Dostoevskij Il Giocatore

Come e perché Fëdor Dostoevskij scrisse Il Giocatore

Come e perché Fëdor Dostoevskij scrisse Il Giocatore

Nel 1821, sono nati tre scrittori straordinari, che hanno modificato per sempre la letteratura europea, se non mondiale, e che hanno il grande merito di aver introdotto in modi squisitamente diversi la modernità, il progresso, le trasformazioni dell’epoca nella letteratura, senza restare ancorati ad un passato idilliaco, come molti dei contemporanei.

Ed è incredibile che Paul Verlaine, in una delle sue poesie più belle rimpiangesse le molteplici occasioni perdute e i tanti poeti vissuti prima di lui, scrivendo nell’epilogo che ormai fosse inutile per un poeta continuare a scrivere, perché «tutto è bevuto, tutto è mangiato, più nulla da dire!». Eppure, negli stessi anni, nella stessa città, Charles Baudelaire riusciva a fare l’esatto contrario. E con lui, seppur nell’ambito del romanzo, Gustave Flaubert e Fëdor Dostoevskij.

Fëdor Dostoevskij. Foto di N. A. Lorenkovich (1878), in pubblico dominio

Non possiamo che immaginare cosa significasse essere amici di Flaubert ed essere invitati a casa sua per sentir leggere i suoi scritti. O essere stati marinai quella volta in cui Baudelaire volle raggiungere l’India per mare. E chissà, chissà, come si saranno sentiti i primi lettori di Dostoevskij. Persone certamente fortunatissime, che avevano il gusto di ritenere quello scalmanato scrittore, russo di nascita e di pensiero, un’autentica manna dal cielo.

E noi, curiosi discendenti di questa gioviale stirpe, ci ritroviamo in una posizione assai simile, ogni qual volta prendiamo dallo scaffale Il Giocatore - un libro meno conosciuto di Delitto e Castigo o dei Fratelli Karamazov - e lo sfogliamo, curiosi. Prima di leggerlo (o rileggerlo) e stupirci della sua silenziosa grandezza e della sua piacevole narrazione, è meglio premettere tutta la storia che è legata al genio di chi l’ha scritto. E come i suoi coetanei francesi, Dostoevskij si è ispirato nella stesura di questo romanzo alle sue vicende private e al suo disperato amore per il gioco d'azzardo.

Non c'è da stupirsi se un uomo, con la fortuna di essere un grande scrittore - costretto a trovarsi di che vivere non appena maggiorenne, per la morte sofferta della madre, malata di tisi, e quella improvvisa del padre, assassinato dai suoi stessi contadini - vedesse nel gioco l'occasione di un guadagno improvviso, l'opportunità di cambiare la propria vita e sviluppasse, col tempo, una passione per il rischio e per l'odiosa dea bendata tale da fargli dimenticare quanto fosse odioso non mangiare per giorni. 

Lo studio di Dostoevskij a San Pietroburgo, fu in questa città che completò Il Giocatore. Foto di ignoto dal libro Letters to Friends and Family, Chatto and Windus (1914), in pubblico dominio

Non sorprende, quindi, che Il Giocatore sia stato realizzato per pura necessità, in un mesetto, fra la scrittura di Delitto e Castigo (a parer suo assai più degno delle sue fatiche e del suo tempo) e il lavoro cui era costretto dedicarsi, contrariamente a suoi coetanei francesi. Infatti, Dostoevskij nasce povero, infelice e perseguitato dalla sfortuna, ma con la capacità dei mascalzoni dickensiani di salvarsi sempre in calcio d’angolo. Eppure, spesso il nostro beniamino si lamentava con gli amici dicendo che avrebbe tanto gradito poter lavorare in pace sui suoi libri, senza il patema d'animo e le paturnie che spesso lo affliggevano. Ma quand'era immerso nella tranquillità, non scriveva affatto e immaginava piuttosto in che modo infrangere la tanto agognata quiete. E perciò, solo quando si rimetteva nei guai, riusciva a scrivere, con il mondo in rivolta, i debiti in costante aumento e i creditori alle calcagna, per soldi che aveva già speso e libri promessi, già venduti e non ancora intrapresi. 

Per un pelo evitò la condanna a morte nel dicembre 1849, e nello stesso modo mantenne il diritto d’autore sui romanzi che, altrimenti, avrebbero portato il nome dell’editore Fëdor Stellovskij. Un uomo che aveva ben compreso la natura di Dostoevskij che, una volta intascata la ricompensa, se ne andava giocando alla roulette o spendeva tutto il qualche locanda. Allora, Stellovskij fece firmare un contratto a Dostoevskij, nel quale, tra le clausole, era riportato che se non avesse consegnato un romanzo di 12 fogli di stampa, corrispondenti a circa 190 pagine, entro il primo novembre 1866, l’editore si sarebbe appropriato di tutte le sue opere.

Erano i primi di ottobre quando, senza soldi e speranze, Dostoevskij si ricordò di quella spiacevole clausola. Gli amici si offrirono di aiutarlo, scrivendo al suo posto la storia, ma il nostro orgoglioso scrittore si oppose: non poteva mettere la firma su roba scritta da altri. La soluzione era trovare una dattilografa che, sotto dettatura, scrivesse. Si dà il caso che questa stenografa, la ventenne Anna Grigor’evna Snitkina, diverrà la sua seconda moglie. I due si misero a lavorare come pazzi e, non potendo permettersi pause, la ragazza si stabilì a casa del quarantenne. Lui dettava e lei scriveva sulla macchina da scrivere e, mentre lei correggeva o trascriveva qualche pagina, Dostoevskij si dedicava al suo Delitto e Castigo, intanto pubblicato a puntate sul “Messaggero Russo”, giornale assai in voga a quei tempi. Il Giocatore era proprio il misterioso romanzo di 12 fogli di stampa, dettato in fretta e furia, tra una pagina e l’altra di un romanzo più autorevole. 

Finirono la sera del 29 ottobre e il 30 Dostoevskij lo rilesse e corresse qua e là, dirigendosi l’indomani a casa di Stellovskij. Eppure, l’editore non era nella sua sontuosa villa, a causa di un viaggio di lavoro. Fëdor si diresse, allora, in casa editrice e nessuno volle accettargli il romanzo, perché non sapevano niente di questa consegna e non volevano prendersi responsabilità. Qualcuno ritiene che avessero avuto delle precise indicazioni dall’editore capo, deciso a tenersi tutti i romanzi del nostro russo preferito. Allora, Dostoevskij lasciò tutto al commissariato di polizia, che provvide a inviare il pacco all’editore giusto in tempo e a lasciare allo scrittore una ricevuta di consegna. Il diritto d’autore era salvo e Anna e Fëdor si sposarono felicemente meno di un anno dopo.

Il successo de Il Giocatore fu straordinario e insperato, tanto che vi fu un esponenziale aumento dei giocatori di azzardo, rapiti dalle prodezze di Aleksej Ivanovic, dal suo amore destabilizzante per l’altezzosa Paolina e da quei fatti autobiografici, inseriti nel romanzo, forse il più rivelatore della personalità di Dostoevskij. Una storia incredibile, legata ad una di quelle famiglie nobili sull’orlo del tracollo finanziario, che si aggrappano all’eredità di un’anziana signora che non vuole proprio morire. Una storia piena di ironia, divertente come tutta la corsa che è dietro la sua creazione e che ha, inoltre, uno dei finali più belli della storia della letteratura: un invito alla speranza che tutto da un momento all’altro possa volgere al meglio e che “domani, domani finirà tutto!”. Un augurio, lettori, che non può non fare a noi, fortunati posteri, quel disgraziato e immortale Dostoevskij.

Il Giocatore Fëdor Dostoevskij
La prima edizione del romanzo Il Giocatore di Fëdor Dostoevskij. Immagine in pubblico dominio

Riferimenti bibliografici: 

Vladimir Soloviòf, Tre discorsi in memoria di F. Dostoevskij, Quaderni di Bilychinis, Roma 1923.  

György Lukács, Dostoevskij, a cura di Michele Cometa, SE, Milano 2000.

Sergio Givone, Dostoevskij e la filosofia, Laterza, Roma-Bari 2006.

Fëdor Dostoevskij, Il Giocatore, introduzione di Antonio Pennacchi, traduzione di Bruno Del Re, La Biblioteca di Repubblica, Roma 2011.

Fëdor Dostoevskij, Lettere sulla creatività, Feltrinelli, Milano 2017.


La chiocciola sul pendio Arkadij Boris Strugackij

La chiocciola sul pendio: le metafore rosse della fantascienza

Torno con infinito piacere a parlare della grandissima fantascienza russa nata dalle penne vulcaniche dei fratelli Strugackij. La Carbonio Editore ci ha accompagnato recentemente anche nei meandri del folklore persiano tramite il sontuoso romanzo La civetta cieca di Sadeq Hedayat e nei labirinti psicologici della Londra di Colin Wilson, ma questa volta è ancora più arduo ricercare un “luogo” specifico per parlare del romanzo La chiocciola sul pendio perché il fantastico è in grado di demolire ogni geografia del reale.

Come già ho sperimentato in Lunedì inizia sabato, anche la trama de La chiocciola sul pendio non segue una struttura lineare o classica: scopriamo infatti che non è importante per i fratelli Strugackij codificare in rigide istanze l'architettura del loro romanzo, bensì il loro obiettivo è quello di introiettare nel lettore un simbolismo di matrice inedita. Metafore, allegorie, simbolismi, richiami folklorici e speculazioni legate al proprio contesto storico; tutto questo, e molto altro, il lettore troverà nelle acrobazie narrative di Boris e Arkadij Strugackij.
La storia mette le proprie “radici” nel Direttorato (titolo della prima versione Urania del romanzo) della Foresta, locus misterico e ammantato da un'aurea di inestricabile fascino e curiosità.

La Foresta è il simbolo sfuggente di un universo condannato alla propria fine, parabola metaforica e discendente di un'apocalisse dell'incomprensibilità. Parallelismo più che profetico, dati i recenti e tristi avvenimenti. Se la foresta è un organismo in continua crescita, dotata di una volontà autonoma e quasi mutante e che inghiotte gli uomini che osano attraversarla, è al contempo il desiderio positivista e pseudo-leibniziano di ricercare (anche nel nostro) un mondo migliore, o un'idea di mondo migliore.

Di certo la frizzante prosa dei fratelli Strugackij ricorda l'incantata ironia del Candido di Voltaire, con cui condividono anche la costruzione di una (poco) silente macchina di derisione o satirica, che smonta pezzo per pezzo le utopie (in realtà totalitarismi) socialiste. Ma non lasciamoci ingannare, anche i fratelli Strugackij ambiscono all'innalzamento di una vera utopia, magari saldata su un sistema antropico dove l'uomo è lo stesso motore immobile dell'universo; però questo (come lo notiamo ne La chiocciola sul pendio) non si realizza in una macro-tirannia dell'uomo su tutti gli altri uomini.

La storia è formata da usi, costumi, sfumature sociali, legami indissolubili con la memoria; è proprio l'insegnamento della Storia ad essere il principale sostegno del progresso, perché senza l'ausilio del passato ogni futuro è destinato a collassare. La fantascienza non è la letteratura del futuro, bensì del domani. Non bisogna guardare allo spazio, alle navicelle seguono orbite pazzesche o alla maniera della Guerra dei Mondi. Fantascienza è già domani. La Foresta è una creatura pre-orwelliana ma che incarna i medesimi anti-ideali del Grande Fratello di Orwell.

Raffigurazione artistica dello Sputnik. Immagine di Gregory R Todd, CC BY-SA 3.0

I chiaroscuri, le dicotomie e le stridenti rivalità prendono vita nei due protagonisti: Perec il filologo è impantanato nell'umiliante e stressante organismo burocratico del Direttorato; il pragmatico Kandid (che ricorda il Candide Voltariano, no?), ormai dato per morto perché scomparso da anni nelle profondità della Foresta, vive in realtà in simbiosi con le bizzarre entità dei boschi.

Da qui deriva anche il titolo, perché i due sventurati saranno costretti a seguire strade difficoltose, come chiocciole che scalano un pendio.
Come ho già sperimentato con altri loro romanzi, i citazionismi sono molti, come i richiami alla cultura e alla tradizione russa.

Ho avuto il piacere di intervistare la professoressa Daniela Liberti, traduttrice dal russo del romanzo La chiocciola sul pendio.

 

Quanto è importante portare al pubblico italiano le opere dei due geniali fratelli Strugackij?

Alla luce degli ultimi, tragici, avvenimenti, che, come stiamo vedendo, non riguardano solo l’Italia, credo che leggere o rileggere il messaggio che gli Strugackij hanno ripetuto pressoché in ogni loro libro, non può che esserci d’aiuto e di sprone a non commettere gli stessi errori.

I fratelli Strugackij sono arrivati al pubblico italiano ad ondate diverse e dopo lunghe pause nel tempo. Com’è noto, in passato, alcune delle loro opere, che siano racconti o romanzi brevi, sono comparse in antologie – penso a quella della Feltrinelli curata da Jacques Bergier del 1961 – o sono state tradotte da altre lingue – penso alla traduzione dall’inglese pubblicata su “Urania” negli anni ‘70 con il titolo Il Direttorato. Proprio quest’ultimo romanzo breve, di cui parliamo adesso, ha avuto la possibilità, grazie alla sensibilità della Carbonio editore, di vivere una nuova vita.

Prima di tutto, si è mantenuto il titolo originale che riveste un significato molto particolare per la comprensione generale del narrato: La chiocciola sul pendio. La traduzione direttamente dal russo ha poi fatto il resto: i dialoghi, i monologhi, l’ambientazione hanno ricevuto nuova linfa espressiva; sono stati reintegrati pezzi che su Urania non c’erano (o per decisione redazionale o perché non contenuti originariamente nella traduzione inglese). Negli ultimi anni, per fortuna, delle case editrici (Marcos y Marcos, Ronzani editore, e ripeto la Carbonio) hanno avuto il merito, e il coraggio, di far conoscere in Italia alcuni tra i romanzi più importanti di questi autori che in Russia hanno sempre goduto di un successo straordinario, anche se sappiamo bene che le autorità non vedevano di buon occhio quello che facevano dire ai loro personaggi sull’ambiente circostante, sul concetto di autorità, sull’uso dissennato delle risorse naturali, sulla libertà dell’individuo.

Boris Strugackij, in una foto del 2006 (autore Бережной, Сергей Валерьевич), CC BY-SA 2.5

Nella postfazione alla Chiocciola, Boris Strugackij, il fratello astronomo, spiega molto bene la genesi e la vita travagliata del loro romanzo, così come spiega cosa è per loro realmente la foresta.

La chiocciola sul pendio è un romanzo molto interessante, l’ho visto come uno spartiacque paradossale all’interno dell’opus dei fratelli. Lunedì inizia sabato, per esempio, è un testo molto più scanzonato e goliardico. Invece l’opera di cui parliamo è venata da una certa rassegnazione, una disillusione interiore che si riflette totalmente nella collettività e con i macro eventi storici che hanno attraversato la Russia e influenzato tutto il suo popolo. Possiamo quindi finalmente ammettere che il duo fantascientista non era propenso solo a un’ironia goliardica e fiabesca bensì a una parodica e feroce rilettura della contemporaneità?

Certamente, i richiami alla realtà in cui i fratelli vivevano sono evidenti. Ma gli autori stessi, forse anche per aggirare la censura, hanno dichiarato più volte che non bisognava trovare a tutti i costi una spiegazione o un modello preciso ai mondi da loro creati. È vero che col tempo, il loro modo di immaginare la realtà cambia radicalmente: non ci sono più i voli interplanetari, i progressor, cioè gli inviati in altre civiltà; l’azione si dipana in un luogo imprecisato – ben individuabile, però, in ogni società umana – e in un tempo imprecisato – anche qui alcuni riferimenti velati, ci aiutano a capire a cosa si allude; viene dato maggiore spazio alla riflessione filosofica sul destino e sul futuri dell’uomo e dell’ambiente circostante. La vena ironica, che non chiamerei proprio gogliardica, pervade tutta la loro opera, ma è un’ironia di tipo particolare, che ci invita a riflettere e non a sorridere. E che sembrerebbe dire: “questa è la tua vita, non sprecarla”.

Che cos’è la foresta?

Ho risposto sopra, citando la postfazione di Boris Strugackij. La foresta potrebbe rappresentare lo specchio della nostra esistenza, il mondo che vorremmo. Un mondo, però, che per sopravvivere alla distruzione che viene sa fuori, si dà esso stesso delle regole crudeli. Kandid, uomo di mentalità scientifica, che ha perso la memoria precipitando nella foresta, pur avendo tentato più volte di andarsene, resterà con gli altri, forse perché ha capito che la sua vita nel Direttorato è finita, e che da ora in poi sarà considerato un reietto dal “mondo sulla rupe”. E così diventa una sorta di Don Chisciotte.

Perec, filologo, linguista, che dal Direttorato vorrebbe partire per vedere lo strano mondo silvano di cui tutti parlano, alla fine si adegua a modo suo. La foresta, in ogni caso, è nella mente di tutti, e direttamente o spiritualmente, ognuno deve fare i conti con essa.

Immagine di Reine Herminione Etalle

La fantascienza dei fratelli Strugackij. È completamente diversa dalla hard science fiction del primo novecento e anche da quella super-utopica degli scrittori russi più classici. Quindi, secondo lei, cosa è dovuta la fama dei fratelli?

Io penso che la fama dei fratelli Strugackij sia dovuta proprio a quel loro modo di raccontare il presente, le sue problematiche, senza dimenticare che ogni giorno in più è già futuro. Un futuro con cui tutti dobbiamo fare i conti, poiché siamo noi stessi a esserne gli artefici, siamo noi stessi che dovremo darlo in eredità ai posteri.

Il testamento che ci hanno lasciato, anche con le loro interviste, i diari, e gli altri materiali che ora fanno parte dei trentatré volumi dell’opera omnia uscita in Russia, non fanno che confermare l’immane lavoro portato avanti dagli autori per tanti anni, anni di certo non facili. Forse le note sparse qui sotto, ti aiuteranno a capire meglio il contesto generale. Nel prossimo libro che sto traducendo, sempre per Carbonio, La città condannata, tutte le tematiche di cui si è parlato tornano prepotentemente, accompagnate da profonde riflessioni filosofiche che rappresenteranno il filo rosso di tutto il romanzo.

La chiocciola sul pendio Arkadij e Boris Strugackij
La copertina del romanzo La chiocciola sul pendio (noto anche col titolo nella prima edizione italiana, Il Direttorato), di Arkadij e Boris Strugackij, tradotto in italiano da Daniela Liberti e con postfazione di Boris Strugackij, pubblicato per la collana Cielo Stellato di Carbonio Editore

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


lunedì inizia sabato Strugatskij

Lunedì inizia sabato: magia e ottimismo della fantascienza russa dei fratelli Strugatskij

Per la prima volta in Italia è giunto un capolavoro della fantascienza russa, da tempo ingiustamente ignorato e mai pubblicato in Italia, grazie al pregevole impegno della Ronzani Editore. Lunedì inizia sabato è una delle opere più importanti dei fratelli Arkadij e Boris Strugatskij, se non quella che più di tutte è stata accolta con entusiasmo dai lettori russi.

Un'opera - la cui prima edizione risale al 1964 - di grandissima levatura e in grado di anticipare il futuro, unendo a questo un'ironia senza pari e un lirismo favolistico che incanta il lettore, conducendolo nei meandri fatati del folklore russo. Pervaso di un ottimismo contagioso e dilagante, il romanzo è un invito genuino e meraviglioso ad esplorare la fantasia, non solo dei due autori, ma in generale dell'uomo.

Spinti dal bisogno di esorcizzare i macro-eventi storici come le guerre mondiali e le tensioni politiche coeve, quindi con la volontà di porre una certa barriera ideologica rispetto ad alcuni precedenti autori di science fiction, fortemente pragmatici,  gli autori elaborano il fantastico (di cui la fantascienza è una declinazione) come strumento non di pura evasione dalla realtà, ma come organismo alternativo (non utopico) al presente ecosistema sociale, politico e culturale.

La missione dei fratelli Strugatskij, almeno nei primi lavori, è quella di descrivere le fantasticherie del futuro, possibili soltanto grazie alla fiducia nell'uomo e al positivismo; comunque è necessario sottolineare che anche in Lunedì inizia sabato spuntano fuori anche i leitmotiv più cari ai due fratelli, come la destrutturazione dell'utopia sovietica, la sagace satira contro le inestricabili matasse burocratiche della macchina politico-lavorativa post-staliniana e la proposizione di alcune oscure metafore che proiettano l'uomo verso un destino ignoto e non così tanto solare.

Il romanzo presenta una struttura atipica, anzi sembra più un collage di storie e situazioni surreali, ed è infatti diviso in 3 storie e una postfazione. Il tutto è colorato dall'ironia, gli intenti parodici e macchiettistici dei nostri autori. Le storie dei fratelli Strugatskij sono ambientate nelle foreste della Carelia, regione di cui vi ho ampiamente parlato nell'articolo dedicato al romanzo finlandese La via eterna. Il malcapitato ingegnere Sasha Privalov si imbatte in due strani individui dell'ISSTEMS (Istituto di ricerca Scientifica e Tecnologica per la Magia e la Stregoneria), costoro costringono bonariamente l'inconsapevole Sasha di lavorare per il loro centro di ricerca, che ha molto di scientifico ma fin troppo di fantastico. Una vera accademia delle meraviglie.

Concludo, altrimenti potrei anticipare fin troppo e rovinare la splendida intervista con il traduttore Andrea Cortese (di cognome e di fatto), affermando che il romanzo ha un pregio che moltissimi altri testi possono invidiargli, ovvero la perfetta felice convivenza tra elementi fantastici, mitologici, folklorico-popolari, fiabeschi delle terre russe e i più visionari e futuristici inserti fantascientifici. Il risultato è più che magnifico, un qualcosa che pochissimi hanno fatto nella letteratura di genere (tanto meno la planetary romance di stampo pulp). Il tutto è corredato da alcune illustrazioni di Antonio Carrara, che a mio avviso rispecchiano benissimo lo spirito del romanzo. Un'ulteriore conferma della dedizione editoriale che la Ronzani presta ai suoi prodotti estremamente curati.

Ringrazio nuovamente Andrea Cortese per avermi concesso il suo tempo e per la sua simpatia per intavolare una piacevolissima chiacchierata nell'universo immaginifico di quei formidabili autori, i fratelli Strugatskij.

lunedì inizia sabato StrugatskijGentilissimo Andrea, cosa differenzia, secondo te, i fratelli Strugatskij dagli autori di SF russa?

Ciao Cristiano, innanzitutto ti ringrazio per l’opportunità. Sono molto lieto di vedere interesse per la fantascienza russa e per i fratelli Strugatskij. Per rispondere alla tua prima domanda è necessaria una "piccola" digressione. La fantascienza russa è abbastanza vasta e ha attraversato varie epoche e correnti, dalle prime escursioni ottocentesche di Konstantin Tsiolkovskij (teorico del c.d. ascensore spaziale, spesso definito il Jules Verne russo) alla fase “aurea” nel primo trentennio del novecento con autori come Aleksej Tolstoj (Aelita, 1923, L’iperboloide dell’ingegner Garin, 1927), Vladimir Obručëv (Plutonia, 1924, La terra di Sannikov, 1926) e Aleksandr Beljaev (L’uomo anfibio, 1928). In questo stesso periodo si collocano anche due famosi romanzi brevi di Michail Bulgakov (Cuore di Cane e Le uova fatali, 1925), che possiamo ricomprendere nel genere fantascienza.

L’era di Stalin coincise con quello che è generalmente considerato un “decadimento” della fantascienza: fantastika bliznego pritsela (termine che da noi viene reso come “fantascienza del campo ravvicinato” o “ristretto” o “del respiro breve”). Le tematiche affrontate erano molto “terrene”, ancorate fortemente all’elemento tecnologico e all’ideologia, spesso a discapito della rappresentazione dei personaggi.

Raffigurazione artistica dello Sputnik. Immagine di Gregory R Todd, CC BY-SA 3.0

A bene vedere, comunque, anche questo periodo ha visto scrittori di qualità, come Grigorij Adamov, con il suo memorabile Il mistero dei due oceani (1939). L’era della “rinascita” è senz’altro opera del paleontologo Ivan Efremov che, con il suo romanzo La nebulosa di Andromeda (1957, per coincidenza, l’anno dello Sputnik), dà avvio alla c.d. seconda ondata di fantascienza russa. I fratelli Strugatskij iniziano la loro avventura proprio da qui ed Efremov è senz’altro un riferimento. La loro proposta è però diversa. Efremov descrive meticolosamente un’umanità proiettata in un futuro lontano che, dopo aver raggiunto un elevato grado di sviluppo sociale, tecnologico e morale, è pronta all’incontro con i fratelli d’intelletto (brat’ja po razumu), cioè con le altre civiltà disseminate nell’universo (pensiamo anche al romanzo breve apprezzato da Asimov, Il cuore del serpente, 1959). Efremov crea un mondo ideale popolato da persone quali tutti dovremmo diventare, modelli cui ispirarsi e da imitare: gli uomini del domani.

Ecco, proprio in questo sta la differenza maggiore con i fratelli Strugatskij. Nelle loro opere, anche in quelle che sono ambientate nel futuro, gli Strugatskij collocano le persone del presente (con tutte le loro aspirazioni, debolezze e insicurezze). Anche quando ci proiettano negli scenari futuribili del Polden’ (il c.d. universo del Mezzogiorno), gli Strugatskij immaginano sempre un essere umano non dissimile da quello odierno. Uno dei loro racconti è addirittura intitolato Počti takie že (Quasi gli stessi). Gli Strugatskij non hanno mai scritto utopie, sebbene i loro primi lavori siano pervasi da un forte senso di ottimismo. L’ottimismo tende progressivamente ad affievolirsi e spegnersi (dopo Chruščëv arriva Breznev...). Inoltre, gli eroi strugatskiani si scontrano spesso con veri e propri scenari distopici (È difficile essere un dio, L’isola abitata).

lunedì inizia sabato StrugatskijLunedì inizia sabato è un’opera ampia, scanzonata, lirica e anche onirica. Possiamo considerare questo romanzo come il manifesto letterario dei fratelli Strugatskij?

Lunedì inizia sabato fa parte della prima fase degli autori, la fase dell’ottimismo. È il concentrato dell’entusiasmo e delle aspirazioni di due giovani, di uno scienziato (Boris) e di un linguista (Arkadij), che avevano da poco fatto il loro ingresso nel mondo letterario e che pensavano di vivere della loro arte. È una sorta di compendio di battute e di sketches via via raccolti nei primi anni.

Boris Strugatskij racconta che nel 1960, mentre era in missione nel Caucaso per conto dell’Osservatorio di Pulkovo (per l’individuazione della sede per l’installazione del grande telescopio ottico) lui e i colleghi presero “a comporre storielle senza capo né coda dove c’era quella stessa pioggia, quella stessa lampadina scialba appesa al filo senza abat-jour, quella stessa veranda umida, piena di vecchi mobili e casse con l’attrezzatura, e quello stesso triste mortorio, ma dove, ciò nonostante, accadeva ogni genere di cosa divertente e assolutamente impossibile: apparivano dal nulla persone stravaganti e ridicole, che effettuavano rituali magici e pronunciavano discorsi assurdi e spassosi, e dove tutte quelle quattro pagine di pieno e surreale abracadabra terminavano con le meravigliose parole: IL DIVANO NON C’ERA!!”.

Più in generale, Lunedì inizia sabato è l’esempio perfetto del modo di scrivere degli autori: una prosa “scattante” (anche dove non c’è azione), “densa” (di concetti, ragionamenti, citazioni, problematiche profonde ecc.), “frizzante” (di entusiasmo giovanile), insomma, nerd fino al midollo.

La copertina della prima edizione di Lunedì inizia sabato, di Arkadij e Boris Strugatskij. Fair use

Il folklore russo e nordico/careliano riveste un ruolo centrale all'interno del romanzo. Puoi spiegarci meglio questa interessante fusione fanta-popolare con la "scientificità" del contesto di Lunedì inizia sabato?

La storia su maghi, fattucchiere e stregoni all’interno di un istituto scientifico contemporaneo è stata un “pallino” degli autori fin dagli anni cinquanta. Per capirci meglio: non è la scuola di magia per bambini di potteriana memoria, bensì una vera e propria università della stregoneria. La tradizione letteraria russa è fondamentale. La pietra d’angolo su cui si regge tutta la prima parte del libro è l’incipit del poema Ruslan e Ljudmila di Puškin (“C’è una quercia verde sulla baia del mare…”) in cui ci sono già, radunati, tutti gli elementi del folklore (il gatto cantastorie, la quercia, la russalca, la strega Baba-Jaga, la casetta su zampe di gallina eccetera). Un confronto tra modernità e tradizione, un modo per disinnescare l’atavica superstizione e suscitare l’amore per le discipline scientifiche. Il tutto ha ovviamente un effetto comico ed è concepito anche come satira della vita e dell’organizzazione accademica del tempo. Molti personaggi sono direttamente ispirati a persone realmente esistite (ad esempio, per il professor Vybegallo, personaggio negativo per eccellenza, il modello è l’agronomo sovietico Trofim Lysenko).

Come spiegheresti il titolo del romanzo e quindi una delle massime dei "maghi" del misterioso istituto?
Lunedì inizia sabato è il motto dell’ISSTEMS. È un inno alla dedizione e al lavoro, allo studio e all’applicazione scientifico-sperimentale. È il codice dell’anima di ogni scienziato sinceramente devoto alla propria missione. Ma le parole, come spesso accade, finiscono con l’esporsi a interpretazioni contrastanti (soprattutto ad opera dei membri del dipartimento di Conoscenza Assoluta...). Inoltre, vi è un significato ulteriore del titolo, quasi letterale, legato al segreto che i nostri eroi sono chiamati a svelare nella terza parte del libro. Di più non posso dire, per non spoilerare...

La strega Baba-Yaga in un dipinto di Viktor Mikhailovich Vasnetsov. Immagine in pubblic dominio

Andando nello specifico, come ti sei trovato a tradurre quest’opera?

Beh, direi che è stata una sfida personale appassionante, ma tutt’altro che semplice da affrontare. Come traduttore mi sono trovato davanti vari ostacoli, per lo più di natura storico-culturale, ma non solo. Ad esempio l’acronimo dell’istituto di Solovets è NIIČAVO che in russo somiglia molto alla parola ničego (= niente, fa niente, è lo stesso). Uno sfottò degli istituti di ricerca dell’epoca (i vari NII-). La versione italiana è ISSTEMS, con suono ispirato al parlato settentrionale (l’è istess).

Mi vengono in mente anche le divertenti poesiole in rima disseminate nel testo (“Una dacia voglio costruire…”). Per mia fortuna, un aiuto al superamento di certe “barriere” l’ho avuto da una madrelingua appassionata, Tatiana Florinskaja, che ringrazio ancora una volta. Un altro grande sostegno è senz’altro l’opera della schiera di cultori che va sotto il nome di "ljuden", un gruppo di studiosi appassionati che hanno scandagliato, studiato e commentato tutto lo scibile strugatskiano!

Mi ha sorpreso molto che in Italia sia giunta solo di recente quest’opera dei fratelli Strugatskij, a cosa è dovuta questa tardiva ricezione?

Le opere dei fratelli Strugatskij han cominciato ad arrivare in Italia molto presto, già a partire dal 1961, con la collana di 14 racconti di fantascienza sovietica curati da Jacques Bergier (3 racconti dei fratelli Strugatskij). Pubblicazioni si sono poi susseguite per tutti gli anni sessanta, ma si sono via via rarefatte, salvo ovviamente i bestseller Picnic sul ciglio della strada ed È difficile essere un dio, titoli che hanno avuto più edizioni nel nostro paese. Di recente si sta assistendo a una ripresa d’interesse da parte di pubblico ed editori.

Non so perché Lunedì inizia sabato non sia mai stato pubblicato prima nel nostro paese. In effetti, siamo arrivati un po’ in ritardo, visto che si tratta di uno dei romanzi più noti e popolari degli autori e ha avuto anche moltissime traduzioni in giro per il mondo (a proposito: grazie a Ronzani Editore che ha creduto nel progetto!). Vero è comunque che questo libro è molto ancorato a storia e tradizione russe ed è pertanto un testo di fantascienza molto poco ortodosso che solo un lettore russo può apprezzare appieno.

Inoltre, non dimentichiamo che l’Italia sembra scontare una quasi atavica avversione per la fantascienza, spesso considerata letteratura “minore” (anche se tanti grandi autori se ne sono occupati, da Salgari a Buzzati a Primo Levi ecc.); dall’altra, la fantascienza russa (un tempo si diceva sovietica) è stata spesso (e spesso a torto) bollata come sottoprodotto “minore” della fantascienza, un concentrato di barbosità, per lo più a forte connotazione ideologica, da considerarsi perciò a maggior ragione anacronistica dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Per la mia esperienza, è vero il contrario. Si tratta di una produzione letteraria tutta da scoprire dove non è raro imbattersi in autentici gioielli che possono essere apprezzati trasversalmente da un’ampia platea di lettori (non solo gli appassionati di fantascienza), a prescindere dalla loro specifica idea politica.

A differenza di altri romanzi del genere la vena utopica/socialista viene messa alla berlina molto spesso. In patria come sono stati accolti questi scritti?

Come detto, i fratelli Strugatskij non hanno mai inteso scrivere utopie. Non erano “dissidenti” come alcuni hanno scritto in occidente, semmai umanisti, nel senso pieno della parola. Con la satira hanno spesso messo nel mirino la demagogia e la macchina burocratica del loro tempo e hanno avuto vari problemi con la censura, soprattutto a partire dal 1967.

Pensiamo che libri come La chiocciola sul pendio (1965), La favola della Trojka (1967, una specie di continuazione di Lunedì inizia sabato) e La città condannata (1975), hanno visto la luce solo tra la fine degli anni ’80 e i primi ’90. A parte questo, gli autori sono stati accolti fin da subito molto calorosamente dal pubblico e dalla stessa comunità letteraria. Sono tuttora popolarissimi e considerati i campioni della fantascienza russa. Attualmente, è in corso di pubblicazione una colossale opera omnia in 33 tomi (di oltre 600 pagine l’uno!).

Molte le pellicole cinematografiche realizzate sui loro romanzi. Lo stesso Lunedì inizia sabato è diventato, nel 1981, uno dei film natalizi russi per eccellenza (Charodei, I maghi). Il film, in due puntate (gli stessi autori hanno collaborato alla sceneggiatura), presenta trama e personaggi molto diversi ma sin dalle prime scene è chiaro che la sua ispirazione principale è costituita dal romanzo. Un altro film, del 1965, è molto più aderente al testo, anche se vi è rappresentata per lo più solo la prima storia (è una specie di rappresentazione teatrale).
Per concludere, ti ringrazio molto per l’opportunità che mi dai di poter spendere qualche parola su questi autori straordinari (che amo, come Stanislaw Lem!).

Lunedì inizia sabato Arkadij e Boris Strugatskij Ronzani Editore
La copertina del romanzo Lunedì inizia sabato di Arkadij e Boris Strugatskij, pubblicato da Ronzani Editore, con traduzione dal russo di Andrea Cortese

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Fino alla Morte

13 Luglio 2015

Fino alla Morte

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Il dott. John Leigh ha scritto il primo libro esclusivamente dedicato al duello in letteratura. In Touché, offre un'immagine convincente dei modi coi quali romanzieri, drammaturghi e poeti hanno utilizzato il duello come tropo per rivelare l'estensione del valore maschile, del raggiro e della pura stupidità.

Due dei più celebri duelli nella letteratura inglese hanno luogo all'inizio e alla fine di quel gigante tra i romanzi che è Clarissa di Samuel Richardson.
Nel primo incontro, Robert Lovelace, spasimante di Clarissa, è sfidato a duello dal fratello di lei, James Harlowe. La loro antipatia data ai tempi di un battibecco “cominciato al College” ed è stato infiammato dall'interesse di Lovelace per Clarissa e le sue sorelle. Durante il loro scontro, Lovelace ha la possibilità di uccidere Harlow ma “gli rende la sua vita”.  L'incidente contribuisce a stabilire Lovelace, “un libertino finito”, come un uomo che vive la sua vita come una sorta di duello esteso, una continua sfida allo stesso fato.
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