Teofrasto di Ereso botanica

Teofrasto di Ereso, il padre della botanica

Nel mondo antico l’interesse per il mondo naturale risale ai filosofi presocratici, che si interrogarono sul cosmo e sugli elementi che lo costituiscono, senza però proporre una loro classificazione. Lo studio delle piante, degli animali e delle pietre era allora parte della σοφία, un insieme di conoscenze che spaziavano dalla scienza alla filosofia e che solo pochi possedevano. Per quanto riguarda le piante, secondo Otto Kern sarebbero esistiti alcuni carmi fatti passare sotto il nome di Orfeo, giunti solo attraverso dei frammenti e riuniti inizialmente da Christian August Lobeck, poi da Eugen Abel.[1] Nonostante questi testi siano citati da autori antichi quali Galeno, Alessandro di Tralle, Plinio il Vecchio e Apuleio[2], il primo tentativo di organizzare le conoscenze sul mondo vegetale si ha con Teofrasto, passato alla storia come “padre della botanica”.

Nato ad Ereso (Lesbo) verso il 370 a.C., Teofrasto era forse figlio di un tintore e si dice che il suo vero nome fosse Tύρταμος, poi cambiato da Aristotele in Θεόφραστος. A Ereso ebbe modo di studiare presso un certo Leucippo, e quando successivamente si trasferì ad Atene fu allievo prima di Platone e poi di Aristotele. Proprio con quest’ultimo si instaurò un reciproco rapporto di stima e fiducia, così forte che dopo la morte del maestro di color che sanno Teofrasto guidò il Peripato fino al 287, anno della morte, dando alla scuola aristotelica una maggiore impostazione scientifica.[3]

Teofrasto di Ereso botanica
Teofrasto di Ereso, orto botanico di Palermo. Foto di  tato grasso modificata da Singinglemon, CC BY-SA 2.5

L’opera per cui questo autore è maggiormente conosciuto sono certamente i Caratteri, nei quali si descrivono vari modelli morali secondo uno schema ben preciso, ma il merito più grande di Teofrasto è forse il fatto che a lui si devono i più antichi trattati botanici greci. Tra questi, il più significativo è sicuramente l’Historia plantarum o Περὶ φυτῶν ἱστορία, che nei suoi nove libri (sui dieci originari) si propone di indagare in modo scientifico il mondo vegetale, come tra l’altro emerge dal termine historia o ἱστορία nel titolo.[4]

Questo scritto si apre con una riflessione metodologica in cui Teofrasto spiega che, per conoscere le differenze tra le varie specie di piante, occorre considerare le loro parti, le loro qualità, il loro modo di riprodursi e di vivere. Si suggeriscono quindi alcune classificazioni, mostrando come alcune parti della pianta siano perenni quali la radice, il tronco o i rami, mentre altre si generano attraverso la riproduzione, come le foglie, i frutti e i fiori; si distinguono poi le piante in base alla loro morfologia (alberi, arbusti, arbusti nani ed erbe), al modo in cui crescono (specie domestiche e selvatiche) e al luogo in cui si sviluppano (specie terrestri e acquatiche). In tutto questo si nota come sia difficile realizzare una classificazione precisa, dal momento che anche l’altezza, la grandezza o la durata della vita sono dei criteri da non trascurare, pertanto si può solo fare una distinzione generale:

Διὰ δὴ ταῦτα ὥσπερ λέγομεν οὐκ ἀκριβολογητέον τῷ ὅρῳ ἀλλὰ τῷ τύπῳ ληπτέον τοὺς ἀφορισμούς· ἐπεὶ καὶ τὰς διαιρέσεις ὁμοίως, οἷον ἡμέρων ἀγρίων, καρποφόρων ἀκάρπων, ἀνθοφόρων ἀνανθῶν, ἀειφύλλων φυλλοβόλων.

“Per questo motivo, per così dire, non è possibile elaborare delle classificazioni precise, ma generali. Si possono dunque fare delle distinzioni come quelle tra piante selvatiche e coltivate, con frutto e senza frutto, con fiori e senza fiori, sempreverdi e decidue”.[5]

L’introduzione metodologica costituisce un punto di riferimento per i primi otto libri, nei quali si passano in rassegna le caratteristiche delle diverse specie, mentre nel IX si riportano anche i loro utilizzi medici richiamando all’attività di ῥιζοτόμοι e φαρμακοπῶλαι[6]; secondo Max Wellmann tuttavia la fonte principale dell’opera, oltre all’osservazione diretta dell’autore, risulterebbe Diocle di Caristo, medico del IV secolo a.C. che ha offerto numerosi contributi alla medicina pratica e che è stato un modello per altri trattati successivi.[7]

Teofrasto di Ereso botanica
Dell'Historia delle piante, di Theophrasto libri tre, tradutti nouamente in lingua italiana da Michel Angelo Biondo medico. Foto biblioteca digitale BEIC e caricato in collaborazione con Fondazione BEIC, in pubblico dominio

Un'altra opera botanica di Teofrasto è il De causis plantarum[8], composto da sei libri e riguardante la riproduzione delle piante e la loro fisiologia, riprendendo le specie già menzionate nell’Historia plantarum e procedendo per classificazioni:

Τῶν φυτῶν αἱ γενέσεις ὅτι μέν εἰσι πλείους καὶ πόσαι καὶ τίνες ἐν ταῖς ἱστορίαις εἴρηται πρότερον. ἐπεὶ δὲ οὐ πᾶσαι πᾶσιν, οἰκείως ἔχει διελεῖν τίνες ἑκάστοις καὶ διὰ ποίας αἰτίας, ἀρχαῖς χρωμένους ταῖς κατὰ τὰς ἰδίας οὐσίας· εὐθὺ γὰρ χρὴ συμφωνεῖσθαι τοὺς λόγους τοῖς εὑρημένοις.

“La riproduzione delle piante, ovvero il fatto che vi sono molte specie, e quante e quali siano queste, è stata trattata precedentemente nell’Historia. Poiché non appartengono tutte a tutte le specie, è utile distinguere quelle che appartengono a ciascuna specie e per quali motivi, servendosi dei principi riguardo alla loro essenza; infatti è necessario che l’argomento si accordi direttamente con le parole che vengono dette”.[9]

Si illustra poi la generazione delle piante a partire da semi, rami o frutti, nonché i fenomeni meteorologici che influenzano la loro crescita e le operazioni culturali, comprendenti anche l’osservazione dello stato della pianta. Un altro aspetto significativo del De causis plantarum è quello dei sapori e degli odori, ai quali è dedicato il VI libro. Rifacendosi agli insegnamenti di Aristotele, Teofrasto distingue i sapori in otto classi, a loro volta suddivise in otto categorie a seconda degli effetti provocati sugli organi di senso. Gli odori sono invece legati sia ad esseri inanimati che a piante e animali; in merito alle piante – ma questo vale anche per i sapori – si evidenzia come essi si concentrino a volte nelle radici, altre volte nei rami, nelle foglie oppure nei fiori, mostrando poi come dalla loro estrazione possano essere ricavate fragranze.[10]

Questa tematica è approfondita da Teofrasto anche in un altro trattato, il De odoribus[11], che si apre con una prima distinzione tra odori dolci e aspri, poi anche piccanti, forti, deboli, dolci e pesanti, e in generale potremmo dire tra buoni e cattivi odori.[12] Una successiva classificazione è quella tra gli odori presenti in natura e quelli creati attraverso una τέχνη, un’arte, in questo caso quella della profumeria. Si mostrano a riguardo le varie combinazioni tra sostanze umide e secche che generano vini aromatici, polveri fragranti e profumi, descrivendo tra l’altro i metodi per estrarre le essenze attraverso la bollitura oppure la macerazione a freddo. Per i profumi, in particolare, si riportano le fasi della preparazione e i diversi utilizzi. Tra i più conosciuti vi è sicuramente quello di rosa, ῥόδινον[13], che nonostante sia molto leggero è capace di eliminare qualsiasi altro odore:

Πρὸς δὲ τὰς δυνάμεις σκοπουμένοις δόξειεν ἂν ἄτοπον εἶναι τὸ συμβαῖνον ἐπὶ τοῦ ῥοδίνου· κουφότατον γὰρ ὂν καὶ ἀσθενέστατον ἀφανίζει τὰς τῶν ἄλλων ὀσμὰς ὅταν προμυρισθῶσι.

“Riguardo alle virtù dei profumi esaminati, potrebbe sembrare strano quello che succede all’unguento di rosa: pur essendo infatti il più leggero e il più debole elimina gli odori degli altri profumi qualora qualcuno ne sia stato cosparso”.[14]

L’affinità del De odoribus con il De causis plantarum ha dato origine a numerosi dibattiti sulla collocazione di questo scritto all’interno del corpus di Teofrasto: a metà del XX secolo Otto Regenbogen lo ha incluso nel De causis plantarum, mentre in seguito George R. Thompson lo ha identificato con un ipotetico VIII libro che non è stato tramandato e che doveva seguire un libro su oli e vini.[15]

Da questo panorama sulle opere di Teofrasto possiamo riconoscere dunque un certo intento classificatorio, con la volontà di sistematizzare un sapere fino ad allora non organizzato. Eccetto che per gli impieghi medici descritti nel IX libro dell’Historia plantarum e nel De odoribus, ci si rivolge infatti allo studio della natura delle piante cercando di dar vita ad un’enciclopedia del mondo vegetale che fosse quanto più scientifica possibile.[16] Questo spiega la nomea di “padre della botanica”, alla quale si aggiunge anche il merito di aver reso accessibile a chiunque un sapere che prima era circoscritto. Teofrasto, in questo senso, è sia un punto di partenza che di arrivo: di partenza, perché ha permesso a tutti di apprendere e possedere la σοφία del mondo naturale; di arrivo, perché la fortuna della sua opera ha lasciato tracce nella letteratura scientifica antica e anche successiva. E, forse, questo dimostra che la sua impresa ha raggiunto pienamente l’obiettivo che si prefiggeva.

 

Bibliografia

Amigues 1988-2006 = S. Amigues (a cura di), Théophraste, Recherches sur les plantes, 2 voll., Paris 1988-2006.

Amigues 2012-2017 = S. Amigues (a cura di), Théophraste, Les Causes des phénomènes végétaux, 2 voll., Paris 2012-2017.

André 1951-1972 = J. André (a cura di), Pline l’Ancien, Histoire Naturelle, 37 voll., Paris 1951-1972.

Coulon 2016 = J.C. Coulon, Fumigations et rituels magiques, in Bulletin d’études orientales, vol. LXIV, 2016, pp. 179-248.

Fahd 1993-1998 = T. Fahd (a cura di), Ibn Waḥšiyya, al‑Filāḥa al‑nabaṭiyya [= L’agricoltura nabatea], 3 voll., Damascus 1993‑1998.

Fausti 2015 = D. Fausti, Farmaci ed amuleti: ai confini del razionale nella medicina antica, in I quaderni del ramo d’oro on-line n.7, Siena 2015, pp. 30-51.

Ferrini 2012 = M.F. Ferrini, [Aristotele], Le piante, Milano 2012.

Hornblower-Spawforth 2012 = S. Hornblower, A. Spawforth (a cura di), The Oxford Classical Dictionary, 2 voll., Oxford 2012.4

Kühn 1821-1833 = K.G. Kühn (a cura di), Claudii Galeni opera omnia, 20 voll., Leipzig 1821-1833.

Puschmann 1878-1879 = T. Puschmann (a cura di), Alexandre of Tralles, Libri duodecim de re medicina, 2 voll., Wien 1878-1879.

Scarborough 1978 = J. Scarborough, Theophrastus on Herbals and Herbal Remedies, in Journal of the History of Biology, vol. XI.2, 1978, pp. 353-385.

Scarborough 2006 = J. Scarborough, Drugs and Drug Lore in the Time of Theophrastus: Folklore, Magic, Botany, Philosophy and the Rootcutters, in Acta classica, vol. XLIX, 2006, pp. 1-29.

Squillace 2010 = G. Squillace (a cura di), Il profumo nel mondo antico. Con la prima traduzione italiana del «Sugli odori» di Teofrasto, Firenze 2010.

Squillace 2012 = G. Squillace, I profumi nel De odoribus di Teofrasto, in A. Carannante, M. D’Acunto (a cura di), I profumi nelle società antiche, Paestum 2012, pp. 247-263.

Squillace 2014 = G. Squillace, I giardini di Saffo. Profumi e aromi nella Grecia antica, Roma 2014.

Totelin 2008 = L.M.V. Totelin, Parfums et huiles parfumées en médecine, in A. Verbanck-Pierard, N. Massar (a cura di), Parfums de l'antiquité: La rose et l'encens en Méditerranée, Paris 2008, pp. 227-232.

Verzura 2011 = E. Verzura (a cura di), Orfici. Testimonianze e frammenti nell’edizione di Otto Kern, Milano 2011.

Wehrli-Wöhrle-Zhmud 2004 = F. Wehrli, G. Wöhrle, L. Zhmud, Theophrast (n. 17), in H. Flashar (a cura di), Die Philosophie der Antike, Band 3, Ältere Akademie, Aristoteles, Peripatos, vol. II, 2004, pp. 506-557.

Wellmann 1898 = M. Wellmann, Das Älteste Kräuterbuch der Griechen, in Festgabe für Franz Susemihl, Leipzig 1898, pp. 22-31.

 

[1] Per approfondimenti si tenga presente l’edizione dei frammenti orfici curata da Otto Kern, tradotta in italiano da E. Verzura: E. Verzura (a cura di), Orfici. Testimonianze e frammenti nell’edizione di Otto Kern, Milano 2011; si vedano in particolare le pp. 684-693.

[2] Cfr. Galeno, vol. XIV p. 114 Kühn; Alessandro di Tralle, vol. I, p. 565 Puschmann; Plinio, HN, XXV, 5; XXX, 2; Apuleio, Apologia, 30.

[3] Cfr. R. Sharples, s.v. Theophrastus, in The Oxford Classical Dictionary, vol. II, Oxford 20124, p. 1461.

[4] L’Historia plantarum è tramandata da dieci manoscritti, tra i quali si ricordano il Vaticanus Urbinas Gr. 61 (U), il Plut. 85.22 (M), il Parisinus Gr. 2069 (P), il Monacensis Gr. 635 (Mon.). Nel 1483 fu realizzata una traduzione latina da Teodoro Gaza, mentre l’editio princeps fu pubblicata nel 1497 da Aldo Manuzio. Per un’edizione valida, anche se non recente, cfr. S. Amigues (a cura di), Théophraste, Recherches sur les plantes, 2 voll., Paris 1988-2006.

[5] Teofrasto, HP, I, 3, 5.

[6] I ῥιζοτόμοι, “tagliatori di radici”, si occupavano della lavorazione di piante ed erbe che in seguito venivano vendute come prodotti finiti dai φαρμακοπῶλαι. Per il rapporto di Teofrasto con queste figure, cfr. Teofrasto, HP, IX, 8. In generale si tengano presenti anche Scarborough 2006, pp. 12-15; Fausti 2015, pp. 33-38.

[7] Wellmann 1898, pp. 22-31. In generale sulle fonti di Teofrasto, cfr. Scarborough 1978, pp. 355-356.

[8] L’opera è stata tramandata da vari manoscritti, i principali sono il Vaticanus Urbinas Gr. 61, il Plut. 85.22 e il Parisinus Gr. 2069 che dopo il testo dell’Historia plantarum riportano quello del De causis plantarum; anche la prima traduzione latina di Teodoro Gaza e l’editio princeps aldina comprendono entrambi gli scritti di Teofrasto. Per un’edizione recente, cfr. S. Amigues (a cura di), Théophraste, Les Causes des phénomènes végétaux, 2 voll., Paris 2012-2017.

[9] Teofrasto, CP, I, 1.

[10] Squillace 2014, pp. 73-74.

[11] Per il De odoribus cfr. G. Squillace (a cura di), Il profumo nel mondo antico. Con la prima traduzione italiana del «Sugli odori» di Teofrasto, Firenze 2010. Per quanto riguarda l’interesse nei confronti dei profumi, vi sono alcuni autori ellenistici delle cui opere sono stati tramandati solo i titoli e, nei casi più fortunati, alcuni frammenti: Apollonio Mys, medico egiziano del I secolo a.C., avrebbe scritto il Περὶ μύρων, dedicato ai diversi impieghi terapeutici e cosmetici delle sostanze aromatiche; ad un certo Apollodoro sarebbe invece attribuito un trattato sui profumi e sulle corone. Cfr. Totelin 2008, pp. 228-229.

[12] I cattivi odori secondo Teofrasto deriverebbero dalla putrefazione di esseri inanimati, animali e piante; cfr. Teofrasto, De odoribus, 1. La distinzione tra buoni e cattivi odori non era però sentita solo nel mondo greco, come emerge dall’opera araba al‑Filāḥa al‑nabaṭiyya, “L’agricoltura nabatea”, composta da Ibn Waḥšiyya tra il 291 e il 904 d.C.: in questo scritto, per quanto concerne le piante, si spiega come il buon odore provenga dal calore e dalla siccità, mentre quello cattivo dal freddo e dall’umidità. Cfr. Ibn Waḥšiyya, al‑Filāḥa al‑nabaṭiyya, I, p. 683; Coulon 2016, p. 187.

[13] Questo unguento è ricordato anche come rimedio per le orecchie a causa della presenza del sale nella sua preparazione; cfr. Teofrasto, De odoribus, 35.

[14] De odoribus, 45.

[15] Questa tesi è stata riproposta recentemente da Fritz Wehrli, Georg Wöhrle, Leonid Zhmud in Theophrast (n. 17), in H. Flashar (a cura di), Die Philosophie der Antike, Band 3, Ältere Akademie, Aristoteles, Peripatos, vol. II, 2004, pp. 506-557.

[16] Nel metodo adoperato da Teofrasto si può scorgere il modello di Aristotele, che doveva aver elaborato anche dei trattati di botanica di cui purtroppo rimane solo un opuscolo pseudo-aristotelico sulle piante: la versione che ci è stata tramandata è però una traduzione greca compiuta a partire da un testo latino, basato su una traduzione araba che a sua volta si rifà a una versione siriaca. A riguardo si veda l’edizione curata da M.F. Ferrini: M.F. Ferrini, [Aristotele], Le piante, Milano 2012.


Intervista all'archeobotanica Chiara Comegna

Intervista a Chiara Comegna, archeobotanica e contrattista presso il Laboratorio di ricerche applicate del Parco Archeologico di Pompei che ha appassionato il pubblico durante il suo seminario "I semi dell'avvenire. Storiae di botanica ed alimentazione nel mondo" presso la Biblioteca Antoniana di Ischia.

Tante le domande e le curiosità suscitate dal suo intervento nella seconda edizione di Arkeostoriae - archeologia e narrazioni ideato e organizzato dall'archeologa Alessandra Vuoso che ci ha permesso di incontrare esperti di storia antica, beni culturali e narrativa, permettendoci anche di poter soffermarci maggiormente sulla loro professione

Allora, curiosi e affascinati, abbiamo chiesto proprio alla Dottoressa Chiara Comegna di rispondere a qualche domanda sulla sua professione permettendoci di addentrarci su questo particolare aspetto della ricerca archeobotanica ancora poco conosciuta al grande pubblico.

Intervista Chiara Comegna
Intervista all'archeobotanica Chiara Comegna

Dottoressa Comegna, cos’è l’archeobotanica e cosa studia?

L’archeobotanica è una macrodisciplina che si occupa dello studio e dell’interpretazione dei reperti vegetali portati in luce in contesti archeologici al fine di comprendere i diversi aspetti del rapporto uomo-pianta e la sua evoluzione.

Questi reperti sono di diversa tipologia e dunque anche le tecniche di analisi sono differenti a seconda che si tratti di semi o frutti (carpologia), legni e carboni (xiloantracologia), pollini (palinologia) e altre evidenze macro e microscopiche.

Quando nasce la disciplina?

L’archeobotanica intesa come “studio dei reperti vegetali da contesti archeologici” si può dire che nasca negli anni ’60 del secolo scorso quando si iniziò a porre l’attenzione allo sfruttamento delle risorse naturali, in particolar modo vegetali, da parte dell’uomo nel corso della storia.

In quanto disciplina ibrida il suo sviluppo, per certi versi ancora in itinere, si deve al continuo confronto tra settori scientifici differenti ognuno dei quali ha esigenza di ottenere risposte a domande diverse a seconda dell’ambito culturale di appartenenza (scienze naturali, agronomiche, archeologiche). Una delle peculiarità della materia è infatti l’aspetto interdisciplinare.

Intervista Chiara Comegna
Intervista all'archeobotanica Chiara Comegna

Quali sono gli strumenti che utilizza un archeobotanico?

Il lavoro dell’archeobotanico comincia con la pianificazione delle attività di scavo e/o campionamento che, in genere, avviene di concerto con l’archeologo e gli altri professionisti coinvolti.

Le attività sul campo, condotte con gli strumenti tipici sia dell’archeologo (trowel, picozzine, setacci) che del biologo (bisturi, sgorbiette, pinzette, tubetti sterili), sono necessari al recupero dei reperti che, successivamente, vengono analizzati in laboratorio con microscopi di diversa tipologia a seconda del reperto per arrivare all’identificazione delle specie.

I dati ottenuti vengono inseriti in Database e vengono creati dei grafici, in tal modo si può procedere alla loro interpretazione comparando tutte le fonti a disposizione.

Quali contesti ha studiato durante la sua esperienza professionale e cosa ha potuto ricostruire a livello di informazioni?

I contesti studiati sono stati diversi e afferenti a diverse epoche e culture ma uno dei lavori a cui tengo maggiormente è il primo lavoro che mi fu affidato a Pompei.

Si tratta di uno studio multidisciplinare in cui ho lavorato fianco a fianco con l’archeologo e l’archeozoologo: l’analisi dei reperti organici relativi un rituale individuato nell’esedra del Tempio di Iside a Pompei.

In questo caso, mentre gli archeologi si sono occupati della caratterizzazione del materiale ceramico oltre che ovviamente delle evidenze di scavo, e l’archeozoologa dei reperti faunistici, io ho identificato i carporesti (semi e frutti) e gli antracoresti (carboni) che caratterizzavano l’offerta rituale.

Il lavoro di équipe ha portato all’individuazione di un rituale complesso e preciso che spesso si ritrova raffigurato anche nei larari (presenza di pigne e frutta secca) e, nel mio caso, è stato possibile anche scoprire che tra le offerte, all’interno di un piccolo contenitore, vi era una sorta di composta di fichi.

Intervista all'archeobotanica Chiara Comegna
Intervista all'archeobotanica Chiara Comegna

Quanto può essere probante il campione prelevato e che numerosità deve avere per dimostrare l’effettiva presenza di una specie in un territorio e la sua eventuale coltivazione?

E’ importante ottenere dati che possano essere statisticamente rilevanti; ad esempio nel caso dei pollini sarebbe consigliabile arrivare almeno ad un paio di centinaia di granuli pollinici per vetrino e una quindicina/ventina di taxa o per i carboni, nel caso di campionamenti di grandi aree, si effettuano prelievi di grandi volumi di sedimento per il recupero di più frammenti possibili così da avere un quadro quanto più realistico possibile della vegetazione circostante.

È possibile individuare le modalità di coltivazione delle piante e dunque poter formulare ipotesi sul paesaggio antropizzato a partire dalle indagini archeobotaniche?

Se lo scavo viene condotto correttamente, oltre ai reperti archeobotanici vengono individuate tutta una serie di tracce (rincalzi, buche originate dalla disgregazione degli apparati radicale delle piante, tracce di aratura, ecc…) che possono fornire le informazioni necessarie alla corretta interpretazione del paesaggio vegetale antropizzato.

Questo tipo di dato è possibile ottenerlo intrecciando i dati archeologici, che prescindono dalla corretta metodologia di scavo applicata, le fonti scritte (ove presenti) ed anche i dati etnobotanici (tradizioni ancora presenti nel territorio).

Dai reperti rinvenuti nei siti vesuviani è possibile capire se avvenivano delle selezioni delle specie per migliorarne la produttività?

Un esempio in merito riguarda i tantissimi vinaccioli portati in luce nello scavo di Poggiomarino. Dagli studi effettuati è stata evidente la presenza di vinaccioli appartenenti sia a vite selvatica che a vite domestica testimoniando dunque la compresenza delle due specie ma anche il presunto passaggio dall’una all’altra e la selezione.

Quali sono le metodologie di scavo che consentono di fare interagire l’archeobotanico con le altre professionalità presenti in uno scavo archeologico?

L’interazione tra archeobotanico e tutte le professionalità presenti sullo scavo è necessaria. Per effettuare una corretta programmazione e pianificazione delle operazioni di scavo devono essere coinvolti tutti professionisti così da attuare le metodologie più idonee a seconda delle caratteristiche dello scavo in questione.

Intervista all'archeobotanica Chiara Comegna
Intervista all'archeobotanica Chiara Comegna

La densità del costruito in un’area urbana e la conseguente adiacenza delle aree verdi può costituire un problema nell’individuazione di specie vegetali effettivamente coltivate nell’area in analisi? 

Spesso sullo scavo si ha la necessità di intervenire, in accordo con i vari enti, tagliando alberi e arbusti che insistono nell’area di lavoro. In qualche occasione le radici di questi alberi (come nel caso degli ailanti) arrivano fino ai piani archeologici e possono disturbarli.

Differente è il caso dei campionamenti per il recupero dei reperti archeobotanici: per far sì che siano corrette, tutte le operazioni di campionamento sono studiate e programmate tenendo conto delle variabili e degli eventuali elementi inquinanti così che le interpretazioni possano risultare il più corrette possibili.

Le campionature palinologiche in aree già scavate possono risultare falsate dalla presenza di pollini provenienti da giardini moderni?

Normalmente non si effettuano campionature palinologiche in aree già scavate a meno che queste non siano esposte da poco tempo o che sia possibile effettuare il prelievo in sezioni verticali che possono essere ripulite dallo strato contaminato dal moderno.

Bisogna puntualizzare che non è possibile effettuare il campionamento pollinico ovunque perché non tutti i sedimenti sono idonei alla conservazione dei pollini; anche in questo caso è quindi necessario lavorare in accordo con gli altri professionisti (geologi, archeologi) presenti sul cantiere di scavo per individuare i punti più adatti al campionamento.

Intervista all'archeobotanica Chiara Comegna, Foto: Courtesy of Arkeostoriae - archeologia e narrazioni

Qui per rivedere il seminario: "I semi dell'avvenire. Storiae di botanica ed alimentazione nel mondo" di Chiara Comegna

https://www.facebook.com/100486155139681/videos/614883519179999


Quale mondo senza la Rosa?

Solitamente non recensisco narrativa, tanto meno di questo genere. Ma quando ho visto la lista delle nuove uscite della add Editore, qualcosa mi ha colpito nel titolo Il romanzo della rosa di Anna Peyron, non fosse altro per la suggestione indotta dalla passione che mia madre ripone nella botanica. La Peyron, “vivaista anomala” come lei stessa si definisce, scrive su La Stampa e su Gardenia e prima di dedicarsi alle piante lavorava in una galleria di arte contemporanea. “Puntata dopo puntata prendo sempre maggior confidenza con la scrittura e alterno argomenti e storie legate alle rose che possano incuriosire anche chi non ha un giardino. Neppure un solo vaso di rose sul balcone”, scrive sul finire del libro. E ancora: “Ho intrapreso un lavoro di cui non avevo alcuna esperienza, alcuna conoscenza diretta, di cui non mi era stato tramandato alcun sapere”.

Il romanzo della rosa di Anna Peyron. Foto di Valentina Tatti Tonni

È a Castagneto Po, in Piemonte, che nei primi anni Ottanta apre un vivaio di cacti, affascinata dalle forme geometriche e scultoree. “Ritrovo tante analogie con il mondo dell’arte: le piante stanno ai lavori degli artisti come i giardini alle collezioni e gli arboreti stanno ai musei come gli orti botanici alle gallerie”, scrive dopo che il fiore ha svelato le sue storie al lettore. Poi, nel 1984, in visita al Chelsea Flower Show di Londra si imbatte in uno stand che riproduce un giardino elisabettiano “dove tra vasi di garofonini e gigli si mescolano seducenti rose alba, galliche e damascene. (…) Non avevo mai visto nulla del genere in Italia. – spiega – Subito accarezzo il sogno di dedicarmi alla coltivazione di quelle rose”.

Peyron inizia così un viaggio secolare, insieme a quello intrecciato di Marie-Josèphe Rose Tascher de La Pagerie che dalla Martinica dove nasce nel 1763 diverrà a Parigi imperatrice dei francesi accanto a Napoleone. È la storia di Giuseppina (nome italianizzato di Joséphine come la chiamava Bonaparte), del giardino Malmaison dove verranno sparse infine le sue ceneri e delle rose, che tutti i grandi signori dell’epoca per i propri parchi prenderanno ad esempio. Ci viene mostrato un Napoleone che sebbene impegnato nelle campagne militari è unito a Giuseppina con amore della floricoltura, con lei fa in modo che Malmaison diventi un vero parco in cui le rose possano essere distribuite in libertà.

Foto di Albrecht Fietz

I capitoli narrano di luoghi e di protagonisti ed è così che si passa dalla Reggia di Caserta a San Pietroburgo, dall’Australia e dalla Cina fino alla Costa Azzurra con la ricerca del colore e del profumo. “È il periodo in cui grandi pittori scoprono la Riviera. – orienta l’autrice – Quando pensiamo a Claude Monet e al suo celebre giardino di Giverny, sono soprattutto lo stagno e le celebri ninfee che ci vengono alla mente. E se le ninfee hanno un ruolo centrale nella rappresentazione pittorica del giardino, è anche vero che ci sono moltissime rose a far bella mostra di sé trionfando in una miriade di colori e di forme”.

Sorprende il tentativo culturale di Peyron che, in poco più di duecento pagine, scava nella Storia, la restaura intensamente dei suoi significati e la restituisce al lettore in una chiave originale. L’autrice non vuole affatto esibire la Rosa, con la erre maiuscola, per sottolinearne il prestigio e la bellezza ormai quasi scontate, bensì ne vuole far conoscere le peculiarità sia ai rodofili che nel viaggio partono avvantaggiati sia al neofita che come me, sul balcone, non ha un solo vaso di rose.

il romanzo della rosa Anna Peyron
Anna Peyron, Il romanzo della rosa. Storie di un fiore, pubblicato da add editore (2020) con prefazione di Ernesto Ferrero e illustrazione di copertina di Gabriele Pino, pagg. 240, Euro 16

Una paradossografia pseudo-aristotelica: il “De mirabilibus ascultationibus”

UNA PARADOSSOGRAFIA PSEUDO-ARISTOTELICA: IL “DE MIRABILIBUS ASCULTATIONIBUS”

Quando ci si imbatte nella lettura di Aristotele spesso l’attenzione ricade su opere come la Metafisica, Poetica, Politica etc. che, seppur pregevoli per le informazioni e ricche di spunti filologici, non mancano certo di contributi esplicativi. La situazione, però, non è omogenea, non tutte le opere, aristoteliche o presunte tali, hanno ricevuto lo stesso trattamento o, seppur emendate e commentate, non risaltano all’attenzione del lettore esperto e non.

Raffaello Sanzio, La Scuola di Atene, particolare con Platone e Aristotele. Affresco (1509-1511 circa), Musei Vaticani (fonte: Web Gallery of Art), Pubblico dominio

La questione del De mirabilibus ascultationibus è degna di nota sia per le problematiche storico-filologiche sia per le informazioni, spesso stravaganti, contenute all’interno della raccolta. Come si deduce dall’intestazione, l’opera è definita pseudo-aristotelica, non a caso differenti filologi (Alessandro Giannini, per citarne uno) hanno riscontrato diverse problematiche nel ricercare l’autore di questa raccolta di eventi mirabolanti. La difficoltà nell’individuazione della paternità è connessa con la varietà dei contenuti, varietà che riguarda non solo le informazioni, ma anche e soprattutto la datazione delle stesse. Non mancano, infatti, capitoli che riferiscono eventi precedenti o, addirittura, posteriori ad Aristotele stesso: in questa circostanza, allora, come ci si dovrebbe comportare? Giunge in soccorso la tradizione del Corpus Aristotelicum. Per quanto riguarda la tradizione dei filosofi, in particolar modo Platone e Aristotele, le loro ‘scuole’ hanno giocato un ruolo fondamentale per la salvaguardia delle loro opere, nel caso di Aristotele il Liceo ha permesso che una buona parte della produzione aristotelica venisse tramandata ai posteri. All’interno di questa istituzione, il Liceo per l’appunto, definendola con una terminologia moderna, Aristotele ammaestrava i suoi allievi con le sue lezioni. Non è da escludere, quindi, che se diversi capitoli del De mirabilibus ascultationibus possano essere, con i dubbi del caso, ascritti allo Stagirita, gli altri possano avere una paternità diversa: si può ipotizzare, in questo caso, che differenti capitoli siano ascrivibili agli allievi. A confermare quest’ultima ipotesi c’è la questione della fonte o delle fonti della raccolta. Se ci si attiene alle informazioni degli studiosi, le fonti principali dell’opera paradossografica pseudo-aristotelica sono da indicare in Timeo, Teopompo e Teofrasto. Quest’ultimo, infatti, è stato allievo di Aristotele al Liceo.

Gustav Adolph Spangenberg, Die Schule des Aristoteles, affresco (1883-1888), (fonte: Hetnet.), Pubblico dominio

Connessa alla difficoltà della paternità della raccolta c’è la questione della datazione. Anche in questo caso si deve ipotizzare una pluralità di aggiunte seriori, anche se, cercando di datare quei capitoli ascrivibili ad Aristotele, si potrebbe definire come terminus ante quem il 384 a.C. (anno della nascita di Aristotele) e come terminus post quem il 322 a.C. (anno della morte dello stesso), in quest’arco di tempo, presumibilmente, va cercata l’origine di alcuni capitoli di probabile paternità aristotelica.

Le difficoltà legate alla paternità e alla datazione ricadono, anche, sulla struttura dell’opera. I capitoli non hanno una successione cronologica né tantomeno contenutistica, ma spesso risultano inseriti in maniera confusionaria e priva di una organizzazione razionale.

Dopo questa brevissima parentesi storico-filologica, è importante spiegare le ragioni che devono spingere studiosi e appassionati alla lettura del De mirabilibus ascultationibus. Come si evince dal titolo, l’opera presenta informazioni paradossali. Lo Pseudo-Aristotele (o si potrebbe definire anche Anonimo, date le suddette problematiche di paternità), tratta argomenti di vario genere: dalla zoologia alla botanica sino ai fenomeni geologici. Tutti i paradossi, eccetto rari casi, sono accompagnati dal luogo d’origine: si va dal Medio Oriente alla Grecia continentale sino all’Illiria e Italia (Sicilia e Magna Grecia).

Ogni sezione presenta delle caratteristiche principali: la sezione botanica è legata agli effetti ed usi delle diverse erbe e fiori disseminati sulla Terra (si deve tener presente che per Terra va intesa la superficie conosciuta sino al IV-III a.C.). Lo Pseudo-Aristotele (o Anonimo) parla di erbe benefiche e malefiche, di erbe legate ai culti religiosi e quelle legate alla sfera matrimoniale e, addirittura, racconta di fiori che emanano un odore acre tale da allontanare le bestie feroci.

La sezione zoologica è interessata alle dimensioni e alle funzioni di diversi animali. Si passa da bestie più grandi del normale a pesci che riescono a sopravvivere sulla spiaggia. Lo Pseudo-Aristotele tratta anche, per esempio, di locuste che, se ingerite, salvano dai morsi dei serpenti; quest’ultima informazione poteva (e può) essere utile per uno studioso di rimedi farmaceutici.

La sezione geologica è legata sia ai diversi fenomeni naturali: vengono trattati i casi di alta e bassa marea nello stretto di Messina, laghi che generano vortici e sputano una grande quantità di pesci, sia alla presenza, in diverse località, di metalli e pietre preziose. Spesso questa sezione è interessata, anche, da fenomeni mitologici: lo Pseudo-Aristotele parla, per esempio, di un evento accaduto a Catania ai due pii fratres (fratelli devoti), Anfinomo e Anapio; dopo l’eruzione dell’Etna, i due fratelli, con i loro genitori sulle spalle, furono salvati dalla lava grazie alla loro pietas (devozione), questo evento segnò così tanto i catanesi da farlo incidere sulle monete coniate tra il II e il I a.C. Quest’ultimo dato, per esempio, può risultare utile agli studiosi di numismatica.

L’intera raccolta è ricca di queste informazioni e il De mirabilibus ascultationibus, per concludere, può essere definita un’opera poliedrica: utile agli studiosi del Corpus Aristotelicum o agli appassionati e interessante anche per medici, erboristi e zoologi, antichi e non.

De mirabilibus ascultationibus Aristotele Pseudo-Aristotele
Busto di Aristotele. Copia romana di originale greco in bronzo di Lisippo, con aggiunta moderna del mantello in alabastro. Foto di Marie-Lan Nguyen (2006), Pubblico dominio

Nel Sahara preistorico le più sofisticate forme di stoccaggio e coltivazione di piante e cereali selvatici

Roma, 30 gennaio 2018

Coltivate, ma non domestiche. Nel Sahara preistorico le più sofisticate forme di stoccaggio e coltivazione di piante e cereali selvatici
La ricerca di una equipe italiana di archeologi e botanici, coordinata dalla Sapienza e dall’Università di Modena e Reggio Emilia, racconta di forme di coltivazione preistorica, fino a oggi sconosciute, nell’Africa sahariana di circa 10.000 anni fa. Lo studio è pubblicato su Nature Plants


Diecimila anni fa, nell’Africa sahariana, che all’epoca non era un deserto, si coltivavano e mangiavano piante e cereali selvatici. È l’ultima scoperta, pubblicata su Nature Plants, che arriva dalla “Missione archeologica nel Sahara” di Sapienza Università di Roma, diretta da Savino di Lernia, a cui hanno preso parte anche i botanici dell’Università di Modena e Reggio Emilia.

La ricerca combinata di archeologia e archeobotanica, condotta per diversi anni nel sito archeologico di Takarkori, in Libia sud-occidentale, nel cuore del Sahara, illustra e descrive millenni di lavorazione e stoccaggio, e di come cacciatori-raccoglitori prima (tra 10000 e 8000 anni fa), e pastori poi (tra 7000 e 5500 anni fa), abbiano praticato forme di coltivazione di cereali selvatici, senza che queste piante venissero mai domesticate.

L’equipe ha portato alla luce milioni di resti vegetali e tra questi oltre duecentomila semi sono stati osservati disposti circolarmente in piccoli raggruppamenti: autentica prova archeologica di una forma sofisticata di coltivazione e stoccaggio, pur in assenza di piante domestiche.

Dallo studio si evince chiaramente come, nel nostro percorso di evoluzione culturale, la domesticazione di piante di piante e animali, un passaggio cruciale nella nostra umanità, abbia avuto traiettorie e tempistiche diverse: la selezione di piante per scopo alimentare non è sempre stata rivolta verso la ricerca di quei tratti che oggi riconosciamo tipici e quasi indispensabili nelle piante addomesticate, come per esempio la coltivazione di frutti grandi e che non cadano da soli una volta maturi. Ogni fase di trasformazione ambientale deve aver infatti obbligato piante ed esseri umani ad affrontare nuove sfide, innovare e sviluppare strategie adattive ingegnose, e i formidabili cambiamenti climatici che hanno caratterizzato la storia del Sahara sono parte attiva di questi processi.

Un esempio sono le specie Echinochloa, Panicum e Sorghum selvatiche, il cui “comportamento” dipende tanto dalla capacità di trarre vantaggio dalle fasi di cambiamento climatico, quanto dalla manipolazione umana; la loro predisposizione a essere “weeds”, cioè piante invasive, ha infatti radici antiche nella convivenza con l’uomo.

“Un’evidenza archeobotanica straordinaria quella che emerge.” – commenta Savino di Lernia – “Le ricerche, da un lato permettono di comprendere il comportamento umano dei cacciatori-raccoglitori Sahariani e, nel caso specifico di Takarkori, mostrano la prima evidenza nota di stoccaggio e coltivazione di semi di cereali selvatici in Africa; dall’altro che l’azione umana è specchio della realtà ambientale nella quale queste civiltà si muovevano”.

Riferimenti:
Plant behaviour from human imprints and the cultivation of wild cereals in Holocene Sahara -
Anna Maria Mercuri, Rita Fornaciari, Marina Gallinaro, Stefano Vanin and Savino di Lernia -
Nature Plant; DOI 10.1038/s41477-017-0098-1

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Gli insediamenti Cherokee spiegano la distribuzione dello spino di Giuda

15 Marzo 2016
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La distribuzione degli alberi nelle foreste della parte orientale degli Stati Uniti potrebbe riflettere l'agricoltura dei Nativi Americani, più che altri fattori naturali. Questi avrebbero influenzato la concentrazione delle specie di piante presenti nell'America settentrionale, molto prima dell'arrivo degli Europei.
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Queste le conclusioni di un nuovo studio, pubblicato su PLOS One, che ha verificato la distribuzione dell'albero noto come spino di Giuda (Gleditsia triacanthos) in relazione alle coltivazioni dei Cherokee. L'autore dello studio, il prof. Robert J. Warren II, si è spinto in questa ricerca dopo aver intuito il possibile legame: ogni volta che vedeva uno spino di Giuda, un sito archeologico Cherokee era nelle vicinanze. L'albero avrebbe fornito zuccheri, ma pure legno per bastoni e armi. Warren non esclude che la cosa possa essere vera per altri alberi. Teorie formulate in passato, in merito alla diffusione dell'albero, lo collegano alla dispersione di piccoli animali, del bestiame introdotto dagli Europei, al trasporto acquatico.
[Dall'Abstract:] Da lungo tempo un presupposto nell'ecologia è che la distribuzione delle specie corrisponde coi loro requisiti di nicchia, ma le prove che specie possono persistere anche in habitat non adatti per secoli mina il legame tra specie e habitat. Inoltre, le specie possono essere più dipendenti da partner di simbiosi mutualistica che da habitat specifici. La maggior parte delle prove che collegano le culture indigene con la dispersione delle piante è aneddotica, ma le registrazioni storiche suggeriscono che i Nativi Americani coltivavano e trasportavano molte specie, compresa lo Gleditsia triacanthos ("spino di Giuda"). Lo Gleditsia triacanthos era un albero importante da un punto di vista medicinale e culinario (ad es.: zucchero), culturale (ad es.: bastoni da gioco) e spirituale per i Cherokee (Nativi Americani del sud est degli Stati Uniti). Lo studio verifica l'ipotesi che un'eredità nelle coltivazioni Cherokee guidi gli attuali pattern di distribuzione dello G. triacanthos. Lo Gleditsia triacanthos si trova in altipiano rocciosi e campi molto asciutti, ma inesplicabilmente pure nei corridoi sulle rive dei fiumi con umidità moderata o ben bilanciata, e nelle pianure alluvionali nelle quali i Cherokee si insediarono e coltivarono. Si sono combinati gli esperimenti sul campo e i rilevamenti nella regione montuosa degli Appalachi meridionali (Stati Uniti) per investigare i requisiti di selezione dello G. triacanthos e i pattern di distribuzione per determinare se c'è un'associazione quantificabile tra G. triacanthos con gli antichi insediamenti Cherokee. Inoltre, si sono pure investigati meccanismi di dispersione alternata, come il trasporto fluviale e il bestiame domestico. I risultati indicano che un'eredità secolare delle coltivazioni dei Nativi Americani rimane intatta, poiché l'attuale distribuzione dello G. triacanthos negli Appalachi meridionali sembra spiegarsi meglio con i pattern degli insediamenti Cherokee che con l'habitat. I dati indicano che l'albero è caratterizzato da una grave limitazione della dispersione nella regione, percorrendo distanze apprezzabili dagli antichi insediamenti Cherokee dove i pascoli del bestiame sono prevalenti. L'eredità determinata dall'utilizzo umano della terra può giocare un ruolo di lungo periodo nel modellare la distribuzione delle specie, e l'attività degli insediamenti precedenti l'arrivo degli Europei appare sottovalutata come fattore che influenza le distribuzioni delle specie di alberi oggi.
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Le radici boliviane delle moderne varietà di arachidi

22 Febbraio 2016

Le due specie di arachidi selvatiche alla base delle varietà moderne coltivate: Arachis ipaensis sulla sinistra e Arachis duranensis sulla destra. Credit: Merritt Melancon/University of Georgia
Le due specie di arachidi selvatiche alla base delle varietà moderne coltivate: Arachis ipaensis sulla sinistra e Arachis duranensis sulla destra. Credit: Merritt Melancon/University of Georgia

L'arachide (Arachis hypogaea) è una pianta della famiglia delle Fabacee (o Leguminose), proveniente dal Sud America e frutto di una ibridizzazione di due diverse specie selvatiche: Arachis duranensis e Arachis ipaensis. L'ibrido fu coltivato dagli antichi abitanti di quelle regioni, e attraverso la selezione è divenuto la pianta che conosciamo oggi.
Un nuovo studio, pubblicato su Nature Genetics, si è occupato tra le altre cose di confrontare i genomi delle specie in questione. Le sequenze di genoma (insieme ad altre informazioni) sono disponibili online su http://peanutbase.org/ Lo studio è avvenuto con la collaborazione della International Peanut Genome Initiative.
Arachis ipaensis. Credit: Merritt Melancon/University of Georgia
Arachis ipaensis. Credit: Merritt Melancon/University of Georgia

In realtà (e consequenzialmente alla loro storia), le moderne arachidi portano due genomi separati, i subgenomi designati come A e B. Il genoma di una delle due piante selvatiche, Arachis duranensis, è risultato simile al genoma A in una misura che ci si poteva aspettare. Ciò che invece ha davvero stupito i ricercatori è stato il verificare che il genoma dell'altra specie selvatica, Arachis ipaensis, era virtualmente identico al subgenoma B.
Già nel 1971 - al momento della scoperta della specie selvatica di Arachis ipaensis, alle pendici delle Ande, in Bolivia - i botanisti si resero conto di trovarsi di fronte a una pianta peculiare: molto piccola e isolata, i suoi parenti più vicini crescevano a centinaia di miglia a nord. Il nuovo studio dimostra ora che siamo di fronte a un vero e proprio residuo di quel passato preistorico.
Le sequenze permetteranno pure di comprendere quali geni conferiscono tratti desiderabili, come la resistenza alla siccità o alle malattie.
David Bertioli, genetista dell'Universidade de Brasília, autore principale dello studio su Nature Genetics. Credit: Merritt Melancon/University of Georgia
David Bertioli, genetista dell'Universidade de Brasília, autore principale dello studio su Nature Genetics. Credit: Merritt Melancon/University of Georgia

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Cina: le prime pesche erano quasi come le nostre

30 Novembre 2015
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Getta nuova luce sull'evoluzione del frutto, il fortunato ritrovamento di 8 endocarpi fossili di pesca (Prunus persica) di oltre due milioni e mezzo di anni fa (tardo Pliocene), effettuato in Cina presso Kunming, nella provincia cinese dello Yunnan.
Nonostante il tempo intercorso, il frutto pare quasi identico a quelli moderni, e per dimensioni sarebbe stato molto simile ai più piccoli esemplari attuali. Quelle pesche dello Yunnan potrebbero addirittura essere state mangiate da primati e ominidi locali. La selezione naturale sarebbe stata in moto però già prima di quella effettuata dagli agricoltori umani della preistoria: il moderno frutto sarebbe perciò il risultato delle due componenti.
Con endocarpo si indica la porzione interna dei frutti carnosi, quella che ricopre il seme.
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L'eterostilia in coloro che precedettero Darwin

9 Agosto 2015
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Nel 1862 Darwin presentò il concetto di eterostilia, relativo a piante che hanno forme floreali che differiscono per altezza e disposizione delle strutture maschili e femminili.
Un nuovo studio ha esaminato i sette precedenti di coloro che notarono e osservarono il fenomeno, a partire dal sedicesimo secolo (addirittura già nel 1583, col botanico Carolus Clusius, che introdusse i tulipani nei Paesi Bassi).
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Australia: il mistero del boab e della dispersione del baobab

1 - 5  Aprile 2015
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Il baobab è un albero (genere Adansonia) che si può ritrovare in Africa, nella Penisola Arabica e nel Madagascar: esiste però una specie anche al di là di queste aree, il baobab australiano, altrimenti noto come albero bottiglia o boab (Adansonia Gregorii, in onore dell'esploratore Augustus Gregory).
Proprio la presenza dell'albero, nella sola regione australiana di Kimberley, costituisce un mistero botanico del quale si è occupato uno studio su PLOS One. Numerose sono le teorie formulate negli anni: quelle che ipotizzavano la diffusione già ai tempi del Gondwana sono state escluse, e oggi prevalgono quelle che implicano un ruolo umano nella dispersione. Gli uomini avrebbero difatti attribuito un valore ai frutti dell'albero.
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