Il Commissario Ricciardi a fumetti

Letteratura a fumetti: il Commissario Ricciardi della Sergio Bonelli Editore

Letteratura a fumetti: il Commissario Ricciardi della Sergio Bonelli Editore

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Maurizio De Giovanni è forse l'autore italiano contemporaneo le cui opere si sono maggiormente prestate alla trasposizione filmica: dopo la serie televisiva ispirata ai suoi Bastardi di Pizzofalcone, andata in onda sulle reti Rai tra 2017 e 2019, l'anno corrente si è aperto con ben due telefilm dedicati rispettivamente a Mina Settembre e soprattutto al Commissario Ricciardi, quest'ultima conclusasi all'inizio di marzo dopo sei puntate premiate da critica e pubblico.

Lino Guanciale Il Commissario Ricciardi
Il Commissario Ricciardi, Lino Guanciale, al Teatro San Carlo. Foto Ufficio Stampa RAI

Ai lettori di più lunga data potrebbe apparire bizzarro che il personaggio-feticcio di De Giovanni abbia dovuto attendere così tanto per raggiungere il piccolo schermo, vedendosi addirittura preceduto dalle creazioni più recenti dell'autore; ciò è di certo dovuto, tra l'altro, alla difficoltà di adattare delle trame ricche di sfumature e suggestioni, ambientate peraltro in una Napoli degli anni '30 viscerale e contraddittoria, rievocata per mezzo di una sapiente gestione di immagini e parole. Forse è proprio per la preponderanza di questi elementi che, ben prima della serie televisiva, il Commissario Ricciardi è stato adottato dal mondo del fumetto.

La prima apparizione di Luigi Alfredo Ricciardi nella “nona arte” risale addirittura al 2010, quando la casa editrice indipendente Cagliostro E-press diede alle stampe Mammarella. Una storia a fumetti del Commissario Ricciardi, per i testi di Alessandro Di Virgilio e i disegni di Claudio Valenti. L'albetto presentava un racconto breve di De Giovanni, comparso in forma testuale in varie antologie. Per meglio comprendere la portata di questo esperimento, occorre appena ricordare che all'epoca la fama del malinconico Commissario era ben lungi dall'essere ampiamente diffusa: il suo primo romanzo, Le lacrime del pagliaccio, era stato pubblicato solo quattro anni prima dalla casa editrice Graus, per poi essere rieditato un anno dopo da Fandango con l'attuale titolo Il senso del dolore. Si era, in altre parole, agli albori del fenomeno mediatico che lo avrebbe visto protagonista negli anni a venire.

Questa sua prima sortita nel mondo delle nuvolette, tuttavia, già metteva in luce le possibilità espressive delle trame di De Giovanni: si optò infatti per un adattamento essenziale, con disegni particolarmente stilizzati e i colori ridotti a una scala di grigi acquerellata, che ben mettevano in risalto la natura chiaroscurale delle storie. Scelta peculiare, poi, quella di preferire la scrittura a mano (tipica delle prime fasi di lavorazione) al lettering computerizzato, quasi a voler simboleggiare il carattere work in progress del progetto – o forse l'anima irrisolta dello stesso Ricciardi.

Cinque anni dopo lo stesso sceneggiatore curò l'adattamento a fumetti di un altro racconto breve di De Giovanni, I vivi e i morti, uscito per i tipi di Star Comics: alle matite, stavolta, c'era Emanuele Gizzi, che scelse di dare alla storia una caratterizzazione più classica, con retinature pregnanti e un tratto deciso e spigoloso simile a quello che ha reso celebre il Dylan Dog bonelliano. I due episodi sceneggiati da Di Virgilio, pur confezionati con grande cura, costituirono di fatto un progetto estemporaneo, nato più che altro con scopi promozionali e senza alcuna pretesa di entrare di fatto nel corpus letterario del personaggio, all'epoca in piena formazione; tuttavia l'importanza di queste due storie è quantomai palese se si prende in esame la storia recente del Ricciardi a fumetti.

Il Commissario Ricciardi a fumetti
Il Commissario Ricciardi a fumetti, di Maurizio de Giovanni, presso Sergio Bonelli Editore

Nel novembre 2017 la Sergio Bonelli Editore lancia la testata trimestrale Le stagioni del Commissario Ricciardi, che propone l'adattamento a fumetti dei primi quattro romanzi della serie (il cosiddetto ciclo delle stagioni). Non è la prima volta che questa casa editrice sperimenta un connubio con la letteratura: la serie nasce come spin-off della collana I romanzi a fumetti, varata nel 2007 per il mercato delle edicole e successivamente traslata in quello di librerie e fumetterie; è inoltre opportuno ricordare Le Storie, testata chiusa nel dicembre 2020, che per 4 anni ha raccolto episodi autoconclusivi pertinenti a vari generi letterari. Le avventure proposte erano inedite e scritte sin dall'inizio come sceneggiatura di un fumetto; con il Commissario Ricciardi, invece, per la prima volta si è scelto di adattare dei testi nati per l'editoria.

Per l'occasione è stato formato un variegato cast di sceneggiatori e disegnatori campani, quasi a voler recepire in toto la “napoletanità” del personaggio e del suo autore; l'inizio dei lavori è stato preceduto da un lungo periodo di documentazione storica e grafica, allo scopo di rendere il mondo in cui Ricciardi si muove verosimile e affascinante. I primi quattro numeri sono usciti tra 2017 e 2018 in un'inedita formula: all'uscita degli albi nelle edicole è seguita, dopo poche settimane, la pubblicazione di un volume cartonato destinato alle librerie, che ripropone la storia in un formato più grande assieme a dei contenuti speciali. Anche in questo caso, come accadeva in Mammarella, si è scelto di ridurre la gamma cromatica delle storie a un solo colore, diverso per ciascuna storia e coerente con la stagione in cui essa si svolge: per Il senso del dolore (novembre 2017) è stato adoperato un freddo blu, per La condanna del sangue (marzo 2018) un verde tenue, per Il posto di ognuno (luglio 2018) un giallo festoso e infine per Il giorno dei morti (novembre 2018) un funebre violaceo. Seguendo la lunga tradizione di assegnare ai personaggi Bonelli i volti delle star cinematografiche, le fattezze del Commissario Ricciardi sono state ricalcate su quelle di un giovane Andy Garcìa (pare su indicazione dello stesso De Giovanni); altre facce note sono quelle del dottor Modo, che sfoggia il cipiglio di Vittorio De Sica, e le sembianze delicate ma aspre di Bambinella, in cui si riconosce Annibale Ruccello. Infine, per meglio raffigurare il fatto (la capacità di Ricciardi di vedere i morti di morte violenta negli ultimi istanti della loro vita), è stata elaborata un'ardita giustapposizione in trasparenza di figure evanescenti, nelle quali è ben riconoscibile il tratteggio a matita.

Gli esiti di questa operazione sono particolarmente felici: la sintesi di spazio e tempo con la quale si estrinseca il linguaggio fumettistico consente infatti di godere appieno dell'intensità delle trame, del fascino ambiguo dell'epoca, delle espressioni marcate dei personaggi. Col suo volto perennemente corrucciato e i suoi flussi di pensieri, Ricciardi sembra essere nato per far parte dell'Olimpo bonelliano, i cui personaggi possiedono sempre una notevole profondità psicologica.

Teatro delle avventure del Commissario è una Napoli splendidamente ricostruita, riconoscibile e credibile sia che si tratti delle zone monumentali che dei vicoli più anonimi. Proprio in questo la serie a fumetti si rivela perfino più efficace di quella televisiva: liberi dalle pastoie della macchina da presa, i disegnatori hanno potuto dar sfogo alle loro fantasie, dando a Napoli le connotazioni di un vero e proprio limbo caotico e gremito di persone vive e morte in egual misura; le visioni del Commissario sono rese con particolari raccapriccianti che mai avrebbero potuto trovar posto sullo schermo in prima serata, ma che sulle pagine degli albi vengono presentati con disimpegno ed eleganza, senza mai risultare gratuiti. Il Commissario Ricciardi bonelliano si muove quindi in perfetto equilibrio tra giallo e horror, indagine e sentimento, introspezione e brivido, senza contravvenire alle tematiche che stanno alla base della serie di De Giovanni, ma addirittura esaltandole e rendendole adatte al più ampio pubblico degli amanti del fumetto.

Il successo delle Stagioni ha consentito l'espansione del progetto: nel 2018 è stato varato il progetto del Commissario Ricciardi Magazine, uno speciale annuale che raccoglie storie brevi aventi come protagonisti Ricciardi e i suoi comprimari, sceneggiate a partire da racconti brevi di De Giovanni o da porzioni dei romanzi che, per ragioni di spazio, hanno dovuto essere tagliate. Nel secondo numero, uscito a maggio 2019, sono presenti anche i remake di Mammarella e I vivi e i morti, sceneggiati e disegnati dagli autori della serie Bonelli.

Il Commissario Ricciardi a fumetti
Il Commissario Ricciardi a fumetti: Per mano mia, pubblicato da Sergio Bonelli Editore (2020)

Dopo una serie di ritardi dovuti alla pandemia, a ottobre 2020 è uscito Per mano mia, primo capitolo della “trilogia delle festività”. Il filtro monocromatico dei primi quattro numeri è stato riproposto con una nuova formula che accosta sfumature vinaccia ad ombreggiature di nero particolarmente belle. Per il 25 marzo è attesa la pubblicazione del nuovo volume, Vipera, al quale con cadenza bimestrale faranno seguito tutte le restanti storie del Commissario; non mancherà l'appuntamento annuale col Magazine, in uscita a maggio, mentre nei mesi estivi dovrebbero vedere la luce anche gli albi destinati alle edicole.

fumetti Commissario Ricciardi
Il Commissario Ricciardi a fumetti: Vipera, pubblicato da Sergio Bonelli Editore (2021), in libreria e fumetteria dal 25 marzo

Ma la collaborazione tra Maurizio De Giovanni e la Bonelli non è che all'inizio: nel 2018 sono approdati nel mondo delle vignette anche i Bastardi di Pizzofalcone, le cui storie sono esclusivamente presenti in albi cartonati a colori; coraggiosa la scelta di presentare una Napoli popolata di animali antropomorfi. I Bastardi titolari della serie, componenti della squadra mobile di Pizzofalcone, guarda caso sono stati dotati di fattezze canine.


Lino Guanciale Il Commissario Ricciardi

Il Commissario Ricciardi, dai romanzi alla fiction

Il personaggio del commissario Luigi Alfredo Ricciardi nasce dalla penna del prolifico scrittore napoletano Maurizio de Giovanni, romanziere, saggista, sceneggiatore e drammaturgo, che ha dato vita anche ad altri grandi personaggi, ma che a questo in particolare ha legato il suo esordio, la sua passione per il giallo unito al noir, la sua anima più introversa e malinconica.

Al trentenne commissario di polizia, di nobili origini ma impiegato, senza alcun interesse per la posizione sociale e la carriera, presso la Squadra mobile della Regia Questura di Napoli, nel pieno regime fascista degli anni Trenta, l’autore ha dedicato una serie di romanzi.

I primi quattro rientrano nel cosiddetto “ciclo delle stagioni” (Il senso del dolore. L'inverno del commissario Ricciardi, 2007, già pubblicato con il titolo Le lacrime del pagliaccio un anno prima; La condanna del sangue. La primavera del commissario Ricciardi, 2008; Il posto di ognuno. L'estate del commissario Ricciardi, 2009; Il giorno dei morti. L'autunno del commissario Ricciardi, 2010); seguono, poi, il “ciclo delle festività” (Per mano mia. Il Natale del commissario Ricciardi, 2011; Vipera. Nessuna resurrezione per il commissario Ricciardi, 2012, attinente alla Settimana Santa; In fondo al tuo cuore. Inferno per il commissario Ricciardi, 2014, ambientato nel periodo dei festeggiamenti in onore della Madonna del Carmine) e il “ciclo della canzone”, ancora una trilogia (Anime di vetro. Falene per il commissario Ricciardi, 2015; Serenata senza nome. Notturno per il commissario Ricciardi, 2016; Rondini d'inverno. Sipario per il commissario Ricciardi, 2017). A queste si aggiungono ulteriori pubblicazioni fuori collana, dedicate al medesimo personaggio.

La copertina del romanzo di Maurizio de Giovanni, Il Pianto dell’alba. Ultima ombra per il commissario Ricciardi, pubblicato da Einaudi (2019) nella collana Stile Libero Big

All’affascinante scrittura di De Giovanni si devono, anche, altre serie di romanzi di pari successo, con protagonisti altrettanto incisivi: basti citare, tra i tanti, l’ispettore Giuseppe Lojacono de I bastardi di Pizzofalcone, l’assistente sociale Mina Settembre e, ancora, l’ex dipendente dei Servizi Segreti Sara Morozzi.

La peculiarità del personaggio di Ricciardi, nato nel Cilento nel 1900 dai baroni di Malomonte e rimasto orfano fin da ragazzo, accudito dalla sua tata e divenuto un uomo asociale, silenzioso e misterioso, sta nel suo “dono”, in realtà una condanna, ossia ciò che lui definisce il Fatto: Ricciardi vede i fantasmi, o meglio è in grado di percepire l’ultima immagine lasciata dai defunti, proiettata come una breve sequenza reiterata, una sorta di inquietante loop.

"Vedeva i morti. Non tutti e non a lungo: solo quelli morti violentemente, e per un periodo di tempo che rifletteva l’estrema emozione, l’energia improvvisa dell’ultimo pensiero.

Le parole sospese nell’ultimo pensiero della vittima non sono un vero e proprio indizio per il commissario – sarebbe troppo facile! – e talvolta possono risultare addirittura fuorvianti (“aveva imparato a sue spese come il Fatto sviasse dalla verità molto più spesso di quanto avvicinasse alla soluzione”), perché quasi mai sono didascalicamente connesse alle circostanze, alle cause e agli artefici della morte. Sono, più che altro, un elemento con cui Ricciardi dovrà trovare coerenza nel momento in cui cercherà di tirare le somme delle sue indagini.

Al Fatto si ricollegano tutte le caratteristiche comportamentali del protagonista: è ombroso e inquieto perché costantemente angosciato dalla visione di cadaveri orrendamente sfigurati, presenti ovunque lungo le strade della Napoli degli anni Trenta; rifugge l’approfondimento di ogni contatto umano, che sia di amore o di amicizia, perché convinto, in virtù di quello che gli rivelano i “fantasmi”, che ogni male provenga da una degenerazione dei sentimenti (“il delitto è la faccia oscura del sentimento: la stessa energia che muove l’umanità la devia, fa infezione e suppura esplodendo poi nell’efferatezza e nella violenza”); sceglie di rimanere scapolo per evitare di trasferire ai figli la sua “condanna del sangue”, come la madre ha fatto con lui; riconduce la causa di ogni azione delittuosa a due moventi essenziali, l’amore e la fame, e di conseguenza coltiva, da un lato, un affetto platonico per una donna che si limita a osservare da dietro i vetri di una finestra e, dall’altro, soffre profondamente per le ingiustizie sociali, che condannano i miseri a restare tali, senza possibilità di riscatto.

Quest’ultimo elemento, strettamente connesso con l’avversione per le classi al potere, regola la sua relazione con i suoi superiori, in particolare con l’arrivista vicequestore Angelo Garzo, nei confronti del quale Ricciardi non mostra mai la dovuta deferenza, non ritenendolo meritevole di considerazione, né sul piano umano, né su quello professionale.

A scalfire la corazza dell’introverso Ricciardi, pochi personaggi di particolare spessore: la tata Rosa, che si prende cura di lui con dedizione (“Era nata assieme all’Italia, ma non se n’era accorta, né allora né dopo: per lei la patria era sempre stata la Famiglia, di cui era custode forte e decisa”); Enrica Colombo, la timida dirimpettaia con cui scambia fugaci e appassionati sguardi; l’affidabile brigadiere Raffaele Maione, uomo integerrimo e buon padre di famiglia, ciecamente fedele al commissario; don Pierino Fava, il viceparroco amante dell’opera lirica, che riesce a penetrare la coltre di dolore di cui Ricciardi è ammantato e ad arrivare alla sua essenza più profonda; il medico legale Bruno Modo, imprudente antifascista (“Ricciardi e Modo avevano una strana e ruvida amicizia; il dottore era l’unico che si poteva permettere di dare del ‘tu’ al commissario ed era l’unico in grado di afferrarne l’ironia”); l’affascinante femme fatale Livia Vezzi, da cui è inevitabilmente attratto, pur non nutrendo per lei l’affetto puro che ha per Enrica.

Un’altra caratteristica del personaggio sta nel suo personalissimo senso della giustizia, che se da un lato lo porta a lavorare con ossessiva determinazione su ogni caso fino al raggiungimento della verità, dall’altro lo vede spesso percorrere vie non del tutto legali, manipolare le prove, contraffare la ricostruzione dei fatti, se si tratta di fare la cosa umanamente più giusta e di agevolare le classi deboli e bisognose.

Il metodo che contraddistingue il lavoro d’indagine di Ricciardi è racchiuso in quella che l’autore definisce geografia delle emozioni: “Lui lavorava così: creava uno schema, una geografia delle emozioni che incontrava. Quello che coglieva mediante il Fatto, i sentimenti di chi interrogava, la meraviglia, l’orrore dei presenti. Poi cercava di riconoscere l’anima della vittima: i lati chiari e i lati oscuri; dalle parole, dagli sguardi di quelli che l’avevano conosciuta. Non elaborava le parole dei testimoni […] ma fissava nella memoria l’atteggiamento, l’espressione, la passione di chi parlava; l’emozione che emergeva e soprattutto quella che rimaneva sotto la superficie. Sentiva, insomma, più che ascoltare”.

Questi, in linea di massima, sono i punti fermi e l’impianto narrativo dei romanzi, all’interno dei quali, poi, si svolge di volta in volta l’intreccio relativo al caso da risolvere, un’indagine che si apre e si conclude nell’ambito di ogni volume, così come avviene negli episodi della fiction in programmazione su Rai 1 a partire dal 25 gennaio 2021.

Lino Guanciale Il Commissario Ricciardi
Il Commissario Ricciardi, Lino Guanciale, al Teatro San Carlo. Foto Ufficio Stampa RAI

Girata tra Taranto e Napoli con la regia di Alessandro D’Alatri (già autore della fiction I bastardi di Pizzofalcone), la serie prodotta da Rai Fiction e Clemart ha tra i suoi sceneggiatori lo stesso Maurizio de Giovanni, insieme a Salvatore Basile, Doriana Leondeff e Viola Rispoli. La collaborazione dell’autore alla trasposizione televisiva è, di per sé, una garanzia di aderenza allo spirito con cui i romanzi sono stati concepiti, eppure qualcosa si perde fatalmente dal testo all’immagine, qualcosa resta tra le pagine e fa fatica ad emergere al di là da esse.

Tre fattori sono fisiologici e non aggirabili: è normale che una resa visiva univoca non possa coincidere con la molteplicità di soluzioni generate dal personale immaginario di ogni singolo lettore; è inevitabile che i tempi dilatati del romanzo non possano che risultare compressi all’interno di quelli televisivi, vincolati alla durata di una puntata; è impossibile trasporre nelle azioni recitative tutto il sommerso delle riflessioni, delle digressioni, delle osservazioni, dei ricordi e delle sensazioni espresse dai personaggi e dalla stessa voce narrante, lungo tutta una linea parallela al racconto stesso.

Prescindendo, dunque, da tutto ciò, al netto di quello che oggettivamente un film non può rendere rispetto a un libro (a meno che non si dedichi un’intera serie ad ogni singolo volume), restano diverse valutazioni da fare in merito a questo ottimo lavoro, svolto con uno staff tecnico e attoriale di tutto rispetto.

Gli episodi proposti per questa prima serie sono sei e coincidono con i quattro libri del suddetto “ciclo delle stagioni” (Il senso del dolore; La condanna del sangue; Il posto di ognuno; Il giorno dei morti), più il secondo e il terzo della “trilogia delle festività” (Vipera; In fondo al tuo cuore). Il primo volume della trilogia (Per mano mia), i cui diritti sono stati acquistati da Riccardo Scamarcio e Valeria Golino, è stato saltato.

Protagonista della serie è Lino Guanciale, che nei panni del commissario Ricciardi risulta credibilissimo dal punto di vista estetico. Il personaggio, infatti, è così descritto nel romanzo: “Luigi Alfredo Ricciardi era di statura media, magro. Scuro di carnagione, gli occhi verdi che spiccavano nel viso; i capelli neri, pettinati all’indietro e fissati con la brillantina, liberavano talvolta un ciuffo che gli attraversava la fronte e che lui, distrattamente, metteva a posto con un gesto secco. Il naso era diritto e sottile, come le labbra. Le mani piccole, quasi femminili: nervose, sempre in movimento. Le teneva in tasca, consapevole del fatto che tradivano la sua emozione, la tensione”.

Tutti questi tratti, compresi l’uso del soprabito grigio e il rifiuto di indossare il cappello (che, all’epoca, era considerato un carattere distintivo per tutti gli uomini benestanti) sono puntualmente rintracciabili nella fiction.

Meno intellegibile risulta, invece, il tormento interiore che Ricciardi esprime attraverso la sua costante tristezza di sottofondo e la ritrosia nel relazionarsi con gli altri. Nel romanzo, infatti, tale meccanismo è chiaro e sembra anche immediatamente giustificabile, visto l’orrore a cui è costretto costantemente ad assistere: i fantasmi martoriati sono ad ogni angolo di strada e descritti con una certa truculenza, pertanto si intuisce l’impossibilità del commissario di avere un’esistenza normale, una quotidianità non contaminata da infiniti scenari di violenza. Nel film, invece, si è scelto, per ovvie ragioni, di non insistere troppo su tale aspetto, che sarebbe potuto risultare eccessivamente distante dal genere poliziesco e pericolosamente vicino allo splatter. Gli “spettri”, dunque, sono presenti quasi esclusivamente sulle scene dei crimini, non aggiungendo ulteriore dolore o raccapriccio allo scempio in carne ed ossa che è già sotto gli occhi di tutti. Non si spiega abbastanza, quindi, il taedium vitae del personaggio, il suo “disgusto dell’esistenza”: gli atteggiamenti bruschi e schivi del protagonista, non trovando immediata e adeguata correlazione, sembrano dettati da arroganza e senso di superiorità, più che da uno stato di profondo sconforto e avvilimento psicologico.

Molto convincenti si rivelano i ruoli interpretati dal bravissimo Antonio Milo nei panni di Maione (giusta resa del binomio tra stazza possente e animo fragile, umiltà e grandezza di cuore, modi spicci e occhi che rivelano una dolcezza di fondo); da Enrico Ianniello nelle vesti del dottor Modo (ironico, efficiente, sfrontato nella sua dichiarata avversione per il fascismo); da Fabrizia Sacchi, che ci restituisce un’ottima Lucia (la moglie di Maione, sopraffatta dal dolore per la morte del primogenito eppure disperatamente ancorata alla vita); da Nunzia Schiano come tata Rosa, che sommerge il commissario di attenzioni e affetto, espressi, però, attraverso continue lamentele e rimbrotti; da Nicola Acunzo, perfetto come usciere Ponte (il buffo ometto incapace di guardare le persone negli occhi per innato servilismo e, nel caso del commissario, per “un po’ di superstizioso timore”).

Altrettanto adeguati i ruoli affidati a Serena Iansiti (Livia), Susy Del Giudice (madre di Enrica) e, soprattutto, Massimo De Matteo, il comprensivo ed empatico padre di Enrica.

Maria Vera Ratti nei panni di Enrica è calzante esteticamente e caratterialmente, tranne in alcuni passaggi che sembrano delle forzature, come nell’incontro con Ricciardi in Chiesa (primo episodio), dove la sua postura, il suo aspetto e il suo atteggiamento risultano parossisticamente goffi, da clichè dell’imbranata, quasi una macchietta (non si sa per quale motivo); poco credibile anche nelle scene in cui ricama, perché passa dei punti a caso pasticciando il tessuto come mai farebbe chi davvero ama tale attività, ritenuta un rilassante svago ma anche un lavoro utile e produttivo (Enrica, del resto, sta ricamando il proprio corredo, pur chiedendosi se mai le servirà a qualcosa).

L’interpretazione dell’ottimo Peppe Servillo (apprezzatissimo cantante degli Avion Travel) nel ruolo di Don Pierino risente, purtroppo, di quel gap oggettivamente incolmabile che si crea quando, come ho già accennato, nel romanzo il personaggio è presentato attraverso lunghe digressioni sul suo passato, particolari approfondimenti psicologici, focus sulle sue riflessioni e le sue sensazioni: tutto ciò non può essere reso nei tempi e nelle modalità di un episodio televisivo. Probabilmente è un personaggio che verrà fuori col tempo.

Il brillante Adriano Falivene nel ruolo di Bambinella (il “femminiello” a cui si rivolge spesso Maione per avere qualche soffiata in grado di agevolare le indagini), risulta efficace pur discostandosi dalla descrizione fatta nel romanzo, dove il personaggio pare abbia a tutti gli effetti l’aspetto di una bella donna, tradito solo a volte da un’ombra di ricrescita della barba: “Maione aveva conosciuto Bambinella un paio d’anni prima, quando avevano fatto irruzione in un bordello clandestino a San Ferdinando, uno di quei posti a basso prezzo dove esercitavano abusivamente la professione femmine d’età o ragazze di campagna. Tra tutte le ‘signorine’ brutte, storte e vecchie, spiccava questa bellezza dagli occhi a mandorla; quando presero le generalità, uscì il difetto”. Nel film, invece, si presenta visibilmente come un uomo, con tanto di petto villoso lasciato in bella vista e truccato in maniera teatrale. Insomma, non avrebbe certamente bisogno di dichiarare le proprie generalità perché se ne indovini la natura. Nonostante la divergenza di versioni, resta un bel personaggio.

Indovinata è la scelta di Mario Pirrello nel ruolo di Angelo Garzo: l’attore riesce molto bene a rendere la mellifluità del personaggio, con la sua tendenza a soverchiare i sottoposti e a lusingare in maniera affettata le personalità influenti. C’è, tuttavia una discrepanza rispetto al romanzo, dove ciò che caratterizza particolarmente il vicequestore è il suo continuo dibattersi tra il bisogno di affermare la propria autorità, di farsi rispettare, e la necessità di blandire – suo  malgrado – l’ostico Ricciardi, di mantenere con lui un atteggiamento accondiscendente e adulatorio, dal momento che il commissario è la sua gallina dalle uova d’oro: risolve brillantemente ogni caso (come lui non sarebbe in grado di fare) e, soprattutto, è del tutto disinteressato agli onori o all’avanzamento di grado, tanto da lasciare che il superiore si attribuisca i meriti dei suoi successi. Nel Garzo del film questa continua lotta interiore non c’è: s’impone, rimprovera, dà ordini e svilisce il lavoro di Ricciardi senza farsi problemi, salvo fare un passo indietro e assecondare le richieste del commissario quando questi, manipolandolo astutamente, gli fa credere che sta agendo per salvaguardare l’immagine della Questura o di qualche personaggio influente.

Un’altra dissomiglianza sta nella rappresentazione del Fatto: nel romanzo i “fantasmi” di coloro che sono deceduti di recente sono perfettamente visibili agli occhi di Ricciardi, poi diventano man mano sempre più evanescenti, fino a svanire del tutto, col passare del tempo, indipendentemente dal fatto che qualcuno risolva o meno le questioni lasciate in sospeso nella loro vita terrena, cosa a cui si allude, invece, nel primo episodio. Le ultime parole del defunto che il commissario percepisce, inoltre, sono quasi sempre un fraseggio mesto (un canto “a voce sommessa” nel caso del tenore Vezzi; un “flebile sussurro” nel caso della cartomante Carmela Calise) o, comunque, un suono simile a quello che poteva essere stato nella realtà, mentre nel film diventano un roboante effetto sonoro a voci moltiplicate e sovrapposte, con un'eco che rende, tra l’altro, poco comprensibili le parole pronunciate, il che è un peccato, viso che sono, in qualche modo, un importante riferimento.

Certamente anche la trama degli episodi differisce sensibilmente in più punti, soprattutto in relazione al caso su cui s’indaga, presentando nel romanzo una pluralità di sospetti e di indizi, di piste da seguire e di confronti, di flashback e di storie parallele che nel film vengono meno; ma ciò è comprensibilmente riconducibile, come già detto, alla necessità di adeguarsi ai tempi televisivi, che obbligano a una semplificazione dell’intreccio e degli approfondimenti.

Torna spesso, nei romanzi come nella serie televisiva, l’ambientazione del teatro, dove “le passioni vere e quelle finte si confondono. Da segnalare, nel secondo episodio, l’assenza di un suggestivo dettaglio presente nel libro: la velata allusione alla compagnia di Eduardo de Filippo, dove il brusco capocomico “aveva il viso bianco di cipria e due macchie di belletto rosato all’altezza degli zigomi, il colletto sollevato alla moda di dieci anni prima, la cravatta larga e colorata, la giacca con una evidente toppa su un fianco. Ad onta dell’abbigliamento ridicolo, l’espressione era cupa: i baffetti e le labbra sottili, un sopracciglio molto arcuato sotto la fronte larga divisa da un’unica ruga verticale”; il fratello e la sorella (Peppino e Titina) sono descritti, rispettivamente, come un uomo cordiale e disponibile, rassegnato a sopportare i rimbrotti del maggiore, e “una donna di eccezionale bruttezza ma di grande bravura”.

Ciò che maggiormente affascina e conquista di questa godibile fiction sono le scenografie, le ambientazioni, la fotografia, la preparazione degli esterni e l’allestimento degli interni, la resa del fascino del passato, il clima perfettamente ricostruito di una città bellissima e decadente al tempo stesso, luogo di miserie estreme e di altrettanto sfarzoso benessere: “a valle, la città ricca, dei nobili e dei borghesi, della cultura e del diritto. A monte, i quartieri popolari, al cui interno vigeva un altro sistema di leggi e norme, altrettanto o forse ancora più rigido. La città sazia e quella affamata, la città della festa e quella della disperazione”.

I luoghi ricorrenti del racconto sono presentati con una cura estrema: la casa di Ricciardi, elegante ma sobria, dove regna sovrana l’anziana Rosa; il noto e sfavillante Gambrinus, tempio della Belle Époque napoletana, dove Ricciardi s’intrattiene spesso a colazione; la casa modesta di Maione, resa accogliente dalla presenza dei numerosi figli; l’abitazione e il negozio di cappelli della famiglia di Enrica, espressioni di una piccola borghesia agiata; e poi ancora la Questura, la Chiesa di don Pierino, il Teatro San Carlo, il quartiere equivoco di Bambinella, la Trattoria, i vicoli brulicanti di bambini cenciosi e di ambulanti con i carretti, contrapposti al lusso degli ambienti frequentati dall’alta società.

Tutto ciò conferisce notevole attrattiva alla fiction che, al di là dei confronti con i romanzi, risulta senz’altro un’operazione riuscita e che, certamente, andrà via via acquisendo maggior spessore con il prosieguo della serie.

I racconti e i romanzi dedicati al commissario Ricciardi hanno conosciuto, anche, altre interessanti versioni, come l’adattamento a fumetti proposto da diversi editori, fino al progetto completo realizzato da Sergio Bonelli, che ha pubblicato i seguenti titoli: Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Dieci centesimi e altre storie, Quando si dice il destino e altre storie.

Anche in questa versione illustrata, di grande qualità ed efficacia, Luigi Alfredo Ricciardi ha riscosso un buon successo di pubblico, dimostrando, ancora una volta, che quello evocato dalla felice penna di Maurizio De Giovanni è un personaggio che non lascia indifferenti e che sa ritagliarsi uno spazio ben preciso e ben caratterizzato, nell’ambito del ricchissimo filone poliziesco a cui si legano tanti altri famosi ispettori, tenenti e commissari.

Un personaggio che non ha una vita normale ma che anela ad essa, che non conosce il calore di una famiglia ma che sa ponderarne l’immenso valore:

Non sono io che ti posso dire come funziona in una famiglia. Lo sai, io una famiglia non ce l’ho e non ce l’ho avuta nemmeno da piccolo. Io sono cresciuto con la mia tata, e ancora sto con lei. Le voglio bene, ma non è una famiglia. Lo sai che penso? Che è facile stare insieme quando va tutto bene. Il difficile è quando si devono superare le montagne, fa freddo e tira vento. Allora, forse, per trovare calore, uno si deve fare un poco più vicino. Te lo dice uno che campa nel freddo. E che non ha nessuno per trovare calore.”


Lino Guanciale Il Commissario Ricciardi

Lino Guanciale è il "Commissario Ricciardi"

Lino Guanciale è il "Commissario Ricciardi"

Sei prime serata su Rai1 da lunedì 25 gennaio
Lino Guanciale Il Commissario Ricciardi
Il Commissario Ricciardi, Lino Guanciale, al Teatro San Carlo

Lino Guanciale torna protagonista su Rai1 nell’attesissima serie tv “Il Commissario Ricciardi”, sei prime serate tra poliziesco, noir, mystery e melò, tratte dagli omonimi romanzi di Maurizio de Giovanni (editi da Einaudi), in onda in prima visione da lunedì 25 gennaio.

Una coproduzione Rai Fiction-Clemart srl, prodotta da Massimo Martino e Gabriella Buontempo, per la regia di Alessandro D’Alatri e sceneggiature firmate dallo stesso scrittore napoletano Maurizio de Giovanni insieme a Salvatore Basile, Viola Rispoli e Doriana Leondeff.

Un viaggio a ritroso nel tempo in una Napoli degli anni Trenta, teatro di crimini efferati e assassini difficili da assicurare alla giustizia, ma anche territorio d’azione di Luigi Alfredo Ricciardi, giovane e integerrimo commissario della Regia Questura nel capoluogo campano. Introverso e solitario, Ricciardi ha un intuito e una determinazione particolari per le indagini, una vera ossessione alimentata da quello che lui chiama “il Fatto”, una particolare dote ereditata dalla madre che tiene segreta a tutti. È in grado di vedere gli spettri delle vittime di morte violenta che gli svelano, ripetendo ossessivamente, l’ultima frase detta o pensata prima di essere uccisi. Un “dono” pesante che se da una parte gli consente di portare a termine il suo lavoro di poliziotto come nessun altro, dall’altra, nella vita privata, si dimostra una vera e propria dannazione.

Nel cast: Antonio Milo, nel ruolo del brigadiere Maione, amico e uomo fidato di Ricciardi; Enrico Ianniello in quello dell’anatomopatologo Bruno Modo; Serena Iansiti nei panni Livia, una ricca e bellissima ex cantante lirica determinata a conquistare il cuore del commissario e Maria Vera Ratti in quelli di Enrica, la dolce e timida vicina di casa di Ricciardi, una bellezza non appariscente ma intrigante per l’introverso poliziotto. E ancora, Mario Pirrello è l’ambizioso e arrivista vicequestore Garzo; Nunzia Schiano interpreta Rosa, l’anziana tata che si occupa di Ricciardi come un figlio; Fabrizia Sacchi veste i panni di Lucia, la moglie del brigadiere Maione; Adriano Falivene quelli di Bambinella, confidente di Maione, Marco Palvetti è Falco e Peppe Servillo Don Pierino.

NOTE DI REGIA

Quando iniziai l’avventura Ricciardi dichiarai che sarebbe stato il progetto più complesso della mia carriera. Avevo ragione. Devo però ringraziare il commissario Luigi Alfredo per avermi mostrato quanto sia importante non arrendersi mai e che sarebbe stato sufficiente fidarsi di lui e restare fedeli a sè stessi davanti alle avversità. La sua flemma nella solitudine, lo sguardo attento, le poche ma risolutive parole nell’azione, nonostante i rischi, sono diventate mie linee guida. Lo ringrazio.

Credo che per un regista non ci sia esperienza migliore come la condivisione con i personaggi.
È stata un’esperienza unica vivere giorno per giorno quel fascino e magnetismo grazie alla generosa interpretazione di Lino Guanciale: spettacolo era già vederlo aggirare sul set pensieroso, elegantemente sofferente, distante dalla nostra modernità per poi ritrovarlo perfettamente a suo agio nelle ambientazioni dell’epoca.

Un percorso reso ancor più gradevole dalla compagnia di una moltitudine di attori quanti i colorati personaggi generati dalla penna di Maurizio de Giovanni. Li ringrazio profondamente, poiché il loro “calore” ha restituito ulteriore vita a tutta la serie. Un coinvolgimento emotivo, non frequente, cui la troupe si è lasciata andare rendendo possibile una indimenticabile sinergia artistica tra i reparti: location, arredi, costumi, trucco, pettinature, fotografia, suono, e tutti quei collaboratori che non appaiono mai nelle cronache ma che sono determinanti per la buona resa del progetto hanno interagito sempre nel nome di Luigi Alfredo Ricciardi: e quando ne parlavano era un “Lui” pieno di entusiasmo e rispetto. Posso affermare che il propellente più importante di questa serie mi sembrò l’entusiasmo. Un sentimento che percepii già nel maggio 2018 quando mi arrivarono le prime stesure delle sceneggiature e che riscontrai sin dalle prime riunioni con la Produzione e la
struttura di Rai Fiction.

Molti sarebbero gli aneddoti da raccontare rispetto a questo lungo viaggio, ma se c’è una cosa che non potrò mai dimenticare è la quantità di straordinari avvenimenti che hanno trasformato un personaggio di fantasia in una presenza “vivificata”. È allora che ho capito che l’energia che ha reso possibile tutto questo non può chiamarsi semplicemente entusiasmo: bensì amore. Ricciardi ci ha ricambiato ogni giorno vivendo grazie a quell’amore. Lo stesso che verrà consegnato al pubblico.
Concludo citando proprio un suo dialogo sull’amore:

LIVIA
E in che cosa credete?
RICCIARDI
(un tempo)
Alla fame e all'amore. Ma soprattutto alla fame.
LIVIA
Eppure non sembrate né affamato, né innamora- to. Soltanto triste.
RICCIARDI
Non si tratta di ciò che vivo, ma di ciò per cui vedo
vivere; e soprattutto morire.
LIVIA
Non si muore per amore, ma per mancanza
d'amore.

Alessandro D’Alatri

I PERSONAGGI

LUIGI ALFREDO RICCIARDI
Cilentano, commissario di Polizia nella Napoli degli anni ‘30. Una capacità investigativa fuori dal comune, basata sulla comprensione delle vite e delle passioni umane e su una profonda empatia. La sua strana dote (che nessuno conosce): vedere l'ultimo istante delle vittime di morte violenta e ascoltare il loro ultimo pensiero. Una maledizione che lo ha costretto a chiudere le porte all'amore. Vive una vita solitaria, accudito dalla vecchia tata, Rosa, che lo ama come se fosse un figlio.

ENRICA
Abita nel palazzo di fronte a quello di Ricciardi. Giovane, slanciata, dai lineamenti delicati e di una bellezza non appariscente, ama Ricciardi, anche se lo vede solo attraverso la finestra del suo appartamento. Con silenzioso pudore, attende la prima mossa del commissario e, intanto, gli è fedele, come gli fosse promessa. A nulla valgono le insistenze di sua madre che si ostina a presentarle nuovi pretendenti nel tentativo di darle marito.
Enrica sa che Ricciardi la ama, anche se non capisce per quale motivo non si faccia avanti. Il suo confidente e alleato è suo padre, l'unico ad aver intuito l'amore silenzioso che la lega al misterioso dirimpettaio.

LIVIA
Bellissima, affascinante soprano ritiratasi dalle scene, Livia si traferisce a Napoli dopo aver conosciuto Ricciardi in occasione dell'indagine condotta dal commissario sull'omicidio di suo marito, il celebre tenore Arnaldo Vezzi. Livia vuole conquistare Ricciardi ad ogni costo ed è sicura di riuscirci per via della sua bellezza travolgente e del suo carattere volitivo.
Ben inserita nel jet set romano, vanta amicizie potenti tra gli esponenti del regime fascista: è una donna abituata a ottenere tutto, ma nasconde una profonda fragilità.

ROSA
È la vecchia tata di Ricciardi, che lo ha visto nascere e crescere. Lo ha accudito sin da piccolo e se ne è fatta carico dopo la morte della madre, che di fatto glielo ha affidato. Si ostina a preparargli pesanti cene cilentane e lo incita a trovarsi una moglie, perché una brava ragazza dovrà pur occuparsi del suo "figlioccio" quando lei non ci sarà più.

RAFFAELE MAIONE
Brigadiere, è l'ombra fidata di Ricciardi. Alto, grosso, un po' goffo, è un uomo dal cuore d'oro e dalla battuta sagace. Ha vissuto il dolore più grande: la morte del figlio primogenito, Luca, agente di polizia ucciso in servizio. Una perdita che ha portato il dolore e il silenzio nella sua famiglia, perché sua moglie Lucia da quel giorno ha smesso di sorridere. Maione, però, riuscirà a cambiare le cose.
Ammira Ricciardi per come conduce le indagini e per l’empatia che lo anima e gli è profondamente devoto. Fu proprio il commissario a scovare i colpevoli della morte del figlio e a rivelargli che Luca lo amava tanto da dedicargli il suo ultimo pensiero. Maione non si è mai chiesto come facesse il commissario a saperlo. Ma gli ha creduto.

BRUNO MODO
Anatomopatologo, antifascista dai modi cinici, ironici e schietti. È amico fidato di Ricciardi, che stima profondamente, anche se non capisce per quale motivo il commissario conduca una vita così appartata e non sorrida quasi mai. Amante del vino e delle belle donne, non disdegna di frequentare i bordelli napoletani e non resiste a esternare battute ironiche nei confronti di Mussolini, suscitando la preoccupazione di Ricciardi. In qualità di anatomopatologo, nel corso delle indagini è un valido e fidato alleato del commissario, che ammira
l’umanità e il profondo rispetto con cui “studia” i morti.

GARZO
È il diretto superiore di Ricciardi. Arrivista e legato al regime, sopporta a stento l'autonomia del commissario e la sua incorruttibilità, che lo spingono spesso a indagare su personaggi dell'alta società che lo stesso Garzo teme e ossequia, nel tentativo di fare carriera. Allo stesso tempo, però, si ammanta dei successi del commissario per mettersi in vista con le autorità e si circonda di figure mediocri che non possano intralciarlo, come Ponte, il suo servile usciere.

BAMBINELLA
“Femminiello” napoletano, è confidente fisso del brigadiere Maione che, per averlo “graziato” durante una retata, lo consulta all’occorrenza durante le indagini. Bambinella sa sempre tutto di tutti e con la sua parlantina e la sua affettuosità irriverente, che riversa sul brigadiere facendolo imbufalire, è una miniera di informazioni.

RAI Fiction

presenta

Lino Guanciale in Il Commissario Ricciardi

Regia di
Alessandro D’Alatri

una coproduzione Rai Fiction-Clemart srl

Serie tv in 6 episodi da 100’
in prima visione su Rai1
dal 25 gennaio

 

Per ulteriori approfondimenti si veda il link NewsRai dedicato.

 

Testo e foto dall'Ufficio Stampa RAI


Due ritratti di Enea: lettura e confronto dell'Eneide secondo Giulio Guidorizzi e Andrea Marcolongo

Due ritratti di Enea: lettura e confronto dell'Eneide, secondo Giulio Guidorizzi e Andrea Marcolongo

Articolo a cura di Francesca Barracca e Chiara Rizzatti

Simon Vouet, Enea e suo padre abbandonano Ilio, olio su tela (circa 1635), The San Diego Museum of Art. Foto Wmpearl  CC0

Quando si parla di Eneide, non sempre abbiamo ben chiaro l’apporto straordinario di quest’opera e la risonanza che ha avuto nel corso dei secoli. Si tende, piuttosto, a collocarla nel filone dei poemi epici precedenti, e a sottoporla ad un ingiusto confronto con Iliade e Odissea, con cui ha in comune molto meno di quanto si possa pensare, a partire dal protagonista.

Ben lontano dall’eroe che combatte per il proprio κλέος come Achille o da una figura scaltra come Odisseo, Enea ha subito le impietose critiche di una letteratura romantica che esaltava l’azione mossa da un sentimento dirompente; in questa luce, Enea è stato bollato come un personaggio passivo, semplice esecutore della volontà del fato.

È una considerazione senz’altro superata, ma che poggia le sue ragioni in alcune incongruenze del carattere di Enea, che da una parte si fa carico dei piani del destino, ma dall’altra è permeato di dubbi, sciolti solo dall’intervento divino.

Se la critica ottocentesca ha visto in Enea un personaggio “artisticamente fallito” è perché non è stata colta la profonda essenza della struttura virgiliana, che va intesa nel suo insieme, non per singoli episodi.

Abbracciando tutta l’opera, infatti, si può facilmente notare che le opposizioni logiche del personaggio sono frutto di una duplice funzione di Enea: egli risponde ad un doppio statuto letterario, in cui il punto di vista soggettivo dell’Enea personaggio convive con quello oggettivo del realizzatore del Fato.
Enea sa che non ha scelta se non assecondare la sorte a lui destinata, anche se questo va contro la sua identità di personaggio, che tuttavia non è mai annullata del tutto. Essa vive nelle pause della narrazione, nelle attese in cui il meccanismo del destino lo dispensa dal richiedergli un nuovo sacrificio.

L’elogio di Enea è quello di una pietas lontana dalla nostra sensibilità, ma di cui ci colpisce l’assoluta devozione, che sfocia più nella tragedia che nell’epica. Proprio come un eroe tragico, Enea paga il prezzo di un destino a cui è talmente devoto da non disobbedire, anche quando gli chiede di rinunciare ad amore e felicità per plasmare un futuro che non sarà mai suo.

Per ritornare ancora una volta sull’Eneide e sulla sua risonanza nel corso dei secoli, si è pensato di condurre un confronto tra La lezione di Enea di Andrea Marcolongo ed Enea, lo straniero di Giulio Guidorizzi, soffermandoci su come alcuni temi pregnanti dell’opera virgiliana – quali l’amore, il fato, le reinterpretazioni moderne – sono stati trattati dai due studiosi.

Enea lo straniero Giulio Guidorizzi Chiara Rizzatti
Il saggio di Giulio Guidorizzi, Enea, lo straniero. Le origini di Roma. Foto di Chiara Rizzatti

La vicenda di Enea si snoda su binari prestabiliti dal volere superiore del Fato, e lo designa come artefice di un futuro da cui dipenderà la successiva gloria di Roma. Virgilio mette in chiaro il duplice ruolo di Enea, di personaggio – dotato di un suo punto di vista relativo – e di non-personaggio, in quanto rappresentante di una forza divina, che lo rende partecipe di un punto di vista soggettivo.

Nel testo di Guidorizzi questo aspetto è ben presente, e anzi si enfatizza lo scarto apprezzabile tra la visione assoluta del Fato e la conoscenza – niente affatto assoluta – del personaggio Enea. Questo significa che da una parte Enea contribuisce a realizzare il progetto del Fato, ma dall’altra non ha mai davanti agli occhi il piano nella sua interezza. L’autore mette in evidenza la conseguenza più significativa di questo dislivello tra soggettività e oggettività, ovvero la “sospensione” dell’Enea-personaggio. Se prendiamo sempre come riferimento il testo virgiliano, fa prevalere volutamente il risvolto soggettivo; in effetti si tratta di una scelta che risponde ad un’esigenza precisa, e che strizza l’occhio a un lettore contemporaneo che non ha familiarità con la figura stratificata di Enea: mettendo l’accento sui sentimenti di Enea, risulta ancora più grande il divario tra ciò che vuole e ciò che deve fare.

Ma se il conflitto interiore che vive Enea non può essere espresso in una esternazione drammatica, può trovare modo di realizzarsi con l’incertezza e il dubbio, che nell’Eneide vengono allontanati da frequenti epifanie di divinità, il cui ruolo è interrompere i momenti di riflessione e richiamare l’eroe all’azione. In Enea, invece, non c’è traccia degli dèi, e gli elementi sovrannaturali sono ridimensionati per dar modo alle ragioni di Enea di avere una voce, per quanto limitata alla sfera interiore. Emerge al massimo grado la natura delle incertezze di Enea, dovute non tanto al dover compiere una scelta, quanto al bisogno di una conferma di qualcosa che è già stato deciso.

Guidorizzi fa in modo di mostrare il valore della pietas antica e il sacrificio che Enea compie per onorarla: se accettasse di trovare per sé un futuro diverso da quello determinato, Enea tradirebbe la sua missione, allontanandosi dall’ideale della norma romana. Enea deve compiere, quindi, una spoliazione di sé, della sua personalità individuale per fondersi con il volere del Fato, almeno dal punto di vista formale.

“Insensibile sensibilità” è l’ossimoro che meglio riassume lo stato d’animo di Enea di fronte alle difficili scelte che deve compiere. La narrazione che Guidorizzi fa in prima persona aiuta a comprenderlo meglio, e a esplicitare quella doppia facies di Enea che Virgilio lasciava intravedere solo a intervalli, limitatamente ai momenti in cui l’Enea personaggio, con la sua soggettività, poteva permettersi di affacciarsi nel racconto.
Un esempio particolarmente riuscito di questa prospettiva riguarda il libro IV, dedicato all’incontro di Didone. Non è un caso che Guidorizzi si sia soffermato a lungo su questo celebre incontro: la fine dell’amore con la regina cartaginese è stata oggetto di una delle critiche più aspre relative al personaggio di Enea, dipinto come un individuo freddo, incapace di riconoscere (e ricambiare) la passione.

L’autore, invece, fa in modo di proiettare il lettore nelle vesti dell’eroe, di vivere la sua angoscia in quanto profugo in una terra straniera, di percepire la sua riconoscenza per essere stato accolto, e soprattutto di avere una panoramica di come Enea si rapportasse a Didone, donna pulcherrima.

Ne emerge un Enea per certi versi inedito, profondamente innamorato e desideroso di essere riamato da Didone; e soprattutto di trattenersi a Cartagine con lei, accarezzando l’idea di godere a pieno del proprio sentimento, che supera anche il ricordo della prima moglie, Creusa.

Il distacco da Didone è raccontato in modo da far partecipi dei veri pensieri di Enea, che sono ben lungi dall’essere privi di umanità, anzi: Enea è smarrito, dilaniato da un dolore intenso ma impossibile da esternare. Si esprime al massimo grado la tensione dell’Enea-personaggio e il Fato di cui è portatore, e che non può manifestarsi in nessun modo se non nella sfera più intima.

Enea lo straniero Giulio Guidorizzi Chiara Rizzatti
Il saggio di Giulio Guidorizzi, Enea, lo straniero. Le origini di Roma. Foto di Chiara Rizzatti

Didone è una vittima del fato, così come ce ne sono moltissime sul percorso di Enea, a partire dalla caduta rovinosa di Troia. Virgilio si soffermava su di esse, intervenendo nella narrazione con una sorta di commento sulle ingiuste circostanze che avevano portato a una fine prematura. Il poeta esprimeva
συμπάθεια, partecipazione per la sorte dei personaggi, elaborando una deformazione dell’oggettività epica tradizionale: pur rimanendo onnisciente, il narratore si soffermava anche sulle ragioni dei vinti.
Mentre nell’Eneide la συμπάθεια del narratore arriva a fondersi con il punto di vista di Enea, che perde così la propria empatia individuale, Guidorizzi unifica da subito questa contrapposizione, col risultato di accentuare un tema molto caro al poema augusteo, quello della mors immatura.
Esso si esprime al massimo grado nella sezione relativa alla guerra in Lazio, che vede in particolare la morte della vergine guerriera Camilla, di Pallante e di Turno, personificazioni di ideali non meno virtuosi di quelli che ricopre Enea stesso.

Guidorizzi, inoltre, prende in considerazione la figura evanescente di Lavinia, la silenziosa fanciulla che si trova promessa a un uomo diverso da quello a cui era destinata, Turno. L’autore sottolinea subito il dispiacere di Enea per lo stato d’animo della giovane, tacitamente sconvolta per essere costretta a unirsi a un estraneo, avanti con gli anni, e per dover rinunciare all’uomo che ama.

Una particolarità dell’opera di Guidorizzi è la mancanza – quantomeno esplicita – di riferimenti con la modernità. Tuttavia questa “lacuna” fornisce l’occasione per riconsiderare l’Eneide come capolavoro letterario e per percepirne la complessa ideologia di fondo, senza doversi affrettare a ricercare paralleli più recenti.
Ben lungi dall'essere una semplice riesposizione in prosa del poema virgiliano, il testo permette di indugiare attentamente sulle peregrinazioni per mare di Enea che, profugus, si avventura in un viaggio incerto: sebbene il viaggio fosse già stato un argomento utilizzato dall’epica per descrivere il ritorno di Odisseo, il poema latino rovescia drasticamente la prospettiva. Per quanto gravoso, il viaggio di Odisseo determinava un ritorno a casa, a ciò che è noto; Enea, al contrario, abbandona la sua patria per fondare una nuova città, per gettarsi in un futuro oscuro in cui non esistono porti sicuri.

Una nota di particolare interesse riguarda le sezioni dedicate alle divinità latine che si mescolano con la vicenda di Enea, e ai luoghi sacri che in qualche modo ne ricordano il passaggio. L'autore pone davanti ad un quadro inaspettato il lettore, che man mano vede dipanarsi non solo la storia virgiliana, ma anche i presupposti culturali che hanno permesso alla stessa storia di essere concepita da Virgilio, fatti di dèi silvani e riti agresti, gli stessi in cui si sarebbe imbattuto Enea una volta approdato in Lazio.

 

la lezione di Enea Andrea Marcolongo Francesca Barracca
La lezione di Enea, di Andrea Marcolongo. Foto di Francesca Barracca

Nel contesto delle numerose interpretazioni contemporanee che sono state fatte di Enea, ne La lezione di Enea Andrea Marcolongo cerca di fornire un quadro più o meno obiettivo, analizzando una serie di aspetti che contribuiscono a illuminare l’Eneide e il personaggio di Enea. Che si tratti di un tentativo di liberarlo dai numerosi cliché che si sono sempre accompagnati alla figura dell’eroe virgiliano o di un’interpretazione ex-novo per presentare Enea in una nuova veste, resta indubbiamente apprezzabile lo scopo ultimo dell’opera di Andrea Marcolongo: rendere accessibile a chiunque la conoscenza e la comprensione di una figura e di un’opera da sempre ritenuta controversa e troppo spesso esclusivo appannaggio dei classicisti.

Bisogna innanzitutto considerare che la storia di Enea era già conosciuta attraverso i poemi omerici, ma se in Omero Enea è un eroe come tanti altri, quasi “anonimo” se messo a confronto con Achille o Ulisse, capo dei Dardani, alleati dei Troiani, che riesce a scampare alla morte poiché padre che ha il dovere di prendersi cura del figlio, in Virgilio Enea si presenta in prima persona con queste parole: “Sum pius Aeneas, raptos qui ex hoste Penates classe veho mecum, fama super aethera notus; Italiam quaero patriam ”.

Risulta chiaro, allora, che Enea non cerca un regno da governare, come la maggior parte degli eroi omerici, ma una patria, sebbene Enea non sembri propriamente l’uomo di cui potersi fidare e al quale affidare una nazione. Eppure, è ciò che gli viene richiesto e ciò che fa senza indugi. Se in Omero, inoltre, c’è una dimensione eroica collettiva, Enea si muove invece da solo nello spazio del fato: è lui stesso un fato profugus, laddove con “fato” ci si riferisce a una categoria completamente romana, una legge che esiste e basta cui non sfuggono neppure gli dei e che riveste notevole importanza nella prospettiva in cui si guarda non a cosa accadrà, ma come. Enea infatti sa già cosa accadrà, perciò quello che dovrebbe sorprendere è scoprire come reagirà ai colpi che il fato gli assesterà, perché ha necessità di reagire e rialzarsi.

la lezione di Enea Andrea Marcolongo Francesca Barracca
La lezione di Enea, di Andrea Marcolongo. Foto di Francesca Barracca

A questo punto, alla lecita domanda che potrebbe sorgere, e cioè che “se tutto è già scritto, allora Enea non sceglie mai?”, la scrittrice fa notare che Enea non fa nulla spontaneamente e questo perché l’Eneide non è certo il poema della forza o dell’istinto, piuttosto nasconde un significato più evanescente: nessuno resiste se non è costretto. Ed Enea è proprio costretto a resistere, non può fare altrimenti. Se l’Eneide risulta oggi noiosa a molti, ci dice Andrea Marcolongo, è perché, forse, abbiamo sempre sbagliato a leggere, ricercando un obiettivo diverso da quello necessario, sempre orientati alla ricerca dell’effetto sorpresa. Risulta conseguenziale, allora, che Enea diventi un eroe passivo, soltanto un burattino nelle mani del fato. Eppure, ciò non significa che Enea non provi emozioni, che non abbia desiderato restare a Cartagine con Didone, per esempio. Enea fa quel che deve e, al contempo, resiste. In questo sta la sua misura eroica: non cedere, né ribellarsi mai. Quella di Enea si profila, così, come un’accettazione consapevole, dal momento che non c’è assolutamente nulla di meccanico in ciò che fa. Il fato è, infatti, un obbligo di cui non si conosce né motivo né mutamento, ma al quale non ci si può sottrarre. Per questo anche gli dei soccombono ad esso, sono in questo vicini ai mortali, dai quali si distinguono solo per la loro immortalità, in quanto non danno neppure grandi esempi di virtù, ma fanno anche loro quello che devono e possono.

Diverse sono state le ipotesi relative alla rappresentazione degli dei: da semplice strumento narrativo a riflesso di un’impossibilità di credere in qualcosa quando tutto va male o un ateismo di fondo da parte di Virgilio. Eppure, secondo Marcolongo, non si è riusciti a comprendere la loro presenza perché, nell’analisi, sono sempre state applicate categorie moderne: a questo proposito occorre ricordare che, nonostante l’indifferenza degli dei, nell’Eneide, li si prega ugualmente. E ciò perché la fede negli dei è quanto il fato ha concesso agli uomini che hanno bisogno di sperare per continuare a vivere.

Il pregio maggiore di Enea diventa, quindi, non il suo essere “pius”, ma la sua resistenza in virtù del destino incontrovertibile a lui assegnato con un’accettazione totale della propria condizione che non fornisce alternative: Enea non fa ciò che vuole, perché a quel punto sarebbe già morto eroicamente per salvare Troia, ma fa ciò che deve.

Da questo punto di vista, bisogna ammettere che Enea non ha grandi qualità, se non la pietas, da non intendere come “pietà” in senso moderno, cioè devozione verso la divinità, quanto piuttosto “senso del dovere” strettamente connesso alla moralità e a uno scopo da perseguire. L’espressione, l’atteggiamento che Enea mostra nel corso di tutta la vicenda è sempre chiaro, saldo, piuttosto che perplesso o inetto e ciò contribuisce a darne un’immagine quasi sempre coerente.

Persino nell’episodio di Didone, infatti, dove viene espressamente detto che Enea soffre e prova emozioni reali, non si assiste ad alcun cedimento vero e proprio, perché il dovere di sbarcare nel Lazio è la priorità che Enea non perde mai di vista, sebbene il suo desiderio più grande non sia mai stato questo. Il suo diventa allora un vero e proprio sacrificio e la sua personalità acquista tratti sempre più umani e simili ai nostri. Per Marcolongo la mors immatura di Didone, inoltre, viene indagata da un nuovo punto di vista. La scrittrice sembrerebbe allontanare da Enea la colpa del suicidio, liberando l’eroe dalle accuse di vigliaccheria e indolenza che nei secoli gli sono state rivolte, contribuendo piuttosto a restituirne una figura più corrispondente alla realtà oggettiva. Enea, infatti, non è del tutto colpevole nei confronti di Didone perché non ha più una moglie, né fa promesse di un futuro insieme. Certo Enea non manca di goffaggine e superficialità (nel VI libro si mostra addirittura sorpreso del fatto che la propria partenza abbia causato dolore!), ma lungi dal condannare Enea come vigliacco e demonizzarlo per questo come si è sempre fatto. Didone soffre perché aveva già sofferto prima con la perdita del primo amore. Il suo, dunque, non è altro che un dolore irrisolto e il vero conflitto quello interiore che la regina mostra di avere con se stessa. Ne emerge, quindi, un punto di vista singolare che merita di essere approfondito, poiché cerca di sbarazzarsi di numerosi cliché relativi alla “questione femminile” e alle varie interpretazioni dell’episodio di Didone che sono state fatte nel corso dei secoli. Del resto, la scrittrice ricorda che c’è una sola ragione per cui Enea e Didone non possono vivere il loro lieto fine ed è che i fati lo vietano. Allo stesso tempo fa notare come anche le figure femminili di Creusa, che scompare alla vista di Enea e alla vita in maniera poco chiara, e Lavinia, che addirittura non pronuncia parola in tutta la vicenda, siano solo funzionali a un disegno più ampio: la fondazione di Roma.

Altro punto di vista meritevole di riflessione è quello che emerge in relazione ai luoghi dell’Eneide e al rapporto che gli Italiani, in quanto popolo moderno, hanno avuto ed hanno tutt’ora con il poema. Non sono luoghi troppo lontani quelli che fanno da sfondo alla storia di Enea. Eppure, secondo la scrittrice, gli Italiani non se ne vantano abbastanza: rari sono infatti sul territorio nazionale i monumenti che celebrano il capostipite degli Italiani, rara anche l’iconografia se messa a confronto con quella degli eroi omerici. Tra i luoghi reali che prendono “vita” nell’Eneide, in quanto ad essi vengono dedicati veri e propri miti eziologici sono, ad esempio, Gaeta, Capo Miseno, Palinuro, mentre gli altri sono evanescenti e funzionali alla trama. Del resto, Virgilio non si preoccupava di descrivere minuziosamente l’Italia, piuttosto voleva mettere in evidenza la sua bellezza, semplice e rustica.

Bisogna allora non fermarsi alla superficie, alle incongruenze geografiche, alle invenzioni di sana pianta, perché l’Italia dell’Eneide è quella idealizzata che Virgilio vorrebbe definire “patria” nella stressa accezione di Enea che, una volta approdato nel Lazio, la saluta con queste parole: “Qui è la patria, questa è a casa”.

Tra gli italici, però, Enea non viene subito accolto favorevolmente. In essi, infatti, contadini latini parchi e operosi, vi è il disprezzo per l’educazione e la cultura greca. Nell’Eneide gli Italiani ai quali Enea si lega per sempre non sono la parte “buona”, semmai quelli che, pur praticando agricoltura e allevamento, oscillano tra durezza e violenza: “vivono di prede e di rapine”. Potremmo dire che non siano ancora del tutto civilizzati prima dell’arrivo di Enea. Per questo Marcolongo non va cauta con le accuse, quando si tratta di dover condannare le misinterpretazioni del Fascismo, ma è indubbio che esso abbia creato un nuovo Enea, l’emblema del conquistatore che sottomette senza scrupoli, tutto ciò che Enea non è, per giustificare un presunto dovere ereditario di sottomettere con la forza il resto del mondo. Nell’ideologia del Fascismo Enea perde i suoi tratti più caratteristici ed umani, la pietas e le sue inquietudini di uomo sventurato. Si tace, per lo più, della sua condizione di profugo e, quindi, di straniero, proprio ciò su cui si insiste maggiormente in tempi moderni, per farne il vero cittadino romano E a quanti obiettano che Enea stesso dimostra, alla fine del poema, di essere violento, quando uccide a sangue freddo il re dei Rutuli Turno nonostante il vacillamento iniziale, la scrittrice propone un’interpretazione che non si può non prendere in considerazione: quello che, in apparenza, potrebbe risultare un gesto incoerente rispetto alla personalità di Enea perché per la prima volta Enea sperimenta un istinto mai avuto, è in realtà il primo gesto di un Enea già “meticcio”, che sta già acquistando quelle caratteristiche del popolo con cui sta per unirsi, segno di una sorta di adattamento naturale ai nuovi costumi. Emerge, quindi, il nuovo Enea mediterraneo.

Sembra evidente, allora, che il Fascismo abbia volutamente ignorato il più grande merito di Enea, riassumibile nella seguente “equazione”: l’unione dello spirito troiano con quello italico dà vita alla cultura romana e di qui all’italiana e, infine, europea.

Per quel che riguarda la “fortuna” di Enea e dell’Eneide nei secoli successivi alla sua stesura, va detto che si passa dal considerare Virgilio un semplice burattino nelle mani di Augusto, e quindi sminuire la sua opera, a farne un vero e proprio santo. Con la collocazione di Enea tra i magni spiriti del limbo, Dante ne riconosce la portata e la magnificenza, in quanto fondatore dell’alma Roma per volere divino. Attualmente dell’Eneide vengono spesso menzionate e riproposte scene in ambito politico per giustificare pretese razziste e puriste, per non parlare dell’interpretazione tutta contemporanea di Enea quale migrante, funzionale a ricordare il dovere di accogliere chi, profugo e vinto proprio come Enea, arriva in Italia dal mare. Giorgio Caproni, invece, scorse in Enea la condizione dell’uomo contemporaneo e la sua solitudine nel dolore, linea sulla quale si pone anche Marcolongo, che non a caso sceglie una selezione di tali poesie per aprire i capitoli del suo saggio. In effetti, Enea resiste nonostante l’incertezza del futuro, proprio come noi.


Enea e la sua lezione

La lezione di Enea, Andrea Marcolongo - recensione di Francesca Barracca

Cos’è che, dai remoti angoli della nostra memoria, fa subito capolino quando i nostri occhi o le nostre orecchie incontrano la parola “Eneide”?

La maggior parte dei nostri ricordi, in prima analisi, si concentra per lo più su due elementi significativi: la fuga di Enea da Troia e la tragica storia d’amore con Didone. Eppure, non sembra così superfluo dover precisare che l’Eneide non è soltanto questo. Certamente Andrea Marcolongo, nel suo ultimo libro La lezione di Enea, uscito quest’ottobre per Laterza, non ha dato nulla per scontato.

la lezione di Enea Andrea Marcolongo Francesca Barracca
La lezione di Enea, di Andrea Marcolongo, Editori Laterza, 2020. Foto di Francesca Barracca

I pregiudizi che da sempre accompagnano lo studio dell’Eneide e, di conseguenza, la figura di Enea, troppo spesso eclissata rispetto a quella dei ben più familiari eroi omerici, sono il punto di partenza per una nuova riflessione sul poema virgiliano. Sintetizzarne in poche righe la trama potrebbe risultare compito arduo e indegno, ma Marcolongo si premura di fornire, al termine del libro, due appendici: l’una cerca di fornire un breve riassunto dell’Eneide, l’altra una descrizione, nonché presentazione di Enea, corredata di una mappa genealogica che, a partire dal padre Anchise e dalla madre Venere, illustra la discendenza della gens Iulia fino alla nascita di Romolo e Remo, dai quali avrà origine, infine, Roma.

Le fondamenta per la nascita di Roma, però, le pone Enea e la scrittrice invita a non sottovalutare questo dato. Non è singolare, infatti, che in tutta Italia monumenti dedicati a Enea siano piuttosto esigui? In tal senso, anche la scelta di Marcolongo di dedicare il libro all’Italia, il “suo” paese, non è casuale. L’autrice va fiera di potersi dire italiana soprattutto perché in qualche misura discendente di una cultura le cui basi vengono poste dalla commistione tra Enea e le popolazioni che per prime abitavano i territori dove sorgerà la futura Roma. È proprio a noi italiani, quindi, che Andrea Marcolongo si rivolge, nella speranza di un insegnamento nuovo e una rivalutazione collettiva, più utile che mai in un periodo particolare della storia della umanità come quello che stiamo vivendo.

L’occasione per rivedere il testo virgiliano e scandagliare i pregiudizi ad esso legati è stata fornita all’autrice proprio dall’isolamento forzato imposto dall’emergenza Covid-19. Si stabilisce così una sorta di parallelismo che, come raramente accade quando si ha a che fare con l’ambito dell’antichità classica, non disturba: così come Virgilio scriveva della fatica di Enea e nel frattempo cercava di mantenere salda la fede nelle sue certezze politiche mentre Roma “sollevava la testa tra le macerie della Repubblica”, così l’Eneide è stata d’aiuto per la Marcolongo e, forse, potrebbe esserlo per tutti perché l’Eneide è un testo adatto ai tempi difficili, piuttosto che a quelli sereni. Enea, in fondo, è più simile di quanto si possa immaginare a un uomo moderno. Non a caso è “l’eroe della ricostruzione” e la sua lezione va ricercata proprio nella sua stessa essenza.

“Solo una cosa significa essere Enea: alla distruzione rispondere ricostruzione”

Partendo dalla riflessione sulla presenza piuttosto esigua sul suolo italiano di statue dedicate a Enea, Andrea Marcolongo fornisce una serie di prove per trovare conferma del fatto che, una volta letta l’Eneide per puro obbligo scolastico, in quanto parte integrante dei programmi ministeriali, subito ci si dimentica di essa e del suo protagonista. Chiaramente, la scrittrice si rivolge a una fetta di pubblico piuttosto ampia, ma con particolare attenzione nei confronti di chi non ha orientato i propri studi verso la letteratura classica. Ciò risulta evidente soprattutto quando vengono fornite informazioni che, se per i classicisti possono risultare radicate e scontate, danno a tutti la possibilità di avere un contesto di riferimento più preciso in cui inserire le riflessioni.

Così, nei primi capitoli, si percorre la biografia di Virgilio e con essa parte della storia di Roma che si intreccia con la sua vita, il rapporto con Ottaviano, prima profondamente ammirato, poi quasi trascurato in un distanziamento dalla personalità tale da arrivare a considerare Ottaviano e Augusto quasi due persone diverse; e ancora il peso dell’impegno della scrittura di un poema che, commissionato da Ottaviano stesso nel 29 a.C, doveva essere la sua celebrazione, ma due anni dopo, nel 27 a. C., Ottaviano divenne Augusto e Virgilio si ritrovò in una posizione piuttosto scomoda: celebrare l’imperatore mentre era ancora in vita con tutte le responsabilità e i rischi in cui sarebbe potuto incorrere. Certo è che Virgilio riesce comunque a mantenere una propria originalità e non solo rispetto ad Augusto, che figura esplicitamente nel testo soltanto tre volte, ma anche rispetto a un argomento che a Roma era già ampiamente conosciuto.

La storia di Enea, infatti, era familiare fin dalla narrazione omerica. Quello che fa la differenza, quindi, è il modo in cui la stessa storia viene narrata e che è strettamente legato al fato, in quanto è questo a decidere in che modo Enea dovrà affrontare la missione affidatagli, nota fin da subito al lettore quanto a Enea.

La lezione di Enea Andrea Marcolongo
La copertina del libro di Andrea Marcolongo, La lezione di Enea, pubblicato da Editori Laterza (2020) nella collana i Robinson / Letture

Tra i capitoli del saggio che offrono maggiori spunti di riflessione figurano, naturalmente, quello dedicato ad Enea, obiettivamente analizzato in tutti i suoi tratti caratteristici; quello in cui l’autrice si concentra sulla riscrittura del mito di Enea a fini propagandistici effettuata dalle ideologie ad hoc del Fascismo, ma anche gli ultimi in cui Andrea Marcolongo analizza lo stile virgiliano in maniera tecnica, con riferimenti alla struttura dell’esametro e alla fortuna riscontrata nelle successive tradizioni: basti pensare, ad esempio, all’influenza esercitata su Ovidio o sugli altri autori latini o sulla letteratura cristiana, fino ad arrivare a Dante che fa del poeta la propria guida nel viaggio ultraterreno della Commedia.

È proprio in questi ultimi capitoli che Marcolongo dà maggiori prove di conoscenza profonda degli argomenti riuscendo ad essere chiara, concisa e incisiva all’insegna del messaggio di fondo che dà il titolo al saggio: la lezione di Enea è più accessibile e contemporanea che mai. Non deve trarre in inganno il fatto che a fornircela sia un eroe antico, perché proprio come noi Enea cade, più e più volte, ma trova sempre il modo per rialzarsi e resistere.

la lezione di Enea Andrea Marcolongo Francesca Barracca
La lezione di Enea, di Andrea Marcolongo, Editori Laterza, 2020. Foto di Francesca Barracca

Butrint Project

Butrint Project: archeologi all'approdo di Enea; intervista a Enrico Giorgi

Il Butrint Project nasce nel 2015 come esito della cooperazione scientifica italo-albanese all’interno del più ampio accordo di ricerca sull'Antica Caonia avviato nel 2000 tra l'Istituto Archeologico di Tirana e l'Università degli Studi di Bologna. Dal 2017 è una Missione Archeologica sostenuta dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale della Repubblica Italiana.

Il progetto è strutturato secondo diversi temi di ricerca legati allo studio dell’antica città di Butrinto, dalle sue tracce materiali corrispondenti alle diverse fasi di occupazione (circuito murario, necropoli, acropoli) all’analisi sistematica dei reperti mobili, ceramici in particolare, fino alla conduzione di ricognizioni e survey nel territorio contermine all’insediamento. Simultaneamente alle prospezioni e alle indagini archeologiche, sono state condotte importanti campagne di documentazione dei monumenti dell’abitato antico, attraverso l’impiego di Laser Scanner e riprese aeree da drone, contribuendo al monitoraggio dello stato di conservazione dei principali monumenti del Parco Archeologico di Butrinto, a partire dal circuito murario.

L’antica città di Butrinto si trova in Albania (l’antico Epiro). Sorge all’interno di un’area che ha visto la presenza dell’uomo attestata sin dalla Preistoria (almeno dal 50000 a.C.) fino ai giorni nostri, senza soluzione di continuità. Greci, Romani, Bulgari, Bizantini, Epiroti, Veneziani e Ottomani si sono di volta in volta susseguiti in una complessa sequenza di attività che ha fatto di Butrinto un sito unico al mondo, di prima importanza storica e archeologica, incluso dal 1992 nella lista dei Beni Patrimonio dell’Umanità protetti dall’UNESCO.

La prima missione italiana sulle scalinate del teatro appena scoperto. Foto dall'Archivio fotografico della Missione

L’importanza della città si deve anche all’epopea di Enea, laddove, secondo Virgilio, l’esule troiano vi avrebbe trovato Andromaca, vedova di Ettore e anch’ella superstite alla caduta di Troia. Proprio il legame con l’Eneide e le vicende collegate alla fondazione di Roma hanno costituito, nel 1928, la base ideologica dietro l’avvio della prima missione archeologica italiana a Butrinto (la seconda in Albania, dopo le ricerche avviate a Phoinike nel 1926 sotto la guida di Luigi M. Ugolini). Le ricerche italiane a Butrinto sono proseguite, dopo la morte di Ugolini (1936), fino al 1943, sotto la direzione di Pirro Marconi (1938-1941) e Domenico Mustilli (1941-1943), prima di interrompersi a causa del II Conflitto Mondiale.

Momenti dalla prima missione italiana. Foto dall'Archivio fotografico della Missione

A 72 anni dalla brusca conclusione delle ricerche scientifiche italiane, il Butrint Project segna un nuovo inizio, partendo idealmente dalle tradizionali ricerche di Ugolini ma rinnovandone il significato secondo una linea di condotta improntata alla cooperazione e alla valorizzazione del sito archeologico come spazio culturale di comunità. 

Abbiamo intervistato Enrico Giorgi, professore di Metodologie della Ricerca Archeologica presso il Dipartimento di Storia Culture Civiltà, Sezione di Archeologia, dell'Università di Bologna Alma Mater Studiorum.


Butrint Project:
Butrint Project: il teatro, foto di Federica Carbotti

Le ricerche dell'Ateneo di Bologna in Albania hanno compiuto 20 anni nel 2020. Il Butrint Project esiste dal 2015: può essere considerato un "punto di arrivo"?

Nella tradizione virgiliana Butrinto è l’approdo di Enea, la tappa di un viaggio che determinerà il destino di Roma. Più recentemente e in maniera certamente meno letteraria a Butrinto sono giunti anche gli archeologi dell’Ateneo di Bologna e dell’Istituto di Archeologia di Tirana, dopo la ventennale esperienza nella vicina Phoinike, ripercorrendo i passi già compiuti dalla Missione Italiana diretta da Luigi Maria Ugolini negli anni Trenta del Novecento. Dunque, per certi versi, Butrinto può essere considerato un punto d’arrivo. Non certo, però, dal punto di vista della ricerca e di quella archeologica in particolare. Terminata l’indagine stratigrafica inizia la riflessione sui dati, compresi quelli raccolti in passato. È come se lo stesso terreno venisse analizzato con setacci sempre più raffinati, capaci di trovare tesori che, ad esempio, Ugolini non poteva apprezzare.

Butrint Project
Butrint Project: foto della campagna 2015 di Michele Silani

 

Butrint Project
Butrint Project: foto della campagna 2015 di Michele Silani

L’attuale ricerca archeologica, potenziata come le altre scienze dagli strumenti digitali e dal dialogo con le altre discipline, è capace di raccogliere e immagazzinare enormi quantità di dati anche in contesti relativamente piccoli, innescando innumerevoli possibilità di analisi. Infine, oggi l’archeologia è più interessata al metodo, a rendere espliciti i meccanismi della ricerca e all’impostazione delle domande piuttosto che al perseguimento incondizionato di approdi definitivi.

Butrint Project
Butrint Project: rilevamento topografico dello scavo del 2017, foto di Enrico Giorgi

Questo non significa rinunciare a trovare le risposte e abbandonarsi a una sorta di paralizzante relativismo, ma piuttosto coscienza contemporanea della complessità del mondo antico, con il quale instauriamo un dialogo dinamico che rinnova continuamente le nostre curiosità. Mentre leggiamo di Enea, analizziamo le lettere che Cicerone inviava ad Attico nella campagna a sud Butrinto, raccogliamo i resti della vita quotidiana dei pellegrini che frequentavano il Santuario di Asclepio o dei coloni romani che vivevano nella pianura oltre il canale di Vivari, analizziamo i resti dei loro pasti oppure dell’ambiente antico, diamo avvio a un percorso di comprensione che ci fa riflettere anche su noi stessi e innesca nuove domande.

Butrint Project
Butrint Project: rilevamento topografico dello scavo del 2019, foto di Francesco Pizzimenti
Butrint Project
Butrint Project: rilevamento topografico dello scavo del 2019, foto di Francesco Pizzimenti

In estrema sintesi una ricerca archeologica può certamente giungere a un punto d’arrivo, ma con la coscienza di avere raggiunto solo un gradino di un percorso ancora lungo e noi a Butrinto siamo, probabilmente ancora sul pianerottolo di partenza. Le nostre domande di ricerca riguardano soprattutto la genesi dell’abitato in età arcaica e il suo sviluppo dopo la conquista romana. Le scoperte fatte sino a ora hanno soprattutto posto nuove domande, ma siamo ancora nella fase iniziale di una ricerca che ci auguriamo lunga ed emozionante.

L'ultima campagna di indagini archeologiche ha risentito delle misure restrittive dovute alla pandemia tutt'ora in corso, portando allo stesso tempo allo sviluppo di "investimenti digitali", come la piattaforma web del progetto. Un "disastro" o un'opportunità? Sono in cantiere (!) altre iniziative?

Risulterà probabilmente noioso ricordare che i momenti di crisi possono trasformarsi in opportunità. Credo però che per l’archeologia questa considerazione sia particolarmente stimolante. Andare sul campo per inseguire l’emozione della scoperta in un contesto di eccezionale bellezza come Butrinto, su un promontorio in mezzo a una laguna davanti a Corfù, ha un’attrattiva irresistibile. Ma spesso questo entusiasmo ci porta a privilegiare la raccolta dei dati trascurando la potenzialità di informazioni che racchiudono e che emergono solo lavorando attentamente in laboratorio e in biblioteca.

Butrint Project: il Lago di Butrinto visto dall’alto, foto di Pierluigi Giorgi

Innanzi tutto, grazie ai colleghi albanesi, non abbiamo rinunciato del tutto all’attività sul campo e una Campagna di scavo a Butrinto è attualmente in corso, anche per non interrompere la manutenzione delle strutture riportate in luce.

Tuttavia, se le restrizioni sanitarie ci hanno in gran parte privato dell’emozione dello scavo, hanno però permesso di destinare molto tempo all’analisi e allo studio, ma anche al confronto. Abbiamo all’improvviso compreso che non c’è necessariamente sempre bisogno di navi e di aerei per avvicinare i ricercatori.

Iscrizioni del teatro di Butrinto, foto della campagna 2017 di Enrico Giorgi

Il tempo guadagnato e le piattaforme informatiche hanno incentivato il confronto, seppure in remoto, superando anche grandi distanze con notevoli economie di risorse e con facilità di coinvolgimento per gli interessati. In questo periodo, con l’Ambasciata e le altre Missioni Archeologiche Italiane, abbiamo inaugurato due Webinar di successo dedicati all’Epiro e frequentati anche da molti colleghi albanesi. Abbiamo messo in rete un Sito Web che vuole essere il portale di accesso a tutte le nostre ricerche e alle attività in corso (https://site.unibo.it/butrint/en). Infine abbiamo potuto investire maggiori risorse in analisi di laboratorio indispensabili per ricostruire l’ambiente antico, ossia lo scenario al cui interno si collocano le nostre storie. Il gusto dello scavo talvolta privilegia il mero dato archeologico e ci fa dimenticare che il paesaggio antico è frutto di un’interazione in cui l’uomo gioca un ruolo ma l’altro attore è l’ambiente, che va indagato con metodologie specifiche che richiedono risorse dedicate.

Iscrizioni del teatro di Butrinto, foto della campagna 2018 di Enrico Giorgi

Soprattutto abbiamo fatto anche quest’anno un’inattesa scoperta archeologica, grazie alla collaborazione con la cattedra di Epigrafia Latina dell’Università di Macerata, riscoprendo reperti che non erano stati coperti dalla terra ma si erano comunque persi negli archivi. Si tratta di decine di calchi di iscrizioni di Butrinto che risalgono indietro nel tempo di circa un secolo, al tempo della prima Missione Italiana di Luigi Ugolini. Questi fragili reperti ci aprono nuove prospettive, quasi di Archeologia dell’Archeologia.

Butrint Project
Butrint Project: calchi delle epigrafi. Foto di Simona Antolini

L’emozione della comunicazione in diretta da parte della collega Simona Antolini è ancora viva e ha innescato una serie di reazioni a catena, a partire dall’indagine a ritroso per comprendere come siano giunti sino ai depositi dell’Università di Macerata. Furono realizzati dall’epigrafista del team, Luigi Morricone, e passarono dalla Scuola Archeologica Italiana di Atene. Resta poi da comprendere se la loro lettura, che testimonia uno stato di conservazione migliore di quello degli attuali originali, potrà fornire occasioni per nuove interpretazioni, che ci riserviamo di comunicare appena possibile.

Butrint Project
Butrint Project: calchi delle epigrafi. Foto di Simona Antolini

Tuttavia il dovere di aggiornare gli interessati sugli sviluppi del progetto non deve farci dimenticare che la ricerca scientifica ha bisogno di tempo. Lo stiamo sperimentando in questo frangente per obiettivi ben più importanti. Il nostro lavoro ha certamente un impatto non così determinante sulla società, tuttavia ha il suo peso e richiede tempi che non possono essere immediati.

Sarà cura dei ricercatori impegnati nel progetto e di Simona Antolini fornire una comunicazione preliminare e probabilmente questo avverrà a breve. Potete considerarlo un impegno preso.

 


Possiamo avere alcune anticipazioni sulle finalità della campagna di scavi 2021?

La scoperta dei calchi delle iscrizioni condizionerà sicuramente il programma dei lavori e, per questo, dovremo attendere che i colleghi epigrafisti ci passino di nuovo la palla dopo che avranno completato la loro revisione. Certamente, dato che la maggior parte delle epigrafi si trova nel Teatro all’interno del Santuario di Asclepio, accenderemo un faro su questo interessantissimo complesso architettonico cresciuto in età romana e pieno di fascino anche per il conteso ambientale in cui sorge. L’anno scorso, mentre lo scavo era in corso, assistemmo all’apparizione di un bel serpente che decise di farci visita. Trattandosi dell’animale sacro ad Asclepio, passata la paura, lo prendemmo come un buon presagio che in effetti parrebbe realizzarsi e dunque non resterà che assecondarlo!

Il Santuario di Asclepio. Foto di Veronica Castignani

Trattandosi di edifici già riportati in luce in passato dagli archeologi italiani, e considerando la difficoltà di ulteriori approfondimenti dello scavo, perché qui emerge l’acqua del lago, si tratterà soprattutto di Archeologia dell’Architettura e rilievi laser scanner, ossia analisi di ciò che è già fuori dalla terra, al pari di quanto stiamo già facendo per le Mura Ellenistiche.

Il Santuario di Asclepio. Foto di Veronica Castignani

Lo Scavo Archeologico sulla cima dell’Acropoli, invece, dovrebbe continuare alla ricerca della storia più antica della città di Enea.

 


L'antica Butrinto è un bene protetto dall'UNESCO e l'Italia ha da poco ratificato la Convenzione di Faro. A riguardo, qual è stato il rapporto tra gli studiosi, la ricerca e la comunità locale? Ritiene che in futuro le attività del Butrint Project possano costituire un'opportunità di sviluppo economico e professionistico per la comunità locale?

Il nostro approdo a Butrinto è avvenuto nel segno della condivisione con i colleghi albanesi, con il personale del Parco e con la comunità locale. Questo è certamente un segno distintivo rispetto ai lavori, pur meritori, della Missione Italiana degli anni Trenta.

Butrint Project
Porta del Leone. Foto di Federica Carbotti

Spero che sarà presto possibile tornare a visitare il Parco di Butrinto per apprezzare il Santuario di Asclepio, le Mura con la Porta Scea e la Porta del Leone, l’Acropoli ma anche la Torre Veneziana e il Castello di Alì Pascia, raggiungendolo oltre il canale di Vivari con la chiatta costruita con i resti della decoville di Ugolini. Ebbene tutti questi monumenti sono stati riportati in luce e dagli archeologi italiani nel secolo scorso. Questo significa che, qualora gli amici albanesi richiedano la nostra collaborazione, la loro conservazione è per noi un impegno che siamo moralmente chiamati a onorare, tanto più alla luce dell’esperienza che il nostro Paese ha maturato in questo campo.

Queste considerazioni hanno ispirato il progetto nel 2015, attraverso l’impiego di metodologie di documentazione e mappatura del degrado innovative, messe a punto dal medesimo team nell’ambito del Piano della Conoscenza di Pompei. Quest’archeologia, che cerca di andare in profondità senza scavare o almeno considerando i rischi della conservazione e del consumo del deposito archeologico, richiama lo spirito della Convenzione di Malta e rappresenta già un primo passo verso l’idea della Public Archaeology. Tale approccio ha consentito anche di attuare un percorso formativo e professionalizzante per alcuni studenti di archeologia dell’Università di Tirana residenti in zona. Non solo, è stato possibile anche coinvolgere alcuni membri del villaggio più vicino nei primi interventi di conservazione e valorizzazione, fornendo loro un’occasione di specializzazione, di guadagno e insieme di conoscenza del nostro lavoro.

Butrint Project
Butrint Project: foto della campagna 2018 di Enrico Giorgi

La condizione di Butrinto, però, è una condizione particolare, perché si tratta di un sito noto e già frequentato da centinaia di migliaia di turisti al quale non solo la comunità locale ma l’intero Paese è molto affezionato, in una regione che è tra le più attrattive. Esiste quindi già una sensibilità particolare e condivisa nei confronti dell’archeologia e del suo potenziale. Per un Paese che ha attraversato periodi di difficoltà e di isolamento, anche in tempi recenti, il ricordo di un passato nel quale alcune sue città erano al centro della storia è stato sempre molto attuale. Ci sarebbe molto da aggiungere, magari in altra occasione, sull’uso distorto della storia e dell’archeologia per alimentare la coesione delle comunità e, in tal senso, Butrinto è un caso emblematico per italiani e albanesi. Ma la percezione dell’importanza delle proprie radici storiche non è estranea a questi luoghi.

Butrint Project
Butrint Project: foto della campagna 2019 di Francesco Pizzimenti

Ma Butrinto è anche un Parco archeologico e naturalistico con i suoi confini. La loro tutela ha permesso di salvaguardare l’area dall’indiscriminata espansione edilizia che ha afflitto il resto della costa meridionale dell’Albania, ma ha anche necessariamente posto inevitabili limiti alla vita delle comunità. In questo senso molto c’è ancora da fare perché Butrinto, che è un patrimonio della Nazione e dell’Umanità, lo sia sempre più anche per le comunità locali, non solo per il suo valore in termini di economia del turismo.


Attilio Mussino Pinocchio

Attilio Mussino - “C’era una volta lo zio di Pinocchio…”

La riscoperta del dattiloscritto autobiografico di Attilio Mussino: “C’era una volta lo zio di Pinocchio…”

Attilio Mussino Pinocchio
Attilio Mussino, autoritratto, 1894. Museo Attilio Mussino - Vernante

16 luglio 1956. Un bel giorno d’estate, sul tavolo una penna, un dattiloscritto corretto pronto per inviare all’editore, un berretto rosso da pittore, alcune sigarette e tanti scarabocchi su dei fogli. Ma lui non c’è più, non è riuscito a concludere l’opera rimanevano alcune correzioni da fare e alcune illustrazioni. Solo così la sua memoria sarebbe rimasta.

Ormai da dieci anni Attilio Mussino viveva lì, a Vernante, dove finalmente aveva ritrovato la pace e la voglia di tornare a vedere il mondo con gli occhi dell’arte. È un artista che si sfiora con la mente tante volte, come un ricordo, a volte così evanescente che subito scompare. In fin dei conti egli è sì un artista, ma non delle grandi arti maggiori come pittura, scultura o architettura.

Egli si è formato su di esse ma non le ha inseguite, ha dipinto molto anche se è secondario a ciò che lui fu davvero: un illustratore. Egli fu il creatore dell’immagine più famosa che un monello burattino poteva avere, Pinocchio. Quell’immagine legnosa, di un legno solo buono da ardere, con il suo vestitino verde, il naso che si allunga e la capacità di mettersi sempre nei guai che da bambini tutti noi abbiamo letto. Ma cosa davvero sappiamo del suo illustratore, oltre al legame con Pinocchio?

Attilio Mussino, nel suo studio a Vernante, intento a disegnare e a mostrare il ritratto di Geppetto dell’edizione 1911 delle Avventure di Pinocchio. Foto di ignoto (1954). Collezione Pro Loco Vernante

Un quesito che lo stesso artista si era posto. Aveva 66 anni Mussino, quando arrivò a Vernante nel 1945, aveva vissuto attimi dolorosi segnati da una feroce guerra che gli aveva portato via tutto, la villetta sulla collina torinese comprata con l’eredità della nonna, l’unico figlio Giorgio e la moglie malata da tempo che lo abbandonò dopo i freddi inverni passati a Strevi. Era solo con la sua tragedia.

Tuttavia una luce apparve: Margherita, la fata non dai cappelli turchini ma di un bel rosso ramato, era ancora accanto lui, vernantina di nascita, lo aiutò e insieme si trasferirono a Vernante dove nell’ottobre del 1945 si sposarono. In quagli anni Mussino ritrova la pace, gli abitanti del paese lo vedono salire e scendere dalle montagne in cerca di nuovi scorci, di paesaggi, di ritratti della gente del posto che egli schizza, dipinge non volendo nulla in cambio.

È buono Attilio, pur avendo problemi economici a cui si unirono presto anche quelli di salute, tuttavia sorride ancora ai bambini che lo vengono a trovare una volta finita la scuola e si dimostrano attenti alle lezioni di disegno che egli offre. Ma c’è comunque un’inquietudine, una consapevolezza amara: egli è celato agli occhi del mondo, gli editori non lo considerano più, i nuovi illustratori si fingono ignari di quanto essi debbano a tale artista, e anche i bambini che passano sotto il suo balcone, con il Pinocchio di Collodi nelle cartelle, non sono consapevoli che il creatore di quelle smorfie, di quegli abbracci, di quelle risate di legno si trovi sopra le loro teste, tra i fiori di un balcone di montagna.

Attilio Mussino sente il peso di tutto questo e con lui anche lo stesso Pinocchio, non più come personaggio di un libro, ma come un cronista intento ad ascoltare le ultime parole di Mussino. Da quando lo aveva incontrato il burattino aveva vissuto con l’artista, si era fatto raccontare la sua storia: la sua infanzia, la formazione accademica e i maestri, gli amici che frequentavano il suo studio, i giornali per adulti e bambini per cui aveva lavorato, la guerra, gli affetti famigliari ed infine Vernante.

Attilio Mussino Pinocchio
Attilio Mussino insegna ai bambini di Vernante come disegnare un pupazzetto di Pinocchio. Foto di ignoto (1954), Museo Attilio Mussino - Vernante

Uno scambio di vite avveniva all’ultimo piano di Via Nizza, n 19 a Torino; Pinocchio raccontava le proprie “pinocchiate” e Attilio Mussino faceva lo stesso con quei momenti salienti del suo passato, rendendolo partecipe anche del suo presente. Il burattino racconta attraverso un microfono la vita passata e presente di Mussino; la riporta alla luce, la rende nota per chi non la conoscesse e la ripropone a coloro che invece l’hanno dimenticata. Essere ricordato tra gli adulti non gli importa, dopotutto non gli è mai appartenuto quel mondo, ma i bambini e i loro mondo sì. Egli vuole essere ricordato tra di loro, desidera ancora narrare per immagine le storie di qual mondo fatto di risate vere ed aspira ancora ad accompagnarli nella loro crescita; ma come fare tutto questo se non c’è più casa editrice che lo chiama a illustrare? La risposta è semplice, far raccontare la sua vita da un personaggio amico, Pinocchio: nasce così il Pinocchio al Microfono. 

Era il 1909 e Pinocchio, ormai stufo di venir ritratto dai diversi illustratori, è costretto dalla casa editrice Bemporad ad andare a Torino. Già Enrico Mazzanti e Carlo Chiostri avevano trasmesso con la loro arte le Avventure scritte da Collodi, tuttavia il commendator Bemporad voleva realizzare una terza grande edizione dell’opera e per farlo incaricò proprio Attilio Mussino di Torino.

Inizialmente diffidenti, illustratore e burattino divennero grandi compagni di avventure anche curiose. Pinocchio racconta la propria crescita e così fa Mussino toccando con flashback eventi della sua vita, figure che ha incontrato, momenti gioiosi ma anche drammatici in una Torino tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900.

Mussino si formò come pittore presso l’Accademia Albertina di Torino, avendo ricevuto fra gli altri l’insegnamento di Giacomo Grosso; tuttavia egli prediligeva scarabocchiare figure, maschere, omini sui libri. Iniziò proprio in questi anni a collaborare con le testate satiriche dell’epoca come “Il Fischietto”, “La Luna”, “Il Pasquino” e poi con “La Gazzetta del Popolo” offrendo la sua penna a caricature avvincenti delle diverse sfilate politiche e sociali che vi erano a Torino.

Attilio Mussino, la puntata I vecchi amici di Mamma e papà, Bilbobul, su “Corriere dei piccoli”. Museo Attilio Mussino - Vernante

Un tratto deciso, dai contorni definiti, neri che suscitano nella loro immediatezza il riso. Caratteri tipici della sua arte che si prestarono alle illustrazioni per l’infanzia. Personaggi inventati, bimbi monelli, animali parlanti diventano il repertorio delle storie che Mussino viene chiamato a rappresentare sulle pagine de “La Domenica dei Fanciulli” dal 1901 o sul “Corriere dei Piccoli” dal 1909, dando immagine a uno dei personaggi più famosi, il neretto Bilbobul. La collaborazione con le testate giornalistiche e con le grandi case editrici dell’epoca come Lattes e Paravia lo portano ed essere chiamato dalla Bemborad.

Attilio Mussino Pinocchio
Due pagine delle Avventure di Pinocchio illustrate da Attilio Mussino nell'edizione originale del 1911. Archivio privato

Dopo ben tre anni di lavoro, il 2 ottobre 1911 esce la terza grande edizione di lusso delle Avventure di Pinocchio di Carlo Collodi, portando Attilio Mussino a diventare il princeps dell’illustrazione italiana. Le sue illustrazioni, che sfruttano diverse tecniche, sono così teatrali e coloristiche da portare il lettore a compartecipare alla vicenda pinocchiesca, che abbandona la Toscana per un Piemonte borghese di inizio ‘900, rendendo l’opera di Mussino superiore a qualsiasi altra edizione. Egli entra nel libro, lo comprende, lo vive e ne da delle immagini immortali. Ad alcuni non piacque, come ai puristi fiorentini capeggiati dal giornale “La Voce” ma ormai Mussino era il più ricercato e il più desiderato.

Attilio Mussino, Cartolina (1918) per la Sezione Cartografica della Seconda armata. Museo Attilio Mussino - Vernante

Tuttavia, con lo scoppio della Prima guerra mondiale, tale successo inizia a crollare: egli è chiamato al fronte nel 1917 dove mette a disposizione la sua arte per la Sezione Cartografica della Seconda Armata realizzando cartoline e illustrazioni che incitavano i soldati alla vittoria e alla resistenza. Tornato dalle valli del Piave, da lui immortalate, riprende la sua attività ma l’avvento del fascismo è alla porte. Nel 1932 egli si iscrive al PNF e per permettere alla propria arte di sopravvivere è costretto a sottostare alla nuova poetica littoria, sia nello stile che si fa più enfatico e più statuario, sia nelle storielle infantili.

Attilio Mussino, disegni della Valle del Piave, 1915-18. Museo Attilio Mussino - Vernante

L’avvento di una nuova guerra spazza via tutto questo, Mussino abbandona Torino si rifugia nella campagna alessandrina con la moglie e la domestica. Qui giunge la notizia della morte del figlio Giorgio e neanche un mese dopo, nell’agosto del 1945 anche della moglie. Ormai è solo con il suo dolore e con i problemi economici: l’arte non paga più, la pensione di giornalista è insufficiente, la villetta di Torino è stata portata via dalle bombe. Ma non tutto è perduto: Margherita, la domestica non lo abbandona anzi lo porta a Vernante ed è proprio da quel luogo che il nostro racconto è partito; ed è da lì che Pinocchio ci ha raccontato tutto questo scritto in un dattiloscritto, lasciato incompiuto su una tavolo da cucina, che dopo anni è ritornato alla luce, il Pinocchio al Microfono. 

Attilio Mussino Pinocchio
Pagine 46 e 47 del dattiloscritto autobiografico del Pinocchio al Microfono di Attilio Mussino, con le correzioni di sua mano. Archivio privato

Finalmente si ha la possibilità di riscoprire la vita di un artista che non è solo l’illustratore di Pinocchio, ma un pittore, un giornalista, uno scrittore: una figura poliedrica la cui memoria può ora essere trasmessa dalle sue stesse parole. Il recupero del dattiloscritto, eseguito per la tesi triennale in Beni Culturali della scrivente, è stato condotto con la trascrizione, eseguita secondo caratteri conservativi, del testo a cui si è poi provveduto a predisporre un apparato di note di commento che ha permesso di verificare e approfondire le affermazioni che Mussino dichiara. Attraverso una ricerca bibliografica e archivistica importante, i diversi aspetti del testo originario e della vita di Mussino sono stati ripresi e riportati alla luce nella speranza di aver un nuovo peso ad uno degli illustratori molto spesso rilegati ad un ambito puramente infantile e illustrativo soggetto ancora oggi ad una considerazione marginale.

 

Tutte le foto sono scattate da Gabriella Vitali


scritte truppe inglesi Salerno

Le tracce della storia: recuperate scritte parietali eseguite dalle truppe inglesi al Liceo "T. Tasso" di Salerno

Il Liceo Classico "T. Tasso", fondato nel 1811 da Gioacchino Murat nel soppresso Monastero della Maddalena, è il primo istituto laico di Salerno (e uno dei più antichi d'Italia). La sede di piazza San Francesco, nel rione Carmine - in pieno centro storico - è uno degli edifici sorti in epoca fascista (più precisamente nel 1925).

Il Liceo Classico "T. Tasso" di Salerno

Durante i lavori di ripristino delle facciate interne sono state recuperate alcune scritte parietali su intonaco, presenti sui prospetti interni del cortile, eseguite dalle truppe inglesi.
Si tratta di una straordinaria testimonianza dello sbarco degli Alleati a Salerno (la cosiddetta "operazione Avalanche"). Il 9 settembre 1943, nel corso della campagna d'Italia della seconda guerra mondiale, le truppe inglesi raggiunsero le coste del golfo della città, vista come trampolino di lancio per la conquista di Napoli e del suo porto.

Le scritte sono state restaurate sotto l'Alta Sorveglianza della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Salerno e Avellino (diretta dall'arch. Francesca Casule) a cura della Pieffe Restauri di Flora Pellegrino, con la direzione della dott.ssa Rosa Carafa, Capo Area del settore Storico Artistico della Soprintendenza.

L’intervento sulle facciate dell'Istituto, la cui spesa complessiva ammonta a € 300.000,00 è stato reso possibile grazie alla messa a disposizione da parte della Regione Campania delle economie dei mutui "Cassa Depositi e Prestiti" alla Provincia di Salerno.

I lavori, iniziati nel luglio dello scorso anno, erano stati sospesi a causa dell'Emergenza sanitaria Covid-19; sono ripresi regolarmente alla riapertura dei cantieri e volgono al termine, con previsione della fine dei lavori per il prossimo mese di settembre.

Il Direttore dei lavori è l'arch. Enrico Vallone dipendente del Settore Edilizia scolastica della Provincia di Salerno. L'impresa appaltatrice dei lavori è Riccio Costruzioni soc. coop. Quarto (NA).

scritte truppe inglesi Salerno
Da sinistra: un rappresentante della impresa appaltatrice dei lavori, la dott.ssa Flora Pellegrino (restauratrice) e la dott.ssa Rosa Carafa, Capo Area del settore Storico Artistico della Soprintendenza. Sullo sfondo, una delle scritte parietali lasciate dalle truppe inglesi a Salerno presso il Liceo Classico "T. Tasso"

 

Foto dall'Ufficio Stampa della Soprintendenza  ABAP di Salerno e Avellino sulle scritte parietali lasciate a Salerno dalle truppe inglesi presso il Liceo Classico "T. Tasso"


Enea Giorgio Caproni

Il nostro Enea

Scintillano talvolta nel grigiore delle esistenze anonime di tutti noi degli eccezionali bagliori, degli incontri imprevisti che di lì in poi illuminano di senso il nostro andare. Esperienze tali accadono forse solo a chi possiede un animo predisposto all’ascolto, ma sono talmente pervasive e significanti da arrivare a riguardare l’intera comunità. Attorno a un momento così toccante ruotano i testi (poesie e prose) di Giorgio Caproni contenuti nel volume recentemente edito da Garzanti, Il mio Enea, a cura di Filomena Giannotti.

Enea Giorgio Caproni
Il barchile di Enea, opera di Taddeo Carlone (1578), in Piazza Bandiera a Genova: il monumento colpì profondamente Giorgio Caproni. Foto di Elena Torre

In una delle piazze più bombardate d’Italia, Piazza Bandiera, a Genova, si erge un monumento a Enea, ritratto nel momento iconico e patetico della fuga con il padre e il figlioletto. La casualità dell’accostamento tra il profugus scampato dall’incendio di Troia e quel luogo simbolo di distruzione colpisce profondamente Giorgio Caproni, che senza indugio alcuno vi legge la rappresentazione dell’uomo della sua generazione, solo mentre cerca di sorreggere una tradizione in rovina e di portare in salvo un futuro ancora incerto, che non sa stare in piedi. «È per me quanto di più commovente io abbia visto sulla terra», annota emozionato il poeta.

Alessandro Fo, nell’accorata prefazione del volume, non esita a definire una tale visione come un’epifania, una rivelazione poetica. E infatti tra il 1954 e il 1955 tale riflessione confluisce nei Versi tratti dal poemetto Passaggio d’Enea: «Enea che in spalla / un passato che crolla tenta invano / di porre in salvo, e al rullo d’un tamburo / ch’è uno schianto di mura, per la mano / ha ancora così gracile un futuro / da non reggersi ritto».

Emerge chiara nel componimento la vocazione narrativa dell’autore, il cui intento è quello di porgere al lettore una verità autentica, per quanto amara. L’esule fugge da una terra infestata dalla morte e cerca scampo nel mare, ma improvvisa arriva la sensazione che quella solitudine sarà il dolore con cui sarà costretto a fare i conti negli anni bui che verranno, in cui non basterà una bussola per orientarsi nell’oscurità; allo stesso modo, la luce non sarà certo un risveglio, ma indicherà forse un altro suolo che potrà calpestare chi non sa piegare il suo cuore: «Nell’avvampo / funebre d’una fuga su una rena / che scotta ancora di sangue, che scampo / può mai esserti il mare (la falena / verde dei fari bianchi) se con lui / senti di soprassalto che nel punto, / d’estrema solitudine, sei giunto / più esatto e incerto dei nostri anni bui?».

La persistenza del mito nel sogno letterario di Caproni è strettamente legata all’incertezza di colui che deve attraversare la notte: il suo epos è dunque quello modernissimo di chi tenta di districarsi tra le miserie cui condanna la Storia e la tensione innata verso il proprio tempo di pace. Incontrare Enea, salvo nonostante i bombardamenti, significa conoscersi e riconoscersi attraverso la memoria privata e collettiva dell’esperienza del dolore.

Sottolinea la curatrice del volume, Filomena Giannotti, che in Caproni gli echi classici appaiono privi di qualsiasi compiacimento erudito, e che anzi vengono traslati in una dimensione familiare. La frequentazione con quelle suggestioni antiche, meditata a fondo e più volte ripresa nell’arco di un’intera esistenza attraverso appunti e interviste, lo porta infine a compiere un ulteriore scarto nell’esplicitazione dell’identità non solo tra Enea e sé, ma anche tra Enea e noi tutti. Riflette infatti l’autore nel 1959, rimaneggiando un suo scritto risalente a dieci anni prima, in cui i verbi erano al singolare: «Ci troviamo veramente soli sopra la terra, con sulle spalle una tradizione che tentiamo di sostenere mentre questa non ci sostiene più, e per la mano una speranza ancor troppo gracile per potercisi appoggiare, e che pur dobbiamo portare a compimento».

Gian Lorenzo Bernini, Enea, Anchise e Ascanio, marmo (1618-19), Galleria Borghese, Roma. Foto di Architas, CC BY-SA 4.0

Il suo – il nostro – Enea è lontanissimo dalla retorica dei ricordi scolastici e da quella delle celebrazioni imperialistiche del fascismo; il personaggio, ormai non più solo virgiliano ma a pieno titolo caproniano, si configura piuttosto come il simbolo di colui che, esule, solo e dunque anti-eroe, deve farsi largo tra le macerie. Maurizio Bettini, nella postfazione, oltre a offrire ai lettori un avvincente caleidoscopio di riletture del mito di Enea più o meno coeve rispetto a quella di Caproni, evidenzia i tratti che rendono il poema di Virgilio perfettamente adeguato a raccontare il mondo in frantumi del dopoguerra: la pietà per i vinti, il disagio dei vincitori, l’orrore di fronte alla morte dei giovani.

Se è vero che per definizione i classici non esauriscono mai il loro portato di autenticità, questo appare con un’evidenza tanto più limpida in momenti storici cruciali, in cui un senso diffuso di smarrimento ci porta a ritornare alle parole degli antichi, per scovarne sotto le ceneri le scintille di una bellezza e di una verità che ardono ancora. Anche così, in questo tempo di solitudine e inesorabile disorientamento, Enea «meno eroe che uomo» ci esorta a un’assunzione di responsabilità, a un ripensamento radicale del futuro, nella necessità desolata e senza alternative di essere guida, di farsi carico di un passaggio senza la garanzia di un approdo. Accettare questa incertezza è improrogabile e altissimo compito della letteratura, da Virgilio a noi.

Giorgio Caproni il mio Enea
Giorgio Caproni, Il mio Enea, a cura di Filomena Giannotti, con prefazione di Alessandro Fo e postfazione di Maurizio Bettini, pubblicato da Garzanti
Enea Giorgio Caproni
Il barchile di Enea, opera di Taddeo Carlone (1578), in Piazza Bandiera a Genova. Foto di Elena Torre

The Shadow King Maaza Mengiste

The Shadow King di Maaza Mengiste: fascisti in Etiopia, donne coraggiose e un re fantoccio

Si è tornato a parlare di Etiopia, Eritrea e invasione italiana abbastanza di recente, quando nel marzo del 2019 un gruppo di femministe imbrattò di pittura rosa la statua di Indro Montanelli, possessore di una madama, ovvero una bambina-moglie dodicenne, quando fu soldato in Eritrea.  Si è tornato, dunque, a parlare di madamato, di questa istituzione barbara e tutta italiana – dismessa dopo il ’36, quando a Mussolini non sembrò più gradevole che gli italiani si mischiassero con le africane. Esso prevedeva come premio di guerra che i soldati italiani ricessero anche una mini-sposa bambina di cui disporre a proprio piacimento. Gli “animalini docili” di cui parlava Montanelli.

Indro Montanelli nel 1936, anno in cui contrasse il madamato con Fatima. Foto di ignoto [FondazioneMontanelli], in pubblico dominio
Il libro di cui voglio parlare oggi non parla di madamato (anche se una “madama” adulta ad un certo punto c’è), cui ad esempio accenna il romanzo del 2017 di Francesca Melandri, Sangue giusto. L’assenza del madamato, qui, si deve principalmente al fatto che il libro sia ambientato durante guerra in Etiopia (1935-6), alle soglie della soppressione di questa pratica. Questo ricco romanzo, comunque, si colloca bene nella generale necessità di attenzione alla storia di queste guerre, esperimenti coloniali italiani in Nord Africa, spesso surclassati nei libri di storia dagli eventi delle due guerre mondiali.

Il titolo è The Shadow King e si tratta del recentissimo della penna dell’autrice etiope-americana Maaza Mengiste, già famosa in Italia per il suo precedente romanzo Lo sguardo del leone (Beneath the Lion’s Gaze, 2009). Non mi risulta che sia al momento in cantiere una traduzione italiana, ma i diritti del romanzo sono già stati acquistati per la realizzazione di un film.

Ciò che rende The Shadow King particolarmente interessante è la prospettiva interamente femminile: partendo dai racconti sulla resistenza di sua nonna, Maaza Mengiste ci regala il racconto di una parte di storia che non ci viene mai narrata, quella in cui le donne svolgono un ruolo attivo. Le vicende sono quelle di Hirut e Aster (serva e padrona) che, nonostante l’iniziale riluttanza e il continuo scetticismo da parte degli uomini, guidano una rivolta contro l’esercito di fascisti, capitanato dal terribile Carlo Fucelli. Le vicende si intrecciano con quelle del soldato Ettore Navarra, il fotografo dell’esercito, un ebreo. La trama, di per sé, è semplice, l’elemento che la rende originale e innovativa e trasforma il romanzo in qualcosa di più che una semplice narrazione di fatti storici, è l’espediente – come da titolo – dello shadow king, il re-ombra: quando l’imperatore Hailé Selassié fugge, per intimidire i fascisti, l’esercito etiope decide di addestrare un sosia e trasformarlo in fantoccio contro i nemici; Hirut e Aster ne saranno le guardie.

Una trama molto sottile, dunque, che però non sminuisce la forza del romanzo. Maaza Mengiste è una narratrice brillante: scrive benissimo, in un inglese limpido e ricco, e sa costruire l’architettura del suo romanzo con raffinata inventiva, ma soprattutto con sapienza. Non c’è solo il racconto, infatti. Abbiamo un antefatto, un epilogo, vari interludi dedicati all’imperatore, momenti corali reminiscenti della tragedia antica – in cui si racconta il passato e si giudicano gli avvenimenti appena narrati –, e, infine, delle descrizioni di fotografie, delle istantanee su momenti caldi del racconto, forse i lavori di Ettore Navarra. Le descrizioni dei non pochi momenti violenti (stupri, esecuzioni) sono estremamente lunghe, vivide e dettagliate, al tal punto da urtare, ferire, violare chi legge.

Un altro grande merito del libro è che, nel richiamare l’attenzione su un segmento importante e talvolta dimenticato della storia del '900, non costruisce una narrazione totalmente univoca. Se da un lato, finalmente, possiamo sentire la voce degli Etiopi e non solo quella dei dominatori italiani, dall’altro si apprezza che i personaggi di Maaza Mengiste non siano mai monocordi, buoni e cattivi. Ettore Navarra è, sì, un conquistatore, ma anche un uomo dilaniato da un personale conflitto e dal terrore di non rivedere mai più la sua famiglia; gli uomini etiopi non sono tutti degli ottimi mariti e difensori della patria. Kidane, il marito di Aster, per quanto sia il carismatico leader della rivolta, è un uomo violento, prevaricatore, e abusa a più riprese di Hirut, la cui rabbia dà forza all’intera storia e la sorregge.

The Shadow King Maaza Mengiste
Maaza Mengiste a BookExpo, New York City (30 maggio 2019), con le copie di The Shadow King. Foto di Ryan McGrady, CC BY-SA 4.0

Ancora un punto di forza del romanzo è nel ritratto nuovo degli etiopi che ci regala. Pensiamo, ad esempio, ad altra illustre letteratura ambientata durante la stessa guerra e dominazione, ed in particolare al sublime romanzo di Ennio Flaiano, Tempo di uccidere (vincitore della prima edizione del Premio Strega nel 1947), in cui la prospettiva italiana dell’invasore riduce la popolazione nativa ad un branco di esseri bestiali, nei cui occhi si possono leggere i duemila anni del tempo che si è fermato. Gli etiopi di The Shadow King sono invece uomini moderni, certamente tradizionalisti, ma calati nel loro tempo, non arrendevoli, non marchiati dalla percezione di sé come sconfitti.

La bellezza della scrittura certamente ci consente di perdonare qualche piccola imprecisione linguistica (“il cuoco” usato al posto de “la cuoca” per tradurre un “cook” donna, o “vatene” invece di “vattene”), e l’anacronismo sulle persecuzioni razziali (si menziona l’espulsione dei professori ebrei dalle università, che però avvenne nel 1938 e non nel 1936). Ma si tratta di errori veniali, e il secondo è sicuramente funzionale alla trama, poiché di sicuro nel ’36 la paura della segregazione razziale era già ben concreta, e l’espediente giustifica perfettamente il carteggio fra Ettore e suo padre, che sarà presto vittima delle persecuzioni.

Non ci resta che augurarci, dunque, che una traduzione italiana sia annunciata al più presto, e che The Shadow King raggiunga lo stesso successo del romanzo che l’ha preceduto, Lo sguardo del leone, gettando luce su un pezzo di storia italiana che sarà bene tornare a studiare con grande attenzione.

The Shadow King Maaza Mengiste
La copertina del romanzo The Shadow King di Maaza Mengite, nell'edizione Canongate. La prima edizione è uscita per Norton Books. Il romanzo è stato finalista del Los Angeles Times Book Prize 2019 nella sezione Fiction