Quando gli elefanti popolavano il Nord Europa

Quando gli elefanti popolavano il Nord Europa 

Il Dipartimento di Scienze dell’antichità della Sapienza ha partecipato al ritrovamento di uno scheletro quasi completo di elefante preistorico, insieme a strumenti d’osso, schegge di pietra e a numerose impronte nel terreno. I resti, rinvenuti nel sito archeologico di Schöningen in Germania, risalgono a 300.000 anni fa e forniscono un nuovo scenario per il nord Europa del tempo

Schöningen, in Germania, è senz’ombra di dubbio uno dei siti dell’età della pietra più importanti al mondo. In passato ha già fornito importanti informazioni sulla flora, la fauna e sulle specie umane e animali che popolavano la Terra 300.000 anni fa, durante il Pleistocene.

Oggi, una nuova importante scoperta in questo sito permette di ricostruire lo scenario, piuttosto inaspettato, del nord Europa del tempo: un team di ricercatori, guidato dall’italiano Jordi Serangeli e da Nicholas Conard, dell’Università di Tübingen e del Dipartimento di Scienze dell’antichità della Sapienza, ha ritrovato uno scheletro quasi intero di elefante insieme a resti di strumenti litici utilizzati probabilmente per cibarsene, e, a pochi metri di distanza, delle impronte di un piccolo gruppo di elefanti.

elefante Schöningen Nord Europa elefanti
Raffigurazione artistica di caccia all'elefante a Schöningen. Immagine ©CLARYS20

Lo studio, pubblicato sulla rivista tedesca Archäologie in Deutschland, conferma come quelle terre, nonostante il clima piuttosto simile a quello attuale, fossero abitate al tempo da molti animali selvatici che oggi considereremmo in gran parte esotici, quali cavalli, leoni, tigri dai denti a sciabola e persino grossi elefanti. Infatti, sebbene il sito si trovi nell’Europa centro-settentrionale, i ricercatori hanno escluso che si trattasse di un mammut, ma bensì di un Palaeoloxodon antiquus, un tipo di elefante con le zanne dritte, identificato anche in molti siti in Italia, confermando che la specie non fosse diffusa solo in ambienti caldi, ma anche molto più a nord.

L’elefante rinvenuto a Schöningen morì 300.000 anni fa, probabilmente per cause naturali, sulla sponda di un antico lago che occupava la zona durante il Pleistocene. Le analisi archeozoologiche hanno confermato che si tratta dello scheletro di un elefante anziano, forse di una femmina, alto più di 3 metri e pesante quasi sette tonnellate, con zanne lunghe oltre due metri. L’esemplare antico era più grande di un elefante africano dei nostri giorni.

Flavio Altamura e Jordi Serangeli in una foto di Karl-Heinz Dube

Il fatto che questi animali popolassero l’area, è stato confermato anche dalle decine di impronte fossili ritrovate a circa 100 metri dallo scheletro. “Un branco di elefanti giovani e adulti, deve essere passato di qui - spiega Flavio Altamura della Sapienza, responsabile dell’analisi e dell’interpretazione delle tracce - i pesanti animali camminavano lungo la riva dell’antico lago e le loro zampe sono affondate nel fango e nella torba, lasciando delle depressioni circolari con un diametro massimo di 60 cm. Grazie all’eccezionale stato di conservazione del materiale organico nel sito di Schöningen, abbiamo addirittura rinvenuto nelle impronte alcuni frammenti di legno schiacciati dal peso degli elefanti”.

Immagine 3D di Ivo Verheijen

Lo scheletro dell’elefante, trovato nell’antico lago, era conservato in maniera straordinaria, permettendo agli archeologi di identificare chiaramente entrambe le zanne, la mandibola completa, le vertebre, le costole, tre degli arti e addirittura tutte e cinque le ossa che sorreggono la lingua (le ossa ioidi).

elefante Schöningen Nord Europa elefanti
Elefante Foto di Jans Lehmann

I segni conservati nelle ossa dell’elefante hanno permesso di capire che vari animali carnivori si cibarono della carcassa e che anche l’Homo heidelbergensis, nostro antenato, ne approfittò: 30 schegge di selce e due ossa, di cui una sicuramente di cervo, sono state rinvenute intorno allo scheletro e alcune tra le ossa dell’elefante. I cacciatori del Paleolitico sono intervenuti sulla carcassa, usando le schegge per tagliare carne, grasso e tendini, e probabilmente hanno utilizzato altri strumenti ossei per riaffilare gli strumenti litici.

Il lavoratore specializzato Martin Kursch libera dal sedimento un piede di elefante. Foto di Jordi Serangeli

Lo studio è un importante tassello nella ricostruzione del paesaggio di questa area geografica durante la Preistoria, ma anche delle abitudini dei gruppi umani e animali che la abitavano.

elefante Schöningen Nord Europa elefanti
Elefant 2020. Immagine 3D di Ivo Verheijen

Riferimenti:

Jordi Serangeli, Ivo Verheijen, Bárbara Rodríguez Álvarez, Flavio Altamura, Jens Lehmann and Nicholas J. Conard. Elefanten in Schöningen - Archäologie in Deutschland 2020 / 3, pp. 8-13.

 

Video YouTube pubblicati dal Research Centre Schöningen, Testo e foto sull'elefante di Schöningen dal Settore Ufficio stampa e comunicazione Sapienza Università di Roma


balena di Matera Balaenoptera cf. musculus di Matera

Scoperta a Matera la più grande balena fossile del mondo

Scoperta a Matera la più grande balena fossile del mondo

Nello studio coordinato da Unipi nuovi importanti dati sul gigantismo estremo dei mammiferi marini

 

Lo scheletro fossile di un’enorme balena scoperto nel 2006 nel Comune di Matera, sulle rive del lago artificiale di San Giuliano, torna ora al centro dell’attenzione grazie a uno studio appena pubblicato sulla rivista internazionale Biology Letters, edita dalla prestigiosa Royal Society di Londra. La ricerca ha coinvolto i paleontologi Giovanni Bianucci, Alberto Collareta, Walter Landini, Caterina Morigi e Angelo Varola del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Pisa, Agata Di Stefano del Dipartimento di Scienze Biologiche Geologiche e Ambientali dell’Università di Catania e Felix Marx del Directorate Earth and History of Life, Royal Belgium Institute of Natural Sciences di Bruxelles.

balena di Matera Balaenoptera cf. musculus di Matera
Scavo dello scheletro fossile di Balaenoptera cf. musculus sulle rive del lago di San Giuliano, Matera (foto G. Bianucci).

“I caratteri morfologici del cranio e della bulla timpanica, che è una parte dell'orecchio interno che serve ad amplificare i suoni – afferma Giovanni Bianucci che ha preso parte allo scavo e ha coordinato lo studio del reperto - rivelano le forti affinità tra la balena di Matera e l’attuale balenottera azzurra (Balaenoptera musculus), confermate anche dalla stima della lunghezza massima dell’animale che superava i 26 metri. Si tratta del più grande fossile di balena mai descritto e, forse, della più grande balena che abbia mai solcato le acque del Mar Mediterraneo. Questo dato è importante non solo perché ci permette di inserire questo fossile nei Guinness dei primati, ma anche, e soprattutto, perché l’aumento estremo delle dimensioni è uno degli aspetti più interessanti dell’evoluzione”.

Confronto tra la bulla timpanica della balenottera azzurra attuale e della balena fossile di Matera con in evidenza i caratteri simili (foto e composizione di F. Marx e G. Bianucci).

Il gigantismo è, infatti, un fenomeno che è comparso e si è affermato, in maniera indipendente e in tempi diversi, in molte linee evolutive di vertebrati. Al di là di un generico vantaggio che le grandi dimensioni potrebbero aver dato ad una specie nella competizione con quelle di taglia più piccola, molti aspetti del fenomeno restano oscuri. In particolare, negli ultimi anni l’attenzione dei ricercatori si è focalizzata sul gigantismo estremo evoluto dai misticeti, quei cetacei che nel corso della loro evoluzione hanno sostituito i denti con i fanoni per filtrare dalla massa d’acqua i piccoli organismi di cui si nutrono.

Cranio in veduta dorsale della Balaenoptera cf. musculus di Matera con in evidenza le parti conservate (foto del cranio di Akhet s.r.l.; disegno e composizione di G. Bianucci e F. Marx).

Questi mammiferi marini, comunemente noti come balene, hanno il proprio rappresentante più spettacolare proprio nella balenottera azzurra, che può superare i 30 metri di lunghezza e le 180 tonnellate di peso, attestandosi dunque come il più grande animale, in termini di massa, mai comparso sulla Terra. Tra le possibili cause del gigantismo dei misticeti ipotizzate da studi recenti va ricordata la pressione selettiva esercitata dai grandi predatori marini del passato, come Livyatan melvillei (un parente del capodoglio trovato fossile in Perù) e lo squalo gigante Carcharocles megalodon, che avrebbe avvantaggiato le balene più grandi e quindi meno vulnerabili agli attacchi. Anche il progressivo raffreddamento del pianeta potrebbe aver favorito l’enorme aumento della taglia delle balene. In particolare, la messa in posto delle calotte glaciali contribuì alla ridistribuzione di cibo nei mari concentrandolo soprattutto in quelli polari. Molte balene si spostarono a loro volta in queste aree fredde per nutrirsi, dovendo tuttavia compiere lunghi viaggi stagionali per tornare a riprodursi nelle acque calde tropicali. In questo caso la pressione selettiva avrebbe favorito le balene più grandi perché in grado di immagazzinare una quantità maggiore di risorse energetiche per affrontare le lunghe migrazioni.

balena di Matera Balaenoptera cf. musculus di Matera
Ricostruzione artistica di Balaenoptera cf. musculus di Matera (disegno di Alberto Gennari).

“Poiché tutte le balene fossili sono molto più piccole delle enormi balenottere attuali – spiega Alberto Collareta - fino ad oggi i modelli macroevolutivi hanno sostenuto che il gigantismo dei misticeti fosse un fenomeno molto recente, originatosi durante il periodo Quaternario, coincidente con gli ultimi due milioni e mezzo di anni. Questa idea ha trovato supporto in studi recenti che, attraverso modelli macroevolutivi, sostengono che l’estremo gigantismo dei misticeti sia un fenomeno limitato agli ultimi 2-3 milioni di anni. Un punto debole di queste ricerche consiste però nel fatto che i resti fossili di misticeti risalenti agli ultimi milioni di anni sono molto scarsi e pertanto l’ipotesi della recente accelerazione nell’aumento della taglia si basa prevalentemente sulle dimensioni gigantesche delle balene attuali”.

Evoluzione della taglia dei misticeti nel tempo geologico. In evidenza la balena di Matera e tre misticeti fossili del Perù utilizzati per ridefinire il trend evolutivo (grafico modificato da Graham J. Slater e colleghi; disegno di B. musculus di Carl Buell).

Lo studio della balena di Matera porta un contributo fondamentale per chiarire gli aspetti ancora oscuri di questi importanti processi evolutivi. Le analisi dei microfossili associati alla balena, condotte da Agata di Stefano e Caterina Morigi, hanno infatti fornito una datazione compresa tra 1,49 e 1,25 milioni di anni fa, all'interno di un intervallo temporale (il Pleistocene inferiore) relativamente vicino al presente, in cui il record fossile dei cetacei è quasi inesistente o quanto meno non accessibile poiché le rocce che ne potrebbero contenere i resti fossili si trovano in gran parte ancora nei fondali marini.

“Inserendo i dati ottenuti dallo studio preliminare della balena di Matera e di altri reperti recentemente rinvenuti in Perù nei modelli macroevolutivi più largamente accettati – afferma Felix Marx - si è scoperto che l’estremo gigantismo dei misticeti è un fenomeno più antico di quanto si pensasse e che l’aumento delle dimensioni è stato probabilmente più graduale di quanto prima teorizzato”.

“Considerato il profondo impatto che i misticeti hanno avuto sull’evoluzione degli ecosistemi marini a scala globale, nonché la loro fondamentale influenza nel foggiare la struttura ecologica degli oceani moderni – conclude Giovanni Bianucci - conoscere in dettaglio questi processi evolutivi è di fondamentale importanza per decifrare le dinamiche evolutive dell'ambiente marino e i delicati equilibri delle comunità biologiche dell'oceano globale e quindi anche per capire quali potrebbero essere gli effetti dovuti alla scomparsa di questi giganti del mare. Non dobbiamo, infatti, dimenticare che la balenottera azzurra, dopo essere riuscita a sopravvivere con successo per oltre un milione di anni, è stata portata sull’orlo dell’estinzione da soli cento anni di caccia spietata da parte dei balenieri e ancora non sappiamo come la sua definitiva scomparsa potrebbe cambiare il delicato equilibrio naturale di cui fa parte”.

 

Testo e immagini dell'Università di Pisa


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Nei denti dei mammiferi pleistocenici le tracce del clima del passato

Nei denti dei mammiferi pleistocenici le tracce del clima del passato: le abitudini alimentari rivelano l’aumento della stagionalità dopo la glaciazione di 900.000 anni fa

Un team internazionale, coordinato dall'Institut Català de Paleontologia Miquel Crusafont (ICP), dal Dipartimento di Scienze della Terra della Sapienza e dall’Università di Saragozza, ha ricostruito le abitudini alimentari dei mammiferi pleistocenici mediante l’analisi di denti fossili. I risultati dello studio forniscono nuove informazioni sulle conseguenze dei grandi cambiamenti climatici. La ricerca è pubblicata sulla rivista Quaternary Science Reviews

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Ricostruzione di Dama vallonnetensis, una delle specie fossili provenienti dal sito di Vallparadís le cui abitudini alimentari sono state studiate dai ricercatori. Illustrazione realizzata da Flavia Strani basata sul materiale conservato presso l'Institut Català de Paleontologia Miquel Crusafont

Le stagioni come le intendiamo noi oggi non sono sempre esistite. A svelarlo è un nuovo studio paleoambientale che, attraverso l’analisi di denti fossili, ha ricostruito le abitudini alimentari di diversi gruppi di erbivori vissuti nel Pleistocene, periodo durante il quale si è registrato un incremento del fenomeno della stagionalità climatica in seguito a una lunga glaciazione avvenuta circa 900.000 anni fa.

La ricerca, frutto di una collaborazione tra il laboratorio PaleoFactory del Dipartimento di Scienze della Terra e il Polo Museale Sapienza, l'Institut Català de Paleontologia Miquel Crusafont (ICP) e l'Università di Saragozza, ha fornito nuove informazioni sulle conseguenze dei grandi cambiamenti climatici sugli ecosistemi terrestri del continente europeo durante il Quaternario, il periodo più recente della storia geologica della Terra. I risultati sono pubblicati sulla rivista Quaternary Science Reviews.

Gli studiosi hanno analizzato denti fossili di diversi gruppi di ungulati erbivori (per esempio cervidi, bovidi, equidi), ricostruendo in dettaglio le loro abitudini alimentari, gli habitat in cui essi vivevano e le trasformazioni ambientali avvenute nel Pleistocene. Più in particolare i fossili, provenienti da diversi livelli fossiliferi del sito di Vallparadís Estació (Terrassa), sono riferibili a un intervallo cronologico compreso tra 1 milione e 600.000 anni fa.

Superficie dei denti fossili di un cervide (Dama vallonnetensis; a sinistra) e di un equide fossile (Equus altidens; a destra) con visibili le microtracce lasciate sullo smalto dal cibo ingerito. Barra di riferimento = 500 µm.

“Dai dati ottenuti si osserva una presenza consistente di ambienti aperti e relativamente aridi intorno a 1 milione di anni fa – spiega Flavia Strani, ricercatrice Sapienza e primo nome dello studio – e di habitat più umidi circa 860.000 anni fa. L'esame delle tracce microscopiche lasciate sulla superficie dei denti durante la masticazione (pattern di microusura dentaria) ha rivelato inoltre un alto numero di individui con pattern riconducibili a una dieta mista di tipo stagionale subito dopo la conclusione dell'intenso periodo glaciale che ha interessato il globo 900.000 anni fa”.

In questo scenario gli ungulati erbivori si sarebbero adattati variando le loro abitudini alimentari in modo da sopravvivere nei periodi avversi, consumando anche piante non ottimali per la loro dieta abituale.

La ricerca ha messo in evidenza un drastico aumento della stagionalità, possibile effetto di questa lunga glaciazione che potrebbe aver avuto un'importante influenza sugli ecosistemi della regione Mediterranea, portando a periodici cambiamenti della qualità delle risorse vegetali presenti in particolare nella regione della Catalogna.

“I risultati – afferma Raffaele Sardella, coordinatore italiano dello studio – confermano quanto sia importante esaminare il record fossile se si vuole comprendere come le attuali e future variazioni del clima potrebbero influenzare gli habitat e le faune presenti oggi nell'area Mediterranea”.

 

Riferimenti:

The effects of the “0.9 Ma event” on the Mediterranean ecosystems during the Early-Middle Pleistocene Transition as revealed by dental wear patterns of fossil ungulates – Strani, F., DeMiguel, D., Alba, D. M., Moyà-Solà, S., Bellucci, L., Sardella, R., Madurell-Malapeira, J. - Quaternary Science Reviews 2019 210, 80–89.DOI: https://doi.org/10.1016/j.quascirev.2019.02.027

 

Testo e immagini da Ufficio stampa e comunicazione SAPIENZA Università di Roma


I "vicini" di Lucy: revisione e cronologia

6 Giugno 2016
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Lucy non era sola, nel Medio Pliocene. Negli ultimi decenni, ritrovamenti di fossili hanno dimostrato che diverse specie di ominidi coesistettero, tra 3,8 e 3,3 milioni di anni fa.

Un nuovo studio, pubblicato su PNAS, ha ricostruito la cronologia dei suddetti fossili, con la loro sovrapposizione nello spazio e nel tempo.

L'Australopithecus afarensis (che visse tra i 3,8 e i 2,9 milioni di anni fa) non fu dunque l'unico potenziale antenato dei moderni umani, nella regione di Afar in Etiopia. Piuttosto, la domanda da porsi per gli autori sarebbe: come si relazionarono queste specie di ominidi? Come sfruttarono le risorse disponibili?

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Le dimensioni dei denti umani dettate da una semplice regola

24 Febbraio 2016

Calco del cranio di Lucy, Australopithecus afarensis, dall'Etiopia. Credit: David Hocking
Calco del cranio di Lucy, Australopithecus afarensis, dall'Etiopia. Credit: David Hocking

La variazione nella dimensione dei molari negli umani e negli ominidi ha influenzato in maniera rilevante la nostra visione dell'evoluzione. La riduzione della dimensione del terzo molare è stata in particolare notata da oltre un secolo, ed è stata relazionata a cambiamenti nella dieta o all'acquisizione del cucinare.
Una nuova ricerca, pubblicata su Nature, dimostrerebbe ora che l'evoluzione dei denti umani sarebbe molto più semplice di quanto ritenuto, e che è possibile predire i denti mancanti dai fossili umani e di altri ominidi estinti.
Il dott. Alistair Evans, della Monash University, esamina calchi di crani di ominidi. Credit: David Hocking
Il dott. Alistair Evans, della Monash University, esamina calchi di crani di ominidi. Credit: David Hocking

La ricerca confermerebbe che i molari e i denti del giudizio seguono le regole predette dalla cosiddetta cascata inibitoria, per la quale la dimensione di un dente influenza anche quella del dente vicino. Alle volte si ritrovano solo pochi denti in un fossile: è il caso dell'Ardipithecus, per il quale è ora possibile predire la dimensione del secondo molare, mai ritrovato. Questa scoperta implica anche che l'evoluzione umana sarebbe stata molto più semplice e limitata di quanto ritenuto finora.
Nello studio si è poi applicata la scoperta ad appartenenti al genere Homo e ad australopitechi, inclusa Lucy, il più celebre esemplare di Australopithecus afarensis. Entrambi i gruppi seguirebbero la cascata inibitoria, in maniera lievemente differente: probabilmente si tratta di una delle differenze chiave tra i due generi, e che definisce il nostro.

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Di due milioni di anni più antica la divergenza umana dai primati

16  Febbraio 2016

Denti fossili di 8 milioni di anni fa di Chororapithecus abyssinicus. Credit: Gen Suwa
Denti fossili di 8 milioni di anni fa di Chororapithecus abyssinicus. Credit: Gen Suwa

L'antenato comune per scimmie e umani, il Chororapithecus abyssinicus, si sarebbe evoluto in Africa e non in Eurasia, due milioni di anni prima di quanto finora ritenuto.
Un nuovo studio, pubblicato su Nature, sposta indietro nel tempo la divergenza tra umani e gorilla (dieci milioni di anni fa) e tra umani e scimpanzé (otto milioni di anni fa). La ricerca non si basa più su stime, ma su analisi effettuate su fossili di Chororapithecus abyssinicus di 8 milioni di anni fa.
Grazie alle scoperte degli ultimi anni, la nostra conoscenza della famiglia degli Hominidae (che si compone di scimpanzé, gorilla, orangutan e umani) si è molto arricchita. Tra i ritrovamenti, quello del Chororapithecus abyssinicus, avvenuto nel 2007 nella formazione Chorora che corre lungo la parte meridionale del triangolo di Afar in Etiopia. Grazie a nuove analisi, nuove osservazioni sul campo e tecniche geologiche, la stessa squadra responsabile di quel rilevamento ha rivisto la precedente datazione, presentandola nel nuovo studio.
Una parte degli autori dello studio scoprirono pure, negli anni '90, i resti di 4,4 milioni di anni fa relativi all'Ardipithecus ramidus, e quelli del suo "parente" più vecchio di un milione di anni, l'Ardipithecus kadabba. Mentre gli studi erano ancora in corso, fu pubblicato quello relativo al Chororapithecus abyssinicus, un gorilla i cui denti fossili ci parlano di una creatura simile a un gorilla, adattata a una dieta di fibre. Sulla base di questi ritrovamenti, si collocò la divergenza attorno a 5 milioni di anni fa. Il Chororapithecus abyssinicus avrebbe fornito le prove fossili che il nostro antenato comune migrò dall'Africa e non dall'Eurasia, anche se la discussione in merito non è chiusa.
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Popolazioni di animali estinti e scomparsa dei fossili

10 Febbraio 2016

Resti di mammuth ucciso da umani, presso LaPrele Creek nella Contea di Converse, Wyoming, 13.000 anni fa circa. Credit: Danny Walker and Wyoming State Archaeologist's Office Photo
Resti di mammuth ucciso da umani, presso LaPrele Creek nella Contea di Converse, Wyoming, 13.000 anni fa circa. Credit: Danny Walker and Wyoming State Archaeologist's Office Photo

Un'analisi statistica mostra ampie variazioni nei tassi coi quali le ossa degli antichi animali americani vengono perdute.
Molte più testimonianze fossili di animali come mammuth, mastodonti, cammelli, cavalli e bradipi terricoli si sono perdute negli Stati Uniti continentali, rispetto all'Alaska e alle aree nei pressi dello Stretto di Bering.
Chiaramente, nelle regioni artiche la conservazione delle ossa è facilitata dalle temperature più basse e dal permafrost, mentre più a sud molte più ossa vengono perse. La conseguenza è che nello stimare le popolazioni di questi animali estinti bisogna tener conto di questi fattori.
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L'Età della Plastica

27 Gennaio 2016
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Un altro aspetto rilevante dell'Antropocene, secondo un nuovo studio, sarebbe determinato dalla plastica. Si prevede che per la metà del secolo, le terre e gli oceani saranno significativamente caratterizzati da strati di rifiuti plastici, ovviamente connessi alle attività umane.
La nuova ricerca enfatizzerebbe il fatto che le attività umane, per mezzo di materiali di lunga durata, stiano dominando la superficie del pianeta, dando vita a una vera e propria "Età della Plastica". Tra le caratteristiche della plastica, difatti, vi sono quelle dell'essere inerte e di non degradarsi. Conseguentemente, rifiuti plastici permangono nel terreno, mentre nei mari vengono consumati dagli organismi e uccidono plancton, pesci, uccelli marini.
Ma la plastica è pure materiale che rientra nel ciclo sedimentario, per cui c'è una buona possibilità che si fossilizzi, lasciando un segno anche per milioni di anni. La plastica, dunque, oltre ad essere un materiale tipico della vita moderna, e un inquinante, diviene pure un indicatore geologico chiave.
Con Antropocene, secondo la definizione di Eugene F. Stoermer, si indica l’era geologica segnata dalle attività umane, il cui impatto sugli ecosistemi del pianeta è rilevante.
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Indonesia: strumenti litici di 100 mila anni fa da Sulawesi

13 - 14 Gennaio 2016
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Importante scoperta di strumenti litici di 100 mila anni fa a Sulawesi, in Indonesia. I ritrovamenti sono stati effettuati presso il sito di Talepu, collocato nel bacino di Walanae, nella parte sud occidentale dell'isola. I reperti erano insieme a fossili di animali appartenenti alla megafauna.
Fino a questo studio, si è a lungo ritenuto che la prima occupazione dell'isola di Sulawesi, in Indonesia, risalisse a 40 o 60 mila anni fa, costituendo una tappa intermedia per il popolamento dell'Australia, 50 o 60 mila anni fa. La nuova scoperta supporta quindi l'idea di una presenza di lunga data di ominidi sull'isola, la cui presenza rimane però elusiva.
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Egitto: ulteriori dettagli sullo scheletro di Wadi Kubbaniya

22 Dicembre 2015

Ulteriori dettagli sull'antico scheletro di Wadi Kubbaniya

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In risposta a coloro che avevano richiesto (al Ministero delle Antichità Egizie, NdT) ulteriori dettagli circa lo scheletro di Wadi Kubbaniya, che è ora esibito al Museo Egizio, si riferiscono i seguenti dettagli:
lo scheletro data alla Preistoria, al Tardo Paleolitico, (21.000-19.000 anni prima del tempo presente) in seguito alla datazione al radiocarbonio dei siti vicini alla sepoltura. Fu scoperto da Fred Wendorf e Romuald Schild nel 1982 a Wadi Kubbaniya, sulla riva sinistra del Nilo, a 12 km a nord di Aswan.

Si tratta di uno scheletro umano fossilizzato che fu ritrovato in una fossa ricoperta dalla sabbia, e racchiuso in un blocco di arenaria calcarea. Il corpo è stato seppellito a faccia in giù, in posizione estesa, con la testa rivolta verso Est e le braccia lungo i fianchi. Le gambe non sono state ritrovate, ma porzioni frammentate delle estremità inferiori sono state identificate. Si crede che le gambe possano essere state flesse e piegate, ma la loro prima esposizione condusse a notevoli danni a causa dell'abrasione. Un anno dopo la scoperta, un permesso fu emesso dall'Organizzazione delle Antichità Egizie per inviarlo per un anno al Museo Nazionale degli Stati Uniti, a Washington, per la rimozione dello scheletro dalla matrice che lo avvolgeva, per la preparazione degli stampi la conduzione di uno studio tecnico dello scheletro. Il risultato dello studio mostrò che lo scheletro apparteneva a un giovane uomo (23 anni circa). L'altezza del giovane uomo è stata stimata a 172 cm. Era un lanciatore muscoloso e forte che usava la sua mano destra. Lo studio spiega anche la causa della morte: c'erano due lame in selce nella regione addominale di sinistra, così si suppone che sia stato vittima di una lancia dalle spalle. Una punta di lancia rimane nella posizione dell'aorta addominale e l'altra vicino la posizione del rene sinistro e aorta, entrambi potrebbero aver causato l'emorraggia fatale.
Vale la pena menzionare che lo scheletro fu conservato presso i magazzini del Museo Egizio e che è stato esibito per la prima volta agli inizi di questo mese (Dicembre 2015).

Link: Ministry of Antiquities – Egypt
Traduzione dal Ministero delle Antichità Egizie. © Ministry of Antiquities: Eman. Il Ministero delle Antichità Egizie non è responsabile dell’accuratezza della traduzione in Italiano. Foto del Ministero delle Antichità Egizie.