America Llosa

"Sogno e realtà dell'America Latina" di Vargas Llosa

Sogno e realtà dell'America Latina di Vargas Llosa

Mitologia e distopia di un continente

Il pamphlet Sogno e realtà dell'America Latina, del premio Nobel per la letteratura del 2010 Vargas Llosa, è una preziosa opportunità per riflettere sulle tematiche trasversali che incatenano tutt'oggi l'America Latina in una griglia di costruzioni stereotipate. A tale ragione non possiamo che rendere grazie alla casa editrice maceratese Liberilibri, che dimostra nuovamente la cura e l'importanza del proprio catalogo.

Come in un mio precedente contributo per ClassiCult sul mito di Eldorado, si ritorna ancora ad esplorare le cause innescate dalla nostra immaginazione e che proiettano nel continente sudamericano le ansie, le paure, le tradizioni folkloriche e il repertorio mitologico del cosiddetto Vecchio Mondo. Come avevo già sottolineato, questi comportamenti maturarono in seno alla letteratura odeporica e grazie alla florida circolazione di notizie e leggende che attecchirono facilmente sul suolo di Brasile, Messico e Caraibi; nacque così la prova tangibile dell'esistenza del famoso paese della Cuccagna, delle mirabili località dorate descritte da Marco Polo in Asia e del regno aureo del Prete Gianni.

In sintesi il medioevo europeo riversò tutto se stesso nelle Americhe, distorcendo l'architettura religiosa, etnica, sentimentale e storica dei popoli conquistati; il risultato non fu una forzata integrazione o ibridazione di vinti e vincitori, bensì l'accentuarsi di una cesura del “noi” e del “loro”. Segnò pure l'avvento di un sensazionalismo esotico che influenzò pesantemente l'immaginario della madre patria e tutte le classi sociali. Hidalgos, mercenari, gesuiti o membri di altri ordini religiosi, semplici contadini o borghesi benestanti accorsero a colonizzare le nuove ricche terre di Eldorado.

Mario Vargas Llosa, dettaglio dalla foto di power axle, XIII Prix Diálogo - Ceremonia de entrega

Vargas Llosa parte da questo assunto e lo sviluppa con la sua solita intelligenza in senso verticale, smascherando la dura realtà che avvolge pesantemente il suo continente d'origine. La sua trattazione, com'è giusto che sia, inizia dalle antiche cronicas dei numerosi compilatori (degli ordini religiosi e non) che accompagnarono condottieri e vice-regnanti nelle Indie americane. Costoro, come ho accennato sopra, si lasciarono sedurre dai racconti favolosi di quelle terre misteriose e spesso la realtà storica venne messa in secondo piano. “La finzione, l'amore per le cose rare e peregrine, predominano sul gusto del reale e del comune” (p. 4); così affermò lo storico peruviano Raùl Porras Barrenechea, riferendosi proprio a queste tendenze immaginifiche che alimentarono il proliferare di scritti macchiettistici sulle Indie.

Llosa procede nell'analisi, valendosi del rinomato scritto del professor Irving A. Leonard: Los libros del conquistador. In questo passaggio è ancora più netta la sovrascrittura tra il mondo reale e quello letterario, poiché l'Europa ammantò di amor “cavalleresco” quelle terre esotiche appena scoperte, paragonandole a quelle immaginarie, descritte nei pomposi romanzi cavallereschi tanto in voga nelle corti iberiche.

Gli uomini di Francisco de Orellana mentre costruiscono un piccolo brigantino, il San Pedro. Dipinto, immagine in pubblico dominio

A ragione di ciò basti portare alcuni esempi. La Foresta amazzonica e il Rio delle Amazzoni devono il loro nome alle donne guerriere del mito greco, che vennero spesso usate come antagoniste o come orpelli narrativi di fascinazione nei romanzi epici delle corti ispaniche. Il missionario domenicano fra' Gaspar de Carvajal e il conquistador Francisco de Orellana esplorarono le foreste amazzoniche e dichiararono proprio di aver visto delle donne bellicose con dei seni recisi: Erodoto non avrebbe saputo descriverlo meglio. Il topos mitologico ellenico, già al servizio dei romanzieri iberici e italiani, subì un pesante revival proprio agli antipodi della sua terra d'origine.

Fu il celebre romanzo Las sergas de Esplandián a inculcare negli avventurieri spagnoli il mito delle Amazzoni, ma non si limitò a questo. L'esploratore portoghese Juan Rodríguez Cabrillo, al servizio della Spagna e divoratore di romanzi cavallereschi (tra i quali proprio Las sergas de Esplandiàn), esplorò nel 1542 una "nuova" terra, alla quale diede il nome dell'isola in cui regnava la sovrana delle Amazzoni Calafia nel romanzo, ovvero California.

Nelle pagine successive, Vargas Llosa procede con meticolosità alla decostruzione delle cataratte ideologiche che promuovono biecamente la cecità intellettuale occidentale e anche latinoamericana. Tale processo parte dal libercolo di Régis Debray Rivoluzione nella rivoluzione? (1967) e dai movimenti politici della Cuba dei “barbudos” di Castro, dalla mancata idealizzazione di un autentico marxismo latinoamericano, non pallida emulazione di quello europeo. La mitologia cubana della rivoluzione di Castro si erge a monumento utopico e leggendario, noncurante delle reali contingenze storiche.

Con tali edulcorazioni, il continente latinoamericano subì una neonata distorsione contemporanea, da paradiso mitologico aureo e esotico divenne il continente perfetto nel quale potevano avverarsi le sperimentazioni politiche del socialismo e del marxismo europeo, sperimentazioni volte a soffocare in nuce parte dello spirito rivoluzionario originario di matrice latinoamericana. Così il continente subì un'evoluzione, o un'involuzione, una realtà distopica non tanto diversa dall'immaginifica mitologia dei conquistadores.

America Llosa Sogno e realtà dell'America Latina di Vargas Llosa
Copertina di Sogno e realtà dell'America Latina di Vargas Llosa, nell'edizione Liberilibri

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Apocalisse: la fantascienza latinoamericana

Apocalisse: la fantascienza latinoamericana

Nel mio personalissimo pellegrinaggio spirituale volto a scoprire l'editoria italiana, ho potuto apprezzare con molto entusiasmo il catalogo di Nova Delphi Libri, che si contraddistingue nel portare alla luce opere purtroppo snobbate da molti, ma non per questo meno importanti e preziose. Per questa ragione oggi voglio parlare di un agile volumetto, che raccoglie delle gemme della letteratura fantascientifica di matrice latinoamericana.

L'anno scorso lessi con sorpresa il libro di Roberto Bolaño, El espiritu de la ciencia-ficción, pubblicato nel 2018 da Adelphi. In quella occasione non entrai in contatto semplicemente con uno dei più grandi autori della letteratura mondiale, ma soprattutto con un appassionato lettore di fantascienza, un giovane Bolaño innamorato di Philip José Farmer e Ursula K. Le Guin.

Da quel momento mi domandai come la fantascienza si fosse impiantata in Argentina, Messico, Brasile e in altri Paesi dell'America Meridionale. A rispondere ci ha pensato l'antologia Apocalisse - Alle origini della fantascienza latinoamericana, tradotta e curata dalla professoressa Camilla Cattarulla e dal professor Giorgio de Marchis, entrambi docenti presso Roma Tre. Il volume presenta i seguenti racconti: La fine del mondo di Joaquim Manuel de Macedo, Demoni di Aluísio Azevedo, La pioggia di fuoco di Leopoldo Lugones, L'ultima guerra di Amado Nervo e Luna rossa di Roberto Arlt.

Descrivere nella loro compiutezza i racconti non è certo il compito di questo articolo, mi limito a segnalare che La pioggia di fuoco di Lugones è, dal mio punto di vista, il racconto più elegante e interessante (anche dal punto di vista narrativo). Invece credo sia più proficuo descrivere gli sviluppi del genere letterario nel continente latinoamericano. Secondo i curatori, e diversamente da Roberto de Sousa Causo, la fantascienza ebbe un'origine embrionale durante l'epoca coloniale, con un picco nel Messico del XVIII secolo. Tale forma letteraria auspicò a creare una cesura col proprio mondo e a sottolineò le profonde crisi sociali, economiche e religiose che colpirono la realtà sudamericana; il tutto non era promosso da uno slancio emotivo tipico del romanticismo europeo bensì era caratterizzato da profonde istanze ideologiche.

Viste le profonde motivazioni sociologiche la fantascienza argentina, messicana e brasiliana, seguì le lezioni della grande narrativa inglese, ovvero quella dei Gulliver's Travels; il risultato fu la genesi di storie utopiche e distopiche come è evidente nel racconto del frate Manuel Antonio de Rivas Sizigias y Cuadraturas Lunares (1773).
Dialogando con Alessandro Vanoli (storico, divulgatore e scrittore) durante la presentazione del volume L'ignoto davanti a noi. Sognare terre lontane (2017, Il Mulino) presso l'incontro organizzato dal sottoscritto e Pierpaolo Alfei per l'associazione culturale Riflessistorici di Macerata, riflettemmo sull'importanza dei viaggi e sul ruolo delle scoperte geografiche. Da questo dibattito venne fuori un'argomentazione interessante, ovvero che la fantascienza nacque (intendiamo generalmente) in concomitanza della fine delle grandi spedizioni scientifiche, antropologiche ed esplorative.

Immagine di GooKingSword da Pixabay 

Ovvero le mappe che usavano gli uomini erano complete, il passaggio a Nord-Ovest trovato, l'Amazzonia attraversata, le sorgenti del Nilo anche; perciò l'uomo occidentale, deluso dalla fine delle avventurose esplorazioni, iniziò ad indagare lo spazio profondo, a rendere la Luna (come in realtà fu) la nuova terra da raggiungere. La fantascienza nacque per alimentare ancora e ancora il bisogno di incontrare l'ignoto. Non è un caso quindi che una delle prime prove di narrativa SF (science fiction) argentina sia Viaje maravilloso del señor Nic-Nac (1875) di Eduardo Ladislao Holmbreg, il quale porta i suoi personaggi in contatto con extraterrestri.

Del resto il mondo latinoamericano è visto dagli occidentali-europei come un abnorme continente esotico, lussureggiante, primitivo, verde e del tutto lontano dalla civilizzazione. Ciò si riflette nella produzione di Herbert George Wells (come ne L'impero delle formiche) e nel Mondo Perduto di Arthur Conan Doyle, il quale descrive proprio un altopiano selvaggio e preistorico, popolato da un clan di ominidi e mostri del Pleistocene.

Tale visione primitivista del mondo amazzonico è ancora radicata nella nostra percezione contemporanea e tende a svuotare di contenuti sociologici e culturali una terra che difficilmente riesce ad agognare uno statuto di rispettabilità accademica e scientifica (anche per colpa di questa percezione). Il libro proposto da Nova Delphi perciò non si ferma ad essere uno strumento di divulgazione letteraria, ma si erge a meccanismo di comunicazione tra l'Occidente ignaro della meravigliosa produzione intellettuale latinoamericana e il continente colonizzato da spagnoli e portoghesi, che oggi deve essere riscoperto non solo come meta turistica.

Apocalisse - Alle origini della fantascienza latinoamericana
La copertina di Apocalisse - Alle origini della fantascienza
latinoamericana, a cura di Camilla Cattarulla e Giorgio de Marchis ed edito da Nova Delphi Libri

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


“O Amor Se Faz Revolucionário”, al PAC la mostra dedicata ad Anna Maria Maiolino

Cultura

“O Amor Se Faz Revolucionário”, al PAC la mostra dedicata ad Anna Maria Maiolino

In occasione di Milano Art Week, dal 2 al 7 aprile, il PAC prolunga l’apertura fino alle 22:30 con biglietto ridotto speciale a partire dalle 18. Performance inedita venerdì 5 alle 19

O Amor Se Faz Revolucionário mostra Anna Maria Maiolino PAC - Padiglione d’Arte ContemporaneaMilano, 31 marzo 2019 – È aperta al pubblico al PAC|Padiglione d’Arte Contemporanea la mostra “O Amor Se Faz Revolucionário”, la prima retrospettiva in un’istituzione pubblica italiana dell’artista italo-brasiliana Anna Maria Maiolino.
La mostra, promossa dal Comune di Milano|Cultura, organizzata dal PAC con Silvana Editoriale e con la curatela di Diego Sileo, è in programma fino al 9 giugno 2019. La mostra si sposterà a Londra nel settembre 2019 grazie alla collaborazione con la Whitechapel Gallery, con la curatela di Trinidad Fombella e Diego Sileo.

Con una selezione di oltre 400 opere che spaziano dai disegni di una giovanissima Maiolino - studentessa d’arte a Caracas - fino alle ultime sue creazioni, la mostra si configura come la più ampia retrospettiva dell’artista mai realizzata fino ad ora, e include opere provenienti dai più importanti musei Brasiliani come il MAM| Museo d’Arte Moderna di Rio de Janeiro, il MASP|Museo d’Arte di San Paolo e la Pinacoteca di Stato di San Paolo.

Si tratta di un’occasione unica per comprendere il percorso eclettico e rivoluzionario di un’artista che è riuscita a fondere in uno stile inimitabile la creatività italiana e la sperimentazione delle avanguardie brasiliane.
In mostra al PAC disegni, dipinti, sculture, fotografie, video e installazioni raccontano per decadi una storia artistica iniziata nei primi anni Sessanta e ancora oggi vitale e fertile, in grado di influenzare molti artisti delle nuove generazioni. Un’installazione site specific realizzata interamente in argilla, materiale iconico per l’artista, introdurrà il visitatore in mostra, dove per la prima volta si potranno ammirare anche le sue grandi pitture degli anni Novanta mai esposte prima.

In occasione di Milano Art Week, dal 2 al 7 aprile l’apertura della mostra è prolungata l’apertura fino alle 22:30 con biglietto ridotto speciale (4 euro) a partire dalle ore 18. Giovedì 4 aprile (ore 19) e domenica 78 (ore 18) sono previste due visite guidate gratuite, mentre venerdì 5 aprile, nel cortile del PAC, andrà in scena una performance inedita di Anna Maria Maiolino (insieme alla performer Gaya Rachel) dal titolo “Al di là di”.

Accompagna i visitatori una guida alla mostra gratuita, curata da Angela Maderna, che analizza i lavori di Maiolino e approfondisce con focus specifici le diverse tecniche o le tematiche imprescindibili per comprendere la ricerca dell’artista.

 

Come da Comune di Milano.


Primi agricoltori in Brasile a Morro do Ouro, 4.800 anni fa?

Già 4.800 anni fa una stretta striscia costiera del Brasile meridionale era probabilmente oggetto di coltivazione di piante come la patata dolce e l'igname.

Così secondo un nuovo studio pubblicato su Royal Society Open Science, opera di un team internazionale di scienziati guidati dai ricercatori dell'Università di York, che ha preso in esame il sito di Morro do Ouro, situato nella Baia di Babitonga. Morro do Ouro è un sambaqui, cioè un deposito realizzato dall'uomo con l'accumulo di materiali organici e calcare, che va quindi incontro a una sorta di fossilizzazione chimica.

Qui aveva luogo un'economia diversificata con consumo di risorse vegetali, supportando una densa popolazione attorno a 4500 anni prima del tempo presente. La loro dieta era inaspettatamente ricca di carboidrati, una composizione unica se confrontata a quella degli altri gruppi contemporanei e successivi nella regione; gli studiosi suggeriscono perciò che qui ci si nutrisse di igname e patate dolci.

Igname selvatico, foto di Marco Schmidt [1], CC BY-SA 2.5 
Le conclusioni alle quali sono giunti gli studiosi, determinate dai risultati relativi alla dieta e ricavati dall'esame delle patologie orali, sono anche corroborate dalla presenza di strumenti litici atti alla lavorazione di materiali vegetali, e da microresti vegetali ritrovati nel tartaro degli stessi individui presenti a Morro do Ouro.

© 2018 degli autori dello studio

L'area è nota come la "foresta atlantica" del Sud America, e fino ad oggi non era stata considerata come parte della storia della prima produzione alimentare e agricola della regione, nonostante la sua ricchezza in termini di biodiversità vegetale e le prove archeologiche di una densa occupazione umana.

Questi nuovi dati suggerirebbero invece che le prime pratiche agricole avessero luogo in questa regione così come già sappiamo essere per Amazzonia e bacino del Río de la Plata.

 

Lo studio Middle Holocene plant cultivation on the Atlantic Forest coast of Brazil?, di Luis Pezo-Lanfranco, Sabine Eggers, Cecilia Petronilho, Alice Toso, Dione da Rocha Bandeira, Matthew Von Tersch, Adriana M. P. dos Santos, Beatriz Ramos da Costa, Roberta Meyer, André Carlo Colonese, è stato pubblicato su Royal Society Open Science.


Archeologia dei siti di centinaia di anni fa, creati da primati

22 Luglio 2016
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Un intero settore della ricerca archeologica potrebbe aprirsi, secondo il dott. Huw Barton della Scuola di Archeologia e Storia Antica dell'Università di Leicester.

Scimmie cappuccino e scimpanzé, infatti, avrebbero creato siti con i propri strumenti utilizzati al fine di schiacciare noci. Questi sarebbero stati scoperti nel Parco Nazionale della Serra da Capivara in Brasile, o in altri siti in Costa d'Avorio, e possono datare fino a quasi 4.300 anni fa.

Sulla base di questi recenti ritrovamenti, sarebbe dunque possibile estendere la nostra nozione di archeologia, includendo i resti materiali dei nostri parenti più prossimi viventi. Le prime prove relative all'utilizzo di strumenti da parte di ominidi datano a 3,3 milioni di anni fa, e i primi siti archeologici in Tanzania datano a più di 2 milioni di anni fa: questi ultimi sono pile di pietre e ossa animali rotte. L'utilizzo percussivo di pietre è stato verificato presso i siti archeologici di scimpanzé e scimmie cappuccino, mentre la creazione di bordi taglienti non è mai stata osservata fuori dalla cattività.

Sia le scimmie cappuccino che gli scimpanzé dimostrano però la capacità di programmare e prevedere, trasportando strumenti e materie prime nei luoghi dove serviranno in futuro: anche a 200 metri di distanza. Il dott. Barton conclude che ancora una volta la scienza ha cercato di separarci eccessivamente dalle famiglie biologiche delle quali facciamo parte.

Link: ThinkAlphaGalileo via University of Leicester

Cebo striato (o cebo barbuto, Sapaju libidinosus), foto di Tfalotico, da WikipediaCC BY-SA 3.0.


Strumenti litici utilizzati dal cebo striato in Brasile già 700 anni fa

11 Luglio 2016
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Un nuovo studio, pubblicato su Current Biology, mette in evidenza come il cebo striato (o cebo barbuto, Sapajus libidinosus) già da 700 anni almeno abbia utilizzato strumenti litici in Brasile, al fine di rompere le noci di anacardio. Gli strumenti predatano quindi l'arrivo degli Europei.

Lo studio si interroga quindi sulla possibilità che il comportamento dei primi umani possa essere stato influenzato dall'osservazione delle scimmie. Finora, le sole prove di utilizzo di strumenti da parte di animali nelle registrazioni archeologiche relative a epoca premoderna provenivano dalla Costa d'Avorio, in Africa, dove si sono ritrovati strumenti litici datati tra i 4.300 e i 1.300 anni fa, utilizzati da scimpanzé (della sottospecie Pan troglodytes verus).


Lo studio "Pre-Columbian monkey tools", di Michael Haslam, Lydia V. Luncz, Richard A. Staff, Fiona Bradshaw, Eduardo B. Ottoni, Tiago Falótico, è stato pubblicato su Current Biology.
Link: Current BiologyEurekAlert! via University of Oxford.
Cebo striato (o cebo barbuto, Sapaju libidinosus), foto di Tfalotico, da WikipediaCC BY-SA 3.0.


Occupazione continuata delle case a fossa negli altopiani brasiliani

6 Luglio 2016

Credit: University of Exeter
Credit: University of Exeter

Una nuova ricerca, pubblicata su PLOS One, dimostra come gli antichi abitanti degli altopiani brasiliani meridionali abbiano occupato continuativamente abitazioni per più di due secoli, apportando alle stesse migliorie.

Finora - sulla base di datazioni al radiocarbonio che la nuova ricerca ha ritenuto insufficienti - si pensava che le case a fossa dei villaggi proto-Jê (o proto-Gê) negli altopiani brasiliani meridionali fossero state abbandonate per essere poi occupate nuovamente.

Credit: University of Exeter
Credit: University of Exeter

In realtà le case non sarebbero state mai abbandonate ma costantemente estese, ad esempio con la costruzione di nuovi pavimenti. Nel tempo, gli occupanti utilizzarono nuove forme ceramiche e tecniche differenti per rinnovare la propria casa. Lo studio ha in particolare effettuato analisi sulla casa a fossa 1, dal sito Baggio I (1395–1650 d. C., anni calibrati), Campo Belo do Sul, nello stato brasiliano di Santa Catarina.

Credit: University of Exeter
Credit: University of Exeter

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Insediamenti precolombiani e immagazzinamento dell'acqua in Amazzonia

28 Aprile 2016

Immagazzinamento dell'acqua oggi, a Bom Futuro. Credit: Per Stenborg
Immagazzinamento dell'acqua oggi, a Bom Futuro. Credit: Per Stenborg

Gli insediamenti precolombiani in Amazzonia non si limitavano a localizzarsi presso fiumi e laghi: ad esempio, nella regione di Santarém in Brasile, la maggior parte dei siti si colloca su di un altopiano.
Grande depressione nel paesaggio agricolo, presso Ramal do Funil. Credit: Per Stenborg
Grande depressione nel paesaggio agricolo, presso Ramal do Funil. Credit: Per Stenborg

Queste conclusioni, frutto di una ricerca decennale da parte di una squadra dell'Università di Goteborg, risultano in contrasto con la tradizionale visione sull'Amazzonia precolombiana, per la quale i villaggi sarebbero esistiti solo lungo i fiumi.
Esempio di ceramica tipica (ceramica Fase Santarém), che si diffuse dal 1300 d. C. Credit: Per Stenborg
Esempio di ceramica tipica (ceramica Fase Santarém), che si diffuse dal 1300 d. C. Credit: Per Stenborg

Si sono ritrovati oltre 110 insediamenti, la maggior parte dei quali sull'Altopiano di Belterra, a sud dell'odierna città di Santarém. Si sono trovate depressioni naturali e artificiali, utilizzate per l'immagazzinamento dell'acqua. Le seconde erano circondate da terrapieni, prodotti con argilla compatta e rifiuti domestici, tra i quali anche cocci di ceramiche e carbonella dai focolari.
È noto che le aree lungo i fiumi sono popolate da migliaia di anni, ma nel periodo tra il 1300 e il 1500 si sarebbero verificati dei grandi cambiamenti nelle comunità preistoriche in questa parte dell'Amazzonia, con significativa crescita della popolazione e nuove forme agricole e di gestione dell'acqua.
Link: AlphaGalileo, EurekAlert! via University of Gothenburg.


Milano: aprono al pubblico “Joan Miró. La forza della materia” e “Italiani sull’oceano”

Cultura

Aprono al pubblico “Joan Miró. La forza della materia” e “Italiani sull’oceano”

Oltre 400mila persone sono entrate al Mudec in questo primo anno di vita. Del Corno: “I numeri e i risultati ci confortano rispetto alla bontà della scelta compiuta dall’Amministrazione sull’identità dello spazio”

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Milano, 24 marzo 2016 – Sono 270 mila i visitatori che hanno decretato il successo delle mostre del Mudec inaugurate nell’autunno 2015, senza contare le visite (gratuite fino al 31 agosto 2016) alla Collezione permanente dedicata agli “Oggetti d’incontro” tra Milano e le culture del mondo, la partecipazione alle tante attività multilinguaggio del Forum della Città Mondo, gli eventi organizzati dal Comune di Milano e  i laboratori didattici; attività che in un anno – a partire da quel marzo 2015 che ha visto l’apertura straordinaria dello spazio per Expo2015 – hanno portato al Mudec oltre 400mila persone.

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Credenze religiose e cooperazione nelle società umane

10 Febbraio 2016
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Un nuovo studio, pubblicato su Nature, sottolinea come le credenze relative a divinità onniscienti e castigatrici possano aver giocato un ruolo chiave nella cooperazione tra popolazioni distanti e nello sviluppo dei moderni stati.
La ricerca, che ha visto una collaborazione tra antropologi e psicologi, ha guardato alle modalità con cui la religione influenza la volontà di cooperare, al di là della propria cerchia sociale. Si sono effettuati colloqui ed esperimenti in molti paesi: Vanuatu, Fiji, Brasile, Mauritius, Siberia e Tanzania. Le credenze religiose in queste nazioni sono varie e comprendono quelle del Cristianesimo, dell'Induismo, dell'animismo e della venerazione degli antenati.
Certe tipologie di credenze, come quelle che implicano divinità che sono coscienti delle interazioni umane, possono influenzare la volontà di cooperazione. Se si è convinti di essere osservati, e di essere puniti da una divinità - ad esempio per avarizia o per furto - si può essere meno inclini a simili comportamenti antisociali. Coloro che hanno simili credenze possono anche essere più inclini a comportamenti più corretti nei confronti degli appartenenti alla stessa religione, sebbene distanti.
Secondo gli autori, questo genere di comportamenti può dunque contribuire a sostenere strutture che sono alla base della società moderna: istituzioni, mercati, collaborazioni. Le religioni avrebbero dunque svolto un ruolo importante nello sviluppo e per la stabilità di organizzazioni statali complesse, come gli stati.
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