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Yiddish: il viaggio millenario di una lingua e del suo popolo

YIDDISH: IL VIAGGIO MILLENARIO DI UNA LINGUA E DEL SUO POPOLO

Introduzione all'argomento con la professoressa Marisa Ines Romano

 

Parlare di lingua e cultura yiddish implica, inevitabilmente, il fatto che ci si occupi della lunga e travagliata storia del Popolo ebraico. Facciamo infatti riferimento ad una cultura millenaria, che affonda le sue radici nel X secolo.

Ad introdurci in questo mondo estremamente affascinante e variegato è stata la professoressa Marisa Ines Romano, docente di Lingua e Letteratura Yiddish presso l’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”. Laureatasi nel 1993 in Lingue e Letterature Straniere Moderne (cum laude), ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Scienze Letterarie (Letterature Moderne Comparate) con una tesi dal titolo Le saghe familiari di Isaac Bashevis Singer, Israel Joshua Singer e Der Nister in rapporto di scambio con il canone di genere europeo e come specchio delle tensioni culturali e delle dinamiche sociali nel mondo yiddish del XX secolo. Da quel momento l’intera attività di ricerca della Professoressa è stata dedicata allo studio e alla divulgazione della cultura yiddish.

La sua ricca produzione scientifica, comprendente articoli, saggi, recensioni e conferenze, vanta svariate traduzioni dallo Yiddish, come Acquario verde di Avrom Sutskever (La Giuntina, Firenze 2010), Quando Yash è partito di Yankev Glatshteyn (La Giuntina, Firenze 2017) e Yiddish. Lingua, Letteratura e Cultura. Corso per principianti di Sheva Zucker (La Giuntina, Firenze 2007). Quest’ultimo testo, inoltre, rappresenta l’unico manuale in circolazione in Italia per l’apprendimento della lingua yiddish.

Col presente articolo andiamo alla scoperta dello straordinario mondo della cultura Yiddish assieme alla professoressa Marisa Ines Romano, che ha messo gentilmente a disposizione del pubblico di ClassiCult la sua conoscenza.

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Laprofessoressa Marisa Ines Romano sullo sfondo dell'Università di Bari. Collage di Chiara Torre, foto del riquadro di Marisa Ines Romano; foto dell'Università di Bari di Laura Beato, CC BY-SA 4.0

 

Non si può comprendere quanto importante sia questa cultura per le nostre radici se non si conosce a fondo la sua storia. Lo Yiddish nasce nel cuore dell’Europa e con l’Europa. Si sviluppa dalla peculiarità dell’ebraismo europeo, che vede il suo epicentro sulle rive del Reno, intorno a Mainz (Magonza), proprio nella zona di confluenza tra il Reno e il Mosella, che sarà anche punto di diramazione del Sacro Romano Impero. Come si vede, la cultura europea e quella ebraico-europea condividono il medesimo luogo e tempo di nascita e sviluppo. Va altresì ricordato che la lingua yiddish è classificata come lingua neogermanica, contraddistinta, dunque, da una doppia anima ebraico-europea.

Gli Ebrei erano arrivati in Europa dalla Palestina tempo addietro, in seguito alla grande diaspora, determinata dalla sconfitta dei rivoltosi ebrei all’epoca di Tito (I sec. d. C.). L’assoggettamento della Palestina da parte dei Romani era malvisto dalla popolazione ebraica, che si organizzò e diede origine a delle tremende rivolte, sedate nel sangue, e identificabili come guerre giudaiche, descritte dallo storico Yosef ben Matityahu, meglio conosciuto come Giuseppe Flavio. La sorte riservata ai rivoltosi sconfitti fu, nella maggior parte dei casi, la schiavitù, che è testimoniata dallo stesso arco di Tito, nel rilievo del quale riconosciamo una scena di deportazione di schiavi ebrei. Lo stesso Anfiteatro Flavio, simbolo della romanità, fu realizzato grazie alla manodopera servile ebraica.

I tesori di Gerusalemme, particolare dall'Arco di Tito. Foto di Jebulon, CC0

Prima ancora della diaspora, però, Roma conteneva al suo interno una comunità ebraica non poco rilevante, se si pensa che già nel II sec. d.C. gli Ebrei incidevano per il dieci per cento sul totale della popolazione urbana. Interessante sottolineare come una delle vie privilegiate della grande diaspora fu proprio la Puglia. Ci sono testimonianze di insediamenti ebraici lungo la via Appia: a partire da Brindisi, importanti tappe del percorso degli Ebrei su suolo italico furono Oria, Bari e Trani (solo per fare alcuni esempi). Notevole anche il caso di Benevento e di Venosa, città a maggioranza ebraica in alcuni periodi della sua storia.

Per raggiungere il cuore dell’Europa centrale, gli Ebrei seguirono le espansioni romane e il progressivo allargamento del limes, interagendo con le popolazioni locali. A questa spinta da sud e sud-est, si unisce tempo dopo la direttrice determinata dai flussi provenienti dall’Impero Romano d’Oriente. Lì gli Ebrei si erano stanziati, dopo la grande diaspora, presso le rive del Mar Nero e nelle città della Grecia. A Costantinopoli, la quantità di Ebrei era estremamente elevata e in città di dimensioni inferiori, come Smirne, raggiungeva, se si includono oltre ai circoncisi anche i cosiddetti giudeizzanti, il cinquanta per cento del totale degli abitanti.

Non va dimenticato neanche che l’Ebraismo esercitava un forte potere attrattivo soprattutto tra i ceti più umili, per il suo rigore e le sue regole chiare. Gli stessi Greci ne subirono il fascino e vi fu un’influenza reciproca tra la cultura greca e quella ebraica, in una fase in cui il paganesimo era entrato in forte crisi. L’altra alternativa, il Cristianesimo, risultava maggiormente attraente per i ceti intermedi, capace poi di espandersi fino alle vette del potere politico con conseguenze ben note. L’Ebraismo, nella sua radicalità, risultava però più diretto ed immediato e attirava i ceti più umili, facendo incrementare esponenzialmente il numero dei proseliti giudaizzanti ed entrando in competizione con il Cristianesimo stesso. Tra popolazione strettamente ebraica e giudaizzante, la percentuale di Ebrei nell’Impero Romano d’Oriente era considerevole.

Man mano che il Cristianesimo assumeva prestigio, diventando poi la religione di stato dell’Impero sotto Costantino, gli Ebrei furono colpiti da una serie di duri editti restrittivi e furono costretti ad abbandonare le grandi città per dirigersi più ad Est, verso le attuali aree di Crimea e Moldavia. Con le invasioni barbariche e la conseguente occupazione di questi territori da parte di gruppi di popolazioni scito-sarmatiche, gli Ebrei si trovarono a dividere lo spazio con popoli che subivano il fascino dei loro precetti, dando vita a delle interazioni tra le diverse culture e allo spostamento verso l’Europa centrale della lingua e della cultura ebraica, a causa della migrazione di questi popoli. Gli Ebrei provenienti dall’Europa orientale, portati nella parte centrale sotto la spinta delle popolazioni slave, chiamarono sé stessi aschenaziti (da Ashkenaz, nome, in ebraico medievale, della regione franco-tedesca del Reno). La lingua di questi Ebrei, per ovvie ragioni, entrò in contatto con quella germanica già presente.

Essendo una lingua neogermanica, lo Yiddish risulta fondamentale per comprendere le tappe dello sviluppo del tedesco, poiché ha fotografato la situazione della lingua tedesca non più recepibile, se non attraverso lo studio delle strutture yiddish. Questa lingua, peraltro, si è fatta anche veicolo di miti tipicamente germanici, come il mito di Kudrun, oggi attestati esclusivamente in Yiddish. Gli Ebrei hanno fuso la loro lingua a quella tedesca, dando vita ad un mosaico linguistico estremamente interessante, avente per base il tedesco con termini ebraici e slavi.

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Piastrelle in ceramica da Caltagirone. foto di Andrewb1990, in pubblico dominio

Per la scrittura, inoltre, venivano utilizzati i caratteri ebraici. Il fattore di riprendere le lingue locali e unirle all’idioma ebraico è comprovabile analizzando altri casi. Ad esempio, è stata rintracciata una parlata siculo-ebraica, che aveva per base il dialetto siciliano scritto in caratteri ebraici e contenente termini afferenti alla fede e alla quotidianità ebraica. Inoltre, ci sono testimonianze di ebraico livornese, ma si potrebbe continuare a lungo. Gli Ebrei che si stabilirono in Spagna, diedero vita al cosiddetto giudeo-spagnolo, detto anche judezmo o giudesmo. In spagnolo, la lingua è definita ladino, da non confondersi con il ladino dolomitico, ed è parlata ancora oggi dagli Ebrei sefarditi. In questo ricco panorama di varietà linguistiche, siamo in grado di rintracciare una tipicità: da un lato, emerge la volontà di interagire con le popolazioni circostanti per ragioni di natura economico-sociale, dall’altro, c’è il chiaro obiettivo di conservare una lingua distintiva, un socioletto, parlato e comprensibile soltanto da un gruppo specifico. Pertanto è questo il contesto in cui vanno inserite le parlate giudaiche e lo Yiddish, nate da una spinta centrifuga e centripeta al tempo stesso.

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Dal Makhazor di Worms, il testo yiddish è in rosso. Foto di joystick, in pubblico dominio

Un manoscritto ritrovato a Magonza, il Makhazor di Worms, risalente al 1272, conserva la più antica glossa in lingua yiddish, una piccola benedizione che recita: Colui che porta questo Makhazor nella sinagoga sia gratificato di una buona giornata.

Lo Yiddish dovette faticare molto prima di assumere la dignità di una lingua letteraria, sulla falsa riga di quanto accadde per il volgare italiano. Lo Yiddish, infatti, era sovrastato dal prestigio dell’Ebraico, la lingua sacra di un popolo legato visceralmente alle proprie tradizioni.

Si può dire che i primi esperimenti di produzione letteraria yiddish risalgano al XV/XVI secolo, quando iniziarono ad essere composte opere di carattere omiletico, destinate a fornire spiegazioni accessibili a tutti delle 613 mitzvòt, i precetti ebraici, che per i fedeli era necessario conoscere alla perfezione. Si diffusero anche versioni in Yiddish delle narrazioni della Torah, rivolti alle donne e a chi non aveva i mezzi per comprendere autonomamente i testi sacri. Tra il XVII e il XVIII secolo, si diffondono opere che imitano la letteratura europea. È proprio in questo periodo che la mobilità del popolo ebraico in Europa si intensifica, a seguito di vari fenomeni non slegati da ondate di antisemitismo. Si verificò un grande spostamento verso est e verso la parte meridionale del Regno di Polonia. A causa di questo travaso, nella lingua yiddish aumentarono gli elementi slavi.

Colonie di commercianti ebrei tedeschi si stanziarono anche nel Nord Italia, fino all’Emilia Romagna. Si trattava di individui attratti dalla Penisola per ragioni commerciali e non è un caso che uno degli esponenti principali di letteratura yiddish rinascimentale sia stato Elia Levita, nativo di Ipsheim, nei pressi di Norimberga, e trasferitosi ben presto nell’Italia settentrionale. Svolse l’attività di grammatico e interagì con il cardinale e umanista Egidio da Viterbo, che divenne suo amico e mecenate. Scrisse le 650 stanze in ottava rima del Bovo-Bukh, basato sul popolare romanzo Buovo d'Antona, a sua volta tratto dal romanzo normanno Sir Bevis of Hampton. Oltre ad essere la prima opera letteraria laica in Yiddish, il Bovo-Bukh è il più popolare romanzo cavalleresco scritto in Yiddish e adeguato alla dimensione della vita ebraica.

Una letteratura yiddish vera e propria, però, nasce con l’Illuminismo. L’Illuminismo yiddish nacque sulla falsa riga dell’Illuminismo francese e tedesco, grazie a Moses Mendelssohn, amico di Christoph Friedrich Nicolai e Gotthold Ephraim Lessing. Mendelssohn aveva tradotto la Torah in tedesco con l’intenzione di valorizzare una lingua considerata superiore, ma suo malgrado veicolò la lingua yiddish, in quanto la redasse in caratteri ebraici, proprio per farsi comprendere da un pubblico quanto più ampio possibile.

Jean-Pierre-Antoine Tassaert, busto di Moses Mendelssohn, presso la Neue Synagoge di Berlino; foto di Yair Haklai, CC BY-SA 4.0

Nacquero così le varie correnti fino ad arrivare ai fondatori della moderna letteratura yiddish: Mendele Moykher Sforim, Sholem Aleichem e Yitskhok Leybush Peretz. Si tratta di autori abbastanza tradotti in lingua italiana, ma le maggiori traduzioni sono state realizzate in lingua inglese. Questo è dovuto agli avvenimenti della fine del XIX secolo.

Il 1881, in particolare, è un anno cruciale per gli ebrei che vivevano nell’Impero russo. Peraltro, la Russia, in quegli anni, era riuscita ad appropriarsi di gran parte della Polonia, inglobando i territori maggiormente abitati dagli Ebrei. Ci fu una tremenda scossa di odio antisemita quando, nel 1881, Alessandro II fu vittima di un attentato da parte di un giovane ebreo anarchico. Questa vicenda scatenò una campagna di pogrom, attacchi di una violenza inaudita ed indiscriminata nei confronti della popolazione ebraica, caratterizzati da saccheggi, incendi, razzie e stupri.

Molti Ebrei decisero di emigrare e, tra il 1881 e gli anni Trenta del Novecento, gli Stati Uniti d’America accolsero oltre tre milioni di profughi. Questa cospicua immigrazione in un paese anglosassone fece in modo che si creasse un’interazione speciale con la lingua inglese e si traducessero molte opere dallo Yiddish. Pur rimanendo discriminati e vittime di pregiudizi, negli Stati Uniti gli Ebrei non subirono le violenze sistematiche perpetrate ai loro danni in Europa. Dopo la Shoah e la Seconda guerra mondiale, l’Europa risultò praticamente svuotata dagli Ebrei e molti superstiti decisero di raggiungere l’America. Altri, invece, raggiunsero la Palestina, aspirando alla creazione dello stato di Israele. Oggi gli Ebrei si trovano in gran parte distribuiti tra queste due realtà e in Europa ne è rimasto soltanto un milione, contro i 12 milioni  che vi abitavano agli inizi del Novecento.

A causa del nazismo, l’Europa ha divelto le proprie radici ebraiche, perdendo una cultura millenaria che sul suo suolo si era espansa, godendo degli apporti delle altre culture e donando menti geniali, in uno scambio vitale e prolifico. Se, per fortuna, il popolo ebraico è rinato e si è risollevato dalla catastrofe dell’Olocausto, la civiltà di lingua yiddish è pressoché scomparsa. Alcuni gruppi sociali ben definiti, però, utilizzano ancora lo Yiddish come lingua ufficiale. Gli ultraortodossi parlano in Yiddish nella quotidianità per non profanare l’ebraico biblico, la lingua sacra. In Israele, un gran numero di Ebrei parla lo Yiddish e a New York esiste una comunità che lo utilizza regolarmente, proprio per non dover adoperare l’inglese in alternativa all’ebraico. Appare quasi paradossale il fatto che lo Yiddish venga oggi usato dagli ultraortodossi, mentre un tempo aveva contraddistinto una letteratura laica, proletaria, nata dalle lotte sociali. Lo Yiddish, però, è usato oggi come seconda lingua da molti Ebrei in America e in Israele: una serie tv distribuita da Netflix, Shtisel, ben dipinge lo scenario bilingue del mondo ebraico ed ebraico-ortodosso. In forme meno specialistiche, il cinema mondiale continua a mostrare interesse per la lingua e la cultura yiddish. Come non menzionare, a tal proposito, l’incipit di A Serious Man di Ethan e Joel Coen.

I fratelli Coen. Foto di Rita Molnár, CC BY-SA 2.5

In Europa, lo Yiddish è parlato specialmente in Francia, dove si trovano Ebrei aschenaziti arrivati in seguito all’ondata migratoria che, nel 1905, li fece riparare lì dalla Russia. Non a caso, il più grande centro di studi per la lingua yiddish si trova proprio a Parigi. L’Inghilterra, terra di transito per molti Ebrei in fuga dalla Mitteleuropa tra le due guerre, ospita un risicato numero di parlanti yiddish, perlopiù anziani.

In ambienti universitari e di ricerca, la lingua, la letteratura e la cultura yiddish vengono ancora insegnate, ma, con il passare del tempo, sempre meno costantemente. Nelle università italiane ci sono stati più o meno significativi avvicinamenti allo Yiddish negli anni Novanta, quando Moni Ovadia iniziò la sua carriera teatrale. Ovadia è stato un grande divulgatore di questa cultura, mediante i suoi lavori e i suoi spettacoli, tra i quali è bene ricordare Golem (che ha portato in tournèe a Bari, Milano, Roma, Berlino, Parigi e New York), Oylem Goylem (con cui si è imposto all’attenzione del grande pubblico, unendo musica klezmer, umorismo ebraico, storielle e barzellette), Dybbuk (spettacolo sull’Olocausto), Taibele e il suo demone, Diario ironico dall’esilio, Ballata di fine millennio, Il caso Kafka, Trieste… ebrei e dintorni, La bella utopia. Nei suoi spettacoli, l’ebreo è l’estraneo per eccellenza e si guarda alla tradizione del popolo ebraico dell’Europa centro-orientale con la piena consapevolezza della distanza da quel mondo e dell’impossibilità di resuscitarne le vite e le forme. Quello dell’artista è uno sguardo strabico: fisso nostalgicamente sul passato e al contempo puntato ostinatamente sul futuro.

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La professoressa Marisa Ines Romano e Moni Ovadia. Foto courtesy Marisa Ines Romano

A ridosso del grande interesse per lo Yiddish nato tra gli ultimi anni Novanta e i primi anni Duemila, nelle università di Roma, Milano, Bologna, Venezia, Torino, Trieste (grazie a Claudio Magris, uno dei primi ad occuparsi di letteratura yiddish) nacquero degli esperimenti. Anche l’esperienza di studio della Professoressa Romano risulta legata a Moni Ovadia, preziosa fonte di ispirazione per una ricerca che avesse attinenza con la dimensione europea e delle letterature comparate. La lingua e la letteratura yiddish, avendo interagito con le varie culture, ben si prestavano al lavoro di comparazione portato avanti da Marisa Romano, specializzatasi in Lingua e Cultura Yiddish presso The Oxford Institute for Yiddish Studies e successivamente presso AEDCY/Bibliotheque Medem (Parigi). Nei suoi anni di formazione, è stata supportata dal professor Giuseppe Farese, Emerito dell’Università di Bari, grande germanista e principale studioso italiano dell'autore austriaco Arthur Schnitzler, di cui ha tradotto le opere. Farese appoggiò immediatamente il campo di indagine della Professoressa Romano, dimostrando grande interesse per lo Yiddish e introducendone a Bari l’insegnamento. Altri colleghi, come il professor Domenico Mugnolo, il professor Pasquale Guadagnella e la professoressa Marie Thérèse Jacquet, ex Presidi della Facoltà di Lingue e Letterature Straniere, hanno poi sostenuto la presenza dell’insegnamento.

A partire dal 1998, prima di diventare Professore a contratto di Lingua e Letteratura Yiddish (L/LIN/13) presso l’Università degli Studi di Bari, la Professoressa Romano ha tenuto corsi presso l’Associazione Culturale Italo-Tedesca (ACIT) di Bari, ambiente culturalmente vivace che ha accolto  con entusiasmo la sua ricerca. Un suo ambito di studio è quello della canzone yiddish colta, dove sussiste un’interazione diretta tra il mondo letterario e quello della musica. A tal proposito, occorre annoverare, tra i numerosi progetti realizzati, la traduzione, introduzione e cura di diverse liriche yiddish, racchiuse nei lavori Betàm Soul (CD, Digressione Music, 2010), Far Libe (CD, Digressione Music, 2012) e Mirazh: le città inaudite (CD, Digressione Music, 2014).

Diversamente da quanto è accaduto per gli altri ambienti accademici italiani, il caso barese nell’insegnamento della Lingua e della Letteratura Yiddish ha avuto una longevità e una costanza che rappresentano un unicum in ambito universitario. Da ben dodici anni, lo Yiddish attira presso l’Ateneo barese centinaia di studenti, incuriositi da questa cultura e desiderosi di apprenderne le principali caratteristiche e peculiarità. Solo nel corso di quest’anno accademico, il Seminario ha potuto vantare più di 180 iscritti, quota che stupisce persino i principali Maestri esteri di questo campo di ricerca. Per la Professoressa, un tale interesse per l’insegnamento si spiega alla luce del rapporto tra la Puglia e l’Ebraismo, che è stato documentato da vari percorsi e progetti, come un documentario realizzato da RAI 3 L’ebraismo a Bari, a cura di Enzo Del Vecchio, a cui la stessa Romano ha collaborato. La Professoressa, inoltre, ha realizzato per due volte di seguito un progetto patrocinato dalla Regione Puglia, Mai Più, consistente in un ciclo di sei seminari per docenti e alunni degli istituti superiori pugliesi, comprendente l’allestimento delle mostre Il treno della memoria, viaggio ad Auschwitz e SHOAH. Fotografie, Video storici, Documenti, Installazioni Incontri e Testimonianze. Grazie a queste iniziative, la Puglia ha assunto consapevolezza della sua importanza per il popolo ebraico. Non va dimenticato che la Puglia fu una terra di transito cruciale per gli Ebrei in fuga dalla Palestina nel corso della grande diaspora e le città pugliesi hanno ospitato importanti insediamenti.

La Sinagoga Scolanova a Trani. Foto di Tommytrani, CC BY-SA 3.0

A Trani è ancora presente una piccola comunità e le due sinagoghe presenti su quel territorio attirano gli Ebrei sparsi per tutta la Puglia. Il numero degli Ebrei in Puglia attualmente non è minimamente paragonabile a quello registrato in passato. Verso la metà del XVI secolo, in seguito alla cacciata dei Semiti da parte dei cattolicissimi re di Spagna, gli Ebrei vennero banditi anche dall’Italia meridionale e alcuni si convertirono, pur rimanendo legati alle proprie tradizioni (cf. Marranesimo). Anche in tempi più recenti, la Puglia ha rappresentato un punto di passaggio fondamentale per gli Ebrei. Dopo il 1943, molti Ebrei in fuga dai nazisti si imbarcarono per la Palestina dai porti pugliesi. Vennero creati diversi campi per rifugiati, come quello di Nardò o quello nei pressi di Barletta. Una grande comunità di sopravvissuti ha trovato accoglienza ed ospitalità in queste terre, conservando ricordi splendidi della sua permanenza. Furono celebrati qui molti matrimoni tra gente che aveva perso tutto e voleva rinascere, cominciare una nuova vita.

Angelo Fortunato Formiggini in una cartolina postale degli anni venti, dalla serie "Cartoline Parlanti"; dalla Collezione privata di Tony Frisina - Alessandria. Immagine di Tony Frisina, in pubblico dominio

Interessante anche occuparsi della diffusione e della traduzione della letteratura yiddish in Italia. Pioniere in tal senso fu, negli anni Venti del Novecento, l’editore modenese di origini ebraiche Angelo Fortunato Formiggini, fondatore dell’omonima casa editrice. Tra le collane principali, è bene ricordare Profili, Classici del ridere, Apologie, Medaglie e Guide radio-liriche. Formiggini pubblicò per la prima volta classici della letteratura yiddish in italiano a partire dalle traduzioni inglesi, poiché non disponeva di traduttori dallo Yiddish. Diede alle stampe, per la collana Classici del ridere, diverse opere di Sholem Aleichem, come La storia di Tewje il lattivendolo (1928) e Marienbad (1918). Angelo Fortunato Formiggini è stato un personaggio di spicco nel panorama editoriale e culturale italiano dei primi del Novecento, ma la sua tragica vicenda biografica pose ben presto fine al suo progetto. Nel 1938, il regime fascista proclamò le leggi razziali, accompagnate da una terribile propaganda antisemita, e Formiggini fu costretto a mutare proprietà e nome della Casa editrice per cercare di evitare l’espropriazione. Il 29 novembre del 1938, stremato su più fronti, decise di mettere in atto il suicidio che premeditava da tempo e si gettò dalla Ghirlandina, la torre del Duomo di Modena. La casa editrice continuò ad esistere fino al 1941, quando fu posta definitivamente in liquidazione.

In tempi più recenti, tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, altre traduzioni sono state fatte dallo Yiddish, per conto di case editrici specializzate nella diffusione di letteratura ebraica, come la casa editrice La Giuntina di Firenze. Anche la casa editrice Adelphi ha pubblicato titoli fondamentali in materia, essendo stata fondata dagli editori ebrei Luciano Foà, Alberto Zevi e Roberto Olivetti nel 1962 ed essendosi avvalsa di collaboratori del calibro di Roberto Bazlen, Giorgio Colli, Sergio Solmi, Claudio Rugafiori, Franco Volpi, Roberto Calasso e Giuseppe Pontiggia. Le figlie di Zevi, Elisabetta e Susanna, continuano a tradurre tuttora opere letterarie dallo Yiddish e dall’Ebraico. Susanna Zevi, in particolare, cura le opere di Meir Shalev, Haim Baharier e del grande Moshe Idel.

Una lingua straordinaria, che rispecchia la storia del popolo più antico. Una lingua ricca, variegata, pregna di storia. La lingua di voci immortali, che continuano a riverberarsi in pagine uniche. Una cultura che merita attenzione e che è necessario conoscere, anche per recuperare l’essenza di un popolo massacrato (per citare il poeta polacco Itzhak Katzenelson, ucciso ad Auschwitz nel 1944). Ritengo sia importante concludere il percorso tracciato in questo articolo, reso possibile dalla competenza e dalla disponibilità della Professoressa Romano, con le parole del Premio Nobel Isaac Bashevis Singer, che, a proposito dello Yiddish, scrive:

C'è chi chiama lo Yiddish una lingua morta, ma così venne chiamato l'ebraico per duemila anni. È stato riportato in vita ai giorni nostri in modo sbalorditivo, quasi miracoloso. L'aramaico è certamente stata una lingua morta per secoli, ma poi ha dato alla luce lo Zohar, un'opera mistica di sublime valore. È un fatto che i classici della letteratura yiddish sono anche i classici della letteratura ebraica moderna. Lo Yiddish non ha ancora pronunciato la sua ultima parola. Serba tesori che non sono ancora stati rivelati agli occhi del mondo. Era la lingua di martiri e santi, di sognatori e cabalisti – ricca di spirito e di memorie che l'umanità non potrà mai dimenticare. In senso figurato, lo Yiddish è l'umile e sapiente linguaggio di noi tutti, l'idioma dell'umanità che teme e spera.

 

 

Si informano i lettori che la Summer School del Centro per la Cultura Yiddish di Parigi quest'anno (2021) si terrà su Zoom, risultando dunque facilmente accessibile da qualsiasi punto del globo.

Quest'anno sono disponibili molte borse di studio per studenti fino a 30 anni, che coprono fino all'intero importo della tassa di partecipazione (normalmente 680 o 450 euro per 3 settimane, a seconda del numero delle ore che si intende frequentare).

Registrazione: https://www.yiddishparis.com/registration/

Borse di studio: https://www.yiddishparis.com/fr/inscription/

Link al sito: https://www.yiddishparis.com/yi/aynshraybn/


Polifonia

Polifonia: suonando la colonna sonora della Storia

Polifonia: suonando la colonna sonora della Storia

Al via un nuovo progetto internazionale, coordinato dall'Università di Bologna, che indaga il patrimonio musicale europeo, per migliorare la comprensione dell’evoluzione dei generi musicali, la loro diffusione nel tempo e nello spazio e le relazioni esistenti tra musica e società

Foto di Pexels 

Ricreare le connessioni tra musica, persone, luoghi ed eventi in Europa dal XVI secolo fino ad oggi. È l'obiettivo di Polifonia, nuovo progetto europeo finanziato con 3 milioni di euro dal programma quadro Horizon 2020 e coordinato dall'Università di Bologna. Il progetto si svilupperà nel corso dei prossimi 40 mesi, e i risultati - che saranno pubblici e disponibili via web sotto forma di un dataset globale e interconnesso - forniranno un contributo fondamentale al miglioramento della comprensione del patrimonio musicale europeo.

“Polifonia svilupperà strumenti di intelligenza artificiale che permetteranno di navigare attraverso un’incredibile mole di suoni e testi plurilingue”, spiega Valentina Presutti, coordinatrice del progetto e ricercatrice al Dipartimento di Lingue, Letterature e Culture Moderne dell’Università di Bologna. “In questo modo, sarà possibile capire come la musica è cambiata e come ha reagito al contesto sociale e politico negli ultimi sei secoli”.
Louis P. Grijp, professore all’Università di Utrecht e ricercatore in musicologia della Royal Netherlands Academy of Arts and Sciences (KNAW), purtroppo recentemente scomparso, ha dimostrato come la musica tradizionale olandese della fine del XVI secolo fosse stata influenzata dall’Opera francese dello stesso periodo. Considerando che in quegli anni i due paesi erano in guerra, risulta evidente come le connessioni musicali tra individui possano essere stabilite nonostante apparenti ostacoli o confini. Quanti casi analoghi potrebbero esistere? Ci sono somiglianze per quanto riguarda il contesto culturale, politico o artistico di diverse realtà? Attualmente è difficile rispondere a simili domande anche perché i musicologi lavorano principalmente su cataloghi non connessi tra loro.
Lo scopo di Polifonia è creare una risorsa vasta e accessibile da chiunque - ricercatori, artisti, produttori musicali, musicisti e amanti della musica - attraverso un portale web, permettendo in tal modo di svelare fenomeni di connessione in modo sistematico.
Utilizzando la stessa metodologia sarà possibile migliorare la comprensione dell’evoluzione dei generi musicali, la loro diffusione nel tempo e nello spazio e le relazioni esistenti tra musica e società, come le colonne sonore delle rivoluzioni, dei movimenti di emancipazione, delle guerre o addirittura delle pandemie. L’industria musicale, per citarne una, avrà finalmente la possibilità di sfruttare appieno il proprio enorme catalogo: collegamenti inaspettati tra musiche apparentemente lontane potranno rivelare nuovi metodi di classificazione in aggiunta alle usuali etichette.
Tra i diversi temi attorno ai quali si articolerà il progetto, uno è dedicato nello specifico a Bologna, città nella quale la musica riveste da sempre un ruolo centrale, ma con un patrimonio musicale solo in parte conosciuto e sfruttato se comparato al suo pieno potenziale. Il pilot MUSICBO si propone di creare un corpus digitale plurilingue (italiano, inglese, francese, spagnolo e tedesco) contenente testimonianze di studiosi, giornalisti, viaggiatori, scrittori e studenti in un periodo compreso dal Medioevo ai giorni nostri. Saranno pubblicati documenti che mostrano diversi stili discorsivi come narrazioni, epistole, notizie di attualità, resoconti di viaggio: un corpus che costituirà il punto di partenza per costruire un dataset disponibile per il riuso da parte di ricercatori, istituti culturali e pubbliche amministrazioni.

Il consorzio di Polifonia è un gruppo interdisciplinare composto da ricercatori e amanti della musica: informatici, antropologi ed etnomusicologi, storici della musica, linguisti, archivisti del patrimonio musicale, amministrativi e professionisti creativi. Coordinato dall'Università di Bologna, il progetto coinvolge inoltre: The Open University (Regno Unito), King’s College London (Regno Unito), National University of Ireland Galway (Irlanda), Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo (Italia), Centre National de la Recherche Scientifique (Francia), Conservatoire National des Arts et Metiers (Francia), Stichting Nederlands Instituut Voorbeeld en Geluid (Paesi Bassi), Koninklijke Nederlandse Akademie van Wetenschappen (Paesi Bassi), Digital Paths srl (Italia).

Per maggiori informazioni: https://polifonia-project.eu/.

Testo dall'Ufficio Stampa Alma Mater Studiorum - Università di Bologna

#InviaggiocongliEtruschi: sulle orme dell'antica civiltà italica

#InviaggiocongliEtruschi

Sulle orme dell'antica civiltà italica.
Un accordo tra Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, Museo Archeologico Nazionale di Napoli e Museo Civico Archeologico di Bologna.
Sconti in biglietteria per i visitatori dei tre Musei

#InviaggiocongliEtruschi

In questa estate italiana così particolare, il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, perseguendo appieno la propria missione, sceglie l’alleanza con i Musei e sigla un accordo che invita a viaggiare attraverso il nostro Paese alla scoperta degli Etruschi, una delle civiltà più affascinanti del mondo antico, un popolo che è parte fondamentale della nostra storia.

#InviaggiocongliEtruschi, è il titolo della campagna che, dal 1 agosto, unirà idealmente lungo la Penisola, il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli e il Museo Civico Archeologico di Bologna. Uniti da Bologna a Napoli passando per Romatre città e tre luoghi della cultura affrontano questo momento particolare proponendo un itinerario turistico-culturale che è un viaggio identitario, un invito alla ricerca delle proprie radici.

I Rasna (così gli Etruschi chiamavano se stessi) hanno dominato il vasto territorio compreso tra la pianura padana del Po e le pendici del Vesuvio; le loro fertili terre producevano grano, olio, vino e fichi tanto famosi da attirare - secondo la leggenda - i barbari Galli che giunsero a saccheggiare persino Roma. Signori del Tirreno, i loro porti erano frequentati da commercianti che giungevano da tutto il Mediterraneo con merci esotiche, profumi, stoffe preziose, avori pregiati… La loro abilità artigianale è testimoniata anche da splendidi gioielli in oro, argento, bronzo, ambra e vetro che abbellivano le donne delle grandi famiglie aristocratiche; ancora oggi gli orafi più esperti cercano di riprodurre la raffinata tecnica della granulazione.

Oggi la storia e la cultura di questa affascinante civiltà sono l’occasione per percorrere il nostro Paese all’insegna della cultura e all'arte, partendo dal Museo Civico Archeologico di Bologna, che ospita, fino al 29 novembre, la mostra "Etruschi. Viaggio nelle terre dei Rasna" (etruschibologna.it), fermandosi a Roma ad ammirare le collezioni del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, il più importante museo etrusco al mondo (museoetru.it), per giungere a Napoli al Museo Archeologico Nazionale che vi accoglierà con l’esposizione "Gli Etruschi e il MANN", una raccolta straordinaria di circa 600 reperti, di cui 200 visibili per la prima volta, acquisiti sul mercato collezionistico dal Museo in varie fasi della sua storia (museoarcheologiconapoli.it). Ad arricchire il percorso espositivo di entrambe le mostre ha contribuito con preziosi ed eccezionali prestiti il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.

I visitatori che seguiranno le orme degli Etruschi avranno diritto alla riduzione del costo del biglietto di ingresso, presentando presso la biglietteria il ticket di uno dei tre istituti coinvolti.
Se si visita uno dei tre musei, si ha la possibilità, quindi, di accedere agli altri due con uno sconto sul costo del biglietto
: il costo di ingresso sarà di 10 euro (invece di 14) al Museo Civico di Bologna (qui la promo sarà valida sino al 29 novembre), di 7 euro (in luogo di 10) al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, di 8 euro (e non 10) al Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

E durante il soggiorno romano si potrà approfittare dell’offerta culturale del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia: aperture straordinarie e visite guidate comprese nel costo del bigliettoPer il programma completo consultate il sito www.museoetru.it 

Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia


Piazzale di Villa Giulia 9, Roma
Apertura: dal martedì alla domenica
Orari: 9-20 (ultimo ingresso ore 19; chiusura sale espositive alle 19.30)

 

Testo e foto #inviaggioconglietruschi dal Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia

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camino dei fenicotteri

“Il Camino dei Fenicotteri”: il ricordo dell’Æmilia Ars nell'esposizione dei fratelli Casanova

Il Camino dei Fenicotteri”, a Bologna il ricordo dell’Æmilia Ars nell'esposizione dei fratelli Casanova

 

Camino dei fenicotteri

Finalmente l’arte torna a splendere e a godere della sua visibilità: dopo mesi di chiusura preventiva la cultura si riappropria dei suoi spazi e, seppur limitatamente, del suo pubblico. Così riprende anche il progetto espositivo dedicato all’Æmilia Ars, società che ha introdotto in Italia l’innovativa visione unitaria di arte, industria e artigianato, principio di modernizzazione del gusto diffusosi in Europa dal movimento “Arts & Crafts” di William Morris.

Giulio Casanova, Decorazione con fresie per vaso, Disegno a china e acquerello rosa, verde, blu, rosso su cartone, mm 340 x 270
Bologna, Musei Civici d’Arte Antica - Museo Davia Bargellini Inv. 1984/1195

Questa “Società protettrice di Arti e Industrie Decorative nella regione emiliana” fu fondata nel 1898 da un gruppo di artisti locali guidati da Alfonso Rubbiani e Francesco Cavazza, seguendo l’esempio delle gilde medievali ed innalzando l’immagine di Bologna tra le officine manifatturiere più all’avanguardia del periodo. Un gusto congiunto al progresso tecnico e scientifico che, seppur di breve durata, produsse svariate opere nel campo delle arti applicate, dell’ornamento e del restauro. Essa annovera tra i suoi progetti l’elegante “Camino dei Fenicotteri”, cui è attualmente intitolata una mostra nel capoluogo emiliano.

Achille Casanova, Cavaliere, Disegno a matita e pastelli su carta, mm 345 x 276, Collezione privata

Il Camino dei Fenicotteri. I disegni dei Casanova dall’Æmilia Ars alla Rocchetta Mattei” è infatti un’esposizione recentemente avviata, che avrebbe dovuto inaugurarsi il 14 marzo per poi rinviare l’apertura al 22 maggio. Curata da Paolo Cova, Mark Gregory D’Apuzzo e Ilaria Negretti, supportati da Renzo Zagnoni, la mostra si svolge a Bologna presso il Museo Civico d’Arte Industriale e Galleria Davia Bargellini, in occasione del primo centenario della sua fondazione nel lontano 30 maggio del 1920. Francesco Malaguzzi Valeri, l’allora Soprintendente delle Belle Arti, voleva collezionarvi esempi dell’artigianato bolognese, così come effettuato dai musei europei di arte applicata e industria sin dall’Ottocento.

L’esposizione, di dimensioni contenute ma dagli esemplari di grande pregio esecutivo, conserva la memoria della storia culturale ed industriale della città. Si configura come una riflessione critica volta ad enfatizzare il disegno di progetto come processo centrale che coniuga la funzionalità moderna al decoro elegante, concretizzati dalla collaborazione con le locali botteghe artigiane.

Giuseppe De Col, Piattino portacenere, per il bando a premi Æmilia Ars concorso n. 23, Disegno su carta, 1899
Bologna, Musei Civici d’Arte Antica - Museo Davia Bargellini Inv. 1984/1198

L’itinerario espositivo propone un susseguirsi di diciassette pregiati disegni di Giuseppe De Col e dei fratelli Achille e Giulio Casanova, unitamente ad undici ferri battuti realizzati da Pietro Maccaferri e Sante Mingazzi: mentre questi ultimi appartengono alla raccolta permanente del museo Bargellini, i disegni sono stati raramente esposti (ed uno di essi viene mostrato al pubblico per la prima volta, poiché parte di una collezione privata). Appartenenti al fondo dell’Æmilia Ars insieme ad altri cinquecento esemplari realizzati in china, acquerello e matita, dopo una lunga trattativa biennale con la contessa Lina Bianconcini Cavazza nel 1936 sono stati inseriti nelle collezioni civiche del Comune di Bologna. I Musei Civici d’Arte Antica includono anche merletti e ricami, pizzi e ceramiche, opere lignee e in ferro battuto, manufatti vitrei o in cuoio, gioielli e vestiari, tutti ovviamente creati dalla Società Æmilia Ars particolarmente attenta ai prodotti di arredo e decoro.

Achille Casanova, Mobiletto porta-giornali, Disegno a china e acquerello verde e rosa su carta, mm 491 x 350, Bologna, Musei Civici d’Arte Antica - Museo Davia Bargellini Inv. 1984/1149
Pietro Maccaferri, Cancello dei Melograni, Ferro battuto con decori traforati in lamiera, cm 139 x 135,5
Bologna, Museo Davia Bargellini Inv. 1986/4292

Altri protagonisti della mostra sono i ferri battuti di Maccaferri e Mingazzi, con i quali collaboravano i membri della gilda, come dimostra la pregevole esecuzione del cancello ideato da De Col per l’Esposizione di Torino. Un cancello gradito alla critica, per l’abilità esecutiva di Maccaferri nella meticolosa decorazione dei melograni stilizzati, concretizzazione di una ricerca geometrizzante dei temi.

Sante Mingazzi, Portavaso decorato con rose, Ferro battuto, cm 121 x 57
Bologna, Museo Davia Bargellini Inv. 1986/1868

Associati a quest’opera vi sono dei disegni progettuali a tema floreale, come quelli relativi a portacenere con orchidee decorative. Parimenti a Maccaferri, il mastro ferraio Mingazzi ha prodotto arredi in ferro battuto di ispirazione vegetale – come un portavaso dai lunghi rami cingenti ed ampie rose – dieci dei quali sono stati donati dalla figlia al Museo Bargellini. Capace di creare senza ricorrere ai disegni preparatori altrui, alcune sue produzioni appaiono arredi abbinabili, come una lampada ad alto stelo e un portavaso perfettamente coordinati.

Sante Mingazzi, Insegna dell’Officina Mingazzi, Ferro battuto, cm 108 x 245, Bologna, Museo Davia Bargellini Inv. 1986/1844

Elemento focale della mostra è il manufatto di terracotta maiolicata da cui prende il nome, ossia il “Camino dei Fenicotteri” posto nella minuta sala della Rocchetta Mattei a Riola. Di forte impatto visivo, si fonda sulle figure slanciate e sinuose di due fenicotteri su sfondo floreale, che cingono i lati del camino e la raffigurazione di una vasca con dei pesci. L’immagine del fenicottero, comune soggetto d’arte paleocristiana, bizantina ed altomedievale come emblema di resurrezione, viene adoperata anche nell’ambito dell’Art Nouveau ove perde i suoi connotati religiosi per acquisire una funzione puramente estetica. Il manufatto di grande pregio presenta l’iscrizione latina su sfondo blu: “haec otia nobis sed libertatem mavimus aeris”, che può essere tradotta approssimativamente con “ci hanno dato tranquillità ma noi preferiamo la libertà dell’aria”.

Ritratto in foto, viene supportato documentalmente dal progetto ideativo dell’architetto, pittore e decoratore Giulio Casanova: un disegno preparatorio in penna ed inchiostro con rifinizioni in acquerello risalente agli anni 1898-1900. Lo schema progettuale mostra chiaramente la stretta cooperazione tra artisti ed artigiani, congiunzione innovativa di lavoro manuale e ideativo. Interessante esemplare del liberty emiliano, fu scelto tra le opere rappresentative della Società Bolognese nell’Esposizione internazionale d’arte decorativa moderna svoltasi nel 1902 a Torino. Probabilmente la sua acquisizione risale al 1904, anno dell’organizzazione di un’asta a Firenze in cui la Società fu costretta a liquidare i propri prodotti, mantenendo attiva solo la manifattura tessile.

Poco conosciuto dal grande pubblico, il camino si trova in un’area dell’edificio non ancora restaurata e quindi inaccessibile. La struttura, voluta dal conte Cesare Mattei, appartiene adesso alla Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna e viene gestita dal Comune di Grizzana Moranti con la collaborazione dell’Unione dei Comuni dell’Appennino bolognese.

Camino dei fenicotteri
Giulio Casanova, Camino dei Fenicotteri, Disegno a china e acquerello su carta bianca, mm 493 x 690
Bologna, Musei Civici d’Arte Antica - Museo Davia Bargellini Inv. 1984/1277

Uno dei maggiori capolavori dell’Æmilia Ars viene così enfatizzato per un effettivo riconoscimento critico, con conseguente restauro che ne consenta la fruibilità. Nella progressiva riconsiderazione delle arti applicate in ambito europeo a cavallo tra XIX e XX secolo, sarebbe opportuno recuperare gli spazi della cosiddetta “industriartistica” bolognese.

La mostra vanta la collaborazione del Gruppo Studi Alta Valle del Reno, che a tal fine ha editato la pubblicazione n. 65 della collana Nuèter-Ricerche. Con il patrocinio della città metropolitana di Bologna, del Comune di Grizzana Morandi, della Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna e dell’Unione dei Comuni dell’Appennino bolognese, l’evento viene promosso dall’Istituzione Bologna Musei – Musei Civici d’Arte Antica.

In questi mesi di attesa per la riapertura ufficiale, Bologna Musei ha ugualmente tentato di mantenere vivo il rapporto col pubblico offrendo un’anticipazione della mostra con pillole video e la visita virtuale delle sale presso la pagina Facebook dei Musei Civici d’Arte Antica. Adesso che è possibile ammirarle dal vivo, si afferma un’organizzazione delle visite in totale sicurezza, per la tutela sia del personale che del pubblico. Per partecipare c’è tempo fino al 6 settembre, per un’estate all’insegna della riappropriazione dell’arte e dei musei.

Immagini dall'Ufficio Stampa Istituzione Bologna Musei

Il Camino dei Fenicotteri

I disegni dei Casanova dall’Æmilia Ars alla Rocchetta Mattei

A cura di Paolo Cova, Mark Gregory D'Apuzzo, Ilaria Negretti

In collaborazione con Renzo Zagnoni e Gruppo di Studi Alta Valle del Reno


22 maggio – 6 settembre 2020



"La Pittura è una storia italiana"

Nell'ambito dell'Art Week bolognese, che si è svolta dal 17 al 26 gennaio 2020 e che ha visto anche l'ottava edizione di ART CITY Bologna, incontriamo pure la 44° edizione di ArteFiera Bologna. Diretta per la seconda volta da Simone Menegoi, si è presentata ricca di novità.

Le gallerie partecipanti - sia italiane che straniere - sono state 155. La maggior parte degli stand si trovavano nella Main Section; non bisogna tuttavia sminuire l'importanza delle altre tre sezioni, curate su invito come ogni anno: si tratta di Fotografia e immagini in movimento a cui si aggiungono, in questo nuovo format di Menegoi Focus e Pittura XXI.

ArteFiera Bologna

Prima fiera in tutto il mondo ad avere una sezione interamente dedicata alla pittura contemporanea, sostiene l'importanza che viene data in quest'edizione al medium pittura. Menegoi afferma: "Mi sembra che ArteFiera sia il luogo ideale per un tentativo del genere, è una fiera che ha un forte radicamento nell’arte del dopoguerra e dove i media tradizionali (soprattutto la pittura) sono di casa." La Pittura è l'unico medium ad aver conservato un' identità specifica e al tempo stesso è stata capace di affrontare tutti i temi del nostro tempo, continuando a dimostrarsi parte integrante del DNA dell'artista italiano.

ArteFiera Bologna

Anche la sezione Pittura XXI - curata da Davide Ferri - appoggia quest'idea, indagando e esplorando il panorama contemporaneo di questo medium.

Mentre la sezione Focus - curata da Laura Cherubini - dimostra una volta per tutte il costante rapporto - seppur non sempre visibile - che l'arte italiana ha sempre avuto col medium pittura. L'idea è stata raccontare quel periodo dell'arte che dagli anni Cinquanta fino ai Settanta, nonostante sia stato particolarmente variegato, fertile e sperimentale, ci ha dimostrato che in Italia la pittura c'è sempre stata.

Come afferma l'artista Giulio de Dominicis: "La pittura è una storia italiana".

Anche quest'anno si è riconfermata la sezione Fotografia e immagini in movimento, curata dal collettivo FANTOM. Attraverso un percorso tra i vari stand realizza un vero e proprio osservatorio di ricerche sul nostro rapporto con la fotografia e i video, che sono diventati strumenti essenziali della nostra quotidianità, ma che continuano a trasformare la percezione che abbiamo del mondo e dello spazio che ci circonda.

Una nota positiva diffusa tra un pubblico più attento e curioso è l’area destinata all'editoria. Sempre più apprezzata dal pubblico, testimonia l’aumento della comunicazione sul mondo dell’arte tramite riviste e libri d'autore.

Ma in un momento in cui il calendario dell'arte è saturo tra fiere, eventi e quant'altro, riusciranno i collezionisti e gli addetti ai lavori a cogliere lo spunto di riflessione lanciato prima dal direttore Simone Menegoi poi dai curatori Davide Ferri e Laura Cherubini, di rivalutare l'importanza e il rapporto che noi italiani abbiamo con la pittura?

Lo capiremo solamente restando aggiornati sui prossimi appuntamenti del mondo dell'arte.

Foto e video relativi ad ArteFiera Bologna sono opera di Sarah Campisi


Pietro Citati racconta il giovane favoloso Leopardi

  “La letteratura era stata, per lui, un dono sostitutivo, perché gli dei e la fortuna gli avevano concesso di scrivere, non di vivere. La malattia aveva cancellato, anno dopo anno, questo dono. Ora egli era diventato una cosa, [...] non poteva più leggere, né scrivere, né correggere i propri versi. Così anche la letteratura, l’unico conforto rimasto, era stata abolita [...], sebbene non si lamentasse della propria infelicità, perché era troppo grande.”

Tutti, nella nostra libreria, dovremmo avere Leopardi, la biografia del poeta recanatese scritta da Pietro Citati per Mondadori (pp. 436, €12.50). Se già amate il poeta recanatese, non farete altro che amarlo ancor di più; se, invece, al liceo, avete detestato il “depressissimo” Leopardi e le sue opere piene di “maiunagioia”, allora, forse, vi ricrederete.

Pietro Citati comincia a raccontare, con estrema precisione, tutti i dettagli dell’infanzia e dell’adolescenza di Leopardi: ci porta a Recanati, nella casa natìa di Giacomo. Nella biblioteca che il Conte Monaldo, “un uomo bizzarro ed estroso, insieme meschino e donchisciottesco”, allestisce per permettere al giovane Leopardi e ai suoi fratelli, Carlo e Paolina, di studiare senza mai dover abbandonare la casa e, soprattutto, Recanati.

Il borgo marchigiano, dirà a più riprese Citati, fu una vera e propria prigione per Leopardi, il quale più volte tenterà la fuga. Penserà di andare “chissà dove” già nel 1819. Quello fu un anno terribile per Giacomo.
Vessato sin dai primi anni della sua vita dalla malattia, la tubercolosi, che gli porterà indicibili sofferenze (dalla cecità, ai dolori articolari, ai dolori lancinanti allo stomaco), Giacomo non troverà altro rifugio se non nella letteratura e nel suo “studio matto e disperatissimo”.

È proprio nel 1819 che Leopardi pensa di essere ormai giunto alla fine della sua vita. Ci sono dei giorni in cui si sente talmente male che non riesce ad immaginare un futuro lungo e ancora tanti giorni davanti a sé. Vorrebbe solo andare via da quel borgo così limitato e scoprire il mondo. Vorrebbe viaggiare, anche se per quel poco tempo che sa benissimo di avere a disposizione. E invece, dopo aver ordito un astuto piano che avrebbe dovuto permettergli la fuga, il padre lo scoprirà e Giacomo si sentirà sempre costretto tra quelle quattro mura, la via di uscita gli sembrerà sempre qualcosa di inafferrabile, inarrivabile. Tornerà, quindi, ai suoi studi: in biblioteca con i suoi fratelli, fedeli compagni in quelle buie mattine di Giacomo. Ci regalerà, in quello stesso anno, l’Infinito.

Leopardi sa bene, però, che “l’educazione e l’istruzione erano una angustia, un timore, una fatica, una tortura [...], la distruzione e cancellazione della giovinezza.” Come dargli torto?
Fuori dalla biblioteca Giacomo avrebbe potuto vivere il mondo e le sue esperienze: dentro le mura paterne, invece, c’erano catene ed ombre. Le catene di quella prigione da cui, solo negli anni successivi, si sarebbe liberato e le ombre di chi vive una vita nella sofferenza, guardando faccia a faccia il dolore.

“Come raccontano le ricordanze, la notte poteva essere un supplizio: ombre, larve, spettri, fantasmi, visioni, timori, tenebre, sudori freddi, orrori, lugubri immaginazioni, chimere, spasimi, apparizioni di un altro mondo”.
Tutta la prima parte del libro di Citati è quindi dedicata alla descrizione dei membri della famiglia Leopardi (lo spazio maggiore viene riservato al Conte Monaldo) e ai momenti che più hanno caratterizzato e poi influenzato la composizione poetica di Giacomo.

Giacomo Leopardi, ritratto ad opera di Ferrazzi, 1820 circa, attualmente presso Casa Leopardi a Recanati. Immagine in pubblico dominio

Citati, nella seconda parte del libro, passa all’analisi delle opere di Leopardi: l’Infinito, lo Zibaldone, le Operette Morali, alcuni dei Canti più famosi del “giovane favoloso”, simboli della sua poetica. L’autore di questa biografia non scinde mai la vita privata di Giacomo e le sue complesse vicende dalla trattazione delle opere che noi tutti, bene o male, conosciamo e che fanno parte della nostra cultura e del nostro essere italiani.

Diversi capitoli sono dedicati ai viaggi che intraprende il nostro Giacomo, quando finalmente riesce a scappare dalla tanto odiata Recanati: Citati ci parla del viaggio a Roma di Leopardi, intrapreso nel 1822 e della delusione che il poeta provò nei confronti della città e dei letterati romani: “erano noiosi, sciocchi, insopportabili. Tutti pretendevano di arrivare all’immortalità in carrozza, come i cattivi cristiani in Paradiso”.
Giacomo si commosse solo visitando il sepolcro di Torquato Tasso nel 1823: “fu commosso dal contrasto fra la grandezza del Tasso e l’umiltà della sua sepoltura; e tra la magnificenza dei monumenti romani, che egli aveva osservato con assoluta indifferenza, e la piccolezza e la nudità di questo sepolcro.”

Poi il viaggio a Bologna, nel 1825, la partenza per Milano, il ritorno a Bologna e la sua permanenza in città, dove fu accolto molto bene dalla società di intellettuali del tempo.
Nel giugno 1827 Leopardi decide di recarsi a Firenze dove avrà la possibilità di conoscere nuovi intellettuali, i quali diventeranno suoi amici: amici che Leopardi, a Recanati, non ha mai avuto. Giacomo, sebbene continui ad avere innumerevoli disturbi fisici, è più sereno. Quando è in viaggio, lontano dal borgo dove è nato, le giornate sono più sopportabili.
Firenze non gli piacque abbastanza, quindi decide di andare a Pisa. Rimarrà colpito soprattutto dal clima della città toscana. Leopardi scriverà, infatti, di poter passeggiare molto anche in inverno, e lì gli inverni sono molto meno rigidi che a Recanati.

Quando farà ritorno a Recanati, a fine novembre del 1828, Leopardi vivrà diciotto mesi di inferno. Le sue condizioni di salute peggiorano ulteriormente ed il poeta si trova di nuovo rinchiuso nel carcere dove ha trascorso l’intera giovinezza.
Solo quando partirà nuovamente per Bologna e Firenze per non far mai più ritorno a Recanati il suo animo di rasserenerà, anche se Giacomo è ormai consapevole di non avere più molti anni davanti a sé.
Ormai quasi cieco, Leopardi riuscirà a dar vita all’edizione napoletana dei Canti, pubblicata nell’aprile del 1831 dall’editore Guglielmo Patti, di cui, però, non riesce a correggere le bozze.
Nel 1833 il suo ultimo viaggio per recarsi a Napoli insieme all’amico Antonio Ranieri, dove Leopardi morì qualche anno più tardi, il 14 giugno del 1837.

Leopardi di Pietro Citati è un “must have” nelle nostre librerie, perché è capace di narrare le complesse vicende dell’autore recanatese e qualche aneddoto riguardante il nostro “giovane favoloso” in maniera scorrevole, piacevole e mai scontata.

Pietro Citati Leopardi
La copertina del libro Leopardi di Pietro Citati, nell'edizione Oscar Bestsellers della Mondadori

Ove non indicato diversamente, la foto è stata scattata da Marika Strano.

Leopardi Pietro Citati


Imago splendida scultura lignea

Mostra "Imago splendida: Capolavori di scultura lignea a Bologna dal Romanico al Duecento"

Imago splendida
Capolavori di scultura lignea a Bologna dal Romanico al Duecento

A cura di Massimo Medica e Luca Mor

Mostra promossa da Istituzione Bologna Musei | Musei Civici d'Arte Antica
In collaborazione con Curia Arcivescovile di Bologna e Fondazione Giorgio Cini, Venezia
Con il patrocinio di Alma Mater Studiorum Università di Bologna - Dipartimento delle Arti

23 novembre 2019 - 8 marzo 2020

Museo Civico Medievale, Sala del Lapidario
Via Manzoni 4, Bologna

Imago splendida scultura lignea
Imago splendida. Capolavori di scultura lignea a Bologna dal romanico al Duecento
Veduta di allestimento della mostra presso Museo Civico Medievale di Bologna, 2019-2020
Foto Giorgio Bianchi | Comune di Bologna

Può dirsi un fenomeno di recente affermazione il rinnovato interesse verso la scultura lignea italiana, ai cui aspetti materiali e tecnici è a lungo mancato, nella storiografia artistica, un pieno riconoscimento di dignità critica. In un quadro di riferimento segnato, in particolare per il patrimonio artistico prodotto nel XII e XIII secolo, da una rarefazione delle opere causata dalla deperibilità del materiale e dalla progressiva trasformazione delle immagini al variare dei canoni estetici, segna un importante momento di ricognizione la mostra Imago splendida. Capolavori di scultura lignea a Bologna dal Romanico al Duecento, visibile al Museo Civico Medievale di Bologna dal 23 novembre 2019 all’8 marzo 2020.

Promossa dai Musei Civici d'Arte Antica | Istituzione Bologna Musei, l'esposizione curata da Massimo Medica e Luca Mor approfondisce l'affascinante e ancora poco studiata produzione scultorea lignea a Bologna tra XII e XIII secolo, restituendone una rilettura aggiornata a distanza di quasi vent'anni dalla grande esposizione Duecento. Forme e colori del Medioevo a Bologna organizzata nell'ambito di “Bologna2000 Città Europea della Cultura”, dove una specifica sezione rappresentava lo spazio del sacro attraverso opere inerenti l'iconografia sacra bolognese. Grazie alla collaborazione della Curia Arcivescovile di Bologna e della Fondazione Giorgio Cini di Venezia, e con il patrocinio di Alma Mater Studiorum – Dipartimento delle Arti, il progetto si configura come esito espositivo di una sedimentata ricerca filologica e documentaria, che consente di fissare una nuova tappa verso la comprensione dei modelli di riferimento nel contesto figurativo della Bologna altomedievale.

Imago splendida scultura lignea
Imago splendida. Capolavori di scultura lignea a Bologna dal romanico al Duecento
Veduta di allestimento della mostra presso Museo Civico Medievale di Bologna, 2019-2020
Foto Giorgio Bianchi | Comune di Bologna

Il nucleo principale della mostra, allestita nella Sala del Lapidario, si compone delle testimonianze più rappresentative della produzione plastica superstite nella città: tre croci intagliate di proporzioni monumentali appartenenti alla variante iconografica del Christus Triumphans che vince la morte, per la prima volta eccezionalmente riunite insieme.
La comparazione ravvicinata dei manufatti offre in visione tangenze e analogie, sul piano della sintassi formale e tecnica, che rendono congetturabile l’ipotesi di un’inedita attribuzione a un’unica bottega, credibilmente di area alpina sudtirolese – il cosiddetto Maestro del Crocefisso Cini – in una fase temporale compresa tra il 1270 e il 1280. Si tratta del Crocefisso conservato nelle Collezioni Comunali d’Arte di Bologna, riallestito nel corso del XIV secolo su una croce duecentesca dipinta da Simone dei Crocifissi, dell’ancora poco conosciuto Crocefisso proveniente dalla basilica di Santa Maria Maggiore a Bologna e, infine, del Crocefisso pervenuto alla raccolta d’arte della Fondazione Giorgio Cini di Venezia.
Ad integrazione esterna della mostra, in un ideale percorso diffuso in città, va inoltre considerata la maestosa Crocefissione scolpita situata nella Cattedrale di San Pietro, di cui in mostra viene elaborata la ricostruzione sull’antico pontile attraverso un video in 3D a cura di Fabio Massaccesi e CINECA, in collaborazione con SAME Architecture.

Imago splendida scultura lignea
Imago splendida. Capolavori di scultura lignea a Bologna dal romanico al Duecento
Veduta di allestimento della mostra presso Museo Civico Medievale di Bologna, 2019-2020
Foto Giorgio Bianchi | Comune di Bologna

Rispetto al numero limitato di crocefissi scolpiti duecenteschi superstiti, quelli dipinti con la stessa iconografia del Christus Triumphans risultano essere documentati a Bologna da svariati esempi, quasi tutti collegabili ad un contesto strettamente mendicante, e in particolar modo francescano. Un confronto tra le due produzioni, scultorea e pittorica, viene proposto nel percorso di visita dall'esposizione di una Croce dipinta, con due figure di Dolenti, attribuita a Pittore giuntesco, databile al settimo decennio del XIII secolo, conservata alle Collezioni Comunali d'Arte di Bologna.

Muovendo dalla ricerca avviata nel 2003 da un contributo critico di Luca Mor, la rete di relazioni stilistiche omogenee che la mostra traccia viene resa più chiaramente leggibile dai dati diagnostici sugli intagli, ricavati dagli interventi di restauro su due delle opere esposte. Per il Crocefisso collocato nella navata destra della basilica di Santa Maria Maggiore,appena riaperta dopo la chiusura per gli ingenti danni causati dal terremoto nel 2012, l'intervento è stato appositamente programmato in vista della presente occasione espositiva. Risale invece al 2011 l'azione conservativa eseguita da Giovanna Menegazzi e Roberto Bergamaschi sul precario stato del Crocefisso acquistato dal conte Vittorio Cini, in origine ubicato nel vestibolo antistante il refettorio palladiano del Convento di San Giorgio Maggiore, che, di fatto, trova al Museo Civico Medievale di Bologna la prima occasione di adeguata valorizzazione espositiva.
Oltre a rendere noti i preziosi dati di restauro e approfondire il tema dello spazio liturgico a Bologna tra XII e XIII secolo, il percorso espositivo consente anche di misurare in dettaglio gli originalissimi effetti della rinascenza gotica sul genere della plastica lignea in rapporto alle arti preziose, che in città conobbero una straordinaria intensità di circolazione. Il dialogo fra le tecniche viene testimoniato dalla presenza di preziosi codici miniati raffinati oggetti liturgici.

La mostra si avvale della sponsorizzazione tecnica di Cineca, Oasi Allestimenti, Radio Sata, SAME architecture.
Un ringraziamento speciale a Silvana Editoriale per la sponsorizzazione tecnica del catalogo, composto da un ricco apparato iconografico, le schede delle opere e i contributi critici di Luca Mor, Massimo Medica, Fabio Massaccesi, Silvia Battistini e Manlio Leo Mezzacasa.  


Si rinnova con la mostra “Imago splendida” dei Musei Civici d’Arte Antica di Bologna quel rapporto speciale e ineludibile che lega la Fondazione Giorgio Cini alla città felsinea. Un legame istituito nel 1963, si può dire in limine, con la fortunata acquisizione della ricchissima raccolta di disegni dal XVI al XIX secolo, che il violoncellista e compositore emiliano Antonio Certani aveva riunito nei primi decenni del secolo scorso, costituendo di fatto una delle sillogi di grafica emiliana tra le più importanti al mondo, alla quale gli studiosi del disegno bolognese non mancano di riferirsi costantemente. La presenza a Venezia dei più di 5000 fogli Certani ha generato, nel corso dei decenni successivi, appuntamenti convegnistici, studi monografici, esposizioni - si pensi solo alle mostre sui Bibiena del 1970 e del 2000 o quella sui Gandolfi tenutasi alla Fondazione Cini nel 1987 - che hanno consolidato il rapporto tra Venezia e Bologna sul fronte dello studio della grafica antica, rafforzando le partnership con il mondo universitario e con numerose istituzioni cittadine della città emiliana; sino alla recente mostra “Il segno dell’Arte” tenutasi a Bologna presso Casa Saraceni nel 2007, dedicata ai disegni di figura e che fece convergere molti dei più importanti studiosi nel campo della grafica bolognese. Tra questi l’indimenticabile amico Stefano Tumidei, sensibile e rigoroso studioso che gli studi sull’arte emiliana hanno perduto troppo presto e alla cui memoria la Fondazione Giorgio Cini, insieme alla Fondazione Federico Zeri e all’Università degli Studi di Bologna, ha dedicato nel 2016 un volume di studi in onore.

Con questa raffinata proposta espositiva, frutto di sedimentate ricerche e analisi feconde sull’arte del Medioevo a Bologna – secondo quella linea di impegno metodologico, improntato alla più rigorosa indagine storica, cui le istituzioni museali civiche bolognesi attendono per tradizione e vocazione – questo legame si salda ulteriormente, grazie al prestito di uno dei gioielli delle raccolte d’arte della Fondazione Giorgio Cini, proveniente dalla collezione di Vittorio Cini. Si tratta del Christus triumphans, un tempo collocato nella Sala della Guardia del Castello di Monselice: monumentale scultura intagliata e policroma duecentesca da tramezzo, che, insieme agli altri due esemplari bolognesi di Santa Maria Maggiore e delle Collezioni Comunali d’Arte, va a comporre un gruppo stilisticamente omogeno d’arte dugentesca bolognese, qui riunito nello splendido contesto di Palazzo Ghisilardi Fava. Un’occasione, questa, come tutte quelle offerte da mostre di studio concepite analogamente, che riteniamo straordinaria per studiosi e visitatori, che avranno modo di comparare le tre grandi sculture. Allo stesso tempo un’occasione importante per leggere e osservare, in un contesto di scambi e relazioni illuminanti con le altre arti, tra miniatura, oreficeria, pittura, il bellissimo Crocifisso ciniano, qui presentato per la prima volta al pubblico nella sua piena leggibilità dopo il restauro del 2011, condotto con passione e competenza dalla compianta Giovanna Menegazzi, cui va il nostro più commosso e sentito ricordo. A lei i curatori, ai quali va il nostro plauso, hanno dedicato questo nuovo importante capitolo sulla scultura bolognese tra Romanico e Duecento.

Luca Massimo Barbero

Fondazione Giorgio Cini, Venezia

 


Ogni persona, di fronte a un’opera d’arte, sia essa antica o più recente, apre la mente e il cuore alla contemplazione del bello. Questo è il grande miracolo dell’arte, che permette di vedere oltre ciò che l’occhio vede e di sentire cio che è al di là della pura esperienza sensibile.

A tutti sarà capitato, qualche volta, davanti a una scultura, a un quadro, ad alcuni versi di una poesia o a un brano musicale, di provare un’intima emozione, un senso di gioia, di percepire, cioè, chiaramente di non essere di fronte soltanto a della materia, a una tela dipinta, a un inseme di lettere o a un cumulo di suoni, ma a qualcosa di più grande, capace di toccare il cuore, di comunicare un messaggio, di elevare l’animo.

Un’opera d’arte è frutto della capacità creativa dell’essere umano, che si interroga davanti alla realtà visibile, cerca di scoprirne il senso profondo e di comunicarlo attraverso il linguaggio delle forme, dei colori, dei suoni.

L’arte è capace di esprimere e rendere visibile il bisogno dell’uomo di andare oltre ciò che si vede, manifesta la sete e la ricerca dell’infinito. Anzi, è come una porta aperta verso l’infinito, verso una bellezza e una verità che vanno al di là del quotidiano. Un’opera d’arte può aprire gli occhi della mente e del cuore, sospingendoci verso l’alto.

La mostra “Imago splendida. Capolavori di scultura lignea a Bologna dal Romanico al Duecento”, organizzata dai Musei Civici d’Arte Antica in collaborazione con la Curia Arcivescovile, la Fondazione Giorgio Cini di Venezia, con il patrocinio dell’Università di Bologna, curata da Massimo Medica e da Luca Mor, ci offre l’occasione per poterci formare di fronte ad alcuni rarissimi capolavori lignei della città di Bologna, principalmente crocifissi, appartenenti alla produzione scultorea del XII e XIII secolo, per aprire gli occhi della mente e del cuore.

Basti menzionare il superbo gruppo della Crocefissione che campeggia nella cattedrale di San Pietro (tra i più antichi in Italia ancora completi delle figure dei Dolenti), il Christus triumphans, ancora poco conosciuto, della chiesa Santa Maria Maggiore, il Crocefisso delle Collezioni Comunali d’Arte, riallestito nel corso del Trecento su una croce dipinta da Simone dei Crocifissi o il Crocefisso pervenuto alla raccolta d’arte della Fondazione Giorgio Cini a Venezia.

Imago splendida”. Il titolo della mostra ci ricorda che le raffigurazioni e le immagini hanno uno splendore e una bellezza che solo la contemplazione ci può far cogliere. Occorre sostare, per poter contemplare. Nella frenesia della vita quotidiana, dove tutto viene divorato con voracità, siamo inviatati a fermarci davanti a una bellezza che continua ad affascinare e a commuovere, portatrice di un messaggio sempre attuale di fede e di umanità.

Matteo Maria Card. Zuppi

Arcivescovo di Bologna


I quattordici musei che fanno parte dell’Istituzione Bologna Musei contengono, nelle loro collezioni permanenti, oggetti che narrano la storia del nostro territorio: da prima della presenza degli Etruschi fino ad oggi, con proiezioni nella storia futura.

I Musei Civici d’Arte Antica hanno raccontato, fin dalla loro istituzione, storie che non coincidevano con la conoscenza scolastica che si ha dei diversi periodi storici, specialmente il relazione al Medioevo, percepito come sconosciuto e, al più, opaco e oscuro.

In occasione di questa mostra, la missione di dare luce a questa penombra i Musei Civici d’Arte Antica l’hanno realizzata in collaborazione con la Curia Arcivescovile di Bologna, l’Università di Bologna e la Fondazione Giorgio Cini di Venezia.

E questa “Imago splendida” è una delle occasioni felici in cui riusciamo a illustrare e narrare al pubblico il Medioevo di Bologna come un periodo di grande effervescenza culturale e artistica, grazie alla presenza consolidata dell’Alma Mater, con la sua eccellente scuola di diritti, e al reticolo di scambi che, grazie anche alla collocazione geografica, si allargava a tutta Europa.

Questa esposizione, curata da Massimo Medica e da Luca Mor, riesce in questo intento di ampliamento della conoscenza del medioevo bolognese partendo dalla presentazione di alcuni rarissimi capolavori lignei della produzione storica di Bologna tra il XII e il XIII secolo.
Rarissimi capolavori perché, anche a causa della deperibilità del materiale in cui sono intagliati, pochi sono giunti fino a noi. E non è un caso che siano quelli di più elevata qualità.

Con un linguaggio contemporaneo, che potrebbe essere giudicato dissacrante se riferito a crocifissi, si potrebbe sostenere che è una preziosa réunion che ricompone per la prima volta le tre grandi Croci trionfali uscite da un’unica bottega bolognese, attiva già dalla seconda metà del Duecento.

Accanto al Grande Crocefisso delle nostre Collezioni Comunali d’Arte, collocato al secondo piano di Palazzo d’Accursio, abbiamo l’occasione di vedere la bellissima Croce della Fondazione Giorgio Cini di Venezia e la Croce di santa Maria Maggiore, restaurata per l’occasione su iniziativa del Comune di Bologna, da Ottorino Nonfarmale e Giovanni Giannelli.
Nella mostra i tre Crocefissi si stagliano in tutto il loro significato devozionale ed estetico e sono accompagnati, per arricchirne la contestualizzazione storica, da diversi oggetti liturgici, anch’essi capolavori, sia di arte orafa sia manoscritti miniati che hanno varie provenienze.

Un arricchimento necessario della contestualizzazione storica è poi fornito dal Cineca che ha prodotto e finanziato, per questa occasione, un filmato che presenta ricostruito l’interno della perduta cattedrale romanica di San Pietro con il pontile e la grande Croce scolpita.

Da parte di tutto il Consiglio d’Amministrazione dell’istituzione Bologna Musei un grazie sentito ai curatori, al personale dei nostri Musei Civici d’Arte Antica e alle tante istituzioni che hanno collaborato con passione e generosità, a dimostrazione di come attraverso la messa in opera di relazioni di collaborazioni reciproche si riesca a offrire al pubblico dei residenti e dei turisti mostre di grande qualità culturale ed espressiva.

Roberto Grandi

Presidente Istituzione Bologna Musei

 

 

 

Testo e immagini da Istituzione Bologna Musei | Museo Civico Medievale

Crediti delle Foto: Giorgio Bianchi | Comune di Bologna

 


Pandora III

Interpol ed Europol coordinano l'operazione "Pandora III"

OPERAZIONE “PANDORA III”

-Italia-

L’Italia ha partecipato all’operazione internazionale denominata “Pandora III”, coordinata centralmente da Interpol ed Europol e finalizzata a contrastare, simultaneamente in più Paesi, la commercializzazione di beni d’arte di provenienza illecita.

Nella settimana di azione coordinata, il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, con il supporto dell’Arma territoriale e in collaborazione con la Direzione Centrale Antifrode e Controlli dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli di Stato ha:

  • effettuato 56 controlli ad aree terrestri d’interesse archeologico e monumentale;

  • verificato 108 esercizi antiquariali, case d’asta, gallerie, restauratori e trasportatori;

  • controllato 17 opere in transito presso porti, aeroporti e aree doganali;

  • contestato 3 violazioni amministrative;

  • identificato 116 persone;

  • denunciato 26 persone in stato di libertà;

  • verificato 329 beni nella Banca Dati dei beni culturali illecitamente sottratti, localizzando 17 opere su cui sono in corso indagini tese al recupero;

  • sequestrato 367 beni culturali per un valore complessivo di € 5.510.000, tra cui:

  • Roma: 2 capitelli corinzi lignei del XVIII secolo, parziale provento del furto commesso, nel marzo 2013 in danno della chiesa “San Martino” di Rocca Santa Maria (TE);

  • Ancona: 2 opere falsamente attribuite all’artista Michelangelo Pistoletto;

  • Jesi (AN), Falconara Marittima (AN), San Severino Marche (MC) e Matelica (MC): 2 dipinti raffiguranti “Annunciazione, Madonna con angelo”, parziale provento del furto commesso, nel marzo 2001, ai danni di un privato di San Silvestro Curatone (MN) e “Deposizione di Cristo”, parziale provento del furto, commesso nel giugno 1974, ai danni della Chiesa “Santa Maria Assunta” di Castel d’Arco (MN);

  • Rimini: rocchio di colonne in pietra di natura archeologica; elemento architettonico;

  • Galatone (LE): 70 monete in bronzo di natura archeologica; 17 oggetti archeologici in bronzo tra cui 2 anelli;

  • Firenze: statuetta egizia del VII secolo a.C., raffigurante “Ushabti in Faience”, provento del furto, commesso nel dicembre 1964, in danno del Museo Civico Archeologico di Modena

Pandora III
“Ushabti”, in faience, VI sec a.C.
  • Bologna: dipinto dal titolo “Half Dollar”, falsamente attribuito all’artista Franco Angeli;

  • Firenze: dipinto del XVII secolo, raffigurante “Natura morta”, provento del furto, commesso nel novembre 1988, in danno di un antiquario di Firenze;

  • Taormina (ME): 109 monete in bronzo di natura archeologica;

  • Perugia: opera grafica, raffigurante “Sacco e Rosso”, falsamente attribuita all’artista Alberto Burri;

  • Modena: 33 volumi dell’Enciclopedie ou dictionnaie raisonnè des sciences….. del XVIII secolo, scritta da Diderot e D’Alembert, asportati in data imprecisata ad un privato di Città di Castello (PG);

  • Grottammare (AP): dipinto del XVI secolo, raffigurante “Madonna con Bambino e Santi”, dell’artista Cesura Pompeo, provento del furto, commesso nel settembre 2013, in danno di privato di Ofena (AQ);

  • Bronzolo (BZ): dipinto senza titolo falsamente attribuito all’artista Gerardo Dottori;

  • Ochsenhausen (Germania): statua raffigurante “Sant’Agata”, asportata nel 1984 dalla chiesa di Commezzadura (TN)

Statua di Sant’Agata
  • Udine e Bronzolo (UD): 3 statue policrome appartenenti alla Civiltà Maya; dipinto falsamente attribuito all’artista Georges Mathieu.


Rinvenuto un tratto della via Aemilia

L’avevamo festeggiata l’anno scorso in occasione dei suoi 2200 anni, ora un segmento della via Emilia è emerso dagli scavi in Piazza Gioberti a Reggio Emilia, un tratto di circa 3 metri costituito da un piano in ciottoli fluviali squadrati, disposti in modo da consentire il deflusso laterale dell’acqua piovana.

Il rinvenimento, peraltro già ipotizzato dalla Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, è stato documentato dagli archeologi e sarà oggetto di studio e pubblicazione da parte della soprintendenza cui spetta la direzione scientifica dei lavori.

La foto del tratto di Via Aemilia rinvenuto è di Roberto Macrì, Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara

Una porzione del limite meridionale della via Emilia di epoca romana è venuta in luce nei giorni scorsi durante i lavori di riqualificazione in Piazza Gioberti legati al progetto “Ducato Estense” finanziato dal Ministero per i Beni e le Attività culturali. A poco più di un anno dalla mostra On the road. Via Emilia 187 a.C.-2017 (allestita a Reggio Emilia fino a giugno 2018)è ricomparso un altro segmento della via consolare voluta da Marco Emilio Lepido nel 187 a.C. che toccava, oggi come allora, i centri nevralgici della Regio VIII coincidente con l’attuale Emilia-Romagna.

Il tracciato, documentato per una lunghezza di più di 3 metri, è costituito da un piano in ciottoli fluviali squadrati disposti a una quota maggiore verso il centro della strada in modo da consentire l’istantaneo deflusso laterale delle acque piovane e degli scarichi. La via è delimitata da una crepidine (marciapiede) realizzata con ciottoli posti di taglio che creano una sorta di gradino continuo rialzato rispetto alla parte restante del battuto stradale; parte di questa crepidine era stata asportata già in età antica.

Rimasta probabilmente in superficie fino al termine dell'Impero romano, la strada sembra però ridursi nel tempo come via carrabile per essere in parte occupata da strutture, in parte affiancata da attività artigianali come quelle metallurgiche.

Dopo tale periodo la strada venne sepolta da successivi sedimenti fluviali.

“Questo rinvenimento -spiega la Soprintendente Cristina Ambrosini- aggiunge un nuovo tassello alla conoscenza del tracciato della via Aemilia, già rinvenuto in più punti nel corso del ventesimo secolo, e porta dati nuovi e fondamentali riguardo all'annosa questione della posizione del torrente Crostolo all'interno della città antica tra epoca romana e XIII secolo. Studiando i dati pregressi e quelli emersi dal controllo archeologico in corso in piazza Roversi, sempre nell'ambito del progetto Ducato Estense, potremo definire con maggior precisione la posizione dell'alveo del torrente e la conformazione di questo nevralgico settore urbano.”

I lavori archeologici si svolgono sotto la direzione scientifica dell’archeologa della Soprintendenza Annalisa Capurso e sono eseguiti in piazza Gioberti dalla ditta GEA (dottori Cecilia Pedrelli, Nicola Cassone, Gloria Saccò) e in piazza Roversi dalla ditta Archeosistemi (dott.sa Anna Losi), con la consulenza del geoarcheologo, prof. Mauro Cremaschi.


A Bologna il cibo tra necessità, condivisione e ostentazione dalla Preistoria all'età moderna

In tutte le culture il cibo ha un valore simbolico e sociale e quindi non solo la sua preparazione e conservazione ma anche la sua rappresentazione sono temi importanti sia dell’archeologia che dell’arte.

In occasione delle Giornate Europee del Patrimonio 2018, archeologi, storici dell'arte, restauratori e servizi educativi della Soprintendenza accolgono il pubblico nella sede di via Belle Arti per proporre “Panem et circenses”, variegata iniziativa che tratta il tema del cibo, dall'archeologia alla storia dell'arte, dal vasellame da mensa al gioco per i più piccoli.

L'archeologa Cinzia Cavallari e la storica dell'arte Anna Stanzani propongono "Il cibo tra necessità, condivisione e ostentazione dalla Preistoria all'età moderna", percorso per immagini commentate sull’alimentazione e la "liturgia" dei pasti.

Nel corso della Preistoria, da un'economia basata sulla caccia e la raccolta dei frutti spontanei si passa, a seguito della scoperta dell'agricoltura e dell'allevamento, a un cambiamento radicale: di fatto il focolare domestico diventa simbolo di famiglia e di comunità. L'alimentazione accompagna la storia dell'uomo in tutte le sue sfaccettature, tra necessità di sostentamento a strumento di ostentazione di stato sociale.

Pasti frugali, banchetti sontuosi in età romana e medievale, mutazioni del gusto, mode, sfruttamento delle risorse naturali, cucine, vasellame da mensa e contenitori per la cottura e la conservazione dei cibi costituiranno un'originale chiave di lettura per comprendere l'evoluzione delle società antiche, medievali e post-medievali.

Per l'età moderna, si aprirà una finestra particolare: quali sono i cibi e le suppellettili messi in tavola dai pittori? E quali sono le occasioni principali per rappresentare il cibo e i temi conviviali? Banchetti sacri e profani, cucine e osterie, nature morte e mercati saranno il filo conduttore di un viaggio nella civiltà della tavola.

Siriana Zucchini propone ai più piccoli l'esperienza ludico-formativa "Caccia ai cocci" per bambini dai 6 agli 11 anni, con ricerca di tessere che andranno a comporre le immagini di reperti legati al cibo di cui i bambini potranno vedere l'originale nel laboratorio di restauro e scoprirne l'uso.

Il laboratorio di restauro sarà aperto al pubblico fino alle 12.30: i restauratori Mauro Ricci e Virna Scarnecchia mostreranno vasi, brocche, bicchieri, posate, contenitori da mensa e da cucina, illustrando le varie fasi del loro restauro.


Infine una serie di immagini commentate illustreranno brevemente la millenaria storia del quartiere e di Via Belle Arti, lo sviluppo urbanistico di quest'area, gli edifici più significativi del passato e del presente e le illustri personalità che hanno vissuto in quella che fino al 1877 era chiamata Borgo della Paglia