Augustus John Williams Ottaviano Augusto

L'uomo del destino: Augustus di John Williams

Chi era veramente Augusto? Il devoto figlio che vendicò il padre assassinato? L’ultimo difensore di quella Repubblica che Antonio voleva abbattere? Il pacificatore del mondo? L’inventore del principato (la versione tutta ‘romana’ dell’assolutismo)? Il restauratore degli ‘antichi costumi’? Un dio in terra? Queste sono alcune delle maschere che Ottaviano Augusto indossò nella sua lunghissima e cinquantennale carriera politica (morì infatti a 76 anni a Nola nel 14 d.C.). In ogni epoca la sua figura fu vista come un modello, positivo o negativo: ora sovrano perfetto, venerato dagli autocrati, ora cinico tiranno, disdegnato dai filosofi. Di nessun uomo si è mai scritto tanto pur conoscendo così poco della sua vita privata.

Mausoleo di Augusto sul Campo Marzio: qui dovevano essere poste le tavole bronzee con incise le Res gestae, foto di Russel YarwoodCC BY-SA 2.0

Dalle fonti antiche ne vien fuori un ritratto inevitabilmente parziale: da un lato la storia ‘sacra’, ossia il racconto di come Augusto divenne il ‘primo cittadino’ della Repubblica, racconto che lui stesso modellò e scrisse nei (perduti) Commentarii de vita sua e fece incidere sulla ‘faraonica’ stele bronzea delle Res Gestae; dall’altro la versione dei suoi nemici e detrattori, i pettegolezzi, le manie e le superstizioni, l’ossessione per le congiure, il suo perfido sarcasmo, la fragile salute, i compromessi e le efferatezze di cui si macchiò sin da giovanissimo per conquistare e preservare il proprio potere.

La copertina della prima edizione di Augustus, Viking Press, 1972, Fair use

Se la critica storiografica difficilmente potrà darci un ritratto univoco di una personalità così complessa e a tratti inaccessibile, forse può farlo il romanzo. Ad intuire, infatti, il potenziale romanzesco di una vita come quella di Augusto fu lo scrittore americano John Edward Williams che, con il suo quarto ed ultimo romanzo, Augustus, fu insignito, nel 1973, del National Book Award for Fiction ex aequo con Chimera di John Barth. Williams, morto nel 1994, resta ancora oggi un personaggio poco noto: docente universitario di Letteratura Inglese nell’Università del Missouri, il suo talento letterario è stato apprezzato e rivalutato soltanto di recente. Non bastarono il National Book Award e le ottime recensioni della critica a fare di lui uno scrittore di successo in vita. Il suo terzo romanzo, Stoner (1965), è stato solo negli ultimi anni un acclamatissimo caso letterario che ha spinto in Italia la Fazi a ripubblicare tutte le sue opere. Riabilitato dalla New York Review of Books nel 2006 ed elogiato da scrittori come Ian McEwan, Nick Hornby e Bret Easton Ellis, oggi Williams è riconosciuto come uno dei massimi talenti americani del ‘900. Ed Augustus conferma a pieno questo giudizio.

Il romanzo, polifonico, si struttura in tre parti: nel Libro I, Williams assembla documenti originali e fittizi (lettere, diari, dispacci, memorie) di amici, nemici, conoscenti del giovane Ottaviano, ricostruendo indirettamente e cursoriamente, da romanziere e non da storico, il ‘castello di carte’ che ha portato il figlio adottivo di Cesare al vertice dell’Impero; il Libro II, è incentrato sul rapporto fra il princeps e sua figlia Giulia, costretta anche lei a diventare un personaggio nella grande ‘recita’ del padre: prima è obbligata a sposare in serie tutti i successori designati del padre e infine viene mandata in esilio; nel Libro III, leggiamo finalmente le parole di Augusto, autore di tre lunghe lettere, scritte poco prima di morire, testamento spirituale di un uomo che aveva compreso, prima di tutti gli altri, che il proprio destino fosse quello di «cambiare il mondo». Sono queste senza dubbio le pagine più ispirate del romanzo, insieme a quelle del diario di Giulia e alla descrizione della battaglia di Azio, il punto di svolta definitivo della vita e della carriera del princeps.

Chi ben conosce e ha studiato gli eventi che hanno portato Augusto al potere, potrà storcere il naso dinnanzi a certi passaggi di questo romanzo: non mancano omissioni, semplificazioni ed errori che tuttavia non stravolgono la verità storica (d’altronde Williams mette le cose in chiaro sin dalla nota prefatoria: «Se in questo lavoro sono presenti delle verità, sono le verità della narrativa più che della Storia»).

Pertanto, Augustus va letto per ciò che è, ossia un romanzo sull’amicizia (tema molto caro all’autore), sul potere e la solitudine, sul dovere e sulla rinuncia agli affetti. Williams rischia (come chiunque approcci una materia così incandescente), ma riesce nell’impresa: scava in quel «luogo segreto» del cuore dove l’imperatore si è nascosto per tutta la vita «per obbedire al proprio destino» e lo fa con una scrittura elegante ed efficace, molto spesso mimetica dello stile con cui realmente si esprimevano i protagonisti di questa vicenda.

La grandezza del romanzo di Williams sta nella capacità dell’autore di sondare le emozioni dietro le difficili decisioni e gli eventi dolorosi che costellarono la vita di Augusto e dei suoi familiares senza fare di lui né un vecchio saggio né un freddo ‘Stalin togato’, ma tracciando da più punti di vista il ritratto di un essere speciale, andando più a fondo di quanto sia concesso alle armi della critica storiografica.

«Non è mai stata la mia politica, quella di svelare ad altri il mio cuore» fa scrivere Williams all’imperatore morente, racchiudendo in un giro di frase una delle caratteristiche peculiari della personalità di un uomo talmente indecifrabile, stando allo storico Svetonio, da mettere per iscritto i propri discorsi prima di affrontare una qualunque discussione, persino con sua moglie Livia.

Il “Grand Camée de France”, dettaglio con Augusto e Livia, cameo in onice, 23 d. C. circa, Cabinet des Médailles, Parigi, foto di Carole RaddatoCC BY-SA 2.0

Non è forse un caso se Williams considerasse proprio Augustus e non Stoner (vita di un professore universitario) il suo ‘vero’ romanzo autobiografico: come Augusto, anche Williams vide per primo qualcosa che gli altri non potevano vedere. Infatti, secondo la sua ultima moglie, Nancy Gardner, in un’intervista concessa a Repubblica nel 2014, Williams «non ha mai sofferto la fama sfuggitagli in vita». Forse (ci piace pensare) intimamente convinto che prima o poi il valore della sua scrittura sarebbe stato riconosciuto.

«Il resoconto delle mie gesta, dunque, dovrà essere limitato a circa diciottomila caratteri. Mi sembra del tutto appropriato che io debba scrivere di me stesso rispettando queste condizioni, per quanto arbitrarie possano essere; perché come le mie parole devono conformarsi a questa pubblica necessità, così è accaduto alla mia vita. E come fecero le mie gesta, così le mie parole devono nascondere la verità, nella stessa misura in cui la espongono; essa resterà sepolta da qualche parte, sotto a queste parole incise nel bronzo, nella dura pietra che avvolgeranno. E anche questo è appropriato; perché buona parte della mia vita si è svolta nel segreto». Queste sono le illuminanti parole ‘testamentarie’ che fa scrivere al vecchio Augusto John Williams, lo scrittore che, dice Nancy, «ogni tanto amava immaginarsi nei panni di un imperatore».


Un posto al sole e il lato oscuro del sogno americano

Quando fu proiettato nelle sale, nel 1951, A Place in the Sun di George Stevens, remake di An American Tragedy di Josef Van Stenberg del 1931, già riadattamento dell’omonimo romanzo del 1925 di Theodor Dreiser, ottenne un successo straordinario di pubblico e di critica (sei Oscar, un Golden Globe, un Nastro d’argento). Il film fu una delle prime grandi prove attoriali di Montgomery Clift e Elizabeth Taylor, giovani astri nascenti del cinema hollywoodiano.

Un posto al sole Elizabeth Taylor Montgomery Clift Shelley Winters George Stevens A place in the sun cinema
Poster del film

La pellicola portava sul grande schermo un intenso dramma (scabroso sotto certi aspetti per la pruderie americana d’inizio anni ’50) che vede come fulcro narrativo la figura di George Eastman (Montgomery Clift), un ragazzo povero di Kansas City, figlio di pastori metodisti, che va a cercare fortuna ad Ovest presso il ricco zio industriale. Accolto con diffidenza per le sue umili origini, George accetta una modesta mansione alla catena di montaggio. Qui, disobbedendo alle ferree regole della fabbrica, frequenta la giovane operaia Alice (un’efficacissima Shelley Winters) con la quale intraprende una relazione clandestina. Quando, però, lo zio di George, visti i suoi buoni modi e il suo spirito di abnegazione, decide di promuoverlo ad un ruolo di responsabilità, tutto nella vita del giovane è destinato a cambiare.

Il timido e impacciato ragazzo di provincia è ora ammesso alle feste dell’alta società americana. Qui incontra Angela Vickers (un’incantevole Liz Taylor), giovane e ricca rampolla, la cui vita privata è argomento di tutti i rotocalchi dell’epoca. Il loro è un amore a prima vista. L’ambizione e l’ingenua passione di George lo portano a coltivare una doppia relazione e il sogno di una scalata sociale.

George Eastman (Montgomery Clift) e Angela Vickers (Elizabeth Taylor)

Tuttavia, a far precipitare la situazione è la notizia della gravidanza di Alice. Esclusa l’opzione aborto (non vi sono medici disposti ad aiutare la giovane coppia), a George non resta che pianificare l’omicidio di Alice, sempre più irrequieta e indisposta a ritardare il loro matrimonio, che avrebbe significato per George la rovina: perdere la fiducia dello zio, perdere Angela, decisa a sposarlo ad ogni costo, e rinunciare così alle sue ambizioni. Pronto a farla finita, George conduce Alice in barca su un lago, ma nel momento fatale non ha il coraggio di uccidere la ragazza che, però, maldestramente, cade dalla barca dopo un litigio. Quando si decide ad intervenire per salvarle la vita, è già troppo tardi. Logorato dal senso di colpa e scoperto ben presto dalla polizia, George finisce in tribunale dove, nonostante l’accorata confessione, viene condannato alla sedia elettrica.

La vicenda drammatica di George riflette a pieno il titolo originale del romanzo (An American Tragedy): George è davvero un personaggio tragico perché diviso fra due mondi, quello ‘basso’ dell’umiltà e della povertà a cui lo aveva costretto la scelta di vita religiosa dei suoi genitori e a cui lo avrebbe costretto, ancora una volta, il matrimonio con Alice, e dall’altro il mondo ‘alto’, del benessere, del sogno americano, della promessa di migliorare la propria condizione, incarnato dall’irresistibile e sensuale Angela a cui un ragazzo come George non può in alcun modo dire di no.

George non è un cinico parvenu, disposto a tutto, persino all’omicidio, pur di realizzarsi, ma è una vittima ingenua di un ingranaggio più grande di lui, quell’ingranaggio alla cui base vi è la catena di montaggio dove nasce e fiorisce la relazione con la povera Alice. George così come Alice e la stessa Angela sono vittime di un ingranaggio che non contempla gli affetti, che non può essere ostacolato da essi (in questo il divieto dello zio di intrattenere relazioni con altri salariati della fabbrica è simbolico, oltre che decisivo nello sviluppo della vicenda). Il venir meno di George al divieto dello zio e ai divieti morali e religiosi della madre (che si era raccomandata con il figlio prima della sua partenza per l’Ovest) lo spinge verso il baratro. Nel momento in cui George viene promosso, cioè si allontana dalla catena di montaggio, l’amore naturale, genuino per Alice è inutile, se non controproducente, e perciò va soppresso in funzione di un ‘bene superiore’, che è reale e concreto al tempo stesso: George è davvero innamorato di Angela, è davvero disposto a tutto pur di sposarla e trovare così il suo ‘posto al sole’. È impossibile, dunque, scindere il sentimento amoroso dall’ambizione nella figura complessa e sfaccettata di George, magistralmente interpretato da un introspettivo Montgomery Clift (attore che, nei suoi film, insieme con Marlon Brando e James Dean, incarnò la ‘gioventù bruciata’ dell’America eisenhoweriana). I suoi silenzi e la sua enigmatica espressività, infatti, riescono in modo molto efficace a rendere la complessità di un personaggio solo in apparenza molto semplice e lineare.

Questo torbido triangolo rappresenta, ad una più profonda analisi, su un piano simbolico, il lato oscuro del sogno americano e porta alla luce una falla enorme nella sua narrazione ottimistica ed entusiastica: la scalata sociale è possibile, ma solo a determinate condizioni, solo a costo di enormi sacrifici, solo a costo di frenare anche i propri più naturali e genuini sentimenti. In questa duplice e contemporanea tensione verso l’‘alto’ e verso il ‘basso’, George resta schiacciato: ha voluto tutto e ha voluto troppo, proprio perché non aveva avuto niente.

Vittima di quella sperequazione sociale che sostanzia il sistema economico americano, la Giustizia, che vede in lui solo un bugiardo, lo condanna a morte come colpevole di un omicidio che non aveva commesso, ma che aveva intimamente desiderato (beffardo paradosso).

Quella di George è una fiaccola che brucia in fretta: tutta la sua vicenda umana si consuma senza che lui possa rendersene conto. Solo alla fine, solo dopo la visita di Angela in carcere, capisce di aver perso tutto fuorché l’unica cosa per cui aveva agito, cioè Angela, che gli giura amore eterno e a cui lui chiede di amarlo ‘per il tempo che gli rimane da vivere’. È questo l’unico bene vero che gli resta, l’ultima scintilla di quel sogno che era stato la sua rovina.


La galassia dei dementi Ermanno Cavazzoni

Ermanno Cavazzoni, La galassia dei dementi: appunti di lettura

Oggi 14 settembre, a poche ore dalla proclamazione del vincitore del Premio Campiello 2018, con tutti i giochi ancora aperti, mi è possibile pubblicare qualche riflessione nata dalla lettura di questo romanzo di oltre 660 pagine, inatteso da parte di uno scrittore che ci ha abituato a libri sottili, apparentemente svagati, in realtà profondi e acutamente satirici, filosofici. Vergin di servo encomio e di codardo oltraggio, il mio intervento varrà, in caso di vittoria, ad anticipare il torrente di recensioni che inevitabilmente si scatena in questi casi, e nel caso più probabile di “sconfitta” (a Cavazzoni la sconfitta sembra più interessante e più istruttiva della vittoria, e sono certo che in cuor suo non si fa un cruccio di questo verdetto) a fissare le prime impressioni prodotte in me dalla lettura di quest’opera, a pochi giorni dall’uscita (le righe che seguono sono state stese nell’aprile scorso, in contemporanea ad interessanti e illuminanti interviste rilasciate da Cavazzoni, come quella a Antonio Gnoli su La Repubblica del 18 marzo).

Ermanno Cavazzoni, foto ad opera dell'associazione Amici di Piero Chiara, CC BY 2.0, da Flickr

Ci vuole coraggio in Italia e per un Italiano nell’affrontare il genere della finzione fantascientifica, da sempre in pratica monopolio anglosassone. E infatti siamo abituati a collocare le vicende di contatti alieni, UFO e città futuristiche varie in contesti certamente stranieri e spesso decisamente inglesi o statunitensi. Cavazzoni invece ci sorprende attraverso il contrasto che si crea fin da subito tra tutto l’apparato di droidi, androidi, ginecoidi, robot, alieni, veicoli antigravitazionali ecc. e i luoghi italici, domestici, per un lettore del Nord quasi familiari, per l’autore stesso in pratica nel cortile di casa. I personaggi umani non si chiamano Gordon o Han o Jeff Hawke, ma Hanz Vitosi, Ena Vitosina, signor (mi raccomando il “signor”!) Purcassea. La tecnologia robotica è nostrana, i nomi dei vari modelli sono tratti di peso dal repertorio degli studi classici. La città distrutta da una lontana invasione dallo spazio non è New York, una volta tanto, ma… Bologna! L’astronave aliena si posa su una vetta… non delle Rocky Mountains, ma dei Colli Euganei. La droide-servitrice dei Vitosi, la Cassandra, è programmata per ripetere ossessive esclamazioni d’altri tempi, quali: “Dio mio, santo cielo, misericordia, mariavergine!”, solo perché gli umani la vogliono così.

Eppure Cavazzoni sa adattare le formule della Science Fiction ad un telaio narrativo che è indubitabilmente italiano, letterario, tradizionale: il poema cavalleresco. Come ha rivelato egli stesso, lo scrittore reggiano si è proposto di affrontare l’unica forma oggi possibile di romanzo cavalleresco, appunto la fantascienza. E i rimandi sono puntuali e riconoscibili: la bellissima robottina Dafne, che tutti concupiscono e che da tutti fugge, è Angelica; l’enorme, invincibile robot militare Xenofon è Orlando; Jim, timido robot giardiniere, è forse Medoro, e si potrebbe andare avanti con le identificazioni. Cavazzoni ha detto che i paladini di Boiardo e Ariosto si chiudono nelle loro corazze come i robot e gli androidi nelle loro lamiere; come i paladini, prigionieri delle loro idee fisse (conquistare una donna, una spada, un destriero, un regno), sono incapaci di pensiero libero, così i robot devono forzatamente agire come i loro programmatori hanno voluto.

L’universo futuribile cavazzoniano è popolato di creature artificiali; gli umani, quando ci sono, si trovano ridotti ad obesi collezionisti di grucce per abiti o di stampi per scarpe, accuditi da androidi e ginecoidi che ne esaudiscono gli ormai scarsi desideri sessuali, incapaci di lavorare e persino di muoversi. Cosa resterebbe ad un’umanità privata dell’obbligo di dover lavorare? Visto che lo sport sarebbe impraticabile per l’obesità dilagante, resta il darsi agli hobby, per gli uomini soprattutto il collezionismo; in fondo, quale collezione non è fatta di cose inutili?

Il narratore è onnisciente, proprio come nell’Orlando furioso, ma sottilmente svagato e quasi distaccato: sembra poco partecipe del destino dei propri personaggi, ne racconta i casi con completezza ma senza parteggiare per loro, compiangerli, o al contrario criticarli e condannarli. Si tratta di una delicatissima prosa che ricorda un precedente capolavoro cavazzoniano, La città dei ladri, altro universo (in quel caso, concentrazionario) popolato da figure evanescenti e insieme concretissime, quasi anime condannate ad una incoercibile coazione a ripetere.

La vicenda è narrata secondo la tecnica cavalleresca dell’entrelacement: molteplici fili narrativi si dipartono da un nucleo iniziale, si intrecciano, tornano a divergere, confluiscono, indefinitamente, capitolo dopo capitolo. I capitoli (stavamo per dire “i canti”) sono ben 41, per circa 670 pagine, e questo è proprio del genere cavalleresco: l’opera deve essere ipertrofica (proprio come gli obesi umani che la popolano) per mimare la complessità del reale. Tale complessità però è governata da una logica stringente: tutto si tiene, tutto è credibile e coerente nella sua incoerenza programmatica. La storia in realtà non ha un vero inizio e nemmeno una vera conclusione, come sa bene chi ha letto Boiardo e Ariosto: c’è una situazione iniziale che dipende da certe premesse (lo sviluppo della tecnologia robotica, l’invasione aliena, la devastazione del pianeta) che non risultano risolte né chiarite alla fine dell’opera: solo il destino di alcuni personaggi arriva ad una qualche, provvisoria, definizione. Si intuisce che la narrazione potrebbe proseguire ancora, indefinitamente, per altri capitoli; è non è piccolo merito di Ermanno Cavazzoni il fatto che il lettore, giunto a pagina 670, quasi quasi “ne vorrebbe ancora”.

Androidi, dicevamo. E quindi tecnologia. Si nota per tutta l’opera l’arguta competenza con cui Cavazzoni adopera cognizioni di fisica, chimica, neurologia e altre scienze. Tutto è coerente nel mondo da lui costruito, persino il motore ad energia negativa si ha l’impressione che potrebbe funzionare, se realizzato. È piacevole vedere sfatato il mito che vuole gli intellettuali umanisti desolantemente ignoranti in ambito scientifico-tecnologico. Ma torniamo agli androidi, i veri protagonisti del complesso romanzo.

I nomi dei modelli di robot sono quasi tutti classici: l’unità militare si chiama Xenofon, come il celebre condottiero ateniese, la bellissima bambolotta programmata per soddisfare i desideri sessuali dei maschi umani si chiama Dafne, l’androide pedante pieno di erudizione inutile se non fastidiosa si chiama Ippia minore (con una deliziosa allusione per pochi intenditori). Altri modelli di macchine si chiamano Mantinea, Epaminonda, Leonida, Cassandra e così via. Ciascuno di loro è stato progettato, costruito e programmato per determinati servizi o compiti, dai lavori domestici alla guerra, dal sollevamento di carichi ai rapporti col pubblico negli sportelli amministrativi. In pratica l’essere umano non deve fare più nulla, è completamente accudito dai robot. Un futuro che forse ci aspetta, tra qualche secolo.

Le donne invece – almeno quelle delle Città femminili fortificate – hanno, per privilegio biologico, qualcos’altro da fare: hanno da riprodursi. Un’attività tuttavia a tal punto slegata da ogni possibile progetto di coppia, di vita in comune, di condivisione, che queste donne si accoppiano tutte con un solo maschio, il Pipo, che – pingue ed anemico fuco – serve contemporaneamente a tutte le regine dell’alveare, è il padre di tutti i figli che nascono nella Città, è il cocco di tutte le donne in età fertile, almeno per i due o tre anni che regge a quella vita di continua, quotidiana e sfrenatamente poligamica attività sessuale, finché persino una dolce morte gli appare preferibile a tanto dispendio di energie; ed ecco che un altro fortunato subentra in questo sfibrante ruolo.

Gli alieni di questo romanzo sono alieni mai visti prima nella fantascienza. Non tanto perché siano strani, simili a enormi seppie oppure a superorganizzate colonie d’insetti; non tanto perché abbiano raso al suolo sul pianeta ogni traccia d’attività umana; non tanto perché tendano a trasformare gli umani in cibo per le loro larve o, magari, ad accoppiarsi con le femmine umane mediante certe spermatofore dotate di vita propria, come le code delle lucertole. Nemmeno l’essere giunti su enormi astronavi dalla tecnologia avanzatissima distingue gli alieni cavazzoniani da quelli cui ci hanno assuefatti decenni di narrativa e di cinematografia. No, gli alieni in questo romanzo restano memorabili innanzitutto perché non è possibile comunicare in modo sensato con loro, malgrado l’utilizzo di un pezzo classico della fantascienza come il traduttore automatico. L’autore ritiene che gli eventuali alieni che venissero a farci visita sarebbero per davvero totalmente alieni da noi, non sarebbe possibile alcuna interazione comunicativa perché le loro esperienze, e quindi il loro linguaggio, sarebbero radicalmente diversi dai nostri. Proviamo a immaginare di dover tradurre per un alieno la frase: “Porco cane, ma che cazzo dici?”. Innanzitutto bisogna vedere se sul pianeta degli alieni esistono mammiferi come il cane o il porco, poi, che si fa se il loro sistema riproduttivo è di tipo asessuato o si basa, ad esempio, sulla diffusione di spore?

Questo per quanto riguarda la comunicazione, l’incontro ravvicinato con l’extraterrestre. Ma, si chiede ancora Cavazzoni, e se questo E.T., lungi dall’essere superintelligente e superevoluto, è un povero idiota, un demente? Questi alieni simili a seppie cadono dalle astronavi quasi fossero buttati giù, quasi fossero dei noiosissimi rompipalle o dei cerebrolesi che i loro stessi compagni non sopportano e che scaricano sul nostro pianeta per liberarsene. Un ottimo spunto di riflessione per quanti sono convinti che la civiltà umana abbia preso l’avvio grazie ai suggerimenti di visitatori venuti dallo spazio nella preistoria.

I robot, gli androidi e le ginecoidi, che non sono altro che macchine programmate per determinati compiti, malgrado l’aspetto a volte perfettamente umano, o forse proprio per quello, manifestano reazioni agli stimoli esterni che sembrano mimare quelle umane. Il senso di soddisfazione per il proprio dovere eseguito si manifesta attraverso un più agevole flusso della corrente elettrica; la necessità di ricaricare le batterie spinge il robot-femmina Dafne a liberarsi degli abiti e a stendersi al sole (la sua epidermide è un insieme di microscopiche celle solari); il disagio di non poter attendere ai propri compiti istituzionali spinge l’androide-cameriere a iterare fino all’inverosimile il processo di produzione-allestimento-offerta della tazza di caffè, un programma che possiede in memoria e che ripete in maniera che, fosse umano, diremmo ossessiva. Viene il dubbio – e non è un dubbio, perché la scienza lo ha dimostrato – che anche le nostre reazioni di piacere, di dolore, di noia, disagio, paura, soddisfazione, persino i sentimenti, come la simpatia, l’avversione, la solidarietà, l’ostilità, l’amore siano il frutto di sversamenti chimici e di impulsi elettrici da qualche parte nel nostro sistema nervoso e nel nostro cervello.

Nel mondo così ostile descritto da La galassia dei dementi c’è spazio per una prospettiva ottimistica? Non si tratta certo della vita eterna promessa da emissari degli extraterrestri a determinati umani, come Avoscàn, un uomo viziato e losco, interessato solo al proprio piacere somministratogli dai droidi a ciò adibiti, anch’egli come quasi tutti invaghito della bellissima Dafne; senza troppo pensarci su egli accetta la generosa offerta della vita eterna, ma si ritrova ridotto ad una testa staccata dal resto del corpo, conservata dagli alieni in una specie di teca e condannato per quella che in effetti potrebbe essere l’eternità a far funzionare, grazie ai neuroni del proprio cervello in rete con innumerevoli altre teste mozze, un gigantesco computer semibiologico. La sua vita eterna, ma si dovrebbe forse dire il suo inferno o il suo purgatorio (Cavazzoni, come Daniele Benati, è un noto esperto di purgatori) si riduce ad un inudibile farfugliamento (non avendo polmoni, non può nemmeno parlare), una serqua di insulti triviali rivolti alla testa a lui più vicina, quella del Pipo che egli considera colpevole della sua scelta avventata.

Forse l’unico spiraglio positivo sull’avvenire si apre per l’Angelica fuggitiva di questo strano poema in prosa, per quella bambolotta del tipo Dafne che, concupita da qualunque essere di sesso maschile, biologico o meccanico, e sempre scivolata via da ogni insidia grazie alla protezione dell’autore, finisce col trovare un equilibrio, una pace, un proprio spazio in una “libera terra” in mezzo alle paludi del delta del Po, lontano da ogni presenza umana, in un efficiente ménage a quattro con altri tre robot: lo Xenofon, androide militare, che trova soddisfazione e appagamento nel proteggerla da ogni eventuale pericolo; Jim, l’ex-cameriere-giardiniere che pur non possedendo un apparato sessuale funzionante, prova “la disposizione attiva a provvedere alla Dafne sul piano amministrativo e conservativo, però con un sovrappiù indefinito, energizzante, che si può paragonare all’amore”; e infine il Cupido, che, progettato come “articolo per il piacere romantico delle femmine umane”, è dotato dell’apparato necessario e pertanto si congiunge con lei “come avrebbe fatto una vite con un bullone”. Questi quattro personaggi raggiungono nel romanzo un equilibrio invidiabile, scevro da ogni forma di gelosia o di invidia: “La Dafne stava la maggior parte del tempo congiunta con il Cupido, come due calamite, come un perno nel suo alloggiamento, senza muoversi; la risultante della somma era zero, cioè lo stato di mutuo equilibrio. Jim intanto la teneva per mano, gli occhi negli occhi, paroline dolci d’amore, questo era il secondo completamento, lei la chiamava complicità”; e per ultimo lo Xenofon “non aveva altre pretese che di fare la guardia armata, dove esprimeva devozione, fedeltà e qualcosa come un piacere, mentre girava di ronda, lui e il suo cannoncino AZ, a protezione della Dafne e della libera terra”. Sembra suggerire, Cavazzoni, che la coppia perfetta sia formata da quattro individui; a patto, naturalmente, che centro e perno dell’unità così creatasi sia lei, la femmina.

Da meditare.

La galassia dei dementi Ermanno Cavazzoni


Incontro con Antonio Monda alla Casa del Cinema di Roma

SABATO 18 MARZO ALLE ORE 18 ALLA

CASA DEL CINEMA

 

In occasione dell’uscita del suo nuovo romanzo

“L’evidenza delle cose non viste”

 ANTONIO MONDA incontra il pubblico in una conversazione con il direttore GIORGIO GOSETTI

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