Sergio Bruni canzone napoletana
Sergio Bruni, nome d’arte di Guglielmo Chianese (15 Settembre 1921 – 22 Giugno 2003). Foto in pubblico dominio

Il dibattito sulla continuazione della canzone napoletana d’arte è ancora oggi al  centro delle controversie musicali e culturali che riguardano la nostra città.
Da più parti, la presunta idea che essa non abbia alcun richiamo discografico spesso si traduce nella qualunquistica concezione del suo fantomatico anacronismo.

Premesso che l’Arte è lontana dall’essere assoggettata alle “mode” di qualsiasi epoca, una scarsa conoscenza del fenomeno in questione ha sempre indotto a considerare la nostra canzone come qualcosa di secondo piano, di localistico, indipendente rispetto alla musica “colta”.

Una simile posizione culturale ha portato una parte della intellighenzia partenopea a considerare la canzone napoletana morta e sepolta già a partire dagli anni settanta, nonostante la nascita della Nuova Compagnia di canto popolare o dei Napoli centrale, l’esordio di Pino Daniele, che davano nuova linfa al patrimonio musicale esistente.

Ma proprio negli anni settanta, la nostra canzone cominciava ad inquinarsi con l’estremismo del genere di mala e gli antesignani dell’odierno neomelodismo iniziavano la loro ascesa, invadendo il mercato musicale e, successivamente, quello cinematografico.

A dispetto di tutto questo, ci fu un artista che, abbandonata definitivamente l’esperienza festivaliera, incentrò lo sviluppo della sua carriera sul discorso di salvaguardia e continuazione della nostra canzone, attraverso un fil rouge che partiva dalle villanelle cinquecentesche e arrivava all’epoca contemporanea: Sergio Bruni.

Sergio Bruni
Sergio Bruni in una foto alla Camera dei Deputati (1995), opera di Augusto De Luca, CC BY-SA 2.0

Il Maestro spesso raccontava e ripercorreva quei tempi: era il 1976 e sulle pagine di un noto quotidiano locale, un giornalista scrisse che la canzone napoletana era morta e che ormai bisognava «buttare tutto a mare».

Bruni, quale «Voce di Napoli», fu invitato a rispondere, ma preferì replicare allo sproloquio in musica: lesse un libro di poesie contemporanee scritte da Salvatore Palomba, Parole overe e da grande “musicista non trascrittore” cominciò a musicarne alcune.

Sergio Bruni in una foto dal Radiocorriere. Foto in pubblico dominio

Nacque così lo storico album Levate ’a maschera Pulicenella, che includeva Masaniello, Notte napulitana, Napule nun t’ ’o scurdà e su tutte Carmela, che raccontava di una città che è «rosa, preta e stella e che chiagne sulo si nisciuno vede e strilla sulo si nisciuno sente».

Erano gli anni del contrabbando di sigarette, dello sbandierato colera napoletano (che rientrò nel giro di soli quindici giorni), del lenocinio minorile e la sensibilità artistica del binomio Palomba/Bruni riuscì sia a tradurre in poesia temi di scottante attualità, sia ad inaugurare un nuovo filone di denuncia sociale, politica, della canzone napoletana, depauperandola del folklore e dell’estremismo di certe atmosfere “oleografiche” che ne avevano arrestato il processo evolutivo.