La Venaria Reale riapre al pubblico con nuove importanti iniziative

La Reggia Di Venaria, residenza simbolo del gusto sabaudo, riapre le sue porte al pubblico dopo l’interruzione causata dall’emergenza sanitaria dovuta al COVID-19. Lo fa avviando una nuova iniziativa, dal titolo La meraviglia è dietro l’angolo, che prevede la riapertura dei Giardini - avvenuta il 23 maggio - e, a partire dal 30 maggio, anche quelle della Reggia, del Castello della Mandria e della mostra Sfida al Barocco. Roma Torino Parigi 1680-1750. Quest'ultima è l’esito di un progetto svolto nell’ambito del Programma di ricerche sull’età e la cultura del Barocco della Fondazione 1563, progettata dalla Fondazione 1563 per l’Arte e la Cultura e organizzata dal Consorzio delle Residenze Reali Sabaude con partner Intesa Sanpaolo. Hanno dato il proprio contributo a questa mostra anche il Museo del Louvre e alcuni grandi musei di Roma, Torino e Parigi, vantando, inoltre, l’adesione dell'Alto Patronato del Presidente della Repubblica Italiana.

La Reggia di Venaria riapre

Per quanto riguarda la prenotazione da parte dei visitatori, essa avverrà prima online, sul sito web lavenaria.it, e prevederà l’accesso di singoli e gruppi di massimo 50 persone contingentati ogni mezz’ora per la Reggia e la mostra Sfida al Barocco, mentre, dentro i Giardini si può raggiungere un numero massimo di 250 persone ogni ora, indossando la mascherina e con la temperatura corporea misurata prima dell’ingresso.

Tutto il complesso della Venaria Reale resterà aperto anche lunedì 1° giugno, per favorire chi vuol fare il “ponte” per la Festa della Repubblica del 2 Giugno.

Cosa è stato progettato? Cosa si potrà fare in quei giorni e nelle settimane a venire?

Il lockdown e le sue conseguenze hanno creato il presupposto per aggiornare il piano promozionale della Venaria, che riprende il claim iniziale Che meraviglia! già ideato dall’Agenzia Undesign di Torino, incentrandosi e valorizzando l’aspetto della riscoperta della dimensione territoriale relativa al “turismo di prossimità”.

Nell’ambito della rassegna Vivi i Giardini! continuano anche quest’anno le numerose proposte ed attività organizzate: In forma nei Giardini, il “percorso benessere” dedicato all’allenamento e all’attività fisica, in collaborazione con la personal trainer Carol Enrico. Si tratta di dieci tappe che saranno posizionate presso le location più suggestive dei Giardini in cui praticare esercizi di yoga e fitness, immergendosi nella natura e nella bellezza del contesto paesaggistico del Parco Alto e Basso. Il programma prevede poi giornate speciali dedicate al tema. Sempre nei Giardini, saranno previsti corsi per giardinieri aperti al pubblico e un Centro Estivo con attività strutturate pensate per le famiglie e per le associazioni del territorio a cura dei Servizi Educativi.

Per momenti di pausa e relax sarà consentito portare con sé il necessario per un picnic personale da consumare liberamente e in sicurezza nei grandi spazi dei Giardini (i punti ristoro riapriranno a partire dal 9 giugno).

Con l’inizio dell’estate saranno inoltre organizzati spettacoli, concerti e performance in collaborazione con istituzioni culturali del territorio, in particolare il Teatro Regio Torino, la Casa del Teatro Ragazzi e Giovani, Piemonte dal Vivo e la Fondazione Via Maestra della Città di Venaria, oltre che con anche altri interlocutori locali: lo scopo è anche quello di attuare il proposito di condivisione di idee e attività da parte di diversi enti che - riuniti insieme - possano creare condizioni migliori in questo particolare periodo per un rilancio di progetti culturali comuni.

 

Venaria riapre
La Reggia di Venaria riapre

 

Tutte le immagini fornite dall'Ufficio Stampa della Reggia di Venaria.


Stasera al Museo Egizio. Con Alberto Angela alla scoperta di uno dei musei più belli al mondo

"La strada per Menfi e Tebe passa da Torino". Così pronunciò Jean-François Champollion e proprio da questo luogo magico, il Museo Egizio di Torino, partirà lo speciale televisivo condotto da Alberto Angela: “Stanotte al Museo Egizio”.

In attesa della riapertura dei musei e siti italiani chiusi ormai da mesi per l'emergenza sanitaria causata dal COVID-19, Rai 1 ripropone lo speciale di successo mandato in onda qualche anno fa in cui il noto divulgatore entrerà di notte nelle sale del più importante Museo Egizio al mondo dopo quello del Cairo. Con le luci soffuse e a porte chiuse, protagonisti d’eccezione saranno gli antichi reperti raccontati dalle sapienti parole del Direttore Christian Greco e dei curatori delle varie collezioni.

Il conduttore, inoltre, guiderà gli spettatori tra gigantesche statue di sfingi e faraoni, in una ricca tomba e all’interno di un tempio nubiano ricostruito pezzo per pezzo. Parlando di Egitto non si può non parlare di mummie e a Torino alcune sono davvero singolari. Tre sorelle custodite al museo di cui si conoscono anche i nomi o ancora quella di un ignoto individuo con i tratti del volto dipinti che lo fanno assomigliare ad un tragico pupazzo.

Foto: Ufficio stampa RAI 1

Di volta in volta, sala per sala, reperto dopo reperto, Alberto Angela sarà accompagnato da noti personaggi del panorama italiano. Giovanni Soldini parlerà di navi e navigazione nel mondo antico e al tempo degli Egizi, il matematico Piergiorgio Odifreddi racconterà la nascita della matematica e della geometria, Gabriella Pescucci, premio oscar racconterà invece le singolarità dell’abbigliamento di questo affascinante popolo, la storica Eva Cantarella  parlerà di amore e sesso e il direttore Riccardo Muti ci farà scoprire le suggestioni che proprio l’antico Egitto suscitò su Giuseppe Verdi e sulla composizione di una delle  sue opere più famose: l’Aida.

Le note di Giuseppe Verdi dell’Aida risuoneranno tra le sale del Museo Egizio di Torino, rielaborate per l’occasione per un quintetto di giovani musicisti.

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La Cultura di Golasecca: un ponte tra Mediterraneo e mondo celtico

Un territorio ricco di laghi e fiumi, corsi d'acqua che consentono di percorre lunghi tragitti, di trasportare merci e persone, oltre che di garantirne la sussistenza. Un territorio così, come possiamo facilmente immaginare, era sicuramente considerato appetibile fin dai tempi più remoti.

Per ciò che concerne il territorio varesino la presenza dell'uomo è attestata fin dal Paleolitico e numerosissime sono le testimonianze raccolte nell'area che ad oggi consentono di seguire una linea di racconto continuativo fino alla romanizzazione.

Le fonti antiche non tramandano un nome nazionale per le genti che, a più riprese, abitarono la Lombardia occidentale. Del resto è cosa nota come non sia mai stato proprio della cultura mitteleuropea unirsi sotto un unico comando e come, pur legate da una matrice culturale comune, le genti d'oltralpe non furono mai un sol popolo.

Di queste tribù, calate dalle Alpi e in diversi momenti stanziatesi in area cisalpina abbiamo informazioni materiali numerose, che trovano appoggio in fonti scritte di età posteriore. Già Tito Livio, ad esempio, narrava di un'ondata gallica “Prisco Tarquinio Romae regnante”, ma certamente dobbiamo far risalire la celtizzazione del territorio anteriormente agli inizi del VI sec. a.C.

Fenomeni culturali e relative culture materiali possono essere seguiti in un percorso lineare dal Baltico al Mediterraneo e il territorio varesino, fertile terreno per sovrapposizioni e stratificazioni culturali, diventa così il nodo di collegamento tra mondo transalpino e culture meridionali.

Già nell'XI sec. a.C. parte della Lombardia occidentale, del Piemonte orientale e del Canton Ticino furono abitate da popolazioni di matrice celtica, le cui manifestazioni culturali sono identificate con il nome di Cultura di Golasecca, dal nome della cittadina nelle vicinanze dell'aeroporto Malpensa dove furono rinvenute le prime significative e numerose testimonianze.

Cultura di Golasecca
Vaso ad anatrelle, Cultura di Golasecca, Museo della Preistoria di Milano. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

Le origini di queste genti sembrano risalire all'età del Bronzo (XIII sec. a.C.) e sarebbero rimaste per lungo tempo aperte all'assorbimento di elementi culturali vari, mediterranei e mitteleuropei: è su questa base, difatti, che si innesta probabilmente l'ondata celtica del VI sec. e, più tardi, la romanizzazione.

Caratteri di continuità sono rintracciabili nell'area del Lago Maggiore, nell'area della Malpensa, di Castelletto Ticino, Sesto Calende, Golasecca, Como, e Canton Ticino: comune denominatore le vie d'acqua (di cui il Ticino è il grande protagonista) che furono cerniera per unire l'Oltralpe con il Po, l'Adriatico e infine il Mediterraneo.

Le principali reti di traffico comprendevano materie prime che viaggiavano da nord verso sud (metalli, in particolare stagno, ambra) e beni commestibili da sud verso nord (olio, cereali, vino).

Le nostre conoscenze della cultura celtica di Golasecca si basano soprattutto sul ritrovamento di sepolture, raggruppate in necropoli, e dei relativi corredi. Il rito era quello della cremazione, la modalità di sepoltura a “pozzetto”, a fossa o a cassa litica: in ciascuna di queste forme ricorre la presenza di uno scavo nel terreno, rivestito di ciottoli o coperto con lastra litica dove era deposta l'urna biconica contenente le ceneri del defunto e il corredo di accompagnamento.

Supponiamo una distinzione di ruoli sociali in base alla tipologia di oggetti rinvenuta: sicuramente importante era la posizione di coloro che erano deposti con le loro armi e vasellame bronzeo.

Elmo e schinieri di bronzo dalla tomba del guerriero di Sesto Calende, Cultura di Golasecca, Museo della Preistoria di Milano. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

Per ciò che concerne la produzione ceramica, questa risulta costituita da vasellame modellato a mano (dal VI sec. a.C. al tornio lento) decorata con motivi geometrici standardizzati e ripetuti: il motivo decorativo tipico è il cosiddetto “dente di lupo”, costituito da una serie di triangoli riempiti a tratteggio.

Non mancano però testimonianze di contatto culturale con altre realtà coeve: motivi decorativi tratti dal repertorio orientalizzante etrusco e riadattati al modo locale, così come è stata evidenziata la presenza di oggetti di importazione dallo stesso ambito etrusco, ma anche magnogreco, piceno, veneto, villanoviano e hallstattiano, in una combinazione molto complessa di culture che si innestano sullo strato locale.

Urna cineraria da Varallo Pombia, Cultura di Golasecca, Museo della Preistoria di Milano. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

Archeologia Invisibile, il Museo Egizio in digitale #restandoacasa

Scienza e archeologia, tra rivoluzione digitale e umanesimo al Museo Egizio, nella mostra “Archeologia Invisibile”, ovviamente #restandoacasa

In questo periodo di emergenza sanitaria il Museo Egizio si è fin da subito impegnato per incrementare la digitalizzazione delle sue sale e della sua collezione, già ben avviata da tempo ma resasi necessaria in questa delicata situazione.

Il Museo con la più importante collezione egizia fuori dal territorio egiziano si rende “vivo e attivo” e vicino più che mai al suo pubblico, attraverso pillole video dello staff scientifico, appuntamenti con le “passeggiate del Direttore” e visite virtuali.

Archeologia Invisibile

La mostra “Archeologia Invisibile” racconta il dialogo e la connessione tra egittologia e scienze naturali (fisica, chimica, biologia) che rendono finalmente possibile l’accesso alla biografia degli oggetti e alle conoscenze tecniche antiche che hanno permesso la trasformazione delle materie elementari in oggetti complessi. La mostra - inaugurata il 12 marzo 2019 e prorogata fino al 7 giugno 2020, ora visitabile on line - pone al centro dell’attenzione il reperto, la cui “biografia” diventa essenziale per svincolarlo dal semplicemente bello e farlo tornare a essere ciò che in realtà è: la manifestazione concreta di un pensiero che si è fatto materia.

A tal riguardo, l’esposizione ci sottolinea che l’archeologia non scopre oggetti ma contesti archeologici; il reperto, se privato del suo contesto archeologico, diventa un semplice oggetto. Ed è proprio durante lo scavo che il reperto si trasforma da oggetto d’uso a reperto archeologico ricevendo un nuovo interesse all’interno di un percorso di musealizzazione che dovrebbe tener conto del contesto archeologico che lo riguarda.

L’invisibilità di cui ci parla questa mostra del Museo Egizio di Torino è un’invisibilità che ha varie e differenti sfaccettature.
Riguarda l’indagine dell’invisibile che giace sotto i nostri piedi; è attinente all’invisibilità degli oggetti, al loro contenuto, al luogo di provenienza e alla loro produzione.

L’attuale rivoluzione digitale, la fotogrammetria, le indagini multispettrali, la spettroscopia e la modellazione 3D - astrusi tecnicismi "rubati" agli scienziati - mettono in grado gli archeologi di documentare l’intero processo di scavo e di ricostruirne i contesti anche dopo la loro rimozione, o di riprodurre un sarcofago con precisione, registrando tutte le sue fasi di realizzazione e di riutilizzo. La diagnostica per immagini, non invasiva, ci permette di scrutare all’interno di un vaso ancora sigillato e di sbendare virtualmente le mummie.
Sono lo scienziato e l’umanista a lavorare assieme nel mondo contemporaneo per conoscere i processi sociali tramite i quali la cultura materiale è prodotta e in che modo questa influenza l’esistenza umana, sostiene il direttore Christian Greco.

Così la materia di cui è fatto ogni oggetto comunica informazioni attraverso le diverse frequenze dello spettro elettromagnetico; alcune di esse generano dei colori e luce visibile che i nostri occhi riescono a percepire; altre invece ci risultano invisibili ed è quindi necessario andare “al di là della luce” con l’aiuto delle indagini multispettrali, che ci permettono di acquisire numerose informazioni sui reperti e di avvicinarci a una più ampia comprensione sulla natura dei pigmenti, sulle tecniche pittoriche utilizzate e sullo stato dei materiali.

Un esempio di questo approccio è fornito dall’analisi di oltre 400 reperti che compongono il corredo funerario della tomba di Kha (la TT8) - ritrovata intatta da Schiaparelli a Deir el-Medina nel 1906 - risalente alla seconda metà del Nuovo Regno (ca. 1425-1353 a.C.).


In questo caso tutti gli oggetti che presentano una pellicola pittorica sono stati sottoposti a riprese in UV (ultravioletto) per rilevare l’esistenza di restauri precedenti e lo stato di conservazione di questo strato; a riprese in IR (infrarosso) capace di rendere visibili eventuali disegni sottostanti, e VIL (visible-induced luminescence) tecnica atta a identificare il celebre “blu egizio” in pigmentazione primaria o come componente minore la cui chimica è resa comprensibile grazie a una collaborazione con il Massachussetts Institute of Technology (MIT). In questo video, presente nella playlist YouTube “Archeologia Invisibile” del Museo Egizio di Torino, è spiegata la composizione del blu egizio:

 

I reperti inoltre sono stati indagati con un tipo di analisi più recente chiamato MA-XRF (macro X-ray fluorescence), che mappa la distribuzione degli elementi chimici che compongono i colori utilizzati per decorare una superficie. È il caso di un cofanetto policromo con scena di offerta - presente in mostra - sul quale, grazie a quest’ultima tecnica di indagine, è stato possibile rilevare, accanto al più comune nerofumo, l’utilizzo di un secondo nero caratterizzato dalla presenza di ossido di manganese utilizzato per tracciare essenzialmente i geroglifici, le linee più sottili e tutte quelle esecuzioni che richiedevano una particolare accuratezza.

Tra gli oggetti della tomba vi sono anche sette vasi in alabastro che si presentano ancora oggi sigillati e pieni del loro contenuto. Per evitare di compromettere la loro integrità con una eventuale apertura, il materiale è stato analizzato attraverso radiografie neutroniche, poiché la tradizionale tecnica delle radiografie a raggi X non può essere applicata a qualsiasi tipologia di materiale; alcuni di questi, tra i quali gli oggetti in alabastro, assorbono quasi del tutto i raggi X e non permettono una diagnostica precisa del contenuto. Nelle radiografie/tomografie neutroniche i neutroni interagiscono con la materia in maniera diversa, possono facilmente attraversare spessi strati di metallo, mentre subiscono un’elevata attenuazione quando incontrano elementi leggeri come i composti organici.
Nel caso specifico di questi vasi le analisi sono state effettuate presso lo Science & Technologies Facilities Council di Oxford, importante centro di ricerca britannico.

Le indagini sulle mummie umane, che precedentemente avvenivano mediante la rimozione delle bende, degli amuleti e dei gioielli che accompagnavano il defunto - processo ai tempi alquanto invasivo e irreversibile -, sono state invece successivamente affiancate e sostituite dalle prime lastre radiologiche negli anni Sessanta e da scansioni mediante TAC (Tomografia Assiale Computerizzata) a partire dagli anni Novanta del Novecento. Esse insieme al più recente sbendaggio virtuale hanno rivelato dati fondamentali sulle condizioni fisiche delle mummie e confermato varie ipotesi sulle tecniche utilizzate per la mummificazione dei corpi di Kha e Merit, rinvenute nel 1906 dall’egittologo italiano Ernesto Schiapparelli, il quale le salvò dal tradizionale sbendaggio, preservandole per le generazioni future.

I “facoltosi” coniugi, oltre a essere accompagnati da ricche parure di gioielli e amuleti - virtualmente estratti e riprodotti in modelli digitali, materializzati grazie alla stampa 3D ed esposti nel percorso mostra - e da una parrucca, nel caso di Merit, non furono eviscerati poiché polmoni e fegato sono ancora ben visibili insieme a reni e parte del cervello. Le condizioni della mummia di Merit si sono inoltre rivelate peggiori , forse per via di un processo di mummificazione non ottimale e a causa di pesanti danni post mortem.

Archeologia Invisibile Museo Egizio digitale

Esami tomografici e archeometrici sono invece stati effettuati sulle mummie animali, evidenziando le diverse tecniche di mummificazione adottate, permettendo di datare i reperti e consentendo di avere una panoramica dei materiali utilizzati per l’imbalsamazione, oltre che per ricavare la specie di appartenenza, studiare i colori dei bendaggi e, in alcuni casi, riconoscere dei falsi. Due degli esemplari presi in esame, una mummia di gatto e una di coccodrillo, sono state sottoposte all’analisi dei filati che compongono l’involucro esterno e a TAC.

Archeologia Invisibile Museo Egizio digitale
Nel caso del felino, al microscopio ottico è emersa la composizione delle bende, attraversate da un fascio di luce che ha restituito immagini ingrandite e dettagliate e ha permesso di ricostruire la bicromia originaria di colore rosso e marrone ormai sbiadita. La successiva TAC ha mostrato la tipica posizione “a birillo” dell’animale, e l’assenza degli organi interni.
La mummia di coccodrillo, il cui involucro esterno è realizzato in fibre vegetali, una volta sottoposta a TAC ha mostrato un esemplare di ben più modeste dimensioni rispetto a come appare a occhio nudo.

 

La terza sezione illustra il fondamentale ruolo dell’indagine archeometrica nello studio dei materiali e nella scelta delle tecniche da adottare per la conservazione e il restauro dei reperti più delicati.

La diagnostica applicata ai beni culturali ha un importante ruolo nell’ambito dei processi conservativi e di ripristino dei reperti, partendo dalle analisi dei materiali e del livello di degrado fino ad arrivare all’intervento di restauro e alla sua movimentazione. La mancanza di un’approfondita conoscenza degli aspetti materici può indurre a scelte improprie dei metodi o dei materiali nelle varie operazioni che caratterizzano un intervento di restauro. È il caso, ad esempio, delle pitture parietali che nel corso degli scavi della Missione Archeologica Italiana furono staccate e portate a Torino dalla tomba di Iti e Neferu a Gebelein, secondo una prassi all’epoca diffusa.

I lavori di analisi e restauro condotti sulle pitture tentano di restituire a questi fragili elementi la loro biografia. Le pitture sono state infatti sottoposte a spettroscopia, tecnica non invasiva utilizzata per l’analisi superficiale dei materiali nella fase preliminare del restauro ottenendo informazioni utili per la scelta della migliore metodologia operativa. Le analisi spettroscopiche hanno inoltre consentito di riconoscere ricostruzioni erronee e di ipotizzare il disegno e la collocazione originale delle pitture, correggendo le precedenti sistemazioni.

Nella sezione dei papiri “patch-work” troviamo un unicum della collezione torinese: il “rattoppo” di un papiro funerario del Terzo Periodo Intermedio (XI-VII sec. a.C.) con frammenti di papiri di epoca ramesside (XII-XI sec. a.C.). Tale intervento è oggi un testimone prezioso della storia del restauro di questi fragili reperti e per questo - proprio per ragioni di etica del restauro conservativo - non è stato rimosso. Compito di una collezione museale è infatti di custodire e consolidare la memoria culturale: anche i restauri antichi fanno parte della biografia dell’oggetto e meritano di essere conservati in quanto testimonianze storiche.

Proseguendo nel percorso mostra è possibile ammirare un raro e inedito reperto tessile appartenente a un lotto di manufatti donati dal Museo del Cairo al Museo Egizio di Torino nei primi anni del Novecento, restaurato ed esposto lasciando visibili entrambi i lati del manufatto, data la particolarità delle due tecniche esecutive di cui si compone.

Archeologia Invisibile Museo Egizio digitale

Tutto il percorso espositivo confluisce infine nell’ultima sala, dedicata proprio al momento in cui questi dati invisibili raccolti trovano una manifestazione materiale: l’esperienza condotta sul caso studio del sarcofago di Butehamon.

Le indagini diagnostiche, perlopiù non invasive, hanno fornito interessanti indizi sulla storia del manufatto e sulle tecniche di falegnameria utilizzate. Le radiografie hanno chiarito la struttura generale del coperchio - composto da 16 elementi - e della cassa - costituita da 11 pezzi -, confermando che solo gli elementi del primo sono stati assemblati per Butehamon, mentre quelli del secondo sono stati ricavati riutilizzando parti di almeno quattro sarcofagi diversi. La tecnica dei raggi X ha mostrato anche numerosi interventi eseguiti per rimodellare gli elementi di riuso, come le meni e il volto.

L’osservazione della pellicola pittorica, associata all’esame di alcune microstratigrafie, ha infine evidenziato almeno due strati pittorici sovrapposti; sul fianco destro e sulla testa della cassa queste due stesure pittoriche sono precedute da una terza più antica, che decorava originariamente un sarcofago a “vernice nera” dal quale provengono gli elementi usati per assemblare il lato destro e la testa.

Sul sarcofago esterno di Butehamon - scriba della necropoli reale vissuto tra la fine del Nuovo Regno e l'inizio del Terzo Periodo Intermedio (ca. 1069 a. C.) - il Politecnico di Milano ha realizzato in contemporanea due rilievi, il primo utilizzando un laser scanner, che raccoglie informazioni estremamente dettagliate della geometria dell’oggetto ma non fornisce dati sul colore, il secondo ottenuto tramite la tecnica fotogrammetrica che ha restituito sia il modello digitale dell’oggetto che la sua pigmentazione. Dal prototipo digitale l’immagine del reperto è stata convertita in un’esperienza tangibile attraverso una riproduzione con stampante 3D a grandezza naturale. È stato poi utilizzato un sistema di proiezioni (video mapping) per raccontare in modo dinamico le sue fasi costruttive, mostrando come il sarcofago fu concepito, dal legno al disegno preparatorio, allo strato pittorico, e poi restaurato, per provare ad analizzare quello che è il rapporto, ancora discusso, tra materiale e digitale: può un oggetto digitale sostituire in un museo un oggetto vero, reale?

 

Museo Egizio digitale

Archeologia Invisibile

Archeologia Invisibile Museo Egizio digitale

Archeologia Invisibile

  Archeologia InvisibileIn un oggetto si incontrano i significati di una cultura e l’abilità tecnica che hanno permesso al pensiero umano di trasformare semplici materie prime in testimoni insostituibili di una civiltà.

“La natura stessa dell’oggetto digitale non è quella di sostituire, non è quella di essere una replica, è in realtà quella di diventare un intermediario, un interprete che sia in grado di restituire la voce a un oggetto che per natura è muto e che noi però abbiamo la possibilità di interrogare”, afferma Enrico Ferraris curatore della mostra.

È così che i segreti custoditi per millenni in vasi sigillati, dietro papiri usurati e sotto strati di bende vengono svelati dalla tecnologia non invasiva, rispettando l’integrità del reperto, grazie alle numerose collaborazioni italiane e internazionali, con il MIT di Boston, il British Museum, il Politecnico di Milano, l’Università degli Studi di Torino, il Centro di Conservazione e Restauro La Venaria Reale, l’Università Sapienza di Roma, i Musei Vaticani, con Tokyo, Cambridge e altre istituzioni.

Il MiBACT, nell’ambito dell’iniziativa del MiBACT “Gran Virtual Tour”, si impegna attraverso uno sforzo corale di tutti i propri istituti, a mostrare così non solo ciò che è abitualmente accessibile al pubblico, ma anche il “dietro le quinte” dei beni culturali con le numerose professionalità che si occupano di conservazione, tutela, valorizzazione del patrimonio culturale.

Tutte le foto della mostra Archeologia invisibile sono state scattate da Ilaria Lely


Ho cercato me stesso: riflessioni sull'ultimo Cesare Pavese

«HO CERCATO ME STESSO»: RIFLESSIONI SULL'ULTIMO CESARE PAVESE

«L'uomo mortale, Leucò, non ha che questo d'immortale. Il ricordo che porta e il ricordo che lascia»

Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò

Questa la premonizione in chiave letteraria di quello che sarebbe stato l’ultimo tragico e doloroso grido di disperazione che Cesare Pavese, tra i più acuti, lungimiranti e complessi scrittori del ventesimo secolo, emise prima di porre prematuramente fine alla sua vita, il 26 agosto 1950, in una cupa e tetra camera d’albergo. Un’epigrafe sentenziosa, il desiderio di increspare la superficie dell’Essere, con un’onda di vigore intellettuale e filosofico destinato a non rimanere insignificante e fugace.

Le Langhe in provincia di Cuneo. Foto di Francesca Cappa, CC BY 2.0

Con un ingente quantitativo di sonniferi, Pavese ha definitivamente messo a tacere i propri fantasmi, ha cessato di assaporare, in ogni sua forma, la noia e il tedio, protagonisti indiscussi della sua intera esistenza e che, come ha sempre affermato lo stesso scrittore, lo segnarono per una sorta di preistoria umana e letteraria. Uno spleen atavico, tipicamente decadente, incornicia ogni sua opera, rendendola irresistibilmente affascinante. Tale aura di mestizia, suggestiva e commovente, si accompagna all’incessante desiderio di far affiorare i segreti più reconditi del proprio io, segnato da contorte vicende biografiche, attraverso l’analisi sofferta di un profondo vuoto esistenziale, che trova espressione nella psicologia tormentata dei protagonisti dei suoi romanzi. Nondimeno, Pavese, sempre saldamente ancorato ai ricordi della prima infanzia, riempie le sue pagine di amene descrizioni paesaggistiche, delineando perfettamente i dolci profili delle colline piemontesi e vagheggiando le vaste distese delle Langhe, oggetto di una rappresentazione selvaggia, chiusa in una sfera mitica, in cui gli istinti più elementari si scatenano senza freni inibitori. Lo scrittore, già dal romanzo d’esordio, Paesi tuoi, si dimostra un appassionato studioso di etnologia e antropologia culturale, analizzando la realtà contadina come depositaria di miti e riti arcaici, rimanendo stregato da un’atmosfera magica, popolata da presenze inquietanti e misteriose. Proprio come Beppe Fenoglio, Cesare Pavese attua una efficace e drammatica commistione fra la ruralità dei villaggi delle Langhe e la tragicità della violenza storica, che irrompe prepotentemente in un ambiente fino a quel momento risparmiato dal vorace progressismo caotico della realtà cittadina.

Le vicende relative agli sviluppi del secondo conflitto mondiale e ai risvolti umani ed esistenziali che esse ebbero nella popolazione della penisola italica trovano un doloroso riscontro nelle opere di Pavese. A tal proposito, particolarmente illuminante è l’esempio offerto dall’indiscusso capolavoro dello scrittore, La casa in collina.

La vicenda di Corrado, protagonista del romanzo, trova scopertamente il suo corrispettivo nella biografia e nella crisi esistenziale di Pavese. Il personaggio (alter ego dello scrittore), professore torinese, per sfuggire ai bombardamenti aerei che terrorizzano la città, decide di rifugiarsi in collina, trovando ospitalità presso Elvira e sua madre. Corrado, pur dimostrando una brillante intelligenza, unita ad una profonda sensibilità, affronta gli eventi del suo presente in maniera apatica, rasentando, in apparenza, una lucida e cinica indifferenza. In un certo qual modo, si può dire che il suo atteggiamento coincida con l’apatia e l’ostentata impassibilità dei personaggi moraviani, pervasi dalla medesima opprimente coltre di passività, disincanto ed insensibilità.

Cesare Pavese
Cesare Pavese. Foto in pubblico dominio

Pavese, pur essendosi sempre dimostrato un fervente antifascista, arrivando perfino ad essere confinato a Brancaleone in virtù della sua compromettente vicinanza a Leone Ginzburg, dopo l’8 settembre 1943, non aderì comunque alla lotta partigiana, preferendo rifugiarsi nel Monferrato. L’autore, d’altronde, maturò un profondo disagio esistenziale a seguito di tale posizione defilata dagli sconvolgimenti storici del suo tempo: non riuscendo a perdonarsi quella che si profilò per lui come una colpa irredimibile, fu preso, nel dopoguerra, da un rimorso straziante che trasfigurò sul piano letterario, materializzandolo nella figura di Anguilla, protagonista de La luna e i falò, scritto pochi mesi prima del suicidio.

È fin troppo evidente l’impossibilità per Pavese di convivere con un rimpianto spiazzante, derivato dal successivo ripudio di quello che percepiva come un colpevole atteggiamento contemplativo e abulico in un drammatico frangente storico, in cui la scelta, invece, avrebbe assunto quasi una valenza di salvifica necessità. Mai come in quel particolare momento, infatti, si rivelava indispensabile sottoporre ad un giudizio implacabile e senza possibilità di atteggiamenti ambigui la propria coscienza, scegliendo tra il morire per la libertà e il continuare a vivere nell’oppressione. Corrado, come d’altronde lo stesso Pavese, non è stato in grado di scegliere la militanza attiva e decide pertanto di ritornare nella sua casa in collina e cristallizzarsi in quella zona grigia, individuata da Renzo De Felice e che, in seguito all’armistizio di Cassibile, nell’Italia occupata dai nazifascisti, avrebbe costituito un limbo di amare incertezze per migliaia di persone.

Il professore torinese appare totalmente alienato dal fluire della Storia, incapace di agire; in seguito alla perquisizione nell’osteria di cui anch’egli è assiduo frequentatore, Cate, da lui amata in gioventù e lasciata per paura delle responsabilità, viene arrestata con altri compagni di lotta. Il figlio della donna, Dino, riesce a salvarsi, ma è deciso ad unirsi ai partigiani. Corrado, a questo punto, è afflitto da una tremenda crisi esistenziale, che lo porta a scandagliare impietosamente la propria coscienza, senza tuttavia riuscire a trovare alcuna possibilità di pacificazione interiore. Tale condizione psicologica di immobilizzante disperazione, del resto, non è altro che il prodotto del presente storico, dilaniato da orrori quasi inenarrabili a cui, però, Pavese sente il bisogno insopprimibile di dare voce nella propria produzione narrativa.

Il dramma della guerra e, più nello specifico, della guerra civile combattutasi fra repubblichini e partigiani, viene descritto in tutta la sua abominevole disumanità da un intellettuale che, in modo superficiale e pressappochista, è stato accusato di vigliaccheria e che, invece, si è dimostrato un acuto osservatore del reale, capace di denunciare le brutalità del suo tempo con sconvolgente sincerità, senza remore ed infingimenti. Emblematiche, ne La luna e i falò, le parole di Nuto e il racconto del vituperevole destino toccato a Santina, il cui corpo era stato dilaniato da un’insensata furia omicida e dato alle fiamme.

Nella pagine conclusive de La casa in collina, invece, Pavese insiste sull’assurda irrazionalità della guerra che, come affermato dallo stesso Marziano Guglielminetti, mette a nudo l'impotenza dell'uomo:

«Ma ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini. Sono questi che mi hanno svegliato. Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che anche vinto il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificare chi l'ha sparso. Guardare certi morti è umiliante. Non sono più faccenda altrui; non ci si sente capitati sul posto per caso».

Langhe in provincia di Cuneo. Foto di Gmarino49, CC BY-SA 4.0

Palpita, in Pavese, l’ardente bisogno di restituire il significato sacrale alla vita umana, di incitare ed esortare al recupero di una dignità perduta a causa dell’insensata violenza della tragedia storica.

Nel suo diario, Il mestiere di vivere, qualche giorno prima della sua fine drammatica, lasciò scritto: «Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti. Ho cercato me stesso». Pavese ha interrogato le zone più oscure ed inquietanti della propria psiche, psicoanalizzato paure e rimorsi e, in tal modo, ha permesso ai posteri di penetrare nei meandri di un oscuro passato storico, ancora pullulante di incongruenze e misteri irrisolti.


Diamoci un appuntamento alla Reggia di Venaria #FacciamoLuce

Notate i colori utilizzati: azzurro, giallo tenue … il cielo e la luce del sole. Vedete che la superficie di vetrata è amplissima? Le grandi aperture sono su entrambi i lati. Anche la decorazione in stucco ha un aggetto minimo. Proietta pochissima ombra. Juvarra qui sembra quasi far sparire l’architettura. La Galleria Grande è un diaframma sottile e completamente permeabile alla luce. È la luce che disegna lo spazio, e che, mutando, lo rende sempre vivo e vario, anche senza una decorazione sontuosa o una raccolta di opere d’arte.

Reggia Venaria #facciamoluce

Lascio sfumare l’ultima parola nel vociare di altri gruppi … numerosi, densi, chiassosi … le voci rimbalzano sul marmo del pavimento e si mescolano. I‌ colleghi mi tirano occhiate oblique e decido che sì, dobbiamo procedere. Dobbiamo. Eppure, vi garantisco, anche una guida che, come me, abbia percorso troppe volte la Galleria di Grande e sia ormai sfiancata dal tour de force della Reggia non può resistere ad accarezzare con gli occhi, anche solo per pochi istanti, una bellezza tanto sfacciata e seducente.

Eccola, Galleria Grande: una struttura tutto sommato aliena nell’ordinato schema barocco di stanze della Reggia di Venaria. Juvarra, lui che poco c’entrava con la passione sabauda per la selvaggina e la sistemazione francese degli ambienti, lui capisce meglio di altri che il pregio di residenze come questa, o come Stupinigi, è tutto fuori. Inutile rivaleggiare con la natura:‌ piuttosto conviene spalancarle le porte, e lasciare che faccia la gran parte del lavoro. Quando si dice il genio: almeno altri tre architetti, tutti di rango, si succedono nella realizzazione della Reggia, ma Filippo Juvarra riesce a realizzare un luogo iconico, che coglie e trasforma in spazio percorribile l’essenza della dimora.

Iconica, pop, fotogenicainstagrammabile! La Galleria Grande, da quando la Reggia di Venaria è stata riaperta al pubblico, è sempre vissuta, percorsa, popolata, a volte affollata.

Reggia Venaria #facciamoluce

E ora?

Adesso la Reggia è vuota. Vuoto il parco, i giardini che a breve fioriranno. Vuota la Sala di Diana dove le amazzoni di casa Savoia saranno deluse di aver perso il loro pubblico: a chi mostreranno gli outfit sontuosi e le pose spericolate?

Vuota ancor di più la Galleria, pensata per stare senza arredi o altri gingilli. Puro spazio.
Mai come ora sentiamo bisogno di spazio:‌ di uno spazio bello, dove distendere il pensiero e progettare bellezze future.

Ora di questo spazio possiamo disporne, grazie alla geniale iniziativa della Venaria Reale:

La Reggia live #FacciamoLuce: la possibilità di ammirare 24 ore su 24 la Galleria Grande via web cam dal sito lavenaria.it …  il capolavoro indiscusso di Filippo Juvarra, anche se a distanza, può essere contemplato e vissuto in qualsiasi momento della giornata lasciandosi trasportare dalle sue spettacolari scenografie di luce.
Spiega Guido Curto, Direttore del Consorzio delle Residenze Reali Sabaude: «Con questa iniziativa intendiamo offrire a tutti la possibilità di entrare, seppure virtualmente, all’interno della nostra Reggia per ammirare la Galleria Grande eccezionalmente “vuota e silenziosa”, eppure sempre meravigliosa: la luce che si propaga e la trasforma ogni ora può essere il simbolo della speranza in questi giorni difficili».

Una webcam, una connessione, e tutti possiamo incontrarci lì. Usare la Galleria per lo scopo per cui era stata creata:‌ passeggiare, seppur solo con i pensieri cullati da un raffinato sottofondo di musica barocca. Poggiare gli occhi minuto per minuto, ora per ora, giorno per giorno sulla luce morbida e mutevole che disegna atmosfere sempre nuove.

Io ho aperto la diretta per la prima volta di notte, e confesso, il cuore ha saltato un battito:‌ ho percorso tante volte quello spazio, con gli occhi lo riesco a misurare. Ho avuto l’impressione di muovermi nella Galleria come ci si muove in casa di notte, senza avvertire alcun bisogno di accendere la luce.

Non c’è conflitto, ma sinergia, tra tecnologia e arte:‌ basta una webcam per regalarci un enorme privilegio. Siamo lì, tutto il giorno, tutti i giorni.
Possiamo dare un’occhiata ogni tanto, possiamo passarci anche un’ora, persino una giornata.
E non siamo nemmeno soli: il numeretto che segnala gli spettatori della diretta ci dirà che persino in piena notte c’è qualcuno che ha scelto, come noi, di essere lì. Che in qualche modo ci sta tenendo compagnia, sta condividendo quest’esperienza.

 

Quando ci potremo tornare davvero, dentro Galleria Grande, sentiremo questo spazio tanto più vicino, nostro, e sarà un’esperienza tutta nuova.

Intanto io vi aspetto qui …  Dall’alba al tramonto, e anche dopo. Perché

"È di notte che è bello credere alla luce" - Edmond Rostand

 

Si ringrazia la Reggia di Venaria

HomeMusicians: ogni sera musica fresca sui nostri schermi

HomeMusicians: la rassegna dell’Associazione Cam.To porta ogni sera video fatti in casa di musicisti, nazionali e internazionali, sugli schermi di tutti gli italiani in quarantena

In questa parentesi in cui tutti ci troviamo, mai come in tempi passati, una buona connessione Internet fa la differenza. Tra i molti intoppi causati da questa pandemia, si annovera sicuramente una situazione di stand by del settore culturale; nello specifico, in riferimento agli spettacoli dal vivo.

In questo scenario surreale – seppur per certi versi fortunato – , inimmaginabile anche per registi di film horror, ovvero quello di uno status di “quarantena perpetua”, molti di noi trovano nei social network una finestra su di un mondo che, in maniera quasi illusoria o, se vogliamo, esorcizzante, sembra in certe cose non essersi fermato.

Così l’Associazione Cam.To (Cultura, Arte, Musica Torino) che, già da tempi non sospetti si occupa dell’organizzazione di concerti musicali, rassegne e mostre, ha deciso di lanciare una rassegna fuori dagli schemi. Con il nome “HomeMusicians”, che potrebbe già suggerire qualcosa, ovvero “Musicisti a casa”, l’Associazione ha raccolto, e raccoglie quotidianamente, video di molti musicisti che, costretti anche loro alla quarantena casalinga, hanno registrato con un semplice smartphone alcune loro performance sui propri strumenti che fortunatamente gli fanno compagnia in clausura. Alcuni, non avendo questa possibilità, hanno comunque fornito video registrati in tempi recenti.

HomeMusicians
Foto di Niek Verlaan

Ogni sera, rigorosamente in orario da concerto, alle ore 21:15, sulla Pagina Facebook “Associazione Culturale Cam.To” viene così pubblicato un video inedito di un musicista, con tanto di “lancio” al pomeriggio con una foto dello stesso.

Tanti i musicisti che hanno aderito dall’iniziativa troviamo clavicembalisti, pianisti, violinisti, organisti (solo per citarne alcuni) ma anche quartetti e duetti, come il Quartetto Effe (tre violini e un violoncello) che ha regalato al pubblico virtuale l’esecuzione di “Arrival of The Birds”, tratto dalla colonna sonora de “La teoria del tutto”, con un’esecuzione delle quattro ragazze musiciste registrata davanti al loro smartphone in quattro parti diverse d’Italia.

Molte sono state anche le risposte all’appello dell’Associazione da diverse parti del mondo; tra i musicisti che hanno sposato l’iniziativa di regalare musica di alta qualità negli schermi dei confinati troviamo anche artisti internazionali come Jiae Teresa Kwak, giovane organista di Seul, Ana Sofia Sousa, violinista ad Aveiro in Portogallo, María Márquez Torres, pianista di Malaga e Lucile Dolat, organista a Parigi.

Abbiamo scelto di non menzionare tutti i musicisti poiché la rassegna HomeMusicians proseguirà fino al termine della quarantena italiana, e pertanto se ne aggiungeranno di nuovi ogni sera, ma questo è anche un invito ad andarli a scoprire di persona. Buona visione e buon ascolto.


Le ceneri degli Statielli. La necropoli dell’età del Ferro di Montabone

ceneri Statielli necropoli di Montabone
La locandina della mostra Le ceneri degli Statielli - La necropoli dell'età del Ferro di Montabone

Presso il Civico Museo Archeologico, sito nel Castello dei Paleologi di Acqui Terme (AL), dal 1 giugno del 2019 fino al 23 febbraio 2020 (poi prorogata al 29 marzo 2020), è possibile visitare la mostra “Le ceneri degli Statielli. La necropoli dell’età del Ferro di Montabone”.

È una interessante occasione per poter ammirare i risultati degli scavi archeologici effettuati a seguito del ritrovamento di un sepolcreto a cremazione di Ligures Statielli risalente al II secolo a.C., rinvenuto casualmente nel 2008 durante gli scavi effettuati lungo la valle del torrente Bogliona, per la costruzione del metanodotto Snam Rete Gas nel tratto Oviglio-Ponti, in Piemonte provincia di Asti.

L’indagine archeologica effettuata sotto la direzione della dott.ssa Marica Venturino (Soprintendenza per i beni archeologici del Piemonte) ha interessato un’area di ca. 500 mq (17x29), nel fondovalle del torrente Bogliona, affluente del fiume Bormida, nei pressi del piccolo Comune di Montabone, situato su un colle (454 m s.l.m.) a 11.5 km da Acqui Terme. La necropoli si trova ad una profondità di ca 2 m. sotto l’attuale piano di campagna, sulla sinistra idrografica del torrente, lungo la strada provinciale 230.

La S.P. 230 ricalca l’antico tracciato di fondovalle che risale la collina per poi ridiscendere, collegando direttamente la zona con Canelli e Nizza Monferrato. Il ritrovamento della necropoli limitrofa ad esso, chiarisce definitivamente l’importanza di questo percorso e la sua esistenza già nell’età del Ferro, poiché accanto all’area cimiteriale sicuramente sorgeva il relativo centro abitato (collocato più a monte) edificato proprio lungo l’asse stradale. È noto che venne poi consolidato in età romana quando si trasformò nel tragitto secondario (staccandosi presso Terzo D’Acqui) della Via Aemilia Scauri per raggiungere Alba Pompeiana (Alba).

Gli scavi sono iniziati dopo il 2008 e nel 2010 si sono concluse le indagini sul terreno, seguite poi fino al 2019 dallo studio approfondito dei reperti rinvenuti: documentazioni radiografiche degli elementi cinerari del sepolcreto seguiti dal restauro degli stessi, analisi archeobotaniche sui resti e sui tessuti ritrovati nel sito, documentazione fotografica dei reperti ceramici, metallici e vetrosi, analisi antropologiche e faunistiche (effettuate dal Servizio di Bioarcheologia del Museo delle Civiltà di Roma), archeometriche su perle e bracciali di vetro (Università di Padova). Alla luce delle informazioni che le indagini hanno fornito si è giunti a stabilire che l’abitato ligure degli Statielli risalente alla seconda età del Ferro (ca. 260-150/140 a.C.) era probabilmente ubicato sul pianoro della “cascina Cecconia”, a monte della necropoli o sulle pendici della collina sulla quale attualmente si trova il paese di Castel Rocchero. Tale ipotesi è avvalorata da parecchi reperti archeologici e faunistici, oltre a sedimenti naturali, ritrovati presso il sepolcreto a fondovalle a testimonianza degli scarichi scivolati dall’abitato nell’alveo del torrente e poi ridistribuiti dalle acque in occasione di fenomeni alluvionali.

L’area cimiteriale risulta invece ancora in ottimo stato di conservazione ed è costituita da 17 sepolture, 13 delle quali con tumulo terraneo. È caratterizzata da recinti circolari e quadrangolari costituiti da pietra arenaria e ciottoli, all’interno dei quali veniva dispersa la “terra di rogo” come rituale di sacralizzazione dell’area e si trovano i pozzetti funerari coperti da ampie lastre di pietra e contenenti vaso cinerario e corredo funebre. La necropoli venne utilizzata nel II sec. a.C., abbandonata poi lentamente fino alla prima metà del I secolo d.C. forse per mancata manutenzione, incuria, episodi di ristagno idrico e fenomeni erosivi, adibito anche per breve periodo ad attività agricola con creazione di muretti in pietra e focolari. Faranno seguito dalla fine del I sec. d.C. una serie di alluvioni e la zona verrà nuovamente abitata, secondo le fonti, solo nel XVII sec. con la costruzione di una casa e relativa cascina di Giuseppe Ciconia della Bogliona.

Purtroppo in assenza di ritrovamenti dell’insediamento abitativo ligure, possiamo delineare le caratteristiche culturali degli Statielli insediatisi in quel luogo solo attraverso i reperti del sepolcreto: piccole porzioni di ceramiche di uso quotidiano e gli elementi dei corredi funerari.

Le ceramiche sono in stato di conservazione frammentario (essendo materiale di scarico dall’abitato scivolato a valle) ma nonostante la difficoltà di confrontare i piccoli frammenti ritrovati con forme intere, le principali tipologie sono olle e vasi situliformi a fondo piatto senza ornatura o con decorazioni a zig-zag semplici o doppi, o a fasce di linee parallele; olle biconiche con parete scanalata (simili alle urne cinerarie stesse della necropoli), scodelle troncoconiche a parete rettilinea o convessa con orlo obliquo e piede ad anello, bicchieri a colletti.

Gli oggetti ceramici dei corredi funebri (non eseguiti al tornio, con impasti diversi e dimensioni variabili) si limitano ad olle biconiche scanalate, scodelle a profilo articolato e bicchieri. Questo probabilmente per una consapevole scelta della comunità di non utilizzare contenitori simili per la quotidianità e per la ritualità funeraria.

I resti cremati dell’ individuo venivano sistemati all’interno di un’urna, insieme ad oggetti di abbigliamento e di ornamento, a pani carbonizzati posti sul rogo in onore del defunto e bicchieri colmi di birra non decantata (o idromele). Sono stati recuperati anche numerosi reperti in bronzo, preziosi elementi simbolo del prestigio del defunto: borchie a scudetto, placche a forma di 8 con funzione di fibbia che fa ipotizzare la presenza di cinture in materiale deperibile, forse cuoio, tipiche dell’abbigliamento degli Statielli, le armille, pendagli a secchiello, piccoli anelli e bottoni.

Le tombe femminili, generalmente più ricche di corredo funebre, sono caratterizzate da monili non bruciati sulle pire funerarie ma inseriti al momento della sepoltura (anelli in ferro con castonature forse in ambra) e con un maggior numero di fibule, borchie a scudetto, fusaiole (ad indicare l’attività tessile prettamente femminile all’interno della società), perle ad “occhi” e perline anulari.

Fibule, urne, scodelle, bicchieri ed anelli di ferro con castone

I vaghi trovati in grandissimo numero (113) sono un chiaro riferimento di adesione ai costumi celtici da parte dei Liguri, e venivano utilizzate in vita come monili ma anche come offerta all’interno delle sepolture. Sono di varia tipologia e di composizione differenti: da perlinature anulari blu trasparenti o blu violetto (circa 0.8/1.0 cm.), a perle più antiche dette ad “occhi” per la forma e le decorazione che presentano. Interessanti per la loro rarità sono le minuziose incisioni con scritte di matrice celtica sulla superficie delle perline blu, creata successivamente alla loro vetrificazione ed eseguita probabilmente con un bulino incandescente. L’iscrizione poteva fare riferimento a segni stellati o a possibili lettere iniziali del nome dell’artigiano stesso, quasi ad indicarne l’elevata maestria con un marchio individuale.

Gli utensili presenti nei tumuli sono pochi e rappresentati da lame di coltelli (una con manico forse in corno di cervo e custodia in fibra vegetale ormai mineralizzata) e rasoi (a lama sinuosa allungata e stretta verso la punta), ritrovati solo nelle sepolture maschili insieme a un numero limitato di fibule.

L’unica tomba differente dalle altre è la t8, bisoma, costituita da una presenza maschile che ha insolitamente un ricco corredo (4 fibule, perle ad anello e perline anulari e borchie a scudetto e placche a 8) rispetto alla presenza femminile che invece è scarna.

T8 – reperti corredo femminile
T8 – reperti corredo maschile

Il ritrovamento della necropoli risulta particolarmente importante: come già detto conferma l’esistenza di un collegamento viario nell’età del Ferro quindi precedente a quello Romano, fornisce nuove conoscenze sulla società dei Liguri Statielli, sui loro rapporti con il popolo celtico e sul loro insediamento all’interno di questo territorio. Inoltre questo nuovo materiale completa la sezione cronologica del museo archeologico dedicata ai Liguri Statielli (precedentemente scarna a causa della rarità dei reperti ritrovati e posti nelle sale rispetto a tutto il materiale d’epoca romana invece ridondante in esposizione e nei depositi).

Drammatica fu la fine di questa popolazione per mano del politico e comandante romano Marco Polilio Lenate, che arbitrariamente e contrariamente agli ordini del Senato Romano, nel 173 a.C., ne decise lo sterminio con le sue milizie presso l’oppidum di Carystum (probabile centro fortificato degli Statielli sulle cui ceneri sorgerà da parte dei Romani nell’89 a.C. Aquae Statiellae attuale Acqui Terme) e la deportazione come schiavi degli individui sopravvissuti.

La dottoressa Marica Venturino, che ha diretto gli scavi e sapientemente raccolto e gestito i risultati dell’indagine archeologica e delle analisi sui reperti provenienti dal sepolcreto degli Statielli, ha curato la pubblicazione di un volume monografico, il quarto nato dalla collaborazione tra il Museo Archeologico di Acqui Terme e la Soprintendenza di Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Alessandria, Asti e Cuneo:

MARICA VENTURINO (a cura di) 2019, Le ceneri degli Statielli. La necropoli della seconda età del Ferro di Montabone, Aquae Statiellae – Studi di Archeologia 4, De Ferrari, Genova.

 

ceneri Statielli necropoli di Montabone
La copertina del volume di Marica Venturino (a cura di) 2019, Le ceneri degli Statielli. La necropoli della seconda età del Ferro di Montabone, Aquae Statiellae – Studi di Archeologia 4, De Ferrari, Genova 

Il volume è stato presentato in data 15/02/2020 nella sede del Comune di Acqui Terme alla presenza della curatrice stessa dott.ssa M.Venturino, l’Assessore alla Cultura Avv. A. Terzoli, il dott. F. Gambari (Direttore del Museo delle Civiltà di Roma), la dott.ssa E. Micheletto e dott. G. Leporati (Direttore del Museo Archeologico di Acqui Terme).

Le foto dalla mostra “Le ceneri degli Statielli. La necropoli dell’età del Ferro di Montabone” sono di Claudia Musso


Il vino degli antichi: da una tesi sperimentale alla riscoperta di sapori perduti

"Nunc est bibendum", la massima di Orazio che sintetizza l’atto culminante dell’approccio al vino. Un  prodotto elitario e marcatore di uno status elevato già dal tempo degli Etruschi, il vino e l’atto del delibare divennero centrali per i Romani, non solo estimatori, ma anche esperti da contrapporre alla rozzezza di altre popolazioni, una tra tutte quella dei Ligures che beveva acqua come sosteneva Plinio.

In età romana vi erano dei veri e propri manuali con indicazioni molto precise riguardo la  conduzione di un vigneto, la produzione e la conservazione del vino. Il processo di vinificazione  iniziava con il trasporto dei grappoli in cantina che con tutta probabilità avveniva attraverso carri trainati da buoi come testimoniato da numerose attestazioni iconografiche. In seguito, una volta arrivate nel locale addetto alla vinificazione, le uve venivano scaricate all’interno dei calcatoria, vasche costruite in opera cementizia generalmente poste in una posizione sopraelevata rispetto ai sottostanti lacus di raccolta del mosto.

I calcatoria solitamente presentavano un fondo costituito da un cocciopesto molto resistente e impermeabile e gli angoli erano smussati al fine di favorirne la pulizia. Qui i grappoli venivano pigiati manualmente dagli operai che, come dimostrano le fonti iconografiche, potevano aiutarsi con corde appese al soffitto o con bastoni per mantenere l’equilibrio.

Il mosto che si otteneva da questa prima spremitura defluiva all’interno dei lacus, strutture molto simili ai calcatoria oppure per le realtà più piccole poteva essere raccolto all’interno di contenitori mobili come dolium o botti in legno. Successivamente le vinacce ancora presenti nei calcatoria venivano immesse all’interno del torchio e pressate per ottenere ancora del mosto; alcuni praticavano una seconda spremitura per estrarre l’ultimo succo disponibile, circuncisium, e vinificato solitamente a parte per non danneggiare il vino.

A questo punto il mosto doveva essere fatto defluire all’interno di dolia che potevano trovarsi per ¾ interrati o sopra terra: avevano una capacità che variava dai 400lt nelle installazioni vinicole più piccole fino ad arrivare a 20hl. Per far sì che il processo di vinificazione si compisse e il vino rimanesse sano e di ottimo sapore, era necessario aggiungere alcuni ingredienti. In alcuni casi al mosto venivano aggiunti il defrutum (mosto cotto), sale, o preferibilmente l’acqua di mare; erbe, spezie e in taluni casi anche miele.

Catone sosteneva che tutto ciò era realizzato al fine di migliorare il gusto del vino e di salvaguardarlo dalle malattie. Una volta che il vino aveva completato il processo di fermentazione, veniva inserito all’interno delle anfore sigillate con un tappo di sughero o con un coperchio di terracotta isolato con la pozzolana per evitare il contatto con l’ossigeno e nello stesso tempo favorire un lento scambio gassoso; infatti la porosità della terracotta favoriva l’affinamento del vino come avviene nelle attuali barrique. Tutto questo processo ha trovato riscontro nelle attestazioni archeologiche del Sud della Francia e a Costigliole Saluzzo (Cn) dove è stata rinvenuta una villa rustica del I sec d.C. in cui la pars rustica era incentrata sulla produzione del vino, sito in cui ho avuto modo di scavare e di compiere ricerche.

vino Simone Tabusso

Per la mia tesi di laurea in beni culturali indirizzo archeologico presso l’Università degli studi di Torino ho condotto una tesi dal titolo “Dalla vigna alla cantina: alcuni aspetti della produzione vinicola in Gallia Narbonese”. A seguito di queste ricerche accademiche ho iniziato nel 2017 il progetto di riportare alla luce dopo 2000 anni l’antico vino romano grazie anche alla mia esperienza come sommelier. In seguito alla traduzione delle antiche fonti latine ho iniziato una serie di prove di vinificazione.

 

Oggi a Novello (Cn) ho aperto un’impresa di produzione dell’antico vino romano declinato in due versioni: Aureum, vino bianco che viene aromatizzato con defrutum (mosto cotto), erbe e sale marino da utilizzarsi con l’abbinamento ad aperitivi, primi piatti aromatici, secondi di carne bianca e pesce; Purpureum, vino rosso aromatizzato con miele, erbe e spezie che si abbina a dessert e formaggi stagionati.
L’obiettivo del progetto è quello di sensibilizzare le persone all’archeologia e investire una parte dei fondi nelle attività di ricerca e valorizzazione del territorio.

vino Tabusso

Tutte le foto sono di Simone Tabusso.


Cavallerizza Reale di Torino

Uno de minus - In fiamme la Cavallerizza Reale a Torino

Leggenda vuole che un soprintendente ai beni architettonici di molti anni fa accogliesse le
notizie di crolli e danni irreparabili al patrimonio sotto la sua tutela con malcelato sollievo e
un commento lapidario: "uno de minus".
Il 21 ottobre avrebbe con tutta probabilità reagito allo stesso modo nell'apprendere che un incendio,
divampato nella mattinata intorno alle 7 e 30 e per fortuna già spento entro le 10, aveva procurato danni
piuttosto seri alla Cavallerizza Reale di Torino.

Al momento non sappiamo nulla riguardo all'origine dell'incendio.
Sappiamo molto, al contrario, sulla Cavallerizza, sulla sua importanza nel definire l'identità
storica del centro di Torino e sul triste legame della città con gli incendi.
Anzitutto la Cavallerizza Reale non è, come molti hanno riportato, patrimonio UNESCO.
Almeno non di per sé: piuttosto è tutto il complesso di edifici che da Palazzo Reale si
estende quasi senza soluzione di continuità fino appunto ai giardini reali e al complesso
delle scuderie a fregiarsi di questa speciale tutela.
Perché è raro che in una città europea si sia salvaguardato un esempio così concreto e
plastico di esercizio della monarchia assoluta.

Cavallerizza Reale di Torino
Foto di MaxDeVa, CC BY-ND 2.0

Una sorta di città nella città comprende e accentra al suo interno le funzioni di
rappresentanza, svago, amministrazione della giustizia, educazione dei cadetti, fino appunto
alle scuderie.
Per questo la Cavallerizza è importante, più che come monumento a sé stante: la parte
danneggiata è l'espansione più tarda, quella ottocentesca, e il complesso peraltro era già
stato coinvolto dai bombardamenti del 1943.

Preoccupa però la contiguità di questo complesso con edifici preziosi e delicati: il Teatro
Regio, l'Auditorium della RAI, l'Archivio di Stato. Proprio quest'ultimo nei primi anni del
Novecento ha inaugurato una triste serie di incendi; negli ultimi vent'anni si sono aggiunti il
rogo della Cappella della Sindone e del Castello di Moncalieri.

Episodi tragici, perché quello che non è stato incenerito dal fuoco viene danneggiato
dall'acqua. Le tonnellate d'acqua usate per spegnere le fiamme portano al costruito storico
danni subdoli e duraturi, con cui dovremo fare i conti per generazioni.
Al di là delle vicende socio-politiche che coinvolgono la Cavallerizza Reale e le sue
destinazioni d'uso credo che questi eventi, e la loro preoccupante successione, dovrebbero
attivare una riflessione collettiva sulla tutela preventiva del costruito storico. A partire dalla
sua bellezza e fragilità: da quelle travi nobili e antiche capaci di covare per giorni una
scintilla che, con un po' più di attenzione, non si trasformerebbe mai in un furioso incendio.

Cavallerizza Reale di Torino
La Cavallerizza Reale di Torino in fiamme. Foto dal sito ufficiale