megaerbivori estinzione Africa ominidi

Non furono gli antichi ominidi a determinare l'estinzione dei megaerbivori in Africa

Non furono gli antichi ominidi - in particolare i nostri predecessori in grado di realizzare strumenti - a causare l'estinzione di gran parte dei grandi mammiferi erbivori in Africa. Queste le conclusioni alle quali è giunto un nuovo studio, pubblicato su Science, che va quindi a mettere in discussione una tesi a lungo sostenuta.

Anche se oggi rimangono solo cinque specie di megaerbivori, nel passato la diversità era ben superiore. Ad esempio, tre milioni di anni fa ad Hadar, in Etiopia, il nostro celebre antenato Lucy (Australopithecus afarensis) condivideva il suo ambiente con tre specie di giraffe, due di rinoceronti, una di ippopotami, e quattro di elefanti.

"Nonostante decenni di letteratura scientifica ad affermare che i primi ominidi abbero un impatto sull'antica fauna africana, ci sono stati pochi tentativi di verificare questo scenario o di esplorare alternative", afferma il professor Tyler Faith. "Riteniamo che il nostro studio sia un importante passo in avanti per comprendere la profondità degli impatti antropogenici sulle comunità di grandi mammiferi, e fornisce una convincente controargomentazione a questi punti di vista da lungo tempo sostenuti sui nostri antichi antenati."

Il team di ricerca ha analizzato fossili provenienti da oltre 100 siti africani. Credits J. Tyler Faith

Per verificare l'impatto degli antichi ominidi, i ricercatori hanno compilato un elenco di estinzione di erbivori nell'Africa Orientale, per un periodo di sette milioni di anni e con particolare attenzione appunto ai megaerbivori. I ricercatori sostengono che a causare le estinzioni sarebbe stata soprattutto l'espansione della savana, che a sua volta sarebbe correlata a una caduta dei livelli globali di CO2 atmosferica; bassi livelli di CO2 favoriscono l'erba rispetto agli alberi, che costituivano la fonte di cibo per i megaerbivori e può anche darsi che l'estinzione di alcuni carnivori sia legata alla scomparsa delle loro prede.

Spiega ancora Faith: "le nostre analisi mostrano un declino costante e di lungo termine della diversità dei megaerbivori, a cominciare da circa 4,6 milioni di anni fa. Questo processo di estinzione ebbe inizio oltre un milione di anni prima delle prime testimonianze di antenati umani in grado di creare strumenti o di macellare carcasse animali, e molto prima della comparsa di una qualsiasi specie di ominide realisticamente in grado di cacciarli, come l'Homo erectus".

Dente fossile di ippopotamo (Hippopotamus amphibius) (a sinistra) e di rinoceronte bianco (Ceratotherium simum) (a destra), due dei pochi megaerbivori ancora esistenti, dal Tardo Pleistocene del Kenya occidentale. Credits: J. Tyler Faith

In conclusione, spiega sempre Faith, a causare l'estinzione dei megaerbivori sarebbero stati soprattutto cambiamenti climatici e ambientali, per uno studio sull'impatto sugli ecosistemi da parte degli ominidi bisognerebbe invece concentrare la propria attenzione su quelli in grado di produrli, come l'Homo sapiens.

Moeritherium, opera di Heinrich Harder (1858-1935), The Wonderful Paleo Art of Heinrich Harder

Lo studio Plio-Pleistocene decline of African megaherbivores: No evidence for ancient hominin impacts, di J. Tyler Faith, John Rowan, Andrew Du, Paul L. Koch, è stato pubblicato su Science, 23 Nov 2018: Vol. 362, Issue 6417, pp. 938-941 DOI: 10.1126/science.aau2728.


I "vicini" di Lucy: revisione e cronologia

6 Giugno 2016
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Lucy non era sola, nel Medio Pliocene. Negli ultimi decenni, ritrovamenti di fossili hanno dimostrato che diverse specie di ominidi coesistettero, tra 3,8 e 3,3 milioni di anni fa.

Un nuovo studio, pubblicato su PNAS, ha ricostruito la cronologia dei suddetti fossili, con la loro sovrapposizione nello spazio e nel tempo.

L'Australopithecus afarensis (che visse tra i 3,8 e i 2,9 milioni di anni fa) non fu dunque l'unico potenziale antenato dei moderni umani, nella regione di Afar in Etiopia. Piuttosto, la domanda da porsi per gli autori sarebbe: come si relazionarono queste specie di ominidi? Come sfruttarono le risorse disponibili?

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Umani "fuori dall'Africa" nonostante facoltà nasali più deboli

24 Marzo 2016
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Negli umani, il passaggio nasale modifica l'aria inalata (in termini di temperatura e umidità) in modo da renderla simile a quella nei polmoni. Eppure, secondo un nuovo studio, pubblicato su PLOS Computational Biology, lo farebbe in maniera peggiore rispetto ad altri primati, come scimpanzé e macachi, ma pure rispetto ad altri ominidi come gli australopitechi, caratterizzati da nasi piatti.
I nostri antenati del genere Homo si diversificarono tra Pliocene e Pleistocene, con una differenziazione tra coloro che aveva nasi piatti, e quelli che invece li avevano prominenti (nel genere Homo si verifica pure un appiattimento del volto). Questi cambiamenti nelle regioni del naso e della faringe avrebbero contribuito alla maniera di sopravvivere alle fluttuazioni climatiche, da parte dei membri del genere Homo dal volto appiattito, prima che questi si spostassero "fuori dall'Africa" e verso l'Europa, agli inizi del Pleistocene. Questi umani sarebbero stati più deboli in questo, eppure sopravvissero al clima fluttuante nel Pliocene e Pleistocene.
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Australopithecus afarensis ritrovati ad est della Rift Valley

24 Marzo 2016

Un team internazionale ha ritrovato denti fossili e ossa dell'avambraccio da un adulto e due bambini di Australopitecus afarensis, presso il fiume Kantis vicino Ongata-Rongai, insediamento alla periferia di Nairobi. Credit: Masato Nakatsukasa / Kyoto University
Un team internazionale ha ritrovato denti fossili e ossa dell'avambraccio da un adulto e due bambini di Australopitecus afarensis, presso il fiume Kantis vicino Ongata-Rongai, insediamento alla periferia di Nairobi. Credit: Masato Nakatsukasa / Kyoto University

Il ritrovamento di nuovi fossili in Kenya fa ritenere che l'Australopithecus afarensis non si limitasse a vivere nella Rift Valley, ma ben oltre quanto finora ritenuto. I ritrovamenti sono relativi a denti fossili e ossa dell'avambraccio da un adulto e due bambini, e sono avvenuti presso il fiume Kantis, vicino Ongata-Rongai, insediamento alla periferia di Nairobi.
Lo studio, pubblicato sul Journal of Human Evolution, spiega pure che la regione di Kantis nel Pliocene era umida e caratterizzata da una pianura con meno alberi che nella Rift Valley. Questo denoterebbe delle buone capacità di adattamento da parte dell'Australopithecus afarensis.
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Due nuovi fossili di ominidi dalle Grotte di Sterkfontein

11 Febbraio 2016

Milner Hall, nelle grotte Sterkfontein. Credit: Dominic Stratford
Milner Hall, nelle grotte Sterkfontein. Credit: Dominic Stratford

Due nuovi esemplari di ossa di ominidi vissuti più di due milioni di anni fa sono stati ritrovati presso le grotte di Sterkfountain (sorgente forte, in Afrikaans), in Sud Africa.
Si tratta di un osso del dito e di un molare, parte di un insieme di quattro esemplari: gli ominidi sembrano essere associati ai sedimenti che mostrano i primi strumenti litici. Ciò che rende questi nuovi esemplari particolarmente interessanti non è solo questa loro associazione ai primi strumenti litici, ma pure il fatto di possedere caratteristiche che - più che fornire risposte - fanno sorgere molte domande agli studiosi.
L'osso del dito ritrovato nelle Grotte di Sterkfontein. Credit: Jason Heaton
L'osso del dito ritrovato nelle Grotte di Sterkfontein. Credit: Jason Heaton

La falange prossimale è difatti più grande di qualsiasi altra ritrovata in Sud Africa per Pliocene e Pleistocene, è quasi completa e le caratteristiche ritrovate sono infatti un mix di elementi nuovi e arcaici. È più curva di quanto nell'Homo naledi, in maniera simile a quanto ritrovato nell'Australopithecus afarensis. Il livello di curvatura è spesso collegato alla natura arboricola, ma in questo caso mancano legamenti a muscoli forti, che ci si aspetterebbe. Per quanto molto più grande, il dito è poi simile nella forma a quello parziale del cosiddetto Homo habilis, ritrovato nella Gola di Olduvai.
Il nuovo molare ritrovato nelle Grotte di Sterkfontein. Credit: Jason Heaton
Il nuovo molare ritrovato nelle Grotte di Sterkfontein. Credit: Jason Heaton

L'altro fossile è un primo molare quasi completo di adulto, con forti somiglianze rispetto all'Homo habilis, e che per forma e dimensione ricorda due dei dieci primi molari rinvenuti per l'Homo naledi. Si tratterebbe insomma di uno dei primi ominidi, che sulla base di recenti datazioni degli strumenti litici sarebbe vissuto attorno a 2,18 milioni di anni fa. Ulteriori studi si rendono ovviamente necessari, così come per gli altri due fossili di ominidi rinvenuti.

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Cina: le prime pesche erano quasi come le nostre

30 Novembre 2015
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Getta nuova luce sull'evoluzione del frutto, il fortunato ritrovamento di 8 endocarpi fossili di pesca (Prunus persica) di oltre due milioni e mezzo di anni fa (tardo Pliocene), effettuato in Cina presso Kunming, nella provincia cinese dello Yunnan.
Nonostante il tempo intercorso, il frutto pare quasi identico a quelli moderni, e per dimensioni sarebbe stato molto simile ai più piccoli esemplari attuali. Quelle pesche dello Yunnan potrebbero addirittura essere state mangiate da primati e ominidi locali. La selezione naturale sarebbe stata in moto però già prima di quella effettuata dagli agricoltori umani della preistoria: il moderno frutto sarebbe perciò il risultato delle due componenti.
Con endocarpo si indica la porzione interna dei frutti carnosi, quella che ricopre il seme.
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Homo Naledi, un nuovo ominide dal Sud Africa

10 Settembre 2015
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Annunciata la scoperta di una nuova specie di ominide, l'Homo Naledi, in seguito al ritrovamento di 15 individui, per un totale di 1550 ossa. Si tratta del più grande ritrovamento di fossili di ominidi in Africa.
La scoperta è avvenuta presso la camera di Dinaledi, nel complesso di grotte Rising Star/Westminster vicino Krugersdorp, nella Municipalità distrettuale di West Rand in Sud Africa. Naledi significa appunto stella in Sesotho, il linguaggio locale sudafricano. Il sito è collocato nella cosiddetta Culla dell'Umanità, un'area che rientra nella Lista dei Siti Patrimonio dell'Umanità UNESCO.
Gli studiosi non posseggono ancora la datazione del sito, ma la si stima tra il Tardo Pliocene e il Primo Pleistocene, e quindi attorno ai 2,5 milioni di anni fa.
Anche per questo motivo è complicato assegnare questi resti alle specie conosciute di Homo, per le caratteristiche evidenziate dalle ossa. L'Homo Naledi presenta caratteristiche comuni a Homo habilis, Homo rudolfensis, Homo erectus e Homo sapiens, per quanto riguarda la morfologia craniale e mandibolare. Differisce però per la combinazione unica della morfologia della volta craniale, mascellare e mandibolare.
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Lo studio suggerisce che l'Homo naledi assomigli maggiormente all'Homo erectus, a causa della dimensione corporale e del cervello molto piccolo. La dimensione è stimata tra 560cc e 465cc circa, sovrapponibile piuttosto agli australopitechi, e nel genere Homo solo agli esemplari più piccoli di Homo habilis, a un solo esemplare di Homo erectus, e all'Homo floresiensis.
Come accennato, il gran numero di fossili è in effetti inusuale, e sembra che i corpi fossero intatti prima di cominciare a decomporsi. La camera non era accessibile ai non ominidi. Le prove preliminari sono coerenti con una disposizione deliberata in un luogo unico, da parte di una specie diversa dall'Homo sapiens, in data non nota. Si specula la possibilità di un comportamento rituale.

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Un nuovo ominide che coesistette con "Lucy" in Etiopia

27 Maggio 2015
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Scoperti, nella zona centrale della regione etiope di Afar, i resti di un nuovo ominide dai depositi di 3,3 - 3,5 milioni di anni fa nell'area di studio Woranso–Mille. Al nuovo ominide è stato apposto il nome di Australopithecus deyiremeda, che significa "parente vicino" nella lingua di Afar. Sarebbe perciò contemporaneo della celebre Lucy, Australopithecus afarensis, con il quale convisse nella stessa regione. Il nuovo ominide differisce per forma e dimensione dei denti e per la robusta architettura della mandibola.
Gli scienziati hanno a lungo dibattuto se vi fosse solo una specie preumana tra i 3 e i 4 milioni di anni fa: questa scoperta contribuisce a sfidare l'assunto, insieme alla scoperta di nuove specie dal Ciad e dal Kenya (Australopithecus bahrelghazali and Kenyanthropus platyops), e rafforzando l'idea che diverse specie di ominidi coesistevano durante questo periodo.

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I più antichi strumenti litici predatano il genere Homo

20 Maggio 2015
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Ritrovati strumenti litici risalenti a 3,3 milioni di anni fa, e dunque precedenti il genere Homo, a West Turkana nelle badlands (calanchi) dell'area nord occidentale del  Kenya. Gli strumenti sono visibili sul sito African Fossils.

Il sito del ritrovamento si chiama Lomekwi 3, ed è precedente di 700 mila anni i ritrovamenti Oldowan più antichi. I ricercatori perciò propongono il nome Lomekwiano (Lomekwian) per indicare questa fase tecnologica di evoluzione, che costituirebbe un nuovo inizio per questi studi.

Si tratterebbe anche della prima prova che gruppi di protoumani avessero le capacità cognitive per produrre strumenti affilati. Considerando poi che il contesto dei ritrovamenti (fossili di ominidi del Pliocene) è caratterizzata dalla presenza di legno, si suppone che gli strumenti non fossero solo utilizzati per le carcasse, ma forse anche per le piante.

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