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Di proprio pugno: scrittori, scriventi e autografi

SCRIPTA MANENT VIII

Di proprio pugno:

scrittori, scriventi e autografi

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Le celebrazioni per il Dantedì costituiscono una ghiotta occasione per ricordare, se mai cene fosse bisogno, di quanto la Commedia dantesca sia tra i testi più rappresentativi della letteratura italiana: sin dagli inizi del secolo XIV essa ha conosciuto un successo straordinario e una diffusione senza precedenti; tuttavia di quest'opera non rimane alcun manoscritto autografo, e in generale non esistono documenti riconducibili alla mano del suo autore. Il fantomatico autografo di Dante è infatti croce e delizia per qualunque filologo: molti sono stati, nel corso degli anni, gli “avvistamenti” e i possibili ritrovamenti, tutti categoricamente smentiti poco dopo. A cosa è dovuta questa lacuna? E come mai, anche a settecento anni dalla morte di Dante, sarebbe così importante ricercare e possibilmente trovare un suo autografo? Per dare risposta a queste due domande è necessario comprendere appieno il valore degli autografi.

Dante, affresco (1499-1502) ad opera di Luca Signorelli, particolare tratto dalle Storie degli ultimi giorni, cappella di San Brizio, Duomo di Orvieto. Foto di Georges Jansoone (JoJan), CC BY-SA 3.0

Il rinvenimento di qualsiasi autografo è salutato dalla comunità scientifica come un evento eccezionale: dal punto di vista filologico, si presuppone che un testo vergato dalla mano del suo stesso autore sia il più vicino in assoluto alla sua concezione originale; paleografi e grafologi possono inoltre trarre preziose conclusioni sul suo grado di alfabetizzazione e sulle sue capacità grafiche. Tuttavia un tale ritrovamento avviene molto raramente, specie se si tratta di autori vissuti in epoche molto lontane dalla nostra: più passa il tempo, più cresce la possibilità che il supporto grafico si deteriori o venga distrutto. La distanza cronologica, tuttavia, non è che una delle molte concause che portano alla perdita di un autografo; esiste inoltre la possibilità che l'autografo vero e proprio di un testo non sia mai esistito.

La trascrizione di un'opera è infatti una pratica relativamente recente rispetto alla letteratura stessa; molte opere sono state tramandate oralmente per secoli, finendo poi trascritte solo quando il loro autore era morto da un pezzo; in altri casi chi ha concepito l'opera non possedeva le capacità per scriverla, e ha dovuto dunque dettarla. Bisogna pertanto operare una netta distinzione tra scrittore e scrivente: col primo termine si indica la persona che idea un'opera e ne detiene la proprietà intellettuale; col secondo chi invece possiede le competenze tecniche necessarie a trascriverla. Sebbene nella maggior parte dei casi questi due termini possano essere sovrapposti, non sono rari i casi in cui si tratta di due (o più) persone differenti.

Il più antico (forse): il Papiro di Cornelio Gallo

Per i motivi sopra esposti, è praticamente impossibile verificare se, tra tutti i manoscritti risalenti all'epoca classica a noi pervenuti, almeno uno sia stato scritto di proprio pugno dall'autore del testo ivi contenuto. Esiste tuttavia un clamoroso caso che potrebbe rappresentare un unicum in tal senso: il cosiddetto Papiro di Cornelio Gallo.

Qasr Ibrim (2008). Foto Flickr di rivertay, CC BY 2.0

Si tratta di un unico foglio di papiro ritrovato nel 1978 nella città egiziana di Qasr Ibrim, nel contesto di un'antica discarica rivelatasi un preziosissimo giacimento archeologico. Il papiro, strappato in quattro parti ma perfettamente ricomponibile, contiene pochi versi elegiaci attribuiti a Gaio Cornelio Gallo, poeta romano vissuto nel secolo I a.C. facente parte del circolo virgiliano. Gallo, che apparteneva all'ordine equestre, viene spesso citato nelle opere di altri autori; tuttavia della sua produzione non ci rimangono che esigui frammenti: caduto in disgrazia presso Ottaviano Augusto, egli subì la damnatio memoriae, comprendente la distruzione di tutti i suoi testi.

All'epoca della sua scoperta il papiro eponimo sollevò contemporaneamente entusiasmo e scetticismo: da un lato c'era chi lo considerava un palese falso; dall'altro chi in esso vedeva, se non un vero autografo, quantomeno un esemplare scritto per volontà e secondo le direttive dello stesso Gallo (idiografo). Queste ipotesi non erano certo prive di riscontro: prima della sua caduta, Gallo era stato denominato prefetto di Alessandria d'Egitto, ed era stato il promotore della costruzione del forte di Primis attorno a cui si sarebbe poi sviluppata l'attuale Qasr Ibrim. Il papiro stesso sembra ricondurre alla sua vicenda: le poche righe che esso riporta si aprono con un'invocazione a Ottaviano, che sa tanto di captatio benevolentiae; perfino il fatto che il foglio fosse strappato sembra rimandare al preciso intento di distruggere i suoi scritti. Tra gli elementi a discredito di questa tesi c'era invece la scrittura adoperata per vergare i componimenti, una capitale elegante troppo ben formata per essere coeva a Gallo e comunque utilizzata esclusivamente in ambito librario, non nell'uso comune.

Questi diatriba è perdurata per quasi trent'anni, durante i quali il papiro è stato esposto nel museo archeologico di Alessandria d'Egitto e non è stato consentito farne oggetto di studio; solo nel 2003 è stata condotta un'indagine autoptica che ha stabilito fuori da ogni dubbio l'autenticità dei materiali e la loro datazione all'epoca di Gallo; i paleografi hanno inoltre verificato che all'interno del testo ci sono alcuni errori e incertezze che dimostrerebbero il carattere privato del papiro. Già un decennio prima Guglielmo Cavallo aveva inoltre dimostrato che la capitale elegante era sì una scrittura d'uso quasi esclusivamente librario, ma che essa era anche la scrittura prediletta per l'insegnamento scolastico avanzato, appannaggio degli esponenti dell'aristocrazia di cui lo stesso Gallo faceva parte.

Non potremo mai sapere se il Papiro di Cornelio Gallo sia effettivamente un suo autografo; in ogni caso esso rimane un'importante testimonianza della sua produzione poetica andata in gran parte perduta e ci fornisce l'opportunità di riconsiderare alcuni aspetti della vita dell'autore: esattamente ciò che accade con un autografo conclamato.

Scrittori e scriventi nel Medioevo

Risalgono al VI secolo d.C. i più antichi autografi quasi certamente autentici, appartenenti a Cassiodoro di Vivarium; siamo inoltre in possesso di alcuni documenti del secolo IX controfirmati da Carlo Magno, anche se l'autografia è stata messa in discussione e non è ben chiaro se l'imperatore fosse davvero in grado di scrivere o se vergasse il suo monogramma per mezzo di un normografo. Le testimonianze autografe più numerose e attendibili datano invece a un periodo compreso tra '200 e '300.

Questa precisazione sembrerebbe quasi pleonastica, in quanto nell'ideale comune la letteratura altomedievale viene ritenuta scarsa o addirittura nulla; in realtà abbiamo notizia di una fiorente produzione di testi, quasi tutti riconducibili agli ambienti monacali: è a questo periodo che vanno ascritti i grandi autori delle historiae barbariche, come Paolo Diacono, Beda il Venerabile e Eginardo; tra VI e X secolo furono scritte poi le importantissime opere di Egeria Pellegrina, Rosvita di Gandersheim e Letaldo di Micy, di carattere agiografico e pedagogico. La tradizione di queste opere è molto complessa ed esse ci sono pervenute esclusivamente per mezzo di copie più tarde, così come le notizie sui loro autori, dei quali non ci rimane alcun autografo a parte sporadiche eccezioni: un manoscritto della Historia Francorum di Rodolfo il Glabro, conservato nella Bibliothéque Nationale di Parigi (Paris. Lat. 10912) è considerato parzialmente autografo.

Al momento mancano studi autorevoli che spieghino questa mancanza, ma possono essere fatte delle ipotesi: nell'Alto Medioevo la produzione libraria era circoscritta agli scriptoria monastici, tutt'al più ai rarissimi centri scrittori laici cittadini; nell'uno e nell'altro caso la realizzazione dei manoscritti avveniva per copia o per dettatura, ed entrambe le modalità richiedevano un antigrafo, un esemplare del testo ben leggibile e comprensibile. Va da sé che la minuta prodotta dall'autore fosse poco indicata ad essere usata come antigrafo, poiché trascritta con una grafia d'uso comune e difficilmente leggibile: occorre ricordare che la competenza grafica dei copisti spesso si riduceva alla sola scrittura libraria, e non sempre essi sapevano comprendere quelle d'uso privato. Tra i secoli XII e XIII si verificarono tuttavia due fenomeni che giustificano l'incremento delle testimonianze autografe: la proliferazione dei Santi scriventi e la ripresa degli studi universitari.

Benedizione a frate Leone, autografa. Foto di Ricardo André Frantz, CC BY 3.0

Nel 1200 le vicende di Francesco d'Assisi e Domenico di Guzman sancirono una profonda trasformazione nel monachesimo: i frati abbandonano la clausura per diventare predicatori, e ciò comporta la fioritura di testi teologici volta a rendere la dottrina più facilmente assimilabile. I santi fondatori e i loro successori si trovano così a essere scrittori dei nuovi testi; in alcuni casi essi sono anche scriventi e ci sono pervenuti alcuni documenti scritti di loro pugno. Di San Francesco rimangono tre scritti autografi conservati tra Assisi e Spoleto, la cui veridicità è tuttavia messa in discussione poiché essi sono vergati con una grafia libraria fin troppo sicura, a differenza del taccuino d'appunti di Tommaso d'Aquino conservato nella Biblioteca Nazionale di Napoli: in questo caso si riscontra una scrittura corsiva e incerta, di difficile interpretazione, del tutto rispondente alla necessità di una scrittura estemporanea.

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Plut. Florentinus 34: Codice manoscritto (sec. X/XI) di origine francese con scolii autografi del Petrarca. Foto di Mariano Rizzo

In contemporanea a queste vicende, la nascita delle università comportò un massiccio rifiorire degli studi e la possibilità per i letterati di entrare in possesso non solo di una gran quantità di sapere, ma anche delle competenze grafiche necessarie a trascrivere le loro opere. Siamo infatti in possesso di una straordinaria quantità di autografi di Francesco Petrarca, sia in forma di sue opere (esiste un manoscritto del Canzoniere quasi interamente vergato da lui) sia di glosse sui libri da lui studiati.

Il Decameron di Giovanni Boccaccio, codice Hamilton 90, 47v, immagine Staatsbibliothek zu Berlin, in pubblico dominio

Singolare è poi il caso di Giovanni Boccaccio: l'autore del Decameron era infatti un valido amanuense, regolarmente stipendiato per la copiatura di codici manoscritti. Ci è pervenuta una trentina di codici interamente trascritti dalla sua mano, e altrettanti parzialmente autografi, da lui solo glossati o di dubbia paternità. Questi testi sono importantissimi, poiché si ritiene che alcuni di essi siano stati realizzati dal Boccaccio... per sé stesso: è il caso di alcuni codici contenenti le opere del Petrarca o di Dante (è proprio Boccaccio a definire “divina” la Commedia) e perfino le sue stesse opere, trascritte non con la grafia corsiva degli appunti ma con una scrittura libraria definita e leggibile, come se l'autore volesse tenere per sé una bella edizione dei suoi stessi testi.

L'età moderna

Dal secolo XVI in poi la figura dell'intellettuale subisce profonde trasformazioni che riflettono in pieno i cambiamenti socioculturali, politici e tecnologici dell'Età Moderna: la maggior alfabetizzazione comporta genesi di una letteratura rivolta a un pubblico sempre più vasto, circostanza favorita dall'invenzione della stampa. Già sul finire del '400, inoltre, la necessità di far comunicare territori molto lontani tra loro ma pertinenti a uno stesso regno aveva fatto sì che i servizi postali divenissero più efficienti: la corrispondenza diventa insomma il mezzo di comunicazione prediletto.

Diventa pertanto necessaria, per un autore, la capacità di scrivere da sé le minute da mandare in stampa o le lettere per tenersi in contatto con editori e committenti; in altre parole, diventa imprescindibile che lo scrittore sia anche scrivente.

Questa progressiva evoluzione dell'intellettuale cinquecentesco è perfettamente testimoniata dalle missive autografe di Ludovico Ariosto, esposte presso la sua abitazione a Ferrara, e da un manoscritto della Gerusalemme Conquistata scritta di proprio pugno da Torquato Tasso, conservata nella Biblioteca Nazionale di Napoli: esemplari diversi tra loro per tipologia e finalità, ma accomunati dall'evidente sforzo di entrambi gli autori di scrivere in maniera chiara e comprensibile allo scopo di essere compresi dai loro referenti.

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Manoscritto autografo di Giacomo Leopardi contenente una prima stesura della lirica A Silvia (Biblioteca Nazionale di Napoli). Foto di Mariano Rizzo

Questi cambiamenti culmineranno con l'Illuminismo; dal Settecento in poi la letteratura non sarà più soggetta a committenza. Da questo momento in poi, l'autografo assumerà via via un carattere quasi esclusivamente privato, a uso e consumo dell'autore: lo vediamo, tra l'altro, in alcuni appunti di Giacomo Leopardi, conservati anch'essi presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, contenenti una prima versione della sua A Silvia. In casi come questo, gli autografi sono essenziali per risalire alle intenzioni originarie dell'autore e analizzare a ritroso il processo evolutivo del testo.

L'autografo di Dante: realtà o utopia?

Dopo questo rapido excursus nella storia degli autografi si può tornare alle domande poste in apertura d'articolo, dove ci si chiedeva perché mancano autografi di Dante e se sarà mai possibile trovarne.

Abbiamo potuto vedere che gli autografi più antichi risalgono a un secolo prima della sua epoca, e che anzi possediamo numerosi esemplari di autori a lui coevi; dando per scontato che, oltre a scrittore, egli fosse anche scrivente, in via teorica un suo autografo potrebbe dunque esistere. Tuttavia abbiamo anche constatato come le vicende personali e le contingenze storiche influiscano pesantemente sulla conservazione degli autografi: come Cornelio Gallo, Dante subì una feroce damnatio memoriae che cominciò addirittura quando lui era ancora in vita; è dunque possibile che una gran parte dei suoi autografi sia andata distrutta già all'epoca. Questa istanza sarebbe confermata dal fatto che nessuna fonte diretta o indiretta parli di manoscritti autografi delle opere letterarie di Dante; le uniche tracce sarebbero i famosi “tredici canti del Paradiso” rinvenuti da Jacopo Alighieri dopo la morte del padre e alcune lettere entrate in possesso di alcuni studiosi rinascimentali e umanisti (tra cui Boccaccio), che le studiarono e copiarono: eppure anch'esse sono andate perdute.

Tutto lascerebbe intendere che il sogno di trovare un autografo di Dante sia un'inutile utopia; eppure non è detto che ciò non si verifichi mai. Gli studi danteschi non sono mai cessati, né hanno mai conosciuto periodi di stasi: il Dantedì può essere di certo un punto di partenza (o ripartenza) ideale per questa appassionante ricerca.

autografi autografo di Dante Alighieri
Dante Alighieri, Divina Commedia. Immagine disponibile presso la Biblioteca Europea di Informazione e Cultura e in partnership con la Fondazione BEIC in pubblico dominio
Bibliografia 
"Autografo" in Le Muse, De Agostini 1964

AA. VV., «Di mano propria». Gli autografi dei letterati italiani. Atti del Convegno internazionale di Forlì, 24-27 novembre 2008, Salerno Editrice 2010

BARTOLI LANGELI A., Gli autografi di frate Francesco e di frate Leone, Autographa Medii Aevi 5, Assisi 2000

BERTELLI S., CAPPI D. (a c.), Dentro l’officina di Giovanni Boccaccio. Studi sugli autografi in volgare e su Boccaccio dantista (in Studi e Testi n°486), Biblioteca Apostolica Vaticana 2014

CAPASSO M., Il ritorno di Cornelio Gallo. Il papiro di Qasr Ibrim venticinque anni dopo, Graus 2003

GAGLIARDI P., Rassegna bibliografica sul Papiro di Cornelio Gallo (2004-2012), UniSalento 2013

"A Silvia (1828), Biblioteca digitale della Biblioteca Nazionale di Napoli, http://digitale.bnnonline.it/index.php?it/148/a-silvia-1828


Oltre il manicomio: la ricerca di Sergio Piro e le lotte in Campania

OLTRE IL MANICOMIO: la ricerca di Sergio Piro e le lotte in Campania - Mostra fotografica e documentaria

Biblioteca Nazionale di Napoli Sergio PiroA quarant’anni  dall’approvazione il 13 maggio 1978 della legge 180 di riforma psichiatrica la Biblioteca Nazionale di Napoli dedica all’evento una mostra fotografica e documentaria, che si inaugura martedì 11 dicembre, ore 16.30: dopo il saluto del direttore Francesco Mercurio, visita guidata alla mostra
Il percorso espositivo  ricostruisce a partire dagli anni sessanta la storia  e le origini  della trasformazione culturale e sociale  che portò all’abolizione dei manicomi  ed ad un diverso approccio con la malattia psichiatrica, offrendo uno spaccato della realtà campana ed  illustrando le denunce in campo psichiatrico di Sergio Piro  e della “comunità terapeutica” da lui organizzata a Nocera Superiore (Salerno), la seconda in Italia dopo quella di Franco Basaglia a Gorizia.
 Largo spazio in  esposizione  trova la produzione scientifica di Sergio Piro, che è sicuramente, assieme a Basaglia, la figura di maggiore spessore culturale del movimento di protesta e critica psichiatrica. In mostra documenti di quegli anni ed una significativa  rappresentazione del reportage fotografico   fatto a Materdomini da Luciano D’Alessandro, dal 1965  al 1968 ; foto che scossero l’opinione pubblica per la crudezza delle immagini e portarono al licenziamento dello stesso Piro da Materdomini. Il percorso espositivo dedica  particolare attenzione alla vigorosa campagna di stampa che Ciro Paglia, giornalista de Il Mattino, condusse,  schierandosi  al fianco di Sergio Piro, nel denunciare le aberrazioni dei manicomi, sia nell’azione di sensibilizzazione affinché la Legge 180 venisse approvata, sia successivamente al 1978 nel denunciare le carenze e le difficoltà di  applicazione della legge.

Come da MIBAC, redattrice Lidia Tarsitano


La Leggenda del Piave: donata la IV strofa aggiunta da E. A. Mario

È PATRIMONIO DELLO STATO L’AUTOGRAFO DE LA LEGGENDA DEL PIAVE: DONATA LA IV STROFA AGGIUNTA DA E. A. MARIO IL 4 NOVEMBRE 1918

La leggenda del Piave, aggiunta da  E. A. Mario il 4 novembre 1918, diventa patrimonio di tutti gli italiani; alla Biblioteca Nazionale di Napoli il 5 novembre alle ore 16,oo la cerimonia. Introduce: Francesco Mercurio presenta: Ermanno Corsi. Saranno presenti i  nipoti del grande  musicista : Delia Catalano, Mario Catalano, con Nora Palladino e Paolo Rescigno
L'autografo dell’ultima strofa era già stato affidato dagli eredi del grande poeta-musicista Giovanni Ermete Gaeta, conosciuto in tutto il mondo come E. A. Mario, alla  Biblioteca Nazionale di Napoli e viene ora ufficialmente  donato alla Biblioteca  entrando  a far parte del patrimonio italiano. Va così ad  unirsi al  vasto archivio di libri, documenti editi e inediti, e cimeli del celebre compositore, già donati dalla famiglia alla biblioteca e conservati  presso la sezione di musica e teatro Lucchesi Palli.
All’importante archivio dedicato a E. A. Mario, diedero vita nel 1998, le figlie Bruna, Delia e Italia, donando  i libri, documenti editi e inediti, fascicoli di Piedigrotte e cimeli vari del padre alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Tra gli oggetti e i ricordi personali c'erano la Commenda conferita a E. A. Mario  dal Re, i gemelli da polso che Umberto II inviò dall'esilio portoghese all’autore in occasione del suo 70° compleanno e il mandolino, dal quale E.A.Mario non si separava mai, sul quale erano nate tante canzoni in dialetto e in lingua, note e meno note, alcune di grande successo, cantate ancora oggi in tutto il mondo, create dalla genialità di questo sensibile compositore.

Come da MiBAC, redattrice Lidia Tarsitano


Guillaume Cottrau canzone napoletana passatempi musicali Biblioteca Nazionale di Napoli

Guillaume Cottrau e la nascita della canzone napoletana

GUILLAUME COTTRAU E LA NASCITA DELLA CANZONE NAPOLETANA

Mercoledì 31 ottobre ore 17, nel giorno anniversario  del 171° della morte di Guillaume Cottrau, alla Biblioteca Nazionale di Napoli, la musicologa Francesca Seller,  dialoga con Pasquale Scialò, autore della "STORIA DELLA CANZONE NAPOLETANA (1824-1931)" edizione Neri Pozza Milano, sul contributo  del compositore  nel dare origine alla canzone napoletana.

Guillaume Cottrau, giunto in giovane età  a Napoli , si appassionò alle tradizioni popolari ed alla riscoperta di antichi canti che trascrisse e arrangiò, con gusto squisitamente contemporaneo  e che andò pubblicando nella raccolta dei Passatempi Musicali, riscoprendo e reiventando un repertorio ricco e  prezioso come Lo GuarracinoFenesta ca luciveMichelemmà.  Passatempi musicali sono di fatto un punto di partenza per la nascita di  una nuova forma autonoma musicale in breve evolutasi in quella, che oggi consideriamo la forma "classica" della Canzone Napoletana.
L'incontro-conferenza rientra nella Stagione Concertistica 2018 ( XVII edizione) dell'Associazione  Ex allievi Del Conservatorio  di musica «S. PIETRO A MAJELLA»  di Napoli: presentano l'evento il direttore artistico Elio Lupi ed il direttore della Biblioteca Francesco Mercurio. Interventi  del pianista Francesco Pareti, della flautista Alessandra Catalano, del soprano Nunzia De Falco e del chitarrista Antonio Siano.
La Biblioteca nazionale offre l’emozione di  accedere  alla raccolta completa delle canzoni napoletane composte da Guglielmo Cottrau accedendo alla risorsa digitale
Guillaume Cottrau canzone napoletana passatempi musicali Biblioteca Nazionale di NapoliCome da MiBAC, redattrice Lidia Tarsitano

Napoli: presentazione libro "Leopardi bibliografo dell’antico"

Leopardi bibliografo dell’antico: pubblicata una lista autografa, conservata fra i manoscritti napoletani

Mercoledì 31 alle 16,30 nella Sala Rari della Biblioteca Nazionale di Napoli, Maria Luisa Chirico, Matteo Palumbo , Vincenzo Trombetta e Fabiana Cacciapuoti, presenteranno il libro di Marcello Andria e Paola Zito "Leopardi bibliografo dell’antico", edito da Aracne. I saluti introduttivi sono affidati al Direttore dell’Istituto, Francesco Mercurio. La presentazione sarà accompagnata da una mostra delle carte autografe descritte nel volume.

Il saggio rende nota una inedita lista autografa, conservata fra i manoscritti leopardiani della Biblioteca Nazionale, rimasta finora inedita. Si tratta di un corposo quadernetto, formato da trentotto fogli, sui quali il giovane Leopardi al principio del 1817 annotò oltre cinquecentocinquanta segnalazioni bibliografiche, aggregate per ordine alfabetico, relative a titoli di autori antichi, tardoantichi e Padri della Chiesa. Si tratta di una tappa significativa della maturazione del Leopardi filologo. Il giovane recanatese, ormai insoddisfatto di quanto può offrirgli la pur ricca biblioteca paterna, è ansioso di procurarsi per i suoi studi le edizioni migliori e più rigorose degli autori antichi che si vanno pubblicando in Europa, prevalentemente in Germania, ma anche in Francia, Inghilterra, Olanda o negli stati italiani. Passa scrupolosamente in rassegna, pertanto, i cataloghi degli editori, ma soprattutto le riviste letterarie, che informano la comunità delle lettere sulle più recenti novità e registra puntualmente nel quaderno i titoli selezionati, con l’intenzione di poterli acquistare o almeno consultare, spesso esprimendo commenti in latino sulla qualità delle edizioni e dei curatori. Un ambizioso e impegnativo ‘programma di studio’, dunque, un elenco dettagliato di strumenti di lavoro da utilizzare a largo raggio. Vi compaiono in totale trecentoquarantasette autori greco-latini elencati, fra i quali spiccano Omero e Cicerone, Platone e Aristotele e Orazio, Aristofane e Catullo, ma anche una pletora di autori tardo-antichi noti e meno noti.

L’hanno portata alla luce due studiosi che per molti anni hanno lavorato ai manoscritti leopardiani della Biblioteca Nazionale: Marcello Andria, ora direttore del Sistema Bibliotecario dell’Università di Salerno, e Paola Zito, docente di biblioteconomia e bibliografia all’Università della Campania “Luigi Vanvitelli”. Entrambi, dagli anni ’80 in poi, hanno concentrato i loro interessi su inediti leopardiani relativi all’officina dello Zibaldone, a progetti incompiuti, a elenchi di libri, appunti di lettura.

La biblioteca Nazionale di Napoli conserva il più vasto fondo di autografi leopardiani. Oltre ai testi compiuti e dati alle stampe in vita dell’autore, o pronti per affrontare i torchi e pubblicati postumi a cura di Antonio Ranieri, l’officina leopardiana contiene una miriade di appunti, annotazioni, frammenti di traduzione, liste sinonimiche, annotazioni più o meno enigmatiche, in prosa o in versi. Piccoli, a volte minuscoli riquadri cartacei, non semplicemente ricoperti ma letteralmente oberati di scrittura fino ai margini e alla sommità degli angoli

Come da MiBACT, redattrice Lidia Tarsitano


Napoli: presentazione libro "La cucina di Addolorata" di Salvatore Piscicelli

In Biblioteca "La cucina di Addolorata" di Salvatore Piscicelli

Giovedì 25 gennaio ( ore 17,30) a Napoli alla Biblioteca Nazionale, Il regista e scrittore Salvatore Piscicelli presenta “La cucina di Addolorata”( Intra Moenia). Discutono con l’autore il giornalista Antonio Fiore, il critico cinematografico Alberto Castellano, autore della prefazione, il direttore della Biblioteca Francesco Mercurio . Performance letterarie e culinarie di Alessandra Calvo che con l’associazione Soup, cura l’organizzazione.

L’intenzione dichiarata nel sottotitolo di descrivere ”Ricette tradizionali di una provincia napoletana” attraverso il manuale culinario e i ricordi strettamente familiari della madre di Salvatore Piscicelli, Addolorata, diventa una narrazione agile e sapiente dei costumi dell’hinterland napoletano degli anni cinquanta, dei valori identitari legati al cibo sul territorio campano e dei riti comunitari nella preparazione dei piatti.

Una quarantina di ricette della tradizione, tutte verificate nella pratica di anni ed esposte in maniera da facilitarne l’esecuzione, per soddisfare la curiosità degli appassionati di gastronomia, ma anche per un pubblico più ricercato, perché ad ogni ricetta si accompagnano notizie e consuetudini familiari, espressioni del contesto contadino dell’epoca, richiami culturali, spunti etnografici. La presentazione si inserisce nell'anno dedicato al “cibo italiano”dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo allo scopo di valorizzare e mettere a sistema l’intreccio tra cibo, arte, paesaggio e le tante e straordinarie eccellenze italiane.

Come da MiBACT, redattrice Lidia Tarsitano


A Napoli omaggio a Beethoven in Biblioteca

A Napoli omaggio a Beethoven in Biblioteca


Giovedì 7 settembre, a Napoli, nella Biblioteca Nazionale, in Palazzo Reale, omaggio al grande compositore Ludwig Van Beethoven (Bonn 1770 - Vienna 1827) con un récital del violinista Giuseppe Guida e del pianista Francesco Pareti. Saranno eseguite la sonata op. 23 in la minore e la op. 24 in fa maggiore, più nota col titolo "La Primavera",  le celebri composizioni che Beethoven dedicò all’amico e mecenate Conte Moritz von Fries (nell'immagine; fonte l'archivio della Beethoven Haus di Bonn), suo grande estimatore.
Il concerto rientra nella stagione concertistica dell'Associazione Ex allievi del Conservatorio di Musica "S. Pietro a Majella" diretta dal m° Elio Lupi, che ha voluto  celebrare  il 190° anniversario della morte di uno straordinario e geniale artista riferimento incontrastato con le sue innovazioni per la storia della musica del secolo XIX.
Pianista e musicologo di fama, Francesco Pareti per 13 anni ha collaborato assiduamente col Teatro S. Carlo di Napoli, giungendo nel 1999 a ricoprire l'incarico di Direttore del Coro. Dal 1980 si dedica all'attività didattica, insegnando Pianoforte principale in diversi Conservatori di Musica italiani.  Con lui in concerto Giuseppe Guida, che ha studiato Violino Barocco con Enrico Gatti. Giuseppe Guida per lungo tempo  ha collaborato con l'orchestra “Scarlatti" della RAI di Napoli, ed attualmente ricopre il ruolo di Primo Violino dell' Orchestra da Camera di Caserta.
Ingresso libero  ( dalle ore 16.45 )fino ad esaurimento dei posti.

Come da MiBACT, redattrice Lidia Tarsitano


La letteratura da Dante a Ungaretti in mostra a Napoli

La letteratura da Dante a Ungaretti in mostra a Napoli

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«... Quella favella a cui cedono tutte le vive» è il titolo della mostra che la Biblioteca Nazionale di Napoli presenta in occasione  del XX Congresso dell’ADI (Associazione degli Italianisti)  "La letteratura italiana e le arti".

Il percorso espositivo attraversa otto secoli di storia letteraria. In mostra manoscritti, autografi ed edizioni a stampa, conservati nella  Biblioteca, con testi di Dante, Petrarca, Boccaccio, degli umanisti alla corte aragonese, di Ariosto, Tasso, Gravina, Vico, Leopardi, De Sanctis e Ungaretti.
L’inaugurazione mercoledì 7 settembre alle ore 13,00   della Biblioteca  con gli interventi dei professori  Guido Baldassari  (Università di Padova) Amedeo Quondam (Università Di Roma: La Sapienza)  Marco Santagata ( Università di Pisa) di Simonetta Buttò,direttore della Biblioteca e Fabiana Cacciapuoti,curatrice della mostra.
la mostra resta aperta fino al 17 settembre (ingresso libero)

Come da MiBACT, Redattrice Lidia Tarsitano


Napoli: presentazione libro "Arma nostra sunt libri"

"Arma nostra sunt libri" : Manoscritti e incunaboli miniati della Biblioteca di San Domenico Maggiore di Napoli

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Andrea Improta attraverso uno scrupoloso studio ed un’accurata ricerca offre  un importante e nuovo contributo alla conoscenza della miniatura e nello stesso tempo documenta in modo rigoroso la storia della antica biblioteca del convento di San Domenico Maggiore dove, negli anni napoletani, studiò Tommaso d’Aquino. Il volume, edito da Nerbini,  per la prima volta,  mette in luce, un patrimonio librario in parte ancora sconosciuto di notevole importanza storico ed artistico,  costituito essenzialmente  da manoscritti databili dal XII al XVI secolo . Andrea Improta,infatti, nel corso di una indagine sistematica svolta con grande tenacia, ha individuato circa quaranta manoscritti miniati e sei incunaboli, pure miniati, nella maggior parte dei casi sconosciuti agli studi di miniatura, rintracciati nella Biblioteca Nazionale di Napoli e nella Biblioteca Apostolica Vaticana e nella Biblioteca Casanatense di Roma.
La presentazione  del  libro di Andrea Improta. "Arma nostra sunt libri. Manoscritti e incunaboli miniati della Biblioteca di San Domenico Maggiore di Napoli", si terrà a Napoli alla Biblioteca Nazionale venerdì 10 giugno (ore 16,30)con Paola Zito (Seconda università Napoli),  Rosalba di Meglio (università Federico II Napoli)   Cristina Pasqualetti(università Aquila) , Federica Toniolo (università Padova) Interverranno Simonetta Buttò, direttrice della biblioteca ed Alessandra Perriccioli Saggese (Seconda università Napoli) .

 
Come da MiBACT, Redattrice Lidia Tarsitano


Tradotto in italiano "La Treccia di Ines" di Rosa Lobato Faria

Tradotto in italiano "La Treccia di Ines" della portoghese Rosa Lobato Faria

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Giovedì 9 giugno, ore 16,45, a Napoli alla Biblioteca Nazionale conversazione della saggista Cinzia Caputo e del giornalista  Ermanno Corsi con Maria Luisa Cusati, console onorario del Portogallo per le Regioni Campania, Basilicata e Calabria, che ha curato e tradotto  in italiano LA TRECCIA DI INÈS di ROSA LOBATO DE FARIA. Introducono  Maria Rosaria de Marco ( Università Suor Orsola Benincasa) e Simonetta Buttò (direttrice della Biblioteca)
Selezionato tra le opere letterarie di otto paesi stranieri nell’ambito dei programmi della Comunità Europea per la diffusione della cultura tra gli stati membri, è stato pubblicato  per la prima volta in italiano LA TRECCIA DI INÈS di ROSA LOBATO DE FARIA dalla casa editrice emiliana Imprimatur.
ROSA LOBATO DE FARIA è una figura eclettica della cultura portoghese, poetessa, romanziera, attrice di cinema e televisione, sceneggiatrice, drammaturga e paroliera, morta a settantasette anni nel 2010.  La sua carriera artistica  inizia in campo televisivo dove conquista un posto di primo piano nell’ambito  della nuova fiction portoghese,  i suoi  successi letterari hanno, invece, inizio  all'età di 63 anni, quando nel  1995, dopo aver  pubblicato diversi volumi di poesia, dà alle stampe la sua prima opera,   "The Lucifer pianto."Di seguito publica ben dodici romanzi di successo ed è stata tradotta in Francia e Germania e ora anche in Italia
LA TRECCIA DI INÈS è un romanzo d’amore , scritto dall’ autrice portoghese nel 2001, dove non mancano le suggestioni, gli eventi storici , ma soprattutto  gli spunti di riflessione: gli incontri tra gli amanti  si  intrecciano nel tempo tra il passato, nel lontano XIV secolo alla corte dell’erede al trono del Portogallo, il presente, ed il futuro fantascientifico , dove l’amore diventa  la forza naturale  che viene in soccorso dell’umanità , asservita a logiche ferree di controllo della vita del  pianeta
Come da MiBACT, Redattrice Lidia Tarsitano