acari Giampaolo Rugo

La Roma di Giampaolo Rugo in Acari, commedia umana della malinconia

Acari, il romanzo corale, cesellato attraverso dei racconti di Giampaolo Rugo, mi è piaciuto così tanto che ho voluto coniare una nuova definizione di narrativa. Acari è un romanzo tegumentale, composto di più rivestimenti epidermici, e si lascia scarnificare fino a mettere a nudo ciò che si nasconde sotto l'epitelio. L'essere umano nella sua cloaca di sentimenti, emozioni, tradimenti e mostri invisibili. Come gli acari, assassini invisibili che rosicchiano micron di noi stessi.

Roma è un gigante pantagruelico, enorme e titanico e affamato di disastri umani. Il romanzo di Rugo fagocita ogni cosa, lo fa attraverso i fotogrammi di esistenze strampalate, bizzarre o forse normalissime, incatenate a un finto libero arbitrio che invece di salvare offre un ventaglio di condanne diverse. Non è semplice parlare di un romanzo polifonico modellato attraverso più narrazioni, si rischi di dire troppo, o troppo poco. Ma una cosa è certa, ogni personaggio è un portatore sano di sconfitte, tradimenti, idiosincrasie, traumi e amputazioni interiori. La Roma di Rugo è balzachiana, umorale e acida come ogni uomo sulla terra, ma incantata e comica come i ritratti della  Commedia Umana dell'autore francese.

Acari Giampaolo Rugo
La copertina del romanzo Acari di Giampaolo G. Rugo, pubblicato da Neo. Edizioni (2021)

Seppur molti episodi raccontati rasentino un assurdo surrealista, ultracomico  (perché grotteschi), Rugo con eleganza stilistica e una certa professionalità invece racconta qualcosa di ultrarealista, somministrando ai suoi lettori droghe letterarie a base di paradossi ironici, verve romana e il cinismo degli sconfitti. Degli ultimi.

Seppur Roma sia sempre presente, alla fine manca un orientamento, non meramente topografico o iconico, visivo. Rugo ci disorienta, è un narratore infedele che vuole farci perdere il senso delle cose, in questo spaesamento urbano e narrativo siamo come i protagonisti dei racconti. Persi, perduti, sacrificabili. Questa perdita del centro metropolitano è in parallelo alla destrutturazione delle coordinate narrative, perché i racconti sono legati ma non riusciamo a scorgere a quale fulcro essi gravitano. Lo scopriremo leggendo, rileggendo, forse spogliandoci della nostra stessa pelle, fino a sentire il silenzio degli acari.

acari Giampaolo Rugo
Foto di wendy CORNIQUET

In Acari, Giampaolo Rugo fonde malinconia e bellezza, struggimento e nonsense, incanto e perdita, dolcezza e morte. In questo gioco di specchi e istanze nostalgiche io sono riuscito a interrogarmi nuovamente sul significato di libertà. Mi sono risposto che raccontare significa non essere prigionieri.

Acari è l'ennesima scommessa vinta di Neo. Edizioni

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Dostoevskij Il Giocatore

Come e perché Fëdor Dostoevskij scrisse Il Giocatore

Come e perché Fëdor Dostoevskij scrisse Il Giocatore

Nel 1821, sono nati tre scrittori straordinari, che hanno modificato per sempre la letteratura europea, se non mondiale, e che hanno il grande merito di aver introdotto in modi squisitamente diversi la modernità, il progresso, le trasformazioni dell’epoca nella letteratura, senza restare ancorati ad un passato idilliaco, come molti dei contemporanei.

Ed è incredibile che Paul Verlaine, in una delle sue poesie più belle rimpiangesse le molteplici occasioni perdute e i tanti poeti vissuti prima di lui, scrivendo nell’epilogo che ormai fosse inutile per un poeta continuare a scrivere, perché «tutto è bevuto, tutto è mangiato, più nulla da dire!». Eppure, negli stessi anni, nella stessa città, Charles Baudelaire riusciva a fare l’esatto contrario. E con lui, seppur nell’ambito del romanzo, Gustave Flaubert e Fëdor Dostoevskij.

Fëdor Dostoevskij. Foto di N. A. Lorenkovich (1878), in pubblico dominio

Non possiamo che immaginare cosa significasse essere amici di Flaubert ed essere invitati a casa sua per sentir leggere i suoi scritti. O essere stati marinai quella volta in cui Baudelaire volle raggiungere l’India per mare. E chissà, chissà, come si saranno sentiti i primi lettori di Dostoevskij. Persone certamente fortunatissime, che avevano il gusto di ritenere quello scalmanato scrittore, russo di nascita e di pensiero, un’autentica manna dal cielo.

E noi, curiosi discendenti di questa gioviale stirpe, ci ritroviamo in una posizione assai simile, ogni qual volta prendiamo dallo scaffale Il Giocatore - un libro meno conosciuto di Delitto e Castigo o dei Fratelli Karamazov - e lo sfogliamo, curiosi. Prima di leggerlo (o rileggerlo) e stupirci della sua silenziosa grandezza e della sua piacevole narrazione, è meglio premettere tutta la storia che è legata al genio di chi l’ha scritto. E come i suoi coetanei francesi, Dostoevskij si è ispirato nella stesura di questo romanzo alle sue vicende private e al suo disperato amore per il gioco d'azzardo.

Non c'è da stupirsi se un uomo, con la fortuna di essere un grande scrittore - costretto a trovarsi di che vivere non appena maggiorenne, per la morte sofferta della madre, malata di tisi, e quella improvvisa del padre, assassinato dai suoi stessi contadini - vedesse nel gioco l'occasione di un guadagno improvviso, l'opportunità di cambiare la propria vita e sviluppasse, col tempo, una passione per il rischio e per l'odiosa dea bendata tale da fargli dimenticare quanto fosse odioso non mangiare per giorni. 

Lo studio di Dostoevskij a San Pietroburgo, fu in questa città che completò Il Giocatore. Foto di ignoto dal libro Letters to Friends and Family, Chatto and Windus (1914), in pubblico dominio

Non sorprende, quindi, che Il Giocatore sia stato realizzato per pura necessità, in un mesetto, fra la scrittura di Delitto e Castigo (a parer suo assai più degno delle sue fatiche e del suo tempo) e il lavoro cui era costretto dedicarsi, contrariamente a suoi coetanei francesi. Infatti, Dostoevskij nasce povero, infelice e perseguitato dalla sfortuna, ma con la capacità dei mascalzoni dickensiani di salvarsi sempre in calcio d’angolo. Eppure, spesso il nostro beniamino si lamentava con gli amici dicendo che avrebbe tanto gradito poter lavorare in pace sui suoi libri, senza il patema d'animo e le paturnie che spesso lo affliggevano. Ma quand'era immerso nella tranquillità, non scriveva affatto e immaginava piuttosto in che modo infrangere la tanto agognata quiete. E perciò, solo quando si rimetteva nei guai, riusciva a scrivere, con il mondo in rivolta, i debiti in costante aumento e i creditori alle calcagna, per soldi che aveva già speso e libri promessi, già venduti e non ancora intrapresi. 

Per un pelo evitò la condanna a morte nel dicembre 1849, e nello stesso modo mantenne il diritto d’autore sui romanzi che, altrimenti, avrebbero portato il nome dell’editore Fëdor Stellovskij. Un uomo che aveva ben compreso la natura di Dostoevskij che, una volta intascata la ricompensa, se ne andava giocando alla roulette o spendeva tutto il qualche locanda. Allora, Stellovskij fece firmare un contratto a Dostoevskij, nel quale, tra le clausole, era riportato che se non avesse consegnato un romanzo di 12 fogli di stampa, corrispondenti a circa 190 pagine, entro il primo novembre 1866, l’editore si sarebbe appropriato di tutte le sue opere.

Erano i primi di ottobre quando, senza soldi e speranze, Dostoevskij si ricordò di quella spiacevole clausola. Gli amici si offrirono di aiutarlo, scrivendo al suo posto la storia, ma il nostro orgoglioso scrittore si oppose: non poteva mettere la firma su roba scritta da altri. La soluzione era trovare una dattilografa che, sotto dettatura, scrivesse. Si dà il caso che questa stenografa, la ventenne Anna Grigor’evna Snitkina, diverrà la sua seconda moglie. I due si misero a lavorare come pazzi e, non potendo permettersi pause, la ragazza si stabilì a casa del quarantenne. Lui dettava e lei scriveva sulla macchina da scrivere e, mentre lei correggeva o trascriveva qualche pagina, Dostoevskij si dedicava al suo Delitto e Castigo, intanto pubblicato a puntate sul “Messaggero Russo”, giornale assai in voga a quei tempi. Il Giocatore era proprio il misterioso romanzo di 12 fogli di stampa, dettato in fretta e furia, tra una pagina e l’altra di un romanzo più autorevole. 

Finirono la sera del 29 ottobre e il 30 Dostoevskij lo rilesse e corresse qua e là, dirigendosi l’indomani a casa di Stellovskij. Eppure, l’editore non era nella sua sontuosa villa, a causa di un viaggio di lavoro. Fëdor si diresse, allora, in casa editrice e nessuno volle accettargli il romanzo, perché non sapevano niente di questa consegna e non volevano prendersi responsabilità. Qualcuno ritiene che avessero avuto delle precise indicazioni dall’editore capo, deciso a tenersi tutti i romanzi del nostro russo preferito. Allora, Dostoevskij lasciò tutto al commissariato di polizia, che provvide a inviare il pacco all’editore giusto in tempo e a lasciare allo scrittore una ricevuta di consegna. Il diritto d’autore era salvo e Anna e Fëdor si sposarono felicemente meno di un anno dopo.

Il successo de Il Giocatore fu straordinario e insperato, tanto che vi fu un esponenziale aumento dei giocatori di azzardo, rapiti dalle prodezze di Aleksej Ivanovic, dal suo amore destabilizzante per l’altezzosa Paolina e da quei fatti autobiografici, inseriti nel romanzo, forse il più rivelatore della personalità di Dostoevskij. Una storia incredibile, legata ad una di quelle famiglie nobili sull’orlo del tracollo finanziario, che si aggrappano all’eredità di un’anziana signora che non vuole proprio morire. Una storia piena di ironia, divertente come tutta la corsa che è dietro la sua creazione e che ha, inoltre, uno dei finali più belli della storia della letteratura: un invito alla speranza che tutto da un momento all’altro possa volgere al meglio e che “domani, domani finirà tutto!”. Un augurio, lettori, che non può non fare a noi, fortunati posteri, quel disgraziato e immortale Dostoevskij.

Il Giocatore Fëdor Dostoevskij
La prima edizione del romanzo Il Giocatore di Fëdor Dostoevskij. Immagine in pubblico dominio

Riferimenti bibliografici: 

Vladimir Soloviòf, Tre discorsi in memoria di F. Dostoevskij, Quaderni di Bilychinis, Roma 1923.  

György Lukács, Dostoevskij, a cura di Michele Cometa, SE, Milano 2000.

Sergio Givone, Dostoevskij e la filosofia, Laterza, Roma-Bari 2006.

Fëdor Dostoevskij, Il Giocatore, introduzione di Antonio Pennacchi, traduzione di Bruno Del Re, La Biblioteca di Repubblica, Roma 2011.

Fëdor Dostoevskij, Lettere sulla creatività, Feltrinelli, Milano 2017.


Prehistorica Editore: un laboratorio indipendente per scoprire la letteratura francese

Nel mese di gennaio ho letto due brevi romanzi usciti dalla fucina di Prehistorica Editore, una realtà indipendente e piccola ma attenta al mondo della cultura e del libro. I loro lavori sono estremamente curati, dal punto di vista contenutistico e filologico, grazie ai contributi di notevoli curatori e traduttori e all'attenta selezione dei testi, ma anche sul lato materiale l'editore investe in grafiche accattivanti, un design particolare e una carta pregiata. I libri di Prehistorica Editore sono piccole chicche bizzarre, con un occhio di riguardo al mondo transalpino, da custodire gelosamente in libreria.

Pierre Jourde, Paese perduto

Tradotto con perizia dal professor Claudio Galderisi, di cui l'editore riporta anche una densa introduzione critica e nota traduttiva, Paese perduto è un romanzo-mondo che si fa specchio di una micro realtà grottesca e letteralmente sperduta. Il racconto di due fratelli che ritornano in quel paese che sembra allontanarsi ad ogni passo, una mina vagante e rurale in questo panorama che non si limita ad essere bucolico ma che chilometro dopo chilometro regredisce a una stadio ctonio e arcano. Paese perduto nel tempo, nello spazio, nei ricordi.

Prehistorica Editore Pierre Jourde Paese perduto
La copertina del romanzo breve di Pierre Jourde, Paese perduto, tradotto da Claudio Galderisi e pubblicato da Prehistorica Editore (2019)

C'è pathos tragico, il ritmo predestinato di eventi dannati che devono ancora avvenire ma di cui un'ombra profetica si può scorgere nelle pieghe, nelle rughe, nei calli delle mani di quegli abitanti del Paese perduto. C'è un'atmosfera rarefatta e grottesca, dove elementi scarnificati compongono un mosaico slabbrato di volti grigi, relazioni pericolose, incontri e scontri di un popolino che si abbarbica sulle pendici dimenticate del Paese Perduto. L'autobiografia si fonde con la narrazione possente, scarnificata da elementi ridondanti e pedissequi, rimane solo la bruttezza minimale e sintetica di un reticolo di strade, erbacce e campagne in cui rincorrere la giovinezza e l'infanzia patinata da una serenità eterea e disillusa.

Pierre Jourde rievoca la Commedia Umana di Balzac imbastendo una galleria di personaggi, equivoci e situazioni che tratteggiano un immaginario e una realtà disincantata. I due fratelli che tornano al Paese perduto per finalizzare diatribe familiari e poi assistono a un funerale di una giovane donna che aveva segnato i loro momenti felici del passato sono tetri osservatori di una realtà arcaica che si perde nel sortilegio del tempo. Prehistorica Editore inoltre ha arricchito il volumetto con delle mappe autografe di Pierre Jourde, con un effetto complessivo stupendo.

Jean-Marc Aubert, Argomentazione di Linès-Fellow

Jean-Marc Aubert è un discendente della scuola dell'Assurdo di Samuel Beckett e lo dimostra felicemente in questo piccolo gioiello narrativo: il romanzo è la lunga esposizione dei fatti del medico Linès-Fellow. Linès-Fellow  è un dottore dall'animo estremamente analitico, seppur dal carattere cinico e manipolatore, per questa ragione l'incontro con con Mell Fellops darà vita a un'assurda storia di realismo grottesco a tinte bizzarre, infatti il nostro medico convincerà Fellops a correre una maratona. Peccato che il suo paziente sia un invalido in carrozzina. Questa atipica esibizione agonistica si svolge tra Fellops e altri partecipanti non invalidi. Ma Fellops è molto di più della sua disabilità, è un'anima inquieta e metodica, ancorata a una titanica routine giornaliera che lo avvicina allo studio del pianoforte, alla bulimica lettura di libri di tutti i generi e a una spossante attività fisica del busto e delle braccia che gli conferisce una prestanza di tutto rispetto. Un ercole sulla sedia a rotelle dalla mente educata allo studio, in pratica.

Prehistorica Editore Jean-Marc Aubert, Argomentazione di Linès-Fellow
La copertina del romanzo breve di Jean-Marc Aubert, Argomentazione di Linès-Fellow, pubblicato da Prehistorica Editore (2020)

Un romanzo velenoso e dissacrante, patinato da una fittizia carica moraleggiante, Fellow è il perfetto manipolatore di Fellops e i due si auto-danneggiano a vicenda. Uno spingendo l'altro agli estremi limiti della sua disabilità e l'altro opponendosi ottusamente a tutto ciò che gli sembra un ostacolo. Una storia profonda sulla disabilità che non è quella etichetta che ci viene data a seguito di un incidente, una malattia o una condizione genetica bensì una norma sociale perché a volte sono gli altri a creare le barriere architettoniche definitive.

Prehistorica Editore si rivela una realtà sorprendente, della quale voglio conoscere l'intero catalogo.

Foto di Bohdan Chreptak

I libri recensiti sono stati cortesemente forniti dalla casa editrice.

 


polpette e altre storie brevissime Jacopo Masini

I miracoli dell'editoria indipendente: Polpette e altre storie brevissime di Jacopo Masini

Per strane combinazioni del destino un libro stupendo, Polpette e altre storie brevissime si è incuneato nella mia libreria, ma prima di farlo si è ritagliato un posto singolare tra i ventricoli palpitanti del mio cuore. Jacopo Masini lo conoscevo come uno dei responsabili di Saldapress, squisita casa editrice di fumetti, ma non ero certo pronto al suo lato di scrittore (e divulgatore, insegnante, comunicatore).

polpette e altre storie brevissime Jacopo Masini
Copertina di Polpette e altre storie brevissime, di Jacopo Masini, pubblicato da Del Vecchio Editore (2020), con illustrazioni di Rossana Capasso e progetto grafico di Maurizio Ceccato

Polpette e altre storie brevissime, edito da Del Vecchio Editore, è stata una scoperta a dir poco straordinaria. Prendendo in prestito dalla tradizione favolistica italiana, dai racconti di Malerba, dagli apologhi o le massime di grandi moralisti, Masini instaura uno storytelling del tutto personale e inedito, una contro-narrazione del minimalismo. Serpeggia il cinismo delle agre centurie manganelliane, ma anche le stoccate satiriche e sprezzanti dei grandi aforisti; ma questi sono soltanto echi, tributi, rimaneggiamenti di un patrimonio letterario grande quanto la storia umana stessa. Il titolo alimentare non fa che evidenziare la struttura gastro-consequenziale del libro, una volta ingerita una polpetta di Masini non si può far a meno di concludere il libro. E come tutte le polpette riservano sorprese, da quelle piccanti e speziate a quelle bianche sfumate col vino, per poi finire a quelle spadellate col burro e salvia. Storie brevi, lapidarie, laconiche a volte, legate da un etereo nesso di meraviglia e follia.

 

Masini racconta amore, separazioni, struggimento emotivo, ma anche un mondo allucinato e allucinante, onirico e spiazzante. Un fantastico conturbante e sfumato prende piede in micro-racconti pindarici e a volte oscuri, una delizia per il palato del lettore che rifugge il realismo pragmatico.  Masini spintona il lettore in pozzanghere di affanni linguistici, lo stimola e lo sfida alla comprensione del più sottile significato, lo estrania con la sinteticità di quelle cinque o sei righe che nascondono un macro-cosmo travestito da mini costruzioni narrative. Un po' appare la Commedia umana di Balzac che nasconde al suo interno un campionario di individui, maschere e archetipi umani che vanno irrisi o compatiti; Masini costruisce la sua personale galleria di personaggi, vicini all'Assurdo di Beckett, proponendo un tagliere di generi letterari che spaziano dal weird all'orrore fiabesco, dal fantastico fino al no-sense postmoderno.  Le polpette sono acrobazie di semplicità narrante, afferrano il cuore e lo legano al senso profondo della parola, del lemma, del campo semantico. Non si sfugge alla metodica coercizione di Masini, le sue storie hanno echi lontani, ctoni e arcaici che ci intrappolano in dedali senza fine.

 

Polpette e altre storie brevissime è in definitiva una prova di scrittura capace di stupire, innamorare e far cambiare idea a coloro che non amano gli scrittori italiani. Invito tutti a sfogliare questo campionario di bellezze esplosive, a conoscere Del Vecchio Editore, che confeziona libri meravigliosi nel contenuto e nella resa materiale, e consiglio a chiunque di esplorare l'editoria indipendente, per non lasciarsi schiacciare dal peso nevrotico delle massicce campagne pubblicitarie. Proprio tra i tanti "best seller", "libri dell'anno", ecc. troverete chi nella scrittura ci crede davvero. Uno di loro è Jacopo Masini.

polpette e altre storie brevissime
Jacopo Masini, autore, sceneggiatore di fumetti, insegnante di scrittura creativa. Credits: Jacopo Masini