Cavallerizza Reale di Torino

Uno de minus - In fiamme la Cavallerizza Reale a Torino

Leggenda vuole che un soprintendente ai beni architettonici di molti anni fa accogliesse le
notizie di crolli e danni irreparabili al patrimonio sotto la sua tutela con malcelato sollievo e
un commento lapidario: "uno de minus".
Il 21 ottobre avrebbe con tutta probabilità reagito allo stesso modo nell'apprendere che un incendio,
divampato nella mattinata intorno alle 7 e 30 e per fortuna già spento entro le 10, aveva procurato danni
piuttosto seri alla Cavallerizza Reale di Torino.

Al momento non sappiamo nulla riguardo all'origine dell'incendio.
Sappiamo molto, al contrario, sulla Cavallerizza, sulla sua importanza nel definire l'identità
storica del centro di Torino e sul triste legame della città con gli incendi.
Anzitutto la Cavallerizza Reale non è, come molti hanno riportato, patrimonio UNESCO.
Almeno non di per sé: piuttosto è tutto il complesso di edifici che da Palazzo Reale si
estende quasi senza soluzione di continuità fino appunto ai giardini reali e al complesso
delle scuderie a fregiarsi di questa speciale tutela.
Perché è raro che in una città europea si sia salvaguardato un esempio così concreto e
plastico di esercizio della monarchia assoluta.

Cavallerizza Reale di Torino
Foto di MaxDeVa, CC BY-ND 2.0

Una sorta di città nella città comprende e accentra al suo interno le funzioni di
rappresentanza, svago, amministrazione della giustizia, educazione dei cadetti, fino appunto
alle scuderie.
Per questo la Cavallerizza è importante, più che come monumento a sé stante: la parte
danneggiata è l'espansione più tarda, quella ottocentesca, e il complesso peraltro era già
stato coinvolto dai bombardamenti del 1943.

Preoccupa però la contiguità di questo complesso con edifici preziosi e delicati: il Teatro
Regio, l'Auditorium della RAI, l'Archivio di Stato. Proprio quest'ultimo nei primi anni del
Novecento ha inaugurato una triste serie di incendi; negli ultimi vent'anni si sono aggiunti il
rogo della Cappella della Sindone e del Castello di Moncalieri.

Episodi tragici, perché quello che non è stato incenerito dal fuoco viene danneggiato
dall'acqua. Le tonnellate d'acqua usate per spegnere le fiamme portano al costruito storico
danni subdoli e duraturi, con cui dovremo fare i conti per generazioni.
Al di là delle vicende socio-politiche che coinvolgono la Cavallerizza Reale e le sue
destinazioni d'uso credo che questi eventi, e la loro preoccupante successione, dovrebbero
attivare una riflessione collettiva sulla tutela preventiva del costruito storico. A partire dalla
sua bellezza e fragilità: da quelle travi nobili e antiche capaci di covare per giorni una
scintilla che, con un po' più di attenzione, non si trasformerebbe mai in un furioso incendio.

Cavallerizza Reale di Torino
La Cavallerizza Reale di Torino in fiamme. Foto dal sito ufficiale

Al Museo Egizio torna il Pharaoh’s Day: domenica 27 ottobre una giornata dedicata alle famiglie

Domenica 27 ottobre 2019 il Museo Egizio dedica per il secondo anno consecutivo una giornata ai bambini e alle loro famiglie, con un ricco programma di attività e tariffe speciali. Con il Pharaoh’s Day dalle 9:00 alle 18:30 (ultimo ingresso ore 17:30) le sale espositive ospiteranno infatti laboratori e attività, organizzate in collaborazione con la rivista per famiglie GG Giovani Genitori. Dal teatro delle ombre al trucca bimbi a tema egizio, dalle storie più affascinanti di principi e faraoni alle “cacce al reperto”, l’evento permetterà ai più piccoli di esplorare il Museo con i loro genitori e scoprire storie e curiosità sulla collezione e sull’antico Egitto.

Per l’ingresso al Museo nel corso della giornata sarà necessario acquistare il biglietto online sul sito www.museoegizio.it. Tutte le attività saranno incluse nel biglietto d’ingresso, e alcune saranno fruibili fino a esaurimento posti.

Il programma della giornata sarà particolarmente ricco: il giovanissimo pubblico potrà ascoltare storie e favole straordinarie accompagnate dal suono del sistro, antico strumento musicale, ma anche scoprire, grazie al laboratorio Personaggi egizi raccontano, storie e segreti di illustri personaggi storici, dal faraone Ramesse II allo scriba Butehamon, interpretati dagli attori della Casa del Teatro Ragazzi e Giovani. La sala del Tempio di Ellesija diventerà poi il palcoscenico per una performance di teatro delle ombre a cura dell’artista Bombetta, mentre l’attrice italo-tunisina Zahira Berrezouga, conosciuta ai più per aver interpretato il personaggio della Strega Varana della Melevisione, incanterà gli ascoltatori con uno spettacolo inedito, Il principe d’Egitto, che narra una storia d’amore e di magia.

L’artista Ale Puro, che ha realizzato la locandina dell’evento, sarà protagonista di Geroglifici street!, laboratorio di “street art” egizia, mentre gli esperti del libro Nativi Matematici porteranno i visitatori alla scoperta dei segreti geometrici delle piramidi.

Una visita fuori dall’ordinario tra storia e arte, dunque, anche con La musica racconta…il quartetto d’archi: “incursioni” nelle sale del Museo a cura dell’Unione Musicale, che coinvolgeranno i bambini in attività ludiche sul ritmo e il suono, e alla scoperta degli strumenti del quartetto d’archi. Spazio alla fantasia, poi, con palloncini e trucchi per i più piccoli, tutti rigorosamente ispirati all’antico Egitto.

I visitatori avranno infine la possibilità di scoprire i pezzi più importanti della collezione del Museo, ma anche curiosità e aneddoti, con Segui l’indizio…scopri l’Egizio: vere e proprie “cacce al reperto” pensate per i bambini, ma non solo, che li accompagneranno attraverso le sale esplorando alcuni temi particolarmente significativi, dai geroglifici ai colori dell’antico Egitto, dalle divinità a tutto il necessario per assicurarsi la vita eterna.

Per il Pharaoh’s Day sono previste tariffe speciali che comprendono l'ingresso al Museo e l’accesso a tutte le attività (escluse quelle dello Spazio ZeroSei):
- Biglietto Intero: € 10,00
- Biglietto Ridotto: € 5,00 (6-14 anni e possessori di Carta Abbonamento Musei e Torino + Piemonte Card)
- Biglietto Famiglia: € 20,00 (2 adulti + 2 bambini)
- Gratuito per bambini fino a 5 anni e  persone con invalidità certificata superiore al 74% (è obbligatorio esibire il certificato in biglietteria) + 1 accompagnatore

Il programma completo del Pharaoh’s Day, il dettaglio degli orari e le modalità di prenotazione sono consultabili sul sito del Museo: https://museoegizio.it/esplora/appuntamenti/pharaohs-day-27-ottobre-2019/. Per maggiori informazioni e per partecipare alla giornata è inoltre possibile contattare l’Ufficio prenotazioni: 0114406903 – info@museitorino.it.

In occasione del Pharaoh's Day anche lo Spazio ZeroSei osserverà orari e tariffe speciali. Sarà aperto dalle 9:30 alle 18:30 e, i costi per le attività (di due ore circa) sono:
- € 3,00 per un bambino
- € 5,00 per due bambini.

Le attività dello Spazio, che saranno rivolte in particolare ai bambini tra i 3 e i 6 anni, proporranno un percorso guidato alla scoperta di una cultura millenaria a partire da alcuni elementi caratterizzanti: il Nilo, grande fiume d’Egitto, fra pesca e semina, i colori ed il loro significato antico, gli animali nelle vesti di amuleti. Per i più piccoli e i loro genitori è inoltre disponibile un'area di accoglienza a libero accesso (è necessario esibire il biglietto del museo) con una comoda postazione per l'allattamento, un fasciatoio e libri a disposizione. Per maggiori informazioni: spazioegizio@xkeimpresasociale.it

Il Pharaoh’s Day è realizzato dal Museo Egizio e GG Giovani Genitori, con la partecipazione della Fondazione onlus Teatro Ragazzi e Giovani e il supporto di Baule Volante, Fior di Loto, Eataly, Centrale del Latte di Torino e Caseificio Longo.


La tempesta in un bicchier d’acqua

Palazzo Mazzetti e l’ingresso alla mostra

Monet e la Normandia in mostra ad Asti

Quando gli scienziati cercano di studiare un fenomeno complesso spesso lo riproducono in laboratorio. Isolarlo dalle interferenze ambientali serve a limitare le variabili in campo e disporre di dati più significativi e facili da interpretare.

La mostra sbarcata ad Asti, nella sede di Palazzo Mazzetti, dopo una vera tournée internazionale, pare concepita con il medesimo intento. Il titolo, “Monet e gli Impressionisti in Normandia”, in realtà si dimostra, come purtroppo accade sempre più spesso, ampiamente inadeguato a farci intuire il senso del percorso (ma forse perfettamente adeguato a richiamare pubblico).
Piuttosto si tratta, appunto, di raccogliere opere che forniscono un punto di vista privilegiato, proprio perché parziale, sulle dinamiche che portano all’infrangersi della tradizione accademica e al formarsi della visione e del sistema dell’arte contemporanei. 

La nascita dell’impressionismo? Non proprio, e comunque non solo.

Ciò che lega tutti i dipinti in mostra, che pure coprono un arco temporale più che ragguardevole per un periodo turbolento come il XIX secolo, è il soggetto: si tratta di vedute della Normandia; per lo più marine, che si alternano a scenari campestri e urbani.
Questa estrema periferia della nazione francese, piccolo universo esotico e selvaggio, ma comodamente raggiungibile da Parigi con il treno, è il bicchiere in cui si scatena la tempesta che scuote il mondo dell’arte ottocentesca.

Viaggio in Normandia

In modo intelligente almeno quanto scolastico il percorso ci offre fin da subito il contatto e il ricordo della scuola di Barbizon: un superbo Daubigny, per cronologia già dentro gli anni roventi dell’Impressionismo, incanta con la plasticità dei grumi di colore (prima e meglio di Van Gogh). 

Monet e gli Impressionisti in Normandia
Charles Daubigny, Villerville-Les-Graves, raggio di sole, 1875

Viene scomodato persino il padre romantico di questi scapestrati: un gustoso e riuscito acquerello di Delacroix suggerisce il legame tra introspezione e paesaggio. Solo quando l’artista si è sentito legittimato a rappresentare il proprio mondo interiore la pittura di figura ha cominciato a cedere il passo al paesaggio. Che non è mai neutro, che non racconta se stesso, ma nel suo carattere, fatto di luci, ombre, superfici, gamme di colore, registra piuttosto lo stato d’animo dell’artista.

Monet e gli Impressionisti in Normandia
Eugène Delacroix, Falesie a Dieppe - Eugène Le Poittevin, Bagno a Étretat - Adolphe-Félix Cals, Tramonto a Honfleur

Monet emerge fin dalla prima sala; si distingue da un percorso tutto sommato coerente proprio per l’evidente estraneità a questo compiacimento narcisista della pittura romantica. Le falesie di Étretat appaiono con assertiva solidità. Nessun facile ammiccamento: ma la precisa e immanente registrazione ottica della veduta.
Nessuna indulgenza verso il pittoresco, nessuna narrazione della vivace vita dei bagnanti che cominciano a popolare le località di mare (come invece accade nella curiosa scena ritratta da Eugène le Poittevin). Solo roccia, sabbia, acqua, cielo, nuvole: e su tutto, la luce, o meglio la virtù della luce di rivelare ai nostri occhi la specificità della materia con cui si scontra. Sempre uguale, sempre diversa.

Ecco il quesito centrale: da dove può venire questo drastico scatto in avanti? Bastano i presupposti naturalisti e tardo-romantici a determinare questo sviluppo? O c’è un elemento di rottura, un punto di radicale novità che può aver spinto l’occhio di Monet a vedere nel paesaggio, e soprattutto nelle marine della Normandia, la crepa che permette di guardare oltre il massiccio e statico sistema dell’arte tradizionale verso il futuro delle avanguardie?

A mio parere l’elemento capace di scatenare la tempesta impressionista è ben rappresentato dalla mostra (anzi, forse avrebbe meritato di comparire nel titolo): l’opera di un vero figlio della Normandia, Eugene Boudin.

Monet e gli Impressionisti in Normandia
Eugène Boudin, Pescatori in riva al mare, 1891

Il re dei cieli alle radici dell’avanguardia

Nato a Honfleur, autentico normanno, Boudin impreziosisce il percorso con opere belle, interessanti, importanti. Con l’occhio di chi è abituato a indagare un paesaggio in costante mutamento, “le roi des ciels”, come lo chiamava Camille Corot, pare intraprendere in modo del tutto ingenuo quella strada che condurrà a tappe rapidissime verso le rivoluzioni del XX secolo. 

Eugène Boudin, Veduta del bacino di Trouville, 1865

Cieli giganteschi sovrastano scene sapide, quotidiane e moderne, stenografate con grazia vivace: niente giudizio, niente retorica. Non c’è una storia da raccontare, non c’è qualcuno di cui sorridere né uno stile di vita da additare a modello. Nessuna morale; solo la registrazione di un momento e di un luogo. Tanto precisa da colpire Charles Baudelaire, che commenta: “Guardando un dipinto di Boudin, si può indovinare la stagione, l'ora e il vento”.

Boudin coltiva, forse senza neppure accorgersi delle conseguenze, la capacità di osservare senza immaginare, di registrare con precisione un momento effimero. E la trasmette al suo più brillante allievo, Claude Monet, dopo averne riconosciuto il talento e averlo convinto ad applicarsi al paesaggio piuttosto che alle caricature. 

Eugène Boudin, Bassa marea al tramonto, 1880-85

L’allievo assorbe a pieno questo metodo fino a farlo proprio. Una volta entrato in contatto con il fermento parigino e immerso nel turbine della modernità che si andava affermando comprenderà a pieno quali possano essere le conseguenze sul modo stesso di concepire il senso e la pratica della pittura di quella che nel suo maestro non era più di un’attitudine.

Nelle enormi porzioni di nuvole e azzurro che occupano quasi per intero le tele di Boudin le regole della pittura figurativa tradizionale cominciano a sfrangiarsi, fino ad evaporare in una sinfonia di colori primi nella tarda raffigurazione delle falesie di Pourville.

Monet e gli Impressionisti in Normandia
Claude Monet e le falesie di Pourville

Come satelliti intorno a questo dialogo allievo-maestro che contribuisce a gettare le fondamenta dell’idea contemporanea del fare arte ruotano opere godibili e curiose

Auguste Renoir, Tramonto, veduta di Guernsey (?), 1893 ca

Un Renoir vaporoso, evanescente e bizzarro. Ottimi lavori dell’elegantissimo Camille Corot si confrontano con il naturalismo di Courbet.
Un’intensa prova di Bonnard fa da apripista a una rappresentanza di post impressionisti, riuniti intorno al tema della veduta urbana lungo le rive della Senna.

Monet e gli Impressionisti in Normandia
Pierre Bonnard, Il bacino degli yachts a Deauville, 1910 ca.

Come nuvolette che si sparpagliano nel cielo, come onde ingrossate che si infrangono via via più mansuete sulla spiaggia, queste gradevoli presenze sembrano man mano disperdere la forza di un temporale. Di quell’improvvisa tempesta che si scatena in un minuscolo scorcio di Francia affacciato sul mare e che, nel suo diradarsi, lascerà il nostro modo di intendere l’arte e la pittura irrimediabilmente trasformato. Carico di un’energia tanto dirompente da travolgere tradizioni e istituzioni per arrivare a infiammare il Novecento.

 

 

 

Le immagini delle opere in mostra sono state realizzate da me e sono pubblicate con licenza Creative Commons
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Antiquarium memorie dal passato

Antiquarium: memorie dal passato

Dal Lazio al Piemonte: la sessione pomeridiana di giovedì 17 ottobre della "Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea" si chiuderà con una produzione di Giorgio J. Megna, dal titolo: "Antiquarium: memorie dal passato". Attraverso i ricordi di quanti hanno vissuto in prima persona le ricerche effettuate nel territorio di Gravellona Toce, prendono forma il vicus e la necropoli di Pedemonte, ma anche la figura dell'archeologo F. Pattaroni, che ha inaugurato una felice stagione di scavi tutt'ora in corso.

 

Antiquarium: memorie dal passato

Antiquarium memorie dal passatoNazione: Italia

Regia: Giovanni Giordano

Consulenza scientifica: Giorgio Megna

Durata: 30’

Anno: 2018

Produzione: Comune di Gravellona Toce

Sinossi:

"Antiquarium: Memorie dal Passato" è stato girato nell’estate del 2018 a Gravellona Toce. Il progetto nasce con lo scopo di raccontare la storia dietro alla raccolta di reperti archeologici presenti nella mostra temporanea “Memorie dal passato”, allestita all’interno dell’Antiquarium dal Comune di Gravellona e dall’Associazione Culturale Felice Pattaroni. Attraverso le storie personali di chi l’ha vissuta, il documentario racconta la scoperta del vicus e della necropoli pedemontana. La scoperta viene attribuita, negli anni ’50, all’archeologo e geniale inventore Felice Pattaroni. La necropoli è costituita da circa 120 tombe che attraversano circa un millennio di storia, dal V secolo a. C. al V secolo d. C.

Partecipazioni ad altri film festival e/o proiezioni pubbliche:

  • Ottobre culturale gravellonese, Gravellona Toce (VB) - 2018

  • Firenze Archeofilm Festival - 2019

  • Rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto - 2019

Informazioni regista:

Giorgio Megna, ragusano classe 1987, ha ereditato dai familiari l’amore per la storia e per l’archeologia. La passione per la comunicazione è invece innata, coltivata, sin da giovanissimo, come speaker radiofonico e scrivendo sceneggiature per cortometraggi. Nel 2008 si è iscritto al corso di laurea in Scienze dei Beni culturali, indirizzo archeologico, presso l’Università degli studi di Torino, conseguendo la laurea con una tesi, primo e unico caso nell’Ateneo, sulla divulgazione scientifica, comparando il modo di informare e divulgare la cultura scientifica in Italia e nel resto d’Europa. L’incontro, durante tale percorso, con il prof. Paolo De Vingo, affascinato e incuriosito dal suo lavoro, lo porta in un piccolo paese di 40 abitanti, nel quale era stata ritrovata una fattoria nell’insediamento romano di era tardo antica. Lo scavo nel sito lo spinge a girare “Montessoro, una valle da scoprire”, primo lavoro che, pur non accedendo a nessun concorso, ottiene riscontri positivi al Festival Archeologico di Rovereto, al punto di essere trasmesso su canali satellitari. Nel 2018 il Comune di Gravellona Toce gli affida la realizzazione di un documentario per la promozione culturale del suo territorio, che ruota attorno a una mostra di reperti della necropoli gallo-romana di Pedimonte scoperta nel 1954 da Felice Pattaroni, archeologo e inventore locale. Con la collaborazione ed il sostegno della Regione Piemonte e della compagnia “San Paolo”, ha quindi firmato il soggetto di “Antiquarium: memorie dal passato”, con la regia di Giovanni Giordano, curando la revisione storica e avvalendosi della sceneggiatura di Alessandra Cataletta.

Informazioni casa di produzione: https://www.antiquariumgravellonatoce.it - https://www.comune.gravellonatoce.vb.it - http://www.giorgiomegna.it/antiquarium-memorie-dal-passato-2018/

Altro (articoli dedicati al film, curiosità, approfondimenti):

http://www.verbanonews.it/prima-pagina/a-gravellona-prima-visione-del-documentario-antiquarium-memorie-dal-passato-di-giovanni-giordano-6768.html

https://97100.it/2019/09/13/antiquarium-il-documentario-con-il-soggetto-del-ragusano-giorgio-megna-in-concorso-in-tre-festival-di-archeologia/

Scheda a cura di: Fabio Fancello

 

 


Monet e gli Impressionisti in Normandia a Palazzo Mazzetti - Asti

Dopo il grande successo della mostra Chagall. Colore e magia conclusasi il 3 febbraio che ha accolto 46.908 visitatori, grazie ad un progetto condiviso con Vittorio Sgarbi, dal 13 settembre arriva a Palazzo Mazzetti di Asti un eccezionale corpus di 75 opere che racconta il movimento impressionista e i suoi stretti legami con la Normandia.
Monet Etretat 1964


Sul
palcoscenico di questa terra, pittori come Monet, Renoir, Delacroix e Courbet - in mostra insieme a molti altri - colgono l’immediatezza e la vitalità del paesaggio imprimendo sulla tela gli umori del cielo, lo scintillio dell’acqua e le valli verdeggianti della Normandia, culla dell’Impressionismo.

Grazie alla Fondazione Asti Musei, la mostra “Monet e gli impressionisti in Normandia” curata da Alain Tapié, ripercorre le tappe salienti della corrente artistica: opere come Falesie a Dieppe (1834) di DelacroixLa spiaggia a Trouville (1865) di CourbetCamille sulla spiaggia (1870) e Barche sulla spiaggia di Étretat (1883) di MonetTramonto, veduta di Guernesey (1893) di Renoir - tra i capolavori presenti in mostra - raccontano gli scambi, i confronti e le collaborazioni tra i più grandi dell’epoca che - immersi in una natura folgorante dai colori intensi e dai panorami scintillanti - hanno conferito alla Normandia l’immagine emblematica della felicità del dipingere.
Un progetto espositivo che si concentra sul patrimonio della Collezione Peindre en Normandie, una delle collezioni più rappresentative del periodo impressionista, accanto a opere provenienti dal Musée de Vernon, dal Musée Marmottan Monet di Parigi e dalla Fondazione Bemberg di Tolosa.
Grand Palais


Furono gli acquarellisti inglesi come Turner e Parkes che, attraversata la Manica per abbandonarsi allo studio di paesaggi, trasmisero la loro capacità di tradurre la verità e la vitalità naturale ai pittori francesi: gli inglesi parlano della Normandia, della sua luce, delle sue forme ricche che esaltano i sensi e l’esperienza visiva. Luoghi come Dieppe, l’estuario della Senna, Le Havre, la spiaggia di Trouville, il litorale da Honfleur a Deauville, il porto di Fécamp - rappresentati nelle opere in mostra a Palazzo Mazzetti - diventano fonte di espressioni artistiche di grande potenza, dove i microcosmi generati dal vento, dal mare e dalla bruma possiedono una personalità fisica, intensa ed espressiva, che i pittori francesi giungono ad afferrare dipingendo en plein air dando il via così al movimento impressionista.

DELACROIX Falaises à Dieppe v. 1834
La mostra è realizzata dalla Fondazione Asti Musei, dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Asti, dalla Regione Piemonte e dal Comune di Asti, in collaborazione con Ponte - Organisation für kulturelles management GMBH, organizzata da Arthemisia, sponsor Gruppo Cassa di Risparmio di Asti e con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Torino.

Annusare i reperti. Una nuova indagine al Museo Egizio di Torino

Annusare i reperti in un museo? Ora è possibile grazie ad una indagine innovativa sviluppata di recente e mai eseguita fino ad ora in un museo. La chimica si mette a disposizione dei beni culturali e al Museo Egizio di Torino, grazie ad un team dell'Università di Pisa, una serie di reperti di circa 3500 anni fa e appartenuti al corredo funerario della Tomba di Kha e Merit saranno analizzati in maniera del tutto non invasiva senza prelievo di campioni. Ad essere "annusati", più di 20 vasi trovati integri nel 1906 da Schiaparelli assieme ad altre meraviglie che rappresentano ad oggi uno dei tesori principali della collezione egittologica del Museo Egizio di Torino.

Museo Egizio, Torino_Federico Taverni_19S7489_analisi SIFT-MS

I chimici dell'ateneo pisano, in collaborazione con gli archeologi e i curatori dell'Egizio, analizzeranno i composti volatili rilasciati nell'aria in concentrazioni estremamente basse (ultratracce) dai residui organici presenti nei contenitori al fine di identificarne la natura.

L'esame sarà eseguito con uno spettrometro di massa SIFT-MS (Selected ion flow tube-mass spectrometry) trasportabile, un macchinario utilizzato nell'ambito medico per quantificare i metaboliti del respiro e che solo recentemente è stato impiegato nel campo dei beni culturali con grandi ed interessanti risultati, soprattutto perché non ha metodi invasivi che possano compromettere il reperto.

Museo Egizio, Torino_Federico Taverni_19S7492_analisi SIFT-MS

Già quando fu ritrovata la splendida tomba dell'architetto Kha e di sua moglie Merit, Ernesto Schiaparelli aveva cercato di identificare delle provviste alimentari contenute in un piatto e classificate come "verdura finemente triturata e impastata con un condimento". Ma fino ad ora nessuna analisi ha potuto smentire né confermare tale ipotesi e una risposta potrebbe arrivare proprio ora grazie alla spettrometria.

“Per svolgere l’esame sono stati necessari alcuni giorni; infatti nella prima fase abbiamo chiuso ampolle, vasi e anfore in sacchetti a tenuta stagna in modo da concentrare il più possibile le molecole nell’aria - spiega Francesca Modugno dell’Università di Pisa - i dati saranno registrati nell’arco di due giorni, ma risultati delle analisi saranno disponibili tra alcune settimane, considerata la difficoltà della loro interpretazione. Quello che ci aspettiamo di rilevare sono frazioni volatili di oli, resine o cere naturali”.

Museo Egizio, Torino_Federico Taverni_19S7507__analisi SIFT-MS

“Siamo orgogliosi di collaborare con i partner di questo progetto e di sperimentare nelle nostre sale l’utilizzo di una tecnica così sofisticata - sottolinea il Direttore del Museo Egizio Christian Greco -. La ricerca è il cuore delle nostre attività e sentiamo fortemente il dovere di sostenerla, pur garantendo l’integrità della straordinaria collezione che abbiamo l’onore di custodire”.


Rinascimento Biella Sebastiano Ferraro

Il Rinascimento biellese presentato a Milano al Poldi Pezzoli

Rinascimento Biella Sebastiano FerreroGiovedì 30 maggio alle ore 18.00 al Museo Poldi Pezzoli (Via Manzoni, 12) si terrà un incontro con Mauro Natale ed Edoardo Rossetti con un’introduzione della direttrice Annalisa Zanni per presentare la mostra « Il Rinascimento a Biella. Sebastiano Ferrero e i suoi figli ».

Sebastiano Ferrero è stato una delle personalità più influenti del ducato di Savoia e dei territori lombardi durante gli anni dell’occupazione francese, dove fu nominato da Luigi XII Generale delle finanze (1499-1519).

L’autorevolezza e il potere raggiunti dal biellese Sebastiano Ferrero a Milano sono il frutto di una lunga carriera: formato alla raccolta delle imposte dal padre fin da giovane, costruì in pochi anni sia un’immensa ricchezza personale sia una fama di saggezza come consigliere, che lo portò alla testa della tesoreria del Ducato di Savoia per nove anni.

È il prestigio acquisito in quell’ufficio che determinò la chiamata da parte di Luigi XII. Sebastiano si rivelò cruciale consigliere, ma anche « banchiere » perchè prestò somme ingenti alla Corona e ad alti funzionari francesi.

Definito « figlio del merito e delle fortuna » dai suoi biografi ottocenteschi, mantenne costantemente saldi i suoi legami con Biella, sua città d’origine, dove portò l’innovazione rinascimentale con la costruzione della chiesa di San Sebastiano, lasciando una traccia perenne nella struttura stessa della città.

Biella – Torino – Milano: nel testamento Sebastiano lasciò una somma considerevole alla Chiesa della Beata Vergine Incoronata di Milano dove erano sepolti la moglie e due figli morti in battaglia, ma allo stesso tempo assegnò un lascito alla chiesa di sant’Agostino di Torino e a numerose chiese biellesi.

Consigliere maturo di giovanissimi regnanti, le sue case a Torino e a Milano erano di tale prestigio da accogliere, a Milano, Francesco I dopo la battaglia di Marignano (1515) e nello stesso anno Giuliano de Medici, a Torino, per il fidanzamento con Filiberta di Savoia.

In parallelo al legame con la casa di Francia, Sebastiano conduce una strategia di legame strettissimo con la Chiesa e la Santa Sede attraverso rapporti diretti con Giulio II, Alessandro VI e Leone X e l’ottenimento della porpora cardinalizia per i figli Giovanni Stefano e Bonifacio, che perpetueranno l’arricchimento della famiglia e la committenza di opere artistiche.

La riscoperta storica di questa figura consente di gettare nuova luce su alcune importanti iniziative milanesi.

La riproduzione della Vergine delle rocce di Leonardo; la decorazione del palazzo già Carmagnola-Dal Verme-Gallerani ad opera di Bramantino: il Ferrero acquistò nel 1509 il palazzo che il d’Amboise aveva avuto in dono dal re di Francia, già di proprietà del condottiero Francesco Carmagnola, poi del conte Pietro dal Verme suo nipote e poi donato da Ludovico il Moro alla favorita Cecilia Gallerani (la Dama con l'ermellino di Leonardo da Vinci), e al figlio di lei Cesare Sforza. Il Ferrero finì per abitare in un quartiere centrale avendo come vicini alcuni dei primi gentiluomini di Lombardia: l’edificio acquistato era il più prestigioso della Milano sforzesca (oggi il Piccolo Teatro Grassi di via Rovello e sede della CONSOB).

La mostra « Il Rinascimento a Biella. Sebastiano Ferrero e i suoi figli » mette in evidenza il ruolo particolare che ebbe in quegli anni la città di Biella (di cui era originario Ferrero), vero snodo artistico tra la Francia di Luigi XII e di Francesco I, il ducato di Savoia e Milano e pertanto aperta a influenze lombarde, sabaude e francesi.


L’Art Nouveau e il trionfo della bellezza alla Reggia di Venaria

La mostra Art Nouveau – Il trionfo della bellezza, organizzata dal Consorzio delle Residenze Reali Sabaude in collaborazione con Arthemisia, inaugura la stagione delle nuove mostre del 2019 alla Reggia di Venaria.

Il 17 aprile, giorno di apertura della mostra al pubblico, suona come un richiamo ‘primaverile’ alla fioritura artistica che ha mutato il gusto estetico a cavallo tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento, catturandoci ancora oggi.

Il suo nome deriva dalla Galerie Art Nouveau, inaugurata nel 1895 a Parigi da Siegfried Bing, un commerciante d’arte convinto del fatto che l’arte decorativa non dovesse più riciclare lo stile in voga nei secoli precedenti, ma rispondere in maniera adeguata ai grandi cambiamenti tecnologici, politici e sociali della Parigi post guerra franco-prussiana. La Parigi che scandiva il processo scientifico e tecnologico a suon di esposizioni universali, la Parigi della metropolitana e dei suoi eccentrici ingressi a “edicola” firmati Hector Guimard. La Ville Lumière che all’alba del nuovo secolo contava quasi 3 milioni di abitanti.

Gli artisti, perlopiù francesi, che abbracciavano questa nuova e straordinaria fioritura artistica, non a caso, finivano sempre lì, a Parigi, che divenne la capitale indiscussa dell’arte e che fece dell’Art Nouveau lo stile per eccellenza della modernità cittadina.

Questo nuovo stile, catturando la modernità della produzione industriale, seppe cavalcare mirabilmente l’onda della crescente disponibilità economica del nuovo ceto borghese, definendosi immediatamente un’arte commercializzabile e vendibile.

Le duecento opere in mostra si articolano in un percorso suddiviso per temi iconografici e sono suddivise in cinque settori che riflettono perfettamente quella che è stata un’epoca così ricca e sfaccettata.

Soggetti principi sono la natura e la donna.

Gli artisti dell’Art Nouveau sapranno infatti trasportare in maniera eccezionale la natura all’interno del contesto urbano; mobili, vetri, ceramiche e bronzi potevano creare un’oasi all’interno degli appartamenti della grande città. Non è più la natura degli impressionisti, è una natura interpretata in chiave lineare, dinamica, talvolta geometrica, o addirittura onirico-simbolica. Lo si osserva in maniera inequivocabile nella litografia a colori intitolata Les Paons di Alfredo Muller.

Alfredo Muller, Les Paons, 1903. Litografia a colori, 68,5x158 cm. Private collection, London

L’uomo e la natura sono un tutt’uno in questo particolare momento; da una serie di dipinti di Georges de Feure traspare come gli istinti animaleschi siano gli stessi degli umani.

Georges de Feure, Affiche pour la 5ᵉ exposition du Salon
des Cent, 1894. Litografia a colori, 65x42,7 cm.
Gretha Arwas Collection, Londra (UK)
© Arwas Archives

Sempre all’interno di un contesto naturale, viene sprigionata la figura femminile. Il dipinto La fille de Montmartre di Louise Lavrut ne è il manifesto; il dress reform movement, partito dagli USA, libera la donna da nastri e corsetti, emancipandola da ogni cosa che la possa anche lontanamente limitare. La donna che ora gioca a tennis e che si svincola dalla figura maschile è la stessa donna che nel quadro si reca, da sola, in un caffè di Montmartre e fuma.

Art Nouveau il trionfo della bellezza
Alphonse Mucha, Sarah Bernhardt, 1897. Litografia a colori, 58x40,7 cm. 
Gretha Arwas Collection, Londra (UK)
© Arwas Archives

Particolarmente interessante è la sezione dedicata a Sarah Bernhardt, una donna che, a detta della curatrice della mostra Katy Spurrel Avesse avuto tra le mani un profilo Instagram, conterebbe milioni di followers”. La divina Sarah incarna al meglio la nuova epoca: attrice, amata da artisti, romanzieri e capi di Stato, divenne presto imprenditrice di sé stessa, sfruttando la sua popolarità per farsi ritrarre praticamente dappertutto (anche grazie agli splendidi manifesti da lei commissionati ad Alphonse Mucha), fino ad essere richiesta per pubblicità di vestiti, biscotti, cosmetici e tutto ciò che si potesse ricollegare al suo nome.

Le nuove strategie di marketing ben si agganciano all’ultima sezione della mostra, che celebra l’arte grafica ospitando una serie di manifesti pubblicitari; le linee decorative dell’Art Nouveau si avviano a diventare mero prodotto commerciale, seriale, se non addirittura industriale.

Infine, a chiudere la mostra, un focus sull’Esposizione internazionale d’arte decorativa moderna tenutasi a Torino nel 1902, la prima esposizione ad introdurre in Italia il tema dell’Art Nouveau, da cui nascerà lo stile Liberty, particolarmente legato alla cittadina piemontese. In questa sezione sono esposte alcune fotografie di Giuseppe dell’Aquila, accompagnate da una mappa dei luoghi del Liberty a Torino, tra architetture residenziali e industriali.


Haruki Murakami Premio Lattes Grinzane 2019 Fondazione Bottari Lattes IX edizione

Haruki Murakami vincitore della sezione La Quercia del Premio Lattes Grinzane 2019

Premio Lattes Grinzane IX edizione

Haruki Murakami è il vincitore della sezione La Quercia

Roberto Alajmo, Jean Echenoz (Francia), Yewande Omotoso (Sud Africa), Alessandro Perissinotto e Christoph Ransmayr (Austria)

sono i finalisti della sezione Il Germoglio

Da Aosta a Crotone 400 studenti italiani decreteranno sabato 12 ottobre

il vincitore tra i cinque finalisti della sezione Il Germoglio

www.fondazionebottarilattes.it

Cuneo, 13 aprile 2019. Sono stati annunciati i nomi di finalisti e vincitori del Premio Lattes Grinzane 2019, organizzato dalla Fondazione Bottari Lattes e giunto alla IX edizione.

Haruki Murakami (Giappone), edito in Italia da Einaudi (tradotto da Antonietta Pastore e Giorgio Amitrano), è il vincitore della sezione La Quercia, intitolata a Mario Lattes (editore, pittore, scrittore, scomparso nel 2001) e dedicata a un autore internazionale che abbia saputo raccogliere nel corso del tempo condivisi apprezzamenti di critica e di pubblico.

Murakami sarà in Italia venerdì 11 ottobre, per tenere una lectio magistralis (ore 18, Teatro Sociale di Alba), e sabato 12 ottobre, per ricevere il riconoscimento durante la cerimonia di premiazione (ore 16.30, Castello di Grinzane Cavour). Ingresso libero, fino a esaurimento posti.

Roberto Alajmo con L’estate del ’78 (Sellerio), Jean Echenoz (Francia) con Inviata speciale (Adelphi, traduzione di Federica e Lorenza Di Lella), Yewande Omotoso (Sud Africa) con La signora della porta accanto (66thand2nd, traduzione di Natalia Stabilini), Alessandro Perissinotto con Il silenzio della collina (Mondadori) e Christoph Ransmayr (Austria) con Cox o Il corso del tempo (Feltrinelli, traduzione di Margherita Carbonaro) sono i finalisti del Premio Lattes Grinzane IX edizione per la sezione Il Germoglio, il riconoscimento internazionale che fa concorrere insieme autori italiani e stranieri, dedicato ai migliori libri di narrativa pubblicati nell’ultimo anno.

Sabato 12 ottobre i cinque autori saranno in Italia per incontrare pubblico e studenti (ore 10, Fondazione Bottari Lattes a Monforte d’Alba) e per ricevere il riconoscimento durante la cerimonia di premiazione, nel corso della quale sarà proclamato il vincitore, sulla base dei voti degli studenti delle giurie scolastiche (ore 16.30, Castello di Grinzane Cavour). Ingresso libero, fino a esaurimento posti.

«La proposta di quest’anno premia una varietà di esperienze narrative che toccano generi e stili differenti – dalla Francia al Sud Africa, dall’Austria all’Italia – presentando un contrastato e sfaccettato rapporto tra natura e civiltà», commenta la Giuria Tecnica del Premio. «Dal giallo locale che scava nel passato (Perissinotto), al romanzo storico raffinato (Ransmayr), dalla spy story di humor nero (Echenoz), alla memoria familiare (Alajmo), fino ai ritratti femminili sullo sfondo della questione razziale (Omotoso)», spiega la Giuria Tecnica del Premio.

«Diventato autore di culto a livello mondiale, Murakami è lo scrittore che più ha contribuito ad avvicinare il Giappone ai lettori occidentali», spiegano i Giurati nella motivazione. «Fin dagli esordi, alla fine degli anni Settanta, egli esce dalla cornice della tradizione letteraria giapponese creando un suo mondo narrativo originalissimo, tramite un linguaggio nuovo e comunicativo, molto vicino al parlato. La semplicità stilistica è un tramite per affrontare profondi temi esistenziali – il rimpianto per il “perduto”, la ricerca di sé nell’assurdità di un’esistenza alienata, l’attrazione per l’aspetto magico e misterioso, del mondo – e di toccare alcuni tasti dolenti del Giappone: le colpe storiche, le responsabilità politiche del passato e del presente. Caratteristica rilevante dei grandi romanzi di Murakami è la presenza di personaggi che conducono vite ordinarie (in cui l’ampia platea dei lettori immediatamente si identifica, al di là di ogni barriera culturale), ma nel seguito del racconto capita che la loro storia si venga di solito a trovare sospesa tra reale e irreale, coinvolta in eventi magici e inquietanti. Il brusco passaggio dalla realtà al sogno rappresenta pienamente lo smarrimento dell’essere umano contemporaneo di fronte a fenomeni sempre nuovi e incontrollabili. Lo sconfinamento in un universo parallelo tuttavia non è mai una fuga, ma discesa nel profondo di se stessi, alla ricerca di ciò che si cela nei recessi della nostra coscienza».

Finalisti e vincitore sono stati designati e annunciati sabato 13 aprile 2019 a Cuneo, alla sede della Fondazione CRC (ente che collabora e sostiene il Premio per il triennio 2017-2019) dalla Giuria Tecnica del Premio, in un incontro aperto al pubblico condotto dalla giornalista Chiara Pottini. I componenti della Giuria Tecnica sono: il presidente Gian Luigi Beccaria (linguista, critico letterario e saggista), Valter Boggione (docente di letteratura italiana), Vittorio Coletti (linguista e consigliere dell'Accademia della Crusca), Rosario Esposito La Rossa (libraio a Scampia), Giulio Ferroni (critico letterario e studioso della letteratura italiana), Bruno Luverà (giornalista), Alessandro Mari (scrittore ed editor), Romano Montroni (presidente Cepell-Centro per il libro e la lettura), Laura Pariani (scrittrice), Marco Vallora (critico d’arte) e Bruno Ventavoli (critico letterario).

Per i cinque romanzi finalisti della sezione Il Germoglio, la parola passa ora ai giovani: tra aprile e settembre 2019 i cinque libri saranno letti e discussi dai 400 studenti delle 25 Giurie Scolastiche. Ventiquattro giurie sono scelte in modo da coprire tutto il territorio della Penisola: quattro in Piemonte (regione sede del Premio) e almeno una per ciascuna delle altre regioni. A queste si aggiunge la giuria estera a Madrid, presso la Scuola Italiana Statale.

Le Giurie Scolastiche italiane sono: Istituto di Istruzione Superiore “G. Govone” di Alba (Cuneo); Liceo “A. Avogadro” di Biella; Istituto di Istruzione Superiore “Giordano Bruno” di Budrio (Bologna); Liceo “Galanti” di Campobasso; Istituto Omnicomprensivo “Rosselli-Rasetti” di Castiglione del Lago (Perugia); Liceo Classico “Pitagora” di Crotone; Liceo Scientifico Statale “V. Volterra” di Fabriano; Liceo Classico “V. Lanza” di Foggia; Liceo Scientifico “Pacinotti” di La Spezia; Istituto di Istruzione Superiore “Duni-Levi” di Matera; Liceo Artistico Statale “Caravaggio” di Milano; Liceo Scientifico e Linguistico “E. Fermi” di Nuoro; Liceo Statale “G. Marconi” di Pescara; Liceo Classico Statale “G. F. Porporato” di Pinerolo (Torino); Liceo Scientifico “Amedeo di Savoia Duca d’Aosta” di Pistoia; Liceo Classico “M. T. Varrone” di Rieti; Liceo Scientifico “Michelangelo Grigoletti” di Pordenone; Liceo Scientifico Statale “C. Darwin” di Rivoli (Torino); Liceo “F. Filzi” di Rovereto (Trento); Liceo Statale “Francesco De Sanctis” di Salerno; Istituto di Istruzione Superiore “Fardella-Ximenes” di Trapani; Liceo Ginnasio Statale “A. Canova” di Treviso; Istituzione Scolastica di Istruzione Liceale, Tecnica e Professionale di Verrès (Aosta). A loro si aggiunge il Gruppo di Lettura “La Scugnizzeria” di Scampia a Napoli.

Il vincitore della sezione La Quercia ottiene un premio di 10.000 euro. I finalisti della sezione Il Germoglio ricevono un premio di 2.500 euro ciascuno. Al vincitore va un ulteriore premio di 2.500 euro.

Le precedenti edizioni della sezione La Quercia sono state vinte da António Lobo Antunes (2018; Feltrinelli), Ian McEwan (2017; Einaudi), Amos Oz (2016; Feltrinelli), Javier Marías (2015; Einaudi), Martin Amis (2014; Einaudi), Alberto Arbasino (2013; Adelphi), Patrick Modiano (2012; Einaudi e Guanda), Premio Nobel 2014, Enrique Vila-Matas (2011; Feltrinelli).

Negli anni precedenti i vincitori della sezione Il Germoglio sono stati: Yu Hua (Feltrinelli) nel 2018; Laurent Mauvignier (Feltrinelli) nel 2017; Joachim Meyerhoff (Marsilio) nel 2016; Morten Brask (Iperborea) nel 2015; Andrew Sean Greer (Rizzoli) nel 2014; Melania Mazzucco (Einaudi) nel 2013; Romana Petri (Longanesi) nel 2012; Colum McCann (Rizzoli) nel 2011.

Il Premio Lattes Grinzane è organizzato dalla Fondazione Bottari Lattes sotto gli auspici del Centro per il libro e la lettura e con il sostegno di: Mibac, Regione Piemonte, Fondazione CRC (principale sostenitore per il triennio 2017-2019), Fondazione CRT, Banca D’Alba, Città di Cuneo, Comune di Alba, Comune di Grinzane Cavour, Comune di Monforte d'Alba, Cantina Giacomo Conterno, Cantina Terre del Barolo, Enoteca Regionale Piemontese Cavour, Unione di Comuni Colline di Langa e del Barolo, Banor, Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d'Alba, Felicin-Ristorante Albergo Dimora Storica, La Ribezza Boutique Hotel, Sebaste - Antica Torroneria Piemontese.

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Torino: mostra "Art Nouveau. Il trionfo della bellezza"

ART NOUVEAU. Il trionfo della bellezza
 
17 aprile 2019 – 26 gennaio 2020
Reggia di Venaria - Sale dei Paggi, Torino
Torino Reggia di Venaria Art Nouveau mostra
Alphonse Mucha, Job, 1896. Litografia a colori e doratura, 59x44,5 cm. Gretha Arwas Collection, Londra (UK) © Arwas Archives
Dal 17 aprile nella splendida cornice della Reggia di Venaria con manifesti, dipinti, sculture, mobili e ceramiche arriva la mostra che - con un corpus di 200 opere - racconta la straordinaria fioritura artistica che ha travolto e cambiato il gusto tra la fine dell'Ottocento e i primi anni del Novecento.
Architettura, pittura, arredamento, scultura, musica sono invasi da rimandi alla natura, al mondo vegetale e a un'immagine nuova della figura femminile: a Torino è il tempo dell’Art Nouveau che scaccia da ogni dove regole accademiche e tradizione.
Hector Lemaire, Le Roche qui pleure, 1900 ca. Porcellana bisquit di Sèvres, 42x33x24 cm. Gretha Arwas Collection, Londra (UK) © Arwas Archives

Considerata come una corrente internazionale, essa si fonda sulla rottura con l'eclettismo e lo storicismo ottocenteschi e rappresenta la risposta moderna a una società sempre più industrializzata.
Concepita come arte totale, il Modern Style diventa Tiffany negli Stati Uniti, Jugendstil in Germania, Sezession in Austria, Nieuwe Kunst nei Paesi Bassi, Liberty in Italia, Modernismo in Spagna e s’impone rapidamente in Inghilterra, patria dei maggiori teorici del movimento, e passa sotto il nome di Art Nouveau in Francia.
Proprio a Torino fu presentata nel 1902 con l’Esposizione internazionale di Arte Decorativa Moderna e diede il via al Liberty in Italia a partire dalla città, all’epoca in espansione.

Con il patrocinio della Città di Torino, la mostra ospitata nelle Sale dei Paggi della Reggia di Venaria, prodotta e organizzata dal Consorzio delle Residenze Reali Sabaude con Arthemisia, è curata da Katy Spurrell con testi in catalogo di Victor Arwas (1937 - 2010), Katy Spurrell e Valerio Terraroli.

Louis Welden Hawkins, L'Automne, 1895 ca. Olio su tela, 72,5x53,3 cm. Private collection, London
Testo e immagini da Ufficio stampa Arthemisia