E... state al MANN con gli Etruschi

Un anno difficile anche per l’organizzazione di grandi mostre in tutta Italia ma, passata in parte l’emergenza, è stato possibile inaugurare la grande mostra degli Etruschi al MANN: un progetto curato da Valentino Nizzo, Direttore del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia e da Paolo Giulierini, Direttore del Museo Archeologico di Napoli, in collaborazione con Electa.

Allestimento Etruschi 1. Foto di Giorgio Albano

Il percorso espositivo nasce per raccontare la storia degli Etruschi nella sua lunga evoluzione cronologica e territoriale che abbraccia secoli importanti di storia e un territorio come quello campano ancora poco studiato nella sua fase più antica. Oltre 600 reperti suddivisi in due percorsi tematici definiscono un itinerario di indagine che parte da molto lontano, dal X secolo per arrivare al IV secolo a.C. quando sul fronte Mediterraneo saranno altre le potenze in gioco sul grande palcoscenico marino e terrestre.

Già lo storico Polibio nel II secolo a.C. diceva che “chi vuol conoscere la storia della potenza degli Etruschi non deve riferirsi al territorio che essi possiedono al presente, ma alle pianure da loro controllate”. La storia avvincente di questo popolo, la cui presenza più nota la si pone in centro Italia, ha in realtà orizzonti più ampi, sebbene ancora non interamente studiati e indagati.

etruschi al MANN
Allestimento Etruschi 2. Foto di Giorgio Albano

La pianura padana nel nord e il sud con le pianure della Campania hanno permesso agli studiosi di indagare ancora i rapporti con i popoli e le mire espansionistiche degli Etruschi; in particolare la storia etrusca della Campania ha permesso, anche grazie a questa mostra e ai ricchissimi depositi del MANN, di fornire un inedito spaccato di studi, forse ancora poco esplorato, sul patrimonio immenso di informazioni e reperti che compongono in un puzzle complesso gli albori di questa terra fino al declino di una delle sue componenti più importanti. Gli Etruschi subiranno presso Cuma tra VI e V secolo a.C. diverse sconfitte fino alla progressiva scomparsa e affermazione del popolo dei Campani.

Allestimento Etruschi 3. Foto di Giorgio Albano

L’allestimento creato per l’esposizione invita lo spettatore a guardare una grande carta geografica e a riflettere sulla frase di Polibio, lo storico greco che paragona la piana della regione ad una sorta di grande palcoscenico, in cui terra e mare rappresentano una perfetta quinta teatrale per la grande storia etrusca nel sud Italia.

Il progetto, firmato dall’architetto Andrea Mandara e accompagnato dalla grafica di Francesca Pavese, sdoppia il percorso espositivo rendendolo al tempo stesso complementare. Nel primo ambiente tematico i reperti sono raccolti secondo un itinerario cronologico e per contesti, nel secondo vi è ampio spazio per l’esposizione di reperti etruschi acquisiti nel corso dei secoli dal Museo napoletano e i cui interventi di conservazione sono stati curati dal Laboratorio di Restauro del MANN.

Allestimento Etruschi 4 @ foto di Giorgio Albano

Le opere restaurate presentavano in gran numero interventi ottocenteschi e per tali reperti il restauro, molto impegnativo, ha previsto anche indagini diagnostiche tuttora in via di svolgimento. Due allievi dell’Accademia di Belle Arti di Napoli hanno partecipato alle attività di laboratorio con lo scopo di realizzare due tesi di laurea con focus su un’oinochoe, un’hydria etrusco-corinzia ed un’oinochoe in bucchero.

Cosa vedere

Preziosi i reperti provenienti dalle necropoli campane in aree di passaggio dall’entroterra appenninico verso il Tirreno: le necropoli di Carinaro e Gricignano d’Aversa, quella di Capua per la cultura proto villanoviana indicano come l’interazione con gli Etruschi abbia avuto, ab origine, una valenza economica, commerciale e culturale.

Gruppo plastico
(carpentum con figura antropomorfa)
Terracotta
Ultimi decenni del IX - primi decenni
dell’VIII sec. a.C.
Da Gricignano di Aversa, Tomba LXII
Succivo (CE), Museo Archeologico
dell’Agro Atellano
© Ministero per i Beni e le attività Culturali
e per il Turismo
Polo Museale della Campania, Museo
Archeologico dell’Agro Atellano

Da Gricignano di Aversa, la sepoltura ad incinerazione LXII, proveniente dal Museo dell’Agro Atellano (Succivo), restituisce un importante corredo, in cui risalta un modello di calessino trainato da una coppia di cavalli aggiogati e condotto da una figura maschile; l’opera in terracotta (databile tra gli ultimi decenni del IX ed i primi decenni dell’VIII sec. a.C.) adotta il motivo figurativo del carpentum (calesse) per testimoniare il prestigio del defunto.

Ammirando i reperti ritrovati a Santa Maria Capua Vetere, è possibile ripercorrere il fenomeno di formazione, nella pianura campana, delle prime “città” degne di questo nome: la Tomba 1/2005 (in prestito dal Museo dell’Antica Capua e risalente al primo quarto del IX secolo a.C., monumentale sepoltura di un capo-guerriero rinvenuta nella necropoli del Nuovo Mattatoio), così come le Tombe 662 e 664 della necropoli Fornaci (seconda metà dell’VIII secolo a.C.), testimoniano una forma di osmosi culturale “ante litteram” con i Greci, da poco stabilitisi a Ischia e a Cuma.

Corredi come quelli capuani attestano la presenza nella regione dei “primi Etruschi” portatori della cosiddetta cultura villanoviana caratterizzata dall’adozione prevalente dell’incinerazione, con ossuario tendenzialmente biconico, decorato con motivi geometrici incisi a pettine.

Fibula da parata a grande disco
con molte spirali
Bronzo, lamina, decorazione a sbalzo, fusione
VIII sec. a.C.
Da Suessula, necropoli (Collezione Spinelli)
Napoli, Museo Archeologico Nazionale
© Ministero per i Beni e le attività Culturali
e per il Turismo
Museo Archeologico Nazionale, Napoli

Da Suessula, Acerra, in occasione della mostra, è stato restaurato e ricomposto un reperto proveniente dalla collezione Spinelli del MANN. Si tratta di un pendaglio pettorale in bronzo laminato con pendenti in bronzo fuso risalente all’VIII secolo a.C. e recante tre figure ornitomorfe e terminante con il caratteristico motivo della barca solare.

Il fenomeno definito dagli studiosi “orientalizzante”,sviluppatosi tra l’VIII e il VII secolo a.C., adotta nuovi modelli artistici e comportamentali ispirati alle mode dell’aristocrazia orientale e agli eroi omerici. Ne è testimone la tomba 104 Artiaco di Cuma scoperta nel 1902 da Gaetano Maglione e Giuseppe Pellegrini con reperti di straordinario valore appartenenti ad un ricco personaggio che ha inteso far proprio l’ethos eroico-omerico.

In stretto dialogo con questa preziosa testimonianza orientalizzante anche un prestito proveniente dal Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia: il corredo della tomba Bernardini di Palestrina (675-650 a.C.), uno dei più ricchi tesori che l’archeologia ci abbia mai restituito. Si tratta di un vero “manifesto” dell’arte orientalizzante, una tomba scoperta nel 1876 dai fratelli Bernardini nella necropoli dell’antica Praeneste, oggi Palestrina, la cui ricchezza è stata rimandata immediatamente ad un principe sepolto nel VII secolo a.C. con ori e argenti di manifattura etrusca e armi reali e da parata oltre ad oggetti tipici del banchetto.

Affibbiaglio
Oro
Inizio del secondo quarto del VII sec. a.C.
Da Palestrina, Tomba Bernardini
Roma, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia
© Ministero per i Beni e le attività Culturali
e per il Turismo
Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia,
Archivio fotografico

La seconda sezione, improntata sulla ricerca prima antiquaria poi archeologica, presenta reperti delle collezioni del MANN. Tra questi spicca la raccolta Borgiana con il bronzetto dell’offerente dell’Elba di probabile produzione populoniese e databile a fine VI, inizio V a.C. e la cista Bianchini appartenuta al celebre mercante d’arte Francesco Ficoroni prima di entrare nella celebre raccolta del cardinale Borgia.

Cista
Bronzo, fusione delle parti plastiche, bulino,
cesello, martellatura
Fine del IV - inizi del III sec. a.C.
Dal territorio di Palestrina
Napoli, Museo Archeologico Nazionale
© Ministero per i Beni e le attività Culturali
e per il Turismo
Museo Archeologico Nazionale, Napoli

Da collezioni “minori” anche delle prime visioni in esposizione al MANN: due balsamari plastici a forma di cerbiatto accovacciato, provenienti dalla collezione Santangelo e databili al secondo quarto del VI secolo a.C.; un anello con scarabeo della stessa collezione e databile al IV a.C. con intagliato il suicidio di Aiace; una coppia di orecchini a bauletto della seconda metà del VI. Chiude l’esposizione lo splendido carrello incensiere in lamina di bronzo della fine dell’età del ferro.

etruschi al MANN
Anello con scarabeo
Oro, corniola, lamina, intaglio
Inizi del IV sec. a.C.
Da Cuma? (Collezione Stevens)
Napoli, Museo Archeologico Nazionale
© Ministero per i Beni e le attività Culturali
e per il Turismo
Museo Archeologico Nazionale, Napoli

Ad accompagnare questo ricco percorso anche un catalogo edito da Electa curato da Valentino Nizzo che mira a restituire al pubblico un’idea, da un lato, delle testimonianze lasciate dagli Etruschi in Campania (I parte) e, dall’altro, di come la riscoperta del passato etrusco della regione e del suo rapporto dialettico con la Magna Grecia abbiano appassionato sin dal tardo Rinascimento generazioni di intellettuali, incoraggiandoli a sviluppare nuovi metodi di indagine per svelare un enigma storico profondamente radicato nell’identità culturale del Mezzogiorno e che solo al principio del XX secolo l’archeologia avrebbe risolto, dando finalmente un volto e una consistenza alla potenza etrusca (II parte).

etruschi al MANN
Urna Terracotta, cassa lavorata a stampo, coperchio lavorato a stampo e a stecca, abbondanti resti di scialbatura, tracce di sovradipintura Seconda meta del II - prima meta del I sec. a.C. Da Chiusi? Napoli, Museo Archeologico Nazionale © Ministero per i Beni e le attività Culturali e per il Turismo Museo Archeologico Nazionale, Napoli

Gli Etruschi al MANN tornano per restare. Non solo con una mostra raffinata e dall’altissimo rigore scientifico, ma con l’annuncio dell’allestimento permanente che restituirà alla fruizione del pubblico un altro fondamentale pezzo della storia del nostro Museo, ‘casa’ dei tesori di Pompei ed Ercolano, così come custode di eredità molto più antiche. Museo della capitale di un Regno, l’Archeologico di Napoli vanta, infatti, collezioni sterminate derivate sia da scavi che da acquisizioni come, ad esempio, quella del bronzetto dell’Elba, reperto più antico ritrovato sull’isola toscana. Ma, soprattutto, nei nostri depositi c’è la testimonianza di una Campania centrale nel Mediterraneo e da sempre coacervo di popoli: Greci, Etruschi e Italici, a conferma che la ricchezza della cultura del Meridione sta nella diversità e nella contaminazione. Per comprendere in pieno gli Etruschi, oggi bisogna quindi volgersi anche al Sud e al patrimonio del MANN, dove duecento pezzi, praticamente inediti, splendono di nuova luce grazie allo straordinario lavoro del Laboratorio di Restauro del Museo. Un traguardo che mi riempie, come etruscologo, di personale soddisfazione, e che è occasione per ricordare la figura del celebre archeologo Marcello Venuti, nel 1727 fondatore dell’Accademia Etrusca e, poi, tra gli scopritori di Ercolano”, dichiara il Direttore del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, Paolo Giulierini.

etruschi al MANN
Coppia di orecchini
Oro, lamina, applicazioni a stampo, filigrana
(produzione dell’Etruria meridionale)
Seconda meta del VI sec. a.C.
Provenienza ignota
Napoli, Museo Archeologico Nazionale
© Ministero per i Beni e le attività Culturali
e per il Turismo
Museo Archeologico Nazionale, Napoli

Scavare negli sterminati depositi del MANN è sempre un privilegio unico. Farlo per ‘andare a caccia di Etruschi’ lo ha reso ancora più avvincente. Da un lato perché si è così potuto delineare un rigoroso percorso storico-archeologico volto a ricostituire la trama di relazioni che caratterizzò la plurisecolare presenza degli Etruschi in Campania. Dall’altro perché l’approfondimento delle vicende antiquarie e collezionistiche legate alla riscoperta dell’importanza del loro dominio nella regione ha offerto una prospettiva per molti versi inedita sull’evoluzione della disciplina archeologica e sul contributo dato ad essa da generazioni di studiosi che, da Camillo Pellegrino a Giovanni Patroni, passando attraverso nomi del calibro di Giovan Battista Vico, Alessio Simmaco Mazzocchi, Johann Joachim Winckelmann, Pietro Vivenzio, Eduard Gerhard, Raffaele Garrucci, Theodor Mommsen, Giuseppe Fiorelli, Julius Beloch, si sono confrontati con questo presunto enigma, fino ad arrivare alla sua definitiva soluzione, al principio del ‘900, quando il reperto più prezioso, la Tegola di Capua, aveva ormai irreparabilmente lasciato il nostro Paese alla volta di Berlino”, commenta Valentino Nizzo, Direttore del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.

"Gli Etruschi e il MANN" al Museo Archeologico di Napoli fino al 31 maggio 2021.


#InviaggiocongliEtruschi: sulle orme dell'antica civiltà italica

#InviaggiocongliEtruschi

Sulle orme dell'antica civiltà italica.
Un accordo tra Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, Museo Archeologico Nazionale di Napoli e Museo Civico Archeologico di Bologna.
Sconti in biglietteria per i visitatori dei tre Musei

#InviaggiocongliEtruschi

In questa estate italiana così particolare, il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, perseguendo appieno la propria missione, sceglie l’alleanza con i Musei e sigla un accordo che invita a viaggiare attraverso il nostro Paese alla scoperta degli Etruschi, una delle civiltà più affascinanti del mondo antico, un popolo che è parte fondamentale della nostra storia.

#InviaggiocongliEtruschi, è il titolo della campagna che, dal 1 agosto, unirà idealmente lungo la Penisola, il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli e il Museo Civico Archeologico di Bologna. Uniti da Bologna a Napoli passando per Romatre città e tre luoghi della cultura affrontano questo momento particolare proponendo un itinerario turistico-culturale che è un viaggio identitario, un invito alla ricerca delle proprie radici.

I Rasna (così gli Etruschi chiamavano se stessi) hanno dominato il vasto territorio compreso tra la pianura padana del Po e le pendici del Vesuvio; le loro fertili terre producevano grano, olio, vino e fichi tanto famosi da attirare - secondo la leggenda - i barbari Galli che giunsero a saccheggiare persino Roma. Signori del Tirreno, i loro porti erano frequentati da commercianti che giungevano da tutto il Mediterraneo con merci esotiche, profumi, stoffe preziose, avori pregiati… La loro abilità artigianale è testimoniata anche da splendidi gioielli in oro, argento, bronzo, ambra e vetro che abbellivano le donne delle grandi famiglie aristocratiche; ancora oggi gli orafi più esperti cercano di riprodurre la raffinata tecnica della granulazione.

Oggi la storia e la cultura di questa affascinante civiltà sono l’occasione per percorrere il nostro Paese all’insegna della cultura e all'arte, partendo dal Museo Civico Archeologico di Bologna, che ospita, fino al 29 novembre, la mostra "Etruschi. Viaggio nelle terre dei Rasna" (etruschibologna.it), fermandosi a Roma ad ammirare le collezioni del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, il più importante museo etrusco al mondo (museoetru.it), per giungere a Napoli al Museo Archeologico Nazionale che vi accoglierà con l’esposizione "Gli Etruschi e il MANN", una raccolta straordinaria di circa 600 reperti, di cui 200 visibili per la prima volta, acquisiti sul mercato collezionistico dal Museo in varie fasi della sua storia (museoarcheologiconapoli.it). Ad arricchire il percorso espositivo di entrambe le mostre ha contribuito con preziosi ed eccezionali prestiti il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.

I visitatori che seguiranno le orme degli Etruschi avranno diritto alla riduzione del costo del biglietto di ingresso, presentando presso la biglietteria il ticket di uno dei tre istituti coinvolti.
Se si visita uno dei tre musei, si ha la possibilità, quindi, di accedere agli altri due con uno sconto sul costo del biglietto
: il costo di ingresso sarà di 10 euro (invece di 14) al Museo Civico di Bologna (qui la promo sarà valida sino al 29 novembre), di 7 euro (in luogo di 10) al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, di 8 euro (e non 10) al Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

E durante il soggiorno romano si potrà approfittare dell’offerta culturale del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia: aperture straordinarie e visite guidate comprese nel costo del bigliettoPer il programma completo consultate il sito www.museoetru.it 

Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia


Piazzale di Villa Giulia 9, Roma
Apertura: dal martedì alla domenica
Orari: 9-20 (ultimo ingresso ore 19; chiusura sale espositive alle 19.30)

 

Testo e foto #inviaggioconglietruschi dal Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia

Leggere di più


olpe chigi protocorinzia

La ceramica protocorinzia e il capolavoro Olpe Chigi

La Grecia del VII secolo a.C., grazie alla ripresa di intensi scambi commerciali, viene permeata da motivi decorativi iconografici, da manufatti e da tecniche di lavorazione che provengono dalle regioni d’Oriente.

La definizione che si utilizza per identificare questo periodo, età orientalizzante, è un po’ ambigua; ciò che invece non lascia spazio a dubbi è che, sia dalle regioni della Anatolia a nord sia dai porti fenici a sud, iniziano a confluire in territorio ellenico grandi calderoni in bronzo caratterizzati da ornamenti raffiguranti animali fantastici (tra i quali sfingi, sirene, gorgoni, centauri che si opporranno agli eroi della mitologia), nuovi strumenti musicali, tessuti pregiati, calzari, profumi, nuove fogge di corazze ed elmi, statuette dal corpo modellato secondo canoni naturalistici che non tengono più conto della riduzione a forme geometriche tipiche del secolo precedente.

Gli influssi orientalizzanti si colgono in tutti i campi artistici: dal passaggio a forme di architettura sacra più esigenti (attraverso la sostituzione del materiale ligneo con l’introduzione di blocchi in pietra squadrata e l’invenzione del tetto in tegole) all’artigianato artistico, negli oggetti in bronzo, in pasta vitrea, in avorio, nelle coppe in oro e argento, realizzati con grande cura nelle botteghe degli orafi. Non è un processo omogeneo: alcune realtà, come Atene e più in generale l’Attica, saranno restie ad assorbire queste nuove mode; altre, invece, come ioni ed eoli, a più stretto contatto con le realtà asiatiche, si lasceranno travolgere dalle novità.

In questo periodo i santuari panellenici di Delfi, Olimpia e Samo attirano l’attenzione dei grandi dinasti orientali che si recano in questi luoghi sacri portando con se ricchi doni. Lo storiografo Erodoto (Storie, I, 14) ricorda i doni votivi al santuario di Delfi da parte di Gige, re di Lidia, e di Mida, re di Frigia: lo testimoniano le evidenze archeologiche. Nello stesso momento si verifica un’intensa diaspora di orientali verso la Grecia, in fuga dalla pressione degli assiri: questo spiega la presenza di parole orientali nella lingua greca, tra cui il termine tyrannos, probabilmente di origine lidia.

A proposito di tiranni, sotto un punto di vista strettamente storico-sociale le figure di questi nuovi personaggi politici si oppongono all’avidità della classe aristocratica e basano il loro consenso, facendo leva sulle vessazioni che le classi sociali inferiori subiscono dai governi aristocratici, e sullo squilibrio tra necessità della popolazione e risorse disponibili. Le più importanti tirannidi del VII secolo a.C. si registrano a Mitilene (Lesbo), a Megara, a Sicione e, soprattutto a Corinto.

Il Canale di Corinto oggi. Foto di Frank van Mierlo

Corinto è una delle città più all’avanguardia dell’epoca; fino alla metà del VII secolo a.C. è governata dai Bacchiadi e, ben presto, la sua importanza in ambito commerciale assume una dimensione “internazionale”, grazie anche ad una posizione geografica privilegiata: le ceramiche, prodotte in quantità industriale dagli artigiani, vengono esportate in tutto il Mediterraneo, sia ad Oriente che ad Occidente, assecondando la vocazione marinara della città.

Nella città dell’Istmo, già a partire dal 720 a.C., le fabbriche dei vasai iniziano ad adoperare la ruota del tornio ceramico, una novità introdotta a Corinto secondo quanto riportato da Plinio il Vecchio, e ad abbandonare l’uso dei caratteri geometrici, tipici del periodo artistico precedente, facendo uso degli elementi di originalità apportati dall’arte orientale.

Grazie ai numerosi ritrovamenti archeologici è stato possibile ottenere una seriazione cronologica molto dettagliata dell’evoluzione della ceramica protocorinzia.

Le produzioni artistiche del Protocorinzio Antico, che si sviluppa dal 720 al 690 a.C., prediligono forme di piccole dimensioni, gli aryballoi, boccette quasi sferiche alte non più di 7 cm, sulla cui superficie si impongono prepotentemente figure animali realizzate con una linea di contorno che presenta ancora tratti geometrizzanti. Gli artisti non si lasciano sopraffare dall’impulso narrativo, piuttosto introducono elementi riempitivi a carattere floreale, rosette e spirali di chiara ascendenza orientale.

Il Protocorinzio Medio (690-650 a.C.) inaugura una serie di trasformazioni che riguardano sia la forma sia le decorazioni del vaso. L’aryballos assume una forma più slanciata e, nonostante la costante delle dimensioni ridotte, propone fregi miniaturistici straordinari, dove le figure sono disposte in fregi sovrapposti utilizzando un nuovo repertorio e una nuova tecnica. Gli elementi figurati, che adesso sono ispirati ai personaggi della mitologia, abbandonano completamente i criteri geometrizzanti e lasciano spazio all’estro artistico dei vasai.

In questo breve arco temporale si sperimentano tecniche decorative che ben si adattano alle nuove forme e alle nuove decorazioni presenti sulla superficie dei vasi: alla tecnica a figure nere, molto utilizzata nei decenni successivi, si affiancano la tecnica dell’incisione dei fregi umani ed animalistici (per esaltare i particolari del soggetto raffigurato utilizzando uno strumento metallico a punta sottile) e la tecnica della sovraddipintura (ottima per creare effetti policromi).

Nel Protocorinzio Tardo, il cui sviluppo si data dal 650 al 630 a.C., i pittori iniziano a cimentarsi con forme vascolari di dimensioni maggiori. Non producono solo piccoli aryballoi ma anche brocche di quasi 30 cm, dove sono prediletti fregi animalistici sovrapposti in successione e riempitivi di carattere floreale.

Olpe Chigi, capolavoro della ceramica protocorinzia. Foto di Francesco Bini, CC BY-SA 4.0

Tutte queste sperimentazioni raggiungono la massima potenzialità espressiva nell’Olpe Chigi.

Rinvenuta in una tomba etrusca a Veio (Etruria), l’olpe, una brocca a bocca rotonda utilizzata nei simposi per versare il vino nelle coppe dei commensali, risale al 640 a.C. circa e riflette il passaggio dal Protocorinzio Medio al Protocorinzio Tardo. Ha un’altezza di 26 cm e si tratta probabilmente di un dono o di un acquisto di un principe etrusco. Oggi questa meraviglia si può ammirare al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma.

Olpe Chigi, capolavoro della ceramica protocorinzia. Foto di Francesco Bini, CC BY-SA 4.0

La straordinarietà dell’Olpe Chigi sta nella presenza di fregi figurati complessi che fanno uso della tecnica a figure nere integrata abbondantemente con la policromia. Le scene raffigurate occupano gli spazi principali della brocca, ovvero la spalla nella parte superiore, la pancia in posizione centrale, e la parte sottostante.

Partendo dal basso verso l’alto si possono notare delle scene che, lette in sequenza, raccontano una storia: il programma iconografico rappresenta la successione di attività che un giovane aristocratico doveva sviluppare nel corso della sua vita per diventare un cittadino corinzio a pieno titolo e figurare tra coloro che combattevano in prima linea a difesa della città.

olpe chigi protocorinzia
Olpe Chigi, capolavoro della ceramica protocorinzia. Foto di Francesco Bini, CC BY-SA 4.0

Era consuetudine che i rampolli della classe aristocratica delle poleis greche, nel programma di formazione che erano tenuti a seguire, venissero avviati al combattimento fin dalla tenera età: la caccia alla lepre e alla volpe, animali incruenti, rappresentava una buona palestra per esercitare i riflessi. Superata questa fase, i giovani potevano mostrare il loro coraggio affrontando prove più rischiose, come la caccia al leone.

Olpe Chigi, capolavoro della ceramica protocorinzia. Foto di Francesco Bini, CC BY-SA 4.0

Non tutti riuscivano a sopravvivere, ma scampare alla morte significava poter ambire ad un matrimonio eccellente: è per tale motivo che nel punto di massima espansione del vaso, collocato tra una serie di efebi con doppia cavalcatura, campeggia l’unico episodio tratto dal repertorio mitico, ovvero il giudizio di Paride, da cui avrà luogo l’unione con Elena, la donna più bella del mondo antico.

La scena dello scontro tra opliti potrebbe alludere alla guerra di Troia, sorta proprio a seguito dell’unione tra il giovane troiano e la moglie di Menelao; e l’intento è senz’altro moraleggiante, con una nota di avvertimento in conseguenza di nozze giudicate sbagliate, cioè di un premio ottenuto ingiustamente. Elena era stata, infatti, offerta come contropartita a Paride dalla dea Afrodite per ottenere la vittoria nella contesa tra lei e altre due divinità, Atena ed Era, per stabilire chi fosse la più bella dell’Olimpo.

Questo complesso programma iconografico destinato ai corinzi viene reso con grande perizia dal pittore, che mostra di saper padroneggiare tutte le nuove tecniche della scuola protocorinzia, per rendere in pochi centimetri una serie di particolari molto dettagliati.

 

Olpe Chigi protocorinzia
Olpe Chigi, capolavoro della ceramica protocorinzia. Immagine dal libro di Knud Friis Johansen, Les Vases Sicyoniens. Étude archéologique, 2a ed., Paris : Copenhague, Edouard Champion : V. Pio - Povl Branner, 1923, pl. XXXIX. Immagine in pubblico dominio

Bibliografia:

  • Storia dell’arte greca, A. Giuliano, Carocci, Roma 2017.
  • Arte Greca, G. Bejor - M. Castoldi - C. Lambrugo, Mondadori, Milano 2013
  • Il mondo dell'arte greca, T. Holscher, Einaudi, Torino 2008
  • Archeologia e stria dell’arte greca: storia della ceramica di età arcaica, classica ed ellenistica, P. E. Arias, Vol. 5, University of Michigan 1963.
  • Archeologia greca. Cultura, società, politica e produzione, E. Lippolis – G. Rocco, Mondadori, Milano 2011.
  • L’Olpe Chigi. Storia di un agalma. Atti del Convegno Internazionale, E. Mugione – A. Benincasa, Pandemos, Paestum 2012.
  • Storie, Erodoto, Rizzoli Editore, Bologna 2008.

La storia genetica della popolazione dell’Umbria

La storia genetica della popolazione dell’Umbria, studio dei ricercatori degli Atenei di Perugia, Pavia e Firenze

Un nuovo articolo dal titolo “The mitogenome portrait of Umbria in Central Italy as depicted by contemporary inhabitants and pre-Roman remains” e pubblicato dall’autorevole rivista internazionale “Scientific Reports” ricostruisce per la prima volta la storia genetica della popolazione dell’Umbria. Dall’analisi del DNA di campioni antichi e moderni, i ricercatori delle Università di Perugia, Pavia e Firenze hanno evidenziato molteplici input genetici da parte di diverse popolazioni che nel tempo hanno plasmato il pool genico mitocondriale degli antichi Umbri, compresi flussi genici con l'Europa centrale.

genetica Umbria Umbri DNA antico genoma mitocondriale
Origine dei campioni Umbri analizzati e distribuzione delle principali linee genetiche mitocondriali identificate nei campioni antichi e moderni

Recenti studi di genetica di popolazione hanno evidenziato una straordinaria complessità del patrimonio genetico degli Italiani, molto maggiore di quella che si osserva nel resto d’Europa. In questo contesto i ricercatori hanno voluto affrontare uno studio a livello micro-geografico focalizzando l’attenzione, per la prima volta, sull’Umbria. Situata nel cuore dell’Italia, questa regione ha rappresentato fin dalla preistoria un punto nodale della comunicazione tra il mar Tirreno e il mare Adriatico. Seppur annoveri una delle più antiche popolazioni italiche di cui si abbia traccia, con una identità culturale forte e ben definita, quello degli Umbri rimane ancora un popolo sottovalutato, soprattutto se confrontato con i “vicini” Etruschi e Piceni.

Professori Hovirag Lancioni e Alessandro Achilli

La ricerca è frutto di una collaborazione tra gruppi di ricercatori, coordinati dai Professori Alessandro Achilli (Dipartimento di Biologia e Biotecnologie “L. Spallanzani”, Università di Pavia) e Hovirag Lancioni (Dipartimento di Chimica, Biologia e Biotecnologie, Università degli Studi di Perugia), a cui hanno contribuito anche genetisti dell’Università di Firenze, di Porto (Portogallo) e i genetisti forensi di Innsbruck (Austria). A sottolineare l’aspetto multidisciplinare della ricerca, va menzionato il prezioso apporto (sia in termini di materiale da analizzare che di conoscenze storiche) di esperti archeologi, della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio dell'Umbria e il contributo degli studenti dell’Istituto Comprensivo Statale Foligno 5 (Perugia) e di tutti i volontari che hanno partecipato alla ricerca.

genetica Umbria Umbri DNA antico genoma mitocondriale
Alcuni reperti ossei rinvenuti nella necropoli di Plestia, Colfiorito, utilizzati per l’analisi del DNA antico

La Prof. Hovirag Lancioni sottolinea come “grazie all’Archeogenetica, una nuova disciplina che associa dati genetici a studi storici e preistorici, i ricercatori hanno messo a confronto i dati genetici di 545 volontari Umbri con quelli ottenuti da 19 reperti ossei umani rinvenuti nella necropoli pre-Romana di Plestia, Colfiorito, risalenti tra il IX e III secolo a. C.” La Dott.ssa Alessandra Modi aggiunge che “dall’analisi diacronica della variazione di sequenza di interi genomi mitocondriali è emerso il quadro genetico della popolazione umbra, come risultato di una lunga e complessa storia di migrazioni e mescolamenti favoriti dalla posizione geografica al centro della penisola Italiana.”

Dottori Irene Cardinali e Marco Rosario Capodiferro

La Dott.ssa Irene Cardinali riassume che i risultati ottenuti indicano che “alcune varianti mitocondriali sono state introdotte nella regione dagli antenati degli Umbri antichi e mantenute fino ai tempi nostri nelle aree più orientali, probabilmente per il loro isolamento geografico. Questi antenati ebbero origine da diverse popolazioni che in tempi diversi raggiunsero l'Umbria a partire dai primi agricoltori neolitici che si diffusero attraverso il Mediterraneo.” Inoltre, precisa il Dott. Marco Rosario Capodiferro, “le successive connessioni risalenti all’età del Bronzo e periodi medievali con gli europei centro-orientali, probabilmente includendo anche alcuni gruppi di nomadi (Yamnaya) dalle steppe pontico-caspiche sono a sostegno dell'ipotesi di un input genetico da nord-est fin da tempi antichi, come confermato anche dall'origine indoeuropea della lingua degli antichi Umbri”.

Conclude il Prof. Alessandro Achilli, dicendo che “il lavoro dimostra ancora una volta come il genoma mitocondriale sia uno strumento indispensabile per analizzare tracce genetiche e riscoprire eventi storici e preistorici che rimarrebbero altrimenti sconosciuti. In particolare, questi risultati genetici rappresentano un primo passo verso la ricostruzione della storia genetica della popolazione dell’Umbria e dei complessi rapporti di interscambio con le popolazioni confinanti (come gli Etruschi e i Piceni prima, e i Romani poi), ma anche con quelle più lontane. Più in generale questo approccio multidisciplinare basato su dati archeologici, storici e genetici rappresenta uno strumento indispensabile per la conoscenza del nostro patrimonio storico-culturale e quindi per la valorizzazione del nostro territorio.”

Alcuni tra gli autori principali delle Università di Perugia e Pavia coinvolti nel lavoro, da sinistra: Hovirag Lancioni, Irene Cardinali, Marco Rosario Capodiferro, Alessandro Achilli

“The mitogenome portrait of Umbria in Central Italy as depicted by contemporary inhabitants and pre-Roman remains”, di Alessandra Modi#, Hovirag Lancioni#, Irene Cardinali#, Marco R. Capodiferro#, Nicola Rambaldi Migliore, Abir Hussein, Christina Strobl, Martin Bodner, Lisa Schnaller, Catarina Xavier, Ermanno Rizzi, Laura Bonomi Ponzi, Stefania Vai, Alessandro Raveane, Bruno Cavadas, Ornella Semino, Antonio Torroni, Anna Olivieri, Martina Lari, Luisa Pereira, Walther Parson, David Caramelli, Alessandro Achilli è pubblicato sulla rivista Scientific Reports 10:10700. doi.org/10.1038/s41598-020-67445-0 www.nature.com/scientificreportsEqual contribution

 

Testo e foto sullo studio della storia genetica della popolazione dell'Umbria dall'Ufficio Stampa dell'Università degli Studi di Perugia


La mostra "Thalassa" in proroga al MANN sino al 31 agosto

Thalassa, il viaggio continua: la mostra sulle meraviglie sommerse dal Mediterraneo, in programma al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, sarà prorogata sino al prossimo 31 agosto.

Nel Salone della Meridiana si potranno ammirare non soltanto i reperti provenienti da importanti scavi subacquei nel Mediterraneo, ma anche opere che raccontano le suggestioni esercitate dal Mare nostrum sull'iconografia antica; il prestito, da parte della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per il Comune di Napoli, di un'ancora (II sec. a.C.), un remo ed un albero (età imperiale) di un'imbarcazione, rappresenta un suggestivo completamento dell'esposizione. ​

Non solo una mostra, che costituirà, con "Gli Etruschi e il MANN", un punto di forza nella programmazione culturale estiva dell'Archeologico, ma anche un importante progetto di ricerca, proiettato verso il prossimo futuro: mercoledì 1° luglio (ore 12), in diretta Facebook dal Salone della Meridiana, i curatori dell'exhibit Paolo Giulierini, Salvatore Agizza, Luigi Fozzati e Valeria Li Vigni, presenteranno il volume "Thalassa, meraviglie sommerse dal Mediterraneo. Saggi" (Electa Editore); all'incontro, interverranno anche Cherubino Gambardella e Simona Ottieri (responsabili allestimento della mostra).

Parallelamente al volume, l'evento sarà anche l'occasione per il lancio del trailer del documentario dedicato all'esposizione: il documentario è diretto da Antonio Longo e scritto dallo stesso Longo con Salvatore Agizza.

Un mare di idee per una mostra che ha creato rete tra istituzioni; Thalassa ha ottenuto il patrocinio morale di: Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, Regione Campania, Comune di Napoli ed Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno centrale (Napoli-Salerno-Castellammare di Stabia), Università degli Studi di Salerno, Università “L’Orientale” ed Università Suor Orsola Benincasa di Napoli.

L’esposizione è stata realizzata anche in collaborazione con la Scuola Archeologica di Atene, l’Università degli Studi di Bari, l’Università “Parthenope”, ENEA ed INGV. 


Etruschi e il MANN. Una mostra imperdibile sulla storia etrusca della Campania

C'è attesa per la nuova mostra al Museo Archeologico di Napoli dedicata agli Etruschi. Rimandata a causa dell'emergenza sanitaria che ha visto la chiusura di siti e musei italiani, la mostra "Etruschi e il MANN aprirà finalmente i battenti al Museo Archeologico di Napoli il 12 giugno 2020 ( l'inaugurazione era prevista per il 17 marzo) e sarà un’occasione imperdibile per approfondire la storia etrusca della regione e di alcuni centri fortemente influenzati da questo antico popolo. L’esposizione, che abbraccerà un arco cronologico ampio che va dal X al IV secolo a.C. indagherà sulla scoperta e sulla storia di una Etruria Campana, idea che fino alla fine dell’Ottocento, pur attestata da molteplici fonti letterarie è stata rifiutata fino a quando l’archeologia ha mostrato interessanti dati anche sulla fondazione etrusca di Pompei.

Statuetta di offerente togato
Napoli, Museo Archeologico Nazionale
Inv. 5534
Bronzo
Alt. cm 24
600 a.C. ca.
Dall’isola d’Elba (collezioni borboniche)

Alla fine dell’VIII secolo, la Campania era abitata da genti di provenienza diversa che si differenziavano dal punto di vista dell’ethnos, della lingua e per cultura. Tre erano i grandi gruppi linguistici: una lingua italica, l’osco e due lingue straniere: greco ed etrusco. Le relazioni tra comunità favorirono la creazione di culture ibride ma contribuirono anche all’inasprirsi dei conflitti armati per il possesso di terre ed il controllo del mare. Intorno al 700 a.C. in quell’epoca definita orientalizzante per i continui scambi con i porti del Mediterraneo orientale, i principali centri della costa tirrenica erano controllati da potenti èlite aristocratiche che si facevano realizzare tombe sfarzose secondo una moda diffusa tanto in Etruria quanto nei centri campani etruschizzati di Capua e Pontecagnano.

Stamnos a figure rosse
Napoli, Museo Archeologico Nazionale
Inv. 81884
Ceramica a figure rosse
Alt. cm 36; diam. orlo cm 21
IV sec. a.C.
Da Ruvo (acquisto Gargiulo)

Nel VII secolo, la Campania, grazie alla maggiore richiesta di vino, olio e prodotti di lusso da parte dell’èlite occidentale, si ritrovò inserita sulle rotte del commercio arcaico. La costa si riempì di insediamenti che si trovavano lungo le rotte e prendevano parte ai vari commerci. Sull’isola di Ischia, precisamente nel villaggio di Punta Chiarito, diverse erano le coltivazioni di vino e qui arrivavano prodotti greci, campani ed etruschi in senso stretto.

Le famiglie aristocratiche continuavano a farsi seppellire in modo misto e la fine del secolo vide fiorire anche la nascita di una nuova èlite media che si sviluppò tanto nei centri etruschi di Capua e Pontecagnano che a Cales nel nord della Campania e a Stabiae nella valle del Sarno. La cultura materiale si standardizza. Nascono botteghe di qualità ordinaria che producono bucchero nero etrusco e ceramica etrusco-corinzia di imitazione. Questo è il contesto in cui Pompei si trova e questo è il contesto in cui altre città vengono fondate pressappoco contemporaneamente.

Etruschi MANN
Oinochoe in bucchero pesante
Napoli, Museo Archeologico Nazionale
Inv. 114275
Ceramica in bucchero
Alt. cm 36; diam. bocca cm 17
Seconda metà del VI sec. a.C.
Da Chiusi (?), acquisto Scognamiglio

Il percorso espositivo, pensato dall’archeologo Valentino Nizzo e promosso dal MANN in collaborazione con Electa, si articolerà in due sezioni. Un focus archeologico sugli Etruschi in Campania in cui sarà approfondita la documentazione relativa alla presenza degli Etruschi nella regione, dal I millennio fino al processo di sannitizzazione del territorio quando dopo le sconfitte di Cuma tra VI e V secolo a.C. il potere  etrusco sul Mediterraneo tramonterà con la nascita di nuovi e più complessi sistemi all’orizzonte.

La seconda sezione, invece, valorizzerà i materiali etruschi presenti al Museo, esterni al territorio campano, ma acquisiti sul mercato collezionistico dal MANN in varie fasi della sua storia. Accanto ad oggetti anche volumi e documenti d’epoca che illustreranno l’evoluzione del pensiero scientifico nel corso del Settecento e fino al Novecento, assieme ai protagonisti che hanno contribuito alla riscoperta di un passato etrusco della Campania.

Etruschi MANN
Carrello cultuale in bronzo
Napoli, Museo Archeologico Nazionale
Senza inv.
Bronzo laminato e fuso
Carrello: alt. (senza coperchio) cm 19,5; diam. ruote cm 5,3 (anteriori) e cm 5,7 (posteriori); bacile: alt. cm 8; diam. orlo cm 12
Fine dell’VIII - inizi del VII sec. a.C.
Provenienza sconosciuta

Ad arricchire l’esposizione un gruppo di materiali dal Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia. L’intero corredo della Tomba Bernardini da Palestrina (675 – 650 a.C.), una delle più importanti e ricche tombe del periodo orientalizzante, epoca di fruttuosi scambi e commerci di lusso nella grande culla del Mediterraneo antico. Un confronto nasce anche con la tomba Artiaco 104, occasionalmente in mostra, in cui il defunto di Cuma, principe tirrenico – orientalizzante rappresenta un caso simbolo per questo periodo ricco. I suoi resti furono deposti in un calderone in argento come gli eroi omerici dell’Iliade: “Mangiava e beveva come un greco, portava abiti e armi etruschi e si comportava da re orientale”.

Seicento i reperti che saranno presentati al pubblico e almeno duecento opere esposte per la prima volta dopo un’attenta campagna di studio e restauro ma soprattutto occasione per addetti ai lavori e non di conoscere la potente storia degli Etruschi e il territorio di loro pertinenza che si estendeva dall’Etruria padana fino a Pontecagnano.

 

Etruschi e il MANN: foto courtesy Uffici Stampa Electa e MANN


La Cultura di Golasecca: un ponte tra Mediterraneo e mondo celtico

Un territorio ricco di laghi e fiumi, corsi d'acqua che consentono di percorre lunghi tragitti, di trasportare merci e persone, oltre che di garantirne la sussistenza. Un territorio così, come possiamo facilmente immaginare, era sicuramente considerato appetibile fin dai tempi più remoti.

Per ciò che concerne il territorio varesino la presenza dell'uomo è attestata fin dal Paleolitico e numerosissime sono le testimonianze raccolte nell'area che ad oggi consentono di seguire una linea di racconto continuativo fino alla romanizzazione.

Le fonti antiche non tramandano un nome nazionale per le genti che, a più riprese, abitarono la Lombardia occidentale. Del resto è cosa nota come non sia mai stato proprio della cultura mitteleuropea unirsi sotto un unico comando e come, pur legate da una matrice culturale comune, le genti d'oltralpe non furono mai un sol popolo.

Di queste tribù, calate dalle Alpi e in diversi momenti stanziatesi in area cisalpina abbiamo informazioni materiali numerose, che trovano appoggio in fonti scritte di età posteriore. Già Tito Livio, ad esempio, narrava di un'ondata gallica “Prisco Tarquinio Romae regnante”, ma certamente dobbiamo far risalire la celtizzazione del territorio anteriormente agli inizi del VI sec. a.C.

Fenomeni culturali e relative culture materiali possono essere seguiti in un percorso lineare dal Baltico al Mediterraneo e il territorio varesino, fertile terreno per sovrapposizioni e stratificazioni culturali, diventa così il nodo di collegamento tra mondo transalpino e culture meridionali.

Già nell'XI sec. a.C. parte della Lombardia occidentale, del Piemonte orientale e del Canton Ticino furono abitate da popolazioni di matrice celtica, le cui manifestazioni culturali sono identificate con il nome di Cultura di Golasecca, dal nome della cittadina nelle vicinanze dell'aeroporto Malpensa dove furono rinvenute le prime significative e numerose testimonianze.

Cultura di Golasecca
Vaso ad anatrelle, Cultura di Golasecca, Museo della Preistoria di Milano. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

Le origini di queste genti sembrano risalire all'età del Bronzo (XIII sec. a.C.) e sarebbero rimaste per lungo tempo aperte all'assorbimento di elementi culturali vari, mediterranei e mitteleuropei: è su questa base, difatti, che si innesta probabilmente l'ondata celtica del VI sec. e, più tardi, la romanizzazione.

Caratteri di continuità sono rintracciabili nell'area del Lago Maggiore, nell'area della Malpensa, di Castelletto Ticino, Sesto Calende, Golasecca, Como, e Canton Ticino: comune denominatore le vie d'acqua (di cui il Ticino è il grande protagonista) che furono cerniera per unire l'Oltralpe con il Po, l'Adriatico e infine il Mediterraneo.

Le principali reti di traffico comprendevano materie prime che viaggiavano da nord verso sud (metalli, in particolare stagno, ambra) e beni commestibili da sud verso nord (olio, cereali, vino).

Le nostre conoscenze della cultura celtica di Golasecca si basano soprattutto sul ritrovamento di sepolture, raggruppate in necropoli, e dei relativi corredi. Il rito era quello della cremazione, la modalità di sepoltura a “pozzetto”, a fossa o a cassa litica: in ciascuna di queste forme ricorre la presenza di uno scavo nel terreno, rivestito di ciottoli o coperto con lastra litica dove era deposta l'urna biconica contenente le ceneri del defunto e il corredo di accompagnamento.

Supponiamo una distinzione di ruoli sociali in base alla tipologia di oggetti rinvenuta: sicuramente importante era la posizione di coloro che erano deposti con le loro armi e vasellame bronzeo.

Elmo e schinieri di bronzo dalla tomba del guerriero di Sesto Calende, Cultura di Golasecca, Museo della Preistoria di Milano. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

Per ciò che concerne la produzione ceramica, questa risulta costituita da vasellame modellato a mano (dal VI sec. a.C. al tornio lento) decorata con motivi geometrici standardizzati e ripetuti: il motivo decorativo tipico è il cosiddetto “dente di lupo”, costituito da una serie di triangoli riempiti a tratteggio.

Non mancano però testimonianze di contatto culturale con altre realtà coeve: motivi decorativi tratti dal repertorio orientalizzante etrusco e riadattati al modo locale, così come è stata evidenziata la presenza di oggetti di importazione dallo stesso ambito etrusco, ma anche magnogreco, piceno, veneto, villanoviano e hallstattiano, in una combinazione molto complessa di culture che si innestano sullo strato locale.

Urna cineraria da Varallo Pombia, Cultura di Golasecca, Museo della Preistoria di Milano. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

Con Properzio per le vie di Roma. Tra callimachismo e multietnicità

Il 21 aprile 2020 è stata ricordata, in maniera piuttosto insolita rispetto agli anni precedenti, la mitica fondazione della città di Roma. Il letterato Marco Terenzio Varrone, infatti, sulla base di calcoli effettuati dall’astrologo Lucio Taruzio, ipotizzò che Romolo avesse fondato la città il 21 aprile del 753 a.C.

Con il passare del tempo, la data proposta da Varrone finì per divenire canonica e convenzionalmente considerata ineludibile punto d’avvio per la Storia romana. Quest’anno, per una serie di motivazioni che sarebbe superfluo e doloroso ribadire, possiamo solo fregiarci dell’eterna bellezza di Roma in maniera virtuale, usufruendo di immagini reperibili in rete, recuperando vecchi scatti o frugando fra i nostri ricordi più belli.

Alle volte, però, basta immergersi nelle giuste letture, farsi trasportare dalle pagine ingiallite, ma perennemente ammantate di vivido fascino, per godere di esperienze autentiche e certamente non meno piacevoli di quelle regalateci dal nostro vissuto. La voce dei poeti può ricostruire mondi perduti, farci viaggiare, sognare con indescrivibile intensità. A tal proposito, è d’uopo riflettere sulle parole di Umberto Eco, che definiva la lettura un’immortalità all’indietro, capace di farci vivere migliaia di vite.

Foto di Edoardo Taloni

Oggi, quindi, cari lettori di ClassiCult, vi porto per le vie dell’Urbe, accompagnata dal canto di Properzio, incastonato in distici elegiaci pregni di vitalità e passione.

Il poeta umbro è stato autore di quattro libri di elegie, che gli valsero, per l’alto valore formale e contenutistico, la protezione di Mecenate e, di conseguenza, anche quella del princeps. In maniera particolare, il IV libro lascia trasparire una fase di ricerca, da parte dell’autore, in una nuova poesia impegnata, culturale e civile, lontana, ma non del tutto, dalla tematica amorosa imperante nei libri precedenti.

Questo passaggio inaspettato è presentato ai lettori come l’esito del discidium da Cinzia, dichiarato nelle ultime elegie del III libro. Tuttavia, l’esigenza di questo rinnovamento poetico è ascrivibile alle persistenti richieste di una poesia romana da parte di Mecenate e Augusto, al quale è riservata l’elegia centrale (4,6). Nella stessa elegia, che rievoca la battaglia di Azio, compare l’espressione novum iter (4,6,10). Tale espressione appare emblematica dell’intero nuovo progetto poetico, alludendo esplicitamente il poeta latino a Callimaco, orgoglioso di percorrere vie mai battute prima.

Inoltre, il poeta immagina di intraprendere un percorso innovativo, come mostra in 4,1, con una passeggiata culturale nella Roma augustea. La città di Roma è principale oggetto del programma erudito di Properzio, come luogo fisico e insieme di varie componenti etnico-culturali, italiche ed esterne all’Italia, che ne fecero parte fin dalle origini, contribuendo alla sua grandezza.

Il viaggio di Properzio ingloba monumenti di rilievo, presentati, in una spasmodica foga descrittiva, nell’elegia programmatica (4,1). Le stesse opere sono poi approfondite e descritte più dettagliatamente nelle cinque elegie eziologiche (2,4,6,9,10), secondo il gusto tipicamente alessandrino per temi rari ed elitari. In questo quadro estremamente ampio e variegato, emerge l’immagine di una società romana eterogenea e multiculturale, frutto di un processo iniziato dall’arrivo dei Troiani ed evolutosi grazie all’incontro di più culture. Properzio sottolinea, inoltre, atteggiamenti di apertura, ospitalità e diplomazia, riconducibili alla prosperità e alla pace raggiunte, nella visione augustea, dopo Azio, con la fine delle guerre civili. Roma si presenta come una città ecumenica, fonte di opportunità anche per i vicini popoli italici.

Il tempietto di Giove Feretrio su una moneta del I secolo a. C. Foto ancientrome.ru, in pubblico dominio

L’elegia 4,1 si apre in forma colloquiale, iniziando in medias res con una passeggiata archeologica, in cui il poeta mostra ad uno straniero anonimo i templi dorati, soffermandosi sul tempio di Apollo Palatino, inaugurato nel 28 a.C., sulla Curia, fatta restaurare da Augusto e completata nel 29 a.C., sul tempietto di Giove Feretrio, rifatto nel 30 a.C. Il lettore comprenderà in seguito che questi o simili monumenti di Roma sono il nuovo tema del libro, con il ruolo di richiamare alla memoria importanti momenti di storia nazionale.

Il poeta sembra poi alludere al Foro Boario e seguono le Scalae Caci, il passaggio che collegava il Palatino al Foro Boario, la casa di Romolo, la Curia nel Foro Romano ed un teatro non definito, forse il teatro di Pompeo o Marcello, entrambi situati nel Campo Marzio. La successione dei monumenti crea un percorso realistico, ma non consequenziale. Comporta, infatti, ripetute salite e discese dai colli verso il Foro. Si è supposto, perciò, che il poeta stia indicando al suo accompagnatore i luoghi descritti, osservandoli da un punto elevato.

vie di Roma Properzio
Ricostruzione presso il Museo della Civiltà Romana dell’area che va (dal basso verso l’alto) dal Foro Boario al Foro Olitorio al Campo Flaminio (in alto). Foto di Alessandro57pubblico dominio

Ma il tratto più affascinante dell’intera elegia è il tema del rapporto con altri popoli. Sono presenti attestazioni di ospitalità, si allude allo stanziamento di stranieri nel Lazio, oppure vi sono espliciti riferimenti a guerre con i vicini. Non bisogna dimenticare che l’interlocutore di Properzio è un hospes, accolto cortesemente dal poeta, con orgoglio nazionale ed umiltà, visti i continui accenni alle modeste origini di Roma, descritta ai suoi albori primitivi come povera ma efficiente, popolata da pastori già in grado di riunirsi in assemblee e, al contempo, restii ai rapporti con l’esterno, soprattutto in riferimento a riti religiosi.

Si è portati a pensare che Properzio, evidenziando la scrupolosa osservanza della tradizione, voglia esaltare il mos maiorum, tassello fondamentale nell’ambito del programma augusteo. Tuttavia, Properzio esprime disapprovazione per l’eccesso di diffidenza verso gli altri culti da parte della Roma dei primordi. In seguito, però, la città viene fotografata nelle guerre con gli Etruschi e i Sabini, che portarono all’assimilazione di dei e culti diversi.

Si fa riferimento al sincretismo, all’unione di popoli, che accompagna Roma dal suo sorgere. In un alternarsi di emozioni, il poeta narra della confederazione formata da Sabini, Romani ed Etruschi, uniti in un’unica città. Emerge il fondamentale tema della città multiculturale, avviata verso un futuro splendente proprio in virtù di questa unione di forze. L’attenzione di Properzio si sposta poi sugli antenati, sui Troiani e le vicende degli esuli nel loro viaggio verso l’Italia. Questo mito viene poi unito alla leggenda locale di Romolo e Remo. Entrambe le narrazioni, nella loro diversità, risultano funzionali per esplicare al meglio la fusione di diversi popoli, portatori di varie virtù.

Incredibile l’interesse del poeta rivolto ad una quaestio che sembra trionfare in tutta l’antichità, confermando il proficuo effetto del contatto tra popoli, destinati a costruire la gloria di una città immortale, ripresa in tutta la sua maestosità ed eternata dal poeta dalle tre anime.

vie di Roma Properzio
Foto di Sebastiano Iervolino

Nuove scoperte sulle uova di struzzo da Vulci al British Museum

In questi giorni è normale sentire sempre parlare di uova, soprattutto se pensiamo alle uova di cioccolato. Forse un po' meno banale è sentir parlare di uova di quasi 3000 anni. Invece sono proprio le antiche uova, ben più preziose, ad aver destato attenzione e curiosità in questo periodo.
Proprio pochi giorni fa, in concomitanza con le feste pasquali, è giunta dal British Museum una notizia che riguarda nuove rivelazioni su cinque uova di struzzo di epoca etrusca finemente decorate e dipinte, provenienti dalla Tomba di Iside a Vulci. La tomba, risalente al 600 a.C., fu scoperta da Luciano Bonaparte, fratello di Napoleone. Essa conteneva un ricco corredo di oggetti preziosi come gioielli in oro e posate in bronzo, oltre naturalmente alle suddette uova.

Nonostante il museo di Londra conservasse i reperti dal 1850, tanti erano ancora gli interrogativi rimasti senza risposta. Ora, grazie a un nuovo studio pubblicato su Antiquity, gli archeologi ed esperti dell'università di Bristol e Durham hanno permesso di conoscere nuovi indizi che potrebbero aiutare comprenderne il significato.

uova di struzzo Vulci British Museum
Uova di struzzo provenienti dal cimitero etrusco di Polledrara, collocate nella Tomba di Iside a Vulci e attualmente al British Museum. Foto di Jononmac46, CC BY-SA 3.0

 

Il problema della provenienza

Il primo e più importante quesito a cui rispondere riguardava la provenienza delle uova. Esse sono state ritrovate in Italia, e reperti simili sono stati rinvenuti anche in Grecia e in Turchia. Si tratta di luoghi in cui non vivevano struzzi, né selvatici né addomesticati.
Questo ha fatto pensare che le uova di struzzo fossero arrivate col commercio in molte aree del bacino mediterraneo, a partire dall'età del bronzo e del ferro.

La ricerca di queste uova era particolarmente pericolosa, vista l'indole aggressiva degli struzzi, ma era giustificata dalla notevole potenzialità commerciale che ne derivava. Infatti l'inizio della diffusione delle preziose uova - così come il commercio tra il popoli del Mediterraneo - dimostra che il sistema di connessioni  fosse già incredibilmente efficiente e ramificato.

Partendo da questo presupposto, quindi, possiamo capire come le uova siano arrivate nelle tombe degli Etruschi, e in particolare di un certo tipo di tombe. Visto il loro lontano luogo di origine e la decorazione raffinata, esse erano chiaramente ad appannaggio di un'èlite aristocratica, che le esibiva come una sorta di status symbol insieme ad altri oggetti di pregio.

Altri reperti dal corredo della Tomba di Iside a Vulci, al British Museum. Foto di Jononmac46, CC BY-SA 3.0

 

Rimane comunque il problema della provenienza geografica delle uova, ovvero in quale zona le uova furono deposte. In un interessante articolo pubblicato dalla BBC, Tamar Hodos coi suoi ricercatori hanno spiegato di aver eseguito un esame isotopico sui gusci delle uova etrusche e di uova più recenti provenienti da Egitto, Giordania e Israele. I risultati hanno permesso di confrontare la composizione chimica dei gusci e di ipotizzare i viaggi di questi preziosi oggetti, commercializzati su una zona molto ampia, che si estendeva dall'Egitto fino all'Oriente.

La decorazione

Il confronto tra i gusci d'uovo ha permesso anche un'analisi dettagliata del tipo di decorazione e su dove fosse stata eseguita. Ricordiamo che quattro delle cinque uova sono dipinte e intagliate con motivi geometrici, e raffigurazioni di carri, soldati e animali. Il quinto uovo proveniente dalla tomba di Vulci, invece, è solo dipinto, con particolari disegni di cammelli alati.

Secondo quanto emerso dalle analisi, le uova furono intagliate da artigiani assiri e fenici, per poi venire commercializzate in differenti aree del Mediterraneo. Basti pensare che in una stessa tomba ciascun uovo aveva una provenienza geografica diversa. Ben più complessa, invece, è la strada per capire la modalità di esecuzione delle incisioni sulle uova di struzzo.

Dall'osservazione al microscopio elettronico è stato possibile rilevare una notevole qualità delle tecniche di pittura e incisione, a conferma dell'abilità degli esecutori. Le uova, prima di essere sottoposte al processo di decorazione, venivano lasciate asciugare per un certo periodo di tempo. Questo testimonia una lunga fase di lavorazione, e di conseguenza un valore ancora più alto delle uova.

Tuttavia, rimangono molti dubbi sull'esecuzione dell'apparato decorativo. Nonostante l'utilizzo degli strumenti più moderni, gli studiosi non sono riusciti ancora a comprendere i metodi utilizzati per la realizzazione degli intarsi, che continuano a interrogare gli studiosi.

Altri reperti (e ancora uova di struzzo) dal corredo della Tomba di Iside a Vulci, al British Museum. Foto di Jononmac46, CC BY-SA 3.0

 

Il valore simbolico dell'uovo nella religione etrusca

Per quanto possa sembrare insolita la presenza di uova in una tomba, vi è una spiegazione che trova fondamento nella concezione della morte della religione etrusca. In numerose affreschi, infatti,  possiamo notare una ricorrente immagine dell'uovo, in quanto esso era prefigurazione di rinascita. Dipinto spesso tra le mani dei banchettanti, l'uovo rappresentava la speranza di una nuova vita, e costituiva quindi un elemento dal profondo valore simbolico.

Per gli Etruschi la morte era solo un momento di passaggio verso la resurrezione. Questa loro certezza veniva celebrata nel banchetto rituale per andare incontro alla luce e alla rinascita alla vita successiva.

 

Lo studio The origins of decorated ostrich eggs in the ancient Mediterranean and Middle East, di Tamar Hodos, Caroline R. Cartwright, Janet Montgomery, Geoff Nowell, è stato pubblicato su Antiquity.


Elea: un progetto per restaurare le monete della città

La città di Elea, dal greco ‛Yέλη, ‛Ελέα, in Lucania, tra le due sub-colonie di Sibari, Laos e Poseidonia, è stata fondata secondo Erodoto intorno al 540 a.C. dai Focei profughi, superstiti della Battaglia di Alalia. Prende il nome da un centro indigeno di piccole dimensioni, Fέλη o Hyele, in cui era presente una sorgente o un corso d’acqua avente lo stesso nome, mentre la forma Elea è attestata per la prima volta in Platone o forse Antioco di Siracusa.

La fondazione di Elea è l’atto finale delle frequentazioni focee in Occidente. I Focei esercitavano l’emporìa, avendo costruito abilmente una rete di empori, tra cui Massalia. Scappati dalla schiavitù persiana per amore della libertà, giungono in Corsica, dove praticano anche la pirateria, e vedono mutare i loro rapporti con l’Etruria meridionale e i Cartaginesi in Sardegna. Dopo la battaglia di Alalia, difatti, cadono per mano di Etruschi e Cartaginesi. Giungono in seguito nello Stretto, grazie ai buoni rapporti con i Reggini, e si apre un altro capitolo della loro storia: la nascita di un nuovo insediamento, Hyele, con la mediazione di Reggio e Poseidonia, le due poleis più potenti in quel contesto. In Erodoto, un “uomo di Poseidonia” che interviene nella fondazione di Elea interpretando correttamente il responso delfico che aveva portato i Focei a recarsi in Corsica per fondare una colonia, simboleggia la volontà di Poseidonia, e pertanto anche di Sibari, che i Focei si stanziassero in quelle zone, tanto che Elea viene considerata una “subcolonia di Poseidonia” o “promossa da Poseidonia e appoggiata da Reggio”.

Nello stesso periodo, un altro gruppo di esuli giunge nel territorio in cui fonderà Massalia. Quindi vi furono due gruppi di esuli da Focea, uno diretto in Corsica e l’altro nella futura Massalia.

Dalle fonti si evince inoltre che i Focei, nelle loro navigazioni, hanno avuto rapporti e contatti con le popolazioni stanziate nel basso Tirreno. Reggio con l’assenso di Poseidonia, che viveva un periodo di affermazione e volgeva la sua attenzione nei confronti dell’Enotria, “dirotta” gli esuli Focei nel luogo in cui sorgerà la futura Elea. Le due poleis sono interessate al controllo di quell’area, pertanto scelgono di aiutare i profughi Focei ad insediarvisi, al fine di interagire con un popolo già avvezzo ai traffici commerciali nel Tirreno.

Dalla documentazione numismatica e da quella archeologica emerge che Poseidonia ed Elea, poco dopo la sua fondazione, fino alla metà del V secolo a.C. fossero in stretti rapporti commerciali. Verso la fine dello stesso secolo iniziarono le ostilità con Poseidoniati e Lucani, dalle quali Elea esce vittoriosa, ed inizia una nuova fase, quella che la vedrà mantenere la sua autonomia nei confronti del mondo osco-lucano, aprendosi e comunicando con questa nuova realtà politico-culturale. In egual modo farà nei secoli IV-II a.C., quando entrerà nell’orbita di Roma e ne diverrà fedele alleata.

In età romana, secondo Plinio “oppidum Elea, quae nunc Velia”, dunque la polis viene denominata Velia, nome che corrisponde al greco Elea.

Il commercio, insieme alla pesca, era l’attività che dava sostentamento ai cittadini di Elea.

Il carattere commerciale della polis è documentato dalle sue monete, che vedono al Diritto la testa di Athena o della ninfa Hyele, e al Rovescio un leone in lotta con un cervo. La città conia monete in argento dalla fondazione, alla fine del VI secolo a.C., fino ai primi decenni del III a.C.

È inoltre una tra le prime poleis magnogreche a battere moneta in bronzo, dalla seconda metà del V fino al I secolo a.C.

I suoi documenti monetali, sia in metallo prezioso che in bronzo, presentano dei tipi che sono riferibili ai culti cittadini: Athena, Eracle, Zeus, Apollo, e il culto “silente” della ninfa Hyele.

 

Il progetto Art Bonus “Le monete di Elea/Velia. Restauro e studio” nasce da una convenzione tra la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Salerno e Avellino, il Dipartimento di Scienze del Patrimonio Culturale dell’Università degli Studi di Salerno e la Fondazione Nazionale delle Comunicazioni. La somma stanziata corrisponde a  € 50.000, a cui si sono aggiunti altri € 50.000 ricevuti dal MiBACT, giacché questo progetto Art Bonus aveva già  ricevuto erogazioni da parte della Fondazione, conditio sine qua non per ricevere un secondo finanziamento.

Gli obiettivi del progetto sono il censimento del patrimonio numismatico della polis, il restauro e la schedatura di circa 3000 monete, del periodo sia greco che romano. Verranno studiati documenti monetali provenienti da nuovi contesti di scavo archeologico, diversi per tipologia e funzione, ovvero quelle provenienti da ambiti pubblici e privati, nonché dalla necropoli della prima età imperiale, presso la c.d. Porta Marina Sud. Si tratta di monete provenienti da contesti differenti, che abbracciano anche un ampio arco cronologico. Per l’ambito pubblico citiamo le Terme ellenistiche, l’Agorà, l’edi­ficio-stoà del Terrazzo superiore dell’Acropoli, l’edifi­cio imperiale rinvenuto al di sotto della Masseria Cobellis, mentre per quelli privati la Casa degli Affreschi e abitazioni del Quartiere meridionale.

All’Art Bonus si affianca, inoltre, un progetto di ricerca che ha come obiettivo lo studio in toto delle ultime serie prodotte da Velia, con i tipi testa di Athena/tripode, basato sulla seriazione dei conii, e chiaramente sull’iconografia e lo stile dei documenti monetali. Quest’ultima serie necessitava difatti di studi approfonditi al fine di ricostruire la datazione, la durata di emissione e la quantità di monete battute.

Grazie al supporto del Laboratorio Spettrometria di Massa Isotopica del Laboratorio Nazionale del Gran Sasso (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare - INFN), sono state effettuate analisi archeometriche, per stabilire sia la provenienza delle materie prime utilizzate, sia per lo studio delle leghe metalliche. Le analisi in questione sono essenziali per comprendere quali siano le procedure più adatte per procedere con il restauro conoscitivo e conservativo.

Il progetto si occupa quindi del restauro, della schedatura, dell’inventariazione e della documentazione fotografica delle monete di Elea/Velia, nonché della compilazione del corpus delle emissioni con i tipi Athena/tripode, ed infine dell’edizione dei risultati raggiunti.

L’approccio interdisciplinare dunque permetterà di aggiungere uno o più tasselli e di riscrivere una delle pagine della storia dell’antica Elea/Velia. Per aver maggiori chiarimenti abbiamo, con piacere e soddisfazione, intervistato i curatori del progetto, docenti di Numismatica greca e romana dell’Università degli Studi di Salerno, la professoressa Renata Cantilena (RC) e il professor Giacomo Pardini (GP).

 

 

La moneta è un documento parlante, in quanto l’autorità emittente sceglie con cura immagini, simboli e leggende, per veicolare dei messaggi che sono, sempre, chiari ed inequivocabili ai destinatari della moneta stessa. Come riescono i typoi di Elea/Velia a parlare dello sviluppo del commercio della città?

Elea Velia monete
Moneta in bronzo dagli scavi di Velia: il tipo con testa di Eracle e civetta ad ali chiuse (metà IV
secolo a.C. ca.) - (foto G. Pardini, © DiSPaC/Università degli Studi di Salerno)

Nei tipi delle monete di Elea/Velia, in maniera non dissimile da molte altre poleis greche, le raffigurazioni scelte nel corso del tempo come icona monetale si riferiscono ai principali culti cittadini e, quindi, a divinità quali Atena (della quale su moneta è riprodotta la testa elmata oppure la civetta, uccello a lei sacro), Eracle (testa imberbe o barbata), Zeus (testa con chiome fluenti), Apollo (evocato attraverso il tipo monetale del tripode). La vocazione della città ad attività commerciali si colgono non dalle raffigurazioni, bensì dai valori coniati, anche di scala ridotta, funzionali ad assicurare scambi di vario livello, facilitando operazioni di mercato interno e le transazioni con l’esterno. (RC)

In quale typos emerge la capacità di difendere la grecità di Velia, ovvero il rispetto delle proprie origini, dichiarando a gran voce l’appartenenza dei suoi coloni ad una comune origine focea?

La testa di Atena e il leone sui didrammi in argento di Velia. In alto, la dea Atena con varie fogge di elmo sul dritto (da R. Cantilena, La moneta, Quaderni del Parco Archeologico di Velia 1, Napoli 2002)

Il typos che caratterizza con maggiore continuità il nominale maggiore è la testa di Atena, solitamente abbinata con il leone. La dea è la divinità poliade di Focea e delle sue colonie in Occidente, Elea e Massalia (Marsiglia). Strabone parla di sue statue di culto a Focea e a Massalia che la raffiguravano seduta (XIII, 1, 41). Ad Atena era dedicato forse il santuario ubicato sull’acropoli di Elea. La protome leonina che azzanna il cosciotto di una preda si ritrova sulle prime coniazioni di Elea, di Focea e di Massalia (ultimi decenni del VI a.C.) e, nel corso dei primi decenni del V a.C., sulle monete di queste tre città compare la testa di Atena. (RC)

In altro la dracma in argento con protome leonina che azzanna il cosciotto di una preda al dritto e il quadrato incuso al rovescio (ca. 530-500 a.C.) - (foto G. Pardini, © DiSPaC/Università degli Studi di Salerno); in basso lo stesso tipo del leone che azzanna il cosciotto su un’emissione in bronzo coniata nella seconda metà del IV secolo a.C. - (da R. Cantilena, La moneta, Quaderni del Parco Archeologico di Velia 1, Napoli 2002 - Napoli, Museo Archeologico Nazionale, Santangelo 5490)

La prima fase della monetazione di Velia, con la coniazione anepigrafe, si daterebbe da 535 agli inizi del V secolo a.C., quando è attestato l’abbandono del quadrato incuso al Rovescio e la comparsa di lettere entro un quadrato in incavo. È d’accordo con questa cronologia?

Le prime emissioni con la comparsa delle lettere iniziali del nome della città hanno al D/ una testa di Atena con elmo corinzio oppure un elmo corinzio. Sono piccoli nominali in argento databili nel primo quarto del V a.C. (RC)

La testa di Atena, il cui culto è attestato anche in altre poleis quali Focea e Massalia, viene raffigurata nelle monete di Elea nello stesso arco cronologico e con le stesse caratteristiche iconografiche? Se sì, si tratta di un ulteriore rimando alle origini e ai contatti commerciali della città? E dell’ipotesi dei contatti con Atene cosa ne pensa?

Che le tre poleis attingano per le loro raffigurazioni monetali ad un comune sostrato cultuale non vi è dubbio. Meno documentata è, invece, una continuità di rapporti commerciali tra colonie e madrepatria. Senz’altro gli ambienti culturali eleati hanno avuto rapporti con Atene negli anni di Parmenide e Zenone (460-450 a.C.), che si recarono in viaggio ad Atene in anni coincidenti con il momento in cui Atene ha interessi di natura politica e commerciale con l’Occidente tirrenico. (RC)

I simboli secondari, come ad esempio la Triskeles, come sono correlati al tipo principale? Ovvero, qual è il messaggio “unico” che veicolavano, nel tempo, le diverse emissioni di Elea?

Il simbolo della triskeles sul rovescio di un didrammo in argento di Velia (primi decenni del III a.C.) - (Napoli, Museo Archeologico Nazionale, collezione Stevens, 126920)

Non è del tutto chiaro il significato dei simboli secondari che compaiono nel campo monetale, accanto al tipo principale del rovescio, soprattutto in emissioni di fine IV- inizi III a.C., quando la produzione è assai abbondante Sono stati variamente interpretati: allusioni a contingenti eventi storici (e in tal caso nella triskeles -, che è un simbolo tipico delle monete di Agatocle, si è voluto vedere un collegamento con Siracusa non documentato però da altre fonti); oppure riferimenti a culti locali; oppure contrassegni utilizzati per un controllo delle emissioni. Il significato dei simboli accessori non è univoco, ma va letto esaminando la lor ricorrenza nell’ambito degli specifici segmenti produttivi in cui appaiono. (RC)

In quali emissioni e grazie a quali tipi monetali sono narrati gli episodi della Velia di epoca romana?

Elea Velia monete
Moneta in bronzo dagli scavi di Velia: il tipo con testa di Zeus e civetta ad ali spiegate (ca. III secolo a.C.) - (foto G. Pardini, ©DiSPaC/Università degli Studi di Salerno)

Velia, in età romana fino al I a.C., conia solo monete in bronzo per usi locali. Anche in epoca romana i tipi si riferiscono ai culti locali. Le serie emesse dal III a.C. hanno la testa di Zeus , poi di Atena, entrambe associate alla civetta e, infine la testa di Atena e il tripode. L’iscrizione che indica il nome della città (Hyele) è sempre in lettere greche. (RC)

Sarebbe possibile ritrovare la storia urbanistica di Elea in alcuni elementi iconografici?

Mancano su moneta elementi iconografici riferibili alla storia urbanistica di Velia. (RC)

Il progetto di Art Bonus, che interesserà circa 3000 monete di Velia, ha come primo obiettivo il restauro. Quali indagini archeometriche verranno utilizzate?

Alcune fasi del restauro delle monete recuperate dagli scavi di Velia - progetto Art Bonus 2019 ‘Le monete di Elea/Velia’ - (© RE.CO. Restauratori Consorziati, Roma)

Il progetto Art Bonus ‘Le monete di Elea/Velia - Un restauro per la conoscenza e la valorizzazione del patrimonio archeologico della città di Parmenide’ è nato da una stretta e proficua collaborazione tra la Soprintendenza ABAP per le provincie di Salerno  e Avellino (grazie al Soprintendente, Arch. Francesca Casule, e ai Funzionari Dott.ssa Maria Tommasa Granese e Dott.ssa Rosa Maria Vitola, che hanno creduto in questa avventura) e il Dipartimento di Scienze del Patrimonio Culturale/DiSPaC dell’Università degli Studi di Salerno, a cui è stato affidato lo studio scientifico di tutte le monete provenienti dagli scavi condotti nel sito di Velia, sotto la direzione di Renata Cantilena, il coordinamento di chi vi parla  e un équipe formata dal Dott. Federico Carbone (Ricercatore), dalla Dott.ssa Flavia Marani (Assegnista di ricerca), insieme a studenti e laureandi. Proprio l’elevato numero dei reperti monetali (circa 10.000 esemplari riferibili alle diverse fasi di vita della città di Velia) e il loro precario stato di conservazione ci hanno spinto a presentare il progetto Art Bonus, che costituisce un’assoluta novità in quanto, per la prima volta in Italia, il mecenatismo privato – la Fondazione Nazionale delle Comunicazioni-FNC, Roma – è intervenuto (con un’importante contributo e grazie ad un cofinanziamento del MiBACT) per restaurare e in tal modo valorizzare le prime 3040 monete provenienti da una delle più importanti città della Magna Grecia. Il censimento di tutti i reperti monetali, unitamente all’intervento conservativo, ci ha permesso di mettere in luce l’importante eterogeneità del patrimonio monetale restituito da Velia, consentendoci di implementare e/o confermare le nostre conoscenze sulle diverse fasi di vita del sito, e di intraprendere e/o affinare gli studi tipologici sulle diverse serie della moneta in bronzo emesse dalla città, come ad esempio le monete con i tipi Zeus/Civetta o Atena/Tripode. Proprio per comprendere meglio questa emissione, lo studio si è avvalso dell’ausilio di alcune tecniche di indagine proprie della ricerca archeometrica, già sperimentate dal sottoscritto su alcune particolari emissioni presenti a Pompei e nell’ager vesuvianus (grazie ad un protocollo di intesa che l’Università di Salerno ha stipulato con la rete CHNet dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e alla partecipazione dei dottori Stefano Nisi, Marco Ferrante e Pier Renato Trincherini dei Laboratori Nazionali del Gran Sasso/Laboratory for Isotope Mass Spectrometry). Come per Pompei, abbiamo deciso di integrare e completare i dati ottenuti attraverso gli strumenti tradizionali della ricerca numismatica e archeologica sull’emissione Atena/Tripode con due tecniche archeometriche: l’analisi mediante tecnica ICP-MS (Spettrometria di massa), per la valutazione quantitativa e qualitativa degli elementi chimici in tracce ed ultratracce, e l’analisi mediante tecnica MC-ICP-MS (Spettrometria di massa), per la valutazione dei precisi rapporti isotopici del piombo, in modo da rispondere ad alcuni quesiti di carattere storico, ma anche di natura tecnica, per ottenere indicazioni di dettaglio sui metalli impiegati nelle leghe, sui relativi luoghi di approvvigionamento, nonché sulle tecniche di esecuzione delle monete presenti nel nostro campione.

Elea Velia monete
Il seminario di numismatica condotto sui reperti monetali da Velia e organizzato presso il Laboratorio di Archeologia ‘M. Napoli’ del Dipartimento di Scienze del Patrimonio Culturale dell’Università degli Studi di Salerno - (foto F. Marani, ©DiSPaC/Università degli Studi di Salerno)

Un’iniziativa a trecentosessanta gradi che, oltre alla tutela e alla valorizzazione, ha una ricaduta assai importante che investe la formazione dei giovani che scelgono di avvicinarsi alla numismatica antica durante il loro percorso di studi archeologici presso l’Università di Salerno. L’occasione del progetto, infatti, ci consente di formare studenti e giovani ricercatori che vengono coinvolti nelle attività laboratoriali e seminariali su questo materiale eccezionale o attraverso la partecipazione a tirocini formativi presso la Soprintendenza. Un progetto, dunque, che rappresenta anche un investimento sul capitale umano del nostro Paese, in termini di opportunità per favorire un’alta formazione tecnico-scientifica e professionale nell’ambito dei beni culturali del nostro Paese. (GP)

Cosa vi ha spinti alla scelta di compilare il corpus delle emissioni con i tipi Atena/tripode in base alla seriazione dei conii? E quali aspettative avete circa i risultati che emergeranno dallo studio in questione?

Monete delle serie Atena/Tripode emesse tra II e I secolo a.C.: a destra le monete rinvenute negli scavi di Velia - (foto L. Vitola, © Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le provincie di Salerno e Avellino); a sinistra un esemplare della stessa serie conservato presso il Medagliere del Museo Archeologico di Napoli - (Napoli, Museo Archeologico Nazionale, Fiorelli 3012)

Queste serie  sono state emesse in gran numero e gli scavi ne hanno restituite oltre un migliaio. L’esame di taluni contesti di scavo induce a ritenere che esse fossero ancora in uso fino alla prima età augustea, in un’epoca in cui avevano già smesso di coniare quasi tutte le città greche della Magna Grecia. Mancano però dati certi per valutare la data di avvio e la durata della coniazione. Lo studio della sequenza dei conii può fornire, in proposito, importanti indicazioni e, inoltre, può suggerire l’entità della produzione. (RC)

A quali conclusioni può portare, a Suo avviso, l’approccio interdisciplinare? Ovvero quanto la numismatica e le altre discipline possono aiutarsi vicendevolmente per ricostruire la storia del sito di Elea/Velia?

L’approccio interdisciplinare è indispensabile. L’archeologia, le fonti letterarie, la documentazione epigrafica, le monete (attraverso i loro tipi, il peso dei valori coniati, i luoghi di ritrovamento e le aree di circolazione) concorrono a ricostruire la storia socio-economica, gli aspetti cultuali e culturali, l’organizzazione degli spazi urbani. In definitiva solo attraverso l’esame dei dati offerti dalle varie fonti documentarie si è in grado di conoscere il passato di questa importante città della Magna Grecia. Importante, tuttavia, è non giustapporre le evidenze, ma utilizzare ciascuna di esse per quanto realmente sia in grado di offrire. (RC)