso conto per lunga esperienza sia che i Goti in nessun modo si sarebbero piegati a obbedire alle leggi per la loro sfrenata barbarie, si era scelto almeno la gloria di riportare con le armi dei Goti il nome romano al suo antico prestigio e di accrescerlo, e di essere ricordato dai posteri come restauratore della grandezza romana, giacché non gli era riuscito di esserne il distruttore]4.

Da tali parole si evince che sebbene Ataulfo avesse voluto convertire i territori romani in gotici, si rese conto che la struttura della società gotica non avrebbe potuto garantire la stessa governabilità di uno Stato come quello romano. Per cui decise, probabilmente anche grazie all'influenza della consorte Galla Placidia, di mutare strategia: avrebbe portato avanti una politica di fusione fra Goti e Romani, affinché la forza dei primi rinforzasse la cultura e il nome dei secondi.

Fig. 11 - Il mausoleo di Teodorico a Ravenna. Foto © José Luiz Bernardes Ribeiro, CC BY-SA 4.0

Tale commistione di elementi romani e germanici è anche percepibile nella scelta di alcuni sovrani barbarici di rappresentarsi quali eredi dell’Impero romano d’Occidente, attraverso l’adozione di simboli di potere propri dell’ambito romano. È il caso ad esempio del re goto Teodorico, che cresciuto presso la corte imperiale di Bisanzio, scelse come sua ultima dimora un mausoleo che esteticamente si rifaceva alla tradizione dei mausolei imperiali tardo antichi ma che tuttavia mostrava elementi decorativi “a tenaglia” propri dell’oreficeria gota (Fig. 11). Un ulteriore emblematico esempio è rappresentato dall’anello sigillare rinvenuto a Tournai nella tomba del re dei Franchi Salii Childerico (Fig. 12). Su questo si ha il nome del sovrano e la sua raffigurazione. Il re è rappresentato con elementi tipici della tradizione romana, quali la lorica e il paludamentum, accanto a questi si hanno tuttavia particolari propri dell’ambito germanico, infatti il sovrano presenta i capelli lunghi, un privilegio proprio della dinastia reale dei Salii, e la lancia, un tipico simbolo di potere presso i popoli germanici.

Fig. 12 - Riproduzione dell’anello sigillare di Childerico I. Foto da Gallica, pubblico dominio

Da questo momento iniziò la fusione iconografica, politica e religiosa tra i Barbari del Nord e i Romani che porterà come già accennato alla formazione dei regni romano-barbarici e a un primo definirsi di quelli che in futuro diverranno gli stati europei.

 

 

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E. Sestan, Stato e nazione nell’Alto Medioevo. Ricerche sulle origini nazionali in Francia, Italia, Germania, Napoli 1952.

P. Sivonen, The Good and the Bad, the Civilised and the Barbaric: Images of the East in the Identities of Ausonius, Sidonius, and Sulpicius, in Studies in Latin Literature and Roman History, VIII, edited by C. Deroux (Collection Latomus, 239), Bruxelles 1997, pp. 417-440.

F. Stok, Fisiognomia e carattere delle popolazioni nordiche e germaniche nella cultura dell’eta romana, in Cultura classica e cultura germanica settentrionale. Atti del Convegno Internazionale di Studi. Universita di Macerata, Facolta di Lettere e Filosofia. Macerata-San Severino Marche, 2-4 maggio 1985, a cura di P. Janni, D. Poli e C. Santini, (Quaderni Linguistici e Filologici III, 1985 – Universita di Macerata), Macerata 1985, pp. 65-111.

H. Wolfram, Storia dei Goti, Roma 1985 (edizione italiana rivista e ampliata dall’autore a cura di M. Cesa sull’originale tedesco Geschichte der Goten, Munchen 1979).

H. Wolfram, The Roman Empire and its Germanic Peoples, Berkeley-Los Angeles-London 2005 (originally published as Das Reich und die Germanen, Berlin 1990, transl. by Th. Dunlap).

1 Sull’origine e gli sviluppi del tema della fraternitas fra Edui e Romani e fondamentale Luiselli 1978, pp. 89-103; vd. anche Luiselli 1992, pp. 642-646; da ultimo cfr. Hofeneder 2008, pp. 291-295. Per la ricorrenza del tema nei panegirici cfr. Lassandro 1992. Sulla conquista romana della Gallia meridionale e le sue conseguenze sugli equilibri politici nell’ambito della Comata vd. Jullian 1993, vol. 1, lib. III, pp. 431-444; Hatt 1959, pp. 35-47; Ferdiere 2005, pp. 57-59 e 61; Zecchini 2009, pp. 67-78.

2 Tacito non visitò mai direttamente le terre e i popoli di cui parlò nella sua opera e le informazioni impiegate per la sua stesura furono probabilmente molteplici: il De bello Gallico di Gaio Giulio Cesare, la Geografia di Strabone, Diodoro Siculo, Posidonio, Aufidio Basso e interviste a mercanti e soldati.

3 Liudprandi Cremonensis, Relatio de legatione Constantinopolitana, in ID., Antapodosis, Homelia Pascalis, Historia Ottonis, Relatio de legatione Constantinopolitana, cura et studio P. Chiesa, Turnholti 1998 (Corpus Christianorum, Continuatio mediaevalis, 156), pp. 192-193, n. 12.

4 Orosius, Historia contra paganos (History aga the pagans), 7.45: C. Zangemeister, ed., CSEL 5 (Vienna, 1882), p. 413.


BMTA: tra le candidate italiane al premio "Khaled al-Asaad" la Sala della sfinge della Domus Aurea

Ogni anno la Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico intende dare il giusto contributo alle scoperte archeologico che più si sono distinte per fascino e importanza nell'anno precedente.

Dal 2015 e in collaborazione con le testate archeologiche internazionali media partner dell'evento, Antike Welt (Germania), Archéologia (Francia), as. Archäologie der Schweiz (Svizzera), Current Archaeology (Regno Unito), Dossiers d’Archéologie (Francia); dal 2020 anche con British Archaeology (Regno Unito), la BMTA ha instituito un premio intitolato all'archeologo Khaled al-Asaad tragicamente scomparso e barbaramente ucciso per difendere il patrimonio culturale e archeologico di Palmira dove lo stesso era stato per molti anni Direttore.

Lo Special Award sarà assegnato dal pubblico social sulla pagina FB della BMTA alla scoperta che avrà ricevuto più like in questo contest valido dall'1 giugno al 30 settembre 2020.

Tra le candidate spicca la scoperta della cosiddetta Sala della Sfinge, una sala decorata della Domus Aurea a Roma che torna alla luce dopo secoli durante il restauro della volta della sala 72.

I tecnici, durante dei lavori sulla volta dell’ambiente 72 dell’edificio, si sono imbattuti in una grande apertura all’altezza della copertura e qui, rischiarando la volta con luci artificiali, sono apparse decorazioni inedite. Al di sotto, per tutta l’altezza, la sala risulta interrata già in epoca romana.

Vista d'insieme della Sala. Crediti: Parco archeologico del Colosseo

Le pitture  ricoprono l’intera volta a botte e risultano in buono stato di conservazione. Sul fondo bianco si vedono riquadri tracciati di rosso, contornati da linee color ocra con fasce dorate punteggiate da elementi vegetali e altre fasce curvilinee anch’esse dorate e rabescate. Le figure che si stagliano sulla volta sono state dipinte in un’atmosfera rarefatta all’interno di eleganti riquadri: una nasce da un cespo vegetale armata di spada, faretra e scudo che combatte contro una pantera feroce; Centauri rampanti e figure di Pan, uno con lituo (bastone ricurvo), un altro con oggetti, forse strumenti musicali, fra le mani.

Figurina armata con pantera. Crediti: Parco archeologico del Colosseo

All’esterno del perimetro, creature acquatiche stilizzate, reali o fantastiche, sembrano rincorrersi. Il tutto è attraversato da motivi vegetali: esili ghirlande e cespi che terminano in foglioline e steli di colore verde, giallo e rosso, festoni e forse frutti, compongono un paesaggio surreale popolato da uccellini ritratti in differenti pose. Sulla lunetta di fondo della volta a botte, si staglia una tipica architettura immaginaria con le sue esili colonne su uno sfondo inesistente, sormontata da una patera d’oro da cui pende una mezza ghirlanda.

Centauro. Crediti: Parco archeologico del Colosseo

Accanto, una muta e solitaria sfinge svetta sopra un elemento che fa pensare ad un bètilo (oggetto sacro di forma conica). Le figure di carattere riempitivo, appaiono anche in altre sale e ambienti, come ad esempio nel Criptoportico 92. La Sala della Sfinge, non è rimasta tuttavia del tutto inedita a qualche curioso visitatore.

All’interno dell’ambiente sono stati ritrovati dei frammenti ceramici volutamente posizionati e ritrovati in quella determinata stratigrafia. La grandiosa scoperta, oltre all’immenso valore artistico e archeologico, permette di aggiungere ulteriori dettagli alla conoscenza delle atmosfere degli anni ’60 del I secolo d.C. a Roma.

La scoperta della Sala della Sfinge si inserisce nella strategia di ricerca scientifica che il Parco porta avanti ogni giorno contestualmente agli interventi di messa in sicurezza e restauro– ha spiegato Alfonsina Russo, direttore del Parco archeologico del Colosseo e ha concluso – rimasta nell’oscurità per quasi venti secoli, la Sala della Sfinge – così come l’abbiamo denominata – ci racconta le atmosfere degli anni del principato di Nerone”.


Alberto Sordi storia

Alberto Sordi, storia di un italiano e dell'Italia

"Mi dispiace, ma io so' io, e voi non siete un cazzo!" La battuta del celebre film Il marchese del Grillo identifica un tipo di personaggio interpretato dall'attore Alberto Sordi, ma non potrebbe essere più distante dall'uomo Alberto Sordi.

Il libro di Giancarlo Governi non è semplicemente la biografia di uno dei maggiori attori del cinema italiano, l'opera edita da Fandango Editore narra di un uomo vissuto tra le pagine della storia del secolo breve. Troppe volte quando leggiamo biografie di attori, celebrità o persone comuni vediamo venir meno l'elemento storico. Tuttavia, l'uomo senza la storia non esisterebbe e l'Alberto Sordi descritto da Governi è proprio questo: un uomo nato dal periodo storico che lo ha visto protagonista.

Alberto Sordi storia
La copertina della biografia Alberto Sordi - Storia di un italiano, scritta da Giancarlo Governi e pubblicata da Fandango Libri

Non è la prima volta che Giancarlo Governi ricostruisce le vicende di grandi personaggi del cinema nostrano, basta leggere Nannarella, Vittorio De Sica per capire che tipo di impronta l'autore dia ai suoi protagonisti.

Giancarlo Governi non è solo uno scrittore, ma anche giornalista, sceneggiatore e autore televisivo e sono proprio queste svariate abilità a dare un tocco unico a questo libro. La narrazione varia spesso, assumendo le forme di un saggio storico, di un articolo di giornale e di uno o più soggetti cinematografici.
La vicenda inizia con il primo incontro tra Governi e Sordi alla Safa Palatino dove si terrà una riunione per discutere di un documentario a puntate sulla carriera del comico dal titolo Storia di un italiano. Sfortunatamente il documentario oggi non è più reperibile, di fatti non è presente nemmeno sul sito Internet di RaiPlay. Il libro, quindi,  riesce a riempire questo vuoto lasciato da Mamma RAI.

La narrazione delle vicende ha inizio proprio con le riflessioni sulla Prima Guerra Mondiale: il protagonista, però, non è Albero, bensì Pietro Sordi, il papà dell'attore. Immediatamente il lettore comprende quale sarà il fattore che renderà Alberto un grande personaggio. Sin da bambino, Alberto osserva l'Italia e gli italiani, partendo dai racconti di guerra del padre sino alla ricostruzione del boom economico. Dall'osservazione, ovviamente, nascono grandi personaggi. Queste piccole creature sono figlie di varie piattaforme: il teatro, la radio e il cinema; sono figlie del tempo.

Spulciando tra le pagine della storia del cinema italiano, notiamo immediatamente che sul nostro stivale sono sbocciate correnti cinematografiche sempre diverse, partendo dal cinema dei telefoni bianchi sino alla nota commedia all'italiana. Tra un genere e l'altro si inserisce la figura, prima esordiente e poi protagonista, di Alberto Sordi. L'attore non si limita ad interpretare un personaggio, ma lo crea dalle sue fondamenta, ispirandosi alla figura dell'italiano medio. Forse proprio per questo le sue interpretazioni non furono immediatamente apprezzate, perché a nessuno piace guardarsi allo specchio.

La polemica intorno ai personaggi di Sordi è simile a quella nata con il successo della corrente del Neorealismo, per molti italiani i panni sporchi si devono lavare in casa e non su un grande schermo. "I miei film sono sempre stati apprezzati a distanza di un anno" dice Sordi nel libro, comprendendo che quel tempo in più serviva al pubblico per digerire quanto appena visto e poterci, poi, riflettere su.
I lettori, invece, si troveranno davanti ad un libro squisito che scorre davanti agli occhi come una grande pellicola all'interno di un proiettore, e potranno ammirarne ogni singolo fotogramma.

In conclusione, Alberto Sordi - Storia di un italiano è uno di quei rari libri capaci di arrivare ad un pubblico anche non esperto di cinema. I curiosi, i cinefili e i neofiti posseggono tutte le chiavi di lettura per poter comprendere e scoprire la vita e "filosofia di vita" di Alberto Sordi e, tramite lui, potranno anche avventurarsi tra i meandri della storia italiana.


attaccaglie

Lavoro, trasporto e commercio nel Medioevo a Roma: le attaccaglie, parcheggi ante litteram

Nell’Alto Medioevo, precisamente durante il secondo quarto dell’VIII secolo, la grande crisi politica che portò al distacco di Roma dall’Impero Bizantino causò una grande trasformazione della struttura economica della città. La disputa iconoclasta si concluse con la confisca delle proprietà della Chiesa di Roma in Italia Meridionale e in Sicilia, bloccando l’afflusso delle rendite in oro e natura, utili per il sostentamento dell’ecclesia. Il ripiegamento su scala regionale delle attività economiche della Chiesa non permise la sopravvivenza dei circuiti commerciali mediterranei e dei mercati cittadini.

attaccaglie
Veduta del Foro di Augusto. Foto L. Andreola

Questa grande trasformazione della struttura economica e sociale della città di Roma, portò ad un cambiamento dell’assetto topografico e del paesaggio cittadino anche attraverso una capillare ruralizzazione dello spazio urbano, sintomo delle nuove forme di autarchia e auto sostentamento. Così molti cittadini romani poterono coltivare e vendere i prodotti delle loro fatiche nei mercati, come quelli presenti nell’antico centro della città, in corrispondenza del Foro Romano; per il lavoro dei campi, anche per quello domestico e per il trasporto delle derrate agricole, probabilmente utilizzarono vari tipi di animali da tiro e da soma (spesso equidi), che, a bisogno, legarono per soste di breve o lunga durata. Traccia materiale di queste probabili attività di lavoro, trasporto e commercio sono le attaccaglie: fori per lo stazionamento di animali da tiro, da soma ed eterogenei di piccola taglia rintracciabili su edifici per lo più limitrofi alla viabilità antica.

Foro di Nerva, settore occidentale. Attaccaglia XIV, cm +95 sull’angolo sud-occidentale di un blocco dell’alzato in peperino della facciata ovest della domus solarata altomedievale con portico. Foto L. Andreola

Come per tutte le epoche, anche per il Medioevo la viabilità costituisce il naturale tessuto connettivo della storia:  lo studio del documento dell’epoca di Paolo I (757- 767), noto come «Itinerario di Einsielden», una raccolta di dieci percorsi attraverso la città di Roma, descritti facendo riferimento alle chiese e ai monumenti accanto ai quali passavano, ha permesso di identificare gli edifici di interesse archeologico nel centro storico dell’Urbe da censire e sottoporre ad un’indagine analitica ed interpretativa.  Nel  Portico in peperino del Foro Olitorio sono state rilevati 9 fori di stazionamento, 6 nei Mercati Traianei, 1 nel  Foro di Cesare, 3 nel Foro di Augusto, 17 nel Foro di Nerva, 1 nel Foro di Traiano, 24 nel Teatro Marcello; nelle aree del Foro della Pace, in quella Sacra di Sant’Omobono e dell’insula Volusiana e nel Ludus Magnus  non si sono registrate evidenze  di interesse, mentre  nel Foro Romano il censimento parziale, relativo alla sola indagine autoptica non analitica, non ha permesso un adeguato studio del monumento.

Foro di Augusto, esedra meridionale. Attaccaglia I, cm +337 su blocco angolare in peperino della superficie S/O del muro perimetrale dell’emiciclo. Foto L. Andreola

Nel saggio Lo stazionamento degli animali: “le attaccaglie”, in Rea R. (a cura di), Rota Colisei. La valle del Colosseo attraverso i secoli, Roma 2002 (pp. 186 – 217), lo studioso Stefano Antonetti individua nel Colosseo ben 296 fori, collocati soprattutto nel settore settentrionale lungo gli ambulacri I – II, con altezze varianti, eseguiti nella quasi totalità dei casi in prossimità degli spigoli dei pilastri.

Questi parcheggi ante litteram spesso sono riconosciuti su blocchi di pilastri o di altre strutture, limitrofe o inserite in zone di passaggio: botteghe, fornici, ruderi su strade, archi, stipiti, soglie dove, qualora la presenza di fonti documentarie e archeologiche attendibili ne permetta il riconoscimento, sarebbe ipotizzabile lo stazionamento di animali da soma o eterogenei di piccola taglia piuttosto che da tiro.

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Foro di Nerva, settore occidentale. Particolare sul condotto a clessidra dal foro A dell’attaccaglia XV, cm +134 sulla superficie occidentale di un blocco dell’alzato in peperino a sud nella facciata ovest della domus solarata altomedievale con portico

La realizzazione di una attaccaglia potrebbe risultare estremamente semplice: determinata l’altezza dal suolo del punto prescelto, si pratica con subbia o scalpello (strumenti maggiormente attestati) una doppia perforazione nella superficie del supporto, creando due conoidi che, incontrandosi, formano una sorta di condotto arcuato a clessidra che rende facile l’inserimento di una fune. La maggior parte delle evidenze censite sono realizzate in blocchi tufacei di riuso, materiale considerato inaffidabile ma di facile lavorabilità; il 20% nel travertino, di cui si evitano faglie, porosità e giunture. La realizzazione di un foro di stazionamento ex novo, ossia perforando un piano che non sia contiguo a quello di giacitura di un foro già eseguito per altri fini, si differenzia da quelli di riuso, dove si  risparmia  la doppia perforazione  iniziale  del  blocco,  poiché  vengono  utilizzati sia fori per l’incastro di strutture lignee poi dismesse, sia i cavi eseguiti per l’asportazione di perni di ferro piombati.

Foro di Augusto, esedra meridionale. Particolare sui fori A e B dell’attaccaglia I, cm +337 su blocco angolare in peperino. Foto L. Andreola

Esiste uno stretto legame tra la funzione dell’attaccaglia e la distanza dal suolo della stessa: questa misura certamente non varia in maniera casuale e deve seguire una logica ben precisa. L’osservazione è emersa da una serie di confronti tra i valori censiti dall’ Antonetti nel Colosseo e analoghe situazioni documentate in edifici storici urbani e a carattere rurale, dove si è accertato il legame tra i fori di stazionamento e la presenza di animali a essi relativi. Lo studioso si riferisce all’abbondante materiale tuttora reperibile in quelle strutture rurali in cui, dato il persistere fino a tempi recenti di un tipo di vita legato a economie tradizionali, è ben documentato l’uso di tali elementi di ancoraggio per alcune tipologie di animali domestici, caratterizzati non solo dai fori conoidi ma anche dalla presenza di un anello metallico a cui assicurare la legatura.

Dalla sua ricerca è emerso che il criterio di scelta dell’altezza del punto in cui assicurare l’animale rispetto al suolo, è strettamente legato alle caratteristiche di durata ed impiego di un eventuale stazionamento forzoso. Tutto questo richiede anche una conoscenza etologica degli animali, al fine di preservare la loro integrità fisica ed ottenere una conseguente resa massimale. Antonetti riscontra come, sia nelle attaccaglie in pietra che in quelle con anello metallico, la scelta dell’altezza dal suolo registri valori pressappoco comuni e come questi, individuati in situazioni ancora esistenti, siano confrontabili con la presenza di una o più specie animali custodite in un determinato spazio. Egli, analizzando i valori numerici raccolti nel Colosseo, delinea alcune fasce d’uso, riferite ovviamente al piano di calpestio antico, al fine di capire se esistesse all’epoca un criterio standard di valutazione nello scegliere l’altezza dal suolo. Le tre fasce altimetriche individuate sono le seguenti:

  1. una compresa tra cm 80÷180 di altezza dal suolo, relativa ad animali di grande taglia (cavalli: cm +160÷178; muli: cm +140÷160; asini: cm +80÷140);
  2. una fascia intermedia variante tra cm +65÷78, pertinente probabilmente ad ovini e caprini;
  3. una serie di valori minimi non costituenti una vera e propria classe, pertinenti ad animali eterogenei di piccola taglia, ruotante mediamente intorno ai cm +60.

Nel caso di pastura alla mangiatoia gli animali si tengono generalmente più bassi e ‘corti’, impedendo a due soggetti contigui di venire a contatto, legandoli ad una altezza di cm +90÷110, in locali individuabili come stalle e ricoveri. I muli - largamente usati nei trasporti su lunghe e medie distanze, rispetto agli asini, più utilizzati in ambito familiare per i piccoli trasporti e come cavalcatura – per la loro forza e docilità sono spesso, per quanto concerne l’epoca tardo antica e medievale, attestati tra gli animali da carico. Antonetti conclude affermando che per gli altri animali domestici documentati in ambito antico (ovini, caprini, suini), generalmente si ricorreva all’allevamento libero extra-muraneo, tranne nei casi in cui il limitatissimo numero di capi permetteva una coesistenza con animali di grande taglia (stabulaggio misto). I parametri altimetrici elaborati dallo studioso attraverso l’equivalenza dei materiali di indagine, anche se riferiti a situazioni recenti, potranno essere in futuro integrati con ulteriori fattori di correzione provenienti dagli studi zoometrici ed osteologici.

Foro di Nerva, settore occidentale. Attaccaglia XVII, cm +145 nell’angolo nord-orientale di un blocco in peperino del pilastro di un arco nella facciata est della domus solarata altomedievale con portico Foto L. Andreola

La storia stratigrafica della quasi totalità dei monumenti indagati finora, rimane sconosciuta a causa degli sterri risalenti al XX secolo: così le quote rilevate non possono essere rapportate ad un livello di calpestio antico, riferito al periodo medievale. Unica eccezione è la domus  solarata a portico del IX secolo, per cui è stata registrata una crescita del livello del piano di calpestio di circa +40 cm. In questo edificio è probabile la presenza di due equidi (asini) e di due animali eterogenei di piccola taglia, di cui uno potrebbe essere un cane poiché sono stati attestati dei resti di probabili ciotole.

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Foro di Nerva, settore occidentale. Particolare sui fori A e B dell’attaccaglia XVII, cm +145 nell’angolo nord-orientale di un blocco in peperino del pilastro di un arco nella facciata est della domus solarata altomedievale con portico. Foto di L. Andreola
Foro di Nerva, settore occidentale. Particolare sui fori A e B dell’attaccaglia XIV, cm +95 sull’angolo sud-occidentale di un blocco dell’alzato in peperino della facciata ovest della domus solarata altomedievale con portico. Foto L. Andreola

Bibliografia sulle attaccaglie

Antonetti S. 2002, Lo stazionamento degli animali: “le attaccaglie”, in Rea S. (a cura di), Rota Colisei. La valle del Colosseo attraverso i secoli, Roma, pp. 186 – 217.

Coarelli F. 2003, Roma, Roma.

Giusberti P. - Meneghini R. - Rizzo S. - Santangeli Valenzani R. 1999, Fori Imperiali, in Archèo 15, 12 dicembre 1999, Roma pp. 28-53.

Meneghini R. - Santangeli Valenzani R. 2004, Roma nell’altomedievo: topografia e urbanistica della città dal V al X secolo, Roma.

Montanari M. 2006, Storia Mediaevale, Bari - Roma 2006.

Nocera D. 2016, La Porticus Absidata e Rabirio: una nuova ricostruzione e una iotesi di Rabirio, , in La Rocca E. - Meneghini R. - Parisi Presicce C. (a cura di), Il foro di Nerva. Nuovi dati dagli scavi recenti. Scienze dell’antichità 21.3 – 2015, Roma pp. 139-170.

Rockwell P. 1989, Lavorare la pietra. Manuale per l’archeologo, lo storico dell’arte e il restauratore, Roma

Santangeli Valenzani R. 2014, <Itinerarium Einsidlense>. Probleme und neue Ansätze der Forchung, in Erhart P. – Kuratli Hüeblin J. (a cura di), Vedi Napoli e poi muori – Grand Tour der Mönche, St. Gallen pp. 33-37.


tirannide

La nascita della tirannide: da capi del popolo a lupi famelici

LA NASCITA DELLA TIRANNIDE

da capi del popolo a lupi famelici

Nella Grecia antica, il tiranno era colui che si proclamava signore di una città, assumendone qualsiasi tipo di potere, sia civile che militare. Il termine è probabilmente di origine anatolica e significa appunto signore. La parola, che non è presente nei poemi omerici, ricorre, ad esempio, in Archiloco, Semonide, Solone, Alceo e Teognide. Nelle Storie di Erodoto, il lemma τύραννος non ha ancora l’accezione negativa che acquisirà in seguito.

A partire dalla seconda metà del V secolo a.C., il termine allude ad un dominio esercitato senza il consenso dei cittadini. Si inizia ad identificare con τυραννίς ogni forma di regime non fondata su un libero patto costituzionale e sorta in modo rivoluzionario.

La tirannide era percepita ad Atene come un disvalore assoluto e la paura del tiranno era un sentimento diffuso, che contribuiva al rafforzamento dell'identità collettiva della πόλις.

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I tirannicidi Armodio e Aristogitone uccidono Ipparco. I liberatori, col loro martirio divennero simboli della riacquistata democrazia in contrasto col precedente stato di tirannide. Da uno stamnos attico (470-450 a. C.) del pittore di Siriskos, immagine dalla tav. 12 del vol. XLI (1883) di Archäologische Zeitung, Deutsches Archäologisches Institut, a cura di Eduard Gerhard, Ernst Curtius, Max Fränkel; Berlino, 1884.

Le tirannidi nacquero e si svilupparono principalmente nel corso del VII secolo a.C., un periodo di forti trasformazioni sociali, in cui vari fattori contribuirono al diffondersi di idee nuove, significative per la crescita dello spazio pubblico nella gestione cittadina.

I tiranni si inserirono entro il contesto delle lotte per il potere delle varie aristocrazie, di cui facevano parte, ma dalle quali erano generalmente emarginati. Trovarono spesso appoggio nel ceto degli opliti e grazie a questi riuscirono ad instaurare un potere fortemente personale. La tirannide ebbe successo perché i suoi rappresentanti seppero sfruttare il desiderio di riscossa sociale del popolo e delle classi meno abbienti, che, ad esempio, non venivano incluse nella ridistribuzione delle terre.

Anche se non furono né dei legislatori né dei veri e propri riformatori, i tiranni favorirono l'isonomia ed accelerarono la crisi dei regimi aristocratici ed oligarchici. Ciò non toglie, comunque, che alcuni tiranni diedero un taglio dispotico al loro regno.

Platone tratta a fondo il tema della tirannide nella Repubblica. In maniera particolare, nell’VIII libro, alcune sezioni sono dedicate interamente alla nascita di questa forma di governo (562a-566d). In questo libro, Glaucone chiede a Socrate di riprendere il discorso interrotto all’inizio del V libro. Socrate, infatti, stava per illustrare i differenti tipi di costituzione in relazione ai diversi tipi di personalità umana, sulla base del principio che la giustizia per il singolo ha il medesimo significato della giustizia per la πόλις. Ci sono tante specie di uomini quante costituzioni, perché le πολιτειαι nascono dai costumi dei cittadini (Resp., VIII, 544d). All’aristocrazia, la πολιτεία migliore, si aggiungono quattro forme costituzionali degeneri: la timocrazia, l’oligarchia, la democrazia e la tirannide. Quest’ultima, secondo Socrate, nascerebbe proprio dalla democrazia (Resp., VIII, 562a).

Incalzato dal suo interlocutore, Socrate spiega che la trasformazione della democrazia in tirannide sia dovuta, come nel caso dell’oligarchia, al bene fondamentale che i cittadini si propongono di tutelare. L’oligarchia viene instaurata per privilegiare la ricchezza, ma sono proprio l’insaziabilità di ricchezza e la negligenza di ogni altra cosa per la dedizione agli affari a causarne la rovina. Allo stesso modo, la democrazia, nata per tutelare la libertà, muore per l’eccesso di questo bene, aprendo la strada alla tirannide (Resp., VIII, 562b-c).

Socrate rimpingua il discorso di immagini straordinarie, descrivendo una città democratica assetata di libertà, ma guidata da governanti simili a cattivi coppieri, incapaci di mescere il vino, metafora della stessa libertà, e, di conseguenza, responsabili dell’ubriacatezza della comunità, non più in grado di farsi guidare dalla ragione e volta ad accusare i capi di essere abominevoli oligarchi. Se la libertà non viene mescolata con l’autorità, inoltre, i cittadini coprono di insulti coloro che obbediscono ai governanti, definendoli schiavi e nullità. Vorranno, al contrario, governanti simili a sudditi e sudditi simili a governanti (Resp., VIII, 562d).

Aristofane
Aristofane, busto dalle Gallerie degli Uffizi, Firenze. Foto in pubblico Dominio

Se il principio di libertà efferata viene esteso a tutto, viene generata l’anarchia, destinata a radicarsi nelle case e a diffondersi persino tra gli animali (Resp., VIII, 562e). Glaucone appare scettico e chiede a Socrate di esemplificare quanto enunciato. Socrate, di conseguenza, si sofferma su una situazione ben presente soprattutto ai commediografi attici del V secolo e, in particolare, ad Aristofane nelle Nuvole. Espone, infatti, l’annullamento di una presunta gerarchia sociale, tanto da parlare di padri che diventano simili ai ragazzi e che temono i figli, che, a loro volta, non temono e non rispettano i loro genitori. In questa situazione, anche i meteci, stranieri di condizione libera che risiedevano nella πόλις, ma senza godere di importanti diritti riservati ai cittadini, si eguagliano ai cittadini con pieni diritti e viceversa, come accadrà per gli stranieri (Resp., VIII, 563a).

Appare certamente evidente, soprattutto in merito al rovesciamento dei ruoli in ambito familiare, il parallelo con i personaggi aristofanei di Strepsiade e Fidippide. Il ragazzo perdigiorno e amante delle corse di cavalli arriverà a picchiare Strepsiade, il padre, e a dimostrare che ciò sia giusto, in virtù di nuovi valori introiettati per mezzo della lezione dei Sofisti, rappresentati, paradossalmente, da Socrate e dalla sua scuola, che, alla fine della commedia, tra le grida del coro, Strepsiade incendierà.

Socrate, in questo passo platonico, descrive e condanna una situazione degenere, che, però, come si è visto, sarà accusato di aver favorito dal punto di vista aristofaneo.

Continua a presentare gli esiti negativi di un governo democratico e, nel farlo, parla di maestri che temono gli alunni e li adulano e, in questo modo, di allievi che non tengono in nessun conto i maestri e i pedagoghi. I giovani, poi, competono con gli anziani e i vecchi imitano i ragazzi per compiacerli (Resp., VIII, 563a-b).

L’estremo limite della libertà di massa, per Socrate, viene raggiunto quando gli schiavi non sono poi meno liberi di chi li ha acquistati e quando le donne, a livello legale, eguagliano gli uomini (Resp., VIII, 563b). Da queste parole sulla condizione servile, emerge la chiara critica conservatrice che aleggia sull’Atene democratica e che è ben riportata in Pseudo-Senofonte Costituzione di Atene I 10-11. Anche Strepsiade, nel prologo delle Nuvole, lamenta l’eccessiva sfrontatezza degli schiavi, determinata da una libertà ormai invalsa nell’Atene democratica e sostenuta dalle vicende della guerra del Peloponneso. Il discorso viene spostato sugli animali domestici, esasperando, con immagini bizzarre, un eccesso di libertà che pervade tutti gli ambiti e caratterizza negativamente la città. Il riferimento al capoluogo attico è confermato dai lapidari interventi di Glaucone (Resp., VIII, 563d).

Questa insaziabilità di libertà porta al fatto che i cittadini non rispettino più le leggi, esecrando qualsiasi grado di asservimento e ritenendolo intollerabile (Resp., VIII, 563d). E’ proprio da qui che nasce la tirannide. Ecco che la democrazia, per via di un eccesso di licenza, viene trasformata in schiavitù. L’eccesso di libertà viene paragonato, con un’immagine molto suggestiva, ad una malattia, che uccide le costituzioni (Resp., VIII, 563e-564a). Socrate, dunque, si sofferma sul concetto, basilare per comprendere questa parte di dialogo, che da una estrema libertà non possa che emergere una estrema schiavitù. La tirannide, dunque, è annidata nei regimi democratici (Resp., VIII, 564a).

A questo punto, Socrate, ritornando su un quesito formulato da Glaucone in 563e5, entra nel vivo della questione, soffermandosi sull’esatta natura della malattia che riduce la democrazia in schiavitù.

Socrate, nella fattispecie, individua due gruppi letali. Tra uomini oziosi, si riconosce una categoria più coraggiosa, composta da fuchi1, e una categoria meno virile, priva, cioè, di pungiglione. Una volta nati, in qualsiasi forma costituzionale, questi gruppi arrecano non pochi disturbi al corpo dello stato (Resp., VIII, 564b-c). Nel riferimento al flegma e alla bile che ammorbano una città paragonata ad un corpo, si riconosce la celebre metafora fisiologica che tanta fortuna avrà nel mondo greco e nel mondo latino. Si ricordi, a tal proposito, il celebre apologo di Menenio Agrippa in Livio II, 32 o l’immagine adoperata da Marco Terenzio Varrone per descrivere l’ultimo secolo della Res publica romana, infettata da una ferita sanguinolenta causata dalla frattura della civitas, martoriata dai conflitti fra le varie factiones e stremata dalle guerre civili. Socrate vede la πόλις bisognosa di cure da parte del buon medico e del legislatore, paragonando il loro operato a quello del saggio apicoltore, che deve eliminare sul nascere ogni pericolo per il suo alveare (Resp., VIII, 564c).

A questo punto, ricorrendo ad una tripartizione tracciata in Euripide Supplici 238-45, Socrate divide la città democratica in tre gruppi (Resp., VIII, 564d-565a). Identifica i parassiti che cercano di arricchirsi con la vita politica, i ricchi e il δῆμος, la massa del popolo composta da persone che lavorano, non si occupano di politica e non hanno grandi proprietà, ma che, quando si radunano, rappresentano il gruppo più numeroso e potente.

Nel primo gruppo, Socrate riconosce, con qualche eccezione, il motore principale della democrazia. Tra questi personaggi, viene individuata un’ala più dedita all’azione e un’ala composta dalla claque demagogica, che non ammette posizioni diverse dalla propria (Resp., VIII, 564d).

Il primo gruppo ottiene l’appoggio del δῆμος contro i ricchi, per impossessarsi delle loro sostanze (Resp., VIII, 565a). I ricchi, a loro volta, cercando di difenderle, diventano oligarchici, se già non lo erano prima. A quel punto, sorgono denunce, processi e controversie in gran numero e il popolo concede poteri straordinari ad un solo capo (Resp., VIII, 565b-c). Il προστάτης riesce ad imporsi all’attenzione collettiva ed è da questo personaggio che sorgerà il tiranno. In 565d, Socrate afferma esplicitamente di individuare l’origine del tiranno nella radice del capo del popolo. Per spiegare la trasformazione da capo a tiranno, Socrate ricorre, allusivamente, al mito raccontato a proposito del santuario di Zeus in Arcadia (Resp., VIII, 565d). Si fa riferimento al mito di Licaone, riportato anche da Publio Ovidio Nasone nelle Metamorfosi, che narra la triste vicenda del re Licaone, punito da Zeus con la trasformazione in lupo per aver sacrificato un bambino. Questo mito, tra l’altro, è stato messo in rapporto con i sacrifici umani che si svolgevano in Arcadia in onore di Zeus Liceo.

Si mette dunque in relazione la trasformazione di Licaone in lupo alla trasformazione di un capo del popolo in tiranno. Il capo del popolo, infatti, avendo ottenuto il controllo di una folla docile, manda a morte uomini, esilia e compie ogni tipo di nefandezza, adombrando una condotta scellerata e tenendo aggiogato il popolo con promesse di remissioni di debiti e spartizioni di terre. Dopo aver commesso questi crimini, la trasformazione in tiranno/lupo è assolutamente inevitabile (Resp., VIII, 565e-566a). La potenza dirompente di queste parole e l'incisività atemporale delle immagini ricreate si insinuano nelle crepe del nostro presente, rintracciando meccanismi disgraziatamente familiari e troppe volte trascurati. Costantemente nutriamo i lupi di cui ci parla Platone con la nostra stessa carne. Alimentiamo la nostra rovina e, illusoriamente, crediamo di allontanare retaggi totalitari, senza considerare le nubi nere che sovrastano i nostri tempi. Acclamiamo chi ci spinge, giorno dopo giorno, verso il baratro, implorando libertà da spietati carcerieri. Platone ci riguarda. L'antichità ci riguarda. Non possiamo dirci contemporanei del nostro presente senza lasciarci guidare dalle voci distinte di mondi passati, che rivivono nei passi della Storia.

Raffaello Sanzio, La Scuola di Atene, particolare con Platone e Aristotele. Affresco (1509-1511 circa), Musei Vaticani (fonte: Web Gallery of Art), Pubblico dominio

Nel dialogo platonico, la descrizione di una massa del tutto inerme e influenzabile, sobillata dalle angherie di capi dall’agire ferino, richiama alla memoria immagini esopiche, associabili al contesto e alla sfera semantica ricreata da Socrate. Il προστάτης, evidentemente, cercherà di approfittare della sua posizione per arricchirsi a scapito degli altri e per schiacciare i propri avversari. Si farà dei nemici che cercheranno di ucciderlo e questo sarà il pretesto col quale chiederà al popolo una guardia personale (Resp., VIII, 566b). Non si può omettere, a questo punto, l’esplicito riferimento alla celebre richiesta da parte di Pisistrato, rintracciabile in Erodoto I 59.4-5 e in Aristotele Costituzione di Atene 14.2. Il popolo, concedendo una guardia armata al tiranno, non fa altro che innescare un clima golpista, segnato da violenza e sangue, mirato ad eliminare cittadini per espropriarli delle proprie ricchezze. Nell’argomentazione socratica, viene ripreso l’oracolo della Pizia citato in Erodoto I 55.2 (Resp., VIII, 566c).

Anfora attica a figure nere (530-525 a. C.), con la guardia di Pisistrato. Museo Archeologico Nazionale di Atene, inv. no. 15111. Foto di Zde, CC BY-SA 4.0

Il προστάτης non è più un cittadino come gli altri, perché dispone di una forza armata personale. Egli, di conseguenza, non giace al suolo come Patroclo, colpito letalmente da Ettore in Iliade XVI 776, ma, trionfante, si erge sul carro, avendo sbaragliato le ultime resistenze e portato a compimento la trasformazione da capo a tiranno (Resp., VIII, 566d).

tirannide
Pisistrato torna ad Atene, al suo fianco una donna travestita da Atena (come narrato da Erodoto). Illustrazione di M. A. Barth, da Vorzeit und Gegenwart, Augsbourg, 1832, in pubblico dominio

L’esito della democrazia è dunque, per Platone, la violenza della tirannide. Sta a noi impedire che questa degenerazione avvenga, accogliendo moniti pericolosamente ignorati e mai come adesso imploranti ascolto.

James Barry (1741-1806), Crowning the Victors at Olympia, terzo della serie 'The Progress of Human Culture and Knowledge', dettaglio del carro, con Gerone I di Siracusa, c.1777-84 (olio su tela). Immagine © R.S.A, London, UK; The Bridgeman Art Library

1 564d2, trad. Di M. Vegetti, in M. Vegetti (a cura di), Platone. La Repubblica, Rizzoli, Milano, 2006.


trionfo del cristianesimo Ehrman

Il trionfo del cristianesimo spiegato da Bart D. Ehrman

Il contributo offerto da Bart D. Ehrman nell’ambito degli studi sul cristianesimo primitivo e sulla storicità della figura di Gesù giunge al grande pubblico per la prima volta con la pubblicazione, nel maggio 2001, del suo primo best seller Jesus, Apocalyptic Prophet of the New Millennium: da allora,  il suo approccio è diventato ormai inconfondibile nella sua semplicità, rendendo la fruizione sempre accessibile, anche a chi non possiede quell’infarinatura storica, letteraria e filologica per poter affrontare in piena consapevolezza un’indagine sul cosiddetto “Gesù storico”. Uno dei suoi saggi più recenti, Il trionfo del cristianesimo. Come una religione proibita ha conquistato il mondo, pubblicato nel 2019 da Carocci Editore, conserva questa caratteristica fondamentale.

Punto di partenza di questa disamina sono le figure emblematiche di Costantino e di Paolo di Tarso: queste due biografie ci offrono un affresco di quali dinamiche storiche e politiche hanno permesso alla religione cristiana, che fino ad allora aveva vissuto nascosta e oppressa, di passare in primo piano, prendendo il posto di un paganesimo che aveva già da tempo perso consistenza. Ed è da qui, dal concetto di “paganesimo”, che Ehrman vuole iniziare.

Il termine “pagano” infatti è stato coniato proprio dalla comunità cristiana delle origini. Siamo abituati a pensare che gli uomini e le donne dell’epoca si definissero tali, che si identificassero come “appartenenti alla religione pagana”: nulla di più fuorviante. Basti pensare che bisognerà addirittura aspettare il secolo XIII per avere la prima attestazione del termine “religione”! Diversamente da quanto accade al giorno d’oggi infatti, la religione affondava le sue radici in ogni sfera della quotidianità – l’autore la definisce "onnipresente” – e il numero delle divinità che il paganesimo romano accoglieva era indefinito: non dobbiamo dimenticare che l’integrazione dei popoli vinti passava anche attraverso l’assimilazione, l’inclusione delle divinità locali nel pantheon imperiale.

Ai culti diffusi in tutte le città (come il culto della triade capitolina, composta da Giove, Giunone e Minerva), ogni individuo era libero di accostarne di nuovi a seconda delle necessità, e adorare divinità legate ai luoghi di provenienza oppure al ruolo ricoperto nella società; divinità in grado di proteggere la famiglia, i campi, il bestiame. Inoltre, era ampiamente diffusa e accettata l’idea che una religiosità giusta si trovasse tanto più negli atti di culto tradizionali – come, per esempio, i sacrifici o la divinazione – che nella professione di fede nei confronti di una (o più) divinità. Nella loro diversità di manifestazioni, tutti questi culti avevano quindi alcune caratteristiche comuni, che Ehrman mette in evidenza in quanto saranno poi gli ingredienti alla base del rapido decadimento del paganesimo a favore della religione cristiana: «tutti aderivano ad una concezione politeista e si basavano su azioni rituali […] Per questo erano molto inclusivi: nessuno rivendicava che il proprio dio fosse l’unico, né che lo si dovesse adorare in ogni luogo allo stesso modo».

Il Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna. Foto The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distribuita da DIRECTMEDIA Publishing GmbH. ISBN3936122202. [1], in pubblico dominio
Qui la sfida di Ehrman ha inizio: dimostrare come il cristianesimo sia riuscito in meno di tre secoli ad allargare una comunità che contava una ventina di adepti fino a raggiungere, nell'ipotesi più sfavorevole, 3 milioni di seguaci. Arrivati a questo punto, comprendiamo la ragione alle spalle dei numerosi inviti da parte dell'autore alla riflessione sul concetto di “conversione”, da preferire nel contesto cristiano al concetto di “adesione”, prettamente pagano. La conversione infatti implica una concezione religiosa esclusiva, diametralmente opposta all'inclusivismo del paganesimo romano. Esemplare l'interpretazione fornita a questo proposito dallo storico Ramsay MacMullen: nel caso in cui due individui decidessero di promuovere di fronte a un centinaio di politeisti uno il culto di Asclepio, l'altro il culto di Gesù, avendo entrambi ugualmente successo, cosa si verificherebbe? Secondo MacMullen (ed Ehrman condivide pienamente): «Se i due predicatori sono ugualmente convincenti, il paganesimo perde cinquanta fedeli e non ne ottiene neanche uno, mentre il cristianesimo ha guadagnato cinquanta fedeli senza perderne neanche uno».

trionfo del cristianesimo Ehrman
La copertina del saggio di Bart D. Ehrman, Il trionfo del cristianesimo. Come una religione proibita ha conquistato il mondo, pubblicato nel 2019 da Carocci Editore nella collana Sfere

 

Dettaglio della Resurrezione di Piero della Francesca, Museo Civico di Sansepolcro; Immagine Web Gallery of Art in pubblico dominio

Quando gli elefanti popolavano il Nord Europa

Quando gli elefanti popolavano il Nord Europa 

Il Dipartimento di Scienze dell’antichità della Sapienza ha partecipato al ritrovamento di uno scheletro quasi completo di elefante preistorico, insieme a strumenti d’osso, schegge di pietra e a numerose impronte nel terreno. I resti, rinvenuti nel sito archeologico di Schöningen in Germania, risalgono a 300.000 anni fa e forniscono un nuovo scenario per il nord Europa del tempo

Schöningen, in Germania, è senz’ombra di dubbio uno dei siti dell’età della pietra più importanti al mondo. In passato ha già fornito importanti informazioni sulla flora, la fauna e sulle specie umane e animali che popolavano la Terra 300.000 anni fa, durante il Pleistocene.

Oggi, una nuova importante scoperta in questo sito permette di ricostruire lo scenario, piuttosto inaspettato, del nord Europa del tempo: un team di ricercatori, guidato dall’italiano Jordi Serangeli e da Nicholas Conard, dell’Università di Tübingen e del Dipartimento di Scienze dell’antichità della Sapienza, ha ritrovato uno scheletro quasi intero di elefante insieme a resti di strumenti litici utilizzati probabilmente per cibarsene, e, a pochi metri di distanza, delle impronte di un piccolo gruppo di elefanti.

elefante Schöningen Nord Europa elefanti
Raffigurazione artistica di caccia all'elefante a Schöningen. Immagine ©CLARYS20

Lo studio, pubblicato sulla rivista tedesca Archäologie in Deutschland, conferma come quelle terre, nonostante il clima piuttosto simile a quello attuale, fossero abitate al tempo da molti animali selvatici che oggi considereremmo in gran parte esotici, quali cavalli, leoni, tigri dai denti a sciabola e persino grossi elefanti. Infatti, sebbene il sito si trovi nell’Europa centro-settentrionale, i ricercatori hanno escluso che si trattasse di un mammut, ma bensì di un Palaeoloxodon antiquus, un tipo di elefante con le zanne dritte, identificato anche in molti siti in Italia, confermando che la specie non fosse diffusa solo in ambienti caldi, ma anche molto più a nord.

L’elefante rinvenuto a Schöningen morì 300.000 anni fa, probabilmente per cause naturali, sulla sponda di un antico lago che occupava la zona durante il Pleistocene. Le analisi archeozoologiche hanno confermato che si tratta dello scheletro di un elefante anziano, forse di una femmina, alto più di 3 metri e pesante quasi sette tonnellate, con zanne lunghe oltre due metri. L’esemplare antico era più grande di un elefante africano dei nostri giorni.

Flavio Altamura e Jordi Serangeli in una foto di Karl-Heinz Dube

Il fatto che questi animali popolassero l’area, è stato confermato anche dalle decine di impronte fossili ritrovate a circa 100 metri dallo scheletro. “Un branco di elefanti giovani e adulti, deve essere passato di qui - spiega Flavio Altamura della Sapienza, responsabile dell’analisi e dell’interpretazione delle tracce - i pesanti animali camminavano lungo la riva dell’antico lago e le loro zampe sono affondate nel fango e nella torba, lasciando delle depressioni circolari con un diametro massimo di 60 cm. Grazie all’eccezionale stato di conservazione del materiale organico nel sito di Schöningen, abbiamo addirittura rinvenuto nelle impronte alcuni frammenti di legno schiacciati dal peso degli elefanti”.

Immagine 3D di Ivo Verheijen

Lo scheletro dell’elefante, trovato nell’antico lago, era conservato in maniera straordinaria, permettendo agli archeologi di identificare chiaramente entrambe le zanne, la mandibola completa, le vertebre, le costole, tre degli arti e addirittura tutte e cinque le ossa che sorreggono la lingua (le ossa ioidi).

elefante Schöningen Nord Europa elefanti
Elefante Foto di Jans Lehmann

I segni conservati nelle ossa dell’elefante hanno permesso di capire che vari animali carnivori si cibarono della carcassa e che anche l’Homo heidelbergensis, nostro antenato, ne approfittò: 30 schegge di selce e due ossa, di cui una sicuramente di cervo, sono state rinvenute intorno allo scheletro e alcune tra le ossa dell’elefante. I cacciatori del Paleolitico sono intervenuti sulla carcassa, usando le schegge per tagliare carne, grasso e tendini, e probabilmente hanno utilizzato altri strumenti ossei per riaffilare gli strumenti litici.

Il lavoratore specializzato Martin Kursch libera dal sedimento un piede di elefante. Foto di Jordi Serangeli

Lo studio è un importante tassello nella ricostruzione del paesaggio di questa area geografica durante la Preistoria, ma anche delle abitudini dei gruppi umani e animali che la abitavano.

elefante Schöningen Nord Europa elefanti
Elefant 2020. Immagine 3D di Ivo Verheijen

Riferimenti:

Jordi Serangeli, Ivo Verheijen, Bárbara Rodríguez Álvarez, Flavio Altamura, Jens Lehmann and Nicholas J. Conard. Elefanten in Schöningen - Archäologie in Deutschland 2020 / 3, pp. 8-13.

 

Video YouTube pubblicati dal Research Centre Schöningen, Testo e foto sull'elefante di Schöningen dal Settore Ufficio stampa e comunicazione Sapienza Università di Roma


Affreschi e graffiti. Dal sito di Civita Giuliana emergono ancora novità sulla villa

La zona esterna ai confini di Pompei, il suburbio, è sempre stato popolato da numerosi complessi insediativi che rispondevano ad esigenze di carattere produttivo (vino, olio), residenze sia temporanee che di soggiorno fisso da parte del proprietario. Gli scavi in località Civita Giuliana, a 700 metri a nord ovest dalle mura dell’antica Pompei, hanno infatti rivelato una villa rustica, già in parte indagata agli inizi del ‘900 e solo recentemente oggetto di scavi stratigrafici da parte degli archeologi.

Tra il 1907- 1908, ad opera del Marchese Giovanni Imperiali su concessione del Ministero della Pubblica Istruzione, fu data la possibilità di scavare nella zona a nord dell’area attualmente portata alla luce e già ad emergere furono importanti resti del settore residenziale e produttivo di una villa (15 ambienti).

Il settore residenziale si articolava intorno ad un peristilio e su due lati era delimitato da un porticato con colonne in muratura. Degli ambienti messi in luce sul lato orientale del peristilio, solo cinque hanno avuto un’adeguata documentazione fotografica che ha permesso di ubicare con precisione le strutture.

Le pareti erano decorate in III e IV stile e gli ambienti hanno anche restituito oggetti legati alla vita quotidiana, all’ornamento personale e al culto domestico dei residenti. Del settore produttivo, invece, non si hanno informazioni tali da poterlo ubicare in maniera precisa, ma sicuramente doveva essere dotato di un torcularium, di una cella vinaria e di altri ambienti per lo stoccaggio delle derrate prodotte dal fondo agricolo che circondava la villa. Di incerta posizione anche un lararium dipinto su un angolo del cortile.

I resoconti degli scavi del Marchese Imperiali sono stati pubblicati nel 1994 dall’allora Soprintendenza di Pompei con una monografia. Ulteriori resti di strutture sono state trovate in maniera casuale nel corso degli anni e dalla stessa Soprintendenza nel 1955, ma l’incuria e l’abbandono hanno fatto si che la zona fosse preda di scavi clandestini individuati solo grazie alle proficue indagini svolte dai Carabinieri.

Questi professionisti dell’illecito avevano infatti realizzato dei cuniculi che seguivano perfettamente le pareti perimetrali degli ambienti, provocando irreparabili brecce nei muri antichi, danneggiamento degli intonaci e la perdita di importantissimi reperti e strati archeologici. L’esigenza di interrompere questo scempio, ha portato finalmente l’avvio di nuovi scavi grazie alla sinergia tra il Parco Archeologico di Pompei e la Procura della Repubblica di Torre Annunziata.

Gli archeologi hanno individuato una mangiatoia lignea di cui è stato possibile realizzare il calco, così anche di uno dei due cavalli che si trovavano all’interno. Ulteriori indagini hanno poi successivamente permesso di portare alla luce integralmente l’ambiente e hanno messo in luce anche la parte restante di un secondo cavallo e di un terzo equide sfuggito all’attenzione degli scavatori clandestini, ritrovato integro con l’apparato scheletrico completo in connessione, bardato con morso e briglie in ferro e sull’osso occipitale, tra le orecchie, elementi decorativi in bronzo applicati probabilmente su elementi di cuoio non rinvenuti.

Un fiore bianco dipinto su una parete con fondo nero e un graffito con il nome di una bambina, Mummia, sono invece le ultime scoperte da un ambiente, la volta di un criptoportico della villa.

Questi ritrovamenti hanno portato anche a fare delle ipotesi sul proprietario della residenza, forse un generale o un illustre cittadino di Roma appartenente all'illustre famiglia dei Mummii, come sembra suggerire quel nome graffito sul muro che sarà oggetto di studi assieme ad altre iscrizioni da parte del noto studioso ed epigrafista Antonio Varone. La villa venne solo parzialmente danneggiata da alcune scosse pre-eruzione del 79 d.C. e sarà ancora oggetto di scavi sistematici così da restituirla al territorio e sottrarla agli scavatori clandestini.

Foto: Parco Archeologico di Pompeii


scrittura minuscola

Dai cocci di vaso a Carlo Magno: storia della scrittura minuscola

SCRIPTA MANENT VII

Dai cocci di vaso a Carlo Magno:

storia della scrittura minuscola

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

L'articolo che state leggendo è stato scritto utilizzando l'elaborazione elettronica di quello che sin dall'età scolastica siamo abituati a chiamare “stampatello minuscolo”; il nome della serie Scripta Manent, con tanto di numero romano, è invece in “stampatello maiuscolo”, mentre il titolo dell'articolo viene presentato in “corsivo”. Questi modi di scrivere uno stesso alfabeto ci sono estremamente familiari: essi sono adoperati per gran parte dei testi che quotidianamente ci passano sotto gli occhi; allo stesso modo i termini che li indicano sono entrati nel linguaggio comune, assieme ad altri più pertinenti all'ambito tipografico (“grassetto”, “carattere”, “interlinea” e così via). Siamo talmente abituati a usarli che spesso ignoriamo che, come qualsiasi prodotto dell'intelletto umano, queste scritture hanno una loro storia e una loro evoluzione; da circa un secolo e mezzo esiste una disciplina, la paleografia, che si occupa di ricostruire questa storia, tanto affascinante quanto, per certi versi, ancora sconosciuta.

L'avventura grafica che ha portato alla formazione della scrittura che oggi usiamo comunemente va a intrecciarsi con eventi storici e fenomeni socioculturali, che vale la pena di prendere in esame.

Dalla capitale alla minuscola

Agli occhi di noi contemporanei “maiuscole” e “minuscole” sembrano quasi del tutto differenti: se m e M si assomigliano, non è così per B e b, R e r, D e d e così via, tanto da far pensare che si tratti di due scritture distinte. Per i paleografi non è così: l'alfabeto è uno solo, quello latino, trascritto con due sistemi alfabetici differenti; in altre parole la scrittura è la stessa, mentre a cambiare è il modo di scriverla. “Maiuscolo” e “Minuscolo” sono infatti due concetti ben definiti, la cui storia e le regole grafiche sono state puntualmente ricostruite.

Semplificando al massimo la nomenclatura accademica si potrebbe dire che, in un virtuale “pentagramma”, le lettere appartenenti al sistema maiuscolo possono essere inscritte in un sistema bilineare, mentre quelle minuscole si sviluppano in quattro righe, come ben illustrato nel seguente schema.

Tra i due sistemi quello più antico è il maiuscolo, diretto discendente dell'alfabeto latino arcaico, che trova la sua massima espressione nella scrittura capitale. Si tratta di una scrittura totale, ossia adoperata indifferentemente in qualsiasi ambito: in effetti tutte le testimonianze scritte del mondo latino databili tra il secolo III a.C. e I d.C., siano esse lapidee, librarie o documentarie sono vergate in una variante di questa scrittura.

Avendo una tradizione antichissima la scrittura maiuscola possiede forme semplici e facili da memorizzare e trascrivere, tant'è che il suo utilizzo non è mai venuto meno nel corso di oltre tre millenni: verrebbe quasi da domandarsi perché mai essa sia stata sostituita dalla minuscola, che invece possiede delle forme più elaborate.

La ragioni principale risiede nel ductus, ossia nel grado di velocità con cui ciascuna mano è in grado di scrivere, che può essere posato oppure veloce, ovvero corsivo. La scrittura maiuscola ha un disegno fortemente geometrizzato, e perché sia comprensibile è necessario che le lettere siano ben staccate e distinte le une dalle altre: questo è difficilmente conciliabile con un ductus corsivo, a causa del quale le lettere tendono a comprimersi, ad accavallarsi le une sulle altre e, soprattutto, a deformarsi abbandonando la loro regolarità geometrica; tuttavia il ductus corsivo è proprio di un utilizzo istintivo della scrittura; non è dunque un caso che le prime trasformazioni delle scritture maiuscole si siano verificate in età Imperiale, quando l'accessibilità degli insegnamenti primari consentì l'alfabetizzazione delle classi sociali più basse.

È proprio nell'ambito della scrittura d'uso comune che la capitale subisce i suoi primi cambiamenti, riscontrabili nelle testimonianze grafiche di artigiani e commercianti ma anche nei moltissimi graffiti pervenutici: le rigide regole che avevano caratterizzato la scrittura fino al secolo I d.C. vengono pian piano meno e si assiste a una corsivizzazione della capitale, specie in ambito documentario; questa usanza finirà per canonizzarsi in una vera e propria tipologia grafica denominata corsiva romana (anche detta antica). A partire da essa si svilupperanno in seguito due scritture a sé stanti, l'onciale e la semionciale, entrambe adoperate massimamente in ambito librario. Sebbene si tratti di scritture maiuscole, alcune lettere (A,D,E,M e altre) si sviluppano in un sistema quadrilineare: è dunque lecito pensare che all'epoca della loro invenzione sussistessero già alcune forme di scrittura minuscola.

Terra sigillata iscritta da Condatomagos (La Graufesenque). Foto di Rossignol Benoît, CC BY-SA 3.0

I paleografi hanno individuato i primissimi esempi di scrittura minuscola in un giacimento di ostraka nel sito archeologico francese di Condatomagos, databile tra il III secolo a.C. e il I d.C.: in età imperiale questa città era celebre per la produzione di vasellame in ceramica. Gli artigiani erano soliti riutilizzare i cocci dei manufatti scartati per incidervi a sgraffio brevi frasi con fini pratici (nome del committente, luogo di consegna e così via); l'istintiva velocità con cui questa operazione veniva compiuta, unitamente all'angolo di scrittura sfalsato, causava una deformazione delle lettere maiuscole. Fenomeni molto simili si verificarono in altre zone dell'Impero: l'utilizzo sempre più frequente di questo modo di scrivere ebbe come risultato un nuovo sistema alfabetico, quello minuscolo. Dunque la scrittura minuscola deriva geneticamente dalla maiuscola e ne rappresenta una vera e propria evoluzione, come ben si vede nello schema che illustra tutte le forme intermedie della lettera E.

scrittura minuscolaLa minuscola, più pratica e veloce da vergare, fu pian piano preferita alla maiuscola; nata come scrittura d'uso comune, pian piano si diffuse anche nei ceti sociali alti e, intorno al III secolo d.C., fu canonizzata la minuscola romana (anche detta corsiva nuova), adoperata dapprima in ambito documentario; nello stesso periodo, complice anche la diffusione della nuova forma libraria a codex, la minuscola fu adottata anche in ambito letterario, nel quale convisse a lungo con le scritture maiuscole: si cominciò ad utilizzare queste ultime per mettere in evidenza le porzioni rilevanti del testo, il cui corpo principale era invece in scrittura minuscola.

Il particolarismo grafico

Lungo tutta l'età tardoantica le scritture romane, ormai pienamente formate, si diffusero uniformemente in tutte le zone dell'Impero Romano, comprese le colonie mediorientali, africane e britanniche. L'unità grafica era uno strumento efficace per appianare le inevitabili divergenze socioculturali tra i popoli di un territorio tanto vasto: l'utilizzo di una stessa scrittura e di una stessa lingua facilitava la comprensione dei documenti e rendeva vivace la circolazione libraria.

Nel V secolo, all'indomani della dissoluzione dell'Impero, il panorama cambiò drasticamente: ciascuno dei popoli germanici che presero possesso dei territori romani instaurò nella sua zona nuove infrastrutture politiche e burocratiche, spesso estremamente diverse da quelle imperiali; le nuove genti parlavano lingue di ceppo germanico estremamente diverse dal latino, ma anche tra loro stesse; i centri scrittori laici vennero meno, così come il sistema scolastico; ci fu, in altre parole, una completa frammentazione socioculturale che influenzò notevolmente la produzione scritta, e di conseguenza l'evoluzione della scrittura.

Questa situazione frammentaria cagionò l'insorgere di impeti nazionalistici da parte di ciascuno dei regni romano-barbarici, che desideravano mettere in luce la propria supremazia nei confronti di tutti gli altri; è questo il periodo in cui vengono composte le historiae barbariche, poemi di carattere annalistico finalizzati a indagare le origini del regno, ma soprattutto a sancirne il primato assoluto. Il recupero delle proprie radici ebbe come risultato indiretto la ricerca (e talvolta l'invenzione) di quegli stilemi artistici propri di ciascun popolo, che poi venivano declinati in tutti i linguaggi artistici, esattamente com'era accaduto con i mores del mondo romano.

Questi caratteri tipici andarono quindi a fondersi con la sparuta eredità culturale dell'Impero, che comprendeva anche le scritture da noi prese in esame; esse andarono incontro a un'evoluzione grafica senza precedenti che portò alla formazione delle scritture barbariche, aventi come base principale la minuscola romana ma con l'aggiunta di caratteri tipici del regno d'adozione.

scrittura minuscola
Diploma del re franco merovingio Childeberto III (695), minuscola merovingica; dal libro di Franz Steffens, Paléographie latine, Parigi 1910, tav. 28. Foto in pubblico dominio

Così in Francia fu elaborata la scrittura merovingica, caratterizzata da un corsivo esasperato e dal disegno elaborato dei caratteri; usata in origine per la documentazione della dinastia da cui prende il nome, fu in seguito adottata per la produzione libraria dei maggiori centri scrittori monastici in area francese, Corbie, Laon e Luxeuil, ciascuno dei quali ne elaborò una propria tipizzazione.

Nei territori ispanici si diffuse invece la scrittura visigotica, detta anche mozarabica poiché nel suo disegno sussistono evidenti reminiscenze delle grafie adoperate dai popoli arabi, stanziati nella parte meridionale della Penisola. È importante notare che la visigotica, più di qualunque altra scrittura barbarica, recuperasse non solo le forme minuscole ma anche le maiuscole, le quali furono elaborate in un elegante sistema dal disegno estremamente raffinato.

Scrittura minuscola beneventana: la Regola di San Benedetto, scritta a Montecassino (tardo XI secolo), Biblioteca dell'Abbazia, Cas. 444; da E. A. Lowe, Scriptura Beneventana. A history of the South Italian minuscule, 2 voll., Oxford 1929. Foto in pubblico dominio

In Italia il panorama era invece molto più variegato: nella zona settentrionale continuò a insistere l'utilizzo delle scritture d'età romana, con minime variazioni che non trovarono mai piena canonizzazione; nel Sud, invece, fece la sua comparsa la littera langobardisca, più nota come scrittura benventana. Diretta discendente della minuscola romana, ma con un disegno ben più sofisticato e con rigide regole di realizzazione, la beneventana è per molti versi ancora avvolta dal mistero; non è ben chiaro, ad esempio, in quale centro scrittorio essa fu inventata. Non deve trarre in inganno il nome comune, che rimanda piuttosto al principale ducato longobardo: l'ipotesi più probabile è il centro di origine sia stata l'abbazia benedettina di Capua oppure quella di Cava de'Tirreni. Certo è che questa scrittura, a differenza delle altre, si rivelò estremamente longeva e fu adoperata ininterrottamente fino al XV secolo in due tipizzazioni ben distinguibili, quella d'area cassinese e quella barese.

Un caso a sé è invece costituito dalle Isole Britanniche: nell'Alto Medioevo questi territori avevano visto una massiccia immigrazione di missionari cristiani giunti per convertire i popoli autoctoni, per lo più di religione pagano-celtica; costoro avevano portato con sé una gran quantità di testi realizzati in area romana, con le scritture in uso prima del particolarismo grafico: i monasteri che essi fondarono divennero quindi delle vere e proprie roccheforti dove l'eredità grafica romana venne conservata e preservata; inoltre, poiché i testi più antichi venivano presi a modello per quelli prodotti ex novo, questi ultimi vennero trascritti con grafie imitative che riprendevano in toto i caratteri primigeni, senza le modificazioni delle scritture barbariche.

Si svilupparono quindi diversi gruppi di minuscole insulari, ben distinte le une dalle altre ma tutte riconducibili al modello romano, ben più delle scritture che sul continente avevano gradualmente soppiantato le originali romane.

La nascita della carolina

scrittura minuscola
Scrittura minuscola carolina: Volgata, Luca 1, 5-8. Foto in pubblico dominio

La data con cui convenzionalmente si fa terminare il periodo del particolarismo grafico è l'800, anno in cui Carlo Magno divenne imperatore di un territorio vastissimo nel quale erano stanziati popoli molto diversi tra loro per lingua, società e cultura. Il sovrano comprese immediatamente che amministrarli avrebbe necessariamente comportato una nuova uniformazione delle strutture politiche e burocratiche per garantire, pur nella divisione tipica della feudalità, un forte accentramento dei poteri in nome di un'identità comunitaria che unisse tutti i popoli: diede dunque inizio a quel processo che oggi chiamiamo renovatio carolingia.

Carlo Magno e la sua corte, nell'opera di Jacob van Maerlant, "Spieghel Historiael" Originale alla Koninklijke Bibliotheek, Paesi Bassi. Firma KB, KA 20, p. 208. Immagine in pubblico dominio

Questo rinnovamento comprendeva anche la burocrazia, e uno dei dilemmi da sciogliere fu proprio l'adozione di una grafia comune, facile da vergare e da leggere. Le scritture barbariche erano del tutto inadatte allo scopo, in quanto eccessivamente cariche di orpelli; il modello a cui attenersi erano invece le minuscole romane delle origini: occorreva però enuclearne le regole di base, canonizzarle e possibilmente elaborare nuove norme che le semplificassero ulteriormente per sveltirne l'apprendimento.

Non fu dunque un caso che Carlo Magno chiamasse come suo consigliere personale Alcuino di York, celebre erudito britannico, il quale portò con sé una gran quantità di libri trascritti in minuscola insulare; fu proprio grazie al raffronto tra essa e le tipizzazioni di Corbie e Laon che fu elaborata una grafia che ereditava i caratteri antichi, eppure del tutto nuova, che in onore del grande imperatore prese il nome di carolina.

Albrecht Dürer, Carlo Magno. Immagine The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distribuito da DIRECTMEDIA Publishing GmbH. ISBN3936122202, in pubblico dominio

La nuova scrittura recuperava quasi totalmente le forme della minuscola romana, rendendole se possibili ancora più veloci da scrivere grazie a uno snellimento del tratteggio; per facilitare la comprensione del testo fu inoltre elaborato un sistema di punteggiatura: sebbene anche i romani ne avessero utilizzato diversi, quello elaborato alla corte carolingia comprendeva caratteri del tutto nuovi che sono giunti fino a noi, come il punto interrogativo.

Complice anche una progressiva ripresa degli studi, questa nuova scrittura ebbe molto successo e fu presto adottata in tutti gli ambiti; successivamente essa si diffuse in tutte le zone dell'Europa continentale, andando a sostituire le scritture preesistenti; l'unica a resistere fu la Beneventana, attestata nell'Italia Meridionale fino al secolo XIV: si verificò tuttavia una vera e propria convivenza tra le due scritture, e in molti centri si adoperarono indifferentemente l'una o l'altra.

Dall'Umanesimo ai giorni nostri

Tra IX e XII secolo molti fenomeni socioculturali trovarono il loro effettivo compimento: la ripresa degli studi rese alfabetizzata gran parte della popolazione; si verificò un massiccio inurbamento che favorì la nascita delle università e, in parallelo, quella di centri scrittori laici affrancati dagli ambienti monastici. Di conseguenza il numero di persone in grado di leggere e scrivere tornò a crescere, e con esso il fabbisogno di testi e di scritture adatte alle varie necessità.

La carolina fu presa come base per lo sviluppo di nuove scritture “professionali” come la mercantesca e la notarile, adoperate in ambito commerciale e giuridico; negli ambienti universitari nacque invece la famigerata gotica: di quest'ultima parleremo diffusamente in un prossimo articolo, ma in questo contesto è bene sottolineare che essa ebbe un successo clamoroso che la portò in breve a essere la scrittura di riferimento per la produzione libraria, fino all'invenzione della stampa.

Scrittura minuscola umanistica: Poggio Bracciolini firma la sua trascrizione di Cicerone (1425). Foto in pubblico dominio

Tra '300 e '400, tuttavia, la carolina conobbe un timido revival a opera degli studiosi umanisti, i quali mal sopportavano la gotica ritenendola inutilmente artificiosa e difficile da leggere; inoltre, per i loro studi che si rifacevano ai testi antichi, desideravano una scrittura priva di modernismi e adulterazioni, rispondente invece ai modelli di austera perfezione dell'antichità. La carolina, essendo la diretta discendente dei modelli romani, fu dunque recuperata e ulteriormente perfezionata: vennero rivisti il sistema abbreviativo e la punteggiatura, e furono messe a punto efficaci regole di distanziamento tra lettere e righe, volte a rendere il testo ancora più sobrio e leggibile.

Francesco Petrarca, in un ritratto del XV secolo di Giusto di Gand ove porta la tradizionale corona d'alloro, simbolo del poeta laureato. Oggi è conservato presso la Galleria Nazionale delle Marche di Urbino.

Nonostante tra i promotori della minuscola umanistica ci fossero personalità del calibro di Francesco Petrarca, questa scrittura non godette di particolare successo ai suoi esordi, e terminata la stagione dell'Umanesimo scomparve quasi del tutto per oltre un secolo; la gotica continuò a essere adoperata massicciamente anche dopo l'avvento della stampa a caratteri mobili, negli incunaboli e i libri del primo '500.

Versò la metà del XVI secolo, tuttavia, la massiccia diffusione dei libri ebbe come conseguenza la profonda trasformazione dei modi di fruirne: il consumo di massa aveva reso necessaria l'elaborazione di nuovi specchi grafici ed espedienti tipografici volti a snellire il processo di lettura; le forme imitative dei codici medievali, che prevedevano lo specchio grafico a due colonne, l'ampia marginatura e un sistema di abbreviazioni estremamente complesso, non era funzionale a questo scopo; e soprattutto non lo era la gotica, col suo disegno elaborato che rendeva difficile realizzare i caratteri tipografici. A quel punto, iniziò l'elaborazione della minuscola tipografica, quasi del tutto identica a quella umanistica a eccezione di una sola lettera: la s.

Sin dai tempi dell'Impero romano la s minuscola era molto diversa da come la conosciamo: somigliava a una f priva del tratto orizzontale, cosa che spesso portava alla confusione dei due caratteri; per evitare questo sbaglio, nel sistema gotico si preferiva utilizzare la forma maiuscola in finale di parola, mentre all'interno di uno stesso vocabolo la s rimaneva “a effe”.

I tipografi del XVI secolo decisero di abbandonare completamente la s “a effe”, andando a creare un nuovo carattere denominato s lunga da usare all'interno della parola, mentre in finale si utilizzava ancora la s maiuscola a modulo ridotto. Questa usanza rimase in voga fino ai primi decenni del XX secolo, quando la s minuscola divenne quella che noi conosciamo: questa fu l'ultima tappa di un lunghissimo processo attraverso il quale la scrittura che oggi adoperiamo si è stabilizzata; nonostante le molte trasformazioni subite nel corso dei millenni, essa è rimasta sostanzialmente uguale a quella utilizzata dai romani e da Carlo Magno.