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Il più grande spettacolo del mondo, il romanzo di formazione di Don Robertson

Uscito per Nutrimenti, Il più grande spettacolo del mondo di Don Robertson è l'esempio perfetto del romanzo di formazione di derivazione nord americana, tant'è che è evidente da dove abbia tratto ispirazione Stephen King o il più recente talento letterario di Tiffany McDaniel. Nella curatissima traduzione di Nicola Manuppelli siamo partecipi delle microstorie della cittadina di Cleveland, Ohio, che si intersecano nel grande arazzo storico della seconda guerra mondiale, in quel 1943 che vede l'America protagonista di una riscossa bellica contro le potenze dell'Asse.

Don Robertson prende spunto dalle storie locali che nel tempo sembrano contornate da un alone mitico e scrive il suo romanzo ricalcando proprio quelle imprese epiche e buffe della periferia americana; siamo così al cospetto del serioso bambino di nove anni Morris Bird III, che fa di tutto per tenere saldo uno strambo legame di amicizia con Stanley Chaloupka. Proprio il trasferimento di quest'ultimo è il conflitto che mette in moto la macchina narrante di Robertson perché Morris Bird III si era ripromesso di essere per sempre amico di Stanley e nemmeno la distanza può essere d'intralcio.

Sono due bambini dal carattere e dal temperamento singolare, il goffo e fuori forma Stanley e l'insicuro e introverso Morris Bird III che tuttavia si spoglia delle sue ansie per intraprendere, come un vecchio eroe del Far West, la sua personale impresa spericolata che lo porterà a vivere mille avventure insieme al suo carretto rosso e la sorellina Sandra di sei anni.  Marinando la scuola e saltando la gita al Museo d'Arte di Cleveland, Morris Bird III abbandona la normalità per inseguire il sogno dell'amicizia soltanto con pochi soldi in tasca, una bussola giocattolo e un temperino.

Don Robertson grande spettacolo
La copertina (©Thurston Hopkins Stringer, Getty Images) del romanzo Il più grande spettacolo del mondo di Don Robertson, tradotto da Nicola Manuppelli e pubblicato da Nutrimenti (2020)

Mentre l'epopea dell'amicizia viene narrata, Don Robertson innesta nel romanzo un carosello di figure stralunate che vedono le loro esistenze travolte e distrutte dallo scoppio di un impianto di gas. Così la leggera storia di amicizia plasma fino ad assumere i contorni fumosi di un racconto catastrofico e magico dove una divina provvidenza mette al riparo i nostri protagonisti bambini.

La genialità di Robertson consiste nel narrare con lucidità entrambi gli scenari e di orchestrare con ritmo un ampio ventaglio di sentimenti, emozioni e colpi di scena.  Dialoghi costantemente calibrati per strappare il sorriso e per ritrarre un'atmosfera scanzonata e ingenua, come può essere la mente di un bambino: sono soltanto echi di una macro storia epica e meravigliosa, che nell'apocalisse dell'Ohio trova un barlume di genuina felicità.

L'innocenza dei personaggi di giovane età, che serve a rappresentare simbolicamente un'America attenta ai valori nazionali, viene spezzata dal disincanto e dal tetro pragmatismo dei personaggi adulti, che con i loro chiaroscuri tratteggiano la decadenza e il negativismo di quelle generazioni schiacciate tra le due guerre mondiali e il proibizionismo.  Un romanzo potente per cui dobbiamo ringraziare l'editore Nutrimenti per aver riconsegnato all'Italia un autore purtroppo dimenticato.

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Quando il cielo cadde: la strage di Rignano nelle opere di Lorenza Mazzetti

Quando il cielo cadde:

la strage di Rignano nelle opere di Lorenza Mazzetti

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Il Giorno della Memoria ha il triste compito di perpetuare negli anni il ricordo delle pagine più angosciose della storia umana: il fatto stesso che ciò sia necessario dovrebbe portarci quantomeno a riflettere sugli errori del passato, perché non si ripetano mai più. La maggior parte di noi associa questa giornata alle sconvolgenti immagini di Auschwitz e Theresienstadt, al rastrellamento dei ghetti, alla questione ebraica in generale; tuttavia è bene ricordare che questi terribili avvenimenti sono solo l'apice di un vortice di sangue e follia che trova la sua origine nella discriminazione sociale, e più in generale nell'irrazionalità dell'animo umano. Molti avvenimenti, come l'eccidio di Sant'Anna di Stazzema e la strage del Duomo di san Miniato, sono tuttora privi di spiegazione, se anche una spiegazione dovesse servire; altri sono invece stati praticamente dimenticati, e sopravvivono solo nella memoria e nelle parole di chi, suo malgrado, ha dovuto esserne testimone.

Nel suo trascorrere impietoso, il tempo ha spento molte di queste voci: tra le altre, abbiamo di recente perduto Lorenza Mazzetti, scomparsa il 4 gennaio 2020 all'età di 92 anni. Fine intellettuale dalla mente poliedrica, versata in molte arti quali la pittura e la cinematografia, la si ricorda soprattutto come autrice di una serie di libri che lei stessa definiva “una biografia a tappe”, i quali ripercorrono i suoi anni d'infanzia e adolescenza, imperniati attorno a un drammatico evento: lo sterminio della sua famiglia a opera della Wehrmacht.

L'alba nella campagna a Rignano sull'Arno. Foto di Anna Massini, CC BY-SA 4.0

La zia paterna di Lorenza Mazzetti, Cesarina, era sposata con Robert, cugino dello scienziato Albert Einstein, col quale condivideva il cognome e la nazionalità; fu a loro che il padre, rimasto vedovo, affidò Lorenza e la sua gemella Paola, poco più che bambine: le due furono accolte nella villa degli Einstein a Rignano sull'Arno, nelle campagne intorno a Firenze. Il 3 agosto del 1944, dopo mesi di intensa attività bellica nella zona, un plotone delle SS fece irruzione nella villa degli Einstein e fucilò Cesarina e le sue figlie, per poi dar fuoco alla villa. Il rapporto delle SS giustificava l'eccidio indicando le vittime come giudei, ma ciò non era vero: l'unico di religione ebraica era Robert, che al momento dell'assalto era già fuggito da diversi giorni; sua moglie e le figlie erano invece cristiane cattoliche. Con ogni probabilità l'eccidio doveva servire da avvertimento per Albert Einstein, colpevole di collaborazionismo con gli alleati: questo spiegherebbe perché fu sterminato solo il nucleo familiare a lui direttamente collegato, mentre altri membri della famiglia furono risparmiati. Per crudele ironia tra i superstiti ci fu lo stesso Robert, ma il dolore per la perdita della sua famiglia lo portò a togliersi la vita pochi mesi dopo.

Lorenza Mazzetti Rignano
Lorenza Mazzetti, testimone della strage di Rignano. Foto di Tommaso Guarducci, in pubblico dominio

Lorenza Mazzetti, che insieme a sua sorella Paola fu testimone diretta della strage, per molti anni tentò di soffocarne il tragico ricordo: dopo la Seconda Guerra Mondiale si trasferì in Inghilterra e si interessò alla cinematografia, diventando in breve tempo acclamata regista di cortometraggi. Sul finire degli anni '50 tornò in Italia per quello che credeva sarebbe stato un breve periodo di vacanza: invece la memoria di quanto accaduto a Rignano la travolse nuovamente, causandole una lunga crisi depressiva. Forse anche per esorcizzare i fantasmi del suo passato, ella decise di restare nel suo Paese e tradurre i propri ricordi in un'opera letteraria; decise tuttavia che, a fronte di una totale aderenza alla realtà dei fatti, in vista di un'eventuale pubblicazione avrebbe adottato uno stile parzialmente romanzato, cambiando inoltre tutti i nomi dei protagonisti: diede a sé stessa il nome Penny e Paola divenne Baby; zia Cesarina fu ribattezzata Katchen e Robert fu cambiato in Wilhelm, mantenendo però il cognome Einstein, quasi a voler rimarcare il vergognoso e arbitrario collegamento che aveva causato la strage.

Il risultato fu sorprendente: Il cielo cade, uscito nel 1961 per i tipi di Garzanti, presentava una prosa cruda, essenziale, perfettamente bilanciata tra le suggestioni dell'età infantile e gli orrori inspiegabili della guerra. A questo romanzo ne seguirono altri due, Con rabbia (1963) e Uccidi il padre e la madre (1969, noto anche col titolo Mi può prestare la sua pistola per favore?), nei quali la Mazzetti narrò gli anni successivi alla strage di Rignano, ponendo particolare accento su una domanda: come tramandare il ricordo di questo tremendo avvenimento? Questione non da poco, in effetti: ai tempi in cui lei scriveva l'eccidio era caduto in un silenzioso e imperdonabile oblio, dal quale sarebbe uscito solo in tempi recenti. In seguito alla scoperta dell'Armadio della Vergogna, avvenuta esattamente sessant'anni dopo la strage, è stato possibile fare un po' di luce su moventi e dinamiche; molte cose restano però da chiarire, come ad esempio i nomi degli esecutori materiali della fucilazione.

Fino all'ultimo giorno della sua vita, Lorenza Mazzetti non ha cessato di battersi perché la sua famiglia ottenesse giustizia: la sua voce non è rimasta inascoltata, visto che le sue opere godono tuttora di grande diffusione. Il cielo cade, attualmente ristampato da Sellerio, nel 2000 è diventato un film diretto dai fratelli Frazzi, con Isabella Rossellini nel ruolo di Katchen e Jeroen Krabb in quello di Wilhelm; gli altri due libri della trilogia sono invece stati ripubblicati dalla Nave di Teseo. In essi, Lorenza Mazzetti affronta tra l'altro tematiche molto forti come la rabbia di fronte alla propria impotenza, il desiderio di vendetta, la difficoltà nell'elaborazione di un lutto inspiegabile: tutte sensazioni che nel Giorno della Memoria (ma non solo) dovrebbero essere universalmente condivise. È il potere della letteratura che si fa veicolo di ricordo.

il cielo cade Lorenza Mazzetti
La strage di Rignano al centro del libro Il cielo cade di Lorenza Mazzetti, qui nell'edizione Sellerio (2002)

scritte truppe inglesi Salerno

Le tracce della storia: recuperate scritte parietali eseguite dalle truppe inglesi al Liceo "T. Tasso" di Salerno

Il Liceo Classico "T. Tasso", fondato nel 1811 da Gioacchino Murat nel soppresso Monastero della Maddalena, è il primo istituto laico di Salerno (e uno dei più antichi d'Italia). La sede di piazza San Francesco, nel rione Carmine - in pieno centro storico - è uno degli edifici sorti in epoca fascista (più precisamente nel 1925).

Il Liceo Classico "T. Tasso" di Salerno

Durante i lavori di ripristino delle facciate interne sono state recuperate alcune scritte parietali su intonaco, presenti sui prospetti interni del cortile, eseguite dalle truppe inglesi.
Si tratta di una straordinaria testimonianza dello sbarco degli Alleati a Salerno (la cosiddetta "operazione Avalanche"). Il 9 settembre 1943, nel corso della campagna d'Italia della seconda guerra mondiale, le truppe inglesi raggiunsero le coste del golfo della città, vista come trampolino di lancio per la conquista di Napoli e del suo porto.

Le scritte sono state restaurate sotto l'Alta Sorveglianza della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Salerno e Avellino (diretta dall'arch. Francesca Casule) a cura della Pieffe Restauri di Flora Pellegrino, con la direzione della dott.ssa Rosa Carafa, Capo Area del settore Storico Artistico della Soprintendenza.

L’intervento sulle facciate dell'Istituto, la cui spesa complessiva ammonta a € 300.000,00 è stato reso possibile grazie alla messa a disposizione da parte della Regione Campania delle economie dei mutui "Cassa Depositi e Prestiti" alla Provincia di Salerno.

I lavori, iniziati nel luglio dello scorso anno, erano stati sospesi a causa dell'Emergenza sanitaria Covid-19; sono ripresi regolarmente alla riapertura dei cantieri e volgono al termine, con previsione della fine dei lavori per il prossimo mese di settembre.

Il Direttore dei lavori è l'arch. Enrico Vallone dipendente del Settore Edilizia scolastica della Provincia di Salerno. L'impresa appaltatrice dei lavori è Riccio Costruzioni soc. coop. Quarto (NA).

scritte truppe inglesi Salerno
Da sinistra: un rappresentante della impresa appaltatrice dei lavori, la dott.ssa Flora Pellegrino (restauratrice) e la dott.ssa Rosa Carafa, Capo Area del settore Storico Artistico della Soprintendenza. Sullo sfondo, una delle scritte parietali lasciate dalle truppe inglesi a Salerno presso il Liceo Classico "T. Tasso"

 

Foto dall'Ufficio Stampa della Soprintendenza  ABAP di Salerno e Avellino sulle scritte parietali lasciate a Salerno dalle truppe inglesi presso il Liceo Classico "T. Tasso"


Chapelle Expiatoire Rivoluzione Francese Catacombe ossario

Una necropoli post-rivoluzionaria nel cuore di Parigi?

Gli storici e gli appassionati dell'orrore sanno che a Parigi c'è un luogo dove riposano, mescolati alle tante persone comuni morte per le più svariate causa, le ossa (o meglio, quel che ne rimane) delle vittime del Terrore. Questo luogo sono le Catacombe di Parigi. Ma una nuova scoperta, annunciata dal direttore della Chapelle Expiatoire, Aymeric Peniguet de Stoutz,  mette in dubbio quella che pareva una certezza granitica: nel monumento sarebbe stato trovato un ossario risalente alla Rivoluzione Francese. Siamo di fronte alla possibilità di ritrovare i corpi di Robespierre e Danton?

Le Catacombe

Le Catacombe di Parigi. Foto di Michael Reeve, CC BY-SA 3.0

La creazione di questo enorme deposito di ossa è stato creato in circa un secolo, sfruttando una parte del reticolato sotterraneo di preesistenti miniere. Lo scopo di queste catacombe, che in realtà presero questo nome soltanto dopo il loro completamento, fu soprattutto quello di liberare il suolo del centro città dai resti dei cimiteri. Già poco prima della Rivoluzione, le idee illuministe sull'igiene avevano portato alla chiusura del cimitero dei Saints-Innocents nelle Halles. La traslazione dei resti (sia quelli identificati che non identificati) continuò poi durante la rivoluzione e l'età napoleonica. In età huysmaniana, quando il volto di Parigi piano piano prendeva l'aspetto attuale, ricominciò la traslazione dei resti anche dai cimiteri delle zone toccate dalla nuova pianificazione della città. Alcuni di questi cimiteri, come quello appena nominato, erano stati usati durante la Rivoluzione per seppellire i giustiziati del Terrore. Fino ad ora, dunque, si è sempre dato per scontato che i resti delle grandi personalità della Rivoluzione fossero finiti confusi con tutte le altre ossa nelle Catacombe di Parigi.

 

La Chapelle expiatoire

Chapelle Expiatoire Rivoluzione Francese Catacombe ossario
Chapelle Expiatoire. Foto di Annick314, CC BY-SA 3.0

Nel 1814 Louis XVIII acquistò il terreno del cimitero della parrocchia della Madeleine, situato a lato dell'attuale rue d'Anjou. Questo cimitero fu utilizzato per seppellire alcune delle vittime illustri della ghigliottina, fra i quali Louis XVI e Marie-Antoinette e infatti l'interesse principale di Louis XVIII era proprio quello di ritrovare le salme del fratello e della cognata per permettere la loro traslazione nella Basilica di Saint-Denis, la necropoli reale che ospita le spoglie di (quasi) tutti i reali di Francia. Su questo luogo fu fatta edificare una cappella votiva, dal simbolico nome di Chapelle Expiatoire, in onore non solo della coppia reale, ma anche di coloro che furono giustiziati per avere difeso la monarchia (compreso Philippe Egalitè,  duca d'Orléans e cugino del re, perdonato post-mortem). Si pensava che, per costruire l'edificio, una volta riesumate le salme reali,  fosse stato bonificato dagli altri resti, trasportandoli nelle Catacombe.

La scoperta

Chapelle Expiatoire. Foto di Annick314, CC BY-SA 3.0

Qualche giorno fa il direttore della Chapelle Expiatoire, Aymeric Peniguet de Stoutz, ha annunciato la scoperta di un ossario, contenente i resti di 500 persone ghigliottinate tra il 21 gennaio 1793 (data dell'esecuzione di Louis XVI) e il 27 luglio 1794/9 Termidoro II (esecuzione dei Robespierristi). L'annuncio è avvenuto dopo la conclusione di una serie di indagini iniziate nel 2018. Una serie di saggi effettuati dall'archeologo Philippe Charlier con una telecamera hanno permesso di individuare dietro una parete del colonnato, che, secondo la pianta dell'edificio, non avrebbe dovuto nascondere nulla, quattro ossari di legno e cuoio, contenenti resti umani. Il confronto con fonti d'archivio ha permesso di ipotizzare l'attribuzione e la datazione dei resti. La cappella, dunque, non sarebbe soltanto un monumento in memoria di Louis XVI e Marie-Antoinette, ma anche una vera e propria necropoli della Rivoluzione. Si tratterebbe, quindi, di attribuire un nuovo significato all'intero monumento.

 

Alla ricerca dei corpi perduti

L'annuncio ha avuto un effetto mediatico dirompente, anche perché riaccende una curiosità antica: quella di ritrovare i corpi della rivoluzione, per farne sia oggetto di studio che di culto laico. I tentativi di riesumazione eseguiti nell'Ottocento, proprio a cominciare dai corpi dei reali, sono sempre stati complessi e dai risultati incerti. Gli stessi rivoluzionari, infatti, ebbero cura di seppellire i corpi delle grandi personalità in modo che le spoglie non diventassero oggetto di commemorazione o di vilipendio, seppellendoli nella calce viva (misura igienica oltre che ideologica), spogliandogli di abiti ed oggetti personali che potessero renderli riconoscibili e disponendoli nella medesima posizione (con la testa tra le gambe). Il ritrovamento della salma stessa di Louis XVI suscitò molti dubbi ed è ancora materia incerta.

Oltre il clamore mediatico, è il caso di agire con cautela e non fare ipotesi troppo azzardate.

Non bisogna necessariamente pensare a una sorta di necropoli della rivoluzione, quanto a un'operazione dettata più dal bisogno: quei corpi potrebbero essere stati semplicemente rimossi dal terreno del cimitero sul quale sorge la cappella. Può darsi, dunque, che tra quelle ossa ci siano anche quelle di alcuni dei condannati (anche se il cimitero era già in attività prima della Rivoluzione).

La finestra temporale indicata da de Stoutz, infatti, sembra oltremodo larga,  poiché il cimitero fu dismesso nella primavera del 1794, prima delle epurazioni di Germinale.

Il Palazzo delle Tuileries attorno al 1860. Fu distrutto nel 1883, in considerazione degli ingenti danni dovuti all'incendio del 1871, relativi ai fatti della Comune di Parigi. Foto di ignoto in pubblico dominio

Sembra improbabile che Louis XVIII abbia voluto traslare dagli altri cimiteri usati durante il Terrore (in particolare il cimitero degli Errancis, attuale rue Monceau, utilizzato tra la primavera e l'estate del 1794) i corpi dei regicidi per seppellirne le ossa proprio in un monumento dedicato alla coppia reale giustiziata; mentre quei resti, mescolati insieme ai morti comuni e ai morti dell'assalto alle Tuileries del 10 agosto 1792 (per esempio gli Svizzeri che difendevano il palazzo e che furono massacrati dalla folla), potrebbero appartenere, almeno nell'intenzione di chi la costruì, i giustiziati per le loro idee monarchiche o per aver in passato collaborato con la monarchia costituzionale, dai Girondini a Madame du Barry, passando per la celebre femminista Olympe de Gouges.

Speriamo che le nuove indagini, che dovrebbero essere svolte l'anno prossimo, riescano a fare chiarezza.

 


I "lazzari" e le tre giornate del 1799

Per decenni ce l’hanno descritta come un’occasione mancata, come il miraggio di una (fantomatica) libertà acquisita e persa in pochi mesi per la pseudo ignoranza e scelleratezza dei cosiddetti «lazzari», fedeli ad un Re tiranno e oscurantista.

Contributo fondamentale, nell’ottica di accrescere la rivoluzionaria mitopoietica partenopea del 1799, è stata dato finanche dalla letteratura, dal romanzo storico, col celebre Il resto di niente di Enzo Striano, giusto per citare un esempio.

Agli inizi del gennaio 1799, l’armata francese agli ordini del generale Championnet trova libera la strada per piombare su Napoli e defenestrare Re Ferdinando IV di Borbone. La notizia si diffonde in pochissimo. Il popolo, fedele alla Corona, comincia ad organizzarsi per opporre resistenza. I lazzari, al grido «Serra Serra!» chiamano a raccolta tutti quelli che hanno a cuore la difesa di Napoli e cominciano una strenua resistenza contro l’invasore nemico e i giacobini napoletani che avevano spalancato le porte all’esercito francese. Nella notte tra il 14 e 15 gennaio avviene la spontanea mobilitazione del popolo napoletano: ai lazzari, i cavatori di tufo della Sanità, gli ortolani e i fruttaioli del Mercato, i marinai e i pescatori di Santa Lucia, il più borbonico dei quartieri cittadini. Nella giornata del 15 la folla in tumulto, pur senza la guida di veri capi militari, occupa tutti i punti strategici di Napoli. S’impadronisce così delle porte e delle fortificazioni, issando il vessillo reale a castel Nuovo, castel Sant’Elmo, forte del Carmine, castello dell’Ovo. Poi disarma i 12.000 uomini della milizia civica, rifornendosi quindi di fucili, munizioni e perfino di cannoni. Infine dà l’assalto alle carceri, liberando 6.000 prigionieri, in gran parte ladri. Nella logica dei lazzari quest’ultimi meritano la libertà perché hanno rubato ai borghesi, che sono tutti traditori, prima verso il re ed ora verso la città.

Si crea un vero e proprio esercito di quarantamila uomini che giurano dinanzi alle sante reliquie di San Gennaro di morire in difesa della Patria. Simbolo della lotta sarà una bandiera nera con la scritta «Evviva il Santo Iannuario nostro generalissimo». L’esercito francese, dopo aver crudelmente raso al suolo Pomigliano D’Arco, dispone la sua armata su quattro colonne: è l’inizio della mattanza.

Dopo tre giorni di guerra feroce, in cui i lazzari riescono a tener testa a formidabili strateghi come il giovane Kellerman, il popolo napoletano deve temporaneamente arrendersi al nemico.

Il cardinale Fabrizio Ruffo. Immagine in pubblico dominio

La Repubblica Partenopea ha inizio, ma è destinata a frantumarsi pochi mesi dopo, grazie al Cardinale Ruffo e alla sua armata, inneggiando la celebre «Canto dei Sanfedisti», quale inno di ribellione e libertà.

lazzari 1799
Silvestro Bossi, Lazzari giocano a carte (1824), litografia acquarellata di Cucianiello. Immagine in pubblico dominio

 


Cesare Bazzani in mostra a Taranto

CESARE BAZZANI

IN MOSTRA A TARANTO

“CESARE BAZZANI, Progetti e opere nella Città dei Due Mari, TARANTO (1899 - 1938)”

 

 

CESARE BAZZANI
(foto Archivio degli Architetti, Ministero per i Beni Culturali)

 

In tutta Italia, Bazzani, architetto ed ingegnere civile, ha architettato.

Cesare Bazzani (5 marzo a Roma - ivi 30 marzo 1939), figlio di un professore di disegno architettonico e scenografo e della sorella del pittore Cesare Serafino, nel 1896 laureato in Architettura tecnica, l’attuale ingegneria civile, e accademico d’Italia, è stato uno degli architetti più prolifici del primo novecento, lo caratterizza, uno stile energico, maestoso, eclettico, e la non curanza di apportare modifiche ai Beni Culturali (come era costume nel periodo in  cui egli visse).

Bazzani crea palazzi del governo, palazzi delle poste, scuole, edifici civili, chiese, banche, sedi amministrative, case del fascio, case del mutilato, monumenti ai caduti, un teatro, una centrale idroelettrica, una caserma dei Carabinieri; in Roma, progetta i restauri di edifici medievali.

Roma, Firenze, Macerata, Terni, Taranto, Spoleto, Ascoli Piceno, Todi, Pisa, Bari, Sanremo, Nuoro, Predappio, Messina, Rieti, Assisi, Imperia, Foggia, Addis Abeba (dove realizza la cattedrale) sono solo alcuni dei luoghi toccati dal suo ingegno.

Nella città di Taranto, in particolare, manifesta il suo talento edificando il Palazzo delle Poste, il Palazzo casa del Fascio Ionico, il Palazzo della Banca, il monumento ai caduti, un villino (abbattuto negli anni ’50), e  la nuova facciata della chiesa del Carmine, ecco il perché della mostra:  “Cesare Bazzani: Progetti e opere nella Città dei Due Mari, Taranto (1899 - 1938)”, nella quale sono esposti i suoi progetti compiuti ed incompiuti.

La mostra è visitabile tutti i giorni nel Castello Aragonese di Taranto,  ripercorre la storia dell’architettura tra le due guerre mondiali e in particolare la storia della città dei due Mari.

 

(foto Giuseppe Di Cera)

 

 

(foto Giuseppe Di Cera)

 

(foto Giuseppe Di Cera)

 

(foto Giuseppe Di Cera)

 

 

(foto Giuseppe Di Cera)

 

(foto Giuseppe Di Cera)

 

Cesare Bazzani architettura Taranto
(foto Giuseppe Di Cera)

 

Cesare Bazzani architettura Taranto
(foto Giuseppe Di Cera)

 

Cesare Bazzani architettura Taranto
(foto Giuseppe Di Cera)

 

Cesare Bazzani architettura Taranto
(foto Giuseppe Di Cera)

Mostra: “Cesare Bazzani. Progetti e opere nella Città dei Due Mari, Taranto (1899 - 1938)”

DOVE: Taranto, Castello Aragonese, Galleria Meridionale.

QUANDO: 31 MARZO – 8 APRILE

ORARIO: 9-12:30 / 16-20

INGRESSO: gratuito

Info e visite guidate: +39 3405764781         [email protected]

 

 

 


I libri di Michel Vovelle che dovreste leggere

Michel Vovelle
Due libri di Michel Vovelle, La mentalità rivoluzionarie e I giacobini e il giacobinismo, nell'edizione italiana per i tipi Laterza.

Il 6 ottobre scorso si è spento Michel Vovelle, lo storico francese che ha saputo coniugare una rigorosa impostazione marxista allo studio della mentalità sociale e dell'ideologia. Ammetto che mi è scesa una lacrima, perché gli studi di Vovelle hanno acceso e alimentato la mia passione per la storia.

Michel Vovelle ha scritto tantissimo, ma non tutti i suoi testi hanno avuto uguale fortuna in Italia (molti a lungo non sono stati tradotti). Io ve ne voglio consigliare tre che non potete perdervi e che vi faranno innamorare del suo modo di fare storiografia.

 

La morte e l'Occidente

Questo è forse lo studio più famoso. È un'indagine accuratissima su come la percezione della morte, il rapporto con essa e dunque le ritualità sia cambiato in Europa dal Medioevo a oggi. Il libro combinadati statistici (ove disponibili), fonti storiche di vario genere, metodo antropologici e persino letterario per ricstruire come le persone abbiano affrontato il mistero della morte, quali spiegazioni abbiano dato, quali siano state le visioni oltremondane che hanno attraversato i secoli. Non soltanto, La morte e l'Occidente si occupa anche di riti e ritualità e indaga il rapporto, spesso complesso e contraddittorio tra rito (pubblico e privato) e sentimento di lutto.

Oltre a essere una lettura scorrevole, che di fatto attraverso il tema ripercorre la storia delle nostre radici culturali, il libro è interssantissimo dal punto di vista metodologico perché mostra come un sapiente approccio multidisciplinare potenzi la nostra conoscenza e come il rigore del materialismo storico dia forse i suoi risultati più strabilianti in combinazione con altre metodologie.

 

La mentalità rivoluzionaria

La mentalità rivoluzionaria è il saggio che consiglio sempre a chi si avvicini al periodo della Rivoluzione Francese, anche solo per vie traverse (per esempio a chi sia interessato al nostro Ugo Foscolo). Se si vuole davvero capire cosa sia stata la Rivoluzione Francese oltre la fattualità storica e come abbia cambiato per sempre la mentalità occidentale, bisogna leggere questo studio. La mentalità rivoluzionaria è stato il primo studio a rispondere alla domanda per nulla banale sulle motivazioni psicologico-antropologiche del processo rivoluzionario e sul suo effetto nel modificare le visioni del mondo preesistenti e nel crearne di completamente nuove.

Il saggio si articola in sei parti, che si occupano rispettivamente dei prodromi della Rivoluzione, della distruzione del mondo passato, della costruzione di un nuovo universo di valori e riferimenti e infine delle reazioni di rifiuto del cambiamento. Inutile dire che la parte più interessante è proprio quella centrale (parti terza, quarta e quinta), nelle quali si ricostruisce la complessità della costruzione sociale, teorica e pratica, dei rivoluzionari, attraverso l'analisi delle dottrine politiche, ma anche della quotidianità. Particolarmente affascinante e nodo centrale per immergersi davvero nel modo di pensare dei rivoluzionari francesi sono i capitoli dedicati a quello che Vovelle chiama l'homo novus rivoluzionario. Proprio la definizione di un'umanità ideale, con una nuova socialità e nuovi spazi di vita, il cui fare deve essere il bene comune, è uno dei temi portanti della Rivoluzione, terreno di dialogo e di scontro acceso tra i più importanti politici dell'epoca.

 

I Giacobini e il Giacobinismo

Dei tre libri che ho segnalato, forse I Giacobini e il Giacobinismo è quello più tecnico e anche il più politico. Il libro è lo studio più approfondito sulle differenti correnti dell'ideologia giacobina.

Chi si aspetta un libro sugli anni 1789-1794 si troverà spiazzato dalla prefazione del libro: solo una delle tre parti, infatti, è dedicata a quello che Vovelle chiama "giacobinismo storico", indossolubilmente legato agli eventi della Rivoluzione Francese, mentre le altre due sono dedicate al giacobinismo "trans-storico", cioè a come gli ideali teorizzati da Robespierre e dagli altri teorici giacobini siano sopravvissuti alla fine della rivoluzione e, attraverso trasformazioni e rinnovamenti nel linguaggio, siano diventati parte del dibattito storico-politico novecentesco e contemporaneo (a tal proposito basti ricordare che sull concetto giacobino di vertu si è imperniata la campagna elettorale di Mélanchon). Scritto con il consueto stile accessibile anche ai non specialisti, il libro è anche una riflessione sulle radici della sinistra europea, sul rapporto tra marxismo e giacobinismo e su quanto sia necessario, oggi più che mai, lo studio e la comprensione dei processi rivoluzionari perché, dice Vovelle, "Quan'danche non restasse altro di quest'eredità che la memoria di una volontà collettiva di cambiare il mondo e di unire a questo scopo le volontà individuali in un gigantesco sforzo di generosità, di proselitismo e di azione concertata, il giacobinismo [...]lascia ancora il ricordo di un'esperienza esaltante. E ci sorprendiamo a sperare che, sul banco su cui Jaurès sognava, attraverso il tempo, di andare a sedersi accanto a Robespierre al club dei giacobini, ci sia ancora un posticino per noi."


Recuperata bolla papale "Singularis Romanorum Pontificum"

Firenze: i Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale recuperano una bolla papale emessa nel 1822 da Papa Pio VII rubata a Massa (MS) presso l’Archivio Diocesano

I Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Firenze hanno recuperato una bolla papale intitolata «Singularis Romanorum Pontificum» con cui, nel febbraio 1822, veniva eretta la Diocesi di Massa Ducale, rubata dagli archivi Diocesani di Massa in epoca imprecisata. Il valore del bene, trentadue pagine in pergamena e sigillo plumbeo, è stimato in quindicimila euro.
Nel febbraio 2016, il Direttore dell’Archivio Storico Diocesano di Massa denunciava al Nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale di Firenze che, a seguito d’inventario, riscontrava l’ammanco del pregevole documento.
L’Archivio storico Diocesano massese è custode di numerosi atti provenienti da:
- Vescovo e Curia Vescovile (dal 1822);
- Capitolo della Cattedrale (dal 1629);
- archivi storici delle Parrocchie di Massa e Carrara.
A seguito della denuncia, sotto la direzione della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Massa, sono state condotte mirate indagini negli ambienti antiquari e tra gli appassionati del settore, attività che hanno consentito di rintracciare la bolla papale presso un collezionista residente nella provincia di La Spezia che, nel 1996, l’aveva acquistata in buona fede a Genova presso una nota libreria antiquaria.
Sono in corso ulteriori attività investigative per ricostruire i passaggi della Bolla Papale, dal momento del furto sino al suo ritrovamento.
La riconsegna del bene è avvenuta alle ore 11.00 di sabato 18 febbraio 2017 presso la Curia Vescovile di Massa, via Francesco Maria Zoppi n.14, alla presenza del Vescovo, S.E. Mons. Giovanni Santucci, e delle Autorità locali.
Come da MiBACT, Redattore Renzo De Simone

Il 79° Anniversario della Scoperta delle Grotte di Castellana

 

Il 79° Anniversario della Scoperta delle Grotte di Castellana


16 Gennaio 2016, Castellana Grotte - La mattina del 23 gennaio del 1938 il professor Franco Anelli si affacciò sull'orlo della Grave, seguito da Vito Matarrese, per scendere a 70 metri di profondità, nel buio più totale, armato di una flebile luce e di tanto coraggio, trovandosi infine davanti ad uno scenario di incomparabile bellezza.
Il 79° anniversario della scoperta delle Grotte di Castellana, Meraviglia di Puglia, si celebrerà come da tradizione il prossimo 23 gennaio, alle ore 11.30, con una Santa Messa officiata quest'anno dal Vescovo della Diocesi Conversano-Monopoli, S.E. Mons. Giuseppe Favale. Alla suggestiva Celebrazione Eucaristica nella Caverna della Grave parteciperanno il sindaco prof. Francesco Tricase in rappresentanza dell'Amministrazione Comunale, il Consiglio di Amministrazione delle Grotte di Castellana srl guidato dal Presidente Domi Ciliberti, il figlio di Franco Anelli, ed una delegazione di studenti delle Scuole Primarie di Castellana Grotte.
Al termine, uno speleologo del "Gruppo Puglia Grotte" si calerà dalla bocca della Grave per far rivivere l'emozione provata dal prof. Franco Anelli in quella discesa che cambiò la storia di Castellana.
Durante la giornata, il Museo Franco Anelli sarà aperto ai visitatori che vorranno scoprire e approfondire il meraviglioso mondo delle Grotte di Castellana con l'ausilio di materiale scientifico e fotografico.
In serata, alle ore 19.00, presso la Sala delle Cerimonie del Municipio, il Comune di Castellana Grotte e le Grotte di Castellana patrocineranno la presentazione del libro "Storia del personale delle Grotte di Castellana dalla scoperta fino ai nostri giorni. Più di settant'anni di storia delle Grotte di Castellana (1938 -2015)" a cura di Francesco Tinelli. Interverranno oltre all'autore, il sindaco prof. Francesco Tricase, il presidente della Società Grotte Domi Ciliberti e lo storico locale Domenico Bulzacchelli.
Testo e immagine da Ufficio Stampa Grotte di Castellana Srl


Roma: Me ne frego! Film documentario di Vanni Gandolfo - Come il fascismo tentò di cambiare la lingua italiana

Incontro nell’ambito della mostra “Roma anni Trenta. La Galleria d’Arte Moderna e le Quadriennali d’arte 1931 - 1935 – 1939” in corso fino al 30 ottobre 2016 alla Galleria d’Arte Moderna di via F. Crispi (Roma)

Me ne frego! Film documentario di Vanni Gandolfo

Come il fascismo tentò di cambiare la lingua italiana

14 Settembre 2016 ore 20.30

a cura di Vanni Gandolfo e Valeria Della Valle 

Produzione Istituto Luce-Cinecittà

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Il film documentario si presenta come un viaggio attraverso la bonifica della lingua italiana tentata dal regime fascista. La storia poco conosciuta di un esperimento destinato a fallire. Il documentario analizza le parole del duce, l’indottrinamento dell’infanzia, la repressione di tutto ciò che era diverso rispetto all’ideale dell’ "italiano nuovo" che doveva adeguarsi al dogma di “credere, obbedire, combattere”.

L'Italia della Marcia su Roma è un paese povero e ignorante che parla una miriade di dialetti e ME NE FREGO parla di questo, di un esperimento di manipolazione messo in atto per uniformare la lingua degli italiani, dimenticandosi che la lingua delle persone non è una divisa che si indossa. Dal 1931 il Luce abolisce la presa diretta, che viene sostituita da una voce narrante ufficiale, la voce del regime.

Questi rarissimi documenti sono il centro di ME NE Frego!, contraltare di un insieme di voci, propaganda e citazioni da testi d'epoca, che raccontano la follia dell’altra inevitabile disfatta del regime, quella sulla lingua degli italiani.

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