Roma: mostra "Il trionfo dei sensi. Nuova luce su Mattia e Gregorio Preti"

Il trionfo dei sensi. Nuova luce su Mattia e Gregorio Preti

mostra a cura di Alessandro Cosma e Yuri Primarosa

Gallerie Nazionali di Arte Antica - Palazzo Barberini

 

 Apertura mostra: 22 febbraio – 16 giugno 2019

L'Allegoria dei cinque sensi di Gregorio e Mattia Preti, dopo il restauro

Le Gallerie Nazionali di Arte Antica presentano dal 22 febbraio al 16 giugno 2019, nella sede di Palazzo Barberini a Roma, la mostra Il trionfo dei sensi. Nuova luce su Mattia e Gregorio Preti, a cura di Alessandro Cosma e Yuri Primarosa.

L'esposizione, che esamina la prima attività di Mattia Preti e la sua formazione nella bottega romana del fratello Gregorio, ruota attorno all’Allegoria dei cinque sensi delle Gallerie Nazionali, una monumentale tela d’impronta caravaggesca, rimasta per anni in deposito presso il Circolo Ufficiali delle Forze Armate.

Realizzata dai due fratelli negli anni Quaranta del Seicento, è ricordata nel 1686 nella collezione di Maffeo Barberini junior come “un quadro per longo con diversi ritratti: chi sona, chi canta, chi gioca, chi beve e chi gabba il compagno", una descrizione che sottolinea la complessa articolazione del dipinto dove, secondo un modello molto in voga nel Seicento, diversi gruppi di personaggi intenti in attività quotidiane diventano immagine allegorica dei cinque sensi.

L'Allegoria dei cinque sensi di Gregorio e Mattia Preti, prima del restauro

Il quadro è stato restaurato per l'occasione da Giuseppe Mantella, da anni impegnato sulle opere di Mattia Preti a Malta e in Calabria, grazie al generoso finanziamento dello studio legale Dentons che ha sponsorizzato l'intervento e l’approfondita serie di indagini diagnostiche permettendo di comprendere meglio la pratica esecutiva dei due fratelli, attivi a quattro mani sulla stessa tela.

Gregorio e Mattia Preti, Concerto con scena di buona ventura

Saranno presenti in mostra altre undici opere che raccontano lo stretto legame esistente tra i due artisti calabresi: da un lato Gregorio, legato a esiti di stampo ancora accademico, e dall’altro il più giovane e talentuoso Mattia, suggestionato dall’universo caravaggesco e già cosciente dei nuovi sviluppi guercineschi e lanfranchiani del barocco romano. L’Allegoria dei cinque sensi di Palazzo Barberini sarà esposta al pubblico per la prima volta assieme al Concerto con scena di buona ventura, suo ideale pendant proveniente dall’Accademia Albertina di Torino e ad altri quadri frutto della collaborazione dei due artisti, come il Cristo davanti a Pilato di Palazzo Pallavicini Rospigliosi e il Cristo che guarisce l’idropico di collezione privata milanese.

Gregorio e Mattia Preti, Cristo guarisce l'idropico

In mostra saranno presentati anche importanti dipinti inediti di Mattia: primo fra tutti il monumentale Cristo e la Cananea, in origine nella collezione dei Principi Colonna, opera capitale del periodo romano del pittore, databile su base documentaria al 1646-1647. La scoperta dello straordinario dipinto – il primo dell’artista fornito di una data certa – ha permesso di precisare la cronologia della sua prima produzione.

Mattia Preti, Cristo e la Cananea

Saranno esposti al pubblico per la prima volta anche l’Archimede, oggi a Varese, e un Apostolo di collezione privata torinese, che documentano la precoce riflessione di Mattia sulla pittura di Caravaggio e di Jusepe de Ribera. Chiude il percorso espositivo un’ulteriore nuova proposta per gli anni romani dell’artista: una mirabile Testa di bambina, ritrovata nei depositi della Galleria Corsini.

Mattia Preti, Archimede

Molte le attività collaterali previste: occasione straordinaria per i visitatori saranno le visite guidate gratuite dei curatori in programma ogni mercoledì alle ore 17.00 (escluso il 1° maggio).

In programma, inoltre, un ciclo di conferenze (16 aprile, 7 maggio, 21 maggio, 11 giugno) su Mattia e Gregorio Preti, con interventi di Luca Calenne, Alessandro Cosma, Francesca Curti, Riccardo Lattuada, Giuseppe Mantella, Gianni Papi e Yuri Primarosa.

Il catalogo, pubblicato da De Luca Editori d’Arte, raccoglie i risultati delle ricerche di Tommaso Borgogelli, Luca Calenne, Alessandro Cosma, Francesca Curti, Riccardo Lattuada, Gianni Papi, Yuri Primarosa e le note sul restauro e sulle indagini diagnostiche di Sante Guido e Giuseppe Mantella.

Il trionfo dei sensi. Nuova luce su Mattia e Gregorio Preti Palazzo BarberiniELENCO DELLE OPERE ESPOSTE:

  1. Gregorio e Mattia Preti, Concerto con scena di buona ventura (Allegoria dei cinque sensi), 1630-1635, Torino, Accademia Albertina, olio su tela, 195 x 285 cm
  2. Gregorio e Mattia Preti, Cristo guarisce l’idropico, 1630 ca., Milano, Courtesy Matteo Lampertico, olio su tela, 122 x 170 cm
  3. Gregorio e Mattia Preti, Pilato che si lava le mani (Cristo dinanzi a Pilato), 1640 ca., Roma, Confederazione Nazionale Coldiretti, olio su tela, 131 x 295 cm
  4. Gregorio e Mattia Preti, Allegoria dei cinque sensi, 1642-1646 ca., Roma, Gallerie Nazionali di Arte Antica, olio su tela, 200 x 396 cm.
  5. Gregorio Preti, Cristo mostrato al popolo, 1645-1655, Torino, collezione privata, olio su tela, 113 x 157 cm
  6. Mattia Preti, Archimede, 1630 ca., Varese, Pinacoteca Larizza, olio su tela, 130 x 95,5 cm
  7. Mattia Preti, Negazione di Pietro, 1635-1640 ca., Roma, Gallerie Nazionali di Arte Antica, olio su tela, 126 x 97 cm
  8. Mattia Preti, Fuga da Troia, 1635-1640, Roma, Gallerie Nazionali di Arte Antica, olio su tela, 186 x 153 cm
  9. Mattia Preti, Apostolo, 1635 ca., Torino, Galleria Giamblanco, olio su tela, 97 x 73,5 cm
  10. Mattia Preti, San Bonaventura, 1637-1645, Ariccia, deposito da collezione inglese, olio su tela, 71 x 58,5 cm
  11. Mattia Preti, Testa di bambina con collana di corallo, 1645-1650 ca., Roma, Gallerie Nazionali di Arte Antica, olio su tela, 32 x 28,5 cm
  12. Mattia Preti, Cristo e la Cananea, 1646-1647, collezione privata, olio su tela, 235 x 235 cm

 Leggere di più


Bulgari restaura l'area sacra di Largo Argentina

Grazie ad una convenzione stipulata tra Roma Capitale e la maison Bulgari, l’area sacra di Largo Argentina beneficerà di un sistema di interventi che renderanno il sito accessibile a turisti e cittadini romani. Il tutto sarà reso possibile  grazie ad un atto di mecenatismo dal valore di 500.000 euro che  valorizzerà al massimo diversi punti dell’area archeologica. La somma donata quest’anno dalla prestigiosa casa, andrà ad aggiungersi al residuo di 485.593,58 euro dei fondi elargiti per il restauro della Scalinata di Trinità dei Monti, così come previsto nella convenzione stipulata con Bulgari nel 2014 in cui si stabiliva che gli eventuali residui sarebbero stati destinati ad altri interventi sul patrimonio culturale di Roma.

Il progetto per l’area di Largo Argentina prevede interventi di costruzione e posizionamento di passerelle per consentire l’accesso in sicurezza al sito, la musealizzazione di uno spazio attualmente adoperato come deposito reperti e la predisposizione di tutti i servizi al pubblico per consentire un’agevole fruizione del luogo.

Foto: Alessandra Randazzo

Il complesso di Largo Argentina, che era situato nella zona di confine tra il Circo Flaminio e il Campo Marzio, costituisce il massimo insieme di templi di età medio e tarda repubblicana. Sulla base dei frammenti della Forma Urbis severiana si è potuto stabilire che l’area sacra corrisponde alla porticus Minucia vetus, ancora identificabile nei colonnati sui lati settentrionali ed orientali della piazza e venne edificata nel 106 a.C. da Minucio Rufo dopo un trionfo sugli Scordisci. Sono presenti quattro templi denominati A, B, C e D, il più antico, quello C, era dedicato a Feronia, antica divinità italica che aveva un santuario nel Campo Marzio; nel tempio B si deve invece riconoscere la aedes Fortunae Huiusce Diei (la “Fortuna del giorno presente"), fondata da Q.Lutatio Catulo – console  nel 102 a.C. insieme a Mario. Per il tempio A si propongono invece due soluzioni, cioè che si tratti del Tempio di Giunone Curtis o di quello di Giuturna. L’unico degli edifici di Largo Argentina che può attribuirsi all’inizio del II secolo a.C. è il Tempio D, che è quindi identificabile con quello dei Lari Permarini.

L’area è inoltre famosa perché presso la Curia di Pompeo avvenne uno degli omicidi più efferati della storia, quello di Cesare alle idi di marzo del 44 a.C.

La Sovrintendenza sta attuando le procedure necessarie per la conclusione della fase progettuale e per l’affidamento dei lavori la cui conclusione è stimabile entro la metà del 2021.

L’accordo siglato si inserisce nel più ampio programma di valorizzazione del patrimonio artistico e monumentale della città di Roma.

Foto: Comune di Roma

Roma capitale della storia e della vita contemporanea grazie a Bvlgari potrà beneficiare nuovamente di uno dei siti archeologici più amati nel cuore della città. Con il Vicesindaco Bergamo stiamo lavorando per dare la possibilità a chi vive e chi visita Roma, sempre di più, di avere accesso ai luoghi culturali” dichiara la Sindaca di Roma Capitale Virginia Raggi.

Jean-Christophe Babin, Amministratore Delegato del Gruppo Bvlgari ha aggiunto: “Siamo molto orgogliosi di questo nuovo regalo alla Città Eterna: dopo il restauro della Scalinata di Trinità dei Monti, fin dalla sua costruzione un irrinunciabile punto di ritrovo per romani e turisti, andremo a valorizzare un altro luogo al centro della vita sociale e spirituale dell’antica Capitale. I visitatori potranno finalmente apprezzare da vicino reperti di grandissimo pregio situati in un’area in cui coesistono costruzioni rinascimentali e medievali. Un respiro culturale che solo una città come Roma è in grado di offrire al mondo.”


Casa del Cinema Pasquale Squitieri

Roma: ricordo di Pasquale Squitieri alla Casa del Cinema

IN RICORDO DI PASQUALE SQUITIERI

A due anni dalla scomparsa, lunedì 18 febbraio l’omaggio di CSC – Cineteca Nazionale con proiezione e incontro alla Casa del Cinema

 

Roma, 15 febbraio 2019 – Il 18 febbraio 2017 si spegneva Pasquale Squitieri, regista di denuncia sempre attento alle sorti di questo nostro amato e odiato Belpaese. Lunedì 18 febbraio 2019, a distanza di due anni, il Centro Sperimentale di Cinematografia – Cineteca Nazionale lo ricorderà con una giornata evento in partenza alle ore 16.20 con la proiezione del film L’altro Adamo, seguita da un incontro moderato da Claudio Siniscalchi al quale parteciperanno Lino CapolicchioOttavia Fusco SquitieriMarianna JensenFranco Mariotti.

Squitieri non si è mai permesso di girare un film comico. Ha preferito invece, con coerenza invidiabile, raccontare e descrivere le contraddizioni della razza umana con affreschi storici di grandissimo successo popolare (I guappiIl prefetto di ferro) e forieri di violente polemiche (ClarettaLi chiamarono… briganti!) senza mai dimenticare i mali che assillano questa nostra società come il dramma della droga (Viaggia, ragazza, viaggia, hai le musiche nelle veneAtto di dolore), della camorra e della mafia (CamorraL’ambiziosoCorleoneIl pentito) del terrorismo (Gli invisibili) e dell’immigrazione (Razza selvaggiaIl colore dell’odio), del terrorismo (Gli invisibili), della morte sul lavoro (L’avvocato De Gregorio e lo spot televisivo Morire sul lavoro). In lui ha sempre abitato un’etica rigorosa dello sguardo che gli ha permesso di attraversare forme artistiche diverse come il teatro (La battagliaNapoli/SadeCome tu mi vuoiLettera al padrePiazzale Loreto), la televisione (La segnorinaNaso di caneMissione Reporter: Geografia della fame). Nelle produzioni più recenti Squitieri ha realizzato progetti inediti ideati tra la fine degli anni Sessanta e gli inizi degli anni Settanta e che mostrano un’attualità impensabile. Un esempio eloquente è proprio il suo ultimo film L’altro Adamo che deriva da un suo antico soggetto scritto nel lontano 1969… un Kafka cyberpunk!

 ore 16.20 L’altro Adamo di Pasquale Squitieri (2014, 93’). Con Lino Capolicchio, Ottavia Fusco Squitieri, Marianna Jensen. Soggetto e sceneggiatura di Pasquale Squitieri. Musica di Manuel De Sica.

Adamo, chiede all’evoluta intelligenza artificiale del suo computer di realizzare un suo doppio che viva un breve spazio di vita reale, fatto di ideali, valori autentici e grandi passioni. Il computer lo accontenta e Adamo inizierà a vivere una vera storia d’amore, tuttavia…

a seguire incontro moderato da Claudio Siniscalchi con Lino CapolicchioOttavia Fusco SquitieriMarianna JensenFranco MariottiLeggere di più


Roma: inaugurato "Riflessi", murale dello street artist Jerico

Inaugurato Riflessi, il murale dello street artist Jerico

L’opera si snoda come un antico fiume sul muro perimetrale esterno del Museo di Casal de’ Pazzi

  

Roma, 14 febbraio 2019 – All’importante deposito pleistocenico e ai numerosi reperti fossili conservati nel Museo di Casal de’ Pazzi si aggiunge oggi anche un’opera di street art. Sul muro perimetrale esterno del museo, lungo via Egidio Galbani, campeggia il grande murale realizzato dal giovane street artist Jerico Cabrera Carandang. L’opera pittorica dal titolo Riflessi ricostruisce, in maniera visionaria e avvolgente, l’ambientazione naturalistica pre-esistente alla struttura del museo rappresentato dall’immagine dell’antico fiume che una volta scorreva proprio dove oggi sorge il Museo.

 I riflessi dell’antico affluente dell’Aniene raccontano la quotidianità degli animali che popolavano la zona grazie alla sorgente di vita rappresentata dal fiume. Quel corso d’acqua che ha conservato i loro resti permette oggi di visitarli all’interno del Museo: i reperti sono un specchio della vita preistorica e l’originalità dell’opera sta proprio nello sfruttare questi riflessi per far viaggiare il visitatore nel passato.

L’evento è promosso da Roma CapitaleAssessorato alla Crescita culturale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, in collaborazione con Zètema Progetto Cultura.

Da tempo, anche prima della sua regolare apertura al pubblico, il sito di Casal de’ Pazzi è entrato nell’immaginario collettivo come un luogo “preistorico”. Gli impressionanti resti fossili di elefante antico, oggi visibili nel museo, hanno suscitato nella fantasia dei residenti, e non solo, forti emozioni, concretizzate spesso attraverso l’immagine emblematica del mammut.

Nel complesso, l’area del Museo di Casal de’ Pazzi si presenta come un’oasi in un contesto suburbano non risolto. Esternamente, sul lato dell’ingresso per il pubblico, sono allestiti due pannelli ricostruttivi ideati e realizzati nel 2011 dall’artista Vincenzo Montini per la Cooperativa sociale APE che ben rappresentano le tematiche interne al Museo. Dal lato di Via Egidio Galbani, prima di questo intervento artistico, il sito presentava un muro perimetrale in intonacato e una parete in mattoncini sabbiati che non caratterizzavano i contenuti del Museo.

Per ovviare a tale mancanza di visibilità, la Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali ha ritenuto opportuno far realizzare sul lato “anonimo” del Museo un’opera di street art, per migliorare l’impatto comunicativo del museo attraverso un intervento estetico su uno spazio periferico della città. L’intervento si inserisce in un contesto territoriale che si sta caratterizzando anche per le proposte artistiche di questo genere, costituendo un enorme beneficio per la valorizzazione del patrimonio culturale delle periferie e delle periferie nel loro complesso.

Jerico RiflessiPer questo motivo, tramite avviso pubblico, diffuso da Zètema Progetto Cultura su incarico della Sovrintendenza Capitolina, sono state richieste delle proposte progettuali per l’ideazione e la successiva realizzazione di un murale sulla parete esterna del Museo di Casal de’ Pazzi. Lungo via Egidio Galbani, il Museo comunica il suo contenuto secondo un linguaggio moderno che sia intellegibile a tutti i livelli. L’iniziativa esprime una nuova modalità di intendere la relazione tra artista, Museo e territorio attraverso la realizzazione di nuove forme di arte contemporanea.

Le proposte, pervenute a seguito dell’avviso pubblico, esaminate da una commissione appositamente costituita, sono state nel complesso di notevole qualità, tutte strettamente ispirate dai contenuti del Museo. Tra esse è risultata vincitrice la proposta del giovane artista Jerico Cabrera Carandang (classe 1992), che con il suo progetto “Riflessi” ha proposto di svelare con immediatezza universale il ricordo della vita che centinaia di migliaia di anni fa si svolgeva proprio dietro le mura del museo. L’immagine del fiume, che una volta scorreva proprio dove oggi sorge il Museooccupa interamente le pareti esterne. In tal modo l’opera muraria funge da portale: permette non solo di espandere verso l’esterno, verso la città industrializzata, l’oasi preistorica, ma ne ricostruisce accuratamente le sensazioni di maestosità e stupore con le quali l’uomo preistorico, che abitava queste terre, doveva confrontarsi.

L’opera è stata pensata utilizzando collettivamente tutti e quattro i muri disponibili come se fossero un’unica tela. Una visione frontale del corso di un fiume che si estende su tutta la lunghezza del primo e dell’ultimo muro per poi aprirsi alla visione di una scena naturalistica preistorica sul muro centrale.

L’intervento di street art di Jerico rientra nei progetti di valorizzazione del patrimonio museale, archeologico e storico-artistico di Roma Capitale realizzati grazie alle piccole donazioni in denaro, che dal 2016 il pubblico può effettuare attraverso appositi raccoglitori situati negli 8 Musei Civici gratuiti (Museo Napoleonico, Museo di Scultura Antica Giovanni Barracco, Museo Carlo Bilotti – Aranciera di Villa Borghese, Museo Pietro Canonica, Museo delle Mura, Museo di Casal de' Pazzi, Villa di Massenzio, Museo della Repubblica Romana e della memoria garibaldina). Un risultato dovuto alla generosità dei cittadini e dei turisti, che hanno aderito con entusiasmo all’idea di contribuire concretamente e in prima persona alla valorizzazione del museo visitato, con una crescente partecipazione che è testimoniata da un notevole aumento, anno dopo anno, delle somme donate (nel 2017 e nel 2018 raddoppiate rispetto al 2016).

 Per restituire ai fruitori un segnale concreto e tangibile del loro utilizzo, si è deciso di adoperare le somme donate nell’ambito degli stessi spazi museali che le hanno ricevute.

Con i fondi raccolti nel 2017 e nel 2018, partiranno altri nuovi progetti che riguarderanno anzitutto interventi permanenti di miglioria e di valorizzazione degli ambienti museali.

 

 

Museo di Casal de’ Pazzi

Via Egidio Galbani, 6

 

Orario di apertura del Museo

Dal martedì al venerdì: ore 9.00-14.00; sabato e domenica: ore 10.00-14.00

Ultimo ingresso ore 13.00

 

Ingresso contingentato: ogni ora max 30 persone, su prenotazione

 

Info e prenotazioni

Tel. 060608 (tutti i giorni ore 9.00-19.00)

 

www.museocasaldepazzi.it

 

https://www.facebook.com/museocasaldepazzi

 

Testo e immagini da Ufficio Stampa Zètema Progetto Cultura


Augustus John Williams Ottaviano Augusto

L'uomo del destino: Augustus di John Williams

Chi era veramente Augusto? Il devoto figlio che vendicò il padre assassinato? L’ultimo difensore di quella Repubblica che Antonio voleva abbattere? Il pacificatore del mondo? L’inventore del principato (la versione tutta ‘romana’ dell’assolutismo)? Il restauratore degli ‘antichi costumi’? Un dio in terra? Queste sono alcune delle maschere che Ottaviano Augusto indossò nella sua lunghissima e cinquantennale carriera politica (morì infatti a 76 anni a Nola nel 14 d.C.). In ogni epoca la sua figura fu vista come un modello, positivo o negativo: ora sovrano perfetto, venerato dagli autocrati, ora cinico tiranno, disdegnato dai filosofi. Di nessun uomo si è mai scritto tanto pur conoscendo così poco della sua vita privata.

Mausoleo di Augusto sul Campo Marzio: qui dovevano essere poste le tavole bronzee con incise le Res gestae, foto di Russel YarwoodCC BY-SA 2.0

Dalle fonti antiche ne vien fuori un ritratto inevitabilmente parziale: da un lato la storia ‘sacra’, ossia il racconto di come Augusto divenne il ‘primo cittadino’ della Repubblica, racconto che lui stesso modellò e scrisse nei (perduti) Commentarii de vita sua e fece incidere sulla ‘faraonica’ stele bronzea delle Res Gestae; dall’altro la versione dei suoi nemici e detrattori, i pettegolezzi, le manie e le superstizioni, l’ossessione per le congiure, il suo perfido sarcasmo, la fragile salute, i compromessi e le efferatezze di cui si macchiò sin da giovanissimo per conquistare e preservare il proprio potere.

La copertina della prima edizione di Augustus, Viking Press, 1972, Fair use

Se la critica storiografica difficilmente potrà darci un ritratto univoco di una personalità così complessa e a tratti inaccessibile, forse può farlo il romanzo. Ad intuire, infatti, il potenziale romanzesco di una vita come quella di Augusto fu lo scrittore americano John Edward Williams che, con il suo quarto ed ultimo romanzo, Augustus, fu insignito, nel 1973, del National Book Award for Fiction ex aequo con Chimera di John Barth. Williams, morto nel 1994, resta ancora oggi un personaggio poco noto: docente universitario di Letteratura Inglese nell’Università del Missouri, il suo talento letterario è stato apprezzato e rivalutato soltanto di recente. Non bastarono il National Book Award e le ottime recensioni della critica a fare di lui uno scrittore di successo in vita. Il suo terzo romanzo, Stoner (1965), è stato solo negli ultimi anni un acclamatissimo caso letterario che ha spinto in Italia la Fazi a ripubblicare tutte le sue opere. Riabilitato dalla New York Review of Books nel 2006 ed elogiato da scrittori come Ian McEwan, Nick Hornby e Bret Easton Ellis, oggi Williams è riconosciuto come uno dei massimi talenti americani del ‘900. Ed Augustus conferma a pieno questo giudizio.

Il romanzo, polifonico, si struttura in tre parti: nel Libro I, Williams assembla documenti originali e fittizi (lettere, diari, dispacci, memorie) di amici, nemici, conoscenti del giovane Ottaviano, ricostruendo indirettamente e cursoriamente, da romanziere e non da storico, il ‘castello di carte’ che ha portato il figlio adottivo di Cesare al vertice dell’Impero; il Libro II, è incentrato sul rapporto fra il princeps e sua figlia Giulia, costretta anche lei a diventare un personaggio nella grande ‘recita’ del padre: prima è obbligata a sposare in serie tutti i successori designati del padre e infine viene mandata in esilio; nel Libro III, leggiamo finalmente le parole di Augusto, autore di tre lunghe lettere, scritte poco prima di morire, testamento spirituale di un uomo che aveva compreso, prima di tutti gli altri, che il proprio destino fosse quello di «cambiare il mondo». Sono queste senza dubbio le pagine più ispirate del romanzo, insieme a quelle del diario di Giulia e alla descrizione della battaglia di Azio, il punto di svolta definitivo della vita e della carriera del princeps.

Chi ben conosce e ha studiato gli eventi che hanno portato Augusto al potere, potrà storcere il naso dinnanzi a certi passaggi di questo romanzo: non mancano omissioni, semplificazioni ed errori che tuttavia non stravolgono la verità storica (d’altronde Williams mette le cose in chiaro sin dalla nota prefatoria: «Se in questo lavoro sono presenti delle verità, sono le verità della narrativa più che della Storia»).

Pertanto, Augustus va letto per ciò che è, ossia un romanzo sull’amicizia (tema molto caro all’autore), sul potere e la solitudine, sul dovere e sulla rinuncia agli affetti. Williams rischia (come chiunque approcci una materia così incandescente), ma riesce nell’impresa: scava in quel «luogo segreto» del cuore dove l’imperatore si è nascosto per tutta la vita «per obbedire al proprio destino» e lo fa con una scrittura elegante ed efficace, molto spesso mimetica dello stile con cui realmente si esprimevano i protagonisti di questa vicenda.

La grandezza del romanzo di Williams sta nella capacità dell’autore di sondare le emozioni dietro le difficili decisioni e gli eventi dolorosi che costellarono la vita di Augusto e dei suoi familiares senza fare di lui né un vecchio saggio né un freddo ‘Stalin togato’, ma tracciando da più punti di vista il ritratto di un essere speciale, andando più a fondo di quanto sia concesso alle armi della critica storiografica.

«Non è mai stata la mia politica, quella di svelare ad altri il mio cuore» fa scrivere Williams all’imperatore morente, racchiudendo in un giro di frase una delle caratteristiche peculiari della personalità di un uomo talmente indecifrabile, stando allo storico Svetonio, da mettere per iscritto i propri discorsi prima di affrontare una qualunque discussione, persino con sua moglie Livia.

Il “Grand Camée de France”, dettaglio con Augusto e Livia, cameo in onice, 23 d. C. circa, Cabinet des Médailles, Parigi, foto di Carole RaddatoCC BY-SA 2.0

Non è forse un caso se Williams considerasse proprio Augustus e non Stoner (vita di un professore universitario) il suo ‘vero’ romanzo autobiografico: come Augusto, anche Williams vide per primo qualcosa che gli altri non potevano vedere. Infatti, secondo la sua ultima moglie, Nancy Gardner, in un’intervista concessa a Repubblica nel 2014, Williams «non ha mai sofferto la fama sfuggitagli in vita». Forse (ci piace pensare) intimamente convinto che prima o poi il valore della sua scrittura sarebbe stato riconosciuto.

«Il resoconto delle mie gesta, dunque, dovrà essere limitato a circa diciottomila caratteri. Mi sembra del tutto appropriato che io debba scrivere di me stesso rispettando queste condizioni, per quanto arbitrarie possano essere; perché come le mie parole devono conformarsi a questa pubblica necessità, così è accaduto alla mia vita. E come fecero le mie gesta, così le mie parole devono nascondere la verità, nella stessa misura in cui la espongono; essa resterà sepolta da qualche parte, sotto a queste parole incise nel bronzo, nella dura pietra che avvolgeranno. E anche questo è appropriato; perché buona parte della mia vita si è svolta nel segreto». Queste sono le illuminanti parole ‘testamentarie’ che fa scrivere al vecchio Augusto John Williams, lo scrittore che, dice Nancy, «ogni tanto amava immaginarsi nei panni di un imperatore».


Roma: "I giovedì del PArCo" al via il 14 febbraio

I giovedì del PArCo

Dal ritratto di Giulia Domna alla Constitutio antoniniana, al via il 14 febbraio gli incontri aperti al pubblico tutti i giovedì in Curia Iulia

Il Senato della Roma antica apre nuovamente le sue porte accogliendo I giovedì del PArCo: il ciclo di incontri, previsti i giovedì pomeriggio alle ore 16.30, a partire dal 14 febbraio, nella splendida sede della Curia Iulia. Un’occasione ulteriore per dare vita a uno spazio culturale dedicato non solo a presentazioni di volumi, dialoghi tra specialisti e protagonisti del mondo della cultura, ma anche ad approfondimenti sulle mostre in corso promosse dal Parco e alle anticipazioni dei progetti futuri.

L’iniziativa, realizzata in collaborazione con Electa, conferma la vocazione del monumentale luogo a spazio culturale vivo e per questo designato al dibattito. Gli incontri – destinati a diventare un appuntamento fisso

rappresentano infatti una pluralità di occasioni per rafforzare il legame della città con l’archeologia, riaffermando la strategia che il Parco archeologico del Colosseo, diretto da Alfonsina Russo, persegue con costanza.

La nascita dello Stato in Occidente e la CONSTITUTIO ANTONINIANA, il rapporto tra le donne e il potere, attraverso il racconto della figura di Giulia Domna, l’incontro con l’ex direttore del Museo del Bardo Moncef Ben Moussa, insieme a un’anteprima sui temi di Carthago. Il mito immortale - la mostra che il Parco archeologico del Colosseo inaugura dal prossimo 27 settembre – costituiscono il primo ciclo di incontri organizzati in Curia Iulia dal 14 febbraio al 4 aprile.

Aldo Schiavone, professore di Istituzioni di diritto romano, giovedì 14 febbraio entrerà nel vivo della CONSTITUTIO ANTONINIANA: un provvedimento rivoluzionario emesso da Caracalla nel 212 d.C., con cui venne concessa la cittadinanza romana a tutti gli abitanti liberi dell’impero, che ebbe il merito di portare a compimento un processo plurisecolare di estensione dei diritti civili, realizzando le premesse ideali di universalismo e cosmopolitismo.

A lui farà seguito il 21 febbraio Francesca Ghedini, professore emerito di Archeologia classica presso l’Università degli Studi di Padova, che affronterà il ruolo delle donne della dinastia dei Severi, rivolgendo particolare attenzione a Giulia Domna, figura di grande influenza politica, moglie di Settimio Severo, da lui nominata MATER CASTRORUM (madre degli accampamenti).

Luisa Musso, professoressa di archeologia delle province romane presso l’Università di Roma Tre e Matthias Bruno, archeologo, il 7 marzo illustreranno i forti legami tra la dinastia dei Severi e la città di Leptis Magna, descrivendo inoltre i risultati dei recenti scavi condotti in Libia.

Il 28 marzo Moncef Ben Moussa, già direttore del museo del Bardo e attualmente direttore dello sviluppo museografico presso l’Institut National du Patrimoine de Tunis, affronterà il tema della gestione del patrimonio archeologico e museale della Tunisia.

Il 4 aprile Sebastiano Tusa, archeologo e Assessore regionale dei beni culturali e dell’identità siciliana, anticiperà invece alcuni tra i temi della mostra che sarà allestita nei luoghi del Parco archeologico del Colosseo a partire dal 27 settembre 2019: Carthago. Il mito immortale.

CALENDARIO

I giovedì del PArCo

  1. febbraio Ore 16.30

La dinastia dei Severi e i suoi giuristi. Come nasce lo Stato in Occidente Aldo Schiavone, giurista

  1. febbraio Ore 16.30

Donne e potere: Giulia Domna

Francesca Ghedini, professore emerito – Università di Padova

  • marzo Ore 16.30

L’imperatore e la città: il rinnovamento urbano di Leptis Magna al tempo di Settimio Severo Luisa Musso, professoressa di archeologia delle province romane presso l’Università di Roma Tre Matthias Bruno, archeologo

  1. marzo Ore 16.30

Moncef Ben Moussa, direttore dello sviluppo museografico presso l’Institut National du Patrimoine de Tunis

  • aprile Ore 16.30

Una battaglia ritrovata nelle acque delle Egadi

Sebastiano Tusa, archeologo e assessore regionale dei beni culturali e dell’identità siciliana

Ingresso libero fino a esaurimento posti (100 posti seduti 30 in piedi)

Curia Iulia nel Foro Romano: Ingresso da Largo della Salara Vecchia

Eventuali variazioni di programma saranno tempestivamente comunicate via web e social

La Curia Iulia, foto di JensensPubblico Dominio

San Valentino e altri eventi di febbraio al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia

Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia

Scopri i prossimi eventi a Villa Giulia - Febbraio 2019 


Piazzale di Villa Giulia 9, Roma
Orari di apertura: 09.00 - 20.00 dal martedì alla domenica
mn-etru.comunicazione@beniculturali.it
Telefono: 063226571

-----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
SAN VALENTINO AL MUSEO - VISITE GUIDATE
Giovedì 14 febbraio
Villa Poniatowski (orario di apertura 10-13)
Villa Giulia (orario di apertura 9-20)

San Valentino a Villa GiuliaIn occasione della festa degli Innamorati, Il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia offre ai suoi visitatori visite guidate dedicate alla scoperta del tema dell'Amore: nella romantica Villa Poniatowski, ai giardini di Villa Giulia e ai capolavori del Museo. Un  viaggio affascinante alla scoperta di luoghi e meraviglie che, raccontati nel giorno di San Valentino, regalano un punto di vista assolutamente inedito.

Scopri il programma delle visite sul nostro sito.
Prenotazione consigliata all'indirizzo: mn-etru.comunicazione@beniculturali.it o direttamente in accoglienza almeno mezz'ora prima della visita.

-----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
LABORATORIO DIDATTICO
Sulle Orme di Schifano.  Rappresentiamo la Scultura anticaSabato 9 febbraio  Ore 16
Sale espositive del Museo

Pronti per il prossimo laboratorio didattico? In occasione della mostra in corso al Museo su Mario Schifano, i bambini saranno guidati alla scoperta della pittura dell'artista ispirata al mondo etrusco. E poi tutti in laboratorio, fra colori, cartoncini, matite e pennarelli, per realizzare su carta una scultura a scelta fra le opere esposte al Museo. Per maggiori informazioni clicca qui

-----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
LABORATORIO DIDATTICO
La Scultura degli Etruschi Sabato 16  febbraio  Ore 16
Sale espositive del Museo

Lo sai che una scultura può essere fatta di pietra, legno, bronzo, ceramica o terracotta?
Vieni ad osservare le Opere del Museo per scoprirne forme, materia e tecniche e realizzare poi con l'argilla una scultura tutta tua ispirata ai modelli antichi. 

Per maggiori informazioni clicca qui

-----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

CORSO DI FORMAZIONE 

Diversamente Arte. Corso sull'Accessibilità museale

Prossimo appuntamento 15 febbraio
Sala della Fortuna

Prosegue al seconda edizione del corso di formazione Diversamente Arte, il quale intende offrire una panoramica sulle tematiche della disabilità e dell’accessibilità del patrimonio culturale.
Si rivolge alle guide, agli operatori museali, agli insegnanti e ai laureati nel settore dei beni culturali, ed è finalizzato alla formazione di mediatori in grado di elaborare percorsi di visita idonei per persone diversamente abili.
Tutti i dettagli sul sito del museo.

-----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

CONFERENZA ASSOCIAZIONE AMUSE 

La Fabbrica del Gas e gli Aerostati

Mercoledì 13 febbraio
Ore 17.45   Sala della Fortuna

Prendendo spunto da un prezioso filmato di inizio secolo su un’avventura in aerostato che decolla vicino al fiume, il dott. Giannetto Valli ci racconterà come, a inizio Novecento, l’industrializzazione sconvolge la zona fuori Porta del Popolo fino allora caratterizzata da ville nobiliari e campi coltivati.

Ingresso in Sala della Fortuna consentito fino ad esaurimento posti.
Per info e prenotazioni: roma2pass@gmail.com

-----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

Diventa protagonista del nostro Patrimonio.

Regalati e regala un abbonamento speciale al

Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia!

Scopri come fare qui
-----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

SEGUICI IL CANALE YOUTUBE DEL MUSEO NAZIONALE ETRUSCO DI VILLA GIULIA, "ETRUSCHANNEL"

QUESTA SETTIMANA L'OPERA DI #ETRUScopri"L'Aratore di Arezzo"

Il gruppo bronzeo noto come l'Aratore di Arezzo, datato al 430-400 a.C. e rinvenuto in epoca imprecisata nei pressi dello scomparso mulino delle Gagliarde (Arezzo). L'opera ci offre la visione dell'importanza del lavoro agricolo - di cui gli Etruschi erano maestri affermati - a cui conferisce una grande valenza rituale. Oggi fa bella mostra di sé nella collezione kircheriana del nostro Museo, e vi aspetta per essere ammirata dal vivo.

Il Laocoonte dei Vaticani. Storia di un gruppo scultoreo

Laocoonte era un sacerdote troiano addetto al culto di Apollo Timbreo, figlio di Antenore o di Capi e fratello di Anchise. Gli venne data in moglie Antiope con la quale si unì davanti alla statua del dio e così se ne attirò la sua ira. Conosciamo la sua tragica storia grazie al racconto di Virgilio nel secondo libro dell’Eneide, dove sappiamo che sconsigliò ai Troiani di far entrare dentro le mura della città il cavallo di legno lasciato dai Greci come dono: “timeo Danaos et dona ferentes” , "Temo i Greci, anche quando portano doni".

Il secondo libro dell'autore latino si apre con il racconto di Enea alla regina Didone degli eventi tragici della guerra che, a distanza di tempo, provocano ancora dolore al solo pensiero. Più di tutti, a provocare dolore è il non aver capito che il cavallo altro non era che un perfido inganno dei Greci aiutati dal simulatore Sinone, lasciato appositamente dai Greci sulle spiagge di Ilio per portare a termine la complessa trama dell’inganno. Quando il re di Troia chiede informazioni sul cavallo, Sinone racconta che era un dono votivo fatto dai Greci per placare l’ira di Minerva. Il favore della dea era mutato in avversione quando Ulisse e Diomede erano entrati di notte a Troia e avevano rubato il Palladio profanandolo con le loro mani insanguinate.

Ma all’improvviso a squarciare la scena un avvenimento che sa di straordinario:

Si ode uno scroscio mentre il mare spumeggia ed ormai toccavano terra con gli occhi ardenti iniettati di sangue e fuoco, lambivano le bocche sibilanti con le lingue palpitanti. A quella vista ci sparpagliammo impalliditi. I due serpenti con impeto sicuro si dirigono contro Laocoonte. Per prima cosa entrambi i serpenti avviluppano avviticchiandoli i piccoli corpi dei suoi due figli e sbranano a morsi le loro povere membra; poi attaccano anche lui mentre veniva in soccorso e portava delle armi e lo avviluppano con le enormi spire e, dopo averlo già avvinghiato in due giri attorno alla vita ed aver circondato in due giuri il suo collo con i dorsi squamosi, lo sovrastano con la testa e con i colli alti. Egli contemporaneamente prova con le mani a strappare le spire, con le bende sacre cosparse di bava e di terribile veleno; allo stesso tempo eleva al cielo urla strazianti, come un muggito, quando un toro ferito scappa dall’altare del sacrificio e strappa dal collo la scure non piantata bene. Ma i due serpenti, strisciando, fuggono verso gli alti templi e si dirigono verso la rocca della terribile Tritonide (Atena) e si coprono ai piedi della dea sotto la ruota dello scudo. Allora a tutti si insinua nei cuori tremanti un nuovo terrore e raccontano che Laocoonte abbia pagato meritevolmente la punizione per il suo delitto, lui che colpì con una lancia il sacro Cavallo e scagliò nella parte posteriore l’empio giavellotto. Esclamano a gran voce che il simulacro deve essere condotto al tempio e che bisognava pregare la potenza della dea”. Eneide II

Laocoonte e i suoi figli. Musei Vaticani.
Foto: Alessandra Randazzo

Fu allora abbattuta una porta e i Troiani portarono il talismano entro le mura assicurando così la protezione di Minerva. Mentre tutti i cittadini acclamavano con feste e danze il sacro dono, Cassandra invano avvertiva tutti del folle errore.

L’episodio, forse il più noto dell’Eneide, è rappresentato superbamente nel celebre gruppo del Laocoonte dei Musei Vaticani. Il gruppo venne alla luce il 4 gennaio 1506 in un sotterraneo delle Terme di Tito, presso la Domus Aurea. Subito vi fu riconosciuto il celebre episodio cantato da Virgilio in cui Laocoonte è raffigurato con i figli e i grovigli delle spire dei serpenti e che Plinio cita dicendo essere esposto nella casa di Tito. Il sacerdote troiano è ancora seduto sull’altare, nudo, con il corpo muscoloso fortemente portato bruscamente all’indietro, così come la testa, in un tentativo di fuga dal morso del serpente. Lo sguardo è rivolto all’insù e il viso è tratteggiato da forti caratteri chiaroscurali resi con grande effetto anche grazie ai riccioli della barba e alle ciocche dei capelli. Il corpo, in contrasto con la forte possenza che emana, è allo sfinimento, ormai avvolto e vinto dalle spire dei serpenti. Sulla sinistra e sulla destra sono presenti i due figlioletti, giovanetti di diversa età, anche loro in preda alle spire dei mostri.

Il figlio di sinistra ormai non oppone più resistenza e reclina la testa all’indietro, inerme. Quello di destra, invece, sembra riuscire a liberarsi dalla morsa del serpente che ancora gli avvinghia il braccio e la gamba. Forse sarà l’unico a salvarsi, come riporta una versione secondaria del mito della guerra di Troia. La critica, per quanto riguarda l’originalità del pezzo, si divide in due filoni: alcuni ritengono sia un capolavoro originale dell’ultimo Ellenismo creato a Rodi nel corso del I secolo a.C. da tre eclettici artisti che si ispirarono ad una scuola pergamena scomparsa; altri considerandolo eseguito da autori rodii in stile pergameno da ottimi copisti, lo credono una copia di età romana fatta da Atanodoro, Agesandro e Polidoro, replicando un originale in bronzo. Non dovrebbe meravigliare ne essere raro che una copia romana venga firmata da chi l’aveva materialmente realizzata considerandola non una copia ma un nuovo originale. Questi tre scultori furono comunque grandi artisti che lavoravano per la committenza più alta, la corte imperiale, ed erano dotati di tecnica eccezionale tanto più che l’opera fu realizzata da un unico blocco di marmo.


Quando mangiavano i Romani? Viaggio tra cibo e preparazioni gourmet

Spesso le fonti letterarie e archeologiche ci hanno permesso di ricostruire vari aspetti della società romana, e in modo particolare, grazie alle tante descrizioni degli autori antichi, possiamo farci un’idea anche di come si mangiava nell’antica Roma. Ghiottonerie culinarie, banchettanti ritratti in domus splendide a godere pasti e vino in buona compagnia,ci restituiscono il tenore di vita elevato della società aristocratica. Non dimentichiamo però, che pochi erano quelli che potevano godere della buona cucina. Contadini, gente modesta che non poteva avere grandi risorse faceva pasti frugali con quello che la terra poteva offrirgli e senza troppe esagerazioni.

Un esame del modo di mangiare di un popolo deve innanzi tutto partire da come questo era inteso e organizzato nell’arco della giornata, specificando che la seguente trattazione si riferisce a chi aveva un tenore di vita medio-alto e poteva permettersi di consumare cibo più volte al giorno.

Dolce da Oplontis. Ignoto: affresco di Oplontis del I sec. [Public domain], via Wikimedia Commons
Nell’antica Roma, generalmente, si facevano tre pasti al giorno: la prima colazione chiamata jentaculum, la colazione del mezzogiorno detta prandium e il pasto della sera detto cena. Originariamente la cena, anziché essere consumata di sera, avveniva nel primo pomeriggio e costituiva, così come avviene oggi in molti paesi, il pasto principale della giornata. I Romani dei primi secoli, consumavano una frugale colazione chiamata vesperna, successivamente, con il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, la cena venne posticipata ad un orario più tardo.

Il comfort domestico e la possibilità di illuminazione, fecero si che il pasto serale assumesse un’importanza maggiore, consumato tra amici, veniva a rappresentare il momento sociale più importante di un cittadino romano. Questa abitudine portò inevitabilmente ad alleggerire anche la colazione del mattino. Ci si accontentava, come i Greci, di un bicchiere di latte o di un biscotto imbevuto in un bicchiere di vino o in una salsa all’aglio con aggiunta di fichi o di olive. Oppure non raro era trovare chi beveva un semplice bicchiere d’acqua: “Ti affretti ad alzarti con la tua aria imbronciata dopo aver bevuto la tua acqua” dice Marziale alla sua donna. Sarà forse che le donne volevano rimanere leggere per non ingrassare?

Casa di Giulia Felice. Affresco con uova, tordi e stoviglie. Foto: Pompeii Parco Archeologico

Il jentaculum, invece, veniva consumato verso la terza o quarta ora della giornata, cioè tra le otto e le nove del mattino. Uno schiavo, appositamente preposto, dava l’annuncio dell’ora per consumare il pasto che consisteva nel consumo di carne, di pane e formaggio oppure uova. I bambini che si recavano a scuola, acquistavano per strada dolciumi (adipata) dal pistor dulciarius, il pasticcere.

Il secondo pasto della giornata, il prandium, si consumava verso la sesta o settima ora, intorno a mezzogiorno. Il prandium era un pasto rapido, spesso composto dai resti della cena del giorno prima e poteva consistere in piatti a base di verdure, pesce, uova e funghi. Per il consumo rapido spesso non si imbandiva nemmeno la tavola e veniva consumato in piedi senza nemmeno lavarsi le mani. Questo particolare aspetto igienico ce lo racconta Seneca che si accontentava di un tozzo di pane con carne fredda, verdura, frutta e un buon bicchiere di vino. Altre testimonianze ce le fornisce invece Plinio il Giovane quando descrive il prandium dello zio Plinio il Vecchio che, dopo aver consumato rapidamente il pasto, amava concedersi un breve riposo stendendosi, durante l’estate, al sole.

Pane carbonizzato da Pompei conservato nel Laboratorio di Ricerche del Parco. Foto: Pompeii Parco Archeologico

Era la cena il momento più importante della giornata, spesso trascorsa in compagnia di amici che si riunivano intorno ad una tavola ricca di ghiottonerie o modesta, a seconda delle disponibilità economiche del padrone di casa. Quando i soldi erano davvero pochi, spesso gli invitati portavano da casa il loro contributo in cibo.

“Cenabis bene, mi Fabulle, apud me

paucis, si tibi di favent, diebus,

si tecum attuleris bonam atque magnam

cenam, non sine candida puella

et vino et sale et omnibus cachinnis”.

Catullo invita a casa sua l’amico Fabullo e gli chiede di portare, viste le scarse finanze, una cena buona e abbondante!

Era usanza, per coloro che non possedevano in casa un bagno privato, lavarsi alle terme prima di mettersi a tavola. Dopo, aveva inizio la cena che variava in rapporto alla lista di pietanze che il padrone di casa poteva offrire ai suoi amici. Solitamente la cena finiva prima di notte. Le cene importanti e i banchetti duravano invece fino a notte inoltrata. Il rispetto di un’ora conveniente per il termine di un banchetto era legata non solo ad una questione morale nel rispetto del mos maiorum, ma anche alla buona forma fisica per svolgere al meglio le attività che attendevano padrone di casa e ospiti nel giorno successivo.

Ma cosa si mangiava durante una cena romana? Per quanto riguarda i menu, Seneca, Plinio, Marziale e molti altri autori, ci hanno tramandato piatti molto semplici, ma in banchetti importanti con ospiti di riguardo le liste delle portate erano molto complesse e lunghe.

La cena era suddivisa in due momenti. Un primo, costituito dal pasto vero e proprio con prevalenza di alimenti solidi e consumo moderato di bevande; un secondo, che generalmente durava di più, in cui si poteva alzare il gomito e intrattenersi con attrazioni di vario genere. La portata era chiamata ferculum, una parola che originariamente indicava il contenitore del cibo, il piatto. Successivamente, per metonimia, divenne anche il contenuto del piatto, cioè la portata vera e propria. In una cena di media importanza, in generale, venivano portati tre fercula, ma con l’importanza della cena aumentava il numero fino a raggiungere le sette portate. Si cominciava con la gustatio, una sorta di aperitivo composto da antipasti pepati e stuzzicanti che servivano a risvegliare il palato. Venivano servite uova, zucche, verdure, pollo ed ostriche, accompagnate da vini artificiali preparati con assenzio, violette o petali di rose.

Cesto di fichi dalla Villa di Poppea ad Oplontis. Foto: Alessandra Randazzo

L’aperitivo, alcolico, spesso era costituito da vino al miele, il mulsum, da cui deriva il nome dato successivamente al momento della gustatiopromulsis appunto. Alla gustatio, seguiva una portata composta da pesce, carne e verdure chiamata prima cena. Ne seguiva un’altra chiamata altera cena, composta da arrosti, generalmente cacciagione o da piatti esotici. Si terminava con un dessert. Questo momento era chiamato secundae mensae perché, come in Grecia, venivano portate nuove tavole. I Romani però, si limitavano a sostituire la tovaglia, quando c’era, o a sostituire i piatti sporchi e a spazzare per terra. La portata era costituita da frutta fresca e secca e soprattutto da dolci! Durante la cena, il vino era bevuto in maniera moderata per non comprometterne, con l’abuso, il gusto di cibi prelibati fatti preparare appositamente dagli “chef” più famosi dell’epoca.

Non era raro trovare il padrone di casa ai fornelli. Veniva a costituire una sorta di hobby e di sorpresa piacevole per gli ospiti. Dopo la cena e generalmente dopo una rapida toeletta, nelle grandi occasioni, veniva offerto agli ospiti un prolungamento della cena.

Questo momento era chiamato commisatio e poteva protrarsi a lungo nella notte. Si trattava soprattutto di una bevuta accompagnata da piatti leggeri e saporiti che stimolavano la sete, ma potevano essere imbanditi anche piatti più sostanziosi quando erano presenti amici invitati solo al “dopo cena”. Per la commisatio, gli ospiti mettevano in testa corone di fiori, mentre a tavola venivano portate coppe di vino per il brindisi.

Secondo l’usanza greca veniva sorteggiato un magister bibendi o rex convivii, il cui ruolo consisteva nel sovrintendere il buon funzionamento delle varie operazioni di mescolamento del vino operate da uno schiavo che, nella giusta proporzione di acqua e vino, mesceva in un cratere i liquidi. La bevuta, se rispettava le regole classiche, cominciava con delle libagioni in onore di Dioniso che aveva dato il vino agli uomini. Ciascuno dei commensali beveva una piccola quantità di vino dalla coppa e ne spargeva qualche goccia invocando il nome della divinità, poi passava la coppa all’ospite vicino con un saluto augurale. La personalità del magister bibendi stabiliva anche i toni del banchetto. Se si esagerava si poteva assistere anche a momenti grossolani, se invece veniva imposta una moderazione tutto scorreva con tranquillità.

Banchetto dalla Casa dei Casti Amanti di Pompei. Foto: Alessandra Randazzo

Di norma, alle mogli non era concesso partecipare a questa parte della cena. Infatti queste si ritiravano già alle secundae mensae in quanto le bevute non erano permesse. A far compagnia ai mariti vi erano cortigiane o danzatrici che contribuivano a rendere allegra la serata. In alcuni casi però, laddove il clima conviviale era decoroso e garbato, le mogli potevano tenere compagnia ai mariti e alcuni affreschi divertenti a noi pervenuti immortalano esilaranti momenti in cui le mogli sorreggono i mariti all’uscita del banchetto perché hanno alzato troppo il gomito. Non si usciva dalla casa dell’amico senza aver ricevuto un dono. “Ciascuno dia al suo invitato il regalo che gli si adatta” diceva Marziale nei suoi Epigrammi e ne enumera anche la diversa tipologia. Gli apopherata, così erano chiamati, potevano consistere in profumi, articoli da toeletta, coltelli, ombrellini, cassette, lampade, articoli per lo sport, indumenti, vasellame, stoffe o cibi.

nam unguentum dabo, quod meae puellae

donarunt Veneres Cupidinesque;

quod tu cum olfacies, deos rogabis

totum ut te faciant, Fabulle, nasum”

Catullo, come ci dice sempre nel carme 13, donerà all’amico Fabullo un profumo così delizioso, donato alla sua donna dalle veneri e dagli amorini, che pregherà gli dei affinchè diventi tutto naso per odorarlo meglio!

 

 

 

 


Il primo re: storia della nascita di Roma tra mito e spettacolo

Dal 31 gennaio 2019 è in tutte le sale cinematografiche italiane “Il primo re”, film di Matteo Rovere girato interamente nella regione laziale. Leggere di più