La poesia dei finali: Ararat di Louise Glück

La poesia dei finali: Ararat di Louise Glück

Ararat di Louise Glück
Ararat di Louise Glück. Foto di Bianca Sorrentino

Le perdite che inaridiscono, quelle che rendono impenetrabili, sono ferite che il tempo non sa cicatrizzare, tagli o lesioni immedicabili che, mentre sanguinano, ribadiscono spietatamente la nostra vulnerabilità senza scampo. È ingenuo chiedere alla poesia di fungere da balsamo, di rimarginare gli squarci del nostro vissuto e, da sola, sovrintendere alla cura; ma se non è lecito cercare consolazione nei versi, è doveroso riconoscerne l’intima natura di gesto creativo, di linguaggio che, se pure addolora, immancabilmente genera conoscenza.

Poesia come strumento di indagine del sé e del mondo: è questa la chiave della ricerca letteraria del Premio Nobel Louise Glück, che all’esperienza totalizzante del verso non chiede sollievo né conforto, ma la possibilità di lasciar emergere l’invisibile e di dargli un nome. In Ararat, silloge del 1990 appena pubblicata da il Saggiatore con la meritoria traduzione di Bianca Tarozzi, l’autrice risignifica perdite e assenze private (la morte del padre e della sorella, il gelo che riecheggia nei silenzi della famiglia) riuscendo a conferire loro carattere di universalità: ricordi, frammenti, dettagli si emancipano dalla vicenda particolare e divengono, per chi legge, simboli attraverso i quali riannodare i fili della propria esistenza.

Quasi obbedendo alle leggi del pensiero magico, la poesia si fa qui linguaggio sacro grazie al quale nominare una fine equivale a rendersi conto di una contemporanea, e conseguente, nascita: essere privati di una presenza implica infatti un nuovo cominciamento, un inedito modo di vedere le cose, l’esordio di un altro sé. La voce di Glück in questo senso assomiglia a quella dell’angelo caduto che parla dal fondo della sua consapevolezza. E se anche il trascorrere del tempo distorce il passato, se anche i nodi negli anni si stringono fino a farsi insolubili, è inderogabile l’urgenza di indagare gli abissi del proprio turbamento, ascoltare il pianto antico del proprio sé bambino, accarezzare con compassione gli errori di chi si ama.

Nel racconto del mito, è il vuoto lasciato da Euridice a determinare, per Orfeo, la possibilità del canto; allo stesso modo, nei versi di Ararat, la pienezza della parola risuona di ciò che Glück ha irrimediabilmente perduto nella sua privata vicenda esistenziale. Ma, se la vita le ha imposto solitudini e mancanze, la scrittura le ha concesso di abitare uno spazio interiore, in cui poter accogliere l’infinito e l’intangibile e tradurre questo silenzio sacro, originale, ineffabile in testimonianza che è lecito pronunciare e condividere.

Ararat di Louise Glück
La copertina di Ararat di Louise Glück, Premio Nobel per la Letteratura 2020, tradotto da Bianca Tarozzi e pubblicato da Il Saggiatore. Foto di Bianca Sorrentino

Questa silloge che conduce nei dedali del lutto non indulge mai ai toni dell’elegia e del lamento, e, se pure l’io poetante contempla con distacco persone e ricordi, l’impressione che se ne ricava non è affatto cupa o angosciante: l’attraversamento che incoraggia, anzi, conserva in una certa misura un senso di timida fiducia, che deriva forse dal perdono. D’altro canto, il titolo, pur facendo riferimento al nome del cimitero di Long Island in cui riposa il padre dell’autrice, inevitabilmente proietta l’allusione biblica al monte di Noè, quello dal quale, dopo il diluvio, la vita poté ricominciare. Ancora una volta, alla minaccia di una fine fa da controcanto un impensabile esordio.

Il mito, la classicità, la tradizione, pur non essendo protagonisti della raccolta, come accade invece in altri lavori di Glück, costituiscono il sostrato poetico e metaforico su cui poggiano l’intero discorso e l’ispirazione stessa dell’autrice. Nei titoli, nei modelli, fin nel modo di intendere la poesia, per la poetessa statunitense il passato greco-romano e quello ebraico si configurano come motore letterario in grado di innescare un movimento, come faro in grado di indicare una possibile via. La foresta di simboli dell’antico risuona qui di rumori altri, della ninnananna materna, di risate lontane e di oggetti che si rompono: dettagli dimenticabili che dicono di noi. Anche così quest’immaginario si compone di continue discese e risalite, come le nostre piccole esistenze, che accanto ad attimi altissimi di assoluto, contemplano precipizi altrettanto vertiginosi. Ararat è un libro per chi non ha paura di stare sulla soglia dei propri abissi.

Ararat Louise Glück
La copertina di Ararat di Louise Glück, Premio Nobel per la Letteratura 2020, tradotto da Bianca Tarozzi e pubblicato da Il Saggiatore

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


In dialogo con il mito – Pavese tra storia e memoria

Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò - recensione

Dialoghi con Leucò Cesare Pavese Bianca Sorrentino
Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese. Foto di Bianca Sorrentino

Nella – forse più celebre – lezione americana che Italo Calvino confeziona come proposta per il nuovo millennio, quella sulla leggerezza, lo scrittore confessa che l’operazione che ha portato avanti nel suo lavoro «è stata il più delle volte una sottrazione di peso»; difatti, egli spiega, «ho cercato di togliere peso ora alle figure umane, ora ai corpi celesti, ora alle città; soprattutto ho cercato di togliere peso alla struttura del racconto e al linguaggio». Anche Cesare Pavese ingaggia una lotta, un corpo a corpo con la gravitas, approdando tuttavia a risultati diversi: se pure, da un punto di vista formale, il suo stile riluce nella sua diafana chiarità, il materiale narrativo, poetico e simbolico cui attinge e che restituisce sulla pagina è un fardello che con abnegazione egli assume su di sé.

Ciò appare con particolare evidenza nei Dialoghi con Leucò (1947), uno scrigno di gemme preziose che incamerano la luce arcana del mito e la riflettono, proiettando un gioco misterioso di luci e ombre. Nella recente riedizione pubblicata da Adelphi (impreziosita, tra l’altro, da una densa conversazione tra Carlo Ginzburg e Giulia Boringhieri), Giulio Guidorizzi riprende a ragione quella definizione che inquadra questo libro come un esempio di mitopoiesi: Pavese, sostiene infatti lo studioso, «era stato capace di reinfiammare la materia dei miti e, per questo, aveva compiuto un’operazione poetica». Ma se la poesia conferisce levità al dettato, come i calzari alati, dono di Hermes, capaci di elevare Perseo nel suo scontro con la Gorgone, non vi è un espediente, come lo specchio del mito, che permetta all’eroe di sfuggire allo sguardo inesorabile di Medusa: Pavese qui accetta di lasciarsi pietrificare dal mostro, dai suoi mostri, da quelli più intimi, che tormentarono la sua privata vicenda esistenziale, e dai fantasmi della storia, che emersero con tutta la loro straziante ferocia negli anni incancellabili della guerra.

Dialoghi con Leucò Cesare Pavese Bianca Sorrentino
Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese. Foto di Bianca Sorrentino

Dopo la fine del conflitto mondiale, gli intellettuali italiani erano animati da un’insaziabile sete di verità, da una smania di racconto che rispondeva al dovere di rappresentare le atrocità e le vigliaccherie che avevano contraddistinto quel tempo. In un simile contesto, rivolgersi al mito e dare voce alla sua atemporalità significava attirarsi accuse vigorose e spiacevoli, come quella che insinuava il biasimevole desiderio di sottrarsi al necessario confronto con il reale e di venir meno così a quell’imperativo categorico che risuonava invece ora in tutta la sua urgenza. È questo il motivo per cui l’iniziale ricezione dei Dialoghi non fu calorosa: Guidorizzi segnala qui in particolare il silenzio risentito di De Martino, cui fece seguito una sorta di inopportuno processo politico postumo.

Giudizi non solo ingenerosi, quelli che hanno ridimensionato il valore dell’opera, ma anche e soprattutto rivelatori di una certa fretta con cui per troppo tempo si è voluto liquidare il discorso sul mito, senza comprenderne la portata e la complessità. Nei Dialoghi risuonano infatti angosce e domande che sono proprie di ogni tempo, che si affastellano nei millenni, nella tragica rincorsa dell’umano verso il significato ultimo dell’esistenza. Le pagine di Pavese sono bagnate da un pianto antico: le lacrime delle cose risalgono dal fondo buio dei secoli, a dirci che per certi interrogativi non si è ancora riusciti a trovare la risposta definitiva. E quella dell’autore è al tempo stesso una resa e una presa di coscienza dell’impossibilità di mettere un punto al fluire inarrestabile delle nostre inquietudini. Il dialogo è un tentativo momentaneo di confronto con l’altro da sé, ma alla solitudine non c’è rimedio: è questa la nostra radice e il nostro destino.

Immagini, riti, simboli, magia, richiamo del sangue, mistero del femminile, archetipi collettivi affascinano Pavese e, abitando la sua scrittura e la sua poetica, ne determinano la grandezza tragica. Non c’è salvezza per l’uomo che sta in piedi, solo, di fronte al fato, al cospetto di ciò che è stato pronunciato una volta e per sempre, e non può non accadere. All’autore non interessa raccontare il mito, ma catturarne un momento di verità. Quella cifra di autentico deriva proprio dal fatto che Pavese non ha paura di guardare negli occhi la temibile Medusa: dalla Leucotea del mito e dalla Leucò che gli ha ispirato questi Dialoghi – Bianca Garufi –, lo scrittore ha imparato che una sorte salvifica altra attende chi non teme di sfidare il vuoto. L’immortalità: è questo il destino di liberazione che regala la letteratura a chi ha il coraggio di dire l’indicibile e di dar forma all’informe, attingendo se necessario al fondo oscuro della propria anima.

La copertina dei Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese, con introduzione di Giulio Guidorizzi e una conversazione tra Carlo Ginzburg e Giulia Boringhieri, pubblicati nella Biblioteca Adelphi 717 (2021). In copertina, Félix Vallotton, Orfeo squartato dalle Me­nadi (1914). MAH­-Musée d’art et d’histoire, Ville de Genève. Achat, 2001. Immagine copyright akg-images/mondadori portfolio

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.

 


letture primavera 2021

Le migliori letture della primavera 2021

Il nuovo anno mi ha portato a confrontarmi con ottime realtà editoriali indipendenti; questo contributo vuole essere una bussola all'interno di questo vastissimo mondo e vi indicherà la direzione per conoscere e scoprire i professionisti del libro: iniziamo questo carosello di uscite e titoli validissimi per questa primavera 2021 di letture.

letture primavera 2021
Foto di Prettysleepy

Mattioli 1885

La casa editrice indipendente ha sicuramente lasciato il segno nel mio cuore grazie a tre distinte pubblicazioni che mi hanno definitivamente conquistato. A partire dall'accattivante thriller Facile preda di John D. MacDonald, una scrittura calibratissima che racconta una storia allucinata d'amore e morte, con inseguimenti da capogiro e un finale all'altezza dei bestsellers di Stephen King. A seguire, c'è una splendida raccolta di scritti di Andre Dubus, Riflessioni da una sedia a rotelle, un devastante caleidoscopio interiore e autobiografico di uno degli scrittori più caratteristici d'America. Una pregevole raccolta di aneddoti, stralci di vita e saggi che ci fanno scoprire l'uomo dietro ai successi letterari. Infine, mi sono innamorato dell'antologia di racconti Le colline ricordano di James Still, dove l'autore americano confeziona racconti ispiratissimi e dotati di una violenta bellezza e finali destabilizzanti.

La copertina del thriller Facile preda di John D. MacDonald, pubblicato da Mattioli 1885

La Vita Felice

La Vita Felice è una casa editrice davvero di grande qualità, una perla rara nell'intero panorama italiano. A partire dalla rinomata collana di poesia (I labirinti) e alla controparte asiatica con la pubblicazione di numerosi poeti giapponesi e le loro raccolte di haiku, senza mai dimenticare il grande impegno a rinnovare la letteratura classica (Il piacere di leggere). Portano in Italia testi inediti e ottimamente tradotti e curati, per esempio Il Re dalla maschera d'oro e altri racconti di Marcel Schwob o Metamorfosi e altri racconti gotici di Mary Shelley. Pregevolissima è la mia ultima lettura, La Sirena di H. G. Wells a cura di Matteo Noja, una storia ispirata al romanticismo di fine 800 in cui si innesta l'immaginazione di uno dei più grandi autori della letteratura fantastica; un testo davvero mordace dove la sensualità va a provocare il bigottismo dell'epoca.  GM. libri è una costola della casa editrice sopramenzionata e si dedica con fervore a riportare in Italia i classici della letteratura fantasy, in particolare questi testi scomparsi da anni nei cataloghi, tra cui il Ciclo Celta di R. E. Howard o i cicli planetari di Edgar Rice Burroughs, da John Carter di Marte al Ciclo di Pellucidar (pubblicazioni a cura di Masa Facchini).

La copertina del volume La Sirena di H. G. Wells, a cura di Matteo Noja, pubblicato da La Vita Felice

 

Del Vecchio Editore

Ho conosciuto Del Vecchio Editore recensendo proprio su ClassiCult la squisita raccolta di racconti brevi di Jacopo Masini, Polpette e altre storie brevissime. Dopo questo primo e felice incontro, mi sono avvicinato alla curatissima collana di poesia con un testo che sta diventando "cult" nella sua nicchia letteraria. Parlo di Non praticare il cannibalismo. 100 poesie (con traduzione e curatela di Paola Del Zoppo, Cristina Consiglio e  Riccardo Frolloni), di un altro autore capitale del canone americano ovvero Ron Padgett che scrive poesie con una disarmante leggerezza (e perciò complessità) e che avvicina la giovinezza con lo sfiorire degli anni, la bellezza alla ruvidezza delle vite distrutte, il pensiero al corpo. Un autore ricco di nostalgia, amore, pensieri candidi e verità disincantate in un continuo sciabordare di ossimori, rivelazioni e metafore dell'innocenza.

La copertina di Non praticare il cannibalismo. 100 poesie, di Ron Padgett, con traduzione e curatela di Paola Del Zoppo, Cristina Consiglio e  Riccardo Frolloni, pubblicato da Del Vecchio Editore

 

NN Editore

Casa editrice che conoscevo da anni, ma che ho iniziato a leggere da pochissimo (ed è stato un colpo di fulmine). Dopo aver recensito su altri portali la squisita antologia di racconti I poteri forti di Giuseppe Zucco e Decameron Project (AA. VV.) - due dirompenti letture - ho scoperto Brian Panowich con Hard Cash Valley uno dei thriller più belli letti nella mia vita, con un ritmo serrato e personaggi complessi e un'orchestrazione della storia a tinte cinematografiche. Consigliatissimo. Sul versante italiano ritorna Michele Vaccari, con un romanzo che è già un classico moderno (in ristampa dopo 3 giorni!). Urla sempre, primavera è un romanzo-mondo, uno squarcio metafisico all'interno della carcassa putrescente della storia e della letteratura nostrana, un titolo che fonde al suo interno generi diversi; eppure Vaccari crea una sinfonia narrativa, invece di una cacofonia di fantasy, science fiction e speculative fiction (e molto altro, come l'avventura, l'epica, etc).

La copertina del romanzo Urla sempre, primavera di Michele Vaccari, pubblicato da NN Editore (2021)

 

 

Carbonio Editore

Dopo aver recensito Solo di August Strindberg, sono tornato da Carbonio grazie alla pregevole raccolta a firma di Sadeq Hedayat, Il randagio e altri racconti, con la traduzione di Anna Vanzan, una delle più grandi studiose dell'Oriente in Italia, che purtroppo ci ha lasciato nel terribile 2020. Avevamo già recensito Hedayat e il suo La civetta cieca con una bellissima intervista ad Anna Vanzan a cui rivolgiamo il nostro amore e la nostra stima, nonché le sentite condoglianze ai suoi studenti e soprattutto ai familiari.

Hedayat è uno dei maggiori rappresentanti del mondo culturale iraniano e punta di diamante della letteratura persiana moderna, un uomo dalla caratura intellettuale infinita e autore di numerosi gioielli. All'interno del libro troverete nove racconti estremamente interessanti e contrassegnati dagli stilemi di Hedayat, dall'estetica grottesca, a volte spettrale e allucinata, dove una lirica spesso surrealista va innestarsi in un repertorio di immagini oniriche e cangianti.

La copertina della raccolta Il randagio e altri racconti, di Sadeq Hedayat, pubblicata da Carbonio Editore

 

Neo. Edizioni

Neo. Edizioni è stata una delle scoperte più sorprendenti di questo 2021. Dopo aver recensito Beati gli inquieti di Stefano Redaelli (con intervista in diretta all'autore) e La carne di Cristò (sempre su ClassiCult) mi sono innamorato definitivamente del loro catalogo e della loro mentalità editoriale.

In lettura ho Vinpeel degli Orizzonti di Peppe Millanta e si sta rivelando uno dei "fantasy" più atipici che io abbia mai letto, scritto con una prosa incantata e pervasa dall'innocenza, una storia intima e di grande coraggio narrativo, perché la narrativa di genere made in Italy sembra essere sotto torchio da parte della critica letteraria contemporanea. Consigliata anche la raccolta (s)poetica Romanticidio. Spoesie d'amore e altre disgrazie di Eleonora Molisani, che coniuga l'ironia all'abusato tema dell'amore e delle relazioni all'interno del mondo poetico e degli autori "sensibili"; Molisani scrive con irriverenza e divertimento e consegna ai suoi lettori una lettura dal sapore agrodolce. perfetta per sovvertire gli stereotipi del poeta classico e moderno, di tutte le sue costruzioni metaforiche e romantiche.

Le copertina di Vinpeel degli orizzonti di Peppe Millanta, pubblicato da Neo. Edizioni

 

Jaca Book

Questa casa editrice è tra le migliori che il pubblico di ClassiCult può scoprire, una realtà indipendente estremamente sensibile al mondo dell'arte, della storia, della religione, dell'archeologia e di tantissime altre discipline umanistiche.

Tra i titoli che mi sento di consigliare c'è certamente Il Mito a cura di Julien Ries, uno stupendo libro cartonato di notevoli dimensioni che raccoglie il repertorio mitologico dell'intero corpus sensibile della storia umana, in maniera verticale e orizzontale perché si spazia dal Paleolitico ai giorni nostri e dalle grotte di Lascaux agli Aborigeni australiani. All'interno del catalogo Jaca Book c'è molto spazio per Mircea Eliade e della sua opera magna del dizionario delle religioni e dei simboli, un acquisto imprescindibile per antropologi, appassionati di letterature comparate e studiosi delle religioni e dell'arte.

La copertina del saggio Il mito. Il suo linguaggio e il suo messaggio, di Julien Ries, pubblicato da Jaca Book

 

NPE edizioni

NPE è una delle realtà fumettistiche che mi sento di consigliare su ClassiCult, Nicola Pesce - oltre ad essere un ottimo scrittore (ne ho parlato già per La Cura del Dolore) - è un editore attento ed esigente e pretende il massimo dai suoi collaboratori e dagli artisti che mette in catalogo.

Mi sento in dovere di consigliare alcune opere cardine del catalogo, a partire da Eccetto Topolino (Gori, Lama, Gadducci) uno splendido volume saggistico che esplora la storia della figura di Topolino con la lente d'ingrandimento della storiografia italiana e del giornalismo nostrano e con un focus sul rapporto tra Walt Disney e il fascismo. Sul lato fumetti consiglio l'intera bibliografia di Sergio Toppi, Dino Battaglia, Nino Cammarata, Attilio Micheluzzi,  Ivo Milazzo, Sergio Tisselli (a cui rivolgiamo amore e stima per la sua recente scomparsa nel 2020), Sergio Vanello. Oltre a questi autori immensi consiglio caldamente agli amanti del fantastico le Guide Immaginarie dei Vampiri e de i luoghi di Lovecraft.

La copertina di Sharaz-de. Le mille e una notte di Sergio Toppi, pubblicato da NPE edizioni

 

Aguaplano Editore

Ottima casa editrice indipendente, che investe nei suoi libri una curatela maniacale (per fortuna!) e tantissima passione. Dopo aver amato Esecuzione dell'ultimo giorno di Lorenzo Chiuchiù sono passato a un libro unico ovvero Aura di Alessandro Celani, un magnifico reportage fotografico della nostra Italia (e che edizione!) che si snoda attraverso un'edizione bilingue caratterizzata da testi di accompagnamento altamente evocativi. Un testo che si può contemplare in un pomeriggio o per tutta la vita.

Sempre per Aguaplano ho apprezzato tantissimo la raccolta di poesie Ragli di Fabio Greco, libro dal carattere sperimentale e dal linguaggio evocativo quanto indomabile; consiglio davvero a tutti gli amanti della poesia l'intera collana edita da Aguaplano. In lettura ho il Gran Bazar del XX secolo, di Stefano Trucco, che si sta rivelando un romanzo pulp-meta lovecraftiano godibilissimo e che gli amanti della letteratura weird/fantastica dovrebbero recuperare. Le edizioni Aguaplano sono particolarmente pregiate, siano esse cartonati rilegati o brossure più economiche.

La copertina di Esecuzione dell'ultimo giorno di Lorenzo Chiuchiù, pubblicato da Aguaplano nella collana Blaupause

 

Ronzani Editore

Chi segue ClassiCult avrà già incontrato Ronzani, una delle realtà editoriali che dà alle stampe libri dalla qualità perfetta, con edizioni di pregio e attente ai bisogni bibliofili dei suoi lettori.

Ultimamente ho concluso il thriller turco di Ahmet Ümit, Perché Istanbul Ricordi, che si è rivelata una lettura pazzesca per esplorare la storia recente della Turchia e il suo viscerale legame con l'antica Bisanzio/Costantinopoli. Un romanzo stratificato e ricchissimo di vita e morte, avventura e momenti davvero travolgente. Ma Ronzani è un editore attento a qualsisia tassello del mondo culturale, che sia la produzione di riviste, poesie, saggi e molto altro. Tutti i loro titoli sono stampati con una cura unica, basti pensare alle poesie di Pasolini per la sua Casarsa.

La copertina del thriller di Ahmet Ümit, Perché Istanbul Ricordi, pubblicato da Ronzani Editore

 

ABEditore

Per i cultori dell'estetica vittoriana, gotica e decadentista non posso non consigliarvi ABEditore, uno dei migliori editori dal punto di vista tipografico e delle traduzioni, per quanto concerne il recupero di testi classici di letteratura immaginifica e fantastica.

Vi consiglio caldamente i volumi miscellanei di Draculea (a cura di Lorenzo Incarbone) e Follettiana (a cura di Pietro Guariello), che analizzano rispettivamente il repertorio folclorico e letterario di Vampiri e membri del Piccolo Popolo. I volumi sono scrigni preziosi per compiere esperienze di lettura eccezionali e curati nei minimi dettagli per fornire al lettore le sensazioni di mondi dimenticati e storie sepolte dal mistero.

Su ClassiCult abbiamo avuto ospite Fabio Camilletti, per un'intervista spettrale.

La copertina della Follettiana di Pietro Guariello, pubblicata da Abeditore

 

Jimenez Edizioni

Jimenez è la mia più recente scoperta e sono davvero felice di presentarvi un catalogo eccezionale, del quale la mia prima lettura è La notte arriva sempre di Willy Vlautin, un thriller a dir poco avvincente che parte dal presupposto della presente crisi finanziaria e immobiliare che ha investito la città di Portland portando la protagonista Lynette a compiere azioni sempre più folli, fino a realizzare un'accozzaglia di avventure grottesche nell'ambito della vita notturna cittadina, tra criminali, individui pericolosi e tanta illegalità. I libri sono di pregevolissima fattura e non vedo l'ora di conoscere l'intero catalogo.

La copertina del romanzo La notte arriva sempre di Willy Vlautin, pubblicato da Jimenez Edizioni

 

Il Palindromo

La casa editrice palermitana Il Palindromo è una delle realtà editoriali indipendenti più interessanti, soprattutto per quanto riguarda la collana I Tre Sedili Deserti, dedicata al fantastico. Dall'Elogio del Fantastico di Jacques Bergier a La Collina dei Sogni di Arthur Machen possiamo riassaporare i testi che hanno canonizzato l'immaginario moderno con elementi weird, fantascientifici e gotici. Una cura esemplare nell'apparato critico, dalle traduzioni alle prefazioni con un notevole innesto di fonti fotografiche o iconografiche a cura di artisti italiani o stranieri coevi alle opere.

Particolarmente amata è la riedizione del "primo" Pinocchio di Collodi, una narrazione più oscura del classico della letteratura italiana arricchito dalle splendide illustrazioni fumose e grottesche di Simone Stuto. Un un'ultima uscita davvero particolare è Etna. Guida immaginifica del vulcano di Rosario Battiato con la travolgente copertina di Chiara Nott.

La copertina di Pinocchio. La storia di un burattino di Carlo Collodi, a cura di Salvatore Ferlita e con le illustrazioni di Simone Stuto, pubblicato da Il Palindromo

 

Miraggi Edizioni

Miraggi è una delle mie case editrici preferite, perché mi ha permesso di conoscere non solo ottimi autori italiani (La Chiusa, Forlani, ecc.)  ma di affacciarmi alla letteratura del mondo slavo grazie alla strepitosa collana NováVlna. Su ClassiCult avevo già recensito Grand Hotel di Jaroslav Rudiš, ma vi consiglio moltissimo anche La perlina sul fondo, Il lago, Il bruciacadaveri e il magnifico Krakatite di Karel Čapek, uno dei più importanti romanzi di fantascienza del '900.  Bellissima anche la collana di poesia e gli Scafiblù, dedicati agli autori italiani, di cui vi consiglio Il bambino intermittente, Colloqui con il Pesce Sapiente e Uno di noi.

 

La copertina del romanzo di fantascienza Krakatite di Karel Čapek, pubblicato da Miraggi Edizioni

Geografie Antonella Anedda Garzanti

Per una geografia del divenire: Antonella Anedda e la poesia dei luoghi

Geografie di Antonella Anedda - recensione

Con il suo ultimo libro, Antonella Anedda pronuncia il suo sì all’energia ancestrale della metamorfosi: Geografie – questo il titolo del suo recente lavoro pubblicato da Garzanti – è una raccolta di prose poetiche, di visioni da centellinare per allenare lo sguardo a cogliere i segreti dell’invisibile e il mistero indecifrabile del divenire. L’attraversamento che queste pagine incoraggiano è duplice: da un lato, esso si riferisce a un viaggio verso lo spazio esterno, e propone dunque un movimento da compiere nelle terre dell’esteriore; dall’altro lato, inevitabilmente esso implica la necessità di accogliere dentro di sé suggestioni e orizzonti che i luoghi percorsi spalancano – un moto, questo, che agisce sui cardini più intimi dell’io, sulle sue vaste profondità.

Suona dolente la voce che qui intona il suo canto di saggezza e che con grazia si accorda alle domande della natura, ai ritmi che suggerisce, alle melodie che dal tempo prima del tempo propaga. Con accuratezza l’autrice seleziona, si avvicina, osserva, analizza i dettagli; poi, con eleganza, compie quei passi indietro necessari per contemplare la complessità e restituire una visione d’insieme. Anche così si percepisce la maturità di questo sguardo che non si accontenta, che indaga con intelligenza, che si confronta in maniera dialettica con il particolare e l’universale.

Questa tensione, che anima e sostanzia la struttura del volume, finisce per investire anche la questione della lingua, intesa nella sua autenticità sorgiva: ogni luogo visitato accende la fantasia poetica di Anedda, facendo germogliare parole, espressioni immaginifiche di cui l’autrice riscopre l’etimologia e il portato simbolico, in uno slancio inesausto che la spinge ogni volta a ricondurne il valore alla sua esperienza di vita. Il discorso intreccia magistralmente dimensione privata e pubblica, memoria personale e istanze collettive: il ricordo di viaggi, strade percorse, mari solcati si dischiude per incanto e lascia affiorare interrogativi che hanno a che fare con l’umano, urgenze che incalzano questo tempo e che, per la loro potenza, sanno poi trascendere nell’assoluto. I mutamenti che l’io narrante (o poetante) rintraccia e porta alla luce non sono soltanto quelli reconditi dell’io, ma anche quelli lenti della geologia, quelli burrascosi della politica e quelli, ormai tragicamente inarrestabili, che interessano il clima.

Chi scrive registra ferite e contraddizioni, terrore e sgomento. Mitilene è il luogo in cui risplende la luna di Saffo, ma è anche lo spazio impoetico in cui oggi i profughi affermano il loro diritto a esistere, testimoniano con la loro condizione la necessità della fuga. Chi osserva, acquisisce consapevolezza, e a suo modo cambia, perché a mutare è innanzitutto il suo sguardo. E in questo modo impara, per esempio, che per non confinare un territorio insulare al concetto di isolamento bisogna esercitare vista e linguaggio: solo così si potrà superare il limite della solitudine suggerito dall’idea di isola e cogliere anzi la sua natura esposta, proiettata verso il continente taumaturgico, salvezza che contiene. E qui emergono le letture, il dialogo ideale con voci altre, che fanno ribollire il testo fino a renderlo materia incandescente e risonante.

«Cosa sono i luoghi? Come li portiamo dentro di noi? Come ci modellano la mente? Mentiamo ricordandoli. (…) A volte spaventano a morte senza motivo. Il motivo è proprio la morte. Se riflettiamo sono insostenibili. Qualcosa mentre guardi e ami quel determinato luogo stringe la gola. Tutto grida: dove nascondersi?» Le considerazioni dense e penetranti di Antonella Anedda non lasciano scampo: confrontarsi con gli interrogativi che con acutezza si pone significa sentirsi inchiodati all’improrogabilità di quelle domande, significa dir di sì a un proposito indifferibile, la ricerca di un senso. Traguardo irraggiungibile, probabilmente, ma al quale non si può non tendere.

«Dove nascondersi dal pensiero che non smette di rappresentare, mostrare, intrecciare, infeltrirsi. La difficoltà di uscire da sé stessi contempla la necessità di farsi strada tra la moltiplicazione delle immagini, del racconto ininterrotto, delle rappresentazioni del tempo, nel tempo», riflette lucidamente l’autrice a proposito del terrore, il panico che ci fa sentire smarriti come in una foresta. E conclude: «per questo al tempo del tempo meglio contrapporre gli spazi senza tempo, azzerare la memoria contro la sua potenza. Alla spirale sostituire la distesa, la prospettiva, l’orizzonte. Alla storia, appunto, la geografia». Ed ecco spiegata l’intenzione del titolo, che consiste in uno slancio verso l’alterità, verso mondi da esplorare, verso sempre nuovi cominciamenti che, al netto dell’inesorabile sgretolarsi, non esauriscano mai il regno molteplice delle possibilità.

Geografie Antonella Anedda Garzanti
La copertina di Geografie di Antonella Anedda, pubblicato da Garzanti

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.

 


Ricordando Giuseppe Acerbi e il suo Viaggio al Capo Nord

Ricordando Giuseppe Acerbi e i suoi Travels through Sweden, Finland, and Lappland, to the North Cape, in the years 1798 and 1799

Rapide Kattilankoski del fiume Tornionjoki. Incisione di C. Akrel; tavola XXI dal secondo quaderno (1801) di A. F. Skjöldebrand, Voyage Pittoresque au Cap Nord, Charles Deleen & J. G. Forsgren, Stockholm, 1801 & 1802, in pubblico dominio

« [… je wilder, d.i. je lebendiger, je freiwürkender ein Volk ist, […] desto wilder, d.i. desto lebendiger, freier, sinnlicher, lyrisch handelnder müßen auch, wenn es Lieder hat, seine Lieder sein!»

Johann Gottfried Herder, Auszug aus einem Briefwechsel über Oßian und die Lieder alter Völker

 

Il 3 maggio 1773 nasceva a Castel Goffredo Giuseppe Acerbi, esploratore, musicista, diplomatico e intellettuale che nutrì grande interesse per i territori dell’Europa settentrionale allora pressoché sconosciuti. Attraverso i suoi numerosi manoscritti, appunti e diari di viaggio, egli fornì preziose informazioni per far conoscere a tutta l’Europa la cultura e lo stile di vita finlandese del XVIII secolo. Famosa e spesso citata è la sua descrizione della sauna, o per dirla con le parole dello stesso Acerbi, del “bagno alla finese”, che presenta in modo accurato e veritiero l’usanza dei finni occidentali dell’epoca, pur non tralasciando osservazioni di stupore per una pratica estranea alle abitudini delle genti mediterranee.

Acerbi intraprese il suo viaggio nel 1798, intenzionato a raggiungere Capo Nord via terra, attraversando la Lapponia. Inizialmente mosso da interessi commerciali e di studio, egli sviluppò ben presto un vivo interesse per la Finlandia ed ebbe il merito di essere uno fra i primi a cogliere il grande valore della tradizione popolare finlandese.

Giuseppe Acerbi
Ritratto di Giuseppe Acerbi. Stampa di Carl Hermann Pfeiffer, 1783 - 1829; Rijksmuseum (RP-P-1909-4542). Immagine in pubblico dominio

 

Il suo resoconto di viaggio fu pubblicato a Londra nel 1802 in un’edizione inglese intitolata Travels through Sweden, Finland, and Lappland, to the North Cape, in the years 1798 and 1799[1]; l’anno seguente venne tradotta in tedesco, il successivo in francese e tra gli anni 1804-1805 fu disponibile anche la versione olandese. Grazie alla pubblicazione in lingua inglese l’opera di Acerbi riscosse un enorme successo in tutta Europa, trattandosi di una delle prime testimonianze di viaggio nel Settentrione. Il testo venne tradotto in italiano, seppur con numerosi tagli rispetto all’originale, solamente nel 1832 con il titolo Viaggio al Capo Nord fatto l’anno 1799, compendiato e per la prima volta pubblicato in Italia da Giuseppe Belloni, antico militare italiano. In Italia l’opera non ebbe molto seguito, non solo perché, essendo pubblicata molto tardi, era già stata superata da numerose opere di maggior spessore dedicate al Nord e alla Finlandia, ma anche perché l’autore aveva appoggiato Napoleone e aveva avuto screzi con Vincenzo Monti e Giacomo Leopardi. Al contrario dell’Italia, la Finlandia ha sempre ammirato e dimostrato riconoscenza nei confronti di Acerbi per aver funto da mediatore culturale tra il Nord e il resto dell’Europa.

I suoi Travels, oltre a dipingere paesaggi mozzafiato che colpirono Acerbi e che tuttora affascinano i lettori contemporanei, descrivono costumi, tradizioni, cultura, poesia e musica popolare finlandesi con dovizia di particolari. La sua ammirazione era, tuttavia, limitata solamente ai finlandesi, mentre i sámi erano avvolti da un’aura di mistero e scetticismo a causa dei forti pregiudizi che ancora a fine Settecento aleggiavano attorno a questo popolo di cacciatori e allevatori semi-nomadi. Mentre i finni vengono presentati in modo positivo, rimarcando la loro ospitalità e innocenza, il loro rispetto e il culto tributati alla natura, i sámi appaiono come genti dedite a mangiare, dormire e fumare; nondimeno il nostro autore non indugiò a descrivere la meraviglia in lui suscitata dalla natura incontaminata di Lapponia. Acerbi fu uno dei primi viaggiatori a operare una netta distinzione etnica, linguistica e somatica non solo tra finni e svedesi, ma anche e soprattutto tra finni e sámi, che le fonti antiche erano solite trattare indistintamente.

A Turku Acerbi incontrò Henrik Gabriel Porthan (1739-1804) ed ebbe modo di leggere la sua tesi di dottorato intitolata De Poësi Fennica: in essa l’autore aveva studiato le basi rituali dei loitsut[2] finnici, e, sebbene il suo approccio fosse quello tipicamente illuminista che riteneva il canto magico frutto dell’ignoranza superstiziosa del popolo, aveva incoraggiato la nascita dei primi archivi folkloristici. Questo incontro suscitò in Acerbi un vivo interesse per la poesia popolare finlandese a cui dedicò ampio spazio nei suoi Travels, trascrivendo canti con le relative melodie. È interessante menzionare il componimento Jos mun tuttuni tulisi (“Se il mio caro arrivasse”) che Acerbi ricevette a Turku in traduzione francese e che viene ritenuto il testo poetico con il maggior numero di traduzioni: su 471 versioni, 22 sono in dialetti italiani. Un altro testo famoso da lui riportato è la ninnananna Nuku, nuku, nurmilintu (“Dormi, dormi, uccellino del prato”). Acerbi può essere ritenuto il precursore degli studi sulla poesia e la musica popolare finlandese, essendo lui stesso un grande esperto.

La penna di Giuseppe Acerbi catturò una scena di canto popolare finnico che sarebbe divenuta famosa nel secolo successivo. Tradizionalmente la poesia popolare veniva accompagnata dal kantele, il salterio balto-finnico, che nei Travels prende il nome di harppu, e le composizioni venivano tramandate oralmente di generazione in generazione in particolare di nonno in nipote. Acerbi descrisse l’esibizione in pubblico di due cantori: seduti in mezzo al cerchio del loro uditorio, uno di fronte all’altro, stringendosi le mani e dondolandosi, un poeta intonava un verso e l’altro fungeva da eco, riprendendo, variando e così riformulando quanto appena cantato, e lasciando al compagno il tempo necessario ad ideare il proseguo. Questa descrizione costituì una grande novità se pensiamo che il suo resoconto di viaggio anticipò di quasi trent’anni l’uscita della prima edizione del Kalevala[3] di Elias Lönnrot che avrebbe gettato le basi per il culto dei mitici laulajat[4] finnici.

Giuseppe Acerbi
Due uomini con le mani nelle mani intonano canti dal Kalevala, mentre un terzo suona il kantele. Immagine dalla tavola a fronte p. 226 del primo volume del libro di Giuseppe Acerbi, Travels through Sweden, Finland, and Lappland, to the North Cape, in the years 1798 and 1799, Printed for Joseph Mawman : By T. Gillet, Londra, 1802, in pubblico dominio

Acerbi fu un viaggiatore che riuscì a sbarazzarsi, seppur parzialmente, delle lenti della propria cultura per permettere all’Europa intera di penetrare nel misterioso Settentrione, mitica terra abitata da mostri e giganti, per sfatare falsi miti e diffondere la conoscenza di questi territori all’epoca ancora inesplorati. Nel giorno del suo genetliaco, ho ritenuto necessario ricordare questo nostro compaesano che anticipò i tempi e sfidò pericoli e incertezze per amore di conoscere, apprendere e condividere culture e tradizioni.

 

 

Riferimenti bibliografici:

Aa. Vv. Kalevala. Epica, magia, arte e musica, a cura di Vesa Matteo Piludu, Frog, Vocifuoriscena, Viterbo 2014.

Juha Pentikäinen, La mitologia del Kalevala, Vocifuoriscena, Viterbo 2014 (1a ed. finl. 1989; 1a ed. it. 2013).

Paula Loikala, Cronache di viaggiatori italiani in Finlandia, Aracne, Roma 2010 (1a ed. 2008).

 

[1] Disponibile al seguente URL: <https://archive.org/details/travelsthroughs01acergoog> (04.2021).

[2] I loitsut (sing. loitsu) sono sia brevi formule magiche sia lunghi incantesimi che venivano cantati o pronunciati con particolare foga o in trance al fine di ottenere fertilità, la buona riuscita di una battuta di caccia, la guarigione... Essi erano composti in metro kalevaliano, tradizionalmente definito tetrametro trocaico, pertanto nel corso del secolo XIX furono raccolti e analizzati dai folkloristi.

[3] La prima edizione del Kalevala fu pubblicata nel 1835 e divenne nota come il Vanha Kalevala (“Vecchio Kalevala”) per distinguerla dalla redazione dell’Uusi Kalevala (“Nuovo Kalevala” o semplicemente Kalevala), ampliata e definitiva che venne data alle stampe nel 1849.

[4] I laulajat (sing. laulaja), noti anche come kansanrunojat (“cantori popolari”) o runosepät (“fabbri di runot”) erano i cantori di runolaulut, i canti popolati baltofinnici nel verso kalevaliano. Erano abitanti dei villaggi che lavoravano come pescatori, cacciatori, allevatori, contadini e divennero famosi ed elevati al rango di aedi solamente in seguito all’opera di raccolta della poesia popolare nel corso del secolo XIX.


Dostoevskij Il Giocatore

Come e perché Fëdor Dostoevskij scrisse Il Giocatore

Come e perché Fëdor Dostoevskij scrisse Il Giocatore

Nel 1821, sono nati tre scrittori straordinari, che hanno modificato per sempre la letteratura europea, se non mondiale, e che hanno il grande merito di aver introdotto in modi squisitamente diversi la modernità, il progresso, le trasformazioni dell’epoca nella letteratura, senza restare ancorati ad un passato idilliaco, come molti dei contemporanei.

Ed è incredibile che Paul Verlaine, in una delle sue poesie più belle rimpiangesse le molteplici occasioni perdute e i tanti poeti vissuti prima di lui, scrivendo nell’epilogo che ormai fosse inutile per un poeta continuare a scrivere, perché «tutto è bevuto, tutto è mangiato, più nulla da dire!». Eppure, negli stessi anni, nella stessa città, Charles Baudelaire riusciva a fare l’esatto contrario. E con lui, seppur nell’ambito del romanzo, Gustave Flaubert e Fëdor Dostoevskij.

Fëdor Dostoevskij. Foto di N. A. Lorenkovich (1878), in pubblico dominio

Non possiamo che immaginare cosa significasse essere amici di Flaubert ed essere invitati a casa sua per sentir leggere i suoi scritti. O essere stati marinai quella volta in cui Baudelaire volle raggiungere l’India per mare. E chissà, chissà, come si saranno sentiti i primi lettori di Dostoevskij. Persone certamente fortunatissime, che avevano il gusto di ritenere quello scalmanato scrittore, russo di nascita e di pensiero, un’autentica manna dal cielo.

E noi, curiosi discendenti di questa gioviale stirpe, ci ritroviamo in una posizione assai simile, ogni qual volta prendiamo dallo scaffale Il Giocatore - un libro meno conosciuto di Delitto e Castigo o dei Fratelli Karamazov - e lo sfogliamo, curiosi. Prima di leggerlo (o rileggerlo) e stupirci della sua silenziosa grandezza e della sua piacevole narrazione, è meglio premettere tutta la storia che è legata al genio di chi l’ha scritto. E come i suoi coetanei francesi, Dostoevskij si è ispirato nella stesura di questo romanzo alle sue vicende private e al suo disperato amore per il gioco d'azzardo.

Non c'è da stupirsi se un uomo, con la fortuna di essere un grande scrittore - costretto a trovarsi di che vivere non appena maggiorenne, per la morte sofferta della madre, malata di tisi, e quella improvvisa del padre, assassinato dai suoi stessi contadini - vedesse nel gioco l'occasione di un guadagno improvviso, l'opportunità di cambiare la propria vita e sviluppasse, col tempo, una passione per il rischio e per l'odiosa dea bendata tale da fargli dimenticare quanto fosse odioso non mangiare per giorni. 

Lo studio di Dostoevskij a San Pietroburgo, fu in questa città che completò Il Giocatore. Foto di ignoto dal libro Letters to Friends and Family, Chatto and Windus (1914), in pubblico dominio

Non sorprende, quindi, che Il Giocatore sia stato realizzato per pura necessità, in un mesetto, fra la scrittura di Delitto e Castigo (a parer suo assai più degno delle sue fatiche e del suo tempo) e il lavoro cui era costretto dedicarsi, contrariamente a suoi coetanei francesi. Infatti, Dostoevskij nasce povero, infelice e perseguitato dalla sfortuna, ma con la capacità dei mascalzoni dickensiani di salvarsi sempre in calcio d’angolo. Eppure, spesso il nostro beniamino si lamentava con gli amici dicendo che avrebbe tanto gradito poter lavorare in pace sui suoi libri, senza il patema d'animo e le paturnie che spesso lo affliggevano. Ma quand'era immerso nella tranquillità, non scriveva affatto e immaginava piuttosto in che modo infrangere la tanto agognata quiete. E perciò, solo quando si rimetteva nei guai, riusciva a scrivere, con il mondo in rivolta, i debiti in costante aumento e i creditori alle calcagna, per soldi che aveva già speso e libri promessi, già venduti e non ancora intrapresi. 

Per un pelo evitò la condanna a morte nel dicembre 1849, e nello stesso modo mantenne il diritto d’autore sui romanzi che, altrimenti, avrebbero portato il nome dell’editore Fëdor Stellovskij. Un uomo che aveva ben compreso la natura di Dostoevskij che, una volta intascata la ricompensa, se ne andava giocando alla roulette o spendeva tutto il qualche locanda. Allora, Stellovskij fece firmare un contratto a Dostoevskij, nel quale, tra le clausole, era riportato che se non avesse consegnato un romanzo di 12 fogli di stampa, corrispondenti a circa 190 pagine, entro il primo novembre 1866, l’editore si sarebbe appropriato di tutte le sue opere.

Erano i primi di ottobre quando, senza soldi e speranze, Dostoevskij si ricordò di quella spiacevole clausola. Gli amici si offrirono di aiutarlo, scrivendo al suo posto la storia, ma il nostro orgoglioso scrittore si oppose: non poteva mettere la firma su roba scritta da altri. La soluzione era trovare una dattilografa che, sotto dettatura, scrivesse. Si dà il caso che questa stenografa, la ventenne Anna Grigor’evna Snitkina, diverrà la sua seconda moglie. I due si misero a lavorare come pazzi e, non potendo permettersi pause, la ragazza si stabilì a casa del quarantenne. Lui dettava e lei scriveva sulla macchina da scrivere e, mentre lei correggeva o trascriveva qualche pagina, Dostoevskij si dedicava al suo Delitto e Castigo, intanto pubblicato a puntate sul “Messaggero Russo”, giornale assai in voga a quei tempi. Il Giocatore era proprio il misterioso romanzo di 12 fogli di stampa, dettato in fretta e furia, tra una pagina e l’altra di un romanzo più autorevole. 

Finirono la sera del 29 ottobre e il 30 Dostoevskij lo rilesse e corresse qua e là, dirigendosi l’indomani a casa di Stellovskij. Eppure, l’editore non era nella sua sontuosa villa, a causa di un viaggio di lavoro. Fëdor si diresse, allora, in casa editrice e nessuno volle accettargli il romanzo, perché non sapevano niente di questa consegna e non volevano prendersi responsabilità. Qualcuno ritiene che avessero avuto delle precise indicazioni dall’editore capo, deciso a tenersi tutti i romanzi del nostro russo preferito. Allora, Dostoevskij lasciò tutto al commissariato di polizia, che provvide a inviare il pacco all’editore giusto in tempo e a lasciare allo scrittore una ricevuta di consegna. Il diritto d’autore era salvo e Anna e Fëdor si sposarono felicemente meno di un anno dopo.

Il successo de Il Giocatore fu straordinario e insperato, tanto che vi fu un esponenziale aumento dei giocatori di azzardo, rapiti dalle prodezze di Aleksej Ivanovic, dal suo amore destabilizzante per l’altezzosa Paolina e da quei fatti autobiografici, inseriti nel romanzo, forse il più rivelatore della personalità di Dostoevskij. Una storia incredibile, legata ad una di quelle famiglie nobili sull’orlo del tracollo finanziario, che si aggrappano all’eredità di un’anziana signora che non vuole proprio morire. Una storia piena di ironia, divertente come tutta la corsa che è dietro la sua creazione e che ha, inoltre, uno dei finali più belli della storia della letteratura: un invito alla speranza che tutto da un momento all’altro possa volgere al meglio e che “domani, domani finirà tutto!”. Un augurio, lettori, che non può non fare a noi, fortunati posteri, quel disgraziato e immortale Dostoevskij.

Il Giocatore Fëdor Dostoevskij
La prima edizione del romanzo Il Giocatore di Fëdor Dostoevskij. Immagine in pubblico dominio

Riferimenti bibliografici: 

Vladimir Soloviòf, Tre discorsi in memoria di F. Dostoevskij, Quaderni di Bilychinis, Roma 1923.  

György Lukács, Dostoevskij, a cura di Michele Cometa, SE, Milano 2000.

Sergio Givone, Dostoevskij e la filosofia, Laterza, Roma-Bari 2006.

Fëdor Dostoevskij, Il Giocatore, introduzione di Antonio Pennacchi, traduzione di Bruno Del Re, La Biblioteca di Repubblica, Roma 2011.

Fëdor Dostoevskij, Lettere sulla creatività, Feltrinelli, Milano 2017.


Addio di Cees Nooteboom

Addio di Cees Nooteboom: il silenzioso affinamento

“La fine della fine, cosa poteva essere?” Inizia con questa domanda, calma e sbalordita, l’ultimo libro in versi dell’olandese Cees Nooteboom, Addio (Iperborea, 2020). La stessa poesia incipitaria che contiene l’interrogativo tenta anche una risposta, nella chiusa:

 

la grammatica dell’espropriazione, nessuno

sarà più se stesso, nessuna apparizione,

la ritirata dopo la sconfitta

ma senza una meta.[1]

 

Il testo iniziale contiene già tutto il percorso del libro: il processo di spoliazione dell’individuo. Ma questo recesso di enorme vuoto è qui solo rischiarato fulmineamente, un presentimento per illuminazione.

Addio di Cees Nooteboom
Addio di Cees Nooteboom, pubblicato da Iperborea (2020) con postfazione di Andrea Bajani e traduzione di Fulvio Ferrari, narrativa 22. Foto di Sofia Fiorini

Cronaca della circonferenza

Le domande che si coagulano, a partire da questa, intorno alla penna del poeta affiorano da spazi circoscritti. La sua è una condizione di reclusione (coerentemente, il sottotitolo del libro è “Poesia al tempo del virus”). La sua voce ci giunge prima dal “giardino d’inverno”, poi dal buio della sua stanza. L’unica occupazione del poeta-viaggiatore Nooteboom sembra essere diventata una dickisoniana circonferenza. In una famosa lettera del 1862 la poetessa di Amherst lo dichiarava programmaticamente: “My Business is Circumference”. Ma se l’isolamento di Dickinson era una vocazione, e il cerchio magico della sua vita il campo elettrico perfetto per la sua poesia, quello di Nooteboom somiglia più a una costrizione. Nondimeno, però, l’attitudine del viandante non tradisce Nooteboom, neanche in questa esperienza, estrema ed estranea, della reclusione. Dagli spazi angusti di Addio la sua voce emerge per annotare le visioni che si presentano, riportate fedelmente, come gli appunti di un ennesimo viaggio. Il risultato ha i connotati di una cronaca della circonferenza.

Addio Cees Nooteboom 1
La copertina di Addio di Cees Nooteboom. Foto di Sofia Fiorini

Un carnevale dell’angoscia: la prova del nove della poesia

Da questo spazio vuoto, dal silenzio che lo anima, qualcosa viene a galla e, come sulla superficie di uno lago, si palesa. Il silenzio diventa una morsa che “circonda la casa”, assedia il pomerio di chi scrive[2]. Chi sta alla porta in attesa non può scegliere gli ospiti che si presenteranno, ma solo acconsentire a farlo. E quello di Nooteboom è sempre, indistintamente e devotamente, un consenso.

 

[…] membra

staccate, forme spettrali, fantasmi

intessuti di malvagi racconti, ma

si accomodi, prego.

 

Addio è disseminato di questa poetica dell’accoglienza e dell’annotazione – come nell’affermazione programmatica: “provo/ a vedere di tutto come ho sempre/ fatto”[3]. Prendere quello che viene, pronto a prestare la parola a tutto quanto si presenti a chiederla, è per Nooteboom il lavoro del poeta. A presentarsi, nella prima sezione, sono soprattutto i ricordi di guerra, amici scomparsi, scene di una remota giovinezza. La poesia li riporta indietro come un riflusso. La cifra comune di questa tarda marea assomiglia al moto persecutorio e circolare dei fantasmi che non hanno chiuso i conti con la vita. Proprio in nome di un senso rimasto sospeso, queste visioni riaffiorano dal passato e cristallizzano il loro lascito in poesia. Il culmine di questo processo è raggiunto nella seconda sezione: le undici poesie centrali compongono un catalogo di mostruosità, una serie di rievocazioni e sogni che si fondono in un macabro “carnevale dell’angoscia”[4]. Quasi un contrappasso rispetto all’usuale luminosità di Nooteboom.

Il catalogo prosegue per tutta la sezione come l’assolvimento di un compito, finché questa “poesia del male/ che doveva esser visto/ perché è tra le cose// che dobbiamo sopportare” sfocia in una chiara determinazione di senso:

 

La vita un cantico dei cantici? Certo,

ma al di sotto quest’altra verità,

della notte e della nebbia,

la prova del nove che dura

fino alla fine.[5]

Addio di Cees Nooteboom
La copertina di Addio di Cees Nooteboom. Foto di Sofia Fiorini

L’inno del silenzio: la strenua resistenza

L’ultima sezione si apre nel segno dell’ossimoro, della contraddizione e si inscrive nella dimensione sonora. Puntualmente, la ricerca di un suono che arrivi come una risposta, una formulazione si senso, si scioglie nel silenzio. Nooteboom si chiede che rumore faccia la terra nello spazio, che risposta possa dare il sasso se lo si interroga. Ma dal silenzio emerge solo il silenzio stesso, oltre la “nota di dolore infinito che sale dalle vittime” e che Nooteboom immagina sia quello che ascoltano le stelle[6]. Lo scontro con la dura materialità del vuoto, però, non si traduce in una rinuncia, nella fine dell’esperienza. Non produce annichilimento, ma una strenua resistenza del poeta alle prese con l’inno del silenzio, un nuovo codice di senso.

 

Il silenzio è come un inno, così non ho

mai ascoltato il nulla[7]

 

Questo silenzio farà risuonare, per contrasto, la totale assenza delle persone amate e scomparse. Non rimane niente, neanche il minimo suono di voce, a fronte di tutto quanto si vorrebbe trattenere. Da questo vuoto muove anche l’intuizione della natura disseminata della sostanza umana: “la mia specie è nata dall’acqua,/ esseri acquatici, questo eravamo,/ semente di stelle sparsa”[8]. Le nostre individualità, familiari e chiaramente conoscibili, sono in realtà parte dell’indistinto universale. Di fronte a ciò perde senso desiderare di conservare le singolarità che siamo stati. Piuttosto è assennato localizzarsi sulla frequenza di quell’indistinto e accettarne la vertigine. Questa prospettiva porterà Nooteboom, a conclusione del libro, a rinunciare ad ogni definizione individuale.

 

[…] i deserti della mia vita

si consumano in questa musica

senza note, quasi sono già

assente, il mio essere indugia ancora,

vorrebbe tornare indietro, ma lo sa,

lì non c’è più nessuno, mi resta solo

la luce che accanto a me

si muove.[9]

Cees Nooteboom. Crediti: Iperborea

La fine come affinamento

Divenuto cosciente che della vita, contrariamente a quanto afferma la fisica, nulla si conserva, Nooteboom assume l’attitudine di chi si prepara, ancora vivo, all’aldilà, alla perdita della sua forma usuale. Compie un personale apprendistato guidato, come sempre, dalla visione. Sembra avvicinarsi, in questo processo, alla divina indifferenza degli elementi catalogata nella prima sezione: il mare dal “brusio come un respiro profondo/ che tanto divora”, il giardino in cui “il tempo non ha comando”, la famiglia “verde e ostinata” delle piante “mai timorosa della fine”, “un albero in lontananza” che “vede ogni cosa”[10].

Il cerchio, aperto con la domanda iniziale, si è chiuso. Se là ci si interrogava sui connotati della fine, qui la risposta giunge a compimento. Nooteboom si è spinto al limite - che è il senso etimologico della fine - e da tale confine pronuncia il suo addio. L’interrogarsi sulla fine ha prodotto, felicemente, un affinamento. Il poeta ha raggiunto l’estremo di sé stesso. Da qui si proclama nessuno, tornando una volta di più nel territorio selvaggio di Dickinson. Ma se l’anonimato di lei era gioioso e profondamente liberatorio (I'm Nobody! Who are you?/ Are you - Nobody - too?) quello di lui reca la sofferenza di tutte le metamorfosi, di quegli atti estremi di trasformazione a cui talvolta siamo obbligati, come nei miti di Ovidio, per sopravvivere.

 

Deve accadere qui,

qui dico addio al mio sé

e lentamente divento

nessuno.[11]

 

La copertina di Addio di Cees Nooteboom. Foto di Sofia Fiorini

[1] Cees Nooteboom, Addio, Iperborea, 2020, p. 11.

[2] Ivi, p. 17.

[3] Ivi, p. 75.

[4] Ivi, p. 45.

[5] Ivi, p. 51.

[6] Ivi, p. 61.

[7] Ivi, p. 69.

[8] Ivi, p. 71.

[9] Ibidem.

[10] Ivi, pp. 15, 21, 25.

[11] Ivi, p. 79.

Addio di Cees Nooteboom

Addio Cees Nooteboom Iperborea
La copertina di Addio di Cees Nooteboom, pubblicato da Iperborea (2020) con postfazione di Andrea Bajani e traduzione di Fulvio Ferrari, narrativa 22

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice


Scrivere poesia insieme a Isabella Leardini

La poesia di Isabella Leardini affonda le radici nella tradizione lirica del canzoniere d’amore. Isabella Leardini è nata a Rimini nel 1978, nel 2002 ha vinto la sezione inediti del Premio Montale con i testi in seguito inclusi nel suo primo libro. Nel 2004 ha esordito con il libro di poesia La coinquilina scalza, uscito con prefazione di Milo De Angelis nella collana Niebo, da lui diretta per le edizioni La vita felice. Nel 2017 è uscita per Donzelli Editore la raccolta Una stagione d’aria, Premio Città di Arenzano e finalista Premio Camaiore, Castello di Villalta e Onor D'Agobbio.

È compresa in numerose antologie, tra cui Nuovi poeti italiani 6 (Einaudi, 2012) a cura di Giovanna Rosadini, Poesie Italiane 2017 scelte da Roberto Galaverni (Elliot, 2017), Il miele del silenzio, a cura di Giancarlo Pontiggia (Interlinea, 2009), Les Poètes de la Méditerranée (Gallimard, 2010), Esplendor en las sombras. Tres voces italianas contemporáneas, (Huesos de Jibia, Buenos Aires, 2015), Grand Tour. Reisen durch die junge Lyrik Europas, a cura di Federico Italiano e Jan Wagner (Hanser, 2019).

Isabella Leardini

Insegna scrittura creativa all’Accademia di Belle Arti di Venezia e tiene laboratori e workshop di poesia in tutta Italia: il metodo alla base della sua esperienza laboratoriale è edito nel saggio Domare il drago (Mondadori, 2018). Ha fondato e diretto per diciassette anni il Festival Parco Poesia. Con l'artista Giovanni Turria cura le edizioni d'arte Print & Poetry. Dirige la collana di poesia per Vallecchi Editore.

 

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Il sito ufficiale di Isabella Leardini: http://isabellaleardini.com/

poesia Isabella Leardini
La locandina della diretta di sabato 20 Febbraio 2020, "Scrivere poesia: una serata con Isabella Leardini", l'intervista è stata presentata da Sofia Fiorini, con interventi di Maria Grazia Palazzo e Mariano Rizzo

Sabato 20 Febbraio 2020, a partire dalle ore 18:30, sulla Pagina Facebook di ClassiCult e della Wunderkammer, sul canale YouTube di ClassiCult e della Wunderkammer, sul canale Twitch della Wunderkammer (https://www.twitch.tv/wunderkammer), la diretta

L'intervista a Isabella Leardini è stata presentata da Sofia Fiorini, con interventi di Maria Grazia Palazzo e Mariano Rizzo.

L'evento "Scrivere poesia: una serata con Isabella Leardini" su Facebook: https://www.facebook.com/events/1015480358861752/

poesia Isabella Leardini
Isabella Leardini

 


Anne Carson Economia dell'imperduto

Da Simonide a Celan: l’imperduto della parola

Da Simonide a Celan: l’imperduto della parola

«Questo è il presente, un’allegoria dello spreco», scrive nel 2006 la poetessa statunitense Louise Glück in Averno, incidendo sulla pagina, con precisione chirurgica, il nome di questo tempo che ignora la sacralità del permanere. E le parole? Sono anch’esse sperperate? Quando qualcuno – un poeta – le salva dalla dissipazione, chi ne guadagna? Ecco alcuni degli interrogativi che si pone nel 1999 Anne Carson, scrittrice canadese, nel saggio recentemente pubblicato dalla casa editrice Utopia, Economia dell’imperduto, con la traduzione ben meditata di Patrizio Ceccagnoli. In una società che «tiene l’economia in gran conto», tutto ha un prezzo, persino il lavoro che ruota intorno alla poesia; anche così le parole divengono merce, finiscono per essere oggetto di un asettico mercanteggiare, se non interviene uno slancio, una parentesi di grazia.

In un afflato poetico e creativo invidiabile, l’autrice, studiosa della classicità, porge al lettore una riflessione densa e vertiginosa che non teme di travalicare i millenni per accostare il poeta greco Simonide, vissuto tra VI e V secolo a.C., allo scrittore rumeno di origini ebraiche Paul Celan, che pur essendo vittima della barbarie del Novecento scrisse nella lingua dei suoi aguzzini, il tedesco. «Insieme e contro, allineati e discordi, ciascuno si pone come una lente attraverso la quale l’altro può esser messo a fuoco»: mettendosi in ascolto di questo dialogo silenzioso, a distanza, Anne Carson trova «un frammento di tempo non esausto», un prodigio grazie al quale la letteratura può colmare la frattura provocata dal reale. Nel vuoto lasciato dai giorni che si (e ci) consumano, fiorisce infatti la parola poetica, che riscatta dall’oblio con il suo valore incommensurabile.

Lo sanno bene Simonide e Celan: entrambi dimorano in uno iato, abitano un tempo di passaggio – il primo, tra l’economia del dono e l’avvento della moneta, testimonia la disgregazione di un mondo e la nascita di un sistema inedito; il secondo, tra l’appartenenza e l’estraneità, mette radici nella crepa dell’esilio («Per quanto mi riguarda, io sono al di fuori»). Per Celan, nel vortice furioso e inesorabile delle perdite, solo la lingua rimane imperduta, perché silenziosa attraversa il contingente, dalla temporanea afasia esce arricchita e purificata, pronta cioè per proiettarsi verso l’assoluto, ben oltre le miserie dell’uomo e della storia. Nella dolorosa esperienza del lutto, anche le parole rischiano di andare smarrite: ecco dunque stagliarsi imperioso il valore della memoria, strumento salvifico e divino per Simonide, dovere irrinunciabile per l’umanità ferita nel vissuto di Celan. «In che cosa consiste l’atto del ricordare? Il ricordo porta l’assente nel presente, collega ciò che è perduto a ciò che è ancora qui. Il ricordare pone l’attenzione sulla perdita e si sostanzia nelle emozioni dello spazio che si schiudono a ritroso nel vuoto», riflette con sagacia Anne Carson in una delle sue meditazioni altissime che consentono al lettore di riconoscere frammenti della propria vita tra le pagine di un saggio letterario.

Paul Celan. Foto (1941) in pubblico dominio

Oltre a configurarsi come uno studio meticoloso e inestimabile sull’opera dei due autori, il saggio di Anne Carson ci esorta in effetti a fermarci e considerare il reale valore che attribuiamo alle parole: esse ci aiutano a stabilire un legame tra visibile e invisibile? Sono preghiere che rivolgiamo a una qualche intangibile presenza? Costituiscono un vero argine al rischio della dimenticanza o ci scaraventano nel fondo della negazione (che è d’altra parte il coraggio di pronunciare l’assenza)? Ecco solo alcune delle questioni che questo saggio irriducibile ci consegna, una sorta di atto politico di responsabilità della parola. Quando leggiamo della Danae di Simonide o del Klein di Celan, del vuoto in cui restano il rispettivo Lamento e la rispettiva Conversazione, siamo inevitabilmente portati a considerare l’erosione che affligge la comunicazione in questo nostro tempo iper-connesso, travolto da un vortice di parole ma spesso marchiato dallo stigma della mancanza di ascolto autentico.

«La disperazione di un poeta non è solo personale; il poeta dispera della parola e questo riguarda tutte le nostre speranze. Ogni volta che un poeta scrive una poesia si pone la domanda: le parole sono valide? E la risposta deve essere un sì»: un saggio dell’insegnamento impareggiabile di Anne Carson, che ci educa ad accogliere, nonostante l’alienazione e l’assenza, la grazia dell’imperduto.

Anne Carson economia dell'imperduto Utopia
La copertina del saggio Economia dell'imperduto di Anne Carson, pubblicato da Utopia con uno scritto di Antonella Anedda nella Collana Letteraria Straniera

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Una nuova poetica della meraviglia: "La rondine presente" di Alessandro Quattrone

Una nuova poetica della meraviglia: La rondine presente di Alessandro Quattrone

La rondine presente Alessandro Quattrone
La rondine presente di Alessandro Quattrone. Foto di Sofia Fiorini

Quando ho saputo dell’uscita del suo nuovo libro, La rondine presente, ho chiesto ad Alessandro Quattrone di spiegarmene il titolo. Ho scoperto allora che quel “presente” è voce del verbo presentire e che “la rondine” ne è il soggetto. A lei è così riconosciuta dal poeta, e assegnata come uno stendardo, una capacità percettiva superiore. La preveggenza della rondine riguarda quel fiuto per la rotta che la riporta avanti e indietro senza fallo, da un capo all’altro delle sue migrazioni - tanto sorprendentemente da far sospettare in lei una sorta di prescienza. La rondine “sa senza avere conosciuto”, specifica l’autore nella nota in calce al libro[1]. La stessa nota spiega anche che il primo significato da conferire al titolo è la notifica di presenza di questa figura animale. Il miracolo attribuito alla rondine, in questo senso, non è una capacità speciale, ma il semplice fatto di esistere, di mostrarsi. In più, dal momento che la rondine è una sorta di senhal zoomorfo dell’angelo – avverte ancora l’autore – la sua mera presenza diventa una benedizione per chi la avverte.

Alessandro Quattrone. Foto di Alessandro Quattrone

Diversa da entrambe queste letture, è stata invece la mia prima comprensione del titolo. “La rondine presente” in me ha risuonato da subito come una metafora: il presente è una rondine. A lettura conclusa, però, credo sia possibile annoverare anche questa accezione deviante tra i significati possibili. Il presente di questo libro, come la rondine, è volatile e insieme destinato a un eterno ritorno.

L'ossessione del tempo

Se è vero che le opere di poesia nascono dalle ossessioni dei poeti, la prima ossessione di questo libro è il tempo. Un assillo che si rivela nell’interrogativo ricorrente sulla “fine della storia”, sul “finale”, e che si scontra con la continua frustrazione di non conoscere cosa ci aspetti alla fine del percorso[2]. Ma all’insistenza di questi dubbi sulla vita dopo la vita risponde il presente con il suo bisogno di celebrazione. La forma in cui il presente si impone è spesso quella di messaggi dalla natura – prima ispiratrice della poesia di Quattrone. Le rose, i corvi, la neve, il vento, con la loro semplice presenza – a patto che si presti loro attenzione – sovvertono i nostri sistemi, riportandoci alla realtà (che il pensiero troppo spesso schiva), alla “meraviglia” dell’istante[3]. Tanto che i versi migliori di questo libro sembrano approdare a una nuova poetica della meraviglia: non più quella barocca dello sbalordimento per virtuosismi formali, ma quella dello stupore interiore per le cose grandi di cui partecipiamo, espressa nella più totale sobrietà linguistica.

Il vento è una chiave centrale del libro: citato copiosamente nella prima sezione, è correlativo oggettivo del risveglio spirituale e catalizzatore della meraviglia. Questo vento è vera allegoria dell’ispirazione, del soffio divino – tanto che, quando manca, tutto è spento, i miracoli in potenza non si accendono:

Quando basterebbe un soffio

e invece non c’è un alito di vento,

si rimane chiusi

come bandiere ammainate

che mostrano appena qualcosa

dei loro colori, bruciando

di un segreto amore straniero.

La rondine presente Alessandro Quattrone
La rondine presente di Alessandro Quattrone, pubblicato da Passigli Editori (2020). Foto di Sofia Fiorini

La vita come condizione di esposizione

Essere riportati nel tempo presente significa anche accettare la vita come condizione di esposizione: vivere è poter essere feriti. Chi vive sa di correre costantemente il rischio latente dell’annientamento. La vita potrebbe toccarci come “un sussurro dolcissimo” o, con altrettanta facilità, “tramortirci”[4]. L’uomo non ha l’istinto sicuro della rondine, procede per tentativi, e il “vento” della vita lo stordisce, così come l’impossibile controllo del tempo cosmico[5].

Nonostante l’inevitabile vulnerabilità della condizione umana, il poeta non rinuncia alla speranza di eludere il tempo, di riuscire a vivere assolutamente, “senza vedere più né il punto d’origine/ né la linea dell’orizzonte”[6]. Tra l’ossessione della fine e il rimpianto del passato, è il presente la dimensione della rondine: gli uccelli in questo libro sono accolti come messaggeri di benedizione, di grazia, di epifanie. Di microscopiche manifestazioni è imbevuta la seconda sezione, quella delle “Rondini impreviste”. I moments of being di questo libro assumono sempre forme insperate quanto millesimali: insetti, fiori tra i cespugli, increspature d’acqua. E la scintilla che provocano in chi riesce ad accorgersi di loro è l’elogio dell’attimo:

Che in un attimo sia nato l’universo

è del tutto evidente in quei casi

in cui un attimo contiene

l’universo intero prima della luce.[7]

 

Le ultime due sezioni sono porte verso altri mondi. La penultima cataloga gli incontri con presenze fantasmatiche, gli accessi possibili ai mondi invisibili, le presenze di altre dimensioni: il lato d’ombra, l’antimeridiano delle luminose epifanie terrene e naturali della seconda sezione. La sezione finale è un piccolo viaggio ultraterreno, in cui la morte è drammatizzata come un ritorno festoso, un raduno esuberante di facce amate, con toni da scena teatrale. Una temperie che ricorda quella di Bevendo il tè con i morti di Candiani. L’attitudine dell’io qui, però, è comica – nel senso dantesco del termine – quasi spaesata, incredula, felice.

La rondine presente Alessandro Quattrone
La rondine presente di Alessandro Quattrone, pubblicato da Passigli Editori (2020). Foto di Sofia Fiorini

L'elogio della presenza

Vivere pienamente nel presente sembra poterci dare accesso a una dote simile a quella degli uccelli migratori. Il presente è una porta per il presentimento. Abitarlo nell’assoluta devozione che merita – sembra suggerire il percorso delle sezioni – prevede una ricompensa spirituale. Questa coincide con la consapevolezza che passato e futuro coesistono dentro il presente, alla stesso modo in cui la rondine esiste sempre, anche quando – durante le sue migrazioni – è lontana dal nostro occhio.

Tutto il libro è un polifonico elogio alla presenza, intesa sia come partecipazione non estranea alla vita che come attiva esistenza al cospetto dell’altro. Lo sguardo, l’attenzione, la presenza benevola è più di un’evoluzione tematica per Quattrone: è parte di una programmatica riabilitazione di valori attraverso la poesia, già intrapresa con La gentilezza dell’acero (Passigli, 2018). “La mia attuale necessità artistica”, recita la nota conclusiva dell’autore, è “mettere in evidenza concetti spesso sbiaditi da un uso distratto o superficiale. Se prima era la gentilezza, ora è la presenza”[8]. Sono parole-semi quelle di questo poeta: quanto brillantemente si esprimono in poesia, altrettanto arditamente ambiscono a gentili rivoluzioni sul piano della realtà.

Dormire mentre dorme il mondo intero

svegliarsi con la luce,

respirare l’aria che da millenni

ricorda agli intorpiditi

la necessità di muoversi, di andare:

essere come tutti, essere per tutti

l’altro – che li renderà sacri e immortali.[9]

 

 

 

 

 

[1] Alessandro Quattrone, La rondine presente, Passigli, Firenze, 2020, p. 116.

[2] Ivi, p. 22.

[3] Ivi, p. 62.

[4] Ivi, p. 35.

[5] Ivi, passim.

[6] Ivi, p. 50.

[7] Ivi, p. 64.

[8] Ivi, p. 115.

[9] Ivi, p. 83.