Attività commerciali a Pompei. A cosa serviva una fullonica?

L’attività di una fullonica era una delle più redditizie per quanto riguarda l’economia dell’antica Pompei, diverse erano sparse per la città, ma le due più importanti si trovavano su due degli assi viari principali: via dell’Abbondanza e via Stabiana.

Ma cos’è una fullonica? Oggi potremmo chiamarla “lavanderia”, ma l’articolazione interna dei vari passaggi è ben più complessa. Si trattavano non solo vesti usate che venivano portate a lavare ma l’attività della fullonica si concentrava anche nel lavaggio di vesti e tessuti nuovi appena lavorati che dovevano splendere per poi essere esposti e venduti al mercato. A volte questi venivano anche tinti, si sa infatti che il colore nell’abbigliamento romano era sinonimo di ricercatezza ma anche possibilità di seguire la moda del momento. Economicamente non era costoso portare un vestito in lavanderia, il lavaggio costava un denario e gli affari dovevano girare abbastanza bene se si pensa che l’affitto annuo di una fullonica arrivava ad essere di 1652 sesterzi.

fullonica Stephanus Pompei
Fullonica di Stephanus. Foto: Alessandra Randazzo

La prima fase prevedeva il ripulire il tessuto, questo avveniva in una vasca di forma ovale e gli schiavi pestavano con i piedi in un misto di acqua, soda e urina. La fullonica si sa, non era di certo un luogo profumato, ma l’urina umana o animale era molto ricercata per questo lavoro. La quantità richiesta era cospicua ogni giorno, e la più pregiata sembrava essere quella di dromedario che addirittura veniva portata dall’Oriente. Non potendone però farne arrivare una quantità tale per tutto il lavoro necessario, agli angoli della strada spesso venivano messe delle anfore con un’apertura laterale dove chiunque poteva depositare; regolarmente poi passava uno schiavo della fullonica a ritirare il contenuto.

Fullonica di Veranius Hypsaeus. WolfgangRieger / Public domain

Ai tempi dell’imperatore Vespasiano aveva fatto scandalo la tassa sull’urina usata dalle tintorie, tanto che le voci di protesta arrivarono fino all’imperatore che pronunciò la famosa frase “Pecunia non olet”, "i soldi non puzzano", proprio perché l’utilizzo fruttava molto.

Terminato il lavaggio, su vasche messe a livelli diversi e comunicanti fra loro a cascata, venivano sciacquati con cura i panni pigiati prima per eliminare ogni traccia di ciò che si era usato. Anche qui le sostanze utilizzate erano importate; per questa fase si prevedeva l’uso di argilla smectica del Marocco, oppure dell’isola di Ponza e continuava così il lavaggio e la battitura per rendere la trama dei tessuti più compatta.

A questo punto non restava che stendere i “panni” e l’ampio terrazzo sembrava essere il luogo più adatto, lì avveniva anche la zolfatura dove i panni bianchi venivano stesi sopra un piccolo braciere ingabbiato da canne (vimea cava)  che emanava esalazioni. Ultimo passaggio non poteva che essere la stiratura. I panni li si stirava sotto grandi presse a vite e dovevano assolutamente risultare privi di pieghe.

fullonica Stephanus Pompei
Fullonica di Stephanus. Foto: Alessandra Randazzo

Ancora oggi passando per la Regio I 6,7 è possibile ammirare uno dei luoghi dove avveniva tutto ciò, proprio nella Fullonica di Stephanus. Lo scavo venne effettuato per la prima volta tra il 1912-1913, e quello che vediamo oggi è la risultante di un’ulteriore modifica avvenuta già nell’antichità.

Gli ambienti in cui si articola la fullonica derivano infatti da una precedente abitazione, una casa ad atrio e peristilio, ristrutturata dopo il rovinoso terremoto del 62 d.C., cambiando così l’uso dei locali originali e riadattandoli a quelle della nuova attività commerciale. Gli ambienti principali e tipici di una domus come l’atrio, la sala da soggiorno (l’oecus), e il triclinio vennero trasformati e dotati di vasche per la lavorazione, così come l’impluvium dell’atrio che venne dotato di una vasca a bordi alti.

La corporazione dei fullones ricopriva un ruolo molto importante all’interno della vita economica e politica della città di Pompei, come mostrano le numerose iscrizioni elettorali, visibili anche nell’officina di Stephanus, e la dedica della statua di Eumachia nell’edificio fatto costruire da lei stessa nel Foro. La corporazione era dotata anche di un animale totem, l’ulula (la civetta) sacra a Minerva.

Stephanus non sopravvisse alla catastrofe del 79 d.C. Il suo corpo venne ritrovato al momento dello scavo della domus presso l’ingresso. Portava con sé un gruzzolo di monete, l’ultimo incasso di una ricca giornata lavorativa.

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Svetonio, magister dell'aneddotica imperiale

SVETONIO, MAGISTER DELL’ANEDDOTICA IMPERIALE

Quando si esaminano le letterature antiche, spesso ci si sofferma sulle informazioni più importanti per dedurne la rilevanza storica di un personaggio o di un evento. Capita, quindi, di non prendere in considerazione quelle notizie ritenute poco fededegne ovvero di scarsa importanza. E non deve meravigliare se, al lettore o al semplice ascoltatore, proprio queste ultime informazioni risultano essere più semplici da memorizzare.

Ancora oggi, nel mondo dei social ormai alla ribalta, capita di imbattersi in notizie relative alla vita privata di un personaggio, al suo modus operandi, ai suoi vizi e vezzi. Quella che può definirsi, con la cautela del caso, la ‘letteratura del gossip’ abbraccia un pubblico vasto e variegato.

A questo punto sorge, lecita, una domanda: gli antichi nutrivano interesse per le informazioni più intime ovvero eclissavano, in qualche modo, la loro portata? A questa domanda si può rispondere citando Gaio Svetonio Tranquillo, vissuto nel I d.C. e probabilmente originario di Ostia. Come per ogni scrittore, anche per Svetonio si può prendere in considerazione l’opera che lo ha reso celebre al pubblico, specialista e non: il De vita Caesarum (La vita dei Cesari), nella quale, in otto libri, lo scrittore traccia le biografie di dodici imperatori, da Cesare a Domiziano.

Svetonio, De vita Caesaris, Apud Theobaldum Paganum - Lugduni 1541, foto MH Collections, CC BY-SA 4.0

Lo stile dell’opera risulta semplice e, a tratti, disadorno, motivo per cui si può dedurre che essa fosse destinata non soltanto ai più eruditi, ma anche e soprattutto a lettori dalle piccole pretese. Questo stile semplice e quasi elementare è stato adoperato da Svetonio non solo per motivi di fruizione, ma anche per questioni di genere. Svetonio, infatti, non può essere ritenuto uno storico stricto sensu, come Sallustio (I a.C.) o Tacito (I d.C.), per esempio, bensì un biografo; è stato colui che ha continuato, idealmente, l’opera di Varrone (II a.C.) prima e Cornelio Nepote (I a.C.) poi.

Il De vita Caesarum, al di là dello stile semplice e lineare, presenta una trattazione degli argomenti che esula dai comuni trattati storici. Le biografie, infatti, mancano di un corretto susseguirsi cronologico degli avvenimenti (si potrebbe confrontare l’opera, per esempio, con l’Anabasi di Senofonte (V-IV a.C.) che, alla trattazione storica, antepone il gusto dell’autobiografia; infatti l’opera senofontea può essere definita, non a torto, un vero e proprio diario di viaggio) e risultano essere abbondanti per quanto riguarda gli aneddoti imperiali. Svetonio si dimostra un vero e proprio magister dell’aneddoto, il suo interesse per il cavillo biografico, per le notizie di scarso valore e per vizi e virtù degli imperatori è al centro della trattazione. Nell’esaminare le biografie, questi elementi risaltano sin da subito all’occhio del lettore: di Augusto, per esempio, racconta della sua creduloneria; di Caligola, del tentativo di candidare al consolato il suo cavallo, Incitatus; di Claudio, della sua vigliaccheria; di Vespasiano, delle sue abitudini sessuali e così via. La trattazione aneddotica, così presente nelle biografie svetoniane, si può giustificare se si prendono in considerazione i destinatari dell’opera; il professor Paolo Fedeli, nella sua Storia letteraria di Roma (edita da Fratelli Ferraro Editori, Napoli 2004), spiega, infatti che «Il gusto dell’aneddoto […] serve a tener desta l’attenzione di lettori non particolarmente esigenti e ci fa capire come si sia ampliato, anche in conseguenza della più diffusa alfabetizzazione […] il panorama dei fruitori delle opere letterarie. È questo un dato di un’importanza sostanziale per capire i contenuti dell’opera biografica di Svetonio […]». Nella narrazione degli aneddoti svetoniani, si ravvisano, a volte, imprecisioni e racconti al limite della verosimiglianza. Nella vita di Otone, per esempio, nel raccontare le vicissitudini che portarono, poi, l’imperatore al successo sulle truppe comandate da Vitellio, Svetonio si dimostra confuso ed impreciso. E ancora, nella vita di Domiziano, Svetonio racconta che l’imperatore ordinò che si tenessero cento gare in un unico giorno destinato ai giochi circensi, un numero che va al di là delle potenzialità degli atleti del tempo e che, anche oggi, sarebbe impensabile per un qualsiasi sportivo ben allenato.

Affresco (1563) dalla "Sala di Cesare", che orna lo studio del Marchese Diomede nel Palazzo della Corgna, a Castiglione del Lago (Umbria), sulla base di quanto nel testo di Svetonio. Qui si ritrae la battaglia di Farsalo. Foto di Wolfgang Sauber, CC BY-SA 4.0

Al di là delle imprecisioni, le biografie svetoniane presentano diverse ripetizioni; per esempio, nella vita di Cesare, l’impresa in Britannia è ripetuta due volte. Queste ripetizioni hanno delle sostanziali motivazioni: Svetonio, attraverso la riproposizione di un avvenimento politico-militare, presenta il mutevole atteggiamento di un imperatore durante la sua impresa politico-militare.

Ogni biografia presenta una struttura fissa: ad una prima parte legata alla presentazione dell’imperatore, sotto le spoglie del prodigio, e alle sue imprese militari, segue una seconda parte dedicata agli aneddoti e al racconto della morte, quasi sempre frutto di un presagio nefasto. Si può aggiungere, anche, che le biografie presentano un’autonomia tale che, prese singolarmente, possono ritenersi delle vere e proprie opere. Non è necessario leggere, per esempio, la vita di Tiberio per comprendere quella di Caligola e così via.

È doveroso, a questo punto, porsi un’ulteriore domanda: è possibile cavare il giudizio dell’autore dalle diverse biografie? A questo quesito si può rispondere esaminando la biografia di Tito e quella di Domiziano, per esempio. Se il primo è presentato quasi come un princeps illuminato e come se fosse il miglior imperatore che l’Impero avesse avuto sino a quel momento, tanto che, da Svetonio, è definito amor ac deliciae generis humani (amore e delizia del genere umano), al contrario, Domiziano è il princeps da scongiurare, a tal punto che ogni sua azione, anche la più virtuosa, è frutto della sua indole malvagia (il giudizio di Svetonio su Domiziano dipende, anche, dalla situazione socio-politica nella quale vide la luce il De vita Caesarum; infatti l’opera svetoniana è successiva al 70 d.C., anno di nascita, probabile, di Svetonio, quindi successiva alla morte di Domiziano, nel 68 d.C.: è chiaro che la damnatio memoriae cui fu sottoposto l’ultimo dei Flavi ha influito non poco sul giudizio del biografo). Svetonio, però, dimostra di possedere un’ideologia vicina a quella del Senato, infatti sono esenti da critiche feroci tutti quegli imperatori che, durante la loro vita, non hanno osteggiato, in alcun modo, il Senato romano.

Il De vita Caesarum ha suscitato non poco interesse, anche, nelle generazioni successive. Se si pensa che, durante l’epoca tardoantica e medievale, Svetonio è stato il modello di S. Girolamo e Isidoro di Siviglia, per esempio, si può comprendere l’importanza dell’opera svetoniana quale modello ‘cardine’ del genere biografico romano.

Svetonio De vita Caesaris
Svetonio, in una miniatura del Liber Chronicarum (foglio CXI), trattato di Hartmann Schedel (1493), scansione di Michel Wolgemut, Wilhelm Pleydenwurff, pubblico dominio

Combattimenti nell'arena. Ecco i giochi al Colosseo

La valle tra l’Oppio, il Palatino e il Celio fu urbanizzata a partire dal II secolo a.C. e fino all’età augustea; l’incendio che devastò Roma il 18 luglio del 64 d.C., sotto Nerone, determinò una modificazione profonda dell’assetto precedente e parte del territorio venne ad ospitare la Domus Aurea, la villa urbana di Nerone che si estendeva su 250 ettari e che comprendeva il grande lago artificiale dello Stagnum Neronis, un vasto specchio d’acqua cinto da un triportico colonnato di almeno 200 metri di lato e profondo non più di 4. La costruzione della villa fu abbandonata alla morte di Nerone e la presa di potere di Vespasiano, il nuovo imperatore, determinò, dopo il risanamento dell’erario pubblico, la riorganizzazione urbanistica dell’area e l’edificazione, tra altri interventi pubblici, dell’Amphitheatrum novum sul sito del lago artificiale a partire dal 71 d.C.; lo ricorda Marziale: “Hic ubi conspicui venerabilis Amphitheatri/erigitur moles, stagna Neronis erant”.

Colosseo. Foto: Alessandra Randazzo

Per i Romani era anche il Teatro per le cacce, nel Medioevo Colosseo e poi Anfiteatro Flavio; il Colosseo fu costruito in poco più di otto anni e inaugurato dal figlio di Vespasiano, Tito, nell’80, con 100 giorni di spettacoli venatori, giochi gladiatori e battaglie navali. L’edificio inaugurato, tuttavia, non ancora completato, mancava di parte dell’attico e delle strutture ipogee dell’arena che saranno realizzate solo sotto Domiziano, insieme ai grandi edifici di servizio esterni come le caserme gladiatorie, i depositi delle armi, l’ospedale per i feriti, la caserma della flotta di Miseno, l’edificio per le spoglie dei gladiatori morti. Incendi, terremoti e la necessità di mantenere in efficienza l’edificio determinarono restauri, aggiornamenti e modifiche fino al VI secolo, quando furono definitivamente interrotti i ludi gladiatori e l’edificio subì un inarrestabile abbandono, trasformandosi, a partire dal regno di Teoderico, in cava di materiale, poi residenza delle famiglie romane dei Frangipane e degli Annibaldi nel XII e XIII secolo e poi di nuovo e fino alla metà del Settecento a cavar marmi a Coliseo.

L’anfiteatro sorge su una platea ovoidale policentrica, dal diametro maggiore di 188 metri e minore di 156, e in origine raggiungeva un’altezza esterna fuori terra di oltre 50 metri. Una gabbia di grandi pilastri di travertino, inglobati nei muri radiali in tufo e laterizio, costituiva il sistema strutturale principale che consentiva di formare le camere radiali in corrispondenza dei fornici della facciata esterna. Questi lunghi corridoi radiali, coperti da volte in opera cementizia con nervature in mattoni, sostenevano le gradinate per gli spettatori e i corridoi anulari di distribuzione; consentivano, quindi, di distribuire tra i 50.000 e i 70.000 spettatori su cinque ordini successivi di posti, ciascuno per i diversi ranghi sociali del pubblico, con ingressi e percorsi interni ed esterni differenziati e distinti.

Colosseo. Foto: Alessandra Randazzo

Una gran cerchia d’archi, la chiamava il poeta Shelley, ed è l’immagine che meglio rappresenta la facciata esterna, oggi ancora visibile per la metà nord verso il colle Oppio e che si staglia poderosa giungendo da via dei Fori Imperiali. Immaginiamola completata della parte mancante e avremo una mole pressoché ellittica aperta da 80 arcate inquadrate da semicolonne su tre livelli sovrapposti; la scansione degli ordini architettonici dei differenti livelli è quella canonica delle facciate teatrali con la sovrapposizione, dal basso, di ordine tuscanico, ionico e corinzio. Sopra l’ultima cornice del terzo ordine di arcate si innalza la grande parete dell’attico, dove si aprono, alternati a muri ciechi, quaranta finestroni rettangolari entro un ordine di paraste (semipilastri) corinzie; sopra le finestre corrono le mensole sagomate -tre per ogni campitura tra le paraste- che servivano per il fissaggio dei pali di legno che, inserendosi in fori corrispondenti nel cornicione sommitale, consentivano ai marinai della flotta del Miseno, distaccati nella caserma poco distante, la manovra del gigantesco velarium per riparare il pubblico dal sole e dalla pioggia.

Cosa succedeva 2000 anni fa al Colosseo?

Con una solenne pompa, un corteo entrava nell’arena. A sfilare oltre a due littori che aprivano le fila, i protagonisti della giornata e l’editor dei giochi, il magistrato, seguito dai musicisti che durante gli spettacoli animavano le scene di lotta con corni, tube, flauti, tibie e organi idraulici. Non solo gladiatori, quindi, ma anche venatores e condannati a morte legati tra di loro da una fune. La mattina era riservata alla venatio, una caccia con animali feroci. Questa poteva svolgersi tra soli animali o tra animali e uomini e prevedeva anche esibizioni acrobatiche, quasi da circo diremmo noi, con animali addomesticati. Incredibili da immaginare in una struttura come il Colosseo, le Naumachie, le battaglie navali che tanto impressionavano gli spettatori. Le imbarcazioni, nei sotterranei, erano situate nelle darsene e man mano che l’acqua saliva di livello queste si sollevavano fin sulla platea. Marziale racconta che per i giochi inaugurali dell’80 d.C., fu inscenata una memorabile battaglia tra corinzi e corciresi.

Colosseo. Foto: Alessandra Randazzo

Ma la presenza dell’acqua permetteva anche scene più complicate con scenografie davvero straordinarie. Una di queste fu la messa in scena del mito di Ero e Leandro nei sotterranei sommersi. Ero, giovane e bellissima sacerdotessa di Afrodite e Leandro erano due innamorati che abitavano sulle rive opposte dello stretto dei Dardanelli. Leandro, ogni notte, raggiungeva a nuoto la sua amata che dalla cima di una torre gli segnalava il percorso con una torcia. Una notte, durante una tempesta, la torcia si spense e il giovane Leandro morì annegato tra i flutti. Durante la rappresentazione della tragedia, Leandro fu risparmiato dall’imperatore Tito, una variante al mito che commosse profondamente il pubblico.

L’arena, oltre che di splendide coreografie, spesso si impregnava di sangue, non solo animale ma soprattutto umano. Molte furono le esecuzioni capitali che si svolsero al Colosseo, alcune delle quali come la damnatio ad bestiasparticolarmente cruente. Questa tipologia di condanne a morte spettava a uomini che si erano macchiati di reati gravissimi come il parricidio e la lesa maestà e consisteva nell’essere sbranati, da vivi, da animali feroci. Durante i 100 giorni di giochi inaugurali, le condanne ad bestias furono messe in scena sotto forma di episodi mitici, con epiloghi assolutamente tragici e particolarmente sanguinari. Un certo Laureolo, reo di aver ucciso il padre, aver rubato nei templi e aver addirittura dato fuoco a Roma, fu costretto ad inscenare il mito di Prometeo. Nell’eccentrica variante romana però, rispetto al mito greco, il condannato fu appeso ad una croce e sbranato da un orso.

Colosseo. Foto: Alessandra Randazzo

A chiudere la giornata, gli spettacoli più attesi e forse quelli più celebri nella storia: i ludi gladiatori. Questi avevano luogo nel pomeriggio e si aprivano con il saluto rituale dell’imperatore che dava il via agli scontri secondo l’ordine di apparizione annunciato dalla pompa iniziale. I gladiatori erano schiavi, condannati oppure dei veri e propri professionisti della lotta armata e si distinguevano tra di loro per specialità e tecniche di combattimento.

Tra le specializzazioni vi era il retiarus armato di tridente e di una rete, il secutor o murmillo che aveva una spada, un lungo scudo rettangolare e un elmo piccolo e arrotondato, per non concedere appigli all’avversario con la rete; l’oplomachusche aveva un grande scudo che lo proteggeva; il sagittarius che aveva frecce ed arco; il traex che aveva un piccolo scudo di forma quadrata, alti gambali e una spada corta e ricurva (sica); l’essedarius che combatteva su un carro da guerra.

Fragmento del mosaico de Zliten, hallado cerca de Leptis Magna, actual Libia (siglo II d. C.). Muestra varios tipos de gladiadores en acción.
Livius.org [Public domain]
Gli epigrammi di Marziale ricordano alcuni famosi gladiatori che si distinsero per la loro bravura: MyrinusTriumphusPriscus e Verus. Proprio lo scontro tra Priscus e Verus passò alla storia perché non ebbe nessun vincitore. Sempre Marziale racconta che di pari coraggio e forza, nessuno dei due ebbe la meglio sull’altro tanto che fu lo stesso pubblico, annoiato, a chiedere la fine del combattimento. Secondo la lex pugnandi lo scontro poteva terminare solo se uno dei due contendenti, posato lo scudo, sollevava un dito in segno di vittoria. Tito graziò entrambi e donò loro, in assenza di vincitore, la rudis e la palma. Palma e corona spettavano al vincitore, mentre la rudis, una spada di legno, veniva consegnata al gladiatore al termine della sua carriera.


Gli Archeologi dissotterrano un mosaico di duemila anni fa dalla fortezza di Apsaros

29 Luglio 2015

Gli Archeologi dissotterrano un mosaico di duemila anni fa

Foto di Oskar Kubrak
Foto di Oskar Kubrak
Un pavimento a mosaico è stato scoperto da una spedizione archeologica composta da Polacchi e Georgiani nella stanza dei  bagni militari di epoca romana presso la fortezza di Apsaros (l'odierna Gonio) vicino Batumi. È la prima scoperta di questo tipo nella regione di Adjara e una delle poche in Georgia - questo l'annuncio degli archeologi nel comunicato stampa.
Gli scavi nel moderno villaggio di Gonio sono stati condotti a partire dal 27 di Giugno da una spedizione congiunta del Centro Polacco di Archeologia Mediterranea dell'Università di Varsavia, dall'Istituto di Archeologia dell'Università di Varsavia, e dal Museo e Santuario di Gonio-Apsarus (vicino Batumi).
"Anche se molti pavimenti a mosaico sono stati scoperti nei Paesi del Mediterraneo, quello di Gonio dovrebbe essere considerato come eccezionale. È uno dei pochi esempi di scoperta di pavimento rifinito di lusso presso bagni costruiti dall'esercito per le proprie esigenze" - ha spiegato il dott. Radosław Karasiewicz-Szczypiorski, a capo della parte polacca della spedizione. A dirigere la parte georgiana è il Prof. Shota Mamuladze.
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