Giacomo Cavedone GESTAPO Carabinieri

Restituita opera d'arte di Giacomo Cavedone razziata dalla GESTAPO

Seconda Guerra Mondiale. I Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale restituiscono opera d’arte di Giacomo Cavedone razziata dalla GESTAPO

Dopo 75 anni sarà restituito agli eredi del proprietario il disegno attribuito all’artista emiliano Giacomo Cavedone (Sassuolo 1577 – Bologna 1660), realizzato a gessetto su due lati e intitolato “A Study of a Priest Holding a Book” (recto) e “A Study of the Standing Figure of a Young Soldier” (verso), recuperato dai Carabinieri del Nucleo per la Tutela del Patrimonio Culturale di Monza, con la preziosa collaborazione dell’Holocaust Claims Processing Office di New York e il Federal Bureau of Investigation (FBI).

Giacomo Cavedone GESTAPO
I Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale restituiscono opera d’arte di Giacomo Cavedone razziata dalla GESTAPO: A Study of the Standing Figure of a Young Soldier

Il disegno fu sequestrato da Villa Feldmann a Brno il 15 marzo 1939, poi venduto a un’importante casa d’aste londinese nel 1946, acquistato in seguito da un mercante d’arte finlandese e da uno veneziano poi. Riemerso infine sul mercato dell’arte, è stato individuato qualche mese fa dal personale dell’Holocaust Claims Processing Office di New York e recuperato grazie al pronto intervento dei militari specializzati TPC in collaborazione con il Federal Bureau of Investigation.

L’opera di Cavedone, insieme ad altre settecento appartenenti alla collezione di disegni di antichi maestri del Dr. Arthur Feldmann, era custodita in una casa privata a Brno. Nella primavera del 1939 l’abitazione fu confiscata dalla Geheime Staatspolizei (GESTAPO) che, secondo quanto è stato possibile ricostruire, trasformò lo stabile in alloggi per i soldati. Secondo le deposizioni di diversi testimoni, l’intera collezione di disegni, che si trovava nella villa, vi rimase anche dopo lo sfratto dei proprietari, ma il destino della maggior parte delle opere della collezione non è del tutto noto. Nel 1942, il Museo provinciale della Moravia a Brno acquistò dalle autorità tedesche 135 di quei disegni, che vennero poi restituiti agli eredi nel 2005.

Nei prossimi giorni, grazie all’intermediazione di una casa d’aste inglese, questo disegno tornerà nelle mani dei nipoti del Dr. Arthur Feldmann.

L’indagine testimonia come la cooperazione possa portare, anche dopo molto tempo, alla ricomposizione di collezioni d’arte con la restituzione ai legittimi proprietari di beni trafugati durante una delle pagine più nere del XX secolo.

Giacomo Cavedone GESTAPO Carabinieri
I Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale restituiscono opera d’arte di Giacomo Cavedone razziata dalla GESTAPO: A Study of a Priest Holding a Book

Testo e foto dall’Ufficio Stampa Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale


Il pane perduto di Edith Bruck: un pugno nello stomaco

Edith Bruck, Il pane perduto, La nave di Teseo - recensione

Il pane perduto Edith Bruck
La copertina del libro di Edith Bruck, Il pane perduto, pubblicato da La nave di Teseo (2021) nella collana Oceani

Come si fa a recensire un libro come Il pane perduto?

Me lo sto chiedendo da più di un mese, da quando ho chiuso questa opera (letta in meno di ventiquattro ore) e ho lasciato che mi sedimentasse dentro.

Parlare della Shoah è sempre un’operazione complessa, perché si rischia di cadere nella retorica vuota delle frasi di rito. Ed è ancora più difficile farlo parlando di un libro che non è narrativa, ma un libro di memorie.

“Io volevo tornare nella pancia della mamma e non nascere mai più” (p. 32) racconta l’autrice, descrivendo se stessa bambina nel momento in cui, caricata a forza su un treno, viene strappata alla sua casa per essere rinchiusa nel ghetto. Ecco, credo che frasi come questa, di cui è pieno questo libro, siano il pugno nello stomaco che ricorda a noi lettrici e lettori, “sicuri nelle nostre case”, la specificità dell’Olocausto.

L’autrice racconta la propria esperienza attraverso capitoli brevi, ma quello che colpisce è che l’attenzione non è tanto (o non è solo) sull’esperienza nell’universo concentrazionario, ma su quello che succede dopo la liberazione. Su quel processo di rimozione collettiva che ha silenziato per anni le persone sopravvissute ai campi di lavoro e di sterminio, talvolta stringendole in una morsa autodistruttiva,

L’esperienza del campo ci investe immediatamente a partire dal secondo capitolo, nel quale Edith Bruck si concentra nel guidare il lettore attraverso la perdita di identità e di umanità subita dalla protagonista e dalle sue compagne. Il numero identificativo, 11152, che dà il titolo al capitolo assurge a simbolo di questa metamorfosi: il racconto è scarno, crudo, nudo e senza orpelli. Proprio per questo, pur se le vicende sono in qualche modo prevedibili perché già note, la tessitura letteraria non perde di vigore.

Come dicevo prima, la parte più lunga del libro è legata a quello che succede dopo e mi pare, per questo, ancora più rilevante per il nostro presente, dove il concetto di memoria è speso confuso e labile come quello di opinione e in un paese come il nostro che non riesce a costruirsi una memoria storica del Novecento che non siano frasi imbalsamate per le giuste occasioni (si chiede a un certo punto l’autrice, riferendosi ai riconoscimenti ottenuti “Tutto questo è per la scrittrice o il risarcimento  alla sopravvissuta da chi non mi deve niente?” p. 118), ma fonte di crescita civile.

“Niente pianti, niente parole. Avanti!” … Per raccontare c’è tempo.” sono le parole della sorella della protagonista, Miriam, che impone, per non sconvolgere il figlio e soprattutto per salvare se stessa da un orrore a cui è per caso scampata.

Una censura che da prima è la negazione stessa di un’esperienza, da parte di chi ascolta, perché troppo dolorosa, da parte di chi vorrebbe parlare, che invece vuole solo fuggire. Edith Bruck trova quasi subito le parole, ma queste stesse parole sono il motore di un’inquietudine perenne, che la porta raminga per il mondo fino all’approdo definitivo in Italia e alla scelta dell’italiano come lingua della memoria.

Il pane perduto, dunque, non è solo quello che è mancato nei campi di concentramento, ma è anche la metafora della memoria, nutrimento di una cittadinanza attiva, che perdiamo (o gettiamo via), senza quasi rendercene conto.

Mi piace terminare con un augurio che l'essere tra i finalisti dello Strega possa essere il volano per catturare anche quei lettori che non sceglierebbero un libro così intenso e così poco romanzesco.

Il pane perduto Edith Bruck
La copertina del libro di Edith Bruck, Il pane perduto, pubblicato da La nave di Teseo (2021) nella collana Oceani

Il pane perduto di Edith Bruck ha vinto il Premio Strega Giovani 2021 ed è stato finalista alla LXXV edizione del Premio Strega.

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Controlli nel Golfo di Cagliari: recuperate anfore e un cannone - mitragliera

Controlli straordinari ai siti archeologici sommersi nel cagliaritano. Recuperati un cannone - mitragliera della Seconda Guerra Mondiale e preziosi reperti archeologici

Cagliari cannone mitragliera anforeDurante lo scorso mese di giugno, i Carabinieri del Nucleo per la Tutela del Patrimonio Culturale, dei Subacquei e della Motovedetta CC 821 “Cortellessa” di Cagliari, al fine di prevenire e reprimere gli illeciti ai danni del patrimonio paesaggistico costiero e delle bellezze naturalistiche e archeologiche delle acque della Sardegna, hanno effettuato una serie di servizi di controllo e monitoraggio straordinario dei siti archeologici subacquei della Sardegna meridionale.

Le attività sono state condotte sotto la costante supervisione e in collaborazione con funzionari e tecnici responsabili di archeologia subacquea della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Cagliari.

Durante l’attività di controllo dei siti archeologici sommersi sono stati recuperati:

    • nelle acque antistanti l’area archeologica di Nora: due anfore in terracotta del I secolo d.C. – tipo dressel 2-4 – di fabbricazione dell’area pompeiana;
    • nelle acque antistanti la località Capitana nel Golfo di Cagliari: un cannone-mitragliera polivalente di fabbricazione italiana, Breda 20/65 Mod. 1935, utilizzato durante la Seconda Guerra Mondiale sia come arma contraerea che controcarro. L’arma era impiegata, con apposito affusto, sulla maggior parte delle unità della Regia Marina. Nello specifico è risultata essere l’armamento del mercantile armato “Romagna”, nave cisterna adibita al trasporto di carburanti, requisita in data 4 ottobre 1941 dalla Regia Marina Italiana, affondato per l’esplosione di una mina il 2 agosto del 1943.

I reperti recuperati, attualmente in fase di studio da parte dei funzionari della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Cagliari, rivestono un eccezionale interesse storico-scientifico: le anfore, quale ultima testimonianza, prima dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., delle rotte commerciali percorse tra l’area pompeiana e la Sardegna, mentre il cannone-mitragliera, una volta ripulito e opportunamente restaurato, potrà essere esposto al pubblico, testimone anch’esso del nostro recente passato.

Testo e foto dall’Ufficio Stampa Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale


yiddish

Yiddish: il viaggio millenario di una lingua e del suo popolo

YIDDISH: IL VIAGGIO MILLENARIO DI UNA LINGUA E DEL SUO POPOLO

Introduzione all'argomento con la professoressa Marisa Ines Romano

 

Parlare di lingua e cultura yiddish implica, inevitabilmente, il fatto che ci si occupi della lunga e travagliata storia del Popolo ebraico. Facciamo infatti riferimento ad una cultura millenaria, che affonda le sue radici nel X secolo.

Ad introdurci in questo mondo estremamente affascinante e variegato è stata la professoressa Marisa Ines Romano, docente di Lingua e Letteratura Yiddish presso l’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”. Laureatasi nel 1993 in Lingue e Letterature Straniere Moderne (cum laude), ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Scienze Letterarie (Letterature Moderne Comparate) con una tesi dal titolo Le saghe familiari di Isaac Bashevis Singer, Israel Joshua Singer e Der Nister in rapporto di scambio con il canone di genere europeo e come specchio delle tensioni culturali e delle dinamiche sociali nel mondo yiddish del XX secolo. Da quel momento l’intera attività di ricerca della Professoressa è stata dedicata allo studio e alla divulgazione della cultura yiddish.

La sua ricca produzione scientifica, comprendente articoli, saggi, recensioni e conferenze, vanta svariate traduzioni dallo Yiddish, come Acquario verde di Avrom Sutskever (La Giuntina, Firenze 2010), Quando Yash è partito di Yankev Glatshteyn (La Giuntina, Firenze 2017) e Yiddish. Lingua, Letteratura e Cultura. Corso per principianti di Sheva Zucker (La Giuntina, Firenze 2007). Quest’ultimo testo, inoltre, rappresenta l’unico manuale in circolazione in Italia per l’apprendimento della lingua yiddish.

Col presente articolo andiamo alla scoperta dello straordinario mondo della cultura Yiddish assieme alla professoressa Marisa Ines Romano, che ha messo gentilmente a disposizione del pubblico di ClassiCult la sua conoscenza.

Uniba Marisa Ines Romano yiddish
Laprofessoressa Marisa Ines Romano sullo sfondo dell'Università di Bari. Collage di Chiara Torre, foto del riquadro di Marisa Ines Romano; foto dell'Università di Bari di Laura Beato, CC BY-SA 4.0

 

Non si può comprendere quanto importante sia questa cultura per le nostre radici se non si conosce a fondo la sua storia. Lo Yiddish nasce nel cuore dell’Europa e con l’Europa. Si sviluppa dalla peculiarità dell’ebraismo europeo, che vede il suo epicentro sulle rive del Reno, intorno a Mainz (Magonza), proprio nella zona di confluenza tra il Reno e il Mosella, che sarà anche punto di diramazione del Sacro Romano Impero. Come si vede, la cultura europea e quella ebraico-europea condividono il medesimo luogo e tempo di nascita e sviluppo. Va altresì ricordato che la lingua yiddish è classificata come lingua neogermanica, contraddistinta, dunque, da una doppia anima ebraico-europea.

Gli Ebrei erano arrivati in Europa dalla Palestina tempo addietro, in seguito alla grande diaspora, determinata dalla sconfitta dei rivoltosi ebrei all’epoca di Tito (I sec. d. C.). L’assoggettamento della Palestina da parte dei Romani era malvisto dalla popolazione ebraica, che si organizzò e diede origine a delle tremende rivolte, sedate nel sangue, e identificabili come guerre giudaiche, descritte dallo storico Yosef ben Matityahu, meglio conosciuto come Giuseppe Flavio. La sorte riservata ai rivoltosi sconfitti fu, nella maggior parte dei casi, la schiavitù, che è testimoniata dallo stesso arco di Tito, nel rilievo del quale riconosciamo una scena di deportazione di schiavi ebrei. Lo stesso Anfiteatro Flavio, simbolo della romanità, fu realizzato grazie alla manodopera servile ebraica.

I tesori di Gerusalemme, particolare dall'Arco di Tito. Foto di Jebulon, CC0

Prima ancora della diaspora, però, Roma conteneva al suo interno una comunità ebraica non poco rilevante, se si pensa che già nel II sec. d.C. gli Ebrei incidevano per il dieci per cento sul totale della popolazione urbana. Interessante sottolineare come una delle vie privilegiate della grande diaspora fu proprio la Puglia. Ci sono testimonianze di insediamenti ebraici lungo la via Appia: a partire da Brindisi, importanti tappe del percorso degli Ebrei su suolo italico furono Oria, Bari e Trani (solo per fare alcuni esempi). Notevole anche il caso di Benevento e di Venosa, città a maggioranza ebraica in alcuni periodi della sua storia.

Per raggiungere il cuore dell’Europa centrale, gli Ebrei seguirono le espansioni romane e il progressivo allargamento del limes, interagendo con le popolazioni locali. A questa spinta da sud e sud-est, si unisce tempo dopo la direttrice determinata dai flussi provenienti dall’Impero Romano d’Oriente. Lì gli Ebrei si erano stanziati, dopo la grande diaspora, presso le rive del Mar Nero e nelle città della Grecia. A Costantinopoli, la quantità di Ebrei era estremamente elevata e in città di dimensioni inferiori, come Smirne, raggiungeva, se si includono oltre ai circoncisi anche i cosiddetti giudeizzanti, il cinquanta per cento del totale degli abitanti.

Non va dimenticato neanche che l’Ebraismo esercitava un forte potere attrattivo soprattutto tra i ceti più umili, per il suo rigore e le sue regole chiare. Gli stessi Greci ne subirono il fascino e vi fu un’influenza reciproca tra la cultura greca e quella ebraica, in una fase in cui il paganesimo era entrato in forte crisi. L’altra alternativa, il Cristianesimo, risultava maggiormente attraente per i ceti intermedi, capace poi di espandersi fino alle vette del potere politico con conseguenze ben note. L’Ebraismo, nella sua radicalità, risultava però più diretto ed immediato e attirava i ceti più umili, facendo incrementare esponenzialmente il numero dei proseliti giudaizzanti ed entrando in competizione con il Cristianesimo stesso. Tra popolazione strettamente ebraica e giudaizzante, la percentuale di Ebrei nell’Impero Romano d’Oriente era considerevole.

Man mano che il Cristianesimo assumeva prestigio, diventando poi la religione di stato dell’Impero sotto Costantino, gli Ebrei furono colpiti da una serie di duri editti restrittivi e furono costretti ad abbandonare le grandi città per dirigersi più ad Est, verso le attuali aree di Crimea e Moldavia. Con le invasioni barbariche e la conseguente occupazione di questi territori da parte di gruppi di popolazioni scito-sarmatiche, gli Ebrei si trovarono a dividere lo spazio con popoli che subivano il fascino dei loro precetti, dando vita a delle interazioni tra le diverse culture e allo spostamento verso l’Europa centrale della lingua e della cultura ebraica, a causa della migrazione di questi popoli. Gli Ebrei provenienti dall’Europa orientale, portati nella parte centrale sotto la spinta delle popolazioni slave, chiamarono sé stessi aschenaziti (da Ashkenaz, nome, in ebraico medievale, della regione franco-tedesca del Reno). La lingua di questi Ebrei, per ovvie ragioni, entrò in contatto con quella germanica già presente.

Essendo una lingua neogermanica, lo Yiddish risulta fondamentale per comprendere le tappe dello sviluppo del tedesco, poiché ha fotografato la situazione della lingua tedesca non più recepibile, se non attraverso lo studio delle strutture yiddish. Questa lingua, peraltro, si è fatta anche veicolo di miti tipicamente germanici, come il mito di Kudrun, oggi attestati esclusivamente in Yiddish. Gli Ebrei hanno fuso la loro lingua a quella tedesca, dando vita ad un mosaico linguistico estremamente interessante, avente per base il tedesco con termini ebraici e slavi.

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Piastrelle in ceramica da Caltagirone. foto di Andrewb1990, in pubblico dominio

Per la scrittura, inoltre, venivano utilizzati i caratteri ebraici. Il fattore di riprendere le lingue locali e unirle all’idioma ebraico è comprovabile analizzando altri casi. Ad esempio, è stata rintracciata una parlata siculo-ebraica, che aveva per base il dialetto siciliano scritto in caratteri ebraici e contenente termini afferenti alla fede e alla quotidianità ebraica. Inoltre, ci sono testimonianze di ebraico livornese, ma si potrebbe continuare a lungo. Gli Ebrei che si stabilirono in Spagna, diedero vita al cosiddetto giudeo-spagnolo, detto anche judezmo o giudesmo. In spagnolo, la lingua è definita ladino, da non confondersi con il ladino dolomitico, ed è parlata ancora oggi dagli Ebrei sefarditi. In questo ricco panorama di varietà linguistiche, siamo in grado di rintracciare una tipicità: da un lato, emerge la volontà di interagire con le popolazioni circostanti per ragioni di natura economico-sociale, dall’altro, c’è il chiaro obiettivo di conservare una lingua distintiva, un socioletto, parlato e comprensibile soltanto da un gruppo specifico. Pertanto è questo il contesto in cui vanno inserite le parlate giudaiche e lo Yiddish, nate da una spinta centrifuga e centripeta al tempo stesso.

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Dal Makhazor di Worms, il testo yiddish è in rosso. Foto di joystick, in pubblico dominio

Un manoscritto ritrovato a Magonza, il Makhazor di Worms, risalente al 1272, conserva la più antica glossa in lingua yiddish, una piccola benedizione che recita: Colui che porta questo Makhazor nella sinagoga sia gratificato di una buona giornata.

Lo Yiddish dovette faticare molto prima di assumere la dignità di una lingua letteraria, sulla falsa riga di quanto accadde per il volgare italiano. Lo Yiddish, infatti, era sovrastato dal prestigio dell’Ebraico, la lingua sacra di un popolo legato visceralmente alle proprie tradizioni.

Si può dire che i primi esperimenti di produzione letteraria yiddish risalgano al XV/XVI secolo, quando iniziarono ad essere composte opere di carattere omiletico, destinate a fornire spiegazioni accessibili a tutti delle 613 mitzvòt, i precetti ebraici, che per i fedeli era necessario conoscere alla perfezione. Si diffusero anche versioni in Yiddish delle narrazioni della Torah, rivolti alle donne e a chi non aveva i mezzi per comprendere autonomamente i testi sacri. Tra il XVII e il XVIII secolo, si diffondono opere che imitano la letteratura europea. È proprio in questo periodo che la mobilità del popolo ebraico in Europa si intensifica, a seguito di vari fenomeni non slegati da ondate di antisemitismo. Si verificò un grande spostamento verso est e verso la parte meridionale del Regno di Polonia. A causa di questo travaso, nella lingua yiddish aumentarono gli elementi slavi.

Colonie di commercianti ebrei tedeschi si stanziarono anche nel Nord Italia, fino all’Emilia Romagna. Si trattava di individui attratti dalla Penisola per ragioni commerciali e non è un caso che uno degli esponenti principali di letteratura yiddish rinascimentale sia stato Elia Levita, nativo di Ipsheim, nei pressi di Norimberga, e trasferitosi ben presto nell’Italia settentrionale. Svolse l’attività di grammatico e interagì con il cardinale e umanista Egidio da Viterbo, che divenne suo amico e mecenate. Scrisse le 650 stanze in ottava rima del Bovo-Bukh, basato sul popolare romanzo Buovo d'Antona, a sua volta tratto dal romanzo normanno Sir Bevis of Hampton. Oltre ad essere la prima opera letteraria laica in Yiddish, il Bovo-Bukh è il più popolare romanzo cavalleresco scritto in Yiddish e adeguato alla dimensione della vita ebraica.

Una letteratura yiddish vera e propria, però, nasce con l’Illuminismo. L’Illuminismo yiddish nacque sulla falsa riga dell’Illuminismo francese e tedesco, grazie a Moses Mendelssohn, amico di Christoph Friedrich Nicolai e Gotthold Ephraim Lessing. Mendelssohn aveva tradotto la Torah in tedesco con l’intenzione di valorizzare una lingua considerata superiore, ma suo malgrado veicolò la lingua yiddish, in quanto la redasse in caratteri ebraici, proprio per farsi comprendere da un pubblico quanto più ampio possibile.

Jean-Pierre-Antoine Tassaert, busto di Moses Mendelssohn, presso la Neue Synagoge di Berlino; foto di Yair Haklai, CC BY-SA 4.0

Nacquero così le varie correnti fino ad arrivare ai fondatori della moderna letteratura yiddish: Mendele Moykher Sforim, Sholem Aleichem e Yitskhok Leybush Peretz. Si tratta di autori abbastanza tradotti in lingua italiana, ma le maggiori traduzioni sono state realizzate in lingua inglese. Questo è dovuto agli avvenimenti della fine del XIX secolo.

Il 1881, in particolare, è un anno cruciale per gli ebrei che vivevano nell’Impero russo. Peraltro, la Russia, in quegli anni, era riuscita ad appropriarsi di gran parte della Polonia, inglobando i territori maggiormente abitati dagli Ebrei. Ci fu una tremenda scossa di odio antisemita quando, nel 1881, Alessandro II fu vittima di un attentato da parte di un giovane ebreo anarchico. Questa vicenda scatenò una campagna di pogrom, attacchi di una violenza inaudita ed indiscriminata nei confronti della popolazione ebraica, caratterizzati da saccheggi, incendi, razzie e stupri.

Molti Ebrei decisero di emigrare e, tra il 1881 e gli anni Trenta del Novecento, gli Stati Uniti d’America accolsero oltre tre milioni di profughi. Questa cospicua immigrazione in un paese anglosassone fece in modo che si creasse un’interazione speciale con la lingua inglese e si traducessero molte opere dallo Yiddish. Pur rimanendo discriminati e vittime di pregiudizi, negli Stati Uniti gli Ebrei non subirono le violenze sistematiche perpetrate ai loro danni in Europa. Dopo la Shoah e la Seconda guerra mondiale, l’Europa risultò praticamente svuotata dagli Ebrei e molti superstiti decisero di raggiungere l’America. Altri, invece, raggiunsero la Palestina, aspirando alla creazione dello stato di Israele. Oggi gli Ebrei si trovano in gran parte distribuiti tra queste due realtà e in Europa ne è rimasto soltanto un milione, contro i 12 milioni  che vi abitavano agli inizi del Novecento.

A causa del nazismo, l’Europa ha divelto le proprie radici ebraiche, perdendo una cultura millenaria che sul suo suolo si era espansa, godendo degli apporti delle altre culture e donando menti geniali, in uno scambio vitale e prolifico. Se, per fortuna, il popolo ebraico è rinato e si è risollevato dalla catastrofe dell’Olocausto, la civiltà di lingua yiddish è pressoché scomparsa. Alcuni gruppi sociali ben definiti, però, utilizzano ancora lo Yiddish come lingua ufficiale. Gli ultraortodossi parlano in Yiddish nella quotidianità per non profanare l’ebraico biblico, la lingua sacra. In Israele, un gran numero di Ebrei parla lo Yiddish e a New York esiste una comunità che lo utilizza regolarmente, proprio per non dover adoperare l’inglese in alternativa all’ebraico. Appare quasi paradossale il fatto che lo Yiddish venga oggi usato dagli ultraortodossi, mentre un tempo aveva contraddistinto una letteratura laica, proletaria, nata dalle lotte sociali. Lo Yiddish, però, è usato oggi come seconda lingua da molti Ebrei in America e in Israele: una serie tv distribuita da Netflix, Shtisel, ben dipinge lo scenario bilingue del mondo ebraico ed ebraico-ortodosso. In forme meno specialistiche, il cinema mondiale continua a mostrare interesse per la lingua e la cultura yiddish. Come non menzionare, a tal proposito, l’incipit di A Serious Man di Ethan e Joel Coen.

I fratelli Coen. Foto di Rita Molnár, CC BY-SA 2.5

In Europa, lo Yiddish è parlato specialmente in Francia, dove si trovano Ebrei aschenaziti arrivati in seguito all’ondata migratoria che, nel 1905, li fece riparare lì dalla Russia. Non a caso, il più grande centro di studi per la lingua yiddish si trova proprio a Parigi. L’Inghilterra, terra di transito per molti Ebrei in fuga dalla Mitteleuropa tra le due guerre, ospita un risicato numero di parlanti yiddish, perlopiù anziani.

In ambienti universitari e di ricerca, la lingua, la letteratura e la cultura yiddish vengono ancora insegnate, ma, con il passare del tempo, sempre meno costantemente. Nelle università italiane ci sono stati più o meno significativi avvicinamenti allo Yiddish negli anni Novanta, quando Moni Ovadia iniziò la sua carriera teatrale. Ovadia è stato un grande divulgatore di questa cultura, mediante i suoi lavori e i suoi spettacoli, tra i quali è bene ricordare Golem (che ha portato in tournèe a Bari, Milano, Roma, Berlino, Parigi e New York), Oylem Goylem (con cui si è imposto all’attenzione del grande pubblico, unendo musica klezmer, umorismo ebraico, storielle e barzellette), Dybbuk (spettacolo sull’Olocausto), Taibele e il suo demone, Diario ironico dall’esilio, Ballata di fine millennio, Il caso Kafka, Trieste… ebrei e dintorni, La bella utopia. Nei suoi spettacoli, l’ebreo è l’estraneo per eccellenza e si guarda alla tradizione del popolo ebraico dell’Europa centro-orientale con la piena consapevolezza della distanza da quel mondo e dell’impossibilità di resuscitarne le vite e le forme. Quello dell’artista è uno sguardo strabico: fisso nostalgicamente sul passato e al contempo puntato ostinatamente sul futuro.

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La professoressa Marisa Ines Romano e Moni Ovadia. Foto courtesy Marisa Ines Romano

A ridosso del grande interesse per lo Yiddish nato tra gli ultimi anni Novanta e i primi anni Duemila, nelle università di Roma, Milano, Bologna, Venezia, Torino, Trieste (grazie a Claudio Magris, uno dei primi ad occuparsi di letteratura yiddish) nacquero degli esperimenti. Anche l’esperienza di studio della Professoressa Romano risulta legata a Moni Ovadia, preziosa fonte di ispirazione per una ricerca che avesse attinenza con la dimensione europea e delle letterature comparate. La lingua e la letteratura yiddish, avendo interagito con le varie culture, ben si prestavano al lavoro di comparazione portato avanti da Marisa Romano, specializzatasi in Lingua e Cultura Yiddish presso The Oxford Institute for Yiddish Studies e successivamente presso AEDCY/Bibliotheque Medem (Parigi). Nei suoi anni di formazione, è stata supportata dal professor Giuseppe Farese, Emerito dell’Università di Bari, grande germanista e principale studioso italiano dell'autore austriaco Arthur Schnitzler, di cui ha tradotto le opere. Farese appoggiò immediatamente il campo di indagine della Professoressa Romano, dimostrando grande interesse per lo Yiddish e introducendone a Bari l’insegnamento. Altri colleghi, come il professor Domenico Mugnolo, il professor Pasquale Guadagnella e la professoressa Marie Thérèse Jacquet, ex Presidi della Facoltà di Lingue e Letterature Straniere, hanno poi sostenuto la presenza dell’insegnamento.

A partire dal 1998, prima di diventare Professore a contratto di Lingua e Letteratura Yiddish (L/LIN/13) presso l’Università degli Studi di Bari, la Professoressa Romano ha tenuto corsi presso l’Associazione Culturale Italo-Tedesca (ACIT) di Bari, ambiente culturalmente vivace che ha accolto  con entusiasmo la sua ricerca. Un suo ambito di studio è quello della canzone yiddish colta, dove sussiste un’interazione diretta tra il mondo letterario e quello della musica. A tal proposito, occorre annoverare, tra i numerosi progetti realizzati, la traduzione, introduzione e cura di diverse liriche yiddish, racchiuse nei lavori Betàm Soul (CD, Digressione Music, 2010), Far Libe (CD, Digressione Music, 2012) e Mirazh: le città inaudite (CD, Digressione Music, 2014).

Diversamente da quanto è accaduto per gli altri ambienti accademici italiani, il caso barese nell’insegnamento della Lingua e della Letteratura Yiddish ha avuto una longevità e una costanza che rappresentano un unicum in ambito universitario. Da ben dodici anni, lo Yiddish attira presso l’Ateneo barese centinaia di studenti, incuriositi da questa cultura e desiderosi di apprenderne le principali caratteristiche e peculiarità. Solo nel corso di quest’anno accademico, il Seminario ha potuto vantare più di 180 iscritti, quota che stupisce persino i principali Maestri esteri di questo campo di ricerca. Per la Professoressa, un tale interesse per l’insegnamento si spiega alla luce del rapporto tra la Puglia e l’Ebraismo, che è stato documentato da vari percorsi e progetti, come un documentario realizzato da RAI 3 L’ebraismo a Bari, a cura di Enzo Del Vecchio, a cui la stessa Romano ha collaborato. La Professoressa, inoltre, ha realizzato per due volte di seguito un progetto patrocinato dalla Regione Puglia, Mai Più, consistente in un ciclo di sei seminari per docenti e alunni degli istituti superiori pugliesi, comprendente l’allestimento delle mostre Il treno della memoria, viaggio ad Auschwitz e SHOAH. Fotografie, Video storici, Documenti, Installazioni Incontri e Testimonianze. Grazie a queste iniziative, la Puglia ha assunto consapevolezza della sua importanza per il popolo ebraico. Non va dimenticato che la Puglia fu una terra di transito cruciale per gli Ebrei in fuga dalla Palestina nel corso della grande diaspora e le città pugliesi hanno ospitato importanti insediamenti.

La Sinagoga Scolanova a Trani. Foto di Tommytrani, CC BY-SA 3.0

A Trani è ancora presente una piccola comunità e le due sinagoghe presenti su quel territorio attirano gli Ebrei sparsi per tutta la Puglia. Il numero degli Ebrei in Puglia attualmente non è minimamente paragonabile a quello registrato in passato. Verso la metà del XVI secolo, in seguito alla cacciata dei Semiti da parte dei cattolicissimi re di Spagna, gli Ebrei vennero banditi anche dall’Italia meridionale e alcuni si convertirono, pur rimanendo legati alle proprie tradizioni (cf. Marranesimo). Anche in tempi più recenti, la Puglia ha rappresentato un punto di passaggio fondamentale per gli Ebrei. Dopo il 1943, molti Ebrei in fuga dai nazisti si imbarcarono per la Palestina dai porti pugliesi. Vennero creati diversi campi per rifugiati, come quello di Nardò o quello nei pressi di Barletta. Una grande comunità di sopravvissuti ha trovato accoglienza ed ospitalità in queste terre, conservando ricordi splendidi della sua permanenza. Furono celebrati qui molti matrimoni tra gente che aveva perso tutto e voleva rinascere, cominciare una nuova vita.

Angelo Fortunato Formiggini in una cartolina postale degli anni venti, dalla serie "Cartoline Parlanti"; dalla Collezione privata di Tony Frisina - Alessandria. Immagine di Tony Frisina, in pubblico dominio

Interessante anche occuparsi della diffusione e della traduzione della letteratura yiddish in Italia. Pioniere in tal senso fu, negli anni Venti del Novecento, l’editore modenese di origini ebraiche Angelo Fortunato Formiggini, fondatore dell’omonima casa editrice. Tra le collane principali, è bene ricordare Profili, Classici del ridere, Apologie, Medaglie e Guide radio-liriche. Formiggini pubblicò per la prima volta classici della letteratura yiddish in italiano a partire dalle traduzioni inglesi, poiché non disponeva di traduttori dallo Yiddish. Diede alle stampe, per la collana Classici del ridere, diverse opere di Sholem Aleichem, come La storia di Tewje il lattivendolo (1928) e Marienbad (1918). Angelo Fortunato Formiggini è stato un personaggio di spicco nel panorama editoriale e culturale italiano dei primi del Novecento, ma la sua tragica vicenda biografica pose ben presto fine al suo progetto. Nel 1938, il regime fascista proclamò le leggi razziali, accompagnate da una terribile propaganda antisemita, e Formiggini fu costretto a mutare proprietà e nome della Casa editrice per cercare di evitare l’espropriazione. Il 29 novembre del 1938, stremato su più fronti, decise di mettere in atto il suicidio che premeditava da tempo e si gettò dalla Ghirlandina, la torre del Duomo di Modena. La casa editrice continuò ad esistere fino al 1941, quando fu posta definitivamente in liquidazione.

In tempi più recenti, tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, altre traduzioni sono state fatte dallo Yiddish, per conto di case editrici specializzate nella diffusione di letteratura ebraica, come la casa editrice La Giuntina di Firenze. Anche la casa editrice Adelphi ha pubblicato titoli fondamentali in materia, essendo stata fondata dagli editori ebrei Luciano Foà, Alberto Zevi e Roberto Olivetti nel 1962 ed essendosi avvalsa di collaboratori del calibro di Roberto Bazlen, Giorgio Colli, Sergio Solmi, Claudio Rugafiori, Franco Volpi, Roberto Calasso e Giuseppe Pontiggia. Le figlie di Zevi, Elisabetta e Susanna, continuano a tradurre tuttora opere letterarie dallo Yiddish e dall’Ebraico. Susanna Zevi, in particolare, cura le opere di Meir Shalev, Haim Baharier e del grande Moshe Idel.

Una lingua straordinaria, che rispecchia la storia del popolo più antico. Una lingua ricca, variegata, pregna di storia. La lingua di voci immortali, che continuano a riverberarsi in pagine uniche. Una cultura che merita attenzione e che è necessario conoscere, anche per recuperare l’essenza di un popolo massacrato (per citare il poeta polacco Itzhak Katzenelson, ucciso ad Auschwitz nel 1944). Ritengo sia importante concludere il percorso tracciato in questo articolo, reso possibile dalla competenza e dalla disponibilità della Professoressa Romano, con le parole del Premio Nobel Isaac Bashevis Singer, che, a proposito dello Yiddish, scrive:

C'è chi chiama lo Yiddish una lingua morta, ma così venne chiamato l'ebraico per duemila anni. È stato riportato in vita ai giorni nostri in modo sbalorditivo, quasi miracoloso. L'aramaico è certamente stata una lingua morta per secoli, ma poi ha dato alla luce lo Zohar, un'opera mistica di sublime valore. È un fatto che i classici della letteratura yiddish sono anche i classici della letteratura ebraica moderna. Lo Yiddish non ha ancora pronunciato la sua ultima parola. Serba tesori che non sono ancora stati rivelati agli occhi del mondo. Era la lingua di martiri e santi, di sognatori e cabalisti – ricca di spirito e di memorie che l'umanità non potrà mai dimenticare. In senso figurato, lo Yiddish è l'umile e sapiente linguaggio di noi tutti, l'idioma dell'umanità che teme e spera.

 

 

Si informano i lettori che la Summer School del Centro per la Cultura Yiddish di Parigi quest'anno (2021) si terrà su Zoom, risultando dunque facilmente accessibile da qualsiasi punto del globo.

Quest'anno sono disponibili molte borse di studio per studenti fino a 30 anni, che coprono fino all'intero importo della tassa di partecipazione (normalmente 680 o 450 euro per 3 settimane, a seconda del numero delle ore che si intende frequentare).

Registrazione: https://www.yiddishparis.com/registration/

Borse di studio: https://www.yiddishparis.com/fr/inscription/

Link al sito: https://www.yiddishparis.com/yi/aynshraybn/


I Carabinieri TPC recuperano una statua romana in marmo raffigurante un “Togatus”

I Carabinieri TPC recuperano una statua romana in marmo raffigurante un “Togatus” risalente al I secolo a.C. trafugata a Roma nel 2011

Carabinieri Togatus

I Carabinieri del Comando per la Tutela del Patrimonio Culturale hanno recuperato una statua romana in marmo raffigurante un “Togatus”, opera del I secolo a.C., già collocata nel parco di villa Marini Dettina in Roma, dal quale era stata trafugata circa 10 anni orsono.

L’importante recupero è il frutto di un’attività investigativa coordinata dalla Procura di Roma - pool Tutela del patrimonio artistico - e condotta dalla Sezione Archeologia del Reparto Operativo del Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale. 

Carabinieri Togatus

Il bene, asportato da ignoti nel novembre 2011, veniva individuato da due militari della Sezione Archeologia che, nell’ambito di indagini svolte in campo internazionale, si trovavano a Bruxelles (Belgio). Liberi dal servizio, al termine delle attività giornaliere, curiosando per le vie del quartiere Sablon, ricco di negozi antiquariali e di antichità, i due carabinieri notavano, presso uno di questi esercizi commerciali, una statua in marmo probabilmente proveniente dall’Italia, danneggiata in più parti verosimilmente per i colpi subìti dagli attrezzi da scavo. Insospettiti, al rientro in Italia e in collaborazione con la Sezione Elaborazione Dati, eseguivano il confronto delle immagini fotografiche acquisite a Bruxelles con i files della Banca Dati Leonardo dei beni culturali illecitamente sottratti che consentivano di ricondurre la statua a quella asportata da villa Marini Dettina.

Carabinieri Togatus

L’importante scultura veniva sequestrata su disposizione della Procura della Repubblica di Roma a seguito di Ordine d’Indagine Europeo accolto dalle autorità belghe e rimpatriata nel febbraio u.s.. Successivamente, le indagini sviluppate anche all’estero in collaborazione con la Direction Generale de l’Inspection Economique du SPF Economie del Belgio, evidenziavano un traffico illecito di beni culturali facente capo a un commerciante italiano, che per le attività criminali utilizzava uno pseudonimo spagnolo e che veniva deferito alla Procura della Repubblica di Roma per la ricettazione e l’esportazione illecita della statua. La scultura romana, che raffigura un “Togatus”, altissima espressione storico-artistica del patrimonio culturale italiano, ha una stima puramente commerciale valutata in circa centomila Euro. 

Roma, 12 aprile 2021

Testo e immagini dall'Ufficio Stampa Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale

Carabinieri Togatus


Messina Judaica di Giuseppe Campagna: la comunità ebraica messinese tra il XV e il XVI secolo

G. Campagna, Messina Judaica. Ebrei, neofiti e criptogiudei in un emporio del Mediterraneo (secc. XV-XVI), prefazione di L. Scalisi, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2020, pp. 246.

Recensione a cura di Elena Nicoletta Barile

Un nuovo tassello si aggiunge alla nostra conoscenza della storia ebraica in Italia. Il recente volume di Giuseppe Campagna, Messina Judaica, edito da Rubbettino Editore, restituisce infatti una sapiente ed efficace ricostruzione della comunità ebraica messinese tra il XV e il XVI secolo, esplicitandone l’indissolubile intreccio con le dinamiche sociali e politiche cittadine e del più ampio contesto mediterraneo. Inserendosi nel solco degli studi di Shlomo Simonsohn1 e Cesare Colafemmina2, grande attenzione è posta dall’Autore alla raccolta e alla sensibile integrazione della documentazione latina, pubblica e privata, conservata nei principali Archivi siciliani e nell’Archivio Ducale Medinaceli di Toledo, pur nella consapevolezza delle ingenti perdite documentarie dovute al terremoto di Messina del 1908 e ai bombardamenti del 1943, durante l’ultimo conflitto europeo.

Iscrizione dalla Sinagoga di Messina, distrutta col terremoto del 1908. Foto di Michele Bassi, in pubblico dominio

L’esito di questa operazione di spoglio e analisi dei materiali di archivio è una ricostruzione puntuale dei molteplici aspetti della vita ebraica messinese nei due secoli considerati. È offerta infatti un’accurata descrizione del quartiere di residenza e dei luoghi di culto della comunità cittadina, la sua amministrazione interna, in particolare alla figura del dienchelele, giudice generale degli ebrei per le cause di diritto mosaico, lo status giuridico, il matrimonio e la condizione femminile, nonché gli aspetti linguistici e culturali, quali la mistica e la circolazione libraria. La ricostruzione proposta si avvale, all’occorrenza, del confronto con fonti di diversa tipologia e matrice culturale, tra cui la produzione epistolare ebraica, in particolare una lettera del rabbino Ovadyah da Bertinoro del 1487, contratti matrimoniali (ketubot), testimonianze epigrafiche in giudeo-arabo, oltre alla trattatistica cristiana di età moderna.

Un ampio e dettagliato prospetto illustra le professioni, le attività produttive e le reti commerciali della comunità messinese, profondamente inserita nel contesto dei traffici mediterranei, dei quali Messina è punto di partenza e di arrivo: flussi di merci, mercanti, maestranze ebraiche viaggiano da e per la Catalogna, Costantinopoli, Rodi, Tessalonica, passando per le sponde calabre e adriatiche, lasciando traccia nei documenti dei loro contatti con la comunità e con le autorità cittadine, che dall’Autore vengono individuati ed analizzati. Particolarmente suggestiva e precisa è inoltre la ricostruzione delle principali casate ebraiche messinesi dell’epoca, i loro esponenti, i legami parentali, le attività e i mestieri a cui esse devono il proprio prestigio, nonché le loro conflittualità interne ed esterne.

Messina
Messina prima della costruzione della grande palazzata del 1622. Immagine in pubblico dominio

Di carattere più evenemenziale, i capitoli conclusivi rievocano le conseguenze dell’editto di Granada del 1492, con cui i Re Cattolici decretano l’espulsione delle comunità ebraiche dai propri territori, tra cui, appunto, la Sicilia. Gli eventi messinesi subito successivi all’emanazione dell’editto sono esaminati dall’Autore, anche alla luce della più recente bibliografia, seguendo le vicende della comunità ebraica di Messina fino alla definitiva partenza dalla città e alla conseguente diaspora lungo le principali rotte del Mediterraneo, verso il Regno di Napoli, la Calabria, la Puglia (fino al 1541), ma soprattutto Roma, l’Italia centro-settentrionale e il Levante, nei territori dell’Impero Ottomano.

La matrice religiosa dell’editto di espulsione spinge l’Autore ad analizzare un particolare aspetto della storia ebraica e del suo rapporto con il mondo cristiano, ossia il fenomeno delle conversioni forzate. Ai conversos o nuovi cristiani è dedicato l’ultimo capitolo del volume, che accoglie stime quantitative, vicende di singoli esponenti e famiglie abbienti, aree di residenza, mestieri di una comunità divisa tra l’omologazione forzata, la perdita identitaria, la pratica nascosta del proprio culto manifestamente perseguitata dalle autorità cattoliche, ma anche, a volte, la convinta adesione alla nuova fede: una casistica assai eterogenea, e assai ricca di significati se considerata alla luce delle sue ricadute sui successivi rapporti ebraico-cristiani, che completa e arricchisce il presente volume.

Uno studio accurato, che rivela grande dimestichezza con la documentazione d’archivio, nonché con le dinamiche storiche che sono alla base della sua produzione, perdita e conservazione. Una particolare tipologia di fonti quantitativamente ingente, ma anche estremamente dispersa nelle sue diverse occorrenze, che lo studio di Giuseppe Campagna riesce pienamente a valorizzare, apportando un significativo contributo alla storia dell’ebraismo italiano.

Messina judaica Giuseppe Gabriele Campagna
La copertina del saggio di Giuseppe Gabriele Campagna, Messina Judaica. Ebrei, neofiti e criptogiudei in un emporio del Mediterraneo (secc. XV-XVI), con prefazione di Lina Scalisi, pubblicato da Rubbettino Editore (2020)

1 S. Simonsohn, The Jews in Sicily, 18 vols., Brill, Leiden-Boston, 1997-2010.

2 C. Colafemmina, The Jews in Calabria, Brill, Leiden-Boston 2012.


Nicolas Poussin rubato

Recuperato dipinto di Nicolas Poussin rubato nel 1944 in Francia

I Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale recuperano dipinto di Nicolas Poussin, rubato nel 1944 in Francia dalle truppe di occupazione tedesche

Il dipinto a olio su tela risalente al Seicento “Loth avec ses deux filles lui servant à boire” attribuito all’artista francese Nicolas Poussin (Les Andelys 1594 - Roma 1665), noto in Italia come Niccolò Pussino, è stato recuperato dai Carabinieri del Nucleo per la Tutela del Patrimonio Culturale di Monza e restituito ai legittimi proprietari.

Nicolas Poussin rubato
I Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale recuperano dipinto di Nicolas Poussin, dipinto a olio su tela risalente al Seicento “Loth avec ses deux filles lui servant à boire” rubato nel 1944 in Francia dalle truppe di occupazione tedesche

L’indagine era stata avviata il 25 maggio 2020 quando gli aventi diritto, una novantottenne svizzera e un sessantacinquenne americano, tramite il loro legale italiano, avevano denunciato il furto dell’opera, delle dimensioni di 120x150 cm, consumato a Poitiers (Francia) dalle truppe di occupazione tedesche nell’abitazione dei loro avi ebrei tra febbraio e agosto del 1944.

I primi accertamenti hanno permesso di appurare che sin dal 22 febbraio 1946 le vittime avevano iniziato le ricerche delle opere asportate dai nazisti in Francia e trasferite in Germania, interessando la Commission de Récupération Artistique e producendo un inventario in cui figurava anche il dipinto in esame. Nel 1947 il bene venne inserito nella pubblicazione “Répertoire des biens spoliés en France durant la guerre 1939-1945”, pubblicato tra il 1947 e il 1949 dal Bureau Central des Restitutions (Gruppo francese del Consiglio di controllo del Comando francese in Germania - Direzione generale dell'economia e delle finanze - Divisione riparazioni e restituzione).

Nel corso delle indagini è emerso che nel 2017 il bene era stato importato in Italia dalla Francia da un antiquario emiliano, che lo aveva poi esportato temporaneamente in Belgio per una mostra mercato a Bruxelles.

Nel 2019, il reale possessore, un antiquario milanese, lo aveva esportato in Olanda in occasione della fiera mercato internazionale di Maastricht. In quella circostanza, il bene veniva individuato da un esperto d’arte olandese residente in Italia che lo riconosceva come una delle opere presenti nella citata pubblicazione.

Le investigazioni hanno, infine, condotto a localizzare e sequestrare il prezioso dipinto, custodito nell’abitazione dell’antiquario milanese in provincia di Padova, che è stato restituito ai legittimi proprietari su disposizione dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano che ha diretto le indagini.

Monza, 1° aprile 2021.

Testo e immagini dall'Ufficio Stampa Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale


il più grande spettacolo mondo don robertson

Il più grande spettacolo del mondo, il romanzo di formazione di Don Robertson

Uscito per Nutrimenti, Il più grande spettacolo del mondo di Don Robertson è l'esempio perfetto del romanzo di formazione di derivazione nord americana, tant'è che è evidente da dove abbia tratto ispirazione Stephen King o il più recente talento letterario di Tiffany McDaniel. Nella curatissima traduzione di Nicola Manuppelli siamo partecipi delle microstorie della cittadina di Cleveland, Ohio, che si intersecano nel grande arazzo storico della seconda guerra mondiale, in quel 1943 che vede l'America protagonista di una riscossa bellica contro le potenze dell'Asse.

Don Robertson prende spunto dalle storie locali che nel tempo sembrano contornate da un alone mitico e scrive il suo romanzo ricalcando proprio quelle imprese epiche e buffe della periferia americana; siamo così al cospetto del serioso bambino di nove anni Morris Bird III, che fa di tutto per tenere saldo uno strambo legame di amicizia con Stanley Chaloupka. Proprio il trasferimento di quest'ultimo è il conflitto che mette in moto la macchina narrante di Robertson perché Morris Bird III si era ripromesso di essere per sempre amico di Stanley e nemmeno la distanza può essere d'intralcio.

Sono due bambini dal carattere e dal temperamento singolare, il goffo e fuori forma Stanley e l'insicuro e introverso Morris Bird III che tuttavia si spoglia delle sue ansie per intraprendere, come un vecchio eroe del Far West, la sua personale impresa spericolata che lo porterà a vivere mille avventure insieme al suo carretto rosso e la sorellina Sandra di sei anni.  Marinando la scuola e saltando la gita al Museo d'Arte di Cleveland, Morris Bird III abbandona la normalità per inseguire il sogno dell'amicizia soltanto con pochi soldi in tasca, una bussola giocattolo e un temperino.

Don Robertson grande spettacolo
La copertina (©Thurston Hopkins Stringer, Getty Images) del romanzo Il più grande spettacolo del mondo di Don Robertson, tradotto da Nicola Manuppelli e pubblicato da Nutrimenti (2020)

Mentre l'epopea dell'amicizia viene narrata, Don Robertson innesta nel romanzo un carosello di figure stralunate che vedono le loro esistenze travolte e distrutte dallo scoppio di un impianto di gas. Così la leggera storia di amicizia plasma fino ad assumere i contorni fumosi di un racconto catastrofico e magico dove una divina provvidenza mette al riparo i nostri protagonisti bambini.

La genialità di Robertson consiste nel narrare con lucidità entrambi gli scenari e di orchestrare con ritmo un ampio ventaglio di sentimenti, emozioni e colpi di scena.  Dialoghi costantemente calibrati per strappare il sorriso e per ritrarre un'atmosfera scanzonata e ingenua, come può essere la mente di un bambino: sono soltanto echi di una macro storia epica e meravigliosa, che nell'apocalisse dell'Ohio trova un barlume di genuina felicità.

L'innocenza dei personaggi di giovane età, che serve a rappresentare simbolicamente un'America attenta ai valori nazionali, viene spezzata dal disincanto e dal tetro pragmatismo dei personaggi adulti, che con i loro chiaroscuri tratteggiano la decadenza e il negativismo di quelle generazioni schiacciate tra le due guerre mondiali e il proibizionismo.  Un romanzo potente per cui dobbiamo ringraziare l'editore Nutrimenti per aver riconsegnato all'Italia un autore purtroppo dimenticato.

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Liliana Segre mare indifferenza

La memoria come cura per l'indifferenza

Nel 2019 esce per una casa editrice appena nata nel panorama editoriale un piccolo libro che raccoglie le parole di Liliana Segre e del suo impegno per mantenere viva la memoria contro l'indifferenza.

Lo cura Giuseppe Civati, che della giovane casa editrice è tra i fondatori.

Sono poche pagine, è un volumetto che può essere benissimo infilato senza sforzo tra un tomo e l'altro per lo spazio fisico che occupa.

Per lo spazio morale ed etico invece potrebbe occupare un intero scaffale e strabordare.

Facciamo un passo indietro. Anzi due.

Liliana Segre mare nero indifferenza
La copertina della nuova edizione del libro di Liliana Segre, Il mare nero dell'indifferenza, a cura di Giuseppe Civati, che è stato pubblicato da People (2020) nella collana Storie

La prima volta che ho sentito nominare Liliana Segre è stato nel 2017. Forse l'avevo già sentita nominare prima ma il suo cognome per me si confondeva con quello di un altro Segre, anzi, uno con l'accento sulla e. Un fisico che faceva parte del gruppo dei Ragazzi di Via Panisperna. Il gruppo che lavorò agli studi sull'atomo negli anni '30. Prima delle leggi razziali che costrinsero la maggior parte di quei fisici alla fuga dall'Italia.

Emilio Segrè, come ti sbagli, era ebreo.

Per me Segrè fino a qualche anno fa era lui.

Da quel 19 gennaio 2017 i Segre, con o senza accento sulla e, nella mia memoria sono aumentati.

Da quel mattino in cui Milano ha cominciato a fare i conti con la sua memoria. Era il giorno in cui venne posta la prima pietra d'inciampo in città.

Liliana Segre indifferenza
Le pietre poste davanti al palazzo in Corso Magenta 55, in ricordo del padre Alberto, del nonno Pippo e della nonna Olga. Foto di Giuliana Dea

Quel giorno c'erano Gunter Demnig, il sindaco Sala e l'unica sopravvissuta della famiglia ebrea che abitava in Corso Magenta 55 fino al 1943: Liliana Segre.

La prima pietra d'inciampo milanese era dedicata a suo padre Alberto.

Alberto Segre non è più tornato da Auschwitz. È morto nel maggio 1944.

Eppure Alberto Segre continua a esistere nei racconti e nella memoria di sua figlia, scampata per caso allo sterminio. Dico per caso perché dagli stessi racconti di Liliana si capisce che non c'è stato qualcosa di straordinario nel suo essere sopravvissuta. Come non c'è stato per nessuno dei sopravvissuti.

Ricordo del convoglio partito da Milano su cui hanno viaggiato Liliana e suo padre. Ce n'è una per ogni viaggio. Foto di Giuliana Dea

Per caso finisce nel gruppo di 31 donne che non vengono mandate subito alle docce al loro arrivo al campo. Per caso dimostra più dei suoi 13 anni compiuti pochi mesi prima. Le ragazze di 13 anni venivano mandate subito alle docce.

Per caso non le tagliano i capelli per qualche tempo, finché non arrivano i pidocchi. Per caso è ancora viva quando Auschwitz viene smantellato dai tedeschi.

Per caso non muore di stenti durante la marcia della morte cui i carcerieri costringono lei e le altre donne sopravvissute.

Quando torna a casa è una ragazza troppo grande rispetto alle sue coetanee. E si trova davanti un mondo che non vuole sentire raccontare la sua storia. E lei non la racconta, per tanto tempo. Fino agli anni 90.

 
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La copertina del libro di Liliana Segre, Il mare nero dell'indifferenza. Foto di Giuliana Dea

Allora comincia a parlare. Racconta ai bambini. I bambini sono quelli che hanno meno contatto con i ricordi della guerra. Negli anni 90 il fascismo, le leggi razziali, la deportazione, lo sterminio, sembrano lontani.

Chi non ha i nonni che hanno visto la guerra e la raccontano non ha idea di quello che è stato quel periodo. Sembra distante.

Eppure è dietro l'angolo. Perché l'unica cosa che impedisce alla storia di ripetersi è la memoria collettiva. E quella memoria comincia già a non essere più diffusa.

Il racconto dei testimoni è fondamentale.

Questo è quello che fa Liliana per anni. Racconta quello che successe molto prima della deportazione. A partire dalle leggi razziali.

Quando le scuole del Regno vengono chiuse a chiunque sia ebreo. Insegnanti e studenti. Professori universitari. I senatori ebrei, per una concessione regia, mantengono la loro carica. Ma non potranno più entrare al Senato. Questo fino alla fine del regime e della guerra, che porta all'abolizione delle leggi razziali.

Nel 1938 l'Italia fascista mostra in pieno la sua anima razzista che fino a quel momento era stata sottovalutata, perché in fondo cosa poteva importare agli italiani della popolazione slovena o delle popolazioni abissine?

Non erano italiane.

Gli ebrei erano italiani. A tutti gli effetti. Alberto Segre e suo fratello avevano combattuto nell'esercito italiano durante la Prima Guerra mondiale. Lo zio Alfredo era fascista. Un convinto fascista. Come tanti altri ebrei.

Improvvisamente questi italiani vengono privati della loro cittadinanza, dei loro diritti, delle loro attività.

Vengono privati delle loro amicizie, perché gli italiani non possono avere contatti con gli ebrei.

E molti italiani, troppi, si voltarono dall'altra parte.

Italiani di qualsiasi età, estrazione sociale e cultura.

Dalle compagne di scuola di Liliana, che all'epoca ha 8 anni, a persone laureate, o con un titolo di studio. Come la sua maestra, che dice al padre della sua piccola allieva 'non sono io a fare le leggi'. Con un'indifferenza per la sorte di una bambina senza nessuna colpa che fa rabbrividire, nei racconti della senatrice.

Quelle leggi razziali non sono un unico errore come spesso vuole far credere una retorica ancora convinta dei valori fascisti. Non sono nemmeno una responsabilità esclusiva dei tedeschi. Anzi, gli italiani sono i primi a cacciare gli ebrei dalle scuole. Nella Germania nazista in questo erano ancora indietro. Anche se di poco.

Le leggi razziali del 1938 rendono evidente che gli italiani non sono affatto brava gente, per legge.

Al contrario gli italiani sembrano non vedere l'ora, in quel momento e in altri della storia più recente, di dimostrare che non hanno nessuna grande qualità umana a contraddistinguerli dal resto del mondo.

Ne parla il libro, ma anche senza averlo letto arrivi a questa scritta e capisci cosa significa la scritta 'vietato il trasporto di persone' per treni che portano ebrei ad Auschwitz o ai campi di smistamento. Foto di Giuliana Dea

In questo piccolo volume, aggiornato nel 2020 con la discussione in Senato intorno alla Commissione Segre, si parla di passato e soprattutto di presente. Perché la sorte che è toccata agli ebrei italiani in quegli anni sembra essere identica a quella che si vorrebbe per i migranti del nuovo millennio.

La differenza è che stavolta esiste una coscienza democratica diffusa, che sotto il fascismo non poteva esserci per forza di cose.

Ma non basta lo stesso, perché i rigurgiti di odio e indifferenza verso esseri umani in fuga per ragioni di sopravvivenza, persecuzione e quant'altro tornano anche in questi anni. In nome della prevalenza di chi è italiano per diritto di nascita. Come se davvero contasse qualcosa ai fini dell'umanità il posto dove sei venuto al mondo e non fosse solo una questione di fortuna o sfortuna.

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La copertina del libro di Liliana Segre, Il mare nero dell'indifferenza. Foto di Giuliana Dea

Questo piccolo volume curato da Giuseppe Civati ha una serie di appendici. Una in particolare mi colpisce. Racconta il percorso che Giuseppe Civati fa da Corso Magenta alla scuola di via Ruffini. Il percorso che faceva Liliana tutti i giorni fino alle leggi razziali.

Sono pochi passi. E il percorso fino a San Vittore dove è stata incarcerata con il padre tra la fine del 1943 e l'inizio del 1944, sempre a poca distanza dalla sua casa nel salotto buono di Milano. E infine al Binario 21, da dove partivano i treni in direzione Auschwitz. Da dove sono partiti anche Liliana e suo padre. Oggi il Binario 21 è il Memoriale della Shoah.

Mi colpiscono, i percorsi di Liliana, perché Corso Magenta fin da quando ero bambina è sempre stato un luogo della memoria, delle passeggiate con mia madre. I miei nonni abitavano a poca distanza. Bastava percorrere tutto Corso Vercelli per arrivare all'inizio di Corso Magenta, percorrerlo tutto, passando davanti a Santa Maria delle Grazie e al refettorio dei frati dove viene conservato il Cenacolo. Posti noti anche ai turisti, ma per chi è milanese hanno un significato diverso. E ancora diverso per chi è milanese e li ha percorsi da quando era bambino.

L'idea di ciò che è successo a una famiglia in un palazzo di quel salotto buono, quella via tranquilla, fa rabbrividire e pure un po' vergognare, anche se non siamo stati noi a firmare le leggi razziali e a deportare la famiglia Segre.

Per questo è importante leggere le parole di Liliana, così come le ha pronunciate negli anni, come fa Civati. Perché quell'indifferenza che ha permesso un abominio non si ripeta più. Per nessuno.

Consiglio anche la lettura di Fino a quando la mia stella brillerà, di Daniela Palumbo e Liliana Segre, tra le fonti citate in Liliana Segre, Il mare nero dell'indifferenza.

Liliana Segre il mare nero dell'indifferenza
La copertina del libro di Liliana Segre, Il mare nero dell'indifferenza. Foto di Giuliana Dea

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.