Ricordando Giuseppe Acerbi e il suo Viaggio al Capo Nord

Ricordando Giuseppe Acerbi e i suoi Travels through Sweden, Finland, and Lappland, to the North Cape, in the years 1798 and 1799

Rapide Kattilankoski del fiume Tornionjoki. Incisione di C. Akrel; tavola XXI dal secondo quaderno (1801) di A. F. Skjöldebrand, Voyage Pittoresque au Cap Nord, Charles Deleen & J. G. Forsgren, Stockholm, 1801 & 1802, in pubblico dominio

« [… je wilder, d.i. je lebendiger, je freiwürkender ein Volk ist, […] desto wilder, d.i. desto lebendiger, freier, sinnlicher, lyrisch handelnder müßen auch, wenn es Lieder hat, seine Lieder sein!»

Johann Gottfried Herder, Auszug aus einem Briefwechsel über Oßian und die Lieder alter Völker

 

Il 3 maggio 1773 nasceva a Castel Goffredo Giuseppe Acerbi, esploratore, musicista, diplomatico e intellettuale che nutrì grande interesse per i territori dell’Europa settentrionale allora pressoché sconosciuti. Attraverso i suoi numerosi manoscritti, appunti e diari di viaggio, egli fornì preziose informazioni per far conoscere a tutta l’Europa la cultura e lo stile di vita finlandese del XVIII secolo. Famosa e spesso citata è la sua descrizione della sauna, o per dirla con le parole dello stesso Acerbi, del “bagno alla finese”, che presenta in modo accurato e veritiero l’usanza dei finni occidentali dell’epoca, pur non tralasciando osservazioni di stupore per una pratica estranea alle abitudini delle genti mediterranee.

Acerbi intraprese il suo viaggio nel 1798, intenzionato a raggiungere Capo Nord via terra, attraversando la Lapponia. Inizialmente mosso da interessi commerciali e di studio, egli sviluppò ben presto un vivo interesse per la Finlandia ed ebbe il merito di essere uno fra i primi a cogliere il grande valore della tradizione popolare finlandese.

Giuseppe Acerbi
Ritratto di Giuseppe Acerbi. Stampa di Carl Hermann Pfeiffer, 1783 - 1829; Rijksmuseum (RP-P-1909-4542). Immagine in pubblico dominio

 

Il suo resoconto di viaggio fu pubblicato a Londra nel 1802 in un’edizione inglese intitolata Travels through Sweden, Finland, and Lappland, to the North Cape, in the years 1798 and 1799[1]; l’anno seguente venne tradotta in tedesco, il successivo in francese e tra gli anni 1804-1805 fu disponibile anche la versione olandese. Grazie alla pubblicazione in lingua inglese l’opera di Acerbi riscosse un enorme successo in tutta Europa, trattandosi di una delle prime testimonianze di viaggio nel Settentrione. Il testo venne tradotto in italiano, seppur con numerosi tagli rispetto all’originale, solamente nel 1832 con il titolo Viaggio al Capo Nord fatto l’anno 1799, compendiato e per la prima volta pubblicato in Italia da Giuseppe Belloni, antico militare italiano. In Italia l’opera non ebbe molto seguito, non solo perché, essendo pubblicata molto tardi, era già stata superata da numerose opere di maggior spessore dedicate al Nord e alla Finlandia, ma anche perché l’autore aveva appoggiato Napoleone e aveva avuto screzi con Vincenzo Monti e Giacomo Leopardi. Al contrario dell’Italia, la Finlandia ha sempre ammirato e dimostrato riconoscenza nei confronti di Acerbi per aver funto da mediatore culturale tra il Nord e il resto dell’Europa.

I suoi Travels, oltre a dipingere paesaggi mozzafiato che colpirono Acerbi e che tuttora affascinano i lettori contemporanei, descrivono costumi, tradizioni, cultura, poesia e musica popolare finlandesi con dovizia di particolari. La sua ammirazione era, tuttavia, limitata solamente ai finlandesi, mentre i sámi erano avvolti da un’aura di mistero e scetticismo a causa dei forti pregiudizi che ancora a fine Settecento aleggiavano attorno a questo popolo di cacciatori e allevatori semi-nomadi. Mentre i finni vengono presentati in modo positivo, rimarcando la loro ospitalità e innocenza, il loro rispetto e il culto tributati alla natura, i sámi appaiono come genti dedite a mangiare, dormire e fumare; nondimeno il nostro autore non indugiò a descrivere la meraviglia in lui suscitata dalla natura incontaminata di Lapponia. Acerbi fu uno dei primi viaggiatori a operare una netta distinzione etnica, linguistica e somatica non solo tra finni e svedesi, ma anche e soprattutto tra finni e sámi, che le fonti antiche erano solite trattare indistintamente.

A Turku Acerbi incontrò Henrik Gabriel Porthan (1739-1804) ed ebbe modo di leggere la sua tesi di dottorato intitolata De Poësi Fennica: in essa l’autore aveva studiato le basi rituali dei loitsut[2] finnici, e, sebbene il suo approccio fosse quello tipicamente illuminista che riteneva il canto magico frutto dell’ignoranza superstiziosa del popolo, aveva incoraggiato la nascita dei primi archivi folkloristici. Questo incontro suscitò in Acerbi un vivo interesse per la poesia popolare finlandese a cui dedicò ampio spazio nei suoi Travels, trascrivendo canti con le relative melodie. È interessante menzionare il componimento Jos mun tuttuni tulisi (“Se il mio caro arrivasse”) che Acerbi ricevette a Turku in traduzione francese e che viene ritenuto il testo poetico con il maggior numero di traduzioni: su 471 versioni, 22 sono in dialetti italiani. Un altro testo famoso da lui riportato è la ninnananna Nuku, nuku, nurmilintu (“Dormi, dormi, uccellino del prato”). Acerbi può essere ritenuto il precursore degli studi sulla poesia e la musica popolare finlandese, essendo lui stesso un grande esperto.

La penna di Giuseppe Acerbi catturò una scena di canto popolare finnico che sarebbe divenuta famosa nel secolo successivo. Tradizionalmente la poesia popolare veniva accompagnata dal kantele, il salterio balto-finnico, che nei Travels prende il nome di harppu, e le composizioni venivano tramandate oralmente di generazione in generazione in particolare di nonno in nipote. Acerbi descrisse l’esibizione in pubblico di due cantori: seduti in mezzo al cerchio del loro uditorio, uno di fronte all’altro, stringendosi le mani e dondolandosi, un poeta intonava un verso e l’altro fungeva da eco, riprendendo, variando e così riformulando quanto appena cantato, e lasciando al compagno il tempo necessario ad ideare il proseguo. Questa descrizione costituì una grande novità se pensiamo che il suo resoconto di viaggio anticipò di quasi trent’anni l’uscita della prima edizione del Kalevala[3] di Elias Lönnrot che avrebbe gettato le basi per il culto dei mitici laulajat[4] finnici.

Giuseppe Acerbi
Due uomini con le mani nelle mani intonano canti dal Kalevala, mentre un terzo suona il kantele. Immagine dalla tavola a fronte p. 226 del primo volume del libro di Giuseppe Acerbi, Travels through Sweden, Finland, and Lappland, to the North Cape, in the years 1798 and 1799, Printed for Joseph Mawman : By T. Gillet, Londra, 1802, in pubblico dominio

Acerbi fu un viaggiatore che riuscì a sbarazzarsi, seppur parzialmente, delle lenti della propria cultura per permettere all’Europa intera di penetrare nel misterioso Settentrione, mitica terra abitata da mostri e giganti, per sfatare falsi miti e diffondere la conoscenza di questi territori all’epoca ancora inesplorati. Nel giorno del suo genetliaco, ho ritenuto necessario ricordare questo nostro compaesano che anticipò i tempi e sfidò pericoli e incertezze per amore di conoscere, apprendere e condividere culture e tradizioni.

 

 

Riferimenti bibliografici:

Aa. Vv. Kalevala. Epica, magia, arte e musica, a cura di Vesa Matteo Piludu, Frog, Vocifuoriscena, Viterbo 2014.

Juha Pentikäinen, La mitologia del Kalevala, Vocifuoriscena, Viterbo 2014 (1a ed. finl. 1989; 1a ed. it. 2013).

Paula Loikala, Cronache di viaggiatori italiani in Finlandia, Aracne, Roma 2010 (1a ed. 2008).

 

[1] Disponibile al seguente URL: <https://archive.org/details/travelsthroughs01acergoog> (04.2021).

[2] I loitsut (sing. loitsu) sono sia brevi formule magiche sia lunghi incantesimi che venivano cantati o pronunciati con particolare foga o in trance al fine di ottenere fertilità, la buona riuscita di una battuta di caccia, la guarigione... Essi erano composti in metro kalevaliano, tradizionalmente definito tetrametro trocaico, pertanto nel corso del secolo XIX furono raccolti e analizzati dai folkloristi.

[3] La prima edizione del Kalevala fu pubblicata nel 1835 e divenne nota come il Vanha Kalevala (“Vecchio Kalevala”) per distinguerla dalla redazione dell’Uusi Kalevala (“Nuovo Kalevala” o semplicemente Kalevala), ampliata e definitiva che venne data alle stampe nel 1849.

[4] I laulajat (sing. laulaja), noti anche come kansanrunojat (“cantori popolari”) o runosepät (“fabbri di runot”) erano i cantori di runolaulut, i canti popolati baltofinnici nel verso kalevaliano. Erano abitanti dei villaggi che lavoravano come pescatori, cacciatori, allevatori, contadini e divennero famosi ed elevati al rango di aedi solamente in seguito all’opera di raccolta della poesia popolare nel corso del secolo XIX.


August Strindberg Solo

Solitudine e salvezza, August Strindberg: autobiografia della privazione e della rinascita

Solo di August Strindberg - recensione

Spesso si deve entrare nel mondo letterario per contrasti, leggere e contro-leggere. Studiare e abbandonare le lezioni apprese. Per parlare di August Strindberg, questo processo anti-creativo sembra essere funzionale, perché prima di soffermarsi sulla novella Solo ci si deve confrontare per un istante con un altro dei più grandi autori svedesi, ovvero Stig Dagerman.

Autore cardine della letteratura scandinava della prima metà del ventesimo secolo, Dagerman è uno degli intellettuali che ha costruito il suo dramma interiore, culturale e personale (sfociato nel suicidio nel 1954 di cui Il nostro bisogno di consolazione per Iperborea ne è l'anticamera letteraria) attraverso anche le sue opere. La malinconia, che perennemente ha assediato le strutture mentali di Dagerman, lo spingerà a mettere la parola fine alla sua esistenza; una vita che vedendo l'abbandono delle certezze religiose si volgerà verso un'evoluzione (anti)spirituale scarnificata e impoverita.

La solitudine di Dagerman, erede di Strindberg, è una tortura auto-imposta dopo la perdita delle costruzioni universali e teologiche ma nonostante ciò si innesta nel filone di quei drammi esistenzialisti in seno al mondo culturale scandinavo. Se la solitudine di Dagerman è una patologia annichilente, in Strindberg si concretizza una nuova vitalità dell'isolamento umano, dell'eremitaggio individuale.

La copertina del romanzo Il nostro bisogno di consolazione, di Stig Dagerman, pubblicato da Iperborea con introduzione e traduzione di Fulvio Ferrari

Solo è una novella commissionata dall'Editore Bonnier e in Italia c'è una nuova edizione per i tipi di Carbonio Editore, con la sopraffina cura di Franco Perrelli (che nel testo è intervenuto con traduzione e nota introduttiva), professore ordinario di Discipline dello spettacolo ed Estetica. Molti dei segreti strindberghiani vengono sviscerati e presentati al lettore proprio dal professor Perrelli con un'analisi lucidissima e appassionante ricca di riferimenti bibliografici. Si tratta di una nota introduttiva di grande pregio, ma consiglio al lettore di affrontare Solo senza il percorso di iniziazione filologica, così da leggere il contributo di Perrelli come sunto finale della poetica drammatica di Strindberg.

Il protagonista narrante è un non-eroe antiborghese che torna nella sua città natale, Stoccolma, e sente immediatamente le pressioni della società moderna e si sente vittima di un conformismo di istanze claustrofobiche che vengono travestite da progresso, civiltà e normalità. La fossilizzazione dello stato, delle etichette, degli spiriti e in generale lo spingono a ricreare un isolamento volontario per vivere in una solitudine fortificante volta a riassaporare idee, ricordi e istanti vissuti sotto un'ottica diversificata. Una solitudine necessaria per scacciare le persone che hanno popolato la sua infanzia, l'adolescenza e la prima maturità, persone che sono più entità aliene e alienate che non riconosce più se non attraverso i nomi e i cognomi.

August Strindberg Solo
La copertina della novella Solo di August Strindberg, pubblicata da Carbonio Editore con introduzione e traduzione di Franco Perrelli nella collana Origine

Se nella contemporaneità si crea l'urgenza di vivere nella rete di amicizie e vincoli sociali e tutto ciò che si configura come outsider o antisociale, Solo diventa una critica ma soprattutto un diario della solitudine, nel quale viene riversata tutta la nausea del narratore-autore visto che ogni opera di Strindberg è in realtà un frammento di una autobiografia drammatico-narrativa più ampia, come se la vita fosse un continuo rimestare di appunti e pagine di esperienze archiviate.

L'aurea misantropica o cinica - fino alla genesi di una solitudine mistica e intima - serve a sottolineare anche la forza di questo status indipendente, che porta alla creazione e alla determinazione di aspetti positivi ed edificanti. Per Strindberg l'altro è una forza delirante che lo allontana dalla ragione mentre l'isolamento produttivo è la cosa migliore che si possa auspicare. Brillante la coesistenza delle solitudine di Strindberg e Dagerman ognuna con la sua dose cronico-ossessiva, una volta alla ragione l'altra verso i lidi della depressione.

Foto di Ioannis Ioannidis

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Midsommar: la morte e la fanciulla

Midsommar è il secondo film del regista americano Ari Aster. La pellicola è arrivata nelle sale italiane il 25 luglio 2019 grazie alla casa di distribuzione Eagle Pictures, diventando velocemente il film prediletto dell'estate. Al box office italiano ha incassato in totale 482 mila euro, un risultato discreto considerando la stagione e la decisione di vietare il film ai ragazzi sotto i quattordici anni d'età.

Midsommar il villaggio dei dannati Ari Aster

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Dracula Stoker islandese Dacre Stoker I poteri delle tenebre. Dracula, il manoscritto ritrovato Bram Stoker

Il nuovo Dracula è islandese: intervista a Dacre Stoker e ai traduttori

Ho parlato spesso delle meravigliose pubblicazioni di Carbonio Editore, una realtà professionale davvero devota alla cura dei volumi in pubblicazione e che ha sempre dimostrato quanto tenesse ai propri lettori, ma il vero "manifesto" di questa sensibile devozione editoriale è I poteri delle tenebre. Dracula il manoscritto ritrovato: un libro-evento, curatissimo in tutti i suoi aspetti e che ci fa conoscere in una veste completamente inedita il capolavoro Dracula di Bram Stoker. Nel 1900 lo scrittore islandese Valdimar Ásmundsson si occupò di tradurre il romanzo di Stoker, pubblicandolo a puntate sul giornale Fjallkonan.

Abbiamo dovuto attendere le minuziose ricerche dello studioso olandese Hans Corneel de Roos per scoprire che il testo islandese era molto diverso dall'originale inglese, sancendo l'avvento di un nuovo Dracula dal sangue boreale. Così I poteri delle tenebre è un romanzo con un'architettura particolare e suadente, che si basa sugli appunti di Bram Stoker ma presenta anche l'impronta degli interventi di Valdimar Ásmundsson, i quali rendono il testo un piccolo gioiello dalle connotazioni più moderne e talvolta più peccaminose dell'originale.

Il volume di Carbonio Editore è eccezionalmente curato, grazie alle note e all'apparato critico introduttivo di Hans de Roos, alla postfazione di John Edgar Browning e alla traduzione di Maura Parolini e Matteo Curtoni.

Dracula Stoker islandese Dacre Stoker I poteri delle tenebre. Dracula, il manoscritto ritrovato Bram Stoker
Dacre Stoker. Credit: The Bram Stoker Estate

A conferire al testo un ulteriore pregio è l'intervento di Dacre Stoker, il pronipote di Bram Stoker, che ci illumina con la sua prefazione ricca di spunti di riflessione e corredati dal supporto del materiale documentale e archivistico della famiglia Stoker, risalendo fino a Bram.

 

Dracula Stoker islandese Dacre Stoker I poteri delle tenebre. Dracula, il manoscritto ritrovato Bram Stoker
La copertina del volume I poteri delle tenebre. Dracula, il manoscritto ritrovato, di Bram Stoker / Valdimar Ásmundsson, con prefazione di Dacre Stoker (pronipote di Bram Stoker), introduzione e note di Hans Corneel de Roos, postfazione di John Edgar Browning. Pubblicato da Carbonio Editore nella collana Origine, con traduzione Maura Parolini e Matteo Curtoni

ClassiCult è orgogliosa di ospitare non solo i traduttori di questo splendido volume, ma anche l'erede di Bram Stoker.
A seguire troverete l'intervista a Dacre Stoker, un ulteriore approfondimento con Christian Lamberti; andremo quindi a conoscere anche Maura Parolini e Matteo Curtoni, non solo nella loro veste di traduttori, ma di promotori di questo progetto, di coloro che hanno portato questo testo in Italia.

Intervista a Dacre Stoker.

1. Cosa ha provato a sapere che l'eredità del suo avo continua a destare sorprese?

Negli ultimi 15 anni ho effettuato ricerche su Bram e sulla sua vita, oltre che sulla scrittura di Dracula. Non sono più sorpreso quando delle novità vengono alla luce. Bram era riservato e non lasciato molto di sé. Sua moglie vendette la sua biblioteca personale poco dopo la sua morte nel 1912. Nel 2012 ero tra i coeditori del Diario perduto di Bram Stoker, che conteneva un quantitativo significativo di materiale personale scritto da Bram durante un periodo di 11 anni. Scoperte rilevanti sono state fatte negli ultimi anni, come i poteri delle tenebre, il tempo speso da Bram nella Baia di Cruden, in Scozia, e tutti i libri che usava per le sue ricerche scoperti nella Biblioteca di Londra solo l'anno scorso; tutto ciò illustra come anche dopo 100 anni dalla pubblicazione di Dracula, ci sia ancora un grande interesse per questo romanzo iconico.

2. Il Dracula islandese è un esempio interessante per riflettere sulla letteratura fantastica contemporanea: la figura del vampiro è fin troppo abusata ma alcuni dei suoi pregi più interessanti si trovano ancora oggi negli scritti più antichi

Sono d'accordo, i vampiri nella letteratura risalgono a tempi persino precedenti alla scrittura di Dracula da parte di Bram, e sono stati oggetto di diverse ondate di interesse in letteratura, nei fumetti, negli spettacoli televisivi, nei film e nelle serie tv. Il fatto che il mito del vampiro abbia le sue radici in un senso comune della realtà è il perché - nella mia opinione - ci sia un perdurante interesse e ci sarà sempre una fascinazione per i non morti.

3. Dracula è diventato nel tempo un prodotto letterario anche per le masse, che ha sedotto i cuori dei lettori più mainstream e dei cultori del gotico e dell'orrore. Con i poteri delle tenebre invece Stoker diventa, ancora di più, una fonte eterna di interrogativi, anche di stampo filologico. Non tutti gli autori hanno questa caratura, tanto mainstream quanto accademica. Infatti l'edizione italiana dei poteri delle tenebre è un capolavoro di spunti esegetici e letterari. Bram Stoker avrebbe mai immaginato tutto questo?

Non credo che Bram si sia messo a scrivere un libro per i posteri con significati nascosti e materiali coi quali gli studiosi avrebbero scritto le loro tesi. Il fatto che la scrittura di Bram riflettesse tanti argomenti significativi e interessanti e tante sensibilità dell'Inghilterra vittoriana, alla fine del diciannovesimo secolo, rende il romanzo Dracula e i poteri delle tenebre uno scorcio su un periodo affascinante nella storia dell'umanità. Di conseguenza, il libro può essere letto su talmente tanti livelli, tanto a livello accademico quanto esclusivamente per piacere.

Questa immagine viene dagli appunti di Bram Stoker per la stesura di Dracula, mostra le linee della longitudine e della latitudine del fittizio castello di Dracula, così come alcuni fiumi e un villaggio. Credit: The Rosenbach Museum and the Bram Stoker Estate

4. Quali sono secondo lei le differenze che si palesano nel testo islandese rispetto all'originale?

Ci sono tantissime differenze; i nomi dei personaggi sono differenti, i luoghi sono cambiati, si spende più tempo nel Castello di Dracula all'inizio del romanzo e più tempo a Londra nel finale. Credo che la differenza più rilevante sia nella trama: il Conte Draculitz, infatti, tenta di influenzare un gruppo di ambasciatori stranieri per imbarcarsi in un complotto per creare un nuovo ordine mondiale. Significativo è pure - a rischio di fornire uno spoiler - che i poteri delle tenebre non si concluda con un inseguimento di ritorno in Transilvania.

Questa pagina viene dalle note prese da Bram Stoker nello scrivere Dracula, da qui possiamo notare l'influenza del libro di Emily Gerard, The Land Beyond The Forest e descrive le credenze transilvane. Credit: The Rosenbach Museum and The Bram Stoker Estate

5. In effetti, una delle differenze principali è la predominanza del setting transilvano rispetto a quello inglese. Lei crede che il traduttore islandese abbia voluto calcare la mano nel rievocare atmosfere gotiche? Tenendo da parte il mondo vittoriano, qui

Bram fece molte ricerche sulla Transilvania, anche se non si recò mai lì; il suo scritto dimostra che aveva una buona comprensione dei paesaggi, delle città, delle tratte ferroviarie, e dell'aspetto multiculturale del Paese. Credo abbia individuato la perfetta collocazione per il suo romanzo, la “terra oltre la foresta” (“Land Beyond the Forest”, dal saggio sulla Transilvania di Emily Gerard, n.d.r.) era un perfetto scenario che era appena al di là del mondo civilizzato noto ai suoi lettori. Era il posto giusto per un romanzo basato tanto sulla realtà quanto sulla fantasia.

6. Una domanda spinosa, possiamo considerare i poteri delle tenebre un romanzo scritto autonomamente da Bram Stoker, magari usando degli appunti che aveva già raccolto o è interamente frutto del traduttore islandese?

Innanzitutto, credo che il testo islandese sia una delle prime stesure di Dracula scritte da Bram, che fu pure adattato in altri luoghi dal traduttore Valdimar Ásmundsson. Credo che l'editor di Bram all'Archibald Constable a Londra gli abbia chiesto di riscrivere il manoscritto, di sfoltirlo, rendendolo meno violento e con meno riferimenti sessuali. Fu allora che Bram lo tramutò in una storia più incentrata sul tema del bene contro il male.

Dracula Stoker islandese Dacre Stoker Dracul I poteri delle tenebre. Dracula, il manoscritto ritrovato Bram Stoker
Dacre Stoker, il cui ultimo romanzo, scritto insieme a J. D. Baker, è Dracul. Credit: The Bram Stoker Estate

7. Ha usato delle fonti documentali inedite, archiviate da tempo, per scrivere Dracul? O si è basato solo sulla sua fantasia?

La nostra ricerca si è concentrata su alcuni importanti materiali “forniti” da Bram. Questi comprendono: l'unica intervista che diede circa la sua stesura di Dracula a Jane Stoddard nella rivista The British Weekly, la prefazione all'edizione islandese, il Diario perduto di Bram Stoker, gli Appunti di Dracula e l'unico esemplare dattiloscritto di Dracula. Ho ottenuto le lettere da diversi appartenenti alla famiglia Stoker al fine di contribuire a caratterizzare i membri della famiglia nella nostra storia. Abbiamo messo insieme una cronologia di eventi che sono davvero avvenuti nelle vite dei membri della famiglia di Bram. Abbiamo avuto accesso a diverse cartine storiche per avere conferma dei luoghi dove Bram viaggiò durante la prima parte della sua vita. Per il resto abbiamo utilizzato la nostra immaginazione per introdurre una storia plausibile circa il modo in cui Bram divenne consapevole dei vampiri e perché decise di scrivere il romanzo Dracula, come avvertimento al mondo che i vampiri sono reali. 

8. Ci sarà un seguito di questo romanzo altrettanto atipico?

Dracul termina nel 1890, al tempo nel quale Bram Stoker cominciò a scrivere il suo celebre romanzo Dracula. J. D. Barker e io abbiamo un abbozzo pronto, il nostro agente ci ha consigliato di non cominciare a scriverlo finché la Paramount Pictures non comincerà con l'adattamento cinematografico di Dracul. Non vedo l'ora di cominciare! 

La copertina di Dracul, l'ultimo romanzo di Dacre Stoker e J. D. Barker, pubblicato in Italia da Casa Editrice Nord

 

A seguire l'approfondimento di Christian Lamberti, fine studioso di cultura fantastica e horror-weird e curatore del portale "Il crocevia dei mondi"

MAKT MYRKRANNA DI VALDIMAR ÁSMUNDSSON
a cura di Christian Lamberti

Quando sentiamo nominare Dracula la prima immagine che balena in testa è una creatura antropomorfa, di elegante fascino, con i canini acuminati snudati sul collo delle vittime. In verità il vampiro è qualcosa di ben più intimo e pandemico: un agente virulento che prolifera attraverso il sangue, in grado di corrompere corpo e anima. Il vampirismo di Stoker si spinge oltre, giocando subdolamente sulla corruzione apportata dalla modernità caotica e alienante, dove i confini diventano pericolosamente fumosi, ibridabili, ingestibili, estranei, perturbanti.

In un’epoca alle porte del XX secolo, quanto mai globalizzata, le frontiere dell’inconscio alludono con allarme ai confini nazionali e alle rispettive identità culturali. Un nuovo mondo interconnesso dal capitalismo mercificante che mira ad eludere le differenze tra originalità e contraffazione tanto dei prodotti quanto degli individui, trasponendoli in una filiera di multipli omologati. Dracula, contraffattore per antonomasia, trova in questo volgere di secolo un campo d’azione ideale per le sue imposture. Dato un simile scenario, a cui richiama il vampirismo pandemico e globalizzato di Stoker, non stupisce che Dracula si sia trovato agevolato nel diffondere in lungo e in largo una filiazione di undeads, le cui connaturate doti polimorfe ne hanno facilitato il mimetismo nei tessuti sociali ospitanti. L’esito è stato un capillare effetto di duplicazione che rende ogni simulacro draculiano il riflesso pressoché speculare di un altro, al netto degli opportuni camuffamenti contestuali.

Da questa proliferazione draculiana è recentemente emerso un esemplare che ha suscitato notevole clamore nel panorama accademico. Nel 2013 Hans Corneel de Roos ha riscontrato nella raccolta Bram Stoker Omnibus (1986), a cura di Richard Dalby, un Dracula anomalo all’opera in Islanda. Il team di studiosi coordinato da de Roos ha rilevato come la narrazione sul suo conto fosse una libera riscrittura dell’originale di Stoker, confacente al contesto culturale in cui è approdata. Lo stupefacente testo in questione è il Makt Myrkranna (1901, tradotto come I poteri delle tenebre), divulgato in una prima fase (dal 13 gennaio 1900) a puntate sul settimanale Fjallkonan fondato da Valdimar Ásmundsson, e sei mesi dopo in volume con la prefazione firmata da Stoker.

Lo stesso Valdimar Ásmundsson si è occupato della curatela dell’opera traendola da un ulteriore simulacro scandinavo del vampiro stokeriano, lo svedese Mörkrets Makter a cura di un misterioso “A-e”. Ad essere precisi Ásmundsson lo ha ricavato dalla versione più breve del Mörkrets Makter pubblicato a puntate, in contemporanea, sulle riviste svedesi Aftonbladets Halfvecko-upplaga e Dagen a partire dall’estate del 1899.

Tralasciamo il Mörkrets Makter, ancora da tradurre in inglese, per concentrarci sul Makt Myrkranna. Come detto, abbiamo a che fare con una variante dell’originale stokeriano, un suo adattamento norreno dai toni decisamente pulp. Anche i personaggi presentano alcune divergenze, altri sono del tutto inediti. Van Helsing ad esempio sembra un fanatico superstizioso che sovente brancola nell’incertezza, ben lungi dal rassicurante e inossidabile faro nel buio della veste ufficiale. Troviamo anche un ispettore di polizia, tale Barrington, del tutto assente nella versione di Stoker se non negli appunti preparatori dove ha nome Cotford. Stesso discorso per la governante del Conte, un’anziana sordomuta rimasta confinata nelle annotazioni preliminari e che invece il Makt Myrkranna manda in scena. Gli esempi sono molteplici, al punto da far supporre che le edizioni nordiche siano defluite da qualche stesura abbozzata da Stoker durante l’assestamento del romanzo.

Onde disperderci in questo fitto reticolo di rimandi e allusioni, focalizziamo l’attenzione sulla figura di Dracula a cominciare dalla sua dimora. Si è detto dell’inedita governante, e già questo pone una differenza notevole rispetto al solitario cimelio di una nobiltà estinta consegnatoci da Stoker. Il Conte di Ásmundsson si avvale della collaborazione non solo dell’anziana sordomuta, ma di una nutrita manovalanza costituita da creature scimmiesche e brutali. È invece ridotto il numero delle ancelle-vampiro, non tre come nell’opera canonica ma soltanto una dama bionda con la quale Thomas Harker (omologo di Jonathan Harker) finisce per tradire la fidanzata lontana. Proprio attraverso gli occhi di Thomas scopriamo elementi nuovi sul castello e, di riflesso, su Dracula.

Quando questi illustra a Thomas la carrellata di ritratti di famiglia, traspare la «sua visione del mondo ispirata al darwinismo sociale e ci fornisce una ricca sottotrama, fatta di intrighi, passioni, adulterio e vendetta, apparentemente basata sulla vita di Giuseppina di Beauharnais, moglie di Napoleone» (I poteri delle tenebre, p. 24 versione ebook). Sempre Harker, girovagando per il castello, rinviene il cadavere di una contadina assassinata e un passaggio segreto che lo conduce in un tempio sotterraneo dove assiste a un rito sacrificale officiato da Dracula.

La sua versione nordica appare molto interessata alla negromanzia, tant’è che alle pratiche cerimoniali abbina la lettura di testi occulti, tra i quali si fa menzione di un arcano volume di magia medievale. Un Dracula in una veste più fanatica e megalomane dunque, che si nutre non solo di sangue ma anche di ideali sovversivi su larga scala, ben più larga rispetto ai propositi del suo omologo inglese. Questo Conte infatti si mostra deliberatamente minaccioso non tanto nei riguardi di Thomas, quanto verso i governi democratici d’Europa che intende rovesciare al fine di instaurare – udite, udite! – un Nuovo Ordine Mondiale. Una volta approdato a Londra Dracula conferma la sua vena salottiera, circondandosi nella lussuosa residenza di Carfax di bellissime donne altolocate e discinte. Egli ama mostrarsi al pubblico vestito di tutto punto, con tanto di svolazzante mantello “vampiresco”.

Rispetto al Conte stokeriano, quello islandese denota un’immagine meno femminea, più marziale e spudorata. Così come più spudorato è l’intero Makt Myrkranna, che purtroppo pecca di raffazzonamento nella seconda parte, sviluppata sbrigativamente. Ciò non inficia troppo la piacevolezza generale della storia, rispetto alla quale detiene un peso maggiore il valore filologico dell’opera, restituito egregiamente dall’editore Carbonio. Non ci resta che attendere fiduciosi future riapparizioni del Conte, consapevoli delle costellazioni narrative poco esplorate che orbitano intorno al cosiddetto “Codice Dracula”.

Questa pagina viene dalle note prese da Bram Stoker nello scrivere Dracula. Ci sono i tratti che contraddistinguono il vampiro che lo stesso Stoker ha trovato nelle sue ricerche. Credit: The Rosenbach Museum and The Bram Stoker Estate

Intervista ai traduttori Maura Parolini e Matteo Curtoni.

1) Ma ve lo aspettavate di trovarvi tra le mani un Dracula completamente nuovo e molto diverso da quello classico? Volete raccontarci la vostra esperienza di traduzione?

La genesi di questa traduzione è un po’ diversa dal solito perché siamo stati noi a proporre il libro all’editore e non viceversa. Lo avevamo intercettato in Rete qualche tempo prima di cominciare la collaborazione con Carbonio. Maura aveva letto delle recensioni che già lasciavano intuire il livello di bizzarria letteraria. Dracula di Bram Stoker tradotto e reinventato da un letterato islandese? Sembrava quasi troppo bello per essere vero – ma una volta tanto era vero! E c’è persino di più se si pensa alla pista svedese di cui torneremo a discutere e a leggere nel prossimo futuro.

Quanto al lavoro vero e proprio, la parte più difficile è stata superare l’emozione, che dava davvero alla testa: dopotutto, avevamo a che fare con un caposaldo della letteratura di genere (e non) e con uno dei «mostri» più affascinanti di sempre, insomma eravamo al cospetto di una leggenda. Avete presente quando i nani in Biancaneve canticchiano Andiamo a lavorar, tutti entusiasti? Ecco noi facevamo più o meno così quando ci mettevamo alla tastiera (e, come potete immaginare, non succede proprio con tutti i testi che traduciamo).

Un’avventura e insieme una scoperta che ci hanno coinvolto dalla prima all’ultima pagina. Tanto per farvi un esempio: il testo è ricchissimo di note – il curatore De Roos ha svolto un lavoro straordinario – ma durante la traduzione dei vari capitoli le abbiamo sempre lasciate per ultime, non perché fossero poco interessanti, anzi!, ma perché volevamo farci prendere completamente dal demone della storia.

2) Solitudine... nelle vostre dirette instagram per Carbonio editore è stato un leitmotiv ricorrente che ha dato adito a diversi spunti di discussione. Ne volete parlare anche al pubblico di Classicult?

La solitudine e l’isolamento, temi che purtroppo di questi tempi tutti abbiamo imparato a conoscere fin troppo bene, fanno parte del mito del vampiro e di Dracula in particolare. Chiuso in un castello praticamente inaccessibile, solo da secoli – una solitudine allo stesso tempo cercata e obbligata – e incapace di avere un vero rapporto anche coi suoi rarissimi simili, è un predatore che cerca vittime e non il conforto della compagnia di qualcuno, diverso da tutti, più demone che umano, morto ma non-morto: tutto questo crea un profondo senso di isolamento.

Va detto, però, che per quanto riguarda la solitudine, il Dracula di Stoker e il Dracula islandese divergono in modo netto. Il primo cerca ed esalta questa sua condizione, il secondo, come si vedrà, ha ben altri piani, che includono eventi social degni del Grande Gatsby. Però è vero che se vuoi solo uccidere e bere il sangue delle tue vittime, non sarai l’anima delle feste o l’invitato che tutti si litigano.

3) Eros e Thanatos, amore, sesso e morte. Solo per me questi temi sono molto più accentuanti nel "Dracula islandese" rispetto all'originale?

Affatto, lo pensiamo anche noi. Il Dracula britannico è uno specchio oscuro ma fedele della società vittoriana con i suoi vincoli, le sue norme e la sua ipocrisia, e pur essendo in certe scene molto erotico, tra le righe esalta la repressione. In quello islandese, invece, troviamo una visione di fondo diversa, più aperta (come teniamo a ricordare sempre, il traduttore e curatore Ásmundsson è sposato con una suffragetta), scene sorprendentemente moderne e di certo più esplicite, considerazioni da parte di Harker più consapevoli e disincantate di quelle del suo omologo inglese.

La sua sincerità, per esempio, nell’ammettere quanto sia tentato dalle grazie della “nipote” del conte malgrado il fidanzamento con Wilma (così si chiama Mina nella versione islandese) è a dir poco sorprendente. Tutto questo, inutile dirlo, è circondato, soffuso e intriso di morte perché di non-morti si tratta e amare un vampiro e farsi «amare» da un vampiro significa andare contro la vita, quantomeno contro la vita come la conosciamo…

4) Ora inventatevi un cast di attori per mettere in scena un film tratto da I poteri delle tenebre. Forza, voglio la vostra squadra perfetta!

Ne abbiamo due (sennò eravamo ancora qui a tirarci paletti e teste d’aglio!). Il cast di Matteo: Adam Driver nella parte del Conte, Daniel Radcliffe in quella di Harker, Emma Roberts in quella della «nipote» Dracula e infine Elle Fanning nel ruolo di Wilma/Mina. Il cast di Maura, che ha preferito usare un mix di attori del passato e del presente, vivi e defunti, tanto per aggiungere un tocco di (non)morte in più: Max von Sydow nel ruolo di Dracula, Peter Dinklage nella parte di Harker, Sharon Tate come la «nipote» e Fay Wray nei panni di Wilma/Mina.

5) E ora la domanda da un milione di dollari: secondo voi chi lo ha scritto davvero quel Dracula boreale?

Fantastica la definizione di Dracula boreale! Sappi che d’ora in avanti te la ruberemo, ma sarà più un omaggio, diciamo. La pista svedese cui accennavamo prima sembra la più promettente in questo senso. In breve: Ásmundsson avrebbe basato la sua traduzione su quella svedese, di poco precedente, aggiungendo tocchi di folklore e giochi di parole/di assonanze squisitamente islandesi.

Quindi in teoria sarebbe il traduttore svedese il responsabile delle modifiche più importanti – e in ben due versioni, per giunta, una persino più lunga del Dracula classico e una più breve. Ma se anche si riuscisse a risalire all’identità certa dell’autore, rimarrebbe il mistero degli appunti di Stoker e di come personaggi e sottotrame che aveva pianificato (ma alla fine non utilizzato) per il Dracula classico siano rispuntati in queste altre versioni. C’è ancora molto materiale che dev’essere tradotto e preso in esame, prima di poter dare una risposta definitiva. Se mai sarà possibile. Ma in fondo, in particolar modo per un romanzo come Dracula, non è bello che il mistero non possa essere svelato del tutto?

Cristiano Saccoccia ha curato le interviste e l'introduzione all'articolo, lui e la redazione di ClassiCult vogliono ringraziare calorosamente coloro che sono intervenuti.
Dacre Stoker: http://dacrestoker.com/
Christian Lamberti: http://www.christianlamberti.com/
Carbonio Editore per il costante e tempestivo supporto.

E da dietro le quinte ci teniamo a ringraziare l'aiuto di Alessandro Manzetti, poeta, scrittore ed editore. Senza di lui questo speciale non sarebbe stato possibile. Se amate la letteratura dark, horror o i classici delle tenebre consigliamo la sua casa editrice: https://www.independentlegions.com/


La via eterna: una storia dimenticata

Il finlandese Antti Tuuri (Kauhava, 1944) è senza ombra di dubbio uno dei più grandi intellettuali e romanzieri del suo paese: il suo curriculum letterario è tale richiedere l'attenzione di numerosi studiosi e non solo dei “semplici” appassionati. È autore di romanzi tradotti in venti lingue, racconti, sceneggiature e notevoli curatele-traduzioni del repertorio mitico-eroico delle saghe islandesi, nonché vincitore del premio Finlandia (1997). Dal libro che oggi presentiamo, La via eterna (2019, in Finlandia Ikitie, 2011), è tratto anche il film The Eternal Road (2017) diretto da Antti-Jussi Annila, proiettato in Italia il 6 maggio 2018 presso la Casa del Cinema di Villa Borghese, durante il Nordic Film Fest.

Questo romanzo è una delle opere che più mi ha messo in difficoltà, per quanto riguarda l'ambientazione storica e il setting culturale di riferimento, nonostante la mia passione per gli ambienti finnici e slavi: ho dovuto documentarmi nel corso della lettura, per non lasciare niente in sospeso e per essere perfettamente in sintonia con lo scritto di Antti Tuuri. Questa operazione non è obbligatoria, ma credo sia consigliabile a coloro che intendono carpire tutte le connotazioni culturali del romanzo La via eterna: mi sono perciò avvalso della consultazione di diversi portali online e alcuni saggi di storia contemporanea.

Il risultato è stato di scoprire una storia che in Italia viene bellamente ignorata, forse per concentrare l'attenzione sui moti politico-bellici italiani o delle altre grandi entità nazionali degli anni '30; la Finlandia così come la Repubblica di Carelia non rivestono un ruolo di primo grado (forse nemmeno di secondo) all'interno dei testi divulgativi e scolastici. A ben ragione è giustificato il mio iniziale spaesamento.

Antti Tuuri nel 2009. Foto di Soppakanuuna, CC BY-SA 3.0

In ogni caso, nonostante l'iniziale disorientamento, il nostro autore ha un'arma affilatissima per raccontare la sua storia e per accompagnarci nei segreti di quel tempo, ovvero la prosa. La prosa di Antti Tuuri è arida, povera di figure retoriche e di qualsivoglia abbellimento; la scrittura asciutta, educata, sobria, a volte minimale ci narra limpidamente, senza edulcorazioni morfosintattiche e retoriche, il dramma dei finlandesi “comunisti-socialisti” strappati dalla regione Ostrobotnia (e non solo) e costretti con la coercizione del Movimento fascista di Lapua a un'emigrazione coatta nella Carelia Sovietica o Repubblica Socialista Sovietica Autonoma di Carelia (istituita nel 1923).

La Carelia è una regione storicamente importante per la Finlandia, la Russia e la Svezia ed oggi è spartita tra Finlandia e Russia, rispettivamente in Carelia settentrionale e meridionale (finlandesi) e Repubblica Autonoma di Carelia. In Russia ci sono ventidue repubbliche federali su ottantacinque, tra cui ovviamente la Carelia: queste repubbliche - a differenza delle altre cellule statali - hanno la facoltà di stilare una costituzione propria e di avere una lingua ufficiale differente dal russo, in questo caso il finlandese-careliano e un'altra lingua baltofinnica, il vepso.

Come vedete, si tratta una situazione geo-politicamente che appare complessa già di primo acchito, e anche sul piano storico possiamo incontrare delle complessità: nel 1930 il Movimento di Lapua (nato a Lapua un anno prima), intraprese una massiccia campagna di espulsione contro coloro che etichettavano come socialisti e comunisti, per “spurgare” la Finlandia dalla loro nociva presenza.

Questo movimento di estrema destra nacque dall'esperienza della Guardie Bianche (milizia anti-bolscevica) e propagandò il nazionalismo anti-comunista in tutta la nazione, ma questo fascismo corporizzato non riuscì mai a prendere le redini del governo finlandese (cfr. ribellione fallita di Mäntsälä), nonostante la sua pesante influenza in tutto il territorio. Parallelamente Stalin invocò l'aiuto dei lavoratori di tutto il mondo per creare il paradiso (utopico) socialista per eccellenza, situato proprio nella Carelia slavo-comunista.

A questo appello risposero anche tantissimi finlandesi che negli anni '10 e '20 emigrarono in America e in Canada, alla ricerca speranzosa di migliori condizioni di vita, ma in seguito alla Grande Depressione del '29 abbandonarono l'utopia capitalista per abbracciare quella socialista - propugnata da Stalin - ritornando così in Finlandia o emigrando in Carelia.

Sulla scorta di queste migrazioni c'è il nostro protagonista Jussi Ketola, che però non abbraccia l'ideale staliniano spontaneamente, ma viene brutalmente percosso, rapito e costretto a lasciare il suo paese dai fascisti lappisti. La brutalità di queste azioni viene descritta da Tuuri placidamente e con un distacco incredibile, non per vuota empatia del narratore, bensì perché si è preferito far parlare la “Storia” e gli eventi stessi, senza il filtro del pathos e delle figure retoriche dello storytelling.

Vista dalla collina Isovuori a Jalasjärvi, in Ostrobotnia. Foto di Roquai, pubblico dominio

Il protagonista Jussi è costretto ad abbandonare la sua terra, la sua moglie Sofia in Ostrobotnia e a crearsi una nuova identità. In Finlandia lo danno tutti per morto. Nel paradiso dei lavoratori finno-careliani, nel kolchoz, Jussi cerca lentamente di rinascere, ormai ferito sia nel corpo che nell'animo. È una transizione lenta, dolorosa, a volte imposta dall'alto perché il lavoratore socialista non può permettersi di essere debole e un peso per i suoi compagni.

Il dramma raccontato di Tuuri è una tragedia nascosta a molti di noi, ignari delle pesantissime vessazioni del movimento lappista ai danni di puri innocenti. Jussi non si limita a lavorare, ma parla e inizia a pensare come un idealista staliniano, ma è sotto l'occhio vigile della polizia segreta sovietica, la quale gli obbliga anche di tenere sotto controllo i suoi compagni finlandesi.

La via eterna è una strada che unisce questi due mondi, in bilico tra la barbarie dei fanatismi e delle utopie-distopie fascio-communiste, un ritratto chiaroscurale sull'orrida realtà politica dei tempi e che non si risparmia in critiche e denunce su entrambi i fronti. Perché Jussi, nonostante abbia coltivato una nuova esistenza, è costretto ad essere tra l'incudine delle purghe staliniane e il martello del sensazionalismo xenofobo dei russi, che odiano le sanguisughe finlandesi.

E nel cuore dell'uomo c'è solo spazio per un piccolo bisogno, non il partito, non il lavoro, non il denaro o la gloria della nazione; soltanto la voglia di rivedere la sua terra.
La via eterna è un meraviglioso e cristallino arazzo che racconta una storia persa nella memoria dei macro-eventi storici. Una coraggiosa e riuscitissima pubblicazione da parti di Vocifuoriscena Edizioni, nella collana Lapis, tradotta e curata dall'ugrofinnista Marcello Ganassini.

La via eterna Antii Tuuri
La copertina del romanzo La via eterna di Antti Tuuri, pubblicato da Vocifuoriscena Edizioni nella collana Lapis, curato e tradotto da Marcello Ganassini

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Andrej Tarkovskij cinema preghiera

Andrej Tarkovskij: il cinema come preghiera

Che cos’è l’arte? È il Bene o il Male? Proviene da Dio o dal Diavolo? Dalla forza dell’uomo o dalla sua debolezza? Forse in essa è racchiuso un ideale di armonia sociale? Consiste in questo la sua funzione? Essa è una dichiarazione d’amore, un riconoscimento della propria dipendenza dagli altri uomini, una confessione, un atto inconsapevole, ma che rispecchia l’autentico significato della vita: l’Amore e il Sacrificio.” tratto dal libro “Scolpire il Tempo”, di Andrej Tarkovskij, Istituto Internazionale Andrej Tarkovskij, 2015

Dal 20 gennaio, in specifiche sale italiane, viene proposto un film-documentario su un artista assai noto nel Parnàso della cinematografia mondiale: si tratta di una retrospettiva del regista russo Andrej Arsen'evič Tarkovskij, attentamente diretta e curata dal figlio Andrej A. Tarkovskij.

Andrej Tarkovskij: il cinema come preghiera”, presentato in anteprima al Festival di Venezia e distribuito da Lab 80 Film, permette allo spettatore di immergersi nel mondo tarkovskijano grazie ad immagini, registrazioni audio e materiali d’archivio inediti; vengono proposti frammenti tratti dai suoi film oltre che a riprese sui set e momenti di quotidianità nei luoghi cari al regista.

Il suo lascito, costituito da otto pellicole, viene rappresentato nel film da altrettanti capitoli in cui esso è suddiviso: la narrazione è lineare, anzi circolare, poiché descrive la vita di un uomo, dalla sua nascita (1932) alla sua morte, ritornando poi alle origini.

Traspare fin dall’inizio il profondo legame che Andrej ha coi genitori, conflittuale con il padre, il poeta Arsenij Tarkovskij, e viscerale con la madre, Marija Ivanovna.

La ferma presenza fisica ed emotiva della madre, così come il ritrovamento e la “riscoperta” nell’età adulta della figura paterna, sono ben evidenti in film come Zerkalo (Lo specchio, 1975) e Offret (Sacrificio, 1986).

Arsenij e il piccolo Andrej Tarkovskij

Un altro avvenimento che sconvolge l’attività del regista, all’apice della sua produzione artistica, è l’inevitabile punto di rottura e la conseguente censura da parte delle autorità sovietiche; infatti l’URSS critica aspramente la visione pacifista del suo primo film, Ivanovo detstvo (L’infanzia di Ivan, 1962), poiché entra in contrasto con la propaganda, basata su princìpi di orgoglio patriottico, a seguito della vittoria nella Seconda Guerra Mondiale.

Tali contrasti causano poi un ritardo di sei anni per l’uscita di Andrej Rublëv (1966), non solo per la scelta - incompresa per l’epoca - di un tema prettamente religioso, ovvero la storia di un pittore di icone ortodosso nella Russia del ‘400, ma anche per l’inevitabile interpretazione da parte del governo di una celata critica del momento politico contemporaneo.

Dopo la parentesi “pseudo-fantascientifica” e metafisica di Soljaris (Solaris, 1972) e Stalker (1979), inframmentizzata dal film Zerkalo, il punto di non ritorno avviene durante le riprese in Italia del film Nostalghia (1983); a questo punto Tarkovskij, consapevole che in caso di rientro in Russia vedrebbe del tutto ostacolata la sua attività artistica, decide di rimanere in Italia, non facendo mai più ritorno in patria.

Trascorsi alcuni anni, dopo essersi ricongiunto al figlio (fino a quel momento trattenuto in Russia), Andrej, già malato, completa in Svezia le riprese del film Offret, suo testamento artistico, per poi spegnersi alla fine dell’anno 1986 a Parigi.

Andrej Tarkovskij cinema preghieraIn occasione della proiezione del film al Teatro delle Muse di Ancona, questo 25 gennaio, Andrej A. Tarkovskij racconta in prima persona i sentimenti e il “pensiero poetante” racchiusi nella creazione paterna, citando grandi nomi per lui ispiranti e da lui ispirati.

Tutto ciò che in Tolstoj è l’analisi delle azioni dei personaggi nella loro quotidianità, in Dostoevskij è invece la descrizione intima del conflitto interno tra Bene e Male; quel che è “follia” come famelica tensione verso l’ignoto in Leonardo da Vinci, è invece sublime polifonia in Bach, le cui musiche riflettono l’ordine della natura e del divino.

In Tarkovskij potremmo riscontrare tutto questo andando oltre, unendo all’introspezione dell’animo umano e all’ispirazione spirituale data dalla religione, anche uno scopo sociale, che è proprio della creazione artistica; per l’artista lo sforzo immane sta nella comunicazione, o meglio nella “capacità di comprendersi reciprocamente”, riuscendo a trasmettere agli altri la realtà di una verità sofferta, derivante dalla meditazione sul significato della vita; da questo processo scaturisce il dono della parola, come nel cinema avviene la nascita dell’immagine, che racchiude una rivelazione.

“Tarkovskij racconta Tarkovskij”, foto dell’incontro al Teatro delle Muse, Ancona. Foto di Alissa Ciccarelli

Nel film, così come nella seguente intervista al figlio Andrej Tarkovskij, traspare infine lo stretto legame sviluppatosi tra il regista e l’Italia, sua patria adottiva fin dai tempi delle riprese di Nostalghia e del documentario Tempo di viaggio, girato insieme a Tonino Guerra.

Andrej Tarkovskij: il cinema come preghiera” è dunque sia un tassello aggiuntivo per chi si è già da tempo introdotto nel tempio del pensiero tarkovskijano, sia un nuovo punto di vista per approcciarsi per la prima volta ad esso: di certo è un imperdibile omaggio di un figlio verso il padre-regista, che a sua volta ha omaggiato spesso, nel suo cinema, l’opera del padre-poeta.

Andrej Tarkovskij cinema preghiera

In sala a:

FirenzeCinema La Compagnia
BergamoAuditorium Lab 80 Cinema
TorinoCinema Massimo
PisaCinema Arsenale
Jesi (AN)Cinema Teatro Piccolo
AnconaCine Teatro Marche – CineMuse
Spoleto (PG)Cinema Sala Pegasus
BresciaNuovo Eden
PadovaCinema Lux
MantovaCinema del carbone
PerugiaPostmodernissimo
Poggibonsi (SI)Cinema Garibaldi
MilanoSpazio Anteo
RomaNuovo Cinema Aquila
Reggio EmiliaCinema Rosebud
RomaCinema Apollo Undici
RomaCinema Detour

Andrej Tarkovskij cinema preghieraImmagine locandina e foto (ove non indicato diversamente) per “Andrej Tarkovskij: il cinema come preghiera” cortesemente fornite da Lab80.it


Il più antico caso di peste data al Neolitico

Un nuovo studio, da poco pubblicato sulla rivista scientifica Cell, documenterebbe non solo il primo caso di peste della storia, ma spiegherebbe anche il decadimento di molte società neolitiche dell'Eurasia all'alba dell'Età del Bronzo.

Tra i cinque e i seimila anni fa, infatti, molte società neolitiche dell'Eurasia occidentale videro un sensibile declino delle loro popolazioni: le ragioni di questo declino sono oggetto di discussione e probabilmente legate a una combinazione di fattori.

Lo studio in questione riporta in particolare la scoperta e la ricostruzione genomica dello Yersinia pestis presso gli agricoltori neolitici in Svezia, che va a predatare e a risultare alla base di tutti i ceppi moderni e antichi di questo agente patogeno.

peste Yersinia pestis Neolitico Eurasia occidentale Gokhem
I resti di una donna ventenne (Gokhem2) vissuta circa 4900 anni prima del tempo presente, che fu uccisa dalla prima pandemia di peste. Credits: Karl-Göran Sjögren / University of Gothenburg

Il team internazionale di ricercatori ha in particolare individuato il DNA di questo nuovo ceppo di Yersinia pestis nel DNA estratto da resti di una donna che morì circa cinquemila anni fa. Il ceppo possedeva già allora tutti i geni che rendono oggi letale la peste polmonare, e tracce dello stesso sono state ritrovate in un altro individuo nello stesso luogo di sepoltura, suggerendo che la donna morì della stessa causa.

Come anticipato, a rendere di straordinario interesse la scoperta non sarebbe solo il fatto che si tratta del ceppo più antico di Yersinia pestis, ma le loro analisi indicano come questo sia il più vicino (tra quelli finora identificati) all'origine genetica della peste.

Inoltre, si dimostrerebbe come diversi ceppi indipendenti esistessero all'epoca; questi si andarono quindi ramificando ed espandendo. Quello di cui si è appena detto probabilmente diverse dagli altri ceppi attorno a 5.700 anni fa, mentre la peste che era comune durante l'Età del Bronzo e quella che è l'antenata dei ceppi esistenti oggi, diversero rispettivamente 5.300 e 5.100 anni fa.

Lo studio suggerisce anche che la peste possa essersi diffusa negli insediamenti neolitici per via dei commerci, contribuendo al declino dei primi. Altri ricercatori, in passato, avevano ipotizzato che il declino delle società agricole neolitiche in queste aree fosse stato causato dalle massicce migrazioni dalla steppa eurasiatica verso l'Europa. Se il ceppo di Yersinia pestis della donna svedese diverse 5.700 anni fa, questo significherebbe che la sua evoluzione avvenne prima delle suddette migrazioni, e che al loro arrivo gli insediamenti neolitici europei stavano già collassando.

All'epoca, insediamenti di dieci e ventimila abitanti cominciavano a divenire comuni in Europa, rendendo possibile la specializzazione del lavoro, nuove tecnologie e commerci; si preparava però al contempo il terreno per la peste: animali, persone e cibo erano negli stessi luoghi, in condizioni igieniche pessime.

Mancano ancora alcuni elementi per confermare queste teorie, ma in realtà i ricercatori non hanno ancora cominciato a guardare in questa direzione: se si trovasse lo Yersinia pestis in questi grandi insediamenti, si tratterebbe di prove molto forti a supporto delle loro ipotesi.

Lo Yersinia pestis al microscopio a fluorescenza. Foto di repertorio, opera dei Centers for Disease Control and Prevention, parte dello United States Department of Health and Human Services

Lo studio Emergence and Spread of Basal Lineages of Yersinia pestis during the Neolithic Decline, opera di Nicolás Rascovan, Karl-Göran Sjögren, Kristian Kristiansen, Rasmus Nielsen, Eske Willerslev, Christelle Desnues, Simon Rasmussen , è stato pubblicato su Cell (December 6, 2018; DOI: https://doi.org/10.1016/j.cell.2018.11.005).


Artigiani ceramici dell'Età del Bronzo potevano essere bambini

11 Maggio 2016

Foto: K. Botwid
Foto: K. Botwid

La tesi di dottorato di Katarina Botwid, dell'Università di Lund, mette in evidenza come le ceramiche dell'Età del Bronzo potevano essere prodotte anche da un bambino di nove anni, che poteva quindi risultare un artigiano competente.
Ad esempio, è possibile vedere le impronte digitali di bambini sui ricettacoli: ci volevano tre anni per ottenere il livello di competenza che traspare da alcuni di questi manufatti. Il ritrovamento di colore a ossido dimostrerebbe poi che le ceramiche non erano grigie come si riteneva.
Colori a ossido. Foto: K. Botwid
Colori a ossido. Foto: K. Botwid

Link: AlphaGalileo via Lund University


Una nuova interpretazione della Pietra runica di Rök

2 Maggio 2016

Per Holmberg, ricercatore presso l'Università di Goteborg, con la Pietra runica di Rök. Credit: University of Gothenburg
Per Holmberg, ricercatore presso l'Università di Goteborg, con la Pietra runica di Rök. Credit: University of Gothenburg

Per Holmberg, ricercatore presso l'Università di Goteborg, propone ora un'interpretazione della celebre Pietra runica di Rök che differisce dalle altre presentate fino a questo momento.
La più celebre pietra runica fu eretta nel tardo nono secolo dell'era volgare, nella provincia svedese dell'Östergötland. Tradizionalmente si ritiene parli di gesta eroiche, sovrani e guerre. Si sono dunque cercate pure relazioni tra colui che incise la pietra, Varin, e i sovrani dei Goti.
Per il nuovo studio, sulla Pietra runica di Rök vi sarebbero invece solo riferimenti al monumento stesso: come avviene per altre pietre runiche, d'altra parte. Il riferimento a Teodorico sarebbe dovuto a un errore nella lettura, come già proposto dal prof. Bo Ralph dieci anni fa. Gli indovinelli presenti non sarebbero difficili da comprendere: quelli anteriori si riferirebbero alla luce solare, della quale ci sarebbe bisogno per leggere la pietra runica; mentre quelli posteriori parlerebbero dell'incisione delle rune e dell'alfabeto runico.
La Pietra runica di Rök insomma conterrebbe un messaggio sulla scrittura, su come questa ci permetta di commemorare i defunti.
Lo studio "Svaren på Rökstenens gåtor: En socialsemiotisk analys av meningsskapande och rumslighet", di Per Holmberg, è stato pubblicato sul periodo scientifico Futhark. International Journal of Runic Studies 6 (2015).
Link: AlphaGalileo, EurekAlert! via University of Gothenburg


Nuove analisi ci informano sulla vita e la morte di Erik IX di Svezia

16 Marzo 2016

Erik IX il Santo viene messo in guardia durante la Messa. Dipinto murale dalla Cattedrale di Uppsala. Credit: Anders Damberg
Erik IX il Santo viene messo in guardia durante la Messa. Dipinto murale dalla Cattedrale di Uppsala. Credit: Anders Damberg

Erik IX Jedvardsson, detto il Santo, fu re di Svezia fino al 1160: è patrono, oltre che uno dei simboli del paese scandinavo. La leggenda narra della sua drammatica morte in battaglia, fuori dalla chiesa di Uppsala dove aveva appena celebrato la messa.
Purtroppo le fonti dell'epoca non parlano di lui. L'unico resoconto sulla sua vita è dunque la leggenda del santo, datata agli anni novanta del tredicesimo secolo, e che però si ritiene possa essere basata su un'altra leggenda anche parecchio più antica.
La leggenda parla di come Erik IX di Svezia fu scelto come sovrano, di come regnò giustamente e del suo essere un buon cristiano, del suo supporto alla Chiesa e della sua crociata contro la Finlandia. Fu ucciso nel 1160 da un pretendente al trono, di origine danese. I resti sono conservati dal 1257 in un reliquiario contenente 23 ossa, apparentemente dello stesso individuo, e accompagnate da una tibia non correlata.
Teschio e corona di Erik IX il Santo. Credit: Mikael Wallerstedt
Teschio e corona di Erik IX il Santo. Credit: Mikael Wallerstedt

Analisi furono condotte nel 1946, ma i metodi oggi disponibili hanno spinto ad effettuarne di nuove. Il 23 Aprile 2014 il reliquiario di Erik IX è stato dunque aperto durante una cerimonia alla Cattedrale di Uppsala. Ricercatori di diverse discipline hanno potuto così effettuare analisi su quei resti. Le informazioni ricavate riguardano le sue condizioni generali di salute, la sua genealogia, la dieta e le probabili cause della morte.
Si tratta di un uomo tra i 35 e i 40 anni, alto 171 cm: la datazione al radiocarbonio è coerente con la morte supposta nel 1160. Non si sono ritrovate patologie: non soffriva di osteoporosi o fragilità ossea. Al contrario, la sua densità ossea è del 25% superiore a quella media moderna: si trattava di un individuo ben nutrito, di sana costituzione e che svolgeva rilevanti attività fisiche. La dieta indica il consumo di pesce d'acqua dolce, coerentemente col rispetto del divieto di consumo di carni. Sarebbe vissuto più a sud di Uppsala, nella provincia di Västergötland. Si tratta però di analisi al momento preliminari.
Tibia con tagli procurati in battaglia. Il 23 Aprile 2014 il reliquiario di Erik IX il Santo è stato aperto durante una cerimonia a Uppsala. Credit: Anna Kjellström
Tibia con tagli procurati in battaglia. Il 23 Aprile 2014 il reliquiario di Erik IX il Santo è stato aperto durante una cerimonia a Uppsala. Credit: Anna Kjellström

Dal reliquiario si sono anche prelevati campioni di DNA: l'analisi dovrebbe però richiedere un altro anno. Il cranio presenta due ferite che però risultano guarite: sono forse spiegabili con la crociata contro la Finlandia.
La leggenda narra di come il re fu circondato da nemici che lo fecero cadere: qui fu ferito ripetutamente, lasciandolo mezzo morto. Fu quindi decapitato. Risultano in effetti almeno nove ferite, sette delle quali sulle gambe: probabilmente Erik il Santo portava un usbergo e gli arti inferiori erano meno protetti. Entrambe le tibie mostrano tagli in direzione del piede: l'assalitore era dunque di fronte. Una vertebra del collo è attraversata da un taglio: la cosa non sarebbe stata possibile durante la battaglia, senza rimuovere l'usbergo. Questi dati confermerebbero perciò un interludio tra la battaglia e la decapitazione.  Le ferite perciò non contraddicono in alcun modo il resoconto della leggenda, per quanto tarda.
Un articolo sulle scoperte verrà pubblicato sul prossimo numero del periodico Fornvännen.
Link: AlphaGalileo, EurekAlert! via Uppsala University