palafitte lago di Varese

Sotto la superficie dell'acqua: palafitte nel lago di Varese

Il ghiaccio che ricopriva l'area prealpina nei dintorni di Varese iniziò il proprio massiccio disgelo circa 15000 anni fa. Qualche millennio più tardi le prime comunità umane si insediarono lungo le sponde dei corsi d'acqua e dei laghi che da questo scioglimento ebbero origine. Qui piantarono pali in legno sui fondali e nei pressi delle rive e crearono piccoli abitati che restarono attivi per diverso tempo: sotto la superficie dell'acqua e negli strati di crollo delle palafitte si conservano tracce preziose e significative della nostra preistoria.

Lungo tutto l'arco alpino sono stati identificati circa 1000 siti palafitticoli, di cui una ventina collocati in territorio lombardo, tra i laghi di Varese, Monate, Comabbio e Biandronno e tre definiti patrimonio dell'umanità UNESCO nel 2011. Tra questi ultimi, sito di enorme importanza per la ricchezza delle testimonianze archeologiche riscontrate è il cosiddetto isolino Virginia, o isolino di Varese, a breve distanza dal molo di Biandronno: il piccolo isolotto altro non è che il risultato di un accumulo di depositi prodotti dall'uomo nei secoli di frequentazione del posto.

Le ricerche palafitticole iniziarono nel 1863 per dare risposta alla curiosità personale di alcuni ricercatori, tra cui tre noti pionieri degli studi palafitticoli, l'abate Stoppani, gli studiosi Desor e Montillet, che supponevano una possibile somiglianza e continuità culturale con le testimonianze rinvenute in territorio svizzero, presso il lago di Zurigo nel 1854, ovvero dal lato opposto dell'arco alpino. Era assolutamente plausibile, se non persino ovvio, supporre che gli antichi abitanti dei due versanti delle Alpi avessero avuto contatti per tramite del passaggio lacustre e che, in una situazione geologica e climatica simile, avessero condotto stili di vita del tutto equiparabili.

La prima esplorazione ebbe un clamoroso successo poiché alcuni pali furono avvistati emergere dalla superficie al loro primo arrivo all'Isolino: sono numerosi e conservati fino a pelo d'acqua. Un secolo e mezzo di scavi e ricerche ha permesso di definire l'isolino Virginia come il più antico abitato palafitticolo dell'area.

Il piccolo molo di approdo all'isolino. Foto di Jessica Lombardo

Per il Neolitico Antico e parte del Neolitico Medio perdurò nel luogo la modalità abitativa della bonifica e a seguire l'ideazione delle prime forme di abitazione a palafitta, ovvero in alzato sulla superficie dell'acqua, in una posizione dunque più protetta rispetto alla costa del lago alla quale potevano giungere gli animali selvatici dei boschi circostanti e, paradossalmente, meno umida proprio perché non a contatto con il terreno intriso di acqua. L'isolino, con le sue numerose stratificazioni diventa una vera e propria enciclopedia dei primi insediamenti della preistoria europea.

Nella stessa giornata del 28 aprile del 1863 i tre studiosi lasciarono l'isolino e si avvicinarono alla costa presso il comune di Bodio Lomnago, dove una seconda grande soddisfazione li attendeva: anche qui era possibile constatare la presenza di una stazione palafitticola di grandi dimensioni. Il loro obiettivo era raggiunto, dimostrare una continuità di cultura e civiltà tra i due opposti lati dell'arco alpino e con ciò aprire a nuove numerosissime possibilità di ricerca e conoscenza.

La Soprintendenza Archeologica della Lombardia avviò nel 2005 lo scavo metodico della palafitta di Bodio e la conseguente documentazione constatando che l'estensione del sito è ben maggiore rispetto a ciò che gli studiosi ottocenteschi avevano immaginato: è la palafitta più estesa del lago, come fosse stata il centro di riferimento per gli abitanti del territorio, il quale non consta di un villaggio unitario, ma di una serie di insediamenti che si sono sovrapposti nei millenni.

Lo scavo subacqueo di palafitte consente di prelevare campioni di pali di legno ben conservatisi nella torbida acqua del lago e ciò a sua volta consente datazioni dendrocronologiche ben precise: al XVII sec. a.C. sono stati datati, dal laboratorio di dendrocronologia di Verona, i 350 campioni di legno presi dai siti varesini. Oltre al legno molti furono i reperti raccolti nel contesto delle palafitte: l'abbondanza di elementi litici e materiali di scarto della lavorazione permettono di supporre che in loco fosse scheggiata la pietra necessaria ad ottenere strumenti litici utili per la caccia, per la lavorazione di carni e pelli e per altre quotidiane attività di sopravvivenza.

I reperti che si ritrovano però con maggiore frequenza sono frammenti di recipienti in ceramica di uso comune che, seppur piccoli, hanno fornito diverse informazioni sull'abitato frequentato alla fine della media età del bronzo. Le forme testimoniate sono quelle tipiche del periodo, vasellame da mensa e grossi vasi da stoccaggio per cibi e granaglie. È molto probabile infatti che sulle sponde del lago il terreno umido e fertile fosse coltivato a cereali e, come evidenziato dalla presenza di ossa bovine di medie dimensioni, gli animali da fatica fossero utilizzati come aiuto nel lavoro agricolo; è inoltre probabile che questi animali e ancora di più gli ovini fossero mantenuti in allevamento puro, cioè con fini esclusivamente nutrizionali. I cervidi infine, presenti nei boschi circostanti erano cacciati in natura come fonte di carne, corno e pellame.

Varese palafitte
Materiali provenienti dall'isolino Virginia - Museo Archeologico di Varese. Foto di Jessica Lombardo

Cuore di una civiltà di pescatori e agricoltori, il lago di Varese fu un primo antico ponte tra il mondo d'oltralpe e la cisalpina di cui, al formarsi dei primi centri urbani si era persa memoria. Al tempo dei Besozzi l'isolino era intitolato a san Biagio, poi si chiamò “Camilla” in onore della moglie del duca Litta Visconti Arese e passando di proprietà in proprietà si impose all'attenzione internazionale dopo le scoperte dell'800, quando ormai era parte dei possedimenti del marchese Andrea Ponti, che lo rinominò “Virginia” in omaggio alla consorte. Oggi meta di escursioni e attività didattiche la macchia verde dell'isolino ha molto da raccontare sul ruolo del territorio varesino e sulle prime fasi della sua frequentazione.

Varese palafitte
Ricostruzione di una palafitta sull'isolino Virginia. Foto di Jessica Lombardo

fumo negli occhi

Fumo negli occhi, quando Caronte sorride

Fumo negli occhi di Caitlin Doughty, pubblicato da Carbonio Editore, è senza dubbio una rivelazione. Uno squisito memoir in tinte romanzate di una giovane donna che si barcamena in una nuova carriera lavorativa. In parole povere, lavora per l'impresa di pompe funebri Westwind Cremation & Burial in Oakland, California.

Cosa ha spinto una giovane ragazza ad avventurarsi in un ambiente lavorativo così atipico e lugubre? Probabilmente la sete di conoscenza, per placare un'atavica curiosità e saziare preistorici interrogativi. Laureata in storia medievale, poi in scienze mortuarie, il percorso accademico di Caitlin Doughty, per quanto singolare, è connaturato da cangianti nozioni culturali che echeggiano in armonia tra tutte le pagine del libro.

fumo negli occhi
La copertina di Fumo negli occhi e altre avventure dal crematorio di Caitlin Doughty, tradotto da Olimpia Ellero e pubblicato da Carbonio Editore nella collana Cielo stellato

Quindi un memoir autobiografico, ma Fumo negli occhi abbandona qualsiasi pretesa intimistica o fin troppo riflessiva e si erge a scanzonato (non banale) viaggio negli inferi. Caitlin Doughty è un perfetto cicerone che ci guida nei meandri del suo mondo e della sua esperienza lavorativa con ironica intelligenza e densa profondità intellettuale. Una stupenda anabasi nel culto della morte.

Caitlin Dougty fonde le vicende personali e le arricchisce di innesti culturali estrapolati da anni di letture ed esperienze, ogni pagina è uno spaccato nel mondo dell'antropologia, nel folklore, nella mitologia e nella storia. Belle e pungenti le riflessioni filosofiche, metafisiche a volte puramente soggettive che traslano il pensiero dell'autrice in una dimensione inedita e ammantata da una comicità genuina e frizzante. L'intento dell'autrice non è quello di sensibilizzare i suoi lettori con la propria esperienza lavorativa presso le pompe funebri e tanto meno esibire un carosello di nozioni e accorgimenti accademici, bensì è quello di restituire alla morte una dimensione “normalizzata” e di svincolarla dai tabù e dai traumi del dolore.

Crediti © Caitlin Doughty

Facendo questo l'autrice pesca da varie culture e sotto-culture, esplora attraverso lo spazio e il tempo, toccando gli eventi della storia  medievale fino a quelli più recenti, senza mai eccedere nell'erudizione tediosa. Il nostro immaginario viene analizzato chirurgicamente, come sul tavolo dell'autopsia. Vengono cicatrizzate aneddotiche erronee e colmate lacune essenziali. Passando dalla tassidermia alla mummificazione egiziana, alle riflessioni buddhiste al vitalismo del super-uomo fino al negativismo di Cioran e al suicidio della ragione, il percorso mnemonico e culturale di Caitlin Doughty è magnetico e scritto con una leggerezza senza pari. Di questa autrice esigo un romanzo, un saggio, una serie TV. Qualsiasi cosa! Fumo negli occhi è una lettura esplosiva che soddisfa l'apparato cerebrale e l'animo. Assolutamente unico.

fumo negli occhi
Foto di Skitterphoto

Gilda Zazzera Porto Marghera

'Strade di Porto Marghera': un viaggio nella storia del porto di Venezia

La storia di Porto Marghera attraverso le voci di chi la vive oggi: ex operai, lavoratori portuali e turisti. Su Rai Radio3 dal 9 al 13 marzo

 ‘STRADE DI PORTO MARGHERA’

RICERCATRICE DI CA’ FOSCARI PRODUCE AUDIODOCUMENTARIO SULLA METAMORFOSI DEL PORTO INDUSTRIALE

Gilda Zazzara: “Lungo il cammino non ho incontrato solo fantasmi e nostalgia, non solo macerie e memorie. Ho incontrato lavoratori diversi, poco visibili, più soli”.

Gilda Zazzera Porto Marghera

VENEZIA – “Venezia non è solo una città d’arte. Venezia è anche il suo porto, Porto Marghera”. Inizia così l’audio documentario ‘Strade di Porto Marghera’, un viaggio in 5 puntate che la ricercatrice di Ca’ Foscari Gilda Zazzara ha realizzato per la trasmissione di Radio3 ‘Tre Soldi’ e che andrà in onda dal 9 al 13 marzo alle 19.50 (e poi scaricabile in podcast all’indirizzo https://www.raiplayradio.it).

Il progetto nasce dal lavoro di ricerca "Memorie e narrative della deindustrializzazione. Porto Marghera/Venezia (1965-2015)”, finanziato dall’ateneo, concepito nell’ambito del centenario della fondazione di Porto Marghera (1917-2017), che Zazzara, ricercatrice e docente di Storia del lavoro al dipartimento di Studi Umanistici, ha da poco terminato.

Durante un appassionato lavoro di studio e ricerca sul campo, Zazzara ha interrogato la città, i protagonisti e gli eredi di quella che è stata una delle zone industriali più grandi d’Europa: ex operai, pescatori, lavoratori portuali e turisti. Il risultato ci racconta la metamorfosi non solo economica, ma anche culturale, politica e sociale di Porto Marghera e ci offre una delle poche prospettive che si concentrano sui decenni più recenti del porto industriale veneziano.

Il viaggio sonoro – fatto di voci, musiche e poesia – si snoda attraverso cinque tra le principali strade dell’ex area industriale, dai nomi che parlano di sviluppo e modernità: Via delle Industrie, tra il grande cantiere navale in attività e relitti di vecchie fabbriche; via dell’Elettricità, dove la centrale abbandonata è circondata da aziende di logistica; via del Commercio, cuore pulsante della nuova portualità, via della Chimica, con impianti spenti e spazi vuoti ricoperti di vegetazione, e via Fratelli Bandiera, cerniera tra la zona industriale e il quartiere residenziale, simbolo dell’incontro/scontro tra fabbriche e città.

“Lungo il cammino non ho incontrato solo fantasmi e nostalgia, non solo macerie e memorie – racconta Zazzara. Ho incontrato lavoratori diversi, poco visibili, più soli. E persone che reinventano questo luogo, dando nuovi sensi e funzioni ai suoi spazi. In queste cinque camminate, che partono dal cantiere navale “resistente” nella parte di più vecchia industrializzazione e finiscono al confine tra la zona industriale-portuale e l’abitato, fino all’ultimo lembo di Porto Marghera da cui è possibile vedere lo skyline di Venezia, mi hanno accompagnata musiche nate tra questi incroci e la voce poetica di Antonella Barina. I suoi versi raccontano il senso di appartenenza a una comunità che ha pagato un prezzo altissimo allo sviluppo e il travaglio di riconciliarsi con il passato industriale, con “madre Marghera”.

Gilda Zazzera Porto Marghera

Testo e foto dall'Ufficio Comunicazione Università Ca' Foscari Venezia


Positano

L'otium a Positano, oggi come 2000 anni fa

Non ​c'è possibilità di essere contraddetti o smentiti, se affermiamo che esistono luoghi creati dalla Natura e sapientemente modellati dalla mano dell'uomo che appaiono come eterni contenitori di rinnovata bellezza.
Parliamo di Positano, autentica perla della Divina Costa d'Amalfi, e della Villa di epoca romana che dopo due distinte campagne di scavo qui condotte (2003/2006-2015/2016) ha svelato uno degli ambienti più raffinati che la caratterizzavano, cioè nel "triclinio", ossia la sala per pranzi e banchetti, affrescata da magnifiche pitture di IV stile pompeiano.
L'ambiente, scoperto a ben 11 metri di profondità, al di sotto della Chiesa di s. Maria Assunta, è oggi aperto e visitabile dal pubblico, essendo stato inaugurato il 18 Luglio del 2018, e costituisce un vero e proprio gioiello oltre che per la conoscenza della storia antica dei borghi costieri amalfitani, anche per la eccezionale conservazione delle pitture murarie e per alcune chicche qui rinvenute.
Tra queste, una gigantesca lucerna di ceramica invetriata decorata a doppio foro di accensione, i resti dei due battenti lignei di una porta che separava il triclinio da un ambiente ancora interrato. Particolarmente significativa è poi l'impressionante immagine (ancor più evidenziata dalla vivacità degli affreschi) dello spostamento, in seguito al parziale crollo della stessa, della parte superiore della muratura orientale della sala, che ha restituito uno sfasamento di ben 40 cm rispetto alla parte inferiore.
Altra interessante particolarità della villa è data dal suo essere posizionata su un piano immediatamente inferiore rispetto ad un ambiente ipogeo all'interno del quale, oltre ad essere ancora presenti numerose tracce della primitiva chiesa, venivano posizionati i cadaveri degli ecclesiastici e dei personaggi di condizione economica più agiata in appositi scolatoi in muratura rivestita di stucco bianco, secondo una pratica che ha consentito di recuperare ben 59 scolatoi. In particolare, i colatoi della cripta sono del XVIII secolo, mentre quelli della cripta inferiore risalgono al XVI secolo.
L'intero ambiente ipogeo di conseguenza è stato musealizzato ed al suo interno è stata esposta una serie di reperti provenienti dall'ambiente della villa, comprendenti vasellame bronzeo impiegato nella preparazione dei banchetti e nella cottura dei cibi, oltre a reperti di origine medievale e a una interessante serie di scheletri umani di epoca moderna, che evidenziano le particolari patologie ossee degli abitanti del luogo.
La rilevanza dei ritrovamenti, con la suggestiva collocazione ad una quota significativamente inferiore rispetto all'attuale piano di calpestio, ha evidenziato - una volta concluse le operazioni di scavo - la necessità di adottare le migliori tecniche di conservazione soprattutto delle pareti affrescate.
Positano
Risultato che si è ottenuto da un lato attraverso la realizzazione di percorsi aerei mediante passerelle e scale in vetro e acciaio corten, così da rendere accessibile e fruibile al pubblico l'ambiente ipogeo, e dall'altro con l'adozione di un sofisticato sistema di monitoraggio del microclima, per cui, attraverso la continua registrazione da remoto dei parametri, gli impianti assicurano automaticamente valori costanti.
Attualmente la fruizione degli ambienti descritti è assicurata quotidianamente attraverso l'attivazione del progetto MAR, acronimo di Museo Archeologico Romano, risultante dalla collaborazione fra la Soprintendenza ai Beni Archeologici di Salerno, il Comune di Positano e la Curia Vescovile.
​La Villa      
L'esistenza della villa di Positano era nota gia alla metà del '700, quando l'addetto agli scavi borbonici Karl Weber, descrisse (nel 1758) strutture con affreschi e mosaici, al di sotto della Chiesa madre e del campanile. Lo studioso Matteo Della Corte pensò di aver ritrovato la villa di Posides Claudi Caesaris, potente liberto dell'imperatore Claudio, dal quale deriverebbe lo stesso nome di Positano.
La struttura è databile alla fine del I secolo a. C. e doveva certamente essere in corso di restauro dopo il violentissimo terremoto che nel 62 d. C. coinvolse tutta la regione. Nel 79 d. C. l'eruzione del Vesuvio pose invece fine anche alla vita della villa di Positano, oltre che nei più noti centri di Pompei, Ercolano e Oplontis.
Della composizione artistica della zona del triclinio, unico ambiente posto in luce e visitabile attualmente, colpisce sicuramente la vivacità dei colori impiegati e la complessità delle scene raffigurate, che riflettono certamente il gusto e l'elevatissima condizione economica del proprietario.
Positano
Sulle pareti, ricoperte con motivi attribuiti alla pittura di IV stile pompeiano, sono visibili architetture a più piani; nella parte superiore la scenografia architettonica viene parzialmente celata da una tenda con mostri marini, delfini guizzanti e amorini in stucco.
Positano
La zona mediana è decorata da pannelli con sfondo monocromo ornati da eleganti ghirlande, mentre una serie di medaglioni conteneva ritratti e scene mitologiche, come la raffigurazione del centauro Chirone che impartisce lezioni al giovane Achille; ad arricchire l'insieme quadretti con nature morte e un paesaggio marino, con una baia attorniata da edifici porticati e da scogli.
Positano
Tutte le foto sono di Camillo Sorrentino, Itinerando

Teatro San Ferdinando Totò

Il Teatro San Ferdinando tra Napoli, Eduardo e la Leggenda

Il Teatro San Ferdinando tra Napoli, Eduardo e la Leggenda

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Teatro San FerdinandoIn genere le frontiere sono posti fortemente contraddittori che assorbono in sé elementi di ciascuno dei mondi a cui fanno da confine: Piazza Eduardo De Filippo è a tutti gli effetti una frontiera tra la Napoli turistica del Duomo e dei Decumani e quella verace del Rione Sanità; eppure la sensazione che si prova arrivandoci è quella di entrare in una zona franca dove le diverse confusioni che imperversano da un lato e dall'altro della trincea si annullano a vicenda. Nell'esedra della piazza, come vuole un abusato luogo comune, il tempo pare essersi fermato: il rumore del traffico è attenuato, lontano, sostituito dal tintinnio di cucchiaini e tazzine del vicino caffè, dall'esultanza dei bambini che giocano a calcio inneggiando a Maradona, che probabilmente nemmeno avranno mai visto in campo se non su YouTube, ma che a Napoli è invocato più di san Gennaro. A bambini come questi si rivolgeva Eduardo quando, nel 1947, in una splendida poesia li invitava a prestare attenzione a non distruggere con le pallonate i lampioni del Teatro San Ferdinando, all'epoca appena riaperto.

Eccolo qui, il San Ferdinando: inglobato in una palazzina moderna, con la sua semplice facciata che dà sulla Piazza, ha ben poco di sfarzoso e quasi nulla che tradisca la sua secolare età e le numerose volte che è stato distrutto e ricostruito.

“Il Teatro nasce intorno al 1790 per volontà di Ferdinando IV di Borbone” spiega Andrea, giovanissimo cicerone volontario per Open House Napoli: secondo le leggende, la vera intenzione del sovrano (quarto Re di Napoli e primo delle Due Sicilie) era costruire un luogo deputato a ospitare una figlia malata o a incontrare le sue numerose amanti; quest'ultima versione è stata immortalata nel film del 1959 Ferdinando I Re di Napoli, interpretato dai fratelli Titina, Peppino ed Eduardo De Filippo: una singolare coincidenza che si rivela solo uno dei molti legami tra la storia del Teatro alla celebre famiglia di attori. In effetti, dopo essere stato quasi distrutto durante un bombardamento nel 1943, il San Ferdinando fu fatto ricostruire dallo stesso Eduardo De Filippo: sotto la sua direzione esso visse splendide stagioni che lo portarono ben presto a godere di un ritrovato prestigio. Caduto nuovamente in disuso dopo la morte dell'attore, fu donato al Comune di Napoli dal figlio Luca; restaurato e riaperto nel 2007, il Teatro San Ferdinando è oggi tornato a essere il tempio della commedia partenopea, onore ben esplicitato nelle formelle sugli antiporta che separano l'ingresso dal foyer, sulle quali sono raffigurati i tre numi tutelari del Teatro: un'allegoria della Commedia, la sirena Partenope e lo stesso Eduardo, ritratto in uno stile che ricorda gli ex-voto in una scena del suo atto unico Sik-Sik, l'artefice magico.

Teatro San Ferdinando“Eduardo aveva fatto riaprire il San Ferdinando con l'intenzione di donarlo al popolo di Napoli” spiega Andrea, “per questo previde diverse fasce di prezzo per i biglietti, la più economica delle quali era accessibile anche ai meno abbienti”. Dettaglio non da poco: negli anni '40 del Novecento la stratificazione sociale era ancora ben tangibile e si rifletteva anche nella vita mondana; era normale, ad esempio, che il foyer di un teatro si articolasse in più livelli, in modo che nobili e borghesi potessero occupare i piani superiori per rimanere ben separati dai ceti più bassi. Al San Ferdinando i due livelli sono invece connessi tra loro da un'elegante scalinata a tenaglia, quasi un abbraccio che permette a ciascun mondo di invadere pacificamente l'altro.

Eduardo De FilippoNelle teche in passato utilizzate per pubblicità e propaganda oggi trovano collocazione cimeli dei grandi attori che hanno calcato il palco del San Ferdinando: difficile descrivere il batticuore che si prova nel trovarsi di fronte agli abiti di scena di Eduardo e Peppino De Filippo, al bustino indossato da Pupella Maggio nella celebre messa in scena televisiva di Natale in Casa Cupiello registrata proprio in questo teatro; ancora, ecco il frac di Eduardo Scarpetta, padre dei fratelli De Filippo nonché pioniere del dramma partenopeo; i baffi finti di Nino Taranto, gli abiti indossati da Peppe e Concetta Barra nella scena della 'sciantosa' in Signori, io sono il comico, un Pulcinella in marmi policromi realizzato da Titina De Filippo la quale negli ultimi anni della sua vita lasciò la recitazione per dedicarsi all'arte. Non mancano poi foto e abiti di scena di attori attivi anche ai nostri giorni che qui hanno fatto gavetta, come Toni Servillo, Vincenzo Salemme, Lina Sastri e Isa Danieli, a testimonianza di quanto il San Ferdinando sia stato importante per la loro carriera spesso sfociata nella cinematografia. A proposito di cinema, sembra strano che il cimelio più riconoscibile, l'iconica bombetta di Totò, occupi una teca più piccola in posizione arretrata: “Questa è una scelta intenzionale” ci dice la nostra guida “al San Ferdinando nessun attore è più importante degli altri”.

Teatro San Ferdinando TotòL'interno del Teatro riprende le linee curve e i colori tenui del foyer: i 500 posti di cui è capace si dividono tra platea, due ordini di palchi e un loggione. A differenza degli altri teatri, i palchi non sono numerati ma portano il nome di un attore napoletano del passato.

Sul palcoscenico, neanche a farlo apposta, è montata la scenografia de La grande magia, commedia di Eduardo in scena in questi giorni. Visto da qui il boccascena sembra enorme e maestoso; eppure, dice Andrea, non è affatto tra i più grandi di Napoli: “l'illusione ottica è data dalla vicinanza con la platea, anche questa voluta da Eduardo per ridurre la distanza tra attori e spettatori”; in effetti la buca per l'orchestra è ridotta al minimo indispensabile e sopra di essa corrono due scalette fisse che permettono agli attori di scendere agevolmente tra il pubblico.

Un'altra particolarità del palcoscenico è che sipario, graticcio e quinte sono manovrati mediante un sistema artigianale a corde e contrappesi, che negli altri teatri è quasi sempre sostituito da meccanismi automatizzati. Anche nel sottopalco l'immenso telaio dei montacarichi è quello originale in legno degli anni '40, in utilizzo ancora oggi dopo attento restauro. L'unica concessione alla modernità è stata la sostituzione del macchinario ad argano con un dispositivo automatico, necessaria per motivi pratici e di sicurezza: “Ma l'argano, la cui leva è visibile poco lontano, è ancora perfettamente funzionante!” assicura Andrea.

La giovane guida ci porta infine letteralmente “dietro le quinte”, in un labirinto di camerini e depositi dove è facile imbattersi in singolari elementi: bacheche con i turni per le prove sui quali gli attori sottoposti a orari stressanti hanno scritto i loro commenti sarcastici; costumi appesi agli stendiabiti o gettati alla rinfusa sulle sedie nel corridoio; una macchina del caffè appoggiata a una panchina per evitare ulteriori intralci. Viene da pensare che il caos pre-spettacolo sia esso stesso uno spettacolo con propri ritmi e immancabili rituali: si vedono, ad esempio, mucchietti di sale gettati in un angolo delle quinte dagli attori prima di entrare in scena. “Prima e durante uno spettacolo, molte cose possono andare storte” dice Andrea “per questo i riti scaramantici sono sempre osservati. E poi, ricordiamo che gran parte degli attori che recitano qui sono napoletani, abituati a temere e prevenire la malasciorta!”

Sarà forse questo il motivo per cui si è reso necessario sostituire la carta da parati nel camerino di Eduardo, adiacente all'ingresso del palcoscenico, tuttora in uso e in genere destinato al primo attore della compagnia di scena. La mobilia, lo specchio dove si truccava, perfino i sanitari nel bagno: tutto è stato lasciato intatto tranne, appunto, la tappezzeria, sostituita con una carta identica nella decorazione ma con colori più chiari. Pare che gli attori venissero colti da uno strano disagio nel guardare quella originale: se ciò sia dovuto a una maledizione o all'emozione di occupare lo stesso camerino di una leggenda del teatro, non è dato sapere. Al suo ingresso è di solito esposto un baule pieno dei costumi dismessi del grande attore: esso si trova temporaneamente a Castel dell'Ovo, esposto in una bellissima mostra dedicata ai De Filippo che avrebbe dovuto chiudere i battenti a marzo 2019 ma che è stata prorogata diverse volte fino a oggi, a testimonianza dell'affetto che i napoletani nutrono ancora oggi per questa famiglia che ha fatto grande il teatro partenopeo.

Affetto che oggi sembra non venire meno: Andrea e le sue due compagne d'avventura di stanza presso l'ingresso del Teatro ci dicono che le visite promosse da Open House sono state più che gradite dal pubblico, che nell'aggirarsi per il San Ferdinando si è commosso, ha sognato e rievocato la magia di un tempo lontano; tuttavia, le nostre impeccabili guide non nascondono una punta d'amarezza.

“Abbiamo avuto moltissime prenotazioni” dichiarano “ma anche tante defezioni, soprattutto nei turni mattutini. Alla visita delle 10 di domenica, delle venti persone che attendevamo se ne sono presentate solo quattro. Sembra quasi che i napoletani non vogliano interessarsi a questo Teatro, che per sua stessa concezione è il 'loro' Teatro...”

La smentita a questa constatazione, ci auguriamo, viene da una coppia che, al termine della visita, fa incetta di materiale informativo sulla stagione del San Ferdinando, promossa dal Teatro Stabile di Napoli: “Non sapevamo nemmeno che ce ne fosse una” dicono “ma grazie a questa visita adesso non vediamo l'ora di venire a vedere uno spettacolo!”

Spettacolo che, dopo questo splendido viaggio attraverso il San Ferdinando e la sua leggenda strettamente annodata alla storia della sua città, avrà di sicuro un gusto più intenso.

Foto di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo


Santa Maria de Olearia in Maiori

L'Abbazia Benedettina di Santa Maria de Olearia in Maiori

Può esistere un gioiello contenuto in un altro gioiello?
In Costiera Amalfitana tutto può succedere, e infatti succede anche questo; cioè lo scoprire, all'interno di una altissima parete rocciosa che sembra ergersi quasi a picco sul mare, l'esistenza di un antichissimo cenobio datato al X secolo ed in seguito rimaneggiato tra il XIII ed il XV secolo.
In età medievale Maiori era infatti una delle maggiori sedi ecclesiastiche del ducato amalfitano, soprattutto grazie alle numerose presenze sul suo territorio di centri monastici, concentrati nella maggior parte dei casi nella contrada del Monte Falerzio.
Santa Maria de Olearia in Maiori
Qui infatti operavano e coesistevano le due maggiori concezioni monastiche del mondo cristiano, quella occidentale e quella orientale, rappresentate rispettivamente dal monachesimo antico e da quello riformato; benedettini, basiliani, cluniacensi, cistercensi e camaldolesi popolavano con i loro cenobi il territorio di Maiori e le scoscese pendici del Monte Falerzio.
Il complesso abbaziale di Santa Maria de Olearia, composto di tre piccole chiese sovrapposte e variamente affrescate, sorse come eremo tra il 973 ed il 987 ad opera dell'anacoreta Pietro e del nipote Giovanni, fu protocenobio benedettino e poi Badia, chiamata "de Olearia" per la presenza delle numerose piante d'ulivo che la circondavano.
Santa Maria de Olearia in Maiori
L'ultimo abate morì nel 1509, dopodiché l'Abbazia venne abbandonata.
Nella parte monumentale superstite si ritrovano affreschi attribuiti a Leone Amalfitano, monaco benedettino vissuto nell'XI secolo, al quale va riconosciuto il merito di aver aperto l'illustre schiera di grandi artisti italiani che furono al tempo stesso pittori, architetti, scultori ed intagliatori.
Nel primo livello del complesso, quello destinato a catacombe, sono state rinvenute altre pitture, risalenti al VII e all'VIII secolo, di pregevole fattura e grande interesse storico-artistico.
Il secondo livello invece è costituito dalla cappella principale, che si affaccia su un ampia terrazza e presenta affreschi di epoca più tarda, risalenti al XIV secolo, tra cui spiccano scene tratte da storie dell'Annunciazione, della Visitazione, con una splendida Natività nella lunetta centrale.
Santa Maria de Olearia in Maiori
Il terzo livello, quello più suggestivo, è costituito da una piccola cappella, con volte a botte e abside rivolta a nord, la quale è affrescata con scene della vita di San Nicola, il cui culto si diffuse in Occidente a partire dal VII secolo.
L'Abbazia di Santa Maria de Olearia si trova lungo la Strada Statale Amalfitana, al km. 43, poco prima di arrivare a Maiori per chi proviene da Salerno.
Resta aperta ogni mercoledì e sabato dalle ore 15.30 alle ore 18.30 ed ogni domenica dalle ore 10.00 alle ore 13.00.
Santa Maria de Olearia in Maiori
Tutte le foto sono di Camillo Sorrentino, Itinerando.

metro Open House Napoli

Un giro in metro con Open House Napoli

Un giro in metro con Open House Napoli: alla scoperta delle periferie

Se vogliamo paragonare la vita a qualcosa, dobbiamo paragonarla a un volo attraverso la metropolitana lanciata a ottanta chilometri all’ora… per approdare all’altra estremità senza più una sola forcina nei capelli! Sparati ai piedi di Dio completamente nudi! Capitombolati a testa in giù sui prati di asfodeli come pacchetti avvolti in carta marrone, incanalati lungo lo scivolo di un ufficio postale! Con i capelli che volano indietro come la coda di un cavallo da corsa. 

(Virginia Woolf, Il segno sul muro, 1917)

In una città proteiforme e unica come Napoli la vita scorre veloce tra i sedimenti della sua storia millenaria; spesso scorre velocissima come una sorgente e poi, d’improvviso, si cheta, e come l’acqua del temporale te ‘nfonne e va.

Ll’acqua fragne ‘nterr’â rena/saglie, sciùlia e se ne va…, recita la Campagnata Napulitana di Ernesto Murolo ma nel 1919, quando la scrisse, non c’era ancora la metropolitana a Napoli a toglierci le forcine dai capelli, come dice la Woolf, e a spararci da un capo all’altro della città alla ricerca di una Nénna, né’.

A Napoli devono aver pensato, allora, che sottrarre la vista e il profumo del mare agli sventurati passeggeri della metro sotterranea dovesse essere in qualche modo compensato e così hanno chiamato gli artisti più creativi dell’arte contemporanea a trasformare le stazioni in scatole di emozioni, luoghi della follia di Muse. Tutti noi conosciamo quelle più celebri e riuscite come Museo, Toledo, Garibaldi, ma, se proseguiamo per i moderni cunicoli borbonici, anziché trovarci tra le domus di Pompei ed Ercolano usciamo a riveder le stelle a Piscinola, Miano o Scampia.

Proprio nelle periferie sono riposte le energie più vitali della Napoli di oggi - come peraltro avviene anche in molte altre città - e qui le azioni della rigenerazione urbana sono più forti perché più convinte e sentite dagli abitanti. Qui, Open House Napoli ci offre l’occasione, il 26 e 27 ottobre, di scoprire luoghi inediti e ricchissimi di un’energia inedita e, finalmente, emersa alla luce del sole.

metro Open House NapoliSul sito di Open House Napoli www.openhousenapoli.org sono indicati gli orari, l’accessibilità, la possibilità di portare gli amici animali, l’eventuale necessità di prenotazione, di 100 luoghi unici dove troverete oltre 400 volontari a guidarvi alla loro scoperta. Ma adesso, siamo al termine della linea 1 della metro e siamo pronti per scoprire come la rigenerazione urbana veda l’arte e l’architettura tra i protagonisti di una società che si rinnova e che, anziché degrado, produce qualità urbana; proprio come quella che scoprirete alla Stazione Metro ANM Piscinola.

Dal 2013 la stazione Piscinola della Metropolitana Linea 1 di ANM - Azienda Napoletana Mobilità è dedicata a Felice Pignataro, maestro muralista e fondatore del GRIDAS di Scampìa. FELImetrò è infatti il nome dell’intervento artistico diffuso negli spazi della stazione ed è composto da dodici grandi pannelli fotografici, dall’atrio della stazione ai corridoi, fino alle scale mobili che conducono in banchina.


A raccontare il progetto artistico e la sua fusione con l’infrastruttura e il territorio sarà presente una guida d’eccezione: la moglie di Felice, Mirella La Magna Pignataro, che racconterà dell’impegno civile e culturale dell’artista scomparso e mai dimenticato, attraverso i suoi murales e le fotografie dei momenti del carnevale del GRIDAS di Scampia riprodotti nelle gigantografie che compongono la grande installazione FELImetrò.

Qui, allora, capiamo come l’architettura della stazione sia fatta, è vero, di matericità, ma anche dell’arte di un grande maestro contemporaneo nonché dalle idee, dalle istanze civili, dalla voglia di riscatto e rinascita portata avanti dal GRIDAS e dagli abitanti del quartiere.

Il GRIDAS, gruppo risveglio dal sonno (qui il riferimento è alla frase di una delle incisioni della "Quinta del sordo" di Francisco Goya: "el sueño de la razon produce monstros"), è un’associazione culturale senza scopi di lucro fondata nel 1981 da Felice Pignataro, Mirella La Magna, Franco Vicario e altre persone riunite dall’intento comune di mettere le proprie capacità artistiche e culturali al servizio del prossimo per un risveglio delle coscienze assopite e per stimolare una partecipazione attiva alla società.

L'opera del GRIDAS si è caratterizzata, in oltre 30 anni, soprattutto con i murales realizzati da Felice Pignataro con gli altri membri del gruppo e con le scuole o i soggetti attivi che si sono rivolti all'associazione per avere un supporto "visibile" alle proprie battaglie sul territorio del napoletano e non solo. Dal 1983 organizza il Carnevale di quartiere a Scampìa con la finalità di dare un supporto creativo e culturale a tutte le realtà in lotta per il rispetto dei diritti dei più deboli (http://www.felicepignataro.org/home.php?mod=gridas).

Info visita:

Via Miano a Piscinola, 8, 80145 Napoli NA

Sabato 10:00 > 11:00

Durata: 60 minuti

Numero di persone per visita: 30
Accessibilità disabili: parziale
Bambini: si
Animali: si
L’ingresso è su prenotazione

https://www.openhousenapoli.org/location/location.php?l=54

metro Open House NapoliDa Piscinola a Scampia sono pochi passi e qui Open House Napoli ha organizzato un’altra visita che, gratuitamente, permette di scoprire realtà che anni addietro spaventavano e che oggi, grazie alla riqualificazione urbana in corso e grazie anche ad opere strategiche come le stazioni della metropolitana, generano la vita di Napoli, dei suoi centri e delle sue periferie. Raggiungiamo, allora, la Stazione Metro Scampìa.

Il nodo trasportistico Piscinola-Scampia è, infatti, la rappresentazione materiale del progetto di riqualificazione attivato dalla Regione Campania attraverso l’EAV - Ente Autonomo Volturno. È un modello di sviluppo territoriale delle periferie che, attraverso arte, luci, colori ed ecologia contribuisce ad attivare processi di inclusione sociale, rigenerazione urbana, innovazione culturale.


L’opera che visitiamo si compone di un nuovo edificio di collegamento tra il quartiere di Scampìa e le stazioni EAV e ANM - Azienda Napoletana Mobilità che, posto ad una quota superiore nel quartiere di Piscinola, realizza l’integrazione tra la linea su ferro e quella su gomma. Ad accompagnare i visitatori, insieme ai volontari di Open House Napoli, saranno anche i cittadini del quartiere e le associazioni del territorio, insieme ai progettisti e ai curatori artistici della stazione per una visita davvero unica.

All’esterno della stazione, all’imbocco di via Piero Gobetti sono i due straordinari murales dedicati a Pierpaolo Pasolini e Angela Davis realizzati dallo street-artist partenopeo Jorit (Jorit Agoch).

Come tutti i ritratti prodotti da Jorit, anche Pasolini e la Davis sono marchiati con strisce rosse sulle guance che, come dice lui stesso: “richiamano i rituali africani, in particolare la procedura della scarnificazione, cerimonia che segna il passaggio dall’infanzia all’età adulta ed è legata al momento simbolico dell’entrata dell’individuo nella tribù”. Il volto, allora, diventa uno strumento per narrare la storia dell’umanità intera, l’espressione della nobiltà d’animo che sconfigge i soprusi della vita: “Non possiamo illuderci che l’arte cambi il mondo, che sia la soluzione ai problemi. Ma la street art è un mezzo per migliorare l’aspetto delle periferie. E per sostenerne il recupero sociale”. Osservate bene i ritratti perché, molto da vicino, potrete scorgere le cripto-scritte che l’artista ha nascosto tra i colpi di bomboletta carpendole dalle voci delle persone che passavano di lì mentre realizzava i murales…

Info visita:

Via Oliviero Zuccarini, 125, 80145 Napoli NA

Sabato 10:30 > 11:30 | 11:30 > 12:30 | 15:30 > 16:30 | 16:30 > 17:30 |

Domenica 10:30 > 11:30 | 11:30 > 12:30 | 15:30 > 16:30 | 16:30 > 17:30

Durata: 60 minuti

Numero di persone per visita: 20
Accessibilità disabili: si
Bambini: a partire dai 6 anni
Animali: si
L’ingresso è su prenotazione

https://www.openhousenapoli.org/location/location.php?l=55

metro Open House NapoliDalla stazione di Scampìa, attratti dai murales di Jorit, potremmo proseguire su via Gobetti e andare alla nuova Facoltà di Infermieristica disegnata da Vittorio Gregotti, altro pezzo forte delle scoperte di Open House Napoli, ma, visto che seguiamo il fiume carsico delle metropolitane, preferirei fare un salto al cantiere della Stazione Miano, non molto distante.

Quello della stazione di Miano è uno dei cantieri in avanzato stato realizzativo, inserito nell’ambito dei lavori per il completamento della chiusura dell’anello della linea 1 della Metropolitana di Napoli, che prevede altre tre stazioni: Secondigliano, Di Vittorio e Regina Margherita. Il completamento del progetto realizzerà un’unica linea circolare senza soluzione di continuità Piscinola-Dante-Capodichino-Piscinola, inserendo l’aeroporto nel sistema di linee urbane ed extraurbane su ferro, ed eliminando la “rottura di carico” a Piscinola tra il sistema extraurbano (Aversa-Piscinola) e il sistema urbano (linea 1 della Metropolitana di Napoli). Questo è uno dei due cantieri aperti da EAV - Ente Autonomo Volturno per Open House Napoli (l’altro è Monte Sant’Angelo), per far conoscere e toccare con mano la città in divenire.

Dobbiamo aspettare ancora un po’ di tempo, ma tra poco, da Miano potremo tornare alla nostra base con la metro, rivedere il mare e… ritrovare la nostra Nénna, né’.

Info visita:

Via Miano, 212, 80145 Napoli NA
Sabato 10:30 > 11:30 | 11:30 > 12:30

Durata: 60 minuti

Numero di persone per visita: 10
Accessibilità disabili: no
Bambini: a partire dai 13 anni
Animali: no
L’ingresso è su prenotazione

https://www.openhousenapoli.org/location/location.php?l=53


La Napoli contemporanea e uno sguardo al futuro con i percorsi Open House

"La bellezza è una promessa di felicità e Napoli è pronta per questa nuova speranza".
Con questa incoraggiante affermazione, il critico d'arte napoletano Achille Bonito Oliva sintetizzava la personale soddisfazione nel commentare l'inaspettato successo riscontrato nella "sua" città, per la mostra dedicata ad Andy Warhol nell'ormai lontano 2014 al Palazzo delle Arti (PAN).
Tra il genio della Pop Art e la città partenopea del resto c'è sempre stato un feeling particolare, evidenziato dal fatto che lo stesso Warhol scelse Napoli in più occasioni, per trarre ispirazione nella realizzazione delle proprie opere d'arte. E del resto la città - sia per ricambiare la fiducia riposta, sia perchè ammirata, stuzzicata dalla evidente impronta classicista con cui l'artista americano ha sempre voluto caratterizzare i suoi lavori - ha sempre accolto e tuttora accoglie con grande entusiasmo e partecipazione la realizzazione di mostre a lui dedicate in città, non ultima quella da poco inaugurata (26 settembre scorso) presso il complesso della Basilica della Pietrasanta.
Con questo essenziale preambolo, quindi, rincuorati dalla sempre crescente attenzione mostrata negli ultimi anni dai napoletani verso le diverse forme di arte contemporanea, ci apprestiamo, grazie soprattutto alle possibilità incredibili che ci vengono offerte dalla due giorni dell'evento Open House Napoli che caratterizzerà il weekend nei giorni 26 e 27 ottobre, a farvi vivere, attraverso un itinerario tematico appositamente creato, un viaggio nuovo, stimolante e ricco di sorprese in una Napoli insolita, non stereotipata. Una Napoli contemporanea, una città in perenne lotta fra le sue tante contraddizioni, ma che sembra caratterizzata da uno spirito nuovo, un fermento culturale che pare voglia aprire le porte con entusiasmo alle migliori produzioni artistiche contemporanee.
Una Napoli insomma che non vuole crogiolarsi nel ricordo e attraverso le testimonianze anche materiali del suo glorioso passato sembra guadare con fiducia al futuro.
Nella creazione di questo itinerario, infine, abbiamo voluto selezionare i luoghi vestendo i panni del visitatore, il quale, uscendo (metaforicamente) fuori dalla propria casa per andare incontro a un qualcosa che forse per lui rappresenta ancora l'ignoto, vuole compiere la sua piccola rivoluzione rispetto alle consolidate abitudini compiendo un passo alla volta. Proprio in virtù di questo, inizieremo il nostro itinerario visitando la Dafna Home Gallery,una sorta di casa privata destinata a galleria d'arte, proseguiremo la visita ammirando lo Spazio Nea e termineremo visitando il MADRE, vero e proprio Tempio dell'Arte contemporanea partenopea.
 
La Napoli Contemporanea: Uno Sguardo Al Futuro
Dafna Home Gallery. Foto: Open House Napoli
 
1. La Dafna Home Gallery 
La Dafna Home Gallery è uno spazio espositivo dedicato all'arte contemporanea, inaugurato nel 2010 da Danilo Ambrosino e Anna Fresa nel settecentesco Palazzo dei Principi Albertini di Cimitile.
Nasce dalla volonta' di creare un ambiente informale nel quale il rapporto con le opere d'arte sia più accessibile e diretto, lontano cioè dalle asettiche atmosfere che caratterizzano alcune gallerie.
In questo luogo, una cui porzione costituisce anche la residenza di Danilo Ambrosino, lui stesso artista, le opere sembrano trovare una naturale ed ideale collocazione, favorita certamente dal rapporto dialettico con lo spazio abitato e con gli oggetti della vita quotidiana.
La Galleria, ristrutturata dall'architetto Anna Fresa, presenta due ambienti destinati alle esposizioni; sul lato occidentale si apre un'ampia vetrata che da sul terrazzo, dal quale si può ammirare sulla facciata il monumentale portale, sormontato dallo stemma dei Principi Albertini di Cimitile.
Il 23 Ottobre, quindi in prossimità dell'evento OpenHouse, la DAFNA aprirà la stagione con la mostra di Gloria Pastore, artista napoletana, i cui lavori sono presenti al Museo del Novecento a San Martino e in importanti istituzioni e collezioni pubbliche e private.
 
INFO UTILI
 
La Dafna Home Gallery si trova in via Santa Teresa degli Scalzi, 76 
L'Ingresso alla struttura è libero per ordine di arrivo
Durata della visita: 60 min.
apertura: Sabato 26/10 dalle ore 10.00 alle ore 19.00
Domenica 27/10 dalle ore 10.00 alle ore 19.00
Numero di persone per visita: 25
Accessibile per disabili e bambini
Non accessibile per animali
L'entrata è consentita fino ad un'ora prima dell'orario di chiusura indicato
Spazio Nea. Foto: Open House Napoli
 
2. Spazio Nea 
Spazio Nea, galleria di arte contemporanea nel centro storico di Napoli, è stata fondata da Luigi Solito nel 2011 con l'idea di superare le forme del mercato attuale, attraverso una crescita bilanciata tra nuovi collezionisti e figure professionali emergenti, per facilitare fruizione, conoscenza e sapere, puntando sulla qualità di artisti affermati nel panorama internazionale e giovani emergenti.
A pochi passi dalla galleria fondata nel distretto culturale che comprende l'Accademia delle Belle Arti, il MANN e il Conservatorio di San Pietro a Majella, Spazio NEA è inoltre uno spazio vivo dedicato alle forme di intrattenimento culturale, un hub dove si incontrano le professionalità che hanno creato NEA e il suo progetto culturale.
Comprende una galleria d'arte contemporanea, uno spazio eventi e un marchio editoriale nazionale, la iemme edizioni.
INFO UTILI
 
Lo Spazio NEA si trova in via S. Maria di Costantinopoli, 53
L'Ingresso alla struttura è libero per ordine di arrivo
Durata della visita: 45 min.
apertura: Sabato 26/10 dalle ore 10.30 alle ore 19.00
Domenica 27/10 dalle ore 10.30 alle ore 19.00
Numero di persone per visita: 30
Accessibile per disabili, bambini e animali
L'entrata è consentita fino ad un'ora prima dell'orario di chiusura indicato.
Museo MADRE. Foto: Open House Napoli
 
3. MADRE - Museo di Arte Contemporanea Donnaregina 
Il MADRE, acronimo di Museo di Arte Contemporanea Donnaregina, situato nel cuore antico di Napoli, nell'ottocentesco Palazzo Donnaregina, è affidato alla Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee.
Restaurato su progetto dell'architetto portoghese Alvaro Siza Vieira, con la collaborazione dello Studio DAZ-Dumontet Antonini Zaske architetti associati di Napoli, l'edificio è uno splendido esempio di stratificazione storica, tipica di tutto il centro antico di Napoli.
Dell'originario complesso conventuale rimangono oggi solo la Chiesa omonima, che si affaccia su Piazza Donnaregina, costruita in epoca barocca, e la chiesa trecentesca di Donnaregina "vecchia", in stile gotico, che ha ospitato mostre ed eventi speciali organizzati dal MADRE.
Nel 2005 il MADRE inaugura i suoi spazi con l'apertura degli allestimenti site-specific nelle sale del primo piano; tra il 2005 e il 2006 l'intero edificio è completato, con l'apertura al pubblico delle sale al secondo piano, che oggi accolgono oltre 300 opere artistiche contemporanee, e quelle del terzo piano, destinate alle esposizioni temporanee.
 
INFO UTILI  
Il Museo Madre si trova in via Luigi Settembrini,79 
L'Ingresso alla struttura è su prenotazione al sito www.openhousenapoli.org
Durata della visita: 60 min.
apertura: Sabato 26/10 dalle ore 10.30 alle ore 11.30 e dalle ore 12.00 alle ore 13.00
Domenica 27/10 dalle ore 10.30 alle ore 11.30 e dalle ore 12.00 alle ore 13.00
Numero di persone per visita: 25
Accessibilità parziale per disabili
Accessibile a bambini
Non accessibile ad animali.

Rione Sanità Open House Napoli

Per Open House Napoli un itinerario contro gli stereotipi del Rione Sanità

Open House Napoli è un evento organizzato dall’Associazione Culturale Openness, un gruppo che riunisce esperienze e competenze diverse allo scopo di costruire, sul territorio urbano, uno spazio aggregante di conoscenza, dialogo e progettualità attivo tutto l’anno.

Parte della rete internazionale Open House Worldwide, primo festival globale dell’architettura, fondato a Londra nel 1992 per coinvolgere i cittadini e far comprendere quanto una migliore progettazione degli spazi urbani influisca positivamente sulla qualità della vita, Open House è oggi un fenomeno in vertiginosa crescita che coinvolge ormai 46 città nei cinque continenti con oltre un milione di cittadini coinvolti in tutto il mondo. In Italia sono già tre le città che aderiscono al network di Open House: Roma, Milano e Torino. E da quest’anno, finalmente, Napoli, che il 26 e 27 ottobre aprirà le porte di cento dei suoi edifici storici e contemporanei, sedi istituzionali, uffici, spazi riqualificati, teatri, cantieri attivi, luoghi sacri, infrastrutture, spazi verdi, residenze private, factory creative, offrendo anche diversi eventi e percorsi negli svariati quartieri della città. Tra essi, per questo itinerario all’insegna della riqualificazione degli spazi urbani, in epoche diverse, vi propongo il Rione Sanità.

Nelle rappresentazioni dei media, solitamente, il Rione Sanità viene associato ad immagini di degrado urbano e sociale. La rappresentazione che ci viene offerta di luoghi o persone influenza profondamente il nostro modo di guardarle, soprattutto quando viene mostrata solo una delle molteplici sfaccettature che li compongono. E, parafrasando la scrittrice Chimamanda Ngozi Adichie, il problema di fornire questo tipo di rappresentazione è che genera degli stereotipi, dandoci una visione incompleta di luoghi e persone, che però diventa l’unica visione disponibile.

Ho scelto questi luoghi proprio per questo motivo. La creatività e la resilienza sono qualità indubbie del capoluogo campano, così come di altre città italiane, ma spesso non vengono messe in risalto; pertanto, l’idea di questo percorso nasce dall’esigenza di aggiungere un altro tassello alle immagini che spesso vengono associate al Rione Sanità, con la speranza di limare eventuali pregiudizi. Preparatevi a camminare, perché il tempo totale è di circa tre ore!

Sia sabato 26 che domenica 27, dalle 10 alle 11.30, sarà possibile partecipare ad un percorso che è stato intitolato ‘Luoghi comuni al Rione Sanità’, curato da Nicola Flora (DiARC – Dipartimenti di Architettura dell’Università di Napoli). L'appuntamento, per i visitatori che avranno precedentemente prenotato a partire da lunedì 14 ottobre, sarà alla Chiesa di Santa Maria della Sanità - Piazza Sanità 14.

Il percorso, della durata di 90 minuti e ad accessibilità parziale per i disabili, si concentra sui luoghi che, all’interno del Rione Sanità, sono stati oggetto di processi di riqualificazione partecipata secondo quanto indicato dal Regolamento "Adotta una strada", approvato nel 2015 dal Comune di Napoli, per favorire investimenti relativi alla progettazione partecipata e la cura degli spazi urbani. L’intervento ha visto la collaborazione del gruppo di ricerca del DiARC e la Fondazione San Gennaro, coadiuvati dalla cooperativa Officina dei Talenti, che ha materialmente eseguito i lavori. Le tre aree sottoposte a riqualificazione sono Piazzetta San Severo a Capodimonte, Via Arena alla Sanità e Largo Vita, quest’ultimo individuato all’interno di un percorso commemorativo su Totò.

Con una breve camminata lungo la via Sanità, passando per via Santa Maria Antesaecula (al cui civico 110 si trova la casa Natale di Totò), si arriva a via Montesilvano n. 5, dove sarà possibile visitare un esempio virtuoso di riqualificazione di beni immobili confiscati alla criminalità. Anche in questo caso, l’accessibilità ai disabili sarà parziale (solo piano inferiore).

 

Recupero dal Basso

Rione Sanità Open House Napoli

Quella del basso di Via Montesilvano nella Sanità è uno degli esempi di come i beni immobili confiscati alla criminalità, adeguatamente recuperati, possano essere restituiti alla comunità e rinascere a nuova vita. Quando Opportunity Onlus lo ha preso in gestione, l’interno del basso era completamente distrutto: muri crollati, pavimenti e servizi divelti. Grazie anche ai fondi raccolti da una campagna crowdfunding di grande successo, che ha coinvolto gli stessi cittadini, l’Associazione ha ristrutturato completamente lo spazio adottando criteri di sostenibilità: adesso è un’agenzia di servizi gratuiti per il cittadino attraverso la quale volontari donano ogni giorno il loro tempo ai bambini del quartiere con corsi di teatro, corsi di favole, di lingue, di informatica e doposcuola, tutto a titolo gratuito.

Il sito sarà visitabile sabato 26 dalle 11 alle 18, e domenica 27 dalle 10 alle 14.

Una brevissima camminata verso la via Arena della Sanità vi porterà all’ultima tappa di questo itinerario: il Sito Archeologico Acquedotto Augusteo, purtroppo non accessibile ai disabili.

Scoperto nel 2011 nel piano interrato dello storico Palazzo Peschici Maresca, di proprietà dell’Arciconfraternita dei Pellegrini, il sito conserva alcuni resti dell'Acquedotto Augusteo, un'opera di ingegneria idraulica tra le più importanti dell'epoca romana. Costruito nel primo decennio d.C., si sviluppava lungo un percorso di oltre 100 km, dalle sorgenti del Serino fino alla grande cisterna di Miseno, la cosiddetta "Piscina Mirabilis". Lungo il suo percorso attraversava i più importanti centri urbani dell'epoca, tra cui Neapolis.

Nel corso dei secoli, i due ponti-canale rinvenuti, in tufo e laterizi, furono prima interrati a seguito dell’innalzamento del livello di calpestio, poi utilizzati nel Cinquecento come fondamenta per la costruzione del palazzo, quando la città si espandeva al di fuori delle mura. Gli spazi disegnati dai grandi archi, oggi nel sottosuolo, sono stati adibiti in tempi più recenti a cantina e deposito, rifugio durante le ultime guerre, poi trasformati in discarica e quindi abbandonati. Negli ultimi anni il sito è stato oggetto di un’importante azione di sgombro, ripulitura e messa in sicurezza, ad opera dell'Associazione Vergini Sanità, in collaborazione con la proprietà e con associazioni del territorio, per attività finalizzate alla conservazione, valorizzazione e fruizione.

Il sito sarà visitabile sabato 26 e domenica 27 dalle 10.30 alle 11.15 e dalle 12 alle 12.45.

Per maggiori informazioni, consultare il programma e prenotarvi, basterà visitare la sezione ‘Programma’ del sito www.openhousenapoli.org


Due passi a Napoli tra memoria, viaggio e conoscenza

Due passi a Napoli tra memoria, viaggio e conoscenza

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

«E chi lo sa! Chi lo sa come è Napoli veramente. Comunque io certe volte penso che anche se Napoli, quella che dico io, non esiste come città, esiste sicuramente come concetto, come aggettivo. E allora penso che Napoli è la città più Napoli che conosco e che dovunque sono andato nel mondo ho visto che c'era bisogno di un poco di Napoli.»

Le insuperabili parole di Luciano De Crescenzo in Così parlò Bellavista descrivono efficacemente Napoli nella veste di vero e proprio unicum nel mondo intero: non c'è altra città in cui nel corso dei millenni si siano sommati così tanti elementi, così tanti concetti talvolta in contraddizione tra loro che abbiano dato come risultato questo insieme armonico il quale, come tutti sanno, lo si vede una volta e poi si muore. Fortuna vuole che in questo caso il senso del proverbio sia tutt'altro che letterale: una ragione in più per evitare di trapassare è infatti poter tornarci tutte le volte che vogliamo per esplorare uno degli ingredienti di questo pastiche, al quale corrisponde un nuovo volto della città inaspettato e tutto da scoprire. Una vita sola non basta a scoprirli tutti, ma il 26 e 27 ottobre, grazie a Open House, avremo modo di fare due passi in luoghi dov'è possibile entrare in contatto con tre dei pilastri dell'identità di Napoli, città figlia della memoria, del viaggio e della conoscenza.

“Due passi” davvero letterali: i percorsi che abbiamo elaborato sono agili, adatti a chi vuole muoversi a piedi, senza lunghi e faticosi spostamenti, mossi esclusivamente dalla voglia di scoprire, riscoprire o anche essere contraddetti, requisiti fondamentali per godersi il meglio di Napoli.

A spasso nella memoria

Quanto a Napoli sia essenziale conservare e valorizzare la memoria lo si vede nelle strade, nei palazzi, nei volti e nei gesti dei napoletani: nulla del retaggio dei tempi antichi è andato perduto, tutto si è mescolato e stratificato in un immenso archivio vivente e pulsante. Nei luoghi che scopriremo la preservazione del ricordo è particolarmente evidente.

Partiamo dalla Chiesa di Santa Maria Donnaregina Vecchia, resa celebre da Matilde Serao che, nel suo Leggende Napoletane, ha tramandato la vicenda delle tre sorelle Romita, Regina e Albina le quali, sedotte dallo stesso uomo e impossibilitate a ferire le altre due, decisero di prendere i voti e investire la loro eredità nella fondazione di una chiesa per ciascuna. Dal secolo XIII a oggi, questo splendido edificio ha resistito alle devastazioni, all'incuria e al sopravanzare della città che ha tentato di fagocitarlo senza mai riuscirci. Donnaregina vecchia è il chiaro esempio di come la memoria, a Napoli, riesca sempre a sopravvivere, in questo caso nella forma di sfavillante monumento gotico.

Scendiamo lungo via Duomo e insinuiamoci in via San Biagio dei Librai, la rutilante Spaccanapoli dei turisti e dei presepi: qui, tra panni stesi e tristi negozietti di souvenir che hanno soppiantato quelli più tipici, si apre Palazzo Marigliano, dal 2016 sede della Soprintendenza Archivistica della Campania. L'importanza di questo luogo trascende la sua bellezza già di per sé notevole, visibile appena varcato l'uscio nelle sembianze di un'elegante scala a doppia tenaglia che scende nella corte. È qui, infatti, che ogni giorno i soprintendenti lavorano alacremente perché la memoria non vada perduta, è qui che si prendono provvedimenti di salvataggio per gli archivi di enti privati e famiglie: è necessario comprendere che queste operazioni, di vitale importanza, sono oggi messe in pericolo dal sentire comune che vede gli archivi come beni culturali di seconda scelta, nella migliore delle ipotesi. Delle soprintendenze archivistiche a malapena si conosce la definizione, non le si distingue dagli archivi propriamente detti e anche in un contesto del genere stupisce trovarne una come seconda tappa di un itinerario.

Ancora più sorprendente sarà dunque la visita all'Archivio Storico del Banco di Napoli, poco distante da Palazzo Marigliano, dov'è stata compiuta una coraggiosa operazione di valorizzazione con l'ausilio delle nuove tecnologie. In questo archivio non solo ci si perde tra i faldoni incolonnati, non solo si fruga tra carte polverose: è qui che è possibile vedere la storia di Napoli farsi corpo, percorso tangibile e fruibile anche da chi ritiene erroneamente che i documenti siano beni passivi, per cercare, tra le pieghe della Storia, la nostra identità comune.

In latino documentus e monumentus sono sinonimi: è arrivato il momento di comprendere quanto anche nella nostra lingua i due termini possano essere accostati; Napoli, col suo bisogno di salvare la memoria, può essere il punto di partenza per una nuova consapevolezza circa i beni archivistici.

Un viaggio nel Viaggio

Napoli non sarebbe Napoli senza i viaggi dei mille popoli che l'hanno fondata, colonizzata, dominata o scelta come casa; è una città di frontiera dove le frontiere sono in realtà molto labili, grazie anche alla capacità dei napoletani di portare con sé, al ritorno dalle loro traversate, di usi, costumi, sapori, culture diverse dalla propria. Eppure nell'ultimo secolo Napoli è diventata tristemente nota come una metropoli caotica, dentro, verso o al di fuori della quale è praticamente impossibile muoversi. Dopo molti anni di spostamenti difficili, però, i cittadini stanno finalmente riscoprendo la loro identità di viaggiatori, e la città si sta dotando di un sistema di trasporto all'avanguardia che consentirà di spostarsi agevolmente da una zona all'altra della città e anche nel suo hinterland. Open House rappresenta in questo senso una buona occasione per sbirciare dietro le quinte di questa trasformazione.

Il nostro viaggio nel viaggio parte quindi da Palazzo san Giacomo, sede del Municipio di Napoli: ammettiamo che sia banale e forse anche un po' enfatico iniziare il nostro percorso dal luogo da cui convergono le idee e si prendono le decisioni per rendere la città sempre più efficiente, ma in realtà il motivo per cui vi portiamo qui è un altro: nel visitare il Palazzo, guardate fuori dalle finestre, in direzione del Golfo, al di là della Fontana del Nettuno che finalmente ha trovato la collocazione definitiva dopo circa un secolo di peregrinazioni. A colpo d'occhio vedrete auto, mezzi pubblici, le navi del porto: è l'immagine di una Napoli sempre più efficiente e in linea con le esigenze di mobilità dei nostri tempi.

Castel Nuovo visto dall'alto. Foto di Little john

Scendiamo quindi in direzione della Stazione della Metropolitana “Municipio”, a ridosso della quale si apre il cantiere per l'ingrandimento della stessa. Da quanto quest'ultimo sia esteso e pulsante si può avere un'idea di come la nuova stazione sarà un fondamentale punto di snodo per Napoli; per il momento, tra le altre meraviglie dell'attuale stazione work in progress ma già molto interessante possiamo osservare come in essa siano stati efficacemente inglobati gli elementi architettonici del Maschio Angioino, altro monumento visitabile durante Open House.

Usciti dalla stazione possiamo dirigerci verso via Toledo, la strada dello shopping e della movida; saliamo nei pittoreschi Quartieri Spagnoli per trovare la Stazione di Montesanto Petru Birlanendau. In questo punto si incontrano Circumvesuviana, Circumflegrea e il sistema della Funicolare di Napoli; in pochi minuti, da qui è possibile raggiungere zone piuttosto lontane dentro e fuori la città. La zona in cui sorge corrisponde a molti degli stereotipi circa le vie cittadine, con la ragnatela di curve strette e salite ardite; la stazione, invece, ha subito un notevole restyling che ha coniugato armoniosamente le strutture originarie dei primi del '900 con la modernità di una stazione contemporanea.

Torniamo su via Toledo e prendiamo la Funicolare. Ora, già questo è di per sé un'avventura in grado di entusiasmare tutte le volte: approfittiamo di questo entusiasmo per godere appieno la bellezza della Stazione della Funicolare di Piazza Fuga. Possiamo lasciarci incantare dal sistema a cremagliera che fa salire e scendere le funicolari, straordinario nella sua semplicità; sembra quasi che esso abbia il potere di trasportare in un'altra città e in un altro tempo: la stazione, con le sue inferriate liberty e la struttura ottocentesca, ben si sposa all'atmosfera tranquilla e silenziosa che si respira sul Vomero. Da così in alto, il panorama sulla città è straordinario: Napoli è una promessa che sta lottando per essere mantenuta, e forse dopo questo giro siamo un po' più certi che ce la farà.

Le case della conoscenza

Si narra che la Sirena Partenope, prima di morire sull'isolotto di Megaride, abbia deposto un uovo (eh sì, le sirene classiche non erano pesci ma volatili!) in grado di sostenere da solo tutta la città, ma anche di assicurare a chi ne fosse in possesso un formidabile sapere in tutti i campi dello scibile umano. Troviamo il famigerato fondo di verità in questa leggenda nel renderci conto che Napoli, legittima proprietaria di quest'uovo, dall'antichità ai giorni nostri ha dato al mondo una quantità impressionante di menti geniali tra letterati, artisti, ingegneri, architetti e matematici. La conoscenza, qui a Napoli, ha sempre trovato casa in luoghi appositi dove era ed è tuttora possibile crearla, masticarla, rielaborarla, adoperarla: il nostro terzo e ultimo percorso ci porterà a scoprire alcuni di questi posti, che grazie a Open House sono resi fruibili, alcuni per la prima volta.

Il paradigma di questo itinerario è sicuramente il Cantiere del Braccio Nuovo del Museo Archeologico Nazionale: il MANN ha in progetto da circa un secolo questo ampliamento, il quale, a causa di una sequela di annosi tira e molla, è stato continuamente rimandato; oggi, finalmente, siamo alla vigilia della sua apertura e grazie a Open House potremo avere l'imperdibile occasione di vederlo in anteprima. Avremo così modo di scoprire come questo museo, il primo nel mondo di pubblica fruizione, si stia evolvendo in maniera rapida e funzionale, procedendo a grandi passi verso il posto che gli spetta tra i principali musei del mondo.

Dal Museo muoviamo verso il Convitto Vittorio Emanuele II, che con la sua esedra fa da quinta scenografica alla celebre Piazza Dante. Molte sono le vicende che, dall'alto Medioevo a oggi, hanno visto questo edificio trasformarsi da luogo di culto a conservatorio musicale e infine a luogo d'accoglienza per migliaia di studenti che scelgono di effettuare il loro percorso di studi a Napoli; una storia millenaria che si riflette nelle forme del Convitto, nelle quali convivono armoniosamente stili e linguaggi diversi come quelli dei convittori che vi abitano.

Open House Napoli Basilica Complesso Spirito Santo
La Basilica dello Spirito Santo in via Toledo a Napoli. Foto di Giuseppe Guida, CC BY-SA 2.0

Da qui è facilissimo arrivare al Complesso dello Spirito Santo, sempre su via Toledo, efficace esempio di conversione di un edificio conventuale in luogo della conoscenza: qui oggi ha sede la Facoltà di Architettura dell'Università degli Studi Federico II di Napoli. Nell'ampio atrio che introduce all'edificio, prestate attenzione all'orologio che guarda all'ingresso: si tratta del primo orologio installato a Napoli, che ancora oggi funziona col meccanismo originale. Non è un caso che, in questo luogo dove antico e moderno si danno reciproco equilibrio, Open House abbia scelto di allestire la mostra Napoli e modernità: un rapporto complesso.

La nostra ultima tappa sarà il Palazzo delle Poste, che a prima vista sembrerebbe stonare con gli altri luoghi visitati perché non è un luogo della conoscenza, ma non è così. In effetti, in questo edificio le conoscenze nel campo di architettura e tecnologia, più che una casa trovano applicazione: nella sua architettura, nei sistemi adoperati per costruirlo e per gestire poste e telecomunicazioni furono adottati sistemi e linguaggi all'avanguardia, che lo rendono tuttora un grandioso esempio di come a Napoli la sapienza non sia mai fine a sé stessa.

Non è un caso, inoltre, che questa sia la tappa finale delle nostre visite napoletane: in questo compendio di conoscenza, memoria e viaggio, la sensazione è di aver scoperto solo alcuni degli infiniti volti di questa splendida città; e allora, come si faceva una volta, fermiamoci a mandare una cartolina per condividere questa scoperta con coloro a cui vogliamo bene, nella certezza di propiziarci un prossimo ritorno... magari per l'edizione 2020 di Open House.

Ove non indicato diversamente, le foto sono cortesemente fornite da Open House Napoli.