Combattimenti nell'arena. Ecco i giochi al Colosseo

La valle tra l’Oppio, il Palatino e il Celio fu urbanizzata a partire dal II secolo a.C. e fino all’età augustea; l’incendio che devastò Roma il 18 luglio del 64 d.C., sotto Nerone, determinò una modificazione profonda dell’assetto precedente e parte del territorio venne ad ospitare la Domus Aurea, la villa urbana di Nerone che si estendeva su 250 ettari e che comprendeva il grande lago artificiale dello Stagnum Neronis, un vasto specchio d’acqua cinto da un triportico colonnato di almeno 200 metri di lato e profondo non più di 4. La costruzione della villa fu abbandonata alla morte di Nerone e la presa di potere di Vespasiano, il nuovo imperatore, determinò, dopo il risanamento dell’erario pubblico, la riorganizzazione urbanistica dell’area e l’edificazione, tra altri interventi pubblici, dell’Amphitheatrum novum sul sito del lago artificiale a partire dal 71 d.C.; lo ricorda Marziale: “Hic ubi conspicui venerabilis Amphitheatri/erigitur moles, stagna Neronis erant”.

Colosseo. Foto: Alessandra Randazzo

Per i Romani era anche il Teatro per le cacce, nel Medioevo Colosseo e poi Anfiteatro Flavio; il Colosseo fu costruito in poco più di otto anni e inaugurato dal figlio di Vespasiano, Tito, nell’80, con 100 giorni di spettacoli venatori, giochi gladiatori e battaglie navali. L’edificio inaugurato, tuttavia, non ancora completato, mancava di parte dell’attico e delle strutture ipogee dell’arena che saranno realizzate solo sotto Domiziano, insieme ai grandi edifici di servizio esterni come le caserme gladiatorie, i depositi delle armi, l’ospedale per i feriti, la caserma della flotta di Miseno, l’edificio per le spoglie dei gladiatori morti. Incendi, terremoti e la necessità di mantenere in efficienza l’edificio determinarono restauri, aggiornamenti e modifiche fino al VI secolo, quando furono definitivamente interrotti i ludi gladiatori e l’edificio subì un inarrestabile abbandono, trasformandosi, a partire dal regno di Teoderico, in cava di materiale, poi residenza delle famiglie romane dei Frangipane e degli Annibaldi nel XII e XIII secolo e poi di nuovo e fino alla metà del Settecento a cavar marmi a Coliseo.

L’anfiteatro sorge su una platea ovoidale policentrica, dal diametro maggiore di 188 metri e minore di 156, e in origine raggiungeva un’altezza esterna fuori terra di oltre 50 metri. Una gabbia di grandi pilastri di travertino, inglobati nei muri radiali in tufo e laterizio, costituiva il sistema strutturale principale che consentiva di formare le camere radiali in corrispondenza dei fornici della facciata esterna. Questi lunghi corridoi radiali, coperti da volte in opera cementizia con nervature in mattoni, sostenevano le gradinate per gli spettatori e i corridoi anulari di distribuzione; consentivano, quindi, di distribuire tra i 50.000 e i 70.000 spettatori su cinque ordini successivi di posti, ciascuno per i diversi ranghi sociali del pubblico, con ingressi e percorsi interni ed esterni differenziati e distinti.

Colosseo. Foto: Alessandra Randazzo

Una gran cerchia d’archi, la chiamava il poeta Shelley, ed è l’immagine che meglio rappresenta la facciata esterna, oggi ancora visibile per la metà nord verso il colle Oppio e che si staglia poderosa giungendo da via dei Fori Imperiali. Immaginiamola completata della parte mancante e avremo una mole pressoché ellittica aperta da 80 arcate inquadrate da semicolonne su tre livelli sovrapposti; la scansione degli ordini architettonici dei differenti livelli è quella canonica delle facciate teatrali con la sovrapposizione, dal basso, di ordine tuscanico, ionico e corinzio. Sopra l’ultima cornice del terzo ordine di arcate si innalza la grande parete dell’attico, dove si aprono, alternati a muri ciechi, quaranta finestroni rettangolari entro un ordine di paraste (semipilastri) corinzie; sopra le finestre corrono le mensole sagomate -tre per ogni campitura tra le paraste- che servivano per il fissaggio dei pali di legno che, inserendosi in fori corrispondenti nel cornicione sommitale, consentivano ai marinai della flotta del Miseno, distaccati nella caserma poco distante, la manovra del gigantesco velarium per riparare il pubblico dal sole e dalla pioggia.

Cosa succedeva 2000 anni fa al Colosseo?

Con una solenne pompa, un corteo entrava nell’arena. A sfilare oltre a due littori che aprivano le fila, i protagonisti della giornata e l’editor dei giochi, il magistrato, seguito dai musicisti che durante gli spettacoli animavano le scene di lotta con corni, tube, flauti, tibie e organi idraulici. Non solo gladiatori, quindi, ma anche venatores e condannati a morte legati tra di loro da una fune. La mattina era riservata alla venatio, una caccia con animali feroci. Questa poteva svolgersi tra soli animali o tra animali e uomini e prevedeva anche esibizioni acrobatiche, quasi da circo diremmo noi, con animali addomesticati. Incredibili da immaginare in una struttura come il Colosseo, le Naumachie, le battaglie navali che tanto impressionavano gli spettatori. Le imbarcazioni, nei sotterranei, erano situate nelle darsene e man mano che l’acqua saliva di livello queste si sollevavano fin sulla platea. Marziale racconta che per i giochi inaugurali dell’80 d.C., fu inscenata una memorabile battaglia tra corinzi e corciresi.

Colosseo. Foto: Alessandra Randazzo

Ma la presenza dell’acqua permetteva anche scene più complicate con scenografie davvero straordinarie. Una di queste fu la messa in scena del mito di Ero e Leandro nei sotterranei sommersi. Ero, giovane e bellissima sacerdotessa di Afrodite e Leandro erano due innamorati che abitavano sulle rive opposte dello stretto dei Dardanelli. Leandro, ogni notte, raggiungeva a nuoto la sua amata che dalla cima di una torre gli segnalava il percorso con una torcia. Una notte, durante una tempesta, la torcia si spense e il giovane Leandro morì annegato tra i flutti. Durante la rappresentazione della tragedia, Leandro fu risparmiato dall’imperatore Tito, una variante al mito che commosse profondamente il pubblico.

L’arena, oltre che di splendide coreografie, spesso si impregnava di sangue, non solo animale ma soprattutto umano. Molte furono le esecuzioni capitali che si svolsero al Colosseo, alcune delle quali come la damnatio ad bestiasparticolarmente cruente. Questa tipologia di condanne a morte spettava a uomini che si erano macchiati di reati gravissimi come il parricidio e la lesa maestà e consisteva nell’essere sbranati, da vivi, da animali feroci. Durante i 100 giorni di giochi inaugurali, le condanne ad bestias furono messe in scena sotto forma di episodi mitici, con epiloghi assolutamente tragici e particolarmente sanguinari. Un certo Laureolo, reo di aver ucciso il padre, aver rubato nei templi e aver addirittura dato fuoco a Roma, fu costretto ad inscenare il mito di Prometeo. Nell’eccentrica variante romana però, rispetto al mito greco, il condannato fu appeso ad una croce e sbranato da un orso.

Colosseo. Foto: Alessandra Randazzo

A chiudere la giornata, gli spettacoli più attesi e forse quelli più celebri nella storia: i ludi gladiatori. Questi avevano luogo nel pomeriggio e si aprivano con il saluto rituale dell’imperatore che dava il via agli scontri secondo l’ordine di apparizione annunciato dalla pompa iniziale. I gladiatori erano schiavi, condannati oppure dei veri e propri professionisti della lotta armata e si distinguevano tra di loro per specialità e tecniche di combattimento.

Tra le specializzazioni vi era il retiarus armato di tridente e di una rete, il secutor o murmillo che aveva una spada, un lungo scudo rettangolare e un elmo piccolo e arrotondato, per non concedere appigli all’avversario con la rete; l’oplomachusche aveva un grande scudo che lo proteggeva; il sagittarius che aveva frecce ed arco; il traex che aveva un piccolo scudo di forma quadrata, alti gambali e una spada corta e ricurva (sica); l’essedarius che combatteva su un carro da guerra.

Fragmento del mosaico de Zliten, hallado cerca de Leptis Magna, actual Libia (siglo II d. C.). Muestra varios tipos de gladiadores en acción.
Livius.org [Public domain]
Gli epigrammi di Marziale ricordano alcuni famosi gladiatori che si distinsero per la loro bravura: MyrinusTriumphusPriscus e Verus. Proprio lo scontro tra Priscus e Verus passò alla storia perché non ebbe nessun vincitore. Sempre Marziale racconta che di pari coraggio e forza, nessuno dei due ebbe la meglio sull’altro tanto che fu lo stesso pubblico, annoiato, a chiedere la fine del combattimento. Secondo la lex pugnandi lo scontro poteva terminare solo se uno dei due contendenti, posato lo scudo, sollevava un dito in segno di vittoria. Tito graziò entrambi e donò loro, in assenza di vincitore, la rudis e la palma. Palma e corona spettavano al vincitore, mentre la rudis, una spada di legno, veniva consegnata al gladiatore al termine della sua carriera.


Quando mangiavano i Romani? Viaggio tra cibo e preparazioni gourmet

Spesso le fonti letterarie e archeologiche ci hanno permesso di ricostruire vari aspetti della società romana, e in modo particolare, grazie alle tante descrizioni degli autori antichi, possiamo farci un’idea anche di come si mangiava nell’antica Roma. Ghiottonerie culinarie, banchettanti ritratti in domus splendide a godere pasti e vino in buona compagnia,ci restituiscono il tenore di vita elevato della società aristocratica. Non dimentichiamo però, che pochi erano quelli che potevano godere della buona cucina. Contadini, gente modesta che non poteva avere grandi risorse faceva pasti frugali con quello che la terra poteva offrirgli e senza troppe esagerazioni.

Un esame del modo di mangiare di un popolo deve innanzi tutto partire da come questo era inteso e organizzato nell’arco della giornata, specificando che la seguente trattazione si riferisce a chi aveva un tenore di vita medio-alto e poteva permettersi di consumare cibo più volte al giorno.

Dolce da Oplontis. Ignoto: affresco di Oplontis del I sec. [Public domain], via Wikimedia Commons
Nell’antica Roma, generalmente, si facevano tre pasti al giorno: la prima colazione chiamata jentaculum, la colazione del mezzogiorno detta prandium e il pasto della sera detto cena. Originariamente la cena, anziché essere consumata di sera, avveniva nel primo pomeriggio e costituiva, così come avviene oggi in molti paesi, il pasto principale della giornata. I Romani dei primi secoli, consumavano una frugale colazione chiamata vesperna, successivamente, con il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, la cena venne posticipata ad un orario più tardo.

Il comfort domestico e la possibilità di illuminazione, fecero si che il pasto serale assumesse un’importanza maggiore, consumato tra amici, veniva a rappresentare il momento sociale più importante di un cittadino romano. Questa abitudine portò inevitabilmente ad alleggerire anche la colazione del mattino. Ci si accontentava, come i Greci, di un bicchiere di latte o di un biscotto imbevuto in un bicchiere di vino o in una salsa all’aglio con aggiunta di fichi o di olive. Oppure non raro era trovare chi beveva un semplice bicchiere d’acqua: “Ti affretti ad alzarti con la tua aria imbronciata dopo aver bevuto la tua acqua” dice Marziale alla sua donna. Sarà forse che le donne volevano rimanere leggere per non ingrassare?

Casa di Giulia Felice. Affresco con uova, tordi e stoviglie. Foto: Pompeii Parco Archeologico

Il jentaculum, invece, veniva consumato verso la terza o quarta ora della giornata, cioè tra le otto e le nove del mattino. Uno schiavo, appositamente preposto, dava l’annuncio dell’ora per consumare il pasto che consisteva nel consumo di carne, di pane e formaggio oppure uova. I bambini che si recavano a scuola, acquistavano per strada dolciumi (adipata) dal pistor dulciarius, il pasticcere.

Il secondo pasto della giornata, il prandium, si consumava verso la sesta o settima ora, intorno a mezzogiorno. Il prandium era un pasto rapido, spesso composto dai resti della cena del giorno prima e poteva consistere in piatti a base di verdure, pesce, uova e funghi. Per il consumo rapido spesso non si imbandiva nemmeno la tavola e veniva consumato in piedi senza nemmeno lavarsi le mani. Questo particolare aspetto igienico ce lo racconta Seneca che si accontentava di un tozzo di pane con carne fredda, verdura, frutta e un buon bicchiere di vino. Altre testimonianze ce le fornisce invece Plinio il Giovane quando descrive il prandium dello zio Plinio il Vecchio che, dopo aver consumato rapidamente il pasto, amava concedersi un breve riposo stendendosi, durante l’estate, al sole.

Pane carbonizzato da Pompei conservato nel Laboratorio di Ricerche del Parco. Foto: Pompeii Parco Archeologico

Era la cena il momento più importante della giornata, spesso trascorsa in compagnia di amici che si riunivano intorno ad una tavola ricca di ghiottonerie o modesta, a seconda delle disponibilità economiche del padrone di casa. Quando i soldi erano davvero pochi, spesso gli invitati portavano da casa il loro contributo in cibo.

“Cenabis bene, mi Fabulle, apud me

paucis, si tibi di favent, diebus,

si tecum attuleris bonam atque magnam

cenam, non sine candida puella

et vino et sale et omnibus cachinnis”.

Catullo invita a casa sua l’amico Fabullo e gli chiede di portare, viste le scarse finanze, una cena buona e abbondante!

Era usanza, per coloro che non possedevano in casa un bagno privato, lavarsi alle terme prima di mettersi a tavola. Dopo, aveva inizio la cena che variava in rapporto alla lista di pietanze che il padrone di casa poteva offrire ai suoi amici. Solitamente la cena finiva prima di notte. Le cene importanti e i banchetti duravano invece fino a notte inoltrata. Il rispetto di un’ora conveniente per il termine di un banchetto era legata non solo ad una questione morale nel rispetto del mos maiorum, ma anche alla buona forma fisica per svolgere al meglio le attività che attendevano padrone di casa e ospiti nel giorno successivo.

Ma cosa si mangiava durante una cena romana? Per quanto riguarda i menu, Seneca, Plinio, Marziale e molti altri autori, ci hanno tramandato piatti molto semplici, ma in banchetti importanti con ospiti di riguardo le liste delle portate erano molto complesse e lunghe.

La cena era suddivisa in due momenti. Un primo, costituito dal pasto vero e proprio con prevalenza di alimenti solidi e consumo moderato di bevande; un secondo, che generalmente durava di più, in cui si poteva alzare il gomito e intrattenersi con attrazioni di vario genere. La portata era chiamata ferculum, una parola che originariamente indicava il contenitore del cibo, il piatto. Successivamente, per metonimia, divenne anche il contenuto del piatto, cioè la portata vera e propria. In una cena di media importanza, in generale, venivano portati tre fercula, ma con l’importanza della cena aumentava il numero fino a raggiungere le sette portate. Si cominciava con la gustatio, una sorta di aperitivo composto da antipasti pepati e stuzzicanti che servivano a risvegliare il palato. Venivano servite uova, zucche, verdure, pollo ed ostriche, accompagnate da vini artificiali preparati con assenzio, violette o petali di rose.

Cesto di fichi dalla Villa di Poppea ad Oplontis. Foto: Alessandra Randazzo

L’aperitivo, alcolico, spesso era costituito da vino al miele, il mulsum, da cui deriva il nome dato successivamente al momento della gustatiopromulsis appunto. Alla gustatio, seguiva una portata composta da pesce, carne e verdure chiamata prima cena. Ne seguiva un’altra chiamata altera cena, composta da arrosti, generalmente cacciagione o da piatti esotici. Si terminava con un dessert. Questo momento era chiamato secundae mensae perché, come in Grecia, venivano portate nuove tavole. I Romani però, si limitavano a sostituire la tovaglia, quando c’era, o a sostituire i piatti sporchi e a spazzare per terra. La portata era costituita da frutta fresca e secca e soprattutto da dolci! Durante la cena, il vino era bevuto in maniera moderata per non comprometterne, con l’abuso, il gusto di cibi prelibati fatti preparare appositamente dagli “chef” più famosi dell’epoca.

Non era raro trovare il padrone di casa ai fornelli. Veniva a costituire una sorta di hobby e di sorpresa piacevole per gli ospiti. Dopo la cena e generalmente dopo una rapida toeletta, nelle grandi occasioni, veniva offerto agli ospiti un prolungamento della cena.

Questo momento era chiamato commisatio e poteva protrarsi a lungo nella notte. Si trattava soprattutto di una bevuta accompagnata da piatti leggeri e saporiti che stimolavano la sete, ma potevano essere imbanditi anche piatti più sostanziosi quando erano presenti amici invitati solo al “dopo cena”. Per la commisatio, gli ospiti mettevano in testa corone di fiori, mentre a tavola venivano portate coppe di vino per il brindisi.

Secondo l’usanza greca veniva sorteggiato un magister bibendi o rex convivii, il cui ruolo consisteva nel sovrintendere il buon funzionamento delle varie operazioni di mescolamento del vino operate da uno schiavo che, nella giusta proporzione di acqua e vino, mesceva in un cratere i liquidi. La bevuta, se rispettava le regole classiche, cominciava con delle libagioni in onore di Dioniso che aveva dato il vino agli uomini. Ciascuno dei commensali beveva una piccola quantità di vino dalla coppa e ne spargeva qualche goccia invocando il nome della divinità, poi passava la coppa all’ospite vicino con un saluto augurale. La personalità del magister bibendi stabiliva anche i toni del banchetto. Se si esagerava si poteva assistere anche a momenti grossolani, se invece veniva imposta una moderazione tutto scorreva con tranquillità.

Banchetto dalla Casa dei Casti Amanti di Pompei. Foto: Alessandra Randazzo

Di norma, alle mogli non era concesso partecipare a questa parte della cena. Infatti queste si ritiravano già alle secundae mensae in quanto le bevute non erano permesse. A far compagnia ai mariti vi erano cortigiane o danzatrici che contribuivano a rendere allegra la serata. In alcuni casi però, laddove il clima conviviale era decoroso e garbato, le mogli potevano tenere compagnia ai mariti e alcuni affreschi divertenti a noi pervenuti immortalano esilaranti momenti in cui le mogli sorreggono i mariti all’uscita del banchetto perché hanno alzato troppo il gomito. Non si usciva dalla casa dell’amico senza aver ricevuto un dono. “Ciascuno dia al suo invitato il regalo che gli si adatta” diceva Marziale nei suoi Epigrammi e ne enumera anche la diversa tipologia. Gli apopherata, così erano chiamati, potevano consistere in profumi, articoli da toeletta, coltelli, ombrellini, cassette, lampade, articoli per lo sport, indumenti, vasellame, stoffe o cibi.

nam unguentum dabo, quod meae puellae

donarunt Veneres Cupidinesque;

quod tu cum olfacies, deos rogabis

totum ut te faciant, Fabulle, nasum”

Catullo, come ci dice sempre nel carme 13, donerà all’amico Fabullo un profumo così delizioso, donato alla sua donna dalle veneri e dagli amorini, che pregherà gli dei affinchè diventi tutto naso per odorarlo meglio!