Torlonia. I marmi della famiglia esposti in una grande mostra a Roma

Un evento che si annuncia essere tra i più importanti di questo 2020. Finalmente, dal 4 aprile 2020 e fino al 10 gennaio 2021, novantasei marmi della prestigiosa collezione Torlonia saranno visibili al pubblico in una grande mostra organizzata a Roma nella nuova sede dei Musei Capitolini A Palazzo Caffarelli. Questa esposizione, unica nel suo genere, segna il primo passo dell’accordo siglato a marzo 2016 tra il Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo e la Fondazione Torlonia.

Collezione Torlonia, stage fotografico per Baccante, ©FondazioneTorlonia PH
Lorenzo de Masi

Il progetto scientifico si impreziosisce di figure di alto prestigio nel panorama internazionale, la curatela è stata infatti affidata a Salvatore SettisCarlo Gasparri, archeologi e accademici dei Lincei con l’organizzazione di Electa, anche editore del catalogo. Le sculture che saranno esposte beneficeranno di un intervento di restauro finanziato dalla stessa Fondazione Torlonia con il contributo della prestigiosa maison Bvlgari, impegnata in opere di mecenatismo anche in campo artistico. L’occasione inoltre darà modo di inaugurare la nuova prestigiosa sede espositiva di Roma Capitale dei Musei Capitolini a Palazzo Caffarelli, una scelta dettata dal proposito di incentrare il percorso espositivo sulla storia del collezionismo a cui proprio il Museo Torlonia alla Lungara è legato. Fondato dal principe Alessandro Torlonia nel 1875, conta di 620 pezzi catalogati. Una raccolta che è esito di una lunga serie di importanti acquisizioni e di spostamenti di sculture fra le varie residenze di famiglia.

Collezione Torlonia, Statua di caprone in riposo, ©FondazioneTorlonia PH Lorenzo
de Masi

La storia dei marmi Torlonia costituisce una delle storie più famose di collezionismo italiano dal XV al XIX secolo. Le sculture in mostra non sono solo magnifici esemplari di busti, statue, marmi o architetture ma fanno parte e rappresentano un riflesso di un processo culturale italiano che portò alla formazione di importanti collezioni di opere d’arte che poi andarono a confluire nei più importanti musei italiani e stranieri. Il percorso espositivo racconterà questo processo che ha portato alla formazione della collezione Torlonia il cui primo nucleo risale agli inizi dell’800 quando in un’asta pubblica entrarono a far parte del patrimonio Torlonia marmi antichi, terrecotte, bronzetti della collezione dello scultore Bartolomeo Cavaceppi, il più celebre restauratore di statuaria antica del Settecento.

La collezione Torlonia

Così come descritta in testi e cataloghi dell’800 da Pietro Ercole Visconti, è conosciuta come la più importante collezione privata d’arte antica al mondo. La sua costituzione si deve alla passione per il collezionismo dei membri della sua famiglia da diverse generazioni e fino alla costituzione della Fondazione, che ha lo scopo di preservare e promuovere la Collezione di famiglia. Il nucleo di oltre seicento marmi è composto da sarcofagi, busti e statue di epoca greca e romana, riunito nel corso del XIX secolo grazie a diverse acquisizioni ma anche tramite i numerosi scavi nelle terre di proprietà della Famiglia e dal chiaro interesse archeologico.

Collezione Torlonia, gruppo con guerriero, ©FondazioneTorlonia PH Lorenzo de
Masi
Le opere che la collezione custodisce sono state fino ad ora conservate sotto l’egida della famiglia Torlonia che si è avvalsa di tecnici e restauratori di fiducia. L’esposizione “The Torlonia Marbles, Collecting Masterpieces” viene a costituire la prima tappa di un tour mondiale ma una grande notizia è che la Fondazione valuterà con la Famiglia e il Ministero ed eventuali terze parti la collocazione ideale per l’individuazione di una sede espositiva permanente per la creazione di un Museo Torlonia aperto al pubblico. mentre le 90 sculture selezionate verranno viste da milioni di spettatori in tutto il mondo, le restanti opere verranno restaurate per nuovi progetti di mostre.

 


Jelena Balšić e le donne nella cultura medievale serba

Jelena Balšić e le donne nella cultura medievale serba
Letteratura al femminile, una realtà non solo bizantina

La Graphe.IT si è distinta recentemente per la cura che dedica alle sue collane saggistiche, in particolare quella dedicata ai grandi protagonisti delle imprese belliche medievali e non (I Condottieri), e al titolo che oggi ho il piacere di presentare: Jelena Balšić e le donne nella cultura medievale serba.

Il testo della professoressa Svetlana Tomin è volto a colmare diverse lacune nell'ambito accademico e divulgativo. In primis in Italia uno studio scientifico sul mondo culturale serbo è quasi del tutto assente, se escludiamo alcune pubblicazioni specialistiche e pressoché escluse dal circuito delle librerie. Inoltre, per una contingenza storico-culturale è opportuno - oltre che interessante - (ri)scoprire l'importanza delle figure femminili in seno alle corti ortodosse-slave, così da ridimensionare il monopolio letterario delle aristocratiche romane dell'Impero Romano d'Oriente.

Sono stati dedicati diversi studi al medioevo “bizantino” e alle opere nate in questo contesto da mano femminile, in particolare l'attenzione si è soffermata spesso su Casia (IX° secolo) e la principessa Anna Comnena (XI°- XII° secolo). Giudicando quest'ultime con un'ottica contemporanea, ovvero con una griglia di valori socio-morali figli del nostro pensiero, le figure sopracitate ci sembreranno pallide rappresentati del genere femminile poiché spesso incarnano valori materni, domestici e religiosi. Questa inclinazione è ovviamente sbagliata se non dannosa, le aristocratiche bizantine oltre ad essere delle avvenenti dame di corte detengono anche il massimo livello di istruzione possibile ai tempi, la loro formazione culturale veniva perennemente sostenuta dagli insegnamenti e dalle lezioni di maestri, monaci e tutori di livello.

Ciò è evidente nella Alessiade della principessa Anna Comnena (cfr. Anna la poetessa, Jaca Book), in cui viene celebrato in chiave epica il padre-imperatore, Alessio I Comneno. In questo testo sembra essere lontano e addirittura destrutturato le stereotipo della donna dedita alle letture agiografiche e alle sacre scritture, e anzi tra le righe appare una donna forte e caparbia, capace di riflettere sulle aspre realtà storico-culturali del tempo e sulla situazione geopolitica coeva alla sua vita, ovvero il complicato scacchiere della Terra Santa ai tempi della prima spedizione crociata.

Anna è una figura atipica, capace di giudicare una donna forte solo se in lei sono assenti le tipiche caratteristiche del gentil sesso (delicatezza, pietà, amore materno, dedizione etc etc), de facto l'Alessiade è un poema infuocato e guerresco figlio di un buio momento della aspra vita di Anna Comnena costretta a pagare con l'esilio in un monastero il suo tradimento contro il nuovo imperatore Giovanni I. In questa occasione sembrò proprio lei una delle figure più controverse ad organizzare la congiura, tant'è che suo marito Niceforo Briennio abbandonò le torbide manovre di deposizione e Anna esclamò “La Natura ha sbagliato i nostri sessi: avrebbe dovuto essere lui la donna”. Con questa breve panoramica ci rendiamo conto quanto nel mondo bizantino fosse importante il ruolo della donna all'interno del palazzo e della corte imperiale, non mancarono infatti altre letterate e abili politiche che si sobbarcarono numerose sfide come l'imperatrice Irene.

In egual mondo anche il mondo serbo presentò altrettante figure femminili di spicco: del resto era una della realtà politiche nell'orbita della cultura e del potere dell'Impero Romano d'Oriente e tali rapporti erano cementificati dalla comune religione ortodossa. In questo senso il mondo balcanico-carpatico si sentì sempre un figlio (a volte illegittimo) dell'aurea imperiale romana come del resto fecero la 'Rus e Kiev, al punto di vedere in questi regni una Terza Roma (Roma, Bisanzio, Mosca). I rapporti geo-politici tra gli stati slavi e Costantinopoli furono sempre altalenanti a causa di scaramucce, invasioni e periodi di pace. L'Impero Romano d'Oriente fu sempre attaccato verso i suoi confini, specialmente in Oriente da quando la sconfitta di Manzikert del 1071 sancì lo sgretolamento del potere romano in Anatolia e poi l'occupazione medio-orientale del Libano, delle terre di Canaan e della Siria per mano di crociati e selgiuchidi li scacciò dal quel prezioso quadrante. Per rimpinguare le casse e recuperare onore, gloria e terra Costantinopoli cercò di rintuzzare le scorrerie serbo-bulgare e albanesi e di ripagare gli invasori con altrettante razzie.

Questo è il mondo in cui le donne delle corti serbe furono allevate, ascoltando i racconti di gesta dai loro padri o tutori e imparando le preghiere e i precetti religiosi dalle loro nonne o monache di corte.
C'è da precisare che al pari del mondo bizantino, anche il regno serbo era di stampo cavalleresco e fomentato dai romanzi eroici. In particolare, la Serbia medievale fu pesantemente vessata dai nemici ottomani che invasero i suoi territori e ciò comportò una travolgente carrellata di cambiamenti. Per arginare lo strapotere turco, gli zar serbi e bosniaci misero insieme una coalizione e mobilitarono un esercito dalle notevoli dimensioni.

A fronteggiare il sultano Murad I ci furono diversi nobili condottieri dello scacchiere balcanico tra cui il Knez Lazar Hrebeljanović, Vuk Branković e Vlatko Vuković. Nella battaglia del Campo dei Merli (Kosovo Polje) del 1389, il fiore della nobiltà serba fu violentemente calpestato dallo stivale del neo sultano Bayazid il Fulmine che vinse repentinamente la battaglia e disgregò l'armata dei cavalieri crociati. Sul campo di battaglia morì anche il re-paladino Lazar Hrebeljanović, sancendo la disgregazione della potenza serba sul territorio e sconquassando gli equilibri tra Croazia, Montenegro, Albania, Bulgaria e la stessa Costantinopoli.

La sconfitta del 1389 scosse il mondo slavo-bizantino non solo sul piano politico militare ma anche su quello ideologico e poetico, se la “nobile sconfitta” dei cavalieri crociati ispirò numerosi componimenti epici allo stesso modo provocò un profondo trauma nel modus vivendi della nobiltà serba; tale sconfitta a favore degli infedeli sanciva la debolezza dell'arma medievale per eccellenza, ovvero la cavalleria medievale. Sul finire del XIV° secolo il cavaliere dei Balcani riflette sull'inefficienza della cavalleria e sul confusionario orgoglio che porta a una carica disperata e inutile; Kosovo Polje come la battaglia di Crécy del 1346, segna il tramonto della cavalleria medievale ma non arresta completamente il fervore crociato.

Milica di Serbia in un affresco dal Monastero di Ljubostinja, vicino Trstenik in Serbia. Opera di pittore serbo del XV° secolo, immagine in pubblico dominio

Bisogna tornare sull'armatura infangata e macchiata di sangue di Lazar Hrebeljanović per continuare a parlare di letteratura femminile serba, sarà la moglie del deceduto re serbo, Milica Nemanjić Hrebeljanović, a prendere le redini di un regno sull'orlo della distruzione. La capacità di Milica di districarsi tra le insidie degli Ottomani e le pressioni degli Ungheresi le conferisce subito un'aurea di pragmatica competenza politica che si traduce anche nel dare sua figlia Mileva in sposa al sultano vincitore Bayazid.

Del resto combattere era inutile, visto che l'esercito era stato letteralmente annientato dagli infedeli. Secondo la professoressa Tomin, Milica e Lazar simboleggiarono anche i due mondi del maschile e del femminile del Medioevo, da un lato il pater-dux artefice della gloria e della disfatta dei propri sudditi, su un altro piano la mater protettrice della vita e del focolare domestico. Analisi perfetta in questo caso.

Milica governò con saggezza e senso della misura e risollevò l'economia del regno stabilendo floridi legami con Ragusa e gli stati limitrofi, anche quando suo figlio Stefan divenne il sovrano legittimo lei continuò a dipanare i suoi ordini da dietro le quinte e garantì alla Serbia un periodo di tranquillità e ripresa. Inoltre fu una fervida religiosa che adempì ai suoi doveri di perfetta nobile cristiana, finanziando la costruzione di monasteri e sostenendo le opere pie. Inoltre fornì alle strutture ecclesiastiche diversi volumi e opere agiografiche. L'amore per i libri, la religione e la letteratura fu ereditato da sua figlia Jelena Balšić.

Jelena Balšić
Car Lazar i njegova porodica ("Lo Tsar Lazaro e la sua famiglia"), riproduzione di data ignota di una litografia datata al 1860, opera di Pavle Čortanović. Jelena Balšić è nel gruppo sulla sinistra, al centro, coi capelli scuri. Immagine in pubblico dominio

Sciorinare tutta la vita e la carriera di Jelena Balšić è certamente compito del libro analizzato in questa sede e non mio, perciò credo sia più consono limitarmi a citare alcune delle opere più interessanti della principessa e regnante serba Jelena Balšić.

Il manoscritto di Gorica fu scoperto nel 1902 nella capitale macedone Skopje da Svetozar Tomić e rappresenta uno dei testi più significativi per conoscere la regina serba, infatti è anche una fonte per apprendere i gusti letterari di Jelena Balšić. Il manoscritto è anche uno dei più importanti componimenti della Zeta medievale, ovvero l'odierno Montenegro e simboleggia l'importanza della religione ortodossa-bizantina nelle terre slave. Il testo fu scritto dalla mano del padre spirituale di Jelena ovvero Nikon il Gerosolomitano, in lingua servo-slava e con l'ortografia di Resava (semionciale corsivo).

Il testo, suddiviso in tre macro-parti, è una raccolta di epistole che furono scambiate tra Nikon e la sua regina Jelena e trattano i più disparati argomenti: dalla storia delle chiese e degli eremi di Gerusalemme alla geografia, per passare alla cosmografia o alle appassionate agiografie, fino alla geometria o allo studio delle regole monastiche. Perciò Il manoscritto di Gorica rientra nella nomenclatura dei codici medievali di natura miscellanea e enciclopedica.

Lo studio di questa forte regnante è affascinante perché ci porta a debellare i pallidi cliché che ancora ristagnano nei libri di storia, dove le figure femminili di questo livello sono occultate o deliberatamente snobbate. Infatti Jelena Balšić non fu solamente un'abile scrittrice e devota studiosa, ma riuscì con il suo carisma e la sua mente a influenzare l'intero mondo slavo, fino a trasmettere le sue volontà all'indipendente Ragusa; per alcuni momenti fu nel mirino degli Ottomani perché troppo “ribelle”.

Lo studio di questo saggio permette di conoscere il meraviglioso mondo slavo-ortodosso in tutte le sue implicazioni storiche, militari e culturali. Svolge così un ruolo di spartiacque tra la predominanza della cultura romano orientale e l'oblio per gli studi serbi: tale risultato è splendido e si concretizza nell'analisi storico letteraria di tutte le donne che hanno plasmato la forza culturale della Serbia.

Jelena Balšić
Copertina del libro Jelena Balšić e le donne nella cultura medievale serba, edito da Graphe.IT

Duecento capolavori per celebrare Raffaello alle Scuderie del Quirinale

Maxi-mostra a Roma dal 5 marzo alle Scuderie del Quirinale a Roma, così culmineranno le celebrazioni per l'artista a livello mondiale: protagoniste ne saranno oltre cento opere di mano dell'Urbinate mai riunite tutte insieme prima d’ora.

Una grande mostra monografica, con oltre duecento capolavori tra dipinti, disegni ed opere di confronto, dedicata a Raffaello Sanzio, superstar del Rinascimento, nel cinquecentenario della sua morte, avvenuta a Roma il 6 aprile 1520 all'età di appena 37 anni.

Raffaello La Velata- Uffizi

L'esposizione, intitolata semplicemente RAFFAELLO, costituisce l'apice delle celebrazioni mondiali per i 500 anni dalla scomparsa dell'Urbinate e rappresenta l’evento di punta del programma approvato dal Comitato Nazionale appositamente istituito dal Ministro Dario Franceschini e presieduto da Antonio Paolucci.

Realizzata dalle Scuderie del Quirinale (appartenenti alla Presidenza della Repubblica e gestite dal Mibact attraverso la società in-house ALES), in collaborazione con le Gallerie degli Uffizi, la mostra è curata da Marzia Faietti e Matteo Lafranconi con il contributo di Vincenzo Farinella e Francesco Paolo Di Teodoro.

Un autorevole comitato scientifico presieduto da Sylvia Ferino ha affiancato e approfondito il lavoro del team curatoriale, stimolando un dialogo fruttuoso tra gli specialisti del settore più accreditati al mondo, come Nicholas Penny (già direttore National Gallery di Londra), Barbara Jatta (direttore Musei Vaticani), Dominique Cordellier (Musée du Louvre), Achim Gnann (Albertina, Vienna), Alessandro Nova (Kunsthistorisches Institut, Firenze).

In occasione della mostra, è stato raccolto un vastissimo corpus di opere di mano di Raffaello: oltre 100, tra dipinti e disegni, per una raccolta di creazioni dell'urbinate mai viste al mondo in così gran numero tutte insieme.

Raffaello Madonna del Granduca- Uffizi

Anche in termini di capolavori in prestito (oltre che di lavoro scientifico svolto), è stato determinante il contributo delle Gallerie degli Uffizi, con circa 50 opere delle quali oltre 40 dello stesso Raffaello. Ma anche tanti altri musei di importanza internazionale hanno contribuito ad arricchire la rassegna con capolavori dalle loro collezioni: tra questi, in Italia, le Gallerie Nazionali d’Arte Antica, la Pinacoteca Nazionale di Bologna, il Museo e Real Bosco di Capodimonte, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, la Fondazione Brescia Musei, e all’estero, oltre ai Musei Vaticani, il Louvre, la National Gallery di Londra, il Museo del Prado, la National Gallery of Art di Washington, , l’Albertina di Vienna, il British Museum, la Royal Collection, l’Ashmolean Museum di Oxford, il Musée des Beaux-Arts di Lille. Complessivamente saranno più di 200 le opere in mostra.

L'esposizione, che trova ispirazione particolarmente nel fondamentale periodo romano di Raffaello e che lo consacrò quale artista di grandezza ineguagliabile e leggendaria, racconta con ricchezza di dettagli tutto il complesso e articolato percorso creativo. Ne faranno parte creazioni amatissime e celebri in tutto il mondo, quali, solo per fare alcuni esempi, la Madonna del Granduca delle Gallerie degli Uffizi, la Santa Cecilia dalla Pinacoteca di Bologna, la Madonna Alba dalla National Gallery di Washington, il Ritratto di Baldassarre Castiglione e l’Autoritratto con amico dal Louvre, la Madonna della Rosa dal Prado, la celebre Velata di nuovo dagli Uffizi.

La mostra verrà inaugurata il 3 marzo 2020 alla presenza delle più alte cariche dello Stato e dei rappresentanti ufficiali dei principali paesi prestatori.

Dal 5 marzo la mostra aprirà al pubblico e sarà visitabile fino al 2 giugno.

Dichiarazioni:

Ministro Mibact Dario Franceschini:

“La mostra su Raffaello è una grande mostra europea che raccoglie capolavori mai riuniti finora. Il giusto modo per celebrare la grandezza e la fama di un artista universale a 500 anni dalla sua morte. La prestigiosa esposizione alle Scuderie del Quirinale, che come quella dedicata a Leonardo al Louvre vede la collaborazione dei più grandi musei italiani e internazionali, permetterà al pubblico di ammirare un corpus considerevole di opere di Raffaello”.

Presidente e ad Ales- Scuderie del Quirinale Mario Di Simoni:

“La mostra di Raffaello, realizzata in collaborazione scientifica e di prestiti con gli Uffizi, è la dimostrazione di quanto sia corretta la collocazione delle Scuderie del Quirinale in stretto collegamento con il grande sistema dei musei statali. È il coronamento ideale dei vent’anni di apertura al pubblico delle Scuderie del Quirinale”.

Direttore Gallerie degli Uffizi Schmidt:

“Le Gallerie degli Uffizi, dove si concentra il più grande numero di dipinti e disegni di Raffaello al mondo, partecipano con entusiasmo all’organizzazione di questa ricorrenza epocale, per offrire una nuova, approfondita visione di Raffaello, specialmente per il periodo in cui l’artista visse a Roma. La mostra, frutto di una collaborazione senza precedenti tra le Gallerie degli Uffizi e le Scuderie del Quirinale, si svolge non a caso nella capitale: Roma non è solo una tappa biografica dell’artista, ma il simbolo della dimensione nazionale della sua arte e del suo pensiero”.


Il leone e la montagna. Al museo Barracco in mostra i reperti del Sudan

Al Museo di Scultura Antica Giovanni Barracco arriva la prima tappa di Il leone e la montagna, una mostra a cura di Emanuele M. Ciampini sulla Missione Archeologica Italiana in Sudan – attiva da quasi cinquanta anni nel sito del Jebel Barkal, patrimonio mondiale Unesco – promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale  Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali.

Saranno esposti reperti che lasciano il Sudan per la prima volta e che provengono dallo scavo dell’antica città di Napata, uno dei più importanti siti archeologici dell’intero paese. Gli oggetti accompagneranno il visitatore alla scoperta di un mondo ancora poco noto e di una cultura che fa da ponte tra Africa, Egitto e Mediterraneo. L’evento espositivo, realizzato in collaborazione tra le due sedi universitarie “Ca’ Foscari” di Venezia e “Sapienza” di Roma, si avvale di una scelta di materiali che, pur nella loro fragilità e frammentarietà, sono ancora in grado di fornire – grazie anche a un corredo di testi, immagini e ricostruzioni grafiche prodotto dagli archeologi della Missione – un quadro quanto più esauriente e aggiornato possibile dell’area cerimoniale di epoca meroitica,
fiorita nell’antica Napata intorno al I sec. d.C.

Il sito fu frequentato dagli Egizi dalla seconda metà del II millennio a.C. e conosce una lunga storia, legata al prestigio dei suoi edifici sacri e al connesso settore palaziale, che testimonia del valore di Napata come città regale, dove i sovrani del regno di Kush – antico nome che per gli Egizi identifica la terra di Nubia come entità politica – sono incoronati e confermati nel loro potere. L’ultimo di questi settori regali, datato al regno del sovrano meroitico Natakamani (I sec. d.C.) costituisce l’area di scavo della Missione Italiana. Negli anni, l’indagine ha saputo
delineare le caratteristiche di un vasto spazio dominato da un grande palazzo regale e da varie strutture satelliti. Nel loro insieme, questi edifici rappresentano l’interpretazione meroitica del concetto di città regale di matrice ellenistica.

La mostra occuperà due piani del Museo Barracco, che già possiede una ricca collezione di antichità del Vicino Oriente. Qui saranno esposti una serie di materiali conservati nel magazzino messo a disposizione della Missione dalla National Corporation for Antiquities and Museums della Repubblica del Sudan, autorità preposta alla salvaguardia e alla cura delle antichità. L’evento espositivo è anche occasione per ribadire una sinergia tra l’Università “Sapienza” di Roma, nel cui museo si conservano alcuni materiali dal cantiere diretto dal fondatore della missione, prof. Sergio Donadoni, e l’Università “Ca’ Foscari” di Venezia, che ha attualmente la responsabilità della direzione. Ciò che emerge non è solo una ricostruzione della città regale voluta dal sovrano meroitico, ma anche l’evoluzione e la maturazione nell’elaborazione dei dati di scavo; grazie a questo è ora possibile offrire al
visitatore della mostra un quadro forse incompleto, ma certamente più vicino possibile a quella che deve essere stata un’importante realtà fiorita in un ricco e forte stato dell’Africa Antica.

Accanto ai reperti originali, saranno presentati calchi di materiali, alcuni dei quali di particolare importanza perché riproducono oggetti fragili andati perduti a causa di una violenta inondazione. Tra i metodi di presentazione al pubblico, alcune ricostruzioni in 3D consentiranno di avere una resa grafica particolarmente accurata di strutture
architettoniche e di oggetti di maggior rilievo. La Missione Archeologica è supportata regolarmente dal Ministero degli Affari Esteri, Divisione VI, e dal Fondo Scavi dell’Università “Ca’ Foscari” di Venezia. Nel quinquennio 2014-2018 la Missione ha anche goduto del supporto del Qatar-Sudan Archaeological Project.

info mostra: http://www.museobarracco.it/it/mostra-evento/il-leone-e-la-montagna


Meraviglie. Torna il TV il programma di successo che racconta i tesori italiani

Prende il via sabato 4 gennaio 2020, alle 21.20 su Rai1, la terza edizione del programma condotto da Alberto Angela dal titolo Meraviglie. Quattro puntate che costituiscono un viaggio tra opere, luoghi, sistemi di vita assolutamente particolari che testimoniano la creatività e l’ingegno dei nostri predecessori.

L’Italia è davvero la penisola dei tesori. Ospita, infatti, 55 siti riconosciuti dall’Unesco come patrimonio dell’umanità. Nessun paese al mondo, a parte la Cina, ha avuto altrettanti riconoscimenti. Il nostro non solo è il patrimonio più ricco, ma è anche distribuito in tutte le regioni e abbraccia tutti i periodi storici. Il merito di tanta ricchezza, di tanta bellezza è tutto nostro, dei nostri padri, dei nostri antenati.

Alberto Angela. Foto: Ufficio stampa Rai1

Quindi, questo programma è anche un omaggio agli italiani, a quanto hanno saputo fare nei secoli e a quanto, tra mille difficoltà, si continua a fare.
La prima puntata di Meraviglie prende il via da un luogo magico: Capri, un sogno fatto isola. La storia, il costume, la moda si intrecciano su questo scoglio al largo del golfo di Napoli. Con Alberto Angela, se ne ammireranno le bellezze naturali – come dimenticare la mitica Grotta Azzurra? - ma anche la storia: da Villa Jovis, la sontuosa abitazione dell’imperatore Tiberio, a Villa Lysis, culla della mondanità, al sentiero dei fortini. Il regista Mario Martone racconterà i suoi primi incontri con l’isola, mentre Violante Placido, impersonando Eleonora Duse, rievocherà il contrastato rapporto della diva con Capri.

Da un’isola di sogno a un palazzo da sogno: il Palazzo Reale di Torino. Alberto Angela, passando da un salone sontuoso ai labirintici percorsi destinati alla servitù, farà rivivere episodi che sono stati alla base della nascita dell’Italia, ma anche le mille curiosità che caratterizzavano la vita di corte. Mentre Aurora Ruffino vestirà i panni della regina Margherita, Arturo Brachetti, abitando proprio accanto, racconterà come ha potuto sbirciare dentro il Palazzo.

Si andrà, infine, a Roma, “la regina delle acque” secondo gli antichi. Il fontanone del Gianicolo, la fontana dei fiumi, la fontana di Trevi, il parco degli acquedotti. E poi, i quasi 2500 “nasoni”, le fontanelle sparse per tutta la città. La storia di Roma, dall’impero al barocco, è in qualche modo scritta dall’acqua. Del suo rapporto con le fontanelle e le fontane parlerà con affetto e divertimento Carlo Verdone, mentre Gian Lorenzo Bernini, autore di tante fontane, sarà impersonato da Massimo Bonetti.


Eldorado El Dorato

Il mito di El Dorado: un revival medievale nelle Americhe

Il mito di El Dorado
di Antonio Fichera – Maurizio Reina de Jancour

Un revival medievale nel nuovo mondo

Eldorado (1848)

Vestito di tutto punto,
Un coraggioso cavaliere,
Al sole e all'ombra,
Aveva viaggiato a lungo,
Cantando una canzone,
Alla ricerca di Eldorado.

Ma diventò vecchio-
Questo cavaliere così audace-
E sul suo cuore un'ombra-
Calò, quando non trovò
Nessun pezzo di terra
Che somigliasse all'Eldorado.

E, quando le forze
Alla lunga lo abbandonarono,
Incontrò un'ombra pellegrina-
“Ombra,” lui chiese,
“Dove può essere-
Questa terra d'Eldorado?”

“Oltre le Montagne
Della Luna,
Giù per la Valle delle Ombre,
Cavalca, cavalca col sangue freddo”
Rispose l'ombra-
“Se cerchi l'Eldorado”

[Edgar Allan Poe, da Il Corvo e tutte le poesie, traduzione di Alessandro Manzetti, Independent Legions Publishing ]

In seno alla letteratura odeporica (di viaggio) notiamo come l'uomo medievale riversi tutte le sue fantasie in fantasmagoriche terre remote, in particolare quelle orientali. Dalle prime esplorazioni nell'impero Mongolo di Giovanni Pian del Carpine, a Guglielmo di Rubruk e alle ben più celebrate spedizioni di Marco Polo il locus asiatico tramutò inesorabilmente in un altro mondo popolato da portenti magici e bizzarrie varie. Tale trasformazione del resto era già in atto durante la cultura classica grazie alle immaginifiche descrizioni di Erodoto delle terre egizie e persiane, agli esoticismi curiosi descritti da Arriano nell'India o nella satira narrativa di Luciano di Samosata. Ad alimentare questo orientalismo fantastico arrivò anche la Chiesa cattolica e il mondo cavalleresco, rispettivamente con i testi legati al Prete Gianni (mistico sovrano cristiano che nascondeva il suo ricchissimo regno in inaccessibili terre asiatiche) e ai poemi/romanzi cavallereschi con protagonisti Alessandro Magno o paladini carolingi/arturiani persi nelle terre degli infedeli.

Il mito di una terra rigogliosa, ricca, opulenta e di difficile collocazione si radicò facilmente per tutto il medioevo (e oltre) a ogni latitudine, dal paese della Cuccagna di sapore provenzale al paese dei Bengodi descritto da Boccaccio nel Decameron, per poi essere usato come metafora satirica da Sebastian Brant ne La Nave dei folli o come elemento di fascinazione nelle opere di Lope de Rueda nel cinquecento spagnolo.

Proprio il mondo ispanico sarà il principale protagonista di questa folle caccia delle mirabilia asiatiche grazie ai viaggi di Cristoforo Colombo del 1492. Sappiamo che all'inizio gli esploratori e gli intellettuali del XVI secolo credevano di aver trovato la rotta per raggiungere l'Oriente, in particolare il Cipango (Giappone) la terra dove i sovrani abitavano palazzi dai tetti d'oro, passando per l'Occidente. Quando l'Europa sbarcò sulle coste americane fu davvero convinta di essere entrata in contatto con il Giappone e l'India. I meravigliosi paesaggi lussureggianti, i primi contatti pacifici con gli indigeni e i doni ricevuti come offerte di ospitalità alimentarono la convinzione degli spagnoli di essere giunti alle famose isole della Macaronesia (isole dei beati) e quindi nel Regno del Prete Gianni o nel dorato Cipango.

Eldorado El Dorato
Il Lago Parime (Parime Lacus) su una cartina di Hessel Gerritsz (1625). Situata sulla riva occidentale del lago, Manõa o El Dorado. Immagine in pubblico dominio

Il mito di El Dorado nasce quindi con queste istanze, è il frutto di una proteiforme traslazione del repertorio mitico, folclorico e odeporico del mondo europeo in queste nuove terre. In sintesi l'orientalismo coltivato per secoli in Asia viene trapiantato nelle americhe, portando a una nuova distorsione perpetua e locale dei miti europei. Il vello d'oro degli Argonauti, le misteriose amazzoni (guarda caso il Rio delle Amazzoni e la foresta amazzonica derivano dalla mitologia greca e dai nomi usati dall'esploratore Francisco de Orellana), e l'età aurea dell'antichità classica vengono rievocati soavemente nelle nuove Indie, ciò che non era mai stato scoperto dagli europei per tutto il Medioevo ora è alla portata di mano dei coraggiosi hidalgos che con spirito picaresco e cavalleresco si sobbarcano responsabilità e pericoli pur di soddisfare la sete di gloria, ricchezza e per onorare la corona spagnola.

Il libro edito dalla ASEQ Edizioni di Roma e scritto a quattro mani da Antonio Fichera e Maurizio Reina de Jancour ripercorre con sintetica capacità l'architettura mitica de El Dorado, dal pallido vociferare dei soldati spagnoli a mito trainante della conquista delle nuove terre, fino alla codificazione di una vera e propria leggenda aurea amerinda che ingolosì non solo avventurieri e cavalieri ma anche le sfere ecclesiastiche e politiche di Spagna, Portogallo e delle forze interessate alle Americhe. Il saggio inoltre è arricchito da numerose immagini e fotografie, cartine e citazioni d'epoca che rendono la lettura coinvolgente e fruibile a tutti. Tale edizione a mio avviso è il perfetto vandemecum per iniziare uno studio del fenomeno El Dorado e delle sue implicazioni storico-culturali, poiché oltre a tratteggiare una genealogia del mito offre diversi apparati critici di livello: come una lista ben documentata delle principali spedizioni esplorative e militari perpetrate dai paesi coinvolti nella conquista, lista che si connota anche degli sviluppi del dialogo/scontro tra conquistadores e Inca, Maya e Aztechi; si conclude nel tratteggiare le più interessanti scoperte archeologiche (false, probabili e verificate) degli ultimi anni. Inoltre presenta una nutrita bibliografia saggistica delle fonti secondarie poiché delle crónicas ispaniche (fonti primarie, insieme alle epistole di funzionari ispanici e ecclesiastici) gli autori ne discutono ampiamente nei capitoli centrali. Il mito di El Dorado quindi è anche un invito allo studio del mito e del periodo storico, una perfetta introduzione a lavori più di nicchia che possono essere compresi con questa lettura preliminare ma ottima, figlia della collana Antropos.

El Dorado
La copertina del libro "Il mito di El Dorado" di Antonio Fichera e Maurizio Reina de Jancour per ASEQ Edizioni

Scudo di Garibaldi

Roma: rinvenuto lo scudo di Garibaldi

È stato rinvenuto dai Militari del Reparto Operativo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale e della Stazione di Roma Gianicolense lo Scudo di Garibaldi, opera che il popolo siciliano donò l’11 maggio del 1878 al condottiero in segno di rispetto, dopo lo sbarco dei Mille sulla costa marsalese.

La scultura bronzea fu realizzata da Antonio Ximenes (padre del più noto Ettore Ximenes), è policroma e di forma circolare, ha un diametro di 118 cm e pesa 50 chilogrammi. Fu successivamente donata da Garibaldi alla città di Roma, che la custodì nel Museo Capitolino, per poi essere spostata nel Museo Nazionale del Risorgimento nel Palazzo del Vittoriano, da qui sparì, probabilmente, a partire dai primi anni del 2000, in circostanze non ancora chiarite.

Mancava dalla struttura ospitante già dopo il 1982, anno del centenario della scomparsa del generale. Lo scudo presenta la testa di Garibaldi al centro ed è attorniato da una corona di quercia. Sulle foglie sono incise le principali battaglie da lui combattute e la scultura è divisa in otto raggi. Su ognuno di essi si trovano gruppi allegorici che rappresentano gli stemmi delle principali città italiane e delle icone che simboleggiano la Carità, la Giustizia, la Gloria e la Scienza strategica. La scultura è attorniata da una corona d’alloro su cui sono incisi i nomi di tutti i Mille, guidati dallo stesso Garibaldi, che arrivarono a Marsala con l’intento di annettere la Sicilia al Regno sabaudo.

Scudo di Garibaldi

Foto dall'Ufficio Stampa del Comando Carabinieri Tutela del Patrimonio Culturale


Palazzo Barberini

Riallestimento di Palazzo Barberini: nuova immagine per la sezione seicentesca delle Gallerie Nazionali di Arte Antica

Riallestimento di Palazzo Barberini: nuova immagine per la sezione seicentesca delle Gallerie Nazionali di Arte Antica

Palazzo Barberini
Foto di Alberto Novelli

Si vestono di nuovo le Gallerie Nazionali di Arte Antica, con dieci sale dell’Ala Nord totalmente rinnovate nell’estetica e nel criterio espositivo, così come era stato effettuato in aprile per l’Ala Sud. Cinquecentocinquanta metri quadri che vengono restituiti all’area espositiva, a seguito di operazioni di rinnovamento e restauro che hanno riguardato l’architettura, l’illuminazione, la grafica e gli ausili educativi. Ciò ha consentito l’ottimizzazione del palazzo, la valorizzazione dei Barberini e della loro storia, mostrando chiaramente anche l’impatto rivoluzionario che Caravaggio apportò alla pittura italiana ed europea.

Da venerdì 13 dicembre si è così avviato un inedito percorso cronologico e geografico che procede dal tardo Cinquecento al Seicento, seguendo il progetto di allestimento ideato da Enrico Quell. Flaminia Gennari Santori, Maurizia Cicconi e Michele Di Monte hanno curato la mostra, scegliendo ottanta opere da ammirare lungo un itinerario circolare da cui osservare anche i giardini da finestre appositamente riaperte dopo tanto tempo. Un ripensamento degli spazi che congiunge gli assi visivi da un’ala all’altra dello stabile, come gli scaloni del Bernini e di Borromini.

Dalla sala iniziale sul tardo manierismo romano ed internazionale (espresso dall’arte di Pietro Francavilla, Marcello Venusti, Jacob de Backer e Joseph Heintz) alla sala sui veneti del tardo Cinquecento (racchiusi nelle produzioni di Tintoretto e nella Scuola di Tiziano col dipinto di Venere e Adone), si giunge poi alla Galleria: restaurata al fine di rivalorizzare gli affreschi di un tempo, contiene esemplari di pittura di genere, tra i quali tele inedite di Frans Francken il Giovane ed un raro “Diluvio Universale” appartenente alla Scuola di Jacopo Bassano.

Jacopo Bassano, bottega di (Bassano del Grappa 1515-Venezia 1592), Il Diluvio universale, 1580-1590. Olio su tela, 215 x 311 cm

Si procede in una sala minuta, aperta per la prima volta e contenente esclusivamente l’Altarolo portatile di Annibale Carracci, affiancata da una sala altrettanto inedita ricca di affreschi tardo cinquecenteschi e pitture di paesaggi ritraenti i Feudi Mattei per mano di Paul Bril. Ma lo spettacolo maggiore si ha nelle tre sale seguenti relative al Caravaggio: nella prima sala l’inconfondibile “Giuditta e Oloferne” è accostata ad opere di Giovanni Baglione ed Orazio Borgianni, nella seconda sala il celebre “Narciso” è affiancato da opere di Ribera e Simon Vouet, nella terza “San Francesco” meditante si affianca ad opere di Bartolomeo Manfredi e Orazio Gentileschi. Le vaste sale finali concludono la sezione con dipinti di caravaggeschi europei (Bigot, de Boulogne, Serodine, Stom) ed esponenti della scuola bolognese di pittura (Domenichino e Guercino).

Il palazzo originariamente apparteneva agli Sforza, i quali nel 1585 fecero decorare la volta del soffitto dell’attuale sala 19: pittori quali Niccolò Circigliani e Baldassarre Croce raffigurarono il patriarca Giuseppe e gli stemmi dei cardinali per indicare la protezione divina della famiglia ed i successi conseguiti. L’affresco “Carro di Apollo con le quattro stagioni” (1693 circa) dell’odierna sala 20 appartiene a Giuseppe Chiari e ritrae la nascita del giorno con Aurora alla guida del carro del sole, in riferimento al matrimonio del principe Urbano Barberini. La galleria, che adesso corrisponde alla sala 21, era riservata ad Anna Colonna Barberini: le decorazioni, fondate su un disegno di Pietro da Cortona ma realizzato dai suoi allievi, ritraggono in particolar modo le origini mitiche di Palestrina, possedimento del principe Taddeo Barberini, marito di Anna. La sala 23 era invece l’anticamera della cappella, anch’essa decorata per volere degli Sforza: aveva un quadro al centro raffigurante la natività, immagini di profeti e sibille con libri simboleggianti l’avvento del Messia.

Jacob De Backer (Anversa, 1555 ca-Anversa, 1585 ca), Cristo morto sorretto da un angelo, 1580-1585 ca. Olio su tela, 158 x 118

Del resto, tra le opere ivi esposte ve ne sono molte di carattere biblico e mitologico, in un periodo in cui le immagini di culto subivano una minuziosa attività di ermeneutica visiva che incise sulla seguente storia dell’arte. Andiamo ad analizzarne alcune. Il dipinto ad olio su tela di Jacob de Backer “Cristo Morto sorretto da un angelo” (1555-1585 circa) presenta l’immagine elegante del Cristo in una dimensione immateriale raccolto da angeli adoranti che ne incrementano l’icona di culto. “Diana e Atteone”, opera in olio su rame, copia della più nota opera di Joseph Heintz il Vecchio appartenuta all’imperatore e mecenate Rodolfo II, descrive la storia di Ovidio sulla punizione di Atteone che fu tramutato in cervo per aver violato lo spazio sacro alla dea Diana presso la fonte con le sue ninfe. Le due terrecotte di “Mosé” e “Aronne” realizzate del 1585 da Pietro de Francqueville, allievo di Giambologna, sono di chiara ispirazione michelangiolesca: il Mosè assorto fu scelto in accostamento al cardinale Agnolo Niccolini, diplomatico prima e sacerdote poi, parimenti alla figura biblica coinvolta nelle questioni sia temporali che spirituali. La raffigurazione ascetica di “Cristo portacroce” (1561) compiuta da Girolamo Muziano concentra totalmente l’attenzione sulla figura dominante di Cristo, dal volto rassegnato sotto il peso della croce. “Giuditta e Oloferne” (1540-1550) è un dipinto ad olio su tavola di Jan Massijs che ritrae l’eroina biblica in veste di ammaliatrice che inganna e decapita il generale nemico, di cui brandisce la testa con abiti trasparenti e sguardo ammiccante.

Queste sono solo alcune tra le notevoli opere raccolte nel rinnovato sito. Ulteriori progetti di riallestimento sono previsti nel 2020 per la sezione dedicata al Cinquecento e nel 2021 per le sale del piano terra, in vista di una sempre migliore offerta al visitatore, in termini di fruibilità e comprensibilità, garanzie di innalzamento qualitativo.

Palazzo Barberini
Foto di Alberto Novelli

Giorni e orari di apertura: martedì-domenica 8,30-19,00. Chiusura il 25 dicembre e il 1° gennaio.

Biglietto: intero 12 euro, ridotto 2 euro (giovani dai 18 ai 25 anni d’età), gratuito per i minorenni e categorie specifiche di docenti e studenti universitari, giornalisti, guide turistiche, portatori d’handicap e accompagnatori, insegnanti e scolaresche.


Giò Ponti

Della vita dentro l'architettura di Giò Ponti

Giò PontiGiò PontiIntellettuale poliedrico, Giò Ponti sembra interpretare nel XX secolo una variante moderna dell’uomo rinascimentale. Promotore del design made in Italy e anticipatore di una sensibilità contemporanea riguardo gli ambiti del “vivere” e dell’“abitare”, Ponti porta in sé tutti i tratti della cultura italiana del ‘900, riuscendo, allo stesso tempo, a distaccarsene nettamente. La mostra Giò Ponti - Amare l’architettura, visitabile preso il MAXXI di Roma dal 27 Novembre 2019 al 13 Aprile 2020, propone per la prima volta, dopo quarant’anni dalla sua morte, un viaggio esaustivo all’interno della mente di un creativo, il quale toccò, durante la sua lunga attività professionale, tutte le scale della progettazione, dal cucchiaio al grattacielo.

Homo ludens, Ponti non rinunciò mai alla dimensione ludica nel progetto e nell’approccio ai materiali e alla natura e fece del perseguire la bellezza delle forme il suo principio di vita, nel rispetto del gusto e del buon vivere.

Giò PontiL’architettura è un cristallo”, uno dei più noti aforismi di Ponti, nonché una sezione del percorso mostra, esprime l’idea della forma finita, assoluta e pura dell’architettura e trova riscontro in ognuno degli oggetti esposti. Dallo schizzo d’autore al sistema di pannelli autoportanti in metallo e laminato colorato, che sostengono i disegni, le fotografie e i modelli dell’architetto, tutto rimanda alla visione spaziale di Ponti, soprattutto grazie al sapiente allestimento di cui ci parla Silvia La Pergola (Architetto museale presso il MAXXI di Roma).

Giò Ponti

 

Quello che spesso succede in alcune mostre di architettura, dove il percorso risulta spesso didascalico e l’allestimento simile al layout di un libro, ci spiega l’architetto La Pergola, è stato qui ribaltato nel tentativo di lasciare al visitatore lo spazio per relazionarsi anacronisticamente all’opera dell’architetto, quasi come in una mostra di un artista. Nulla è lasciato al caso: le pareti discontinue, le forme cristalline, il “verde caraibi” e “il blu mediterraneo”. Dio è nel dettaglio e nel dettaglio c’è il talento. Quella che ci viene raccontata al MAXXI in questi giorni dall’apertura della mostra è la storia di un gesamtkunstler – letteralmente artista totale – che sviluppò la propria idea di abitazione “esatta” ricamandola sulla vita dell’uomo come lo conosceva, ricercando nella meccanizzazione non solo la tecnica, ma anche l’energia per dar vita ai suoi edifici.

Giò PontiTutte le foto sono di Sveva Ventre


Nuova luce a Palazzo Bonaparte con la mostra Impressionisti Segreti

NUOVA LUCE A PALAZZO BONAPARTE

La mostra Impressionisti Segreti

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Palazzo Bonaparte

Roma è talmente piena di tesori che per scovarne di nuovi basterebbe camminare, traffico permettendo, col naso per aria: spesso essi sono nascosti in piena vista, magari in una delle zone più frequentate e caotiche come Piazza Venezia. È proprio qui, esattamente di fronte all'Altare della Patria, che si trova Palazzo Bonaparte: costruito nel '600 dai marchesi D'Aste, la sua proprietà passò di mano in mano finché, nel secolo XIX, fu acquistato da Maria Letizia Ramolino Bonaparte, madre di Napoleone, la quale lo fece ristrutturare sovrapponendo alle originali forme barocche stilemi rispondenti al gusto neoclassico, e che qui visse fino alla sua morte avvenuta nel 1836. Verso la fine del '900 il palazzo, ormai conosciuto col nome della più celebre tra i suoi proprietari, fu acquistato da INA Assitalia, che vi mantenne i propri uffici direzionali fino al 2005; oggi, dopo uno scrupoloso restauro durato due anni, Palazzo Bonaparte è stato musealizzato e attrezzato per essere sede di mostre d'arte temporanee. La sua riapertura al pubblico trova degna celebrazione con la mostra Impressionisti Segreti, dedicata alla più significativa corrente artistica della Francia ottocentesca.

Raramente una mostra ha avuto un legame tanto stretto col proprio contenitore come in questo caso: Palazzo Bonaparte, fino ad ora non fruibile al pubblico, ospita opere provenienti in massima parte da collezioni private, alcune delle quali mai esposte prima; dipinti sicuramente meno noti rispetto ai grandi e celebrati capolavori dei maestri impressionisti, eppure essenziali per comprenderne l'evoluzione artistica e personale. Non sorprende dunque che a una scansione squisitamente cronologica delle opere sia stato preferito un allestimento per argomento: ciascuna delle otto sale in cui si suddivide l'esposizione riguarda infatti una differente tematica pertinente alla sfera emotiva più intima e familiare, di rado indagata prima d'ora.

Palazzo Bonaparte Impressionisti segreti

Palazzo Bonaparte Impressionisti segretiGrazie a un apparato critico di prim'ordine, che prende in esame ogni singola opera nel contesto della biografia dell'artista che l'ha realizzata, è possibile rilevare affinità e divergenze interpretative tra i differenti impressionisti nel trasferire su tela i propri luoghi del cuore, la vita quotidiana, l'esplorazione della propria personalità, gli affetti familiari; sono inoltre messi in luce, e questo è forse il principale pregio della mostra, i complessi rapporti tra gli artisti, i quali spesso andavano ben oltre la semplice condivisione di una professione. L'opera scelta per la locandina, Allo Specchio, riflette perfettamente queste premesse: la sua autrice Berthe Morisot fu infatti allieva di Manet, col quale intrattenne un rapporto di tenera amicizia, e fece da modella ad altri artisti (alcuni dei suoi ritratti sono in esposizione); nel suo dipinto si ravvisa quella dimensione intima che è alla base dell'intera mostra, nonché la piena rispondenza formale agli stilemi impressionisti.

Palazzo Bonaparte Impressionisti segreti

Palazzo Bonaparte Impressionisti segretiPalazzo Bonaparte Impressionisti segretiAlle riconoscibilissime pennellate di artisti del calibro di Monet, Gauguin, Renoir, Cézanne e Pissarro sono giustapposte quelle meno celebri, ma ugualmente evocative, di Sisley, Caillebotte e la Gonzalès; non manca una sala, la penultima, completamente dedicata agli artisti nostrani il cui linguaggio fu fortemente influenzato da quello d'oltralpe, come Boldini e Zandomeneghi. L'esposizone si conclude con le opere di Signac, Van Rysselberghe e Cross, nella cui pittura si riflette la graduale evoluzione novecentesca dell'impressionismo in divisionismo e puntinismo, fino al suo completo abbandono in favore di nuove forme espressive.

L'esposizione gode di un allestimento tecnico particolarmente efficace: l'illuminazione a luce fredda è stata studiata con accuratezza per rendere subito discernibili le tinte più tenui e sfumate come i tratti più decisi e pastosi: agli occhi del visitatore è dunque restituita tutta la potenza suggestiva dei colori, la quale del resto è uno dei capisaldi di questa corrente artistica.

Impressionisti Segreti offre inoltre l'occasione per scoprire Palazzo Bonaparte, anch'esso dotato di infrastrutture all'avanguardia per la valorizzazione dell'esposizione permanente, che consta delle pregevoli volte con pittura su intonaco, pavimenti a mosaico policromo e una maquette in gesso a grandezza naturale della statua ritraente Napoleone nelle vesti di Marte Vincitore, realizzata da Canova ed esposta presso la Pinacoteca di Brera. A metà del percorso espositivo è inoltre possibile visitare il celebre “Balconcino di Letizia”, un bussolotto coperto e interamente decorato che corre lungo l'angolo esterno del palazzo, dal quale si gode di uno spettacolare panorama su Piazza Venezia: è qui che la madre di Napoleone trascorse la sua vecchiaia, seduta a osservare la gente che passava senza essere vista, sperando, si racconta, di veder tornare suo figlio. Il suo volto sarebbe in effetti ritratto a bassorilievo su uno dei timpani che decorano le finestre sulla facciata, sporto a guardare verso l'orizzonte, come se l'attesa durasse tuttora: probabilmente non è che una delle tante, affascinanti leggende romane, ma di certo testimonia lo stretto legame tra la storia della città e questo palazzo, oggi finalmente restituito al pubblico.

La mostra Impressionisti Segreti, prodotta e organizzata dal Gruppo Arthemisia col patrocinio dell'Ambasciata di Francia in Italia e della Regione Lazio, è stata curata da Claire Durand-Ruel e Marianne Mathieu. Sarà visitabile fino al 6 marzo 2020.