poeti giapponesi

Poeti giapponesi: scoprire la modernità attraverso i versi della nuova tradizione letteraria

Poeti giapponesi: scoprire la modernità

attraverso i versi della nuova tradizione letteraria

intervista a Maria Teresa Orsi e Alessandro Clementi Degli Albizzi

Lo splendido volumetto Poeti giapponesi, edito per la collezione di poesia di Einaudi, è un'occasione unica per confrontarsi con la letteratura del Sol Levante. Un'occasione, ripeto, per conoscere la caratura artistica di alcuni autori che difficilmente possono essere conosciuti nel nostro Paese.

A differenza della narrativa romanzata, dei saggi storici o artistici, le forme poetiche nipponiche che spesso pervengono nel nostro Paese sono di deriva:zione medievale-moderna. Tale limite porta al lettore a pensare che ben poco sia stato prodotto dopo il 1800 in Giappone, quando in realtà, l'apertura dei nuovi spazi e delle nuove frontiere e poi a seguito della sciagura atomica del '45 hanno permesso all'arcipelago di codificare nuove forme poetiche del tutto caratterizzate e svincolate da altre particelle poetiche più classiche.

Ma credo sia molto più interessante lasciare la parola ai curatori dell'antologia Poeti giapponesi, che rispondendo al sottoscritto hanno preparato una splendida introduzione al mondo nipponico e alle sue intense sfumature.

 

Ringraziamo Maria Teresa Orsi e Alessandro Clementi Degli Albizzi, curatori dell'antologia Poeti giapponesi, che hanno risposto alle domande di ClassiCult.

Peoti giapponesi
La copertina dell'antologia Poeti giapponesi, a cura di Maria Teresa Orsi e Alessandro Clementi Degli Albizzi, pubblicata da Giulio Einaudi Editore

Questa antologia conferma che a volte il punto di vista occidentale conserva ancora oggi una dimensione prospettica distorta, perché si è popolarmente soliti incasellare la poetica giapponese soltanto nella sua forma breve di Haiku, e i più esperti si fermano al Tanka. Quanto considerate importante esplorare la contemporaneità letteraria giapponese e come si colloca l'antologia Poeti giapponesi, in tal senso?

Forse parlare di dimensione prospettica “distorta” è eccessivo. La poesia classica giapponese (tanka, haiku e altri generi) ha una tradizione e una dimensione tale da giustificare la posizione di rilievo che occupa in un’ottica internazionale. Se però la preferenza che viene accordata a questo genere dipende da un pregiudizio che vede nella poesia tradizionale (e solo in quella) lo “spirito”, l’“anima” del Giappone e ritiene che la poesia moderna in verso libero sia una semplice “imitazione” di quella occidentale, allora certo si può parlare di un errore di interpretazione, quanto meno. Non esiste una simmetria tra il modo in cui la cultura poetica occidentale ha recepito lo haiku e quello con cui quella giapponese si è appropriata del verso libero. Nel primo caso infatti si tratta di un apprezzamento che sfiora appena - o forse non sfiora affatto - quella evoluzione di sensibilità, criteri e stili che trova spazio nella storia della letteratura. Nel secondo, si è trattato di un processo talmente profondo e generalizzato da trasformare permanentemente non solo la forma espressiva (il linguaggio), ma anche il messaggio poetico. La poesia in verso libero, introdotta alla fine dell’Ottocento si è inserita perfettamente nello spazio culturale giapponese del XX secolo, si è sviluppata in modo autonomo, originale e ha raggiunto risultati tali da giustificare perfettamente la proposta di una antologia. Certo, coprire tutto il Novecento avrebbe richiesto uno spazio ben più ampio di quello che ci è stato concesso e allora abbiamo preferito limitare le nostre scelte ad un arco di tempo che andasse dalla fine degli anni ’50 ai giorni nostri, ampliando però nei limiti del possibile il numero dei poeti inclusi, dai più famosi alle generazioni più giovani ancora poco conosciute.

Il fungo atomico di Hiroshima. Foto di George R. Caron - National Archives and Records Administration - National Archives Identifier (NAID) 542192, in pubblico dominio

Quanto ha inciso la storia bellica nell'immaginario nipponico? Possiamo parlare di una sensibilità giapponese post-atomica anche nelle sue forme espressivo-poetiche?

La presenza della guerra del Pacifico, del bombardamento atomico e più in generale delle armi nucleari occupa un posto ben definito e conta su nomi di grandi scrittori, primo fra tutti Ōe Kenzaburō, premio Nobel 1994. Nel campo specifico della poesia, forse la riflessione più immediata e più carica di partecipazione emotiva è stata sviluppata soprattutto nei primi anni del dopoguerra (e quindi non è rientrata nei limiti nell’antologia), portata avanti da poeti che sono stati testimoni diretti e anche vittime dell’esplosione: Tōge Sankichi o Kurihara Sadako. Successivamente la prospettiva si è ampliata, spostandosi dal passato al futuro dell’era nucleare. La fusione della centrale atomica di Fukushima dopo il terremoto e lo tsunami del marzo 2011 ha drammaticamente riproposto la questione e ha visto impegnati poeti e scrittori giovani e meno giovani. Le poesie di Wagō Ryōichi, presenti nell’Antologia rappresentano un esempio di come ci si sforzi, anche attraverso lo sperimentalismo, di tradurre in poesia, con tutto il suo bagaglio di simboli e di rimandi, tragici fatti di cronaca sfuggendo al rischio da un lato della retorica e dall’altro della banalizzazione.

Mike Weightman esamina il reattore 3 a Fukushima, come leader del team IAEA. Fukushima è uno dei temi più frequenti nei lavori dei poeti giapponesi contemporanei. Foto Flickr copyright: IAEA Imagebank, Credit: Greg Webb / IAEA, CC BY-SA 2.0

Quanto è importante la figura di Lafcadio Hearn per comprendere il patrimonio mito-poietico e folklorico giapponese? Ovviamente anche nella sua accezione di "divulgatore"

Curiosa la comparsa di Lafcadio Hearn in questo set di domande, visto che appunto il suo apporto è riconosciuto nel campo della prosa e della divulgazione della tradizione folcloristica giapponese, almeno nel suo profilo di produttore e non di fruitore. Una risposta pertinente ci porterebbe lontano dai nostri ambiti, ma nello stesso tempo è una coincidenza felice, in quanto Lafcadio Hearn viene citato indirettamente in una poesia dell’Antologia, “Nashte Moonen” (Nasty morning) dell’autrice Itō Hiromi. E la citazione ha a che vedere con un aspetto importantissimo della poesia in verso libero: la scoperta delle immense possibilità della lingua nonché l’approfondirsi del mistero che si accompagna a questa scoperta. Lafcadio Hearn e la moglie Setsu, nel cercare di avvicinarsi l’uno alla lingua dell’altra furono capaci di creare una sorta di “terra di mezzo”, in cui le due lingue si mescolavano in maniera del tutto irregolare eppure armoniosa, senza mai arrivare ad appartenere del tutto ad uno dei due versanti. Il risultato che possiamo leggere negli scambi epistolari è nel vero senso della parola una “nuova possibilità”, in cui la lingua dell’altro, pur restando misteriosa, non distanzia; anzi (nella lettura di Itō) attraverso una trasfigurazione di forte impatto sensuale diventa un’appendice di conoscenza, non un’antenna metallica e solitaria, piuttosto un morbido tentacolo che avvolge l’altro, lo solletica, lo penetra e si fa penetrare.

Lafcadio Hearn/Koizumi Yakumo e sua moglie Sestu. Foto di ignoto (pre-1904) su testo, in pubblico dominio

Lafcadio Hearn, che scrisse in giapponese senza conoscere realmente la lingua, è un simbolo efficace per uno degli aspetti più ricorrenti tra le tematiche dell’antologia: il costante interrogativo legato alla ricerca del “linguaggio giusto” in cui gli autori – e non limitatamente a quelli che sono dislocati all’estero o di etnia diversa da quella locale – si confrontano con l’unico strumento che hanno tra le mani cercando di capire volta per volta come meglio adattarlo a delle problematiche (personali o socialmente condivise) in continua evoluzione, probabilmente senza mai raggiungere una risposta definitiva.

 

Quali sono le ragioni che hanno portato a una tardiva risposta femminile? Ad esempio, il boom di produzione poetica relativa si colloca soltanto verso gli anni '80 del secolo scorso

Direi che quella femminile forse più che tardiva è stata un’avanzata più sommessa, all’inizio rimasta un po’ nell’ombra, non tanto nei confronti della produzione poetica maschile, quanto piuttosto rispetto alla clamorosa e inarrestabile avanzata di autrici “sorelle” che sceglievano di scrivere opere in prosa. Poi il movimento femminista ha in qualche modo aiutato a dare una spinta in questo senso, mettendo in luce quanto le voci femminili, non solo nella prosa ma anche nella poesia, potessero essere libere, meno condizionate, più spregiudicate e combattive della controparte maschile.

Poeti giapponesi
Kamo no Chōmei, in una raffigurazione di Kikuchi Yōsai in pubblico dominio

Tradizione e progresso: la poesia nipponica contemporanea come si schiera tra queste due correnti di sensibilità sociali?

Si può dire che le abbracci entrambe. Ma non nell’abusata percezione di un Giappone che si rinnova conservando la tradizione nel cuore della modernità. La poesia a verso libero, dopo le prime spinte nell’immediato dopoguerra a raggiungere un’autonomia chiaramente percepibile dal filone tradizionale, non ha mai mostrato particolare ostilità per l’immenso patrimonio di temi e di sensibilità che gli forniva il bacino della poesia classica. E di questo offrono ottima testimonianza numerose composizioni all’interno dell’antologia (in realtà molte di più di quelle presenti, se non che si è scelto di dare preferenza a temi più immediatamente riconoscibili al lettore non specialista): da quelle che traggono ispirazione da temi centrali della tradizione classica come le mitologie della fondazione o i “Ricordi del mio eremo” di Kamo no Chōmei, o ancora dall’apparire all’interno del verso libero di cadenze ritmiche basate sulla combinazione di 5 e 7 more, oggi molto conosciute grazie alla diffusione dello haiku. Nelle sue migliori espressioni, la poesia contemporanea bilancia con grande abilità i prestiti dal passato senza che questo metta in discussione la sua identità. Non si tratta di “hommages”, cioè tributi dovuti o di una attualizzazione della tradizione, la possibilità di applicarla al mondo contemporaneo: una delle cose più piacevoli nel comporre questa antologia è stata la scoperta di quanto il gioco, il trastullo, il divertissement fine a se stesso guidi ancora la mano di autori che pure sono capaci di investigare realtà molto complesse, perché la libertà del “verso libero” è arrivata a coinvolgere molto più della sola metrica.

La copertina dell'antologia Poeti giapponesi, a cura di Maria Teresa Orsi e Alessandro Clementi Degli Albizzi, pubblicata da Giulio Einaudi Editore

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.

 

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Vi avevo detto: scrittori suicidi o poesie giapponesi? Facciamo metà e metà. ⠀ Kawabata è stato uno dei più grandi scrittori della storia nipponica e quando vinse il premio nobel per la letteratura disse “la scrittura è un preludio all'abisso“. Mai parole furono più vere visto che ci lasciò nel 1972, probabilmente morendo volontariamente soffocato dal gas della sua cucina. ⠀ Perché parlo di suicidio e poesia? No non voglio romanticizzare la morte di qualcuno, bensì narrarvi l'ansia che provo dietro quel gesto. Quando uno scrittore muore suicida io sono sempre molto interessato, perché costui mi ha privato delle sue storie? Forse c'è un ultima storia, un'ultima poesia, un ultimo frammento di carta che racconta la Fine. Ma non lo sapremo mai. Mi affascinano queste persone, perché abbandonano questo mondo, ma le loro parole mai. Tranne le ultime. Non so se mi spiego. ⠀ Tra le tante poesie che amo in questa raccolta sono rimasto sedotto dalla Fiamma di Mikato ⠀ ⛩chi mi tocca solleva grida di terrore ma io non lo so se sono calda o fredda perché non sono mai ferma nello stesso posto e quello che ero un attimo prima già non c'è più Per me bruciare è il continuo ripetersi dell'addio ⠀ Se volete conoscere bene i dettagli di questa pubblicazione su @classicultit ci sarà un articolo specialistico sulla poesia giapponese dove ho intervistato i curatori italiani dell'antologia. ⠀ Intanto vi saluto dicendo che da ora in avanti con l'hastag troverete tutti i miei futuri post a tema suicidio letterario. Oggi era una presentazione ⛩ ⠀ Fatemi sapere se vi interessano questi temi, che tratterò con delicatezza, e se amate la poesia. Buon inizio settimana 📝

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Foto di Hong Daewoong

scritte truppe inglesi Salerno

Le tracce della storia: recuperate scritte parietali eseguite dalle truppe inglesi al Liceo "T. Tasso" di Salerno

Il Liceo Classico "T. Tasso", fondato nel 1811 da Gioacchino Murat nel soppresso Monastero della Maddalena, è il primo istituto laico di Salerno (e uno dei più antichi d'Italia). La sede di piazza San Francesco, nel rione Carmine - in pieno centro storico - è uno degli edifici sorti in epoca fascista (più precisamente nel 1925).

Il Liceo Classico "T. Tasso" di Salerno

Durante i lavori di ripristino delle facciate interne sono state recuperate alcune scritte parietali su intonaco, presenti sui prospetti interni del cortile, eseguite dalle truppe inglesi.
Si tratta di una straordinaria testimonianza dello sbarco degli Alleati a Salerno (la cosiddetta "operazione Avalanche"). Il 9 settembre 1943, nel corso della campagna d'Italia della seconda guerra mondiale, le truppe inglesi raggiunsero le coste del golfo della città, vista come trampolino di lancio per la conquista di Napoli e del suo porto.

Le scritte sono state restaurate sotto l'Alta Sorveglianza della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Salerno e Avellino (diretta dall'arch. Francesca Casule) a cura della Pieffe Restauri di Flora Pellegrino, con la direzione della dott.ssa Rosa Carafa, Capo Area del settore Storico Artistico della Soprintendenza.

L’intervento sulle facciate dell'Istituto, la cui spesa complessiva ammonta a € 300.000,00 è stato reso possibile grazie alla messa a disposizione da parte della Regione Campania delle economie dei mutui "Cassa Depositi e Prestiti" alla Provincia di Salerno.

I lavori, iniziati nel luglio dello scorso anno, erano stati sospesi a causa dell'Emergenza sanitaria Covid-19; sono ripresi regolarmente alla riapertura dei cantieri e volgono al termine, con previsione della fine dei lavori per il prossimo mese di settembre.

Il Direttore dei lavori è l'arch. Enrico Vallone dipendente del Settore Edilizia scolastica della Provincia di Salerno. L'impresa appaltatrice dei lavori è Riccio Costruzioni soc. coop. Quarto (NA).

scritte truppe inglesi Salerno
Da sinistra: un rappresentante della impresa appaltatrice dei lavori, la dott.ssa Flora Pellegrino (restauratrice) e la dott.ssa Rosa Carafa, Capo Area del settore Storico Artistico della Soprintendenza. Sullo sfondo, una delle scritte parietali lasciate dalle truppe inglesi a Salerno presso il Liceo Classico "T. Tasso"

 

Foto dall'Ufficio Stampa della Soprintendenza  ABAP di Salerno e Avellino sulle scritte parietali lasciate a Salerno dalle truppe inglesi presso il Liceo Classico "T. Tasso"


Jojo Rabbit

Jojo Rabbit: i semi d'autunno della guerra

Jojo Rabbit è l'ultimo film del regista australiano Taika Waititi, ispirato al libro Come semi d'autunno di Christine Leunens. La pellicola ha vinto il premio Oscar per miglior sceneggiatura non originale e ha ricevuto altre cinque candidature (miglior film, miglior attrice non protagonista, miglior scenografia, miglior montaggio e migliori costumi). Jojo Rabbit è arrivato nelle sale italiane il 16 gennaio 2020 distribuito dalla 20th Century Fox Italia, incassando 3,9 milioni di euro nelle prime 7 settimane di proiezione.

Thomasin McKenzie, Roman Griffin Davis e Taika Waititi nel film JOJO RABBIT. Foto di Kimberley French. © 2019 Twentieth Century Fox Film Corporation tutti i diritti riservati

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Max Fleischer Superman

Max Fleischer: vita e carriera di un altro Walt Disney

SOGNI ANIMATI I

Max Fleischer: vita e carriera di un altro Walt Disney

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Nel vastissimo panorama delle produzioni cinematografiche, i cartoni animati hanno sempre occupato un posto di primaria importanza: personaggi straordinari e storie di pochi minuti o di più ampio respiro accompagnano la vita di grandi e bambini, donando agli uni e agli altri sogni colorati e indimenticabili. Negli ultimi decenni l'avvento del CGI e i più recenti ritrovamenti nel campo della computer grafica hanno dato nuova linfa a questa branca cinematografica, ma l'hanno resa forse un po' più impersonale e meno affascinante rispetto al passato.

In effetti la storia dell'animazione è un pilastro a sé stante nell'immensa avventura del cinema: addirittura si potrebbe dire che il concetto stesso di film trova il suo nucleo nelle affascinanti e antichissime tecniche delle figure animate, che a loro volta evolvono dalle ombre cinesi e dai primi esperimenti di illuminotecnica. A partire dal 1908, anno in cui uscì Fantasmagorie, ritenuto il primissimo esempio di cartone animato, molti sono stati i pionieri di questo genere, la maggior parte dei quali sono stati via via dimenticati fino a risultare ignoti ai non addetti ai lavori; in Italia, per una pluralità di cause, le opere di molti animatori non sono nemmeno mai pervenute.

Il più conosciuto, nel nostro Paese e altrove, è di certo Walt Disney, il quale fu a sua volta un pioniere; il suo lavoro tuttavia partì laddove molti altri prima di lui avevano ideato e implementato nuove tecniche e linguaggi che egli perfezionò aggiungendone dei propri. Per questo motivo oggi vogliamo inaugurare quella che speriamo sarà una lunga serie di approfondimenti tramite i quali ripercorrere la storia dell'animazione e dei suoi protagonisti dimenticati, per ridare loro voce e al tempo stesso lasciarci trasportare dalla fantasia e dai sogni che i cartoni animati sanno sempre regalare.

Max Fleischer: le origini

Il titolo dell'articolo, nel quale in maniera provocatoria lo si equipara al suo diretto rivale, non deve trarre in inganno: sebbene le loro storie presentino alcuni punti in comune sarebbe un errore considerare Max Fleischer subalterno a Walt Disney, in quanto ciascuno dei due rappresenta un modo di intendere l'animazione sensibilmente diverso rispetto all'altro. Potremmo considerare il loro come una sorta di “scontro generazionale”, dato che il primo proveniva da una scuola di pensiero ben più tradizionale del secondo, il quale era invece un self-made man autodidatta, pienamente rispondente ai canoni del “sogno americano”.

Max Fleischer Majer Fleischer
Max Fleischer (nome di battesimo Majer) in una foto dal Moving Picture World (giugno 1919), in pubblico dominio

Nato in Polonia nel 1884, Fleischer emigrò a New York quando era molto piccolo, al seguito della famiglia; in età giovanile si affermò come illustratore e caricaturista per alcuni giornali statunitensi. Intorno al 1912 divenne allievo di John Randolph Bray: costui, oggi sconosciuto ai più, fu tra i primi ad allestire uno studio espressamente dedicato all'animazione, dal quale passarono apprendisti che sarebbero diventati a loro volta maestri del genere, come Pat Sullivan (creatore del primo personaggio seriale, il gatto Felix) e Walter Lantz (ideatore di Woody Woodpecker, da noi chiamato Picchiarello).

Nei Bray Studios, Max Fleischer si distingue immediatamente grazie alla creazione di una serie animata dal titolo Out of the Inkwell, il cui personaggio principale è un clown di nome Koko; la vera svolta avvenne tuttavia nel 1915, col brevetto della sua invenzione più importante: il rotoscopio. Si tratta di un macchinario che consente di ottenere un'animazione fluida e realistica mediante il ricalco dei disegni sui fotogrammi di un filmato girato in precedenza in live-action: per comprendere la portata di questa scoperta basti pensare che il rotoscopio è stato utilizzato per oltre un secolo da qualsiasi studio d'animazione, e molti dei film animati più celebri hanno almeno una sequenza in rotoscopia.

Rotoscope Max Fleischer
Il rotoscopio (Rotoscope), disegnato da un artista sconosciuto. Immagine RI US Patent n° 1,242,674, in pubblico dominio

Grazie ai proventi di questa invenzione Fleischer poté affrancarsi da Bray e fondare, assieme ai suoi fratelli Louis e David la propria azienda cinematografica, i Fleischer Studios, che aprirono i battenti nel 1921. Negli stessi anni Walt Disney istituiva insieme al fratello Roy la ditta Laugh O'Grams, la quale circa un decennio dopo sarebbe divenuta la Walt Disney Pictures: una differenza fondamentale tra i due studi consisteva nel fatto che Disney fu abbastanza abile da riuscire a mantenersi sempre indipendente, mentre la casa di produzione di Fleischer nacque come divisione della Paramount e lo rimase lungo tutta la sua vicenda. Come vedremo, questa divergenza di fondo risulterà decisiva in futuro.

L'avventura dei Fleischer Studios

Nel decennio successivo all'apertura, i Fleischer Studios si specializzarono nei cortometraggi animati: oltre a Out of the Inkwell, che continuarono a produrre autonomamente dopo la scissione da Bray, con l'avvento del sonoro furono ideati i Sound Car-tunes, una serie di brevi storie inframmezzate da segmenti musicali; in essi fece la sua comparsa la “pallina rimbalzante” che scandisce le sillabe del testo in sovrimpressione perché il pubblico in sala canti le canzoni insieme ai personaggi. In seguito le due serie furono riunite sotto un unico titolo, Talkartoons.

Max Fleischer Betty Boop Bimbo Koko
Betty Boop. Foto in pubblico dominio

I cartoni animati di Max Fleischer erano molto diversi da quelli di Walt Disney, che a partire dal 1928 iniziò a conoscere un successo immenso e ininterrotto: quest'ultimo era specializzato nelle Silly Symphonies e nelle avventure di Mickey Mouse/Topolino, storie semplici e divertenti basate sulle fiabe oppure sulla quotidianità americana dichiaratamente destinate a un pubblico di bambini; i Talkartoons contenevano volentieri riferimenti tutt'altro che velati a tematiche adulte quali l'alcoolismo, il fumo, la droga e la sessualità, esaltati da un'animazione più ricercata e con un'innegabile vena di surrealismo. Queste caratteristiche portarono, nel 1932, alla creazione dell'unico personaggio originale di Max Fleischer: la bellissima pin-up Betty Boop.

Nata come personaggio secondario di un episodio di Talkartoon (e inizialmente con le sembianze di un cane antropomorfo), Betty piacque al pubblico proprio per la sua sfrontatezza e per la sensualità decisamente all'avanguardia per l'epoca: in tutte le sue storie c'era almeno una scena in cui il suo vestito si accorciava o spariva per mostrarla in lingerie, senza contare i moltissimi riferimenti al sesso.

Il successo di Betty Boop fu tale che la serie Talkartoons fu dedicata esclusivamente a lei; intanto, nel 1934, fu inaugurata la prima serie animata a colori prodotta dagli studios, denominata Color Classic. Sebbene il primo episodio (Poor Cinderella) vedesse come protagonista Betty, ella non vi comparve mai più.

In Somewhere in Dreamland (1936) risulta evidente l'utilizzo del rotografo

I Color Classic costituirono forse il momento artisticamente più alto degli Studios, grazie anche all'invenzione dei rotografo, un macchinario che consentiva la realizzazione di sfondi realistici e tridimensionali; un altro colpo da maestro fu, nel 1935, l'acquisizione per i diritti di Popeye, il nostro Braccio di Ferro. Questo personaggio, inventato nel 1927 da Elzie Segar, era nato per le strisce a fumetti e godeva di un successo incredibile: Fleischer intuì che portarlo sul grande schermo sarebbe stato estremamente vantaggioso, e così fu. Il Braccio di Ferro animato, va detto, differiva profondamente da quello a fumetti: quest'ultimo era un vero e proprio antieroe sgrammaticato e cinico, mentre quello di Fleischer divenne un valoroso romantico in grado di salvare la sua bella Olivia dalle grinfie dei cattivi; all'animatore si deve inoltre la sua caratteristica che più di tutti ricordiamo: gli spinaci che lo fanno diventare fortissimo, incorporati nei fumetti solo dopo il successo dei cartoni di Fleischer.

La crisi e il declino

A conti fatti, nella prima metà degli anni '30 i Fleischer Studios erano i diretti competitors di Walt Disney tanto per fama quanto per fatturato; tuttavia in questo stesso periodo iniziò la frenata che portò la casa di produzione a un declino lento ma irreversibile.

Il primo sintomo di questa crisi fu l'entrata in vigore, nel 1934, del codice Hays, la legge americana che censurava pesantemente gli audiovisivi ponendo un veto su temi ritenuti scabrosi: non era consentito mostrare o addirittura fare alcun tipo di riferimento al crimine, agli atti sessuali, all'alcoolismo o qualsiasi situazione che sbeffeggiasse la morale e l'ordine civico. I Color Classic e Braccio di Ferro non trattavano tematiche di quel tipo; Betty Boop, invece, era completamente basata sui sexual innuendo, pertanto fu proprio questa serie a subire le conseguenze più drastiche: il personaggio fu ridisegnato per renderlo meno sensuale, e il tono delle vicende fu completamente stravolto mostrando Betty alle prese con i problemi della vita quotidiana e con le beghe sentimentali. Il pubblico non gradì la “nuova” Betty, costringendo Fleischer a chiudere la sua serie nel 1938.

Nel frattempo subentrarono nuove problematiche: innanzitutto, tra Max e suo fratello David scoppiò una faida famigliare che avrebbe portato, pochi anni dopo, all'uscita del secondo dal consiglio di amministrazione; a ciò si aggiunse, nel 1937, uno sciopero degli animatori che decimò la forza lavoro e infine, nello stesso anno, l'uscita di Biancaneve e i Sette Nani, considerato il primo film d'animazione moderno, prodotto da Walt Disney, che in breve divenne un modello di riferimento per tutte le case di produzione.

Per lungo tempo la realizzazione di un lungometraggio animato non rientrò nei piani dei Fleischer Studios poiché, lo ricordiamo, essi dipendevano dalla Paramount, che in quel periodo navigava in cattive acque e aveva ridotto drasticamente i finanziamenti per le produzioni animate. Tuttavia circa un anno dopo dalle analisi di mercato risultò evidente che non fosse più possibile rimandare la realizzazione di un film. Per limitare al massimo il rischio, la Paramount riorganizzò gli Studios e li trasferì da New York a Miami, dove la manodopera era meno costosa; la nuova sede fu il cantiere dove venne prodotto I Viaggi di Gulliver, primo film animato dei Fleischer Studios, che vide la luce nel 1939.

Gulliver riscosse un tiepido successo; il flop dei due film Disney del 1940, Pinocchio e Fantasia, convinse la Paramount a finanziare un secondo lungometraggio, Mr Bug Goes to Town, la cui uscita fu programmata per il novembre 1941. L'inaspettato successo di Dumbo, che fu rilasciato il 31 ottobre di quell'anno, costrinse la Paramount a far slittare l'uscita di Mr Bug al mese successivo allo scopo di non dover competere direttamente con un rivale di tale portata; questa mossa strategica si rivelò fatale: due giorni dopo l'uscita nei cinema di Mr Bug, in seguito all'attacco di Pearl Harbor, l'America entrava nella Seconda Guerra Mondiale.

L'impatto della guerra sull'industria cinematografica fu devastante e costrinse molte case di produzione alla chiusura o a un drastico ridimensionamento; anche i Fleischer Studios ne subirono le conseguenze, la più grave delle quali fu la rescissione, nel 1949, del contratto con la Paramount. Max Fleischer rifondò dunque un nuovo studio autonomo denominato Famous Studios; tuttavia i cambiamenti del mercato postbellico e soprattutto l'età avanzata lo portarono a una complessiva riduzione della qualità dei suoi lavori.

Superman come realizzato dai Fleischer Studios. Immagine in pubblico dominio

In assenza dei Fleischer, tuttavia, la Paramount proseguì quella che viene considerata la loro serie più bella e significativa, quella dedicata a Superman. Avviata nel 1941, essa replicava in sostanza quanto accaduto per Popeye: la Paramount aveva acquisito i diritti del personaggio, nato per le strisce a fumetti; anche in questo caso Max Fleischer aveva deciso di divergere dai toni e dalle tematiche dei comics creando un Superman “suo”, con uno stile grafico futuribile e molte trovate che poi furono incorporate nella mitologia del personaggio. Ad esempio, nei fumetti Superman era in grado di eseguire balzi di molti metri, ma non di volare; tuttavia a Fleischer non piacquero le animazioni di queste evoluzioni, così decise che avrebbe volato: questa divenne in seguito una delle caratteristiche principali del personaggio, unitamente alla frase introduttiva “ È un uccello? È un aereo? No... è Superman!”, nata appunto per i cartoni animati.

La serie di Superman fu l'ultimo vero successo di Max Fleischer; nel 1967, dopo brevi e poco rilevanti esperienze per la TV, l'animatore andò in pensione e morì nel 1972. Il suo nome è forse meno conosciuto, ma la fama dei suoi cartoni animati non è mai venuta meno: basti pensare che i cartoni di Braccio di Ferro sono regolarmente replicati in TV e che Betty Boop è tuttora considerata un'icona della moda. A tal proposito, in chiusura è bene ricordare il commovente omaggio a lei tributato nel film Chi ha incastrato Roger Rabbit? (1988), dove la dolce pin-up appare poco prima della procace Jessica Rabbit, quasi a passare il testimone tra due modi di intendere la sensualità femminile, ma anche la stessa animazione.

Koko il clown e Betty Boop nel ruolo di Snow-White (Biancaneve) nel cartoon omonimo (1933). Foto in pubblico dominio

La ragazza d'autunno: la guerra non ha un volto da donna

La ragazza d'autunno è il secondo film del regista russo Kantemir Balagov, reso noto dal suo film d'esordio Tesnota. Selezionata per la 72esima edizione del festival di Cannes nella sezione Un certain regard, la pellicola ha quindi rappresentato la Russia ai premi Oscar 2020.  In Italia il film è arrivato grazie alla casa di distribuzione  Movies Inspired, un piccolo faro per quanto riguarda la diffusione del cinema indipendente.

ragazza d'autunno Kantemir Balagov

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Enea Giorgio Caproni

Il nostro Enea

Scintillano talvolta nel grigiore delle esistenze anonime di tutti noi degli eccezionali bagliori, degli incontri imprevisti che di lì in poi illuminano di senso il nostro andare. Esperienze tali accadono forse solo a chi possiede un animo predisposto all’ascolto, ma sono talmente pervasive e significanti da arrivare a riguardare l’intera comunità. Attorno a un momento così toccante ruotano i testi (poesie e prose) di Giorgio Caproni contenuti nel volume recentemente edito da Garzanti, Il mio Enea, a cura di Filomena Giannotti.

Enea Giorgio Caproni
Il barchile di Enea, opera di Taddeo Carlone (1578), in Piazza Bandiera a Genova: il monumento colpì profondamente Giorgio Caproni. Foto di Elena Torre

In una delle piazze più bombardate d’Italia, Piazza Bandiera, a Genova, si erge un monumento a Enea, ritratto nel momento iconico e patetico della fuga con il padre e il figlioletto. La casualità dell’accostamento tra il profugus scampato dall’incendio di Troia e quel luogo simbolo di distruzione colpisce profondamente Giorgio Caproni, che senza indugio alcuno vi legge la rappresentazione dell’uomo della sua generazione, solo mentre cerca di sorreggere una tradizione in rovina e di portare in salvo un futuro ancora incerto, che non sa stare in piedi. «È per me quanto di più commovente io abbia visto sulla terra», annota emozionato il poeta.

Alessandro Fo, nell’accorata prefazione del volume, non esita a definire una tale visione come un’epifania, una rivelazione poetica. E infatti tra il 1954 e il 1955 tale riflessione confluisce nei Versi tratti dal poemetto Passaggio d’Enea: «Enea che in spalla / un passato che crolla tenta invano / di porre in salvo, e al rullo d’un tamburo / ch’è uno schianto di mura, per la mano / ha ancora così gracile un futuro / da non reggersi ritto».

Emerge chiara nel componimento la vocazione narrativa dell’autore, il cui intento è quello di porgere al lettore una verità autentica, per quanto amara. L’esule fugge da una terra infestata dalla morte e cerca scampo nel mare, ma improvvisa arriva la sensazione che quella solitudine sarà il dolore con cui sarà costretto a fare i conti negli anni bui che verranno, in cui non basterà una bussola per orientarsi nell’oscurità; allo stesso modo, la luce non sarà certo un risveglio, ma indicherà forse un altro suolo che potrà calpestare chi non sa piegare il suo cuore: «Nell’avvampo / funebre d’una fuga su una rena / che scotta ancora di sangue, che scampo / può mai esserti il mare (la falena / verde dei fari bianchi) se con lui / senti di soprassalto che nel punto, / d’estrema solitudine, sei giunto / più esatto e incerto dei nostri anni bui?».

La persistenza del mito nel sogno letterario di Caproni è strettamente legata all’incertezza di colui che deve attraversare la notte: il suo epos è dunque quello modernissimo di chi tenta di districarsi tra le miserie cui condanna la Storia e la tensione innata verso il proprio tempo di pace. Incontrare Enea, salvo nonostante i bombardamenti, significa conoscersi e riconoscersi attraverso la memoria privata e collettiva dell’esperienza del dolore.

Sottolinea la curatrice del volume, Filomena Giannotti, che in Caproni gli echi classici appaiono privi di qualsiasi compiacimento erudito, e che anzi vengono traslati in una dimensione familiare. La frequentazione con quelle suggestioni antiche, meditata a fondo e più volte ripresa nell’arco di un’intera esistenza attraverso appunti e interviste, lo porta infine a compiere un ulteriore scarto nell’esplicitazione dell’identità non solo tra Enea e sé, ma anche tra Enea e noi tutti. Riflette infatti l’autore nel 1959, rimaneggiando un suo scritto risalente a dieci anni prima, in cui i verbi erano al singolare: «Ci troviamo veramente soli sopra la terra, con sulle spalle una tradizione che tentiamo di sostenere mentre questa non ci sostiene più, e per la mano una speranza ancor troppo gracile per potercisi appoggiare, e che pur dobbiamo portare a compimento».

Gian Lorenzo Bernini, Enea, Anchise e Ascanio, marmo (1618-19), Galleria Borghese, Roma. Foto di Architas, CC BY-SA 4.0

Il suo – il nostro – Enea è lontanissimo dalla retorica dei ricordi scolastici e da quella delle celebrazioni imperialistiche del fascismo; il personaggio, ormai non più solo virgiliano ma a pieno titolo caproniano, si configura piuttosto come il simbolo di colui che, esule, solo e dunque anti-eroe, deve farsi largo tra le macerie. Maurizio Bettini, nella postfazione, oltre a offrire ai lettori un avvincente caleidoscopio di riletture del mito di Enea più o meno coeve rispetto a quella di Caproni, evidenzia i tratti che rendono il poema di Virgilio perfettamente adeguato a raccontare il mondo in frantumi del dopoguerra: la pietà per i vinti, il disagio dei vincitori, l’orrore di fronte alla morte dei giovani.

Se è vero che per definizione i classici non esauriscono mai il loro portato di autenticità, questo appare con un’evidenza tanto più limpida in momenti storici cruciali, in cui un senso diffuso di smarrimento ci porta a ritornare alle parole degli antichi, per scovarne sotto le ceneri le scintille di una bellezza e di una verità che ardono ancora. Anche così, in questo tempo di solitudine e inesorabile disorientamento, Enea «meno eroe che uomo» ci esorta a un’assunzione di responsabilità, a un ripensamento radicale del futuro, nella necessità desolata e senza alternative di essere guida, di farsi carico di un passaggio senza la garanzia di un approdo. Accettare questa incertezza è improrogabile e altissimo compito della letteratura, da Virgilio a noi.

Giorgio Caproni il mio Enea
Giorgio Caproni, Il mio Enea, a cura di Filomena Giannotti, con prefazione di Alessandro Fo e postfazione di Maurizio Bettini, pubblicato da Garzanti
Enea Giorgio Caproni
Il barchile di Enea, opera di Taddeo Carlone (1578), in Piazza Bandiera a Genova. Foto di Elena Torre

Anche il leone deve avere chi racconta la sua storia, non solo il cacciatore

In questi giorni, volenti o nolenti, abbiamo avuto più o meno tutti la possibilità di rimanere a casa e di dedicarci alla lettura. Io, ad esempio, ho riscoperto una passione che risale ai tempi dei primi anni di università: la storia dell’Africa. Durante il mio percorso universitario non avevo mai letto il manuale di Anna Maria Gentili, Professoressa Emerita dell’Università Alma Mater Studiorum di Bologna, (Carocci, pp. 471, 18 euro), ma per fortuna ho avuto tempo di rimediare.

Anna Maria Gentili, infatti, in sole 471 pagine, propone un interessante quanto complesso excursus sulle vicende dell’Africa sub-sahariana dall’Ottocento, secolo delle trasformazioni all’Africa indipendente, e delle popolazioni che abitano il territorio senza tralasciare le loro problematiche politiche, economiche e sociali. Non deve essere stato affatto facile per la Gentili, anche se stiamo parlando di una delle maggiori storiche dell’Africa italiane, ripercorrere secoli di storia di un territorio cosi vasto (e complesso sotto diversi punti di vista). L’autrice sfoggia un dono di sintesi e un’esposizione così chiara ed esaustiva delle cause e degli effetti di certe dinamiche che, a tratti, più che di un manuale destinato a studenti universitari e ad esperti del settore, Il leone e il cacciatore sembra un vero e proprio romanzo.

Non a caso, il libro si apre con una bellissima metafora tratta da Chinua Achebe, un famoso scrittore nigeriano: “anche il leone deve avere chi racconta la sua storia. Non solo il cacciatore”. In effetti, siamo stati abituati a conoscere e ad approcciarci all’Africa quasi sempre e solo attraverso un punto di vista europeo, occidentale, e cosi facendo quasi mai si possono notare tutte le diverse sfaccettature delle dinamiche storiche, politiche e sociali dell’Africa sub-sahariana.

“L’Africa nera non è solo l’Africa dei neri, rimane l’Africa ignota e incomprensibile perché non ne accettiamo la storicità: il “cuore di tenebra”che non sappiamo e non vogliamo decifrare, anche perché il farlo agiterebbe i fantasmi del nostro persistente pregiudizio.”

Come nota la Gentili, sono solo gli anni delle indipendenze dei vari Stati Africani, nei primi anni sessanta, a non “passare inosservati”e a far puntare i riflettori sul continente, ed è solo grazie alla decolonizzazione che la storia di questi popoli non passa inosservata, e “parve che potesse spezzarsi la sua emarginazione” da parte degli Stati Occidentali.

Tutto questo, chiaramente, ha una spiegazione storica e politica: dopo la Seconda Guerra Mondiale, periodo in cui si celebrava “il riscatto dall’oscurantismo razzista, anche il “terzo mondo”conquistava alfine la libertà e l’uguaglianza che gli erano state negate in nome della “civilizzazione”coloniale.”

Purtroppo, però, dopo questo periodo di interesse per gli Stati africani e lo studio delle loro differenti culture, lingue e tradizioni, si tornò di nuovo a quella emarginazione a cui l’Africa era stata condannata per diverso tempo. Si finì, appunto, per “recuperare e rafforzare la tendenza a considerare le società africane vuoi come vittime senza speranza di disastri naturali e della corruzione dei politici, vuoi come protagoniste di conflitti determinati da ataviche e insopprimibili lealtà tribali.”

Certo, la Gentili, nel manuale, è costretta a trattare solo alcuni dei temi e delle problematiche del continente, e il lettore trova dei riferimenti non sempre approfonditi su tutte le aree del continente, ma questo sembra normale visto che si tratta di una realtà così ampia e molto diversa al suo interno. Sembra quasi impossibile poter pensare, infatti, ad un solo manuale in grado di racchiudere secoli di vicende storiche, sociali e politiche complesse come quelle dell’Africa ed una loro trattazione omogenea in tutte le aree del continente.

Nel libro della Gentili, ad ogni modo, vengono trattate una serie di tematiche fondamentali per la comprensione dei fenomeni storici e politici africani: gli interessi economici delle grandi potenze europee decise ad “accaparrarsi” le aree più strategiche per il commercio e lo sfruttamento delle risorse del territorio già dalla prima metà dell'Ottocento, la nascita di governi coloniali che “significherà solo l’abolizione de jure della schiavitù” e i “sistemi produttivi spesso fondati sul lavoro forzato e obbligatorio”. Si passa poi ad un ampio capitolo sulla spartizione coloniale, per poi giungere ad una mappa dell’occupazione coloniale con dei focus particolari su alcui Stati, per poi soffermarsi, durante l’ultimo capitolo, sull’Africa indipendente e sulle conseguenze che l’indipendenza ha portato nei vari Stati del territorio africano.

Il manuale Il leone e il cacciatore di Anna Maria Gentili è un ottimo strumento per comprendere l’evoluzione storica di un continente, in fondo, a noi quasi sconosciuto.
Del resto, per capire le vicende politiche di oggi e ciò che viviamo oggi, sarebbe impossibile senza comprendere ciò che è successo ieri.

Il leone e il cacciatore di Anna Maria Gentili
La copertina del manuale Il leone e il cacciatore. Storia dell'Africa sub-sahariana di Anna Maria Gentili, pubblicato da Carocci editore nella collana Aulamagna

Foto di zgmorris13


Ho cercato me stesso: riflessioni sull'ultimo Cesare Pavese

«HO CERCATO ME STESSO»: RIFLESSIONI SULL'ULTIMO CESARE PAVESE

«L'uomo mortale, Leucò, non ha che questo d'immortale. Il ricordo che porta e il ricordo che lascia»

Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò

Questa la premonizione in chiave letteraria di quello che sarebbe stato l’ultimo tragico e doloroso grido di disperazione che Cesare Pavese, tra i più acuti, lungimiranti e complessi scrittori del ventesimo secolo, emise prima di porre prematuramente fine alla sua vita, il 26 agosto 1950, in una cupa e tetra camera d’albergo. Un’epigrafe sentenziosa, il desiderio di increspare la superficie dell’Essere, con un’onda di vigore intellettuale e filosofico destinato a non rimanere insignificante e fugace.

Le Langhe in provincia di Cuneo. Foto di Francesca Cappa, CC BY 2.0

Con un ingente quantitativo di sonniferi, Pavese ha definitivamente messo a tacere i propri fantasmi, ha cessato di assaporare, in ogni sua forma, la noia e il tedio, protagonisti indiscussi della sua intera esistenza e che, come ha sempre affermato lo stesso scrittore, lo segnarono per una sorta di preistoria umana e letteraria. Uno spleen atavico, tipicamente decadente, incornicia ogni sua opera, rendendola irresistibilmente affascinante. Tale aura di mestizia, suggestiva e commovente, si accompagna all’incessante desiderio di far affiorare i segreti più reconditi del proprio io, segnato da contorte vicende biografiche, attraverso l’analisi sofferta di un profondo vuoto esistenziale, che trova espressione nella psicologia tormentata dei protagonisti dei suoi romanzi. Nondimeno, Pavese, sempre saldamente ancorato ai ricordi della prima infanzia, riempie le sue pagine di amene descrizioni paesaggistiche, delineando perfettamente i dolci profili delle colline piemontesi e vagheggiando le vaste distese delle Langhe, oggetto di una rappresentazione selvaggia, chiusa in una sfera mitica, in cui gli istinti più elementari si scatenano senza freni inibitori. Lo scrittore, già dal romanzo d’esordio, Paesi tuoi, si dimostra un appassionato studioso di etnologia e antropologia culturale, analizzando la realtà contadina come depositaria di miti e riti arcaici, rimanendo stregato da un’atmosfera magica, popolata da presenze inquietanti e misteriose. Proprio come Beppe Fenoglio, Cesare Pavese attua una efficace e drammatica commistione fra la ruralità dei villaggi delle Langhe e la tragicità della violenza storica, che irrompe prepotentemente in un ambiente fino a quel momento risparmiato dal vorace progressismo caotico della realtà cittadina.

Le vicende relative agli sviluppi del secondo conflitto mondiale e ai risvolti umani ed esistenziali che esse ebbero nella popolazione della penisola italica trovano un doloroso riscontro nelle opere di Pavese. A tal proposito, particolarmente illuminante è l’esempio offerto dall’indiscusso capolavoro dello scrittore, La casa in collina.

La vicenda di Corrado, protagonista del romanzo, trova scopertamente il suo corrispettivo nella biografia e nella crisi esistenziale di Pavese. Il personaggio (alter ego dello scrittore), professore torinese, per sfuggire ai bombardamenti aerei che terrorizzano la città, decide di rifugiarsi in collina, trovando ospitalità presso Elvira e sua madre. Corrado, pur dimostrando una brillante intelligenza, unita ad una profonda sensibilità, affronta gli eventi del suo presente in maniera apatica, rasentando, in apparenza, una lucida e cinica indifferenza. In un certo qual modo, si può dire che il suo atteggiamento coincida con l’apatia e l’ostentata impassibilità dei personaggi moraviani, pervasi dalla medesima opprimente coltre di passività, disincanto ed insensibilità.

Cesare Pavese
Cesare Pavese. Foto in pubblico dominio

Pavese, pur essendosi sempre dimostrato un fervente antifascista, arrivando perfino ad essere confinato a Brancaleone in virtù della sua compromettente vicinanza a Leone Ginzburg, dopo l’8 settembre 1943, non aderì comunque alla lotta partigiana, preferendo rifugiarsi nel Monferrato. L’autore, d’altronde, maturò un profondo disagio esistenziale a seguito di tale posizione defilata dagli sconvolgimenti storici del suo tempo: non riuscendo a perdonarsi quella che si profilò per lui come una colpa irredimibile, fu preso, nel dopoguerra, da un rimorso straziante che trasfigurò sul piano letterario, materializzandolo nella figura di Anguilla, protagonista de La luna e i falò, scritto pochi mesi prima del suicidio.

È fin troppo evidente l’impossibilità per Pavese di convivere con un rimpianto spiazzante, derivato dal successivo ripudio di quello che percepiva come un colpevole atteggiamento contemplativo e abulico in un drammatico frangente storico, in cui la scelta, invece, avrebbe assunto quasi una valenza di salvifica necessità. Mai come in quel particolare momento, infatti, si rivelava indispensabile sottoporre ad un giudizio implacabile e senza possibilità di atteggiamenti ambigui la propria coscienza, scegliendo tra il morire per la libertà e il continuare a vivere nell’oppressione. Corrado, come d’altronde lo stesso Pavese, non è stato in grado di scegliere la militanza attiva e decide pertanto di ritornare nella sua casa in collina e cristallizzarsi in quella zona grigia, individuata da Renzo De Felice e che, in seguito all’armistizio di Cassibile, nell’Italia occupata dai nazifascisti, avrebbe costituito un limbo di amare incertezze per migliaia di persone.

Il professore torinese appare totalmente alienato dal fluire della Storia, incapace di agire; in seguito alla perquisizione nell’osteria di cui anch’egli è assiduo frequentatore, Cate, da lui amata in gioventù e lasciata per paura delle responsabilità, viene arrestata con altri compagni di lotta. Il figlio della donna, Dino, riesce a salvarsi, ma è deciso ad unirsi ai partigiani. Corrado, a questo punto, è afflitto da una tremenda crisi esistenziale, che lo porta a scandagliare impietosamente la propria coscienza, senza tuttavia riuscire a trovare alcuna possibilità di pacificazione interiore. Tale condizione psicologica di immobilizzante disperazione, del resto, non è altro che il prodotto del presente storico, dilaniato da orrori quasi inenarrabili a cui, però, Pavese sente il bisogno insopprimibile di dare voce nella propria produzione narrativa.

Il dramma della guerra e, più nello specifico, della guerra civile combattutasi fra repubblichini e partigiani, viene descritto in tutta la sua abominevole disumanità da un intellettuale che, in modo superficiale e pressappochista, è stato accusato di vigliaccheria e che, invece, si è dimostrato un acuto osservatore del reale, capace di denunciare le brutalità del suo tempo con sconvolgente sincerità, senza remore ed infingimenti. Emblematiche, ne La luna e i falò, le parole di Nuto e il racconto del vituperevole destino toccato a Santina, il cui corpo era stato dilaniato da un’insensata furia omicida e dato alle fiamme.

Nella pagine conclusive de La casa in collina, invece, Pavese insiste sull’assurda irrazionalità della guerra che, come affermato dallo stesso Marziano Guglielminetti, mette a nudo l'impotenza dell'uomo:

«Ma ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini. Sono questi che mi hanno svegliato. Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che anche vinto il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificare chi l'ha sparso. Guardare certi morti è umiliante. Non sono più faccenda altrui; non ci si sente capitati sul posto per caso».

Langhe in provincia di Cuneo. Foto di Gmarino49, CC BY-SA 4.0

Palpita, in Pavese, l’ardente bisogno di restituire il significato sacrale alla vita umana, di incitare ed esortare al recupero di una dignità perduta a causa dell’insensata violenza della tragedia storica.

Nel suo diario, Il mestiere di vivere, qualche giorno prima della sua fine drammatica, lasciò scritto: «Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti. Ho cercato me stesso». Pavese ha interrogato le zone più oscure ed inquietanti della propria psiche, psicoanalizzato paure e rimorsi e, in tal modo, ha permesso ai posteri di penetrare nei meandri di un oscuro passato storico, ancora pullulante di incongruenze e misteri irrisolti.


Andrej Tarkovskij cinema preghiera

Andrej Tarkovskij: il cinema come preghiera

Che cos’è l’arte? È il Bene o il Male? Proviene da Dio o dal Diavolo? Dalla forza dell’uomo o dalla sua debolezza? Forse in essa è racchiuso un ideale di armonia sociale? Consiste in questo la sua funzione? Essa è una dichiarazione d’amore, un riconoscimento della propria dipendenza dagli altri uomini, una confessione, un atto inconsapevole, ma che rispecchia l’autentico significato della vita: l’Amore e il Sacrificio.” tratto dal libro “Scolpire il Tempo”, di Andrej Tarkovskij, Istituto Internazionale Andrej Tarkovskij, 2015

Dal 20 gennaio, in specifiche sale italiane, viene proposto un film-documentario su un artista assai noto nel Parnàso della cinematografia mondiale: si tratta di una retrospettiva del regista russo Andrej Arsen'evič Tarkovskij, attentamente diretta e curata dal figlio Andrej A. Tarkovskij.

Andrej Tarkovskij: il cinema come preghiera”, presentato in anteprima al Festival di Venezia e distribuito da Lab 80 Film, permette allo spettatore di immergersi nel mondo tarkovskijano grazie ad immagini, registrazioni audio e materiali d’archivio inediti; vengono proposti frammenti tratti dai suoi film oltre che a riprese sui set e momenti di quotidianità nei luoghi cari al regista.

Il suo lascito, costituito da otto pellicole, viene rappresentato nel film da altrettanti capitoli in cui esso è suddiviso: la narrazione è lineare, anzi circolare, poiché descrive la vita di un uomo, dalla sua nascita (1932) alla sua morte, ritornando poi alle origini.

Traspare fin dall’inizio il profondo legame che Andrej ha coi genitori, conflittuale con il padre, il poeta Arsenij Tarkovskij, e viscerale con la madre, Marija Ivanovna.

La ferma presenza fisica ed emotiva della madre, così come il ritrovamento e la “riscoperta” nell’età adulta della figura paterna, sono ben evidenti in film come Zerkalo (Lo specchio, 1975) e Offret (Sacrificio, 1986).

Arsenij e il piccolo Andrej Tarkovskij

Un altro avvenimento che sconvolge l’attività del regista, all’apice della sua produzione artistica, è l’inevitabile punto di rottura e la conseguente censura da parte delle autorità sovietiche; infatti l’URSS critica aspramente la visione pacifista del suo primo film, Ivanovo detstvo (L’infanzia di Ivan, 1962), poiché entra in contrasto con la propaganda, basata su princìpi di orgoglio patriottico, a seguito della vittoria nella Seconda Guerra Mondiale.

Tali contrasti causano poi un ritardo di sei anni per l’uscita di Andrej Rublëv (1966), non solo per la scelta - incompresa per l’epoca - di un tema prettamente religioso, ovvero la storia di un pittore di icone ortodosso nella Russia del ‘400, ma anche per l’inevitabile interpretazione da parte del governo di una celata critica del momento politico contemporaneo.

Dopo la parentesi “pseudo-fantascientifica” e metafisica di Soljaris (Solaris, 1972) e Stalker (1979), inframmentizzata dal film Zerkalo, il punto di non ritorno avviene durante le riprese in Italia del film Nostalghia (1983); a questo punto Tarkovskij, consapevole che in caso di rientro in Russia vedrebbe del tutto ostacolata la sua attività artistica, decide di rimanere in Italia, non facendo mai più ritorno in patria.

Trascorsi alcuni anni, dopo essersi ricongiunto al figlio (fino a quel momento trattenuto in Russia), Andrej, già malato, completa in Svezia le riprese del film Offret, suo testamento artistico, per poi spegnersi alla fine dell’anno 1986 a Parigi.

Andrej Tarkovskij cinema preghieraIn occasione della proiezione del film al Teatro delle Muse di Ancona, questo 25 gennaio, Andrej A. Tarkovskij racconta in prima persona i sentimenti e il “pensiero poetante” racchiusi nella creazione paterna, citando grandi nomi per lui ispiranti e da lui ispirati.

Tutto ciò che in Tolstoj è l’analisi delle azioni dei personaggi nella loro quotidianità, in Dostoevskij è invece la descrizione intima del conflitto interno tra Bene e Male; quel che è “follia” come famelica tensione verso l’ignoto in Leonardo da Vinci, è invece sublime polifonia in Bach, le cui musiche riflettono l’ordine della natura e del divino.

In Tarkovskij potremmo riscontrare tutto questo andando oltre, unendo all’introspezione dell’animo umano e all’ispirazione spirituale data dalla religione, anche uno scopo sociale, che è proprio della creazione artistica; per l’artista lo sforzo immane sta nella comunicazione, o meglio nella “capacità di comprendersi reciprocamente”, riuscendo a trasmettere agli altri la realtà di una verità sofferta, derivante dalla meditazione sul significato della vita; da questo processo scaturisce il dono della parola, come nel cinema avviene la nascita dell’immagine, che racchiude una rivelazione.

“Tarkovskij racconta Tarkovskij”, foto dell’incontro al Teatro delle Muse, Ancona. Foto di Alissa Ciccarelli

Nel film, così come nella seguente intervista al figlio Andrej Tarkovskij, traspare infine lo stretto legame sviluppatosi tra il regista e l’Italia, sua patria adottiva fin dai tempi delle riprese di Nostalghia e del documentario Tempo di viaggio, girato insieme a Tonino Guerra.

Andrej Tarkovskij: il cinema come preghiera” è dunque sia un tassello aggiuntivo per chi si è già da tempo introdotto nel tempio del pensiero tarkovskijano, sia un nuovo punto di vista per approcciarsi per la prima volta ad esso: di certo è un imperdibile omaggio di un figlio verso il padre-regista, che a sua volta ha omaggiato spesso, nel suo cinema, l’opera del padre-poeta.

Andrej Tarkovskij cinema preghiera

In sala a:

FirenzeCinema La Compagnia
BergamoAuditorium Lab 80 Cinema
TorinoCinema Massimo
PisaCinema Arsenale
Jesi (AN)Cinema Teatro Piccolo
AnconaCine Teatro Marche – CineMuse
Spoleto (PG)Cinema Sala Pegasus
BresciaNuovo Eden
PadovaCinema Lux
MantovaCinema del carbone
PerugiaPostmodernissimo
Poggibonsi (SI)Cinema Garibaldi
MilanoSpazio Anteo
RomaNuovo Cinema Aquila
Reggio EmiliaCinema Rosebud
RomaCinema Apollo Undici
RomaCinema Detour

Andrej Tarkovskij cinema preghieraImmagine locandina e foto (ove non indicato diversamente) per “Andrej Tarkovskij: il cinema come preghiera” cortesemente fornite da Lab80.it


Grand Hotel di Jaroslav Rudiš: le nuvole del disincanto

Nel mio mai deludente tour della micro-piccola-medio editoria italiana ho avuto l'onore di conoscere Miraggi Edizioni, una realtà professionale di livello e che offre ai suoi lettori una cura certosina dei testi pubblicati (dal contenuto alla resa estetica).

Per tale ragione ho voluto leggere Grand Hotel. Romanzo sopra le nuvole dello scrittore ceco Jaroslav Rudiš che mi ha immediatamente conquistato con la sua prosa giocosa e magica in netto contrasto con una storia tanto bella quanto struggente, disincantata. Il testo fa parte della collana «NováVlna» di letteratura ceca e prende il nome dalla “Nouvelle Vague” cinematografica ceca tanto in voga negli anni della Primavera di Praga. Come ci fa intendere l'editore è doveroso (ri)scoprire questa nicchia letteraria perché è stata protagonista di grandi eventi storici e piccole leggende interiori; il romanzo ceco con le sue sfumature surreali, grottesche e a volte magiche è uno strumento irrinunciabile per sondare le profondità dell'essere umano.

L'autore è già stato pubblicato in Italia almeno altre due volte, ma il titolo a cui deve certamente la fama è Il cielo sotto Berlino, un vero classico moderno della letteratura europea e non solo di quella ceco-tedesca. Jaroslav Rudiš inoltre è un'arista completo, si dedica alla realizzazione di fumetti, a performance radiofoniche e musicali con il suo gruppo Kafka Band, ed è autore di sceneggiature teatrali e cinematografiche. Laureatosi per divenire insegnante di tedesco e storia, scrive le sue opere sia con l'idioma della madre patria (nacque a Turnov, in Repubblica Ceca, nel 1972) che con quello tedesco. I suoi studi lo hanno portato anche a Liberec, città dove è ambientato Grand Hotel, località famosa per il monte Ještěd e per l'omonima gigantesca torre di telecomunicazioni che sfida l'immensità del cielo.

Jaroslav Rudiš nel 2015. Foto di Rafał Komorowski, CC BY-SA 4.0

Il cielo e le sue nuvole sono i protagonisti di questo originalissimo romanzo, così importanti da “oscurare”, a volte, l'attore principale delle vicende, il bizzarro Fleischman. Costui è un giovane uomo, un disadattato, un outsider, il classico “inetto” alla Musil de L'uomo senza qualità, tanto per rimanere in area mitteleuropea.

La sua esistenza è un perpetuo fallimento, con le donne, gli amici, la sua psichiatra e la sua famiglia; famiglia che non c'è più perché ha perso entrambi i genitori durante un incidente automobilistico, o almeno è quello che racconta alla sua dottoressa. Ha sempre la testa tra le nuvole, uniche particelle lattiginose della sua fragile realtà in grado di trasmettergli serenità, pace e completezza.

Fleischman si sente complementare al disegno del cielo, si allinea con gli schemi che tiene incollati sulle pareti del Grand Hotel di suo nonno, che raccontano il romanzo dei fronti temporaleschi, la poesia dei fulmini e il verseggiare del rombo del tuono. Se a volte, leggendo i suoi ragionamenti, la sua involontaria ironia (e qui l'autore è geniale) penserete allo spettro autistico lo farete a ragione, e nel suo guazzabuglio interiore e nel nitore del cielo Fleischman è la persona più limpida dell'intero carosello di personaggi.

Per questa ragione il romanzo ti conquista tempestivamente, il campo semantico atmosferico-meteorologico è sublime, le figure retoriche saldate sui movimenti del cielo e delle nuvolaglie ti invogliano a diventare un frammento di volta celeste, per rimanere a volteggiare sulle cuspidi del Grand Hotel. A volte ho desiderato essere una crisalide di neve e vento soltanto per posarmi sul volto di Fleischman e ricordargli che non sarà mai solo.

Se il romanzo segue le vicende interiori del nostro stravagante meteorologo da strapazzo, tra innamoramenti, amicizie bizzarre e tentativi di “evadere” da Liberec attraverso le nuvole con una mongolfiera, si rimane comunque stupefatti dal sub-testo storico che Jaroslav Rudiš riesce a tratteggiare.

Seppur ambientato agli inizi del 2000, il romanzo e i suoi personaggi sono gli eredi della Seconda guerra mondiale e della Primavera di Praga del 1968, così gli “attori secondari” del testo sono contornati da un'aurea diversa, ancorata a un passato sofferto e difficile, così radicale da confondere ancora le loro vite.

Segreti, innocenti bugie, nuvole nere e gocce di nostalgia, la Repubblica Ceca delle nuvole di Fleischman sembra un posto magico, utile a quei sognatori che agognano un posto lontano dalla rigida realtà. Invece è la patria del disincanto, la fine dell'illusione e la resa dei conti con la Storia (S maiuscola, signori), il dramma esistenziale di ogni sfortunato di quella terra. Ma la vera magia è scoprire che il disincanto del cielo e delle nuvole è una storia bellissima e ci insegna ad essere noi stessi senza rimanere intrappolati nei nostri sogni.
Basta ascoltare il canto della rugiada.

Grand Hotel Jaroslav Rudiš
La copertina di Grand Hotel di Jaroslav Rudiš, nella versione della collana NováVlna per Miraggi Edizioni, con traduzione di Yvonne Raymann

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.