La distanza dei sentimenti: Spaccapietre dei fratelli De Serio

La distanza dei sentimenti:

Spaccapietre dei Fratelli De Serio

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Da un paio di decenni la Puglia è il set prediletto per una gran quantità di opere cinematografiche: la fondazione Apulia Film Commission ha saputo promuovere eccellentemente il fascino ancestrale di questa regione, i suoi paesaggi bucolici e i centri storici immacolati, che sono diventati il teatro perfetto per storie intense e poetiche, drammi e favole. Tuttavia chi si approccia a Spaccapietre, l'ultima fatica dei fratelli De Serio, cercando questa Puglia scenografica, rimarrà inevitabilmente deluso: i registi piemontesi, saliti alla ribalta nel 2012 con l'intenso Sette opere di misericordia, scelgono infatti di mostrarne il lato periferico e degradato. Niente scorci panoramici, niente inquadrature monumentali, ma solo campi brulli e riarsi che si estendono per chilometri e chilometri, lasciando al massimo intravedere le luci di una città irraggiungibile.

Lo stesso senso di vuoto e squallore si riflette nella storia dei protagonisti Giuseppe e Anto' (Salvatore Esposito e Samuele Carrino), un padre e un figlio che si trovano di colpo ad affrontare la perdita di Angela (Antonella Carone), morta di fatica in un centro di coltivazione illegale. Per rendere il lutto più sopportabile, Giuseppe fa al bambino una promessa impossibile da mantenere: prima o poi riuscirà a far ritornare da lui la mamma perduta. La loro vicenda, tuttavia, prenderà una strada opposta al sogno e alla speranza: disabile a causa di un incidente sul lavoro, l'uomo dovrà infatti affidarsi agli stessi aguzzini di Angela, entrando così in un mondo di sacrifici e umiliazioni, dove trovare calore umano è impossibile... o quasi.

Spaccapietre, presentato con grande riscontro di critica alle Giornate degli Autori della 77° Mostra del Cinema di Venezia, si ispira alla vicenda di Paola Clemente, morta a 49 anni mentre lavorava illegalmente in un'azienda agricola; impossibile, dunque, non vedere in questo film una netta denuncia al caporalato, piaga sociale che tuttora affligge il Meridione. I fratelli De Serio scelgono di portarne in scena gli aspetti più crudi e depersonalizzanti, che si evincono tanto nell'epopea di Giuseppe e Anto' quanto nel modo in cui essa è raccontata. Nulla, nello sviluppo della storia, è concesso al sentimento e all'emozione: le interazioni tra i personaggi sono asettiche e discontinue, quasi esclusivamente gestuali; non è un caso che nelle fila del cast di contorno figurino volti noti del teatro pugliese, come Vito Signorile e Licia Lanera. Non è così per i due protagonisti, i quali regalano al film i pochi momenti di sincera tenerezza: un plauso va sicuramente a Salvatore Esposito, che è riuscito ad allontanarsi dai suoi personaggi-feticcio per interpretare efficacemente un uomo smarrito e incapace di fronte a una serie crescente di drammi.

Spaccapietre

Questo alternarsi tra distanza emotiva e rapporto filiale è con una serie di espedienti tecnici interessanti: a interminabili scene in campo lungo e inquadratura fissa si contrappongono piani sequenza che lasciano fuori i volti e sfocano gli ambienti per concentrarsi su dettagli apparentemente insignificanti. I lati oscuri dell'animo umano che vengono fuori da questa vicenda sono invece illustrati mediante una fotografia che privilegia la luce naturale: in questo la scelta della Puglia come set ha consentito di avvalersi di meravigliosi tramonti oscuri in cui il sole appare come una minima striscia all'orizzonte, quasi a simboleggiare l'impossibilità di raggiungerlo.

Spaccapietre si giostra dunque tra un crudo realismo e una simbologia esasperata, prossima all'allegoria: questo, tuttavia, risulta essere un punto debole. L'annichilimento dei sentimenti comporterebbe inevitabilmente il trovarsi super partes, o quantomeno far passare sottotraccia il proprio punto di vista: i De Serio, come già detto, prendono invece una posizione netta e non si risparmiano una sequela di stoccate nella forma di scene smaccatamente didascaliche. In alcuni frangenti si avrà addirittura l'impressione di assistere a una versione neorealista de La vita è bella, il che, se da un lato giova all'empatia dello spettatore, dall'altro vanifica in parte lo sforzo di fotografare con taglio documentaristico le brutture del caporalato. Questa indecisione risulta fin troppo evidente nel finale che, senza fare spoiler, richiederebbe un coinvolgimento emotivo abnorme, ma finisce per confondere lo spettatore.

Spaccapietre è dunque un bel film confezionato alla perfezione, con un ottimo cast e un'attenzione maniacale alle componenti tecniche; sarebbe tuttavia stato auspicabile studiarne approfonditamente l'identità, scegliendo se girare un film realista oppure una favola nera.

Spaccapietre

Spaccapietre
La locandina del film Spaccapietre, per la regia dei fratelli Gianluca e Massimiliano De Serio, La Sarraz Distribuzione

Il film è in programmazione in quattro sale pugliesi: il Multicinema Galleria a Bari (Corso Italia, 15), il Cinema Sidion a Gravina in Puglia (Via Bari, 33), l'UCI Cinemas a Molfetta (Via dei Portuali, 12) e il CineTeatro Buccomino a Spinazzola (Corso Umberto I).

Per le foto si ringrazia Apulia Film Commission


Apulia Film House: nasce il museo del cinema pugliese

Il 31 luglio 2020 l'Apulia Film Commission ha inaugurato un nuovo braccio operativo: l'Apulia Film House. Questo nuovo polo non sarà solo un museo dedicato alle pellicole girate in Puglia ma, soprattutto, sarà una struttura dedicata alle nuove produzioni.

Apulia Film House
Foto © Fondazione Apulia Film Commission

La Puglia è presto diventata una delle regioni che più ha investito nel mondo del cinema e dell'audiovisivo. L'Apulia Film Commission, fondata nel 2007, nacque con l'obiettivo di incrementare il numero di produzioni cinematografiche e televisive ambientante in Puglia. Da quel lontano 2007, gli ingranaggi produttivi e promozionali non hanno mai smesso di lavorare, tanto che ad oggi abbiamo un totale di ben 500 produzioni audiovisive ambientate e girate in Puglia.

 

Festival e celebrazioni

La nascita del celebre Bifest nel 2009, ha dato il via ad una serie di festival commissionati dall'Apulia Film Commission: Festival del cinema europeo, Festival del cinema del reale, Otranto Film Fund Festival, Registi fuori dagli sche(r)mi, Sa.Fi.Ter, Messapica Film Festival. Il ruolo di un festival è quello di permettere la fruizione continua di film noti e di film d'autore o di autori emergenti.

I vari incontri organizzati, invece, permettono al pubblico di incontrare registi, sceneggiatori e attori, creando continua possibilità di confronto.

Per i cinefili baresi, invece, c'è la possibilità di immergersi nel mondo del cinema ogni giorni grazie a due strutture: la Mediateca Regionale Pugliese con sede in Via Zanardelli, 30; il Cineporto situato all'interno della Fiera del Levante nel padiglione 180. Il Cineporto, oltre sala cinema, è un vero e proprio centro cinematografico con scenografie, sale casting e rassegne cinematografiche con ospiti internazionali.

 

Apulia Film House

L'Apulia Film House è prima di tutto un museo dedicato alla storia del cinema. La parte museale si trova al piano terra e sarà dedicata a visite guidate soprattutto per le scuole. L'allestimento è stato curato dalla Factory Makinarium di Leonardo Cruciano e dispone di alcune imponenti scenografie di uno dei più importanti film di Matteo Garrone: Il racconto dei racconti.

Il pubblico, quindi, potrà osservare dal vivo La grotta della pipistrella Il drago marino. Continuando il percorso ci si imbatte in due sale differenti: una stanza dove sono esposte le locandine donate dalla Mediateca, teche e tavoli espositivi di scenografie provenienti da produzioni internazionali girate in Puglia; una stanza in cui troviamo gli uffici e i laboratori di post produzione. Infine è presente una sala proiezioni con 60 posti disponibili.

La Presidentessa dell'Apulia Film Commission, Simonetta Dellomonaco, ha annunciato che il primo progetto dell'Apulia Film House sarà il nuovo video musicale di Cesare Cremonini. La Dellomonaco ha specificato che questa nuova struttura permetterà di aprire un dialogo più ampio sulle tecnologie e lo sviluppo del cinema, così da potersi confrontare anche con realtà più ampie. L'Apulia Film House diverrà presto un luogo di incontro, dove professionisti del settore e aspiranti cineasti potranno realizzare le proprie ambizioni e accrescere il nome e la fama dell'Apulia Film Commission.

L'Apulia Film House aprirà al pubblico lunedì 14 settembre e sarà possibile visitarla tre giorni a settimana: lunedì, mercoledì, venerdì nel rispetto delle norme anti-COVID. Per la visita è necessario prenotare, inviando una mail con nome, cognome e numero di telefono all'indirizzo [email protected]

Apulia Film House
Foto © Fondazione Apulia Film Commission

Apulia Contemporary Art Prize 2020: oggi l'apertura

Sabato 5 settembre 2020 alle ore 18.30 presso la sede di Bibart Biennale, Chiesa di Santa Teresa dei Maschi, a Bari, si terrà l’apertura dell’Apulia Contemporary Art Prize 2020, mostra concorso organizzata dall’Associazione di Promozione Sociale FEDERICO II EVENTI, VALLISA Cultura, BIBART Biennale in collaborazione con ass. I bisbiglii dell’Anima e con i patrocini di Comune di Bari e Comune di Gioia del Colle.
All’evento saranno presenti l’Assessore alle politiche culturali e turistiche della città di Bari Ines Pierucci e il Prof. Paolo Ponzio coordinatore del piano strategico Cultura della Regione Puglia.

Miguel Gomez direttore del premio spiega le motivazioni dello stesso: in questo tempo incerto, che ne è del grande calderone di mezzi espressivi dell’arte? Domanda provocatoria, in cui non si ha la consapevolezza di poter dare risposte, per la complessità del tema, e un po’ perché le uniche risposte dovranno essere affidate agli stessi artisti, in sintesi, solo l’arte potrà dire cosa sarà dell’arte dopo la pandemia.

Ci troviamo ad osservare un mondo dove il caos comunicativo ha creato la non-estetica, e a un primo sguardo ci stiamo accorgendo che l’arte si è chiusa in un mondo esclusivo e che non include, un mondo indecifrabile dove il linguaggio alieno e incomprensibile è divenuto padrone. Tutto questo prima del covid era tollerato e accettato senza euforia ma con rassegnazione, oggi nel forse dopo covid questi linguaggi ci auguriamo di non accettarli più, siamo convinti che l’arte per continuare a essere tale deve necessariamente cambiare. Apulia contemporary art prize è una mostra concorso che ha per tema, “La bellezza ritrovata”. in questa fase di lenta ripresa dopo la tragedia del virus dobbiamo rivedere il mondo con occhi diversi, l’intento è quello di osservare queste opere con occhi rinnovati, uno sguardo indietro per proiettarci nel futuro.

In esposizione 54 artisti con opere provenienti da Puglia, Basilicata, Sicilia, Lazio, Valle d’Aosta, Lombardia, Abruzzo, Veneto.

Monica Abbondanzia, Lusa (Sergio Abbrescia), Milena Achille, Maria Bitetti, Damiano Bitritto, Francesca Brivio, Roberto Capriuolo, Antonio Caramia, Francesco Cardone, Cesare Cassone, Marco Ciccarese, Pasquale Conserva, Anna Cristino, Pasquale dalle Luche, Emanuela de Franceschi, Arcangela di Fede, Raffaella Fato, Canio Franculli, Germana Galdi, Nancy Gesario, Mara Giuliani, Roberta Guarna, Mina Larocca, Rosa Leone, Gabriele Liso, Antonella Lozito, Andrea Mangia, Cesare Maremonti, Nilde Mastrosimone de Troyli, Alessandro Matassa, Giuseppe Miglionico, Mimmo Milano, Toy Blaise (Biagio Monno), Giancarlo Montefusco, Domenico Morolla, Sante Muro, Pasquale Palese, Francesca Paltera, Alessandra Peloso, Angela Piazza, Gina Pignatelli, Biagio Pisauro, Marialuisa Sabato, Annalisa Schirinzi, Valentina Scrocco, Carmen Toscano, Giuseppe Toscano, Anna Troyli, Vito Valenzano, Dino Ventura, Tommaso Maurizio Vitale, Vittorio Vertone, Valentina Zingaro, Valeria Zito, Barbara Zuccarino.

Apulia Contemporary Art Prize 2020

Il premio prevede l’allestimento di un’importante esposizione itinerante composta da due mostre. La prima presso la Chiesa seicentesca di Santa Teresa dei Maschi di Bari dal 5 al 19 settembre e la seconda a Gioia del Colle dal 26 settembre al 4 ottobre nel chiostro di palazzo San Domenico.

Orari di apertura mostra di Bari dal martedi al sabato ore 10.30/13.00 – 16.00/19.00 Domenica e lunedi chiuso

Testo e foto sull'Apulia Contemporary Art Prize 2020 dall'Ufficio Stampa BIBART Biennale


Iconoclastia Salento

Volti sfregiati ed effigi nascoste: l'iconoclastia nel Salento grecanico

Volti sfregiati ed effigi nascoste:

l'iconoclastia nel Salento grecanico

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

iconoclastia Salento
Icona della Madonna delle Grazie di Soleto. Foto di Mariano Rizzo

A Soleto, piccolo comune nel cuore del Salento, è conservata un'antica icona della Madonna delle Grazie che presenta una particolarità: il volto di Maria appare deturpato dal colpo di un'accetta. A Galatone, distante una manciata di km, si trova una seconda icona della Vergine delle Grazie, il cui occhio destro è nero e gonfio, come dopo aver incassato un pugno. Le immagini riprendono iconograficamente modelli greci, ed entrambe, secondo la leggenda, sono state vittime di uomini che, mettendo in dubbio la loro santità, vi si sono accaniti con violenza in segno di massimo disprezzo; ad accomunarle ulteriormente è il periodo storico in cui sarebbero avvenuti gli sfregi, tra la fine del XVI e l'inizio del XVII secolo.

iconoclastia Salento
Icona della Madonna delle Grazie di Galatone. Foto di Mariano Rizzo

Come spesso accade, dietro queste affascinanti storie si cela un fondo di verità: esse riassumono in effetti un gran numero di processi storici e socioculturali che, in poco meno di un millennio, hanno plasmato l'identità del Salento intero fino a farlo diventare la terra fascinosa e ambigua che oggi conosciamo e amiamo; sorprendentemente questo lungo periodo di trasformazione ha inizio e fine con episodi di violenza sulle immagini sacre.

All'alba del secolo VIII d.C. il Salento era l'ultima roccaforte peninsulare dell'Impero Bizantino, insidiato a nord dall'avanzata Longobarda e, in seguito, dall'espansione saracena; il territorio si presentava dunque suddiviso in un mosaico di centri di potere assoggettati all'uno o all'altro dominio. Ci sarebbe voluto ancora un secolo e mezzo prima che Bisanzio riuscisse a riprendere possesso dell'intero Meridione, riorganizzandolo in un governatorato (Thema di Longobardia).

Tuttavia l'assoggettamento del Salento agli antichi dominatori trascendeva le questioni politiche: nell'area centrale vivevano infatti alcune comunità di lingua e cultura greca. Le cause della sopravvivenza dei costumi ellenici in questa zona sono molteplici e ancora oggi non del tutto chiarite: si trattava probabilmente delle ultime permanenze delle popolazioni magnogreche, rimpolpate dalle ondate migratorie che, in maniera discontinua ma costante, si sarebbero verificate fino al secolo X; la posizione isolata dei centri abitati, relativamente lontani dalle coste e tra loro, li avrebbe resi impermeabili alle culture dei popoli da cui erano circondati.

Tra il primo e il secondo decennio del secolo l'imperatore bizantino Leone III Isaurico emanò una serie di editti volti a reprimere la venerazione delle immagini sacre: questa prassi, denominata iconoclastia (dal greco εἰκών κλάω, “distruggere le icone”) era basata su fondamenti filosofici e religiosi, ma soprattutto rispondeva a un preciso disegno politico che sarebbe stato portato avanti a fasi alterne dai successori di Leone, fino alla seconda metà del secolo successivo.

La lotta iconoclasta ebbe come conseguenza la distruzione di statue e dipinti sacri, talvolta con estrema violenza: le implicazioni di queste pratiche appaiono assai drammatiche se viste alla luce della spiritualità bizantina, secondo la quale l'icona non è solo immagine, ma presenza stessa del divino; molte furono pertanto le reazioni volte a preservarle, nascondendole oppure portandole in zone dove la furia iconoclasta non era arrivata.

Ambienti esterni alla cripta della Madonna del Gonfalone a Tricase (LE). L'edificio, rimaneggiato nel corso dei secoli, sorge su un'antica laura basiliana nella quale era conservata l'icona della Vergine di Costantinopoli. Foto di Mariano Rizzo

Quest'ultimo espediente fu adottato dai monaci di regola basiliana, che fuggirono clandestinamente dalla penisola balcanica per stabilirsi nei territori periferici dell'Impero: qui, ritiratisi in solitudine o in piccoli gruppi all'interno di celle scavate nella roccia (laure) continuarono la loro vita monastica, venerando com'era loro uso le icone sacre, nella speranza di salvarle dalla distruzione.

iconoclastia salentina
Icona conservata presso la cripta della Madonna del Gonfalone a Tricase (LE). Foto di Mariano Rizzo

La presenza dei Basiliani fu accettata con entusiasmo dalle popolazioni autoctone, che anzi entrarono volentieri in contatto con loro e ne assorbirono usi e liturgie; fu però nel Salento centrale che la penetrazione basiliana ebbe i suoi esiti più felici: complici la comunanza linguistica e culturale, venne a crearsi una vera e propria simbiosi che ebbe come conseguenza un sincretismo religioso senza precedenti. Dai monaci i salentini mutuarono il culto per santi di origine orientale quali Sofia, Biagio di Sebaste e Marina d'Antiochia, riprendendone l'iconografia e le modalità di venerazione; fu però la peculiare devozione alla Madonna ad avere maggior successo: non è un caso che in questi territori tra i suoi appellativi più ricorrenti ci sia “Vergine di Costantinopoli”, e che le rappresentazioni più usuali siano l'Odegitria, la Theotókos e la Blachernitissa, tutte di derivazione bizantina.

Affresco del sec. XIII conservato presso il santuario di Santa Marina a Ruggiano, frazione di Salve (LE). L'iconografia rielabora lo stilema della Blachernitissa costantinopolitana. Foto di Mariano Rizzo

I salentini adottarono inoltre la liturgia bizantina e costruirono chiese che riprendevano, nell'architettura e nella disposizione degli spazi, i corrispettivi orientali: ancora oggi esistono edifici a pianta greca nei quali il presbiterio è separato dalla navata mediante una piccola balaustra a uso iconostasi, che spesso mantengono la specifica “dei greci” accanto al nome del santo titolare.

L'iconoclastia terminò nella seconda metà del secolo IX, nello stesso periodo in cui l'Impero riprendeva possesso del Meridione: il dominio bizantino sarebbe perdurato fino al 1071, anno in cui Roberto il Guiscardo conquistò Bari, ponendo di fatto fine alla presenza bizantina in Italia. Di conseguenza la presenza greca nel Meridione si attenuò notevolmente, e le usanze cultuali di stampo orientale furono assorbite da quelle dei nuovi dominatori.

Questo non accadde nel Salento centrale, dove la cultura greca sopravvisse strenuamente: rimase il culto dei santi orientali, rimase il rito bizantino; rimase anche la lingua, che subì un'evoluzione parallela al ceppo originale trasformandosi in griko, dialetto grecanico con vaghi elementi latineggianti. Nasceva, in altre parole, la Grecìa Salentina, isola linguistica ellenofona tuttora esistente, la quale comprende quasi tutti i comuni del Salento centrale, tra i quali Soleto e, almeno fino al secolo XVIII, Galatone.

La situazione di questi territori rimase a lungo immutata, indifferente a tutti i cambiamenti sociopolitici che si avvicendarono nei secoli successivi; un vero e proprio stravolgimento ci sarebbe stato solo in piena Età Moderna.

Nel 1563, dopo quasi vent'anni dal suo inizio, si concluse il Concilio di Trento, indetto dai rappresentanti del mondo cattolico per arginare la diffusione della Riforma protestante; a questo scopo, tra gli altri provvedimenti, era stata elaborata una liturgia unica (rito tridentino) che tutte le chiese cattoliche avrebbero dovuto adottare: ciò comportava l'abbandono, da parte dei salentini grecanici, del rito bizantino.

iconoclastia Salento
Chiesa di Santo Stefano a Soleto. Gli affreschi, realizzati intorno al sec. XIV, recano numerose iscrizioni in lingua greca. In questa chiesa si officiava il rito bizantino. Foto di Mariano Rizzo

Questo cambiamento fu tutt'altro che indolore: dopo quasi nove secoli in cui era stata adoperata la liturgia orientale, i salentini se la videro proibire; le fonti riferiscono di guerriglie, lotte intestine e proteste da parte dei fedeli, i quali spesso e volentieri continuarono a praticare il rito bizantino in segreto. Ci sarebbero voluti molti decenni prima che esso venisse abbandonato del tutto.

In questo contesto di transizione, furono le icone ad avere la peggio: le antiche immagini orientaleggianti, per secoli adorate e venerate, diventarono improvvisamente simbolo delle “vecchie” usanze, invise al mondo del cattolicesimo post-tridentino. Le chiese furono in gran parte rase al suolo e ricostruite secondo i nuovi dettami; gli antichi affreschi furono coperti con intonaco e calce, distrutti oppure occultati con le sovrabbondanti decorazioni barocche che, nella seconda metà del '600, avrebbero dato al Salento un volto del tutto nuovo.

Le Madonne di Galatone e Soleto, coi loro volti deturpati, sono silenziosi testimoni della seconda furia iconoclasta, forse meno conosciuta della prima ma ugualmente distruttiva: è interessante rimarcare come in entrambi i casi lo sfregio sia avvenuto in seguito al rifiuto di vedere nelle icone un oggetto da venerare, esattamente come avveniva nove secoli prima. Queste icone sono dunque il simbolo della continua lotta del nuovo contro il vecchio: è bene però notare che nel Salento più che altrove il passato possiede una straordinaria resilienza, che lo rende in grado di non trascorrere mai del tutto.

BIBLIOGRAFIA

BEBIS G., Introduction to the Liturgical Theology of St Basil the Great, Greek Orthodox Theological Review 42 (3-4), 1997 (EN)

BESANÇON A., The Forbidden Image: An Intellectual History of Iconoclasm, University of Chicago Press, 2009 (EN)

DANIELI F., Danieli, La Madonna della Grazia in Galatone. Storia, arte e pietà popolare, Congedo Editore, 2006

FONSECA C.D. (a c.), Gli insediamenti rupestri medievali nel Basso Salento, Congedo Editore 1979

LAVERMICOCCA N., Puglia Bizantina, Storia e cultura di una regione mediterranea (876-1071), Capone Editore, 2012

MANNI L., La Madonna delle Grazie di Soleto, Santoro 2001

OSTROGOSKY G., Storia dell'Impero bizantino, Einaudi, 1968

RONCHEY S., Lo stato Bizantino, Einaudi, 2002.

VAN COMPERNOLLE T., Topografia e insediamenti nella Messapia interna, Edizioni ETS 2012


Bifest - Una notte con La ragazza con la pistola

Il Bifest (Bari International Film Festival) è riuscito a dare il via alla sua undicesima edizione, nonostante le mille difficoltà nate dall'emergenza Covid-19. Spostato da una cornice primaverile ad una cornice tardo estiva, il Bifest ha espugnato il capoluogo barese per inondarlo di cinema grazie ad un programma ricco di anteprime e incontri.

La prima giornata è iniziata con il saluto e ricordo di due maestri: Ennio Morricone, le cui musiche sono state riprodotte per tutta la giornata; Mario Monicelli, il regista deceduto dieci anni fa a cui è dedicata questa edizione del festival.

La giornata è iniziata alle 11.30 con la presentazione della mostra fotografica dedicata a Monicelli, visibile presso il Teatro Margherita. Le ore successive, invece, sono state governate dalle proiezioni di film quali: Semina il vento (Daniele Caputo); È arrivato il cavaliere (Mario Monicelli); Free country (Christian Alvart); Hammamet (Gianni Amelio). Grande conclusione della giornata è stata la proiezione in Piazza Prefettura del film La ragazza con la pistola di Mario Monicelli.

Bifest la ragazza con la pistola
Foto di Sabrina Monno

Ennio Morricone e Alberto Sordi

Prima dell'inizio della proiezione del film, Felice Laudadio (il direttore del festival) ha presentato una serie di tributi dedicati alle personalità del cinema che ci hanno lasciato. Il primo ricordo è stato dedicato ad Alberto Sordi, nato cento anni fa. Il regista Marco Cucumia ha realizzato un piccolo cortometraggio in onore dell'attore romano dal titolo Il silenzio di Alberto.

Il corto mostra alcune immagine prese dai vari set, in cui vediamo un Alberto Sordi pacato e silenzioso. Dopo queste mute immagini è arrivata la musica di Morricone. Il Bifest ha montato un cortometraggio per rendere omaggio al compositore scomparso. Sul grande schermo sono apparse le immagini della scorsa edizione del Bifest, in cui Ennio Morricone ottenne le chiavi della città di Bari.
La cerimonia iniziale, diretta da Laudadio e dalla regista tedesca Margarethe Von Trotta, ha dato ufficialmente inizio al Bifest.

Bifest la ragazza con la pistola
Locandina del film La "ragazza" con la pistola, per la regia di Mario Monicelli, protagonista delle prime ore di Bifest

La ragazza con la pistola - L'importanza del restauro al Bifest

Il film La ragazza con la pistola (1968) è stato il primo film che ha reso Monica Vitti un'attrice comica. La Vitti, precedentemente musa di Michelangelo Antonioni per la sua trilogia sull'incomunicabilità, viene scelta da Monicelli per un ruolo totalmente differente. La ragazza con la pistola è, infatti, un classico esempio di commedia all'italiana. Bisogna precisare che il concetto di commedia all'italiana negli anni successivi al boom economico, si identifica in un genere specifico che tende a fare dell'umorismo sui classici stereotipi italiani.

Assunta (Monica Vitti) è una giovane ragazza siciliana che viene sedotta da Vincenzo (Carlo Giuffré) per poi essere abbandonata. Essendo nata in una famiglia di sole donne, Assunta non ha un padre che possa vendicarla e restituirle l'onore perduto, così la madre e le sorelle le dicono di farsi giustizia da sola. Vincenzo fugge in Inghilterra per trovare fortuna e Assunta, munita di pistola nella borsetta, gli corre dietro.

Dalla Sicilia retrograda ci troviamo catapultati dell'Inghilterra del beat e della minigonna. Assunta, inizialmente, non comprende questo modo di vivere e si scontra più volte con le persone che la aiuteranno durante questo folle inseguimento. Assunta e Vincenzo si inseguono per tutta l'isola, fino al momento in cui Assunta si rende conto che concetti come "vendetta" e "onore" non fanno più parte di lei e deciderà, infine, di diventare parte della sfavillante Swinging London.

La versione proiettata in Piazza Prefettura è stata restaurata dalla Cineteca Nazionale
Il restauro ha reso possibile il recupero di colori nitidi e di un'audio decisamente migliore. Soprattutto, il restauro continuo di film ci permette di viaggiare nel tempo, permettendo anche alle generazioni future di poter godere di spettacoli del passato.

Bif&st Bari International Film Festival 2020
© Pino Settanni – Luce Cinecittà

XIX il libro possibile

Speciale XIX Edizione del Festival Il libro possibile

Si è conclusa la XIX Edizione del Festival Il libro possibile; è stata un'edizione sicuramente diversa dalle altre. La manifestazione che si svolge da sempre a Polignano a Mare, concentrando gli entusiasti partecipanti in spazi dagli scorci assai suggestivi ma limitati, non poteva rimanere completamente avulsa dal contesto pesantemente influenzato dal COVID-19. Fortunatamente, già dai giorni precedenti l'evento la Puglia ha registrato un numero di casi limitato.

Come sempre, il Festival porta a Polignano grandi nomi del mondo della letteratura, della politica, della scienza, dell'economia, dello spettacolo e della musica.

 

Cinque location rinnovate, misure per garantire la piena sicurezza dell’evento e i più grandi nomi del mondo della letteratura, della politica, dell’attualità, della scienza, dell’impresa, dello spettacolo e della musica pronti ad animare il dibattito culturale a Polignano. La XIX edizione consecutiva del Libro Possibile, primo festival di caratura nazionale a ripartire in presenza, in programma dall’8 all’11 luglio. Presentazioni letterarie, dibattiti e tavole rotonde si sono susseguite fino a tarda notte in: lungomare Cristoforo Colombo, nelle banchine ‘Pirelli Cinturato’ e ‘Puglia 365’ del Porto turistico – Cala Ponte Marina e alla Terrazza dei Tuffi. A queste si aggiunge il Libro Possibile Caffè in piazza Caduti di via Fani per lo spazio dedicato ai più piccoli. Confermata la media partnership con Sky Tg24 con dirette ogni sera dal palco principale e interviste agli ospiti. La manifestazione è finanziata dalla Regione Puglia; main sponsor Pirelli; con il patrocinio del Comune di Polignano.

Il tema della XIX edizione

Viaggiatori dello spazio e del tempo è il tema scelto per l’edizione 2020 del festival. Ad aprire la kermesse sul lungomare Cristoforo Colombo non poteva che essere l’astronauta dell’Agenzia Spaziale Europea Luca Parmitano, con un contributo video da Houston. Sul palco il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, e il direttore del distretto tecnologico aerospaziale, Giuseppe Acierno, per un dibattito sul tema delle esplorazioni in orbita moderato da Francesco Giordano. Rimaniamo con gli occhi puntati verso l’alto con l’astrofisica Patrizia Caraveo, che presenterà in anteprima Il cielo è di tutti (Edizioni Dedalo) in Banchina Puglia 365. Nel libro l’autrice affronta il problema dell'inquinamento da luci a terra e da costellazioni di satelliti. Presenta Elisabetta Bissaldi, ricercatrice del Politecnico di Bari e dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare di Bari

Di Viaggiatori di oggi: il ruolo della politica parlerà il ministro per gli Affari regionali e Autonomie Francesco Boccia. Interviene l’assessore regionale all’Industria turistica Loredana Capone, modera il direttore di Tgnorba24, Enzo Magistà. Le battaglie quotidiane per difendere e valorizzare il patrimonio architettonico italiano sono al centro del libro di Massimo Bray Alla voce cultura (Manni Editore). Il direttore dell'Istituto dell'Enciclopedia Treccani ripercorrerà la sua esperienza da ministro nel Governo Letta insieme al giornalista di Repubblica, Giuliano Foschini, per svelare “il filo rosso che lega le miriadi di singoli e associazioni attive nella promozione culturale”. Focus su attualità e informazione con il direttore de Ilfattoquotidiano.it Peter Gomez, nell’appuntamento intitolato Dovere di cronaca. Ne discuterà con lui sulla Banchina Pirelli Cinturato il docente di Diritto Costituzionale dell’Università del Salento, Michele Troisi.

Narrativa, saggistica e musica in programma

La narrativa rimane la protagonista della XIX edizione del festival. Javier Cercas in collegamento dalla Spagna presenterà in anteprima il suo ultimo romanzo Terra Alta (Guanda), vincitore del Premio Planeta 2019. Una storia avvincente, in uscita il 2 luglio, che parte da un macabro antefatto: il ritrovamento dei corpi torturati dei proprietari della compagnia Gráficas Adell. Con lui sul palco lo scrittore e sceneggiatore Diego De Silva.

Preferisce non chiamarla libro, ma ‘quaderno’ la sua ultima opera, Chiara Gamberale. In Come il mare in un bicchiere (Feltrinelli) racconta le persone “con un desiderio così forte di assoluto, che si sentono nel corpo come l'immensità del mare dentro a un bicchiere”. Interviene Alessandro Monti, presenta la direttrice di IlikePuglia, Annamaria Ferretti. Atmosfere da crime story per I quattro Cantoni (Sonzogno), la nuova indagine del commissario Lolita Lobosco, personaggio nato dalla penna di Gabriella Genisi. Una poliziotta tutta pugliese che si prepara al grande salto nel mondo delle serie tv: l’autrice ne svelerà i dettagli in Banchina ‘Pirelli Cinturato’ insieme allo scrittore Nicky Persico. Alle parole sapeva dare una forma unica e pregna di significato anche Alda Merini, protagonista di un intimo ritratto scritto da Annarita Briganti. La firma culturale di Repubblica presenterà la biografia L’eroina del caos (Cairo Editore) in Banchina Puglia 365 con Antonella Maggi. Dopo ‘Tu sì che mi capisci’, lo youtuber Yuri Sterrore – in arte Gordon – torna a esplora i rapporti tra uomini e donne nel loro aspetto più complicato, affascinante e divertente: la sessualità. Sul palco della Banchina Pirelli Cinturato porterà il suo ultimo libro Lezioni d’amore (Rizzoli), già nelle classifiche dei best seller. Modera la capocronista della Gazzetta del Mezzogiorno Carmela Formicola.

Al lungomare Cristoforo Colombo l’incontro tra parole e musica. Il cantautore Niccolò Fabi racconterà il suo ultimo disco Tradizione e Tradimento, eseguendo anche qualche brano. “Un lavoro sulla ricerca di un equilibrio all’interno di un cambiamento tra la memoria e la prospettiva – racconta – La scelta difficile tra cosa conservare e cosa lasciare andare, come evolversi e trasformarsi rispettando la propria identità”. Presenta Giorgia Messa. Ha scelto invece un brano speciale, dedicato nel 2015 alla figlia, Edoardo Bennato per il titolo del suo libro: Girogirotondo (Baldini Castoldi). Lo presenterà al pubblico nell’evento di chiusura della prima giornata del festival. Presenta Mauro Pulpito.

Spazio anche allo sport con due grandi campioni. Marco Tardelli, protagonista della vittoria degli Azzurri nel Mondiale di Spagna ’82, parlerà di calcio e ricordi personali, durante l’incontro Il contropiede dell’Italia. Introduce il governatore Michele Emiliano. Dai campi in erba si passa alle piscine olimpiche con il nuotatore Filippo Magnini, che si racconterà al pubblico della Banchina Pirelli Cinturato a partire dall’autobiografia La resistenza dell’acqua – La mia storia (Sperling & Kupfer Editore). Quattro volte campione del mondo con 55 medaglie conquistate, il suo è un percorso di vita fatto di vittore, ma anche tante difficoltà. Presenta Rocco De Franchi.

Letteratura e scienza si incrociano sui palchi del festival. Lamberto Maffei tesse un Elogio della parola (Il Mulino) nell’omonimo saggio, vincitore del premio Asimov. L’assunto che vuole dimostrare l’ex presidente dell’Accademia dei Lincei è che noi umani ci differenziamo per un linguaggio particolare; appunto quello della comunicazione verbale. Presenta Francesco Vissani, dirigente di ricerca presso i Laboratori Nazionali del Gran Sasso dell’Istituto nazionale di Fisica nucleare. Il giornalista scientifico Pietro Greco racconta invece dei fallimenti in Errore (Doppiavoce Editore), dove, citando Karl Popper, ricorda che “tutti facciamo seri tentativi per evitarli; e dovremmo essere scontenti di averli commessi”.

I numeri possono poi diventare uno strumento per leggere la realtà. Come scopre il giovane protagonista del romanzo Pathemata Mathemata (Pendragron) di Antonio Cucciniello: un genio dell'informatica che trova nella programmazione dei computer il suo altrove, un luogo dove rifugiarsi dal mondo esterno. Presenta il professore universitario Francesco Paolo de Ceglia. La docente dell’Università di Bari Sandra Lucente porterà invece il pubblico della Terrazza dei Tuffi alla scoperta degli Itinerari matematici della Basilicata (Giazira scritture). Dalla Lucania torniamo infine in Puglia con Giuseppe Maiellaro per scoprire un gioiello storico risalente all’età Peuceta: il Grand Mausolée di Polignano.

Al festival anche l’incontro Biblioteca di comunità: work in progress. Si discuterà dell’avviso pubblico, lanciato dalla Regione Puglia, sulle Community library, nato per valorizzare, rendere fruibili e restaurare beni culturali da utilizzare come biblioteche nei Comuni, nelle Province e Città Metropolitane, nelle Università e in altri enti. Intervengono l’assessore regionale Loredana Capone, il sindaco di Polignano Domenico Vitto, il direttore del Dipartimento regionale Cultura Aldo Patruno, la direttrice della Soprintendenza archivistica e bibliografica della Puglia, Annalisa Rossi e la direttrice artistica del festival, Rosella Santoro.

Tra gli altri autori che si sono alternati sui palchi del festival ci sono anche Marco Lozito, Alessandro Florio, Marco Tarantino, Giovanni Za, Marco Montrone, Giancarlo Di Paolo e Natale Petti.

 

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I riti della ‘Ndrangheta che si intrecciano con la religione nelle pagine di Nicola Gratteri, i collegamenti video degli scrittori statunitensi Lawrence Wright e David Quammen, il viaggio declinato nella visione dei giovani dal ministro Giuseppe Provenzano. E ancora: Fabio Volo, la cronaca americana di Marfé e Rampini, il romanzo vincitore del premio Dea Planeta di Federica de Paolis e una storia dedicata ai più piccoli nell’ultimo libro di Giobbe Covatta e Paola Catella.

Il programma della seconda giornata

L’attualità è il fil rouge che unisce gli incontri in programma dalla prima serata. Impossibile non pensare all’epidemia che ha trasformato la nostra quotidianità, nel leggere le pagine di Pandemia (Piemme) di Lawrence Wright. In collegamento dagli Usa, il vincitore del Premio Pulitzer ha svelato i dettagli di un libro da molti definito profetico: il protagonista Henry Parsons si troverà infatti ad affrontare una strana influenza, che da un campo profughi a Giacarta si diffonderà in tutto il mondo. Con Wright anche lo scienziato David Quammen in diretta video a Polignano per la presentazione di L’albero intricato (Adelphi). Nel saggio svela che la realtà dell’origine umana è molto più complessa di quella immaginata da Charles Darwin: “i geni non si tramandano solo ‘in verticale’ (di generazione in generazione), ma anche ‘in orizzontale’ (varcando i confini di specie)”. Modera il direttore di Sky Tg24, Giuseppe De Bellis.

Rimaniamo in terra americana con la presentazione di Yes, we Trump (Paesi Edizioni) della firma del Mattino e di Vanity Fair Luca Marfé, che risponde alla domanda che tutto il mondo si pone (Chi riuscirà a fermare il presidente degli Stati Uniti?), analizzando i cambiamenti politici, economici e sociali degli Usa dopo l'epopea trumpiana e la corsa alle presidenziali 2020. Modera la giornalista Valentina Petrucci. A firmare la prefazione del saggio di Marfé è l’inviato di Repubblica Federico Rampini, che sarà collegato in video dall’America per presentare Oriente e Occidente (Einaudi), lucido ritratto dell’incontro-scontro tra due realtà geografiche. Presenta l’incontro il giornalista Manlio Triggiani.

XIX il libro possibile

Sul palco del lungomare Cristoforo Colombo il vincitore del Premio Strega 2020. Sandro Veronesi ha presentato Il colibrì (La nave di Teseo), dove narra la vita di Marco Carrera, tra continue sospensioni ma anche di coincidenze fatali, di perdite atroci e amori assoluti. La sua abilità? Non precipita mai fino in fondo: il suo è un movimento incessante per rimanere fermo, saldo, esattamente come l’animale che dà il titolo al romanzo. Insieme a Stefano Petrocchi, direttore della Fondazione Bellonci che organizza il premio letterario, Veronesi ha ricevuto un omaggio dallo sponsor tecnico del Libro Possibile, Grafiche Deste. Sul palco anche la giornalista del Sole 24 Ore Eliana Di Caro e il comico Dario Vergassola, come da tradizione pronto fare da ‘disturbatore’ con le sue incursioni.

XIX il libro possibile

Ritorniamo in Italia con una cronaca che unisce sacro e profano nel nome del profitto. Nicola Gratteri, procuratore capo presso la Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria racconta in La rete degli invisibili (Mondadori) le storie della 'Ndrangheta 2.0, sempre più collusiva e sempre meno violenta, e i suoi rapporti con i centri di potere economico, politico e finanziario, con la massoneria deviata, con il narcotraffico, con il ‘deep web’ e con i social network. Presenta il giornalista di Repubblica, Giuliano Foschini.

XIX il libro possibile

Guarda alle nuove generazioni, invece, il ministro per il Sud e la Coesione territoriale Giuseppe Provenzano, protagonista in Banchina Pirelli Cinturato del dibattito I giovani: viaggio di andata e ritorno, con gli interventi del docente universitario di Diritto costituzionale dell’Università del Salento Michele Troisi. Incursioni di Dario Vergassola. Diritto all’oblio e diritto di cronaca, come si conciliano nel mondo dell’informazione? Ne discuterà il caporedattore centrale della Gazzetta del Mezzogiorno, Michele Partipilo, durante l’anteprima nazionale del suo ultimo libro Oblio della notizia (CDG edizioni). Sul palco anche il volto del Tg1 Rai Francesco Giorgino.

Focus sull’ambiente con Francesca Santolini, che in Profughi del clima (Rubbettino) disvela la nuova migrazione forzata dai cambiamenti naturali; un fenomeno che rischia di trasformarsi nella più grave crisi dei rifugiati dalla Seconda guerra mondiale. Con lei anche il comico Giobbe Covatta, il politico Marco Cappato e la giornalista Gabriella Guido, moderati dall’attivista Sonny Olumati. Il tema viene affrontato attraverso musica e parole dal geologo Mario Tozzi e dal cantante Lorenzo Baglioni nello spettacolo: Io al clima non ci credo. Le note sono anche al centro della storia del cantante Pago. Le difficoltà per reperire elementi primari per il sostentamento in Africa sono al centro di Qualcosa si è rotto. Amref, l'Africa, l'Acqua, la Terra, il Clima, dall’omonimo cortometraggio dedicato all’acqua, dove si narrano storie di donne narrate dalla voce straordinaria di Fiorella Mannoia. Sul palco, Gabriella Guido, Giobbe Covatta e Marco Cappato. Modera Sonny Olumati.

In Banchina Pirelli Cinturato si è raccontato nella biografia Vagabondo per amore (Sperling & Kupfer). Nasce per celebrare un compleanno speciale il libro di Laura Rizzo: in Il cielo in una stanza (Gm Press) regala aneddoti, analisi e ricordi di una canzone immortale, che quest’anno spegne 60 candeline dall’interpretazione di Mina che l’ha portata alla ribalta nazionale. Presenta l’attrice e regista teatrale Licia Lanera.

Nomi importanti della letteratura si susseguono nelle piazze del festival. In programma la presentazione di Le Imperfette (DeA Planeta) di Federica De Paolis, insignito del Premio DeA Planeta 2020. Nel romanzo l’autrice racconta dell’epifania di Anna, costretta all’improvviso ad aprire gli occhi sugli aspetti della sua vita che credeva colonne impossibili da abbattere. Diego De Silva in I valori che contano (Einaudi) porta il pubblico a confrontarsi con le tragicomiche avventure dell’avvocato Malinconico, tra ragazze in mutande in fuga da una retata al bordello e una malattia che all’improvviso sconvolge la sua vita così apparentemente tranquilla. Introduce la caposervizio Cultura della Gazzetta del Mezzogiorno, Enrica Simonetti. Fabio Volo in Una gran voglia di vivere (Mondadori) sviscera il lato difficile dell’amore: la crisi. Un sentimento che per i protagonisti del racconto si svela in un momento preciso: “Svegliarsi una mattina e non sapere più se ami ancora la donna che hai vicino, la donna con cui hai costruito una famiglia, una vita”. La presentazione, introdotta da Marco Garavaglia, vedrà anche le incursioni di Dario Vergassola, pronto a ‘solleticare’ lo scrittore con le sue domande caustiche. Sussidiario (Castelvecchi) del cantante e attore David Riondino è un libro che fa della varietà la sua forza: all’interno troviamo “poesiole, filastrocche, poemetti, racconti, raccontini, saggi filosofici e cronache sociali in versi, canzonette e altre amenità”. Sul palco sarà accompagnato da Dario Vergassola.

Importanti contributi anche dalla saggistica. Racconta le vite di chi non si è mai arreso, il professore emerito della Loyola University di Chicago Emilio Iodice in Quando il coraggio era l’esempio della leadership (Vite da seguire). Insieme al direttore di Tgnorba24, Enzo Magistà, traccerà i profili di personaggi da prendere a modello, da Theodore Roosevelt a Salvo D’Acquisto. Coraggioso è anche chi ogni giorno sfida le barriere, architettoniche e mentali, come racconta Marco Ferrazzoli in Il superdisabile (Lu.Ce Editore). L’incontro è impreziosito dagli interventi del nuotatore e paraciclista Luca Mazzone, vincitore di due ori e un argento ai Giochi paralimpici di Rio de Janeiro 2016. Maurizio Gentilini ricorderà invece la figura di Chiara Lubich (Città Nuova), fondatrice dei ‘Focolarini’, movimento laico nato nella Chiesa cattolica al fine di contribuire all'unità della famiglia. Sul palco anche il medico Università Cattolica del Sacro Cuore- Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS di Roma Antonia Testa e il regista Marco Aleotti. Lo storico Franco Cardini regala un potente affresco dell’evento che ha cambiato per sempre la concezione di ‘guerra religiosa’ in Il grande racconto delle Crociate (Il Mulino). Il computer è donna (Edizioni Dedalo) di Carla Petrocelli offre un ritratto in parole delle eroine geniali e visionarie che hanno fatto la storia dell'informatica. Per i 150 anni della istituzione della Ragioneria generale dello Stato, il sindaco di Oria Maria Carone, il procuratore regionale della Corte dei Conti di Puglia Carmela de Gennaro e il direttore della Ragioneria territoriale dello Stato di Bari/BAT Giuseppe Mongelli hanno approfondito i meccanismi di un’istituzione fondamentale per la salvaguardia della finanza pubblica italiana. Ci spostiamo nel regno fantasy della Terra di Mezzo con Tolkien e il vangelo di Gollum (Cacucci Editore), scritto da Ivano Sassanelli. Un incontro imperdibile per chi è cresciuto – o ha riscoperto in età adulta - i libri dell’indimenticato creatore della Saga dell’anello. Indagano il rapporto tra neuroscienze e religione, Vito Antonio Amodio e Pasquale Pellegrini in Scienze e spiritualità (Castelvecchi). Alla scoperta dei segreti della mente con Alessio Rocco Ranieri, autore di Psicologia al tuo servizio (Grimaudo).

Sono dedicati ai più piccoli, invece, gli incontri in programma al Libro Possibile Caffè. Gli appuntamenti sono stati aperti da Chiara Dell'Acqua e Antonietta Buttiglione con Narrami o musa (Progedit): un percorso di lettura alternativo di Iliade, Odissea ed Eneide, i tre celebri poemi dell’antichità classica. Parole e immagini per narrare il valore della diversità e sulla necessità di superare pregiudizi e stereotipi, nella presentazione dell’albo illustrato Celestino (Edizioni Gruppo Abele), a cura di Giobbe Covatta e Paola Catella.

Partito il 9 luglio lo spazio Il libro nel cassetto, al Museo Pino Pascali. Dalle 17 alle 19 Marco Garavaglia ha incontrato gli scrittori esordienti per farsi raccontare in 10 minuti la loro idea per un manoscritto inedito. “Un tempo sufficiente – assicura l’agente e consulente editoriale che ha curato la collana ‘Corti di Carta’ per il Corriere della Sera - per verificare se valga la pena leggere la tua proposta e tentare la strada della pubblicazione”.

Tra gli altri autori che si sono alternati sui palchi del festival ci sono anche Lilli Maria Trizio, Rita Cavallaro, Emilio Orlando, Gabriele Zanini, Giovanna De Crescenzo, Chiara Cannito e Antonio Romano.

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Il racconto dell’Italia negli interventi di Marco Tronchetti Provera e Walter Veltroni, le esperienze economiche di successo ‘nate per caso’ illustrate da Oscar Farinetti, il ritratto di Alda Merini tra parole e musica di Erica Mou e Cosimo Damiano Damato, tavole rotonde su agroalimentare e turismo. Un calendario di appuntamenti votato alla varietà, quello del 10 luglio, terza serata del festival Il Libro Possibile, in programma a Polignano a Mare fino all’11 luglio.

Passato, presente e futuro dell’Italia

Com’è cambiato il nostro Paese negli ultimi decenni? Hanno risposto a questa domanda Marco Tronchetti Provera, amministratore delegato e vicepresidente esecutivo del gruppo Pirelli, e lo scrittore Walter Veltroni, già sindaco di Roma, nel dibattito Da Italia-Germania 4-3 al lockdown, storia di 50 anni d'Italia. Ospite dell’incontro, presentato dal direttore di Sky Tg24 Giuseppe De Bellis, anche il protagonista di un altro indimenticato Mondiale: Marco Tardelli.

Le scelte per costruire la nuova trama delle relazioni economiche e sociali in Italia sono al centro della presentazione di Oltre la fragilità (Egea), il nuovo saggio del direttore della Fondazione Pirelli Antonio Calabrò. Sul palco anche l’economista Carlo Cottarelli, già commissario alla spesa pubblica e direttore esecutivo al Fondo monetario internazionale, che ha anticipato i temi del prossimo libro. A moderare il dibattito, ‘disturbato’ dalle incursioni di Dario Vergassola, il caporedattore del Tgr Rai Puglia Giancarlo Fiume.

Antonio Padellaro, editorialista del Fatto Quotidiano, in La strage e il miracolo (Paper First), ha raccontato un capitolo poco conosciuto della stagione delle bombe del 92/94: il fallito attentato mafioso allo stadio Olimpico durante la partita della Roma del 23 gennaio 1994. Una ricostruzione storica supportata dalle parole del procuratore generale della Corte d'Appello di Palermo Roberto Scarpinato. Ha moderato il direttore editoriale della casa editrice Paper First, Marco Lillo. C’è chi combatte la criminalità organizzata solo con la verità e la penna: la giornalista di Repubblica Federica Angeli ha portato a Polignano la storia della sua vita, stravolta dopo aver svelato i traffici dei clan a Ostia. E la racconterà attraverso gli occhi del figlio maggiore, narratore di Il Gioco di Lollo (Baldini & Castoldi), nell’appuntamento moderato dal caporedattore di Repubblica Roma, Stefano Costantini. Il patron di Eataly, Oscar Farinetti, ha presentato sul palco del lungomare Cristoforo Colombo 50 storie di altrettante eccellenze alimentari diventate di successo ‘per caso’, protagoniste del suo ultimo libro Serendipity (Slow Food Editore). L’incontro, moderato dal direttore di Tgnorba24, Enzo Magistà, vedrà anche gli interventi del cantante Edoardo Bennato e le comiche incursioni di Dario Vergassola. L’imprenditrice Gabriella Nobile, fondatrice dell’associazione Mamme per la pelle, ha parlato de I miei figli spiegati a un razzista (Feltrinelli): nel libro descrive l’Italia attraversata dall’intolleranza, dalla discriminazione e dalla brutalità fisica e verbale. Insieme all’attivista Sonny Olumati, mostrerà al pubblico una minaccia che non si è mai spenta, perché “esistono modi diversi di essere razzista”. Ha moderato la giornalista Francesca Biagiotti. Don Mattia Ferrari e Nello Scavo hanno ripercorso in Pescatori di uomini (Garzanti) l'esperienza a bordo della nave Mediterranea, attraverso gli occhi dei volontari impegnati a salvare i migranti in fuga da fame e guerra. Ha presentato la capocronista della Gazzetta del Mezzogiorno Carmela Formicola. Milano raccontata nelle sue mille sfaccettature dagli autori di Reboot (Bookabook), chiamati a raccolta dalla firma culturale di Repubblica Annarita Briganti. Insieme a Giorgia Messa, una delle scrittrici coinvolte nel progetto, ha presentato l’antologia benefica nata per sostenere il comune lombardo duramente colpito dal Coronavirus.

XIX il libro possibile

Le altre presentazioni in programma

Non mancano poi approfondimenti di respiro internazionale. Ci spostiamo nelle ampie foreste pluviali del Sudamerica con Querida Amazonia amata Italia (Palumbi), il nuovo libro di monsignor Filippo Santoro, presentato in anteprima al festival. Una terra che l’arcivescovo di Taranto conosce bene, avendovi svolto per anni attività episcopale, e che ora si ritrova devastata dalla potenza distruttiva degli incendi. Intervengono il geologo Mario Tozzi e il segretario regionale della Cgil Puglia, Pino Gesmundo. Focus su L’unione europea dopo il Coronavirus nel dibattito con il consigliere scientifico dell’Istituto Affari Internazionali Franco Passacantando, il presidente della Banca Popolare di Puglia e Basilicata Leonardo Patroni Griffi e Aurelio Valente, già direttore della Banca d’Italia. Intervenuto in collegamento web il presidente di Tim, Salvatore Rossi. Egidio Ivetic in Storia dell’Adriatico (Il Mulino) parla di “un mare chiuso, un mare di passaggio, una frontiera tra Oriente e Occidente; un mare che ad un tempo unisce e divide”. Sono partiti dalla Puglia per poi analizzare la situazione economica sociale italiana ed europea dopo la crisi del Covid-19, Luciano Sechi e Luigi Triggiani in Decollare controvento (Edizioni Dal Sud).

XIX il libro possibile

L’economia è al centro delle due tavole rotonde in Banchina Puglia 365. Il territorio e le filiere agroalimentari: un legame da raccontare ha visto protagoniste le suggestioni del presidente di Eataly Oscar Farinetti, del presidente di Selezione Casillo Srl Beniamino Casillo, del presidente di Delizia Spa Giovanni D’Ambruoso e del presidente del Gruppo Megamark Francesco Pomarico. Dal turismo archeologico al turismo spaziale: quali prospettive è il titolo dell’incontro di approfondimento che muove le fila dal saggio Archeologia Viva di Giuliano Volpe, presidente emerito del Consiglio superiore ‘Beni culturali e paesaggistici’ del MiBACT. Intervenuti Giuseppe Acierno, presidente del Distretto tecnologico aerospaziale, e di Loredana Capone, assessore regionale all’Industria turistica e culturale. Si parla del Programma regionale per lo sport in Puglia nell’omonimo incontro in Banchina Puglia 365: sul palco il direttore generale dell’Asset Puglia, Elio Sannicandro, il viceministro dell'Economia e delle Finanze Antonio Misiani e il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano.

Spazio alla narrativa nel cartellone del Libro Possibile. Spazio ai nuovi talenti con il Premio Fondazione Megamark, concorso letterario riservato agli esordienti: gli attori Antonio Stornaiolo ed Emilio Solfrizzi hanno dialogato con le autrici Lavinia Petti, Carmela Scotti ed Emanuela Canepa. Una storia di vite che s'incontrano, stringono patti di alleanza, si perdono, si cercano ancora nel romanzo Le amiche imperfette di Maria Pia Romano. Durante la presentazione in Terrazza dei tuffi interviene Francesca Palumbo.

La cantautrice pugliese Erica Mou e il regista Cosimo Damiano Damato hanno delineato un ritratto di Alda Merini in musica e parole con il recital Fate l’amore…, a pochi giorni dall’uscita del libro di Damato dedicato alla poetessa. Si confessano tra le pagine di L’amore non è un numero (Mondadori), i ballerini Andreas Müller e Veronica Peparini, ripercorrendo i momenti salienti del loro rapporto nato ‘a passo di danza’ durante il talent Amici. Presenta Giorgia Messa.

Il corpo umano fa dal fil rouge a diverse presentazioni in programma. Metodo scientifico, non terapie alternative: il virologo Giovanni Maga, direttore dell’Istituto di genetica molecolare ‘Luigi Luca Cavalli Sforza’, svela come combattere i tumori in Quando la cellula perde il controllo (Zanichelli). “Omeopatia, cristalloterapia, diete miracolose a base di cartilagine di squalo o bicarbonato sono trappole mortali” ha ricordato l’esperto nell’incontro introdotto dal professore ordinario dell’Università degli studi di Bari Graziano Pesole. Descrive i Fatti di quotidiana follia (Giunti) la psichiatra Liliana Dell’Osso nel suo ultimo saggio: “Non uno strappo nell’ordine della natura – spiega l’autrice - ma emerge in continuità con le vicende della vita; tuona a lungo nella mente prima del temporale”. Unendo le sue competenze di chirurgo ortopedico a una lunga esperienza nel mondo del fitness, Giovanni Angiolini ha spiegato in Banchina Puglia 365 quali sono i quattro cardini su cui si fonda la nostra salute. La presentazione de Il mio metodo wellness (Mondadori) è introdotta dalla giornalista di Tgnorba24 Daniela Mazzacane. La musicista e ricercatrice Chiara Liuzzi ha raccontato i segreti di uno dei più potenti strumenti comunicativi in Sono la mia voce (Progedit editore).

Al Libro Possibile Caffè spazio ai i più piccoli con Domenica Romanelli e le avventure de La famiglia White (Wip edizioni). Il libro fa parte di un progetto di educazione alimentare, che sfrutta il linguaggio delle favole per spiegare ai bambini il buono (e cattivo) mangiare, con l’ausilio di uno speciale ricettario.

Il Museo Pino Pascali ha ospitato dalle 17 alle 19 lo spazio Il libro nel cassetto: Marco Garavaglia, agente e consulente editoriale che ha curato la collana ‘Corti di Carta’ per il Corriere della Sera, incontrando gli scrittori esordienti per farsi raccontare in 10 minuti la loro idea per un manoscritto inedito.

Tra gli altri autori che si sono alternati sui palchi del festival ci sono anche Raffaella Rizzi, Giuseppe Scaglione, Vincenzo Alba, Stefano Di Lauro e Dominique Venner.

 

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Si è conclusa l’11 luglio, la XIX edizione del festival Il Libro Possibile; e lo ha fatto regalando al pubblico di Polignano a mare l’anteprima mondiale, in diretta dagli Usa, dell’ultimo romanzo di David Leavitt. Ciliegina sulla torta di un programma che include anche nomi del calibro di Luciano Canfora, Moni Ovadia, Walter Veltroni, Luca Bianchini e Luca Telese.

Anteprime speciali per l’ultima giornata

Le restrizioni dovute al coronavirus hanno imposto allo scrittore David Leavitt di presentare in collegamento video il suo ultimo libro: Il decoro (Sem). Le vicende della protagonista Eva si intrecciano tra le pagine con l’attualità americana: tema portante è la paura degli americani di fronte a un nuovo clima politico seguito all’elezione del presidente Donald Trump. Un’analisi approfondita di una nazione in pieno fermento (anche rivoluzionario), di cui si discuterà con Myrta Merlino, conduttrice e giornalista di La7, e con l’attore Gianmarco Saurino.

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Anteprima assoluta anche per l’ultimo saggio del filologo Luciano Canfora: in Europa gigante incatenato (Edizioni Dedalo) mette in luce per quali ragioni economiche, politiche, strategiche e culturali, l’Europa – attualmente in piena crisi – può salvarsi. Ne ha parlato con il giornalista Luca Telese sul palco del lungomare Cristoforo Colombo.

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La pandemia ‘invade’ gli incontri del festival

XIX il libro possibileIl focus sull’attualità non può prescindere dall’analisi dei cambiamenti legati alla pandemia. Tema al centro dell’incontro Prima e dopo la cura, condotto dal direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio. Quella che abbiamo passato è Una stranissima primavera: ne è certo Beppe Severgnini, firma del Corriere della Sera, che ha raccontato come la quarantena e la quotidianità alterata dal virus ci hanno trasformati. Il quesito a cui rispondere è: in meglio o in peggio? Entrambi gli incontri sono introdotti dalla direttrice artistica del festival Rosella Santoro.

XIX il libro possibile

Tra le pagine di Il dopo, la direttrice del Centro di Eccellenza One Health dell'Università della Florida Ilaria Capua ha spiegato come il virus ci ha costretti a cambiare mappa mentale. Insegnandoci anche che “dobbiamo modificare il nostro atteggiamento nei confronti della natura e della biodiversità, ponendoci come guardiani anziché invasori”. Con lei sul palco del lungomare Cristoforo Colombo, il direttore del Messaggero Virman Cusenza. Racconta con le immagini le battaglie quotidiane in ospedale per debellare il Covid, il libro fotografico Io resto in corsia (Adda Editore). A presentarlo sono stati coloro che hanno raccontato la loro esperienza in questo periodo straordinario: il presidente della Scuola di Medicina di Bari Loreto Gesualdo, il direttore generale del Policlinico di Bari Giovanni Migliore, il direttore dell’Istituto di Medicina Legale dell’Università degli Studi di Bari Franco Introna, la dottoressa Lucilla Crudele e il fotografo Christian Mantuano. Ha introdotto la giornalista Francesca Russi. Paolo Giacovelli e Chiara Pepe hanno portato in Terrazza dei Tuffi i 21 racconti contro il Coronavirus della raccolta L’unico vaccino è l’amore (Giacovelli Editore). L’incontro, presentato da Antonella Girolamo, ha visto gli interventi di Pippo L'Abbate.

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Le altre presentazioni in programma

Walter Veltroni, già sindaco di Roma, in Odiare l’odio (Rizzoli) ha sviscerato la malattia sociale del nostro tempo, che “stravolge coscienze e rapporti umani, si impadronisce delle nostre parole, è il grande incubatore della violenza” come spiega nel suo ultimo saggio. La presentazione in Banchina Pirelli Cinturato è introdotta dal docente di Diritto costituzionale dell’Università del Salento, Nicola Grasso.

XIX il libro possibile

Se vuoi dirmi qualcosa, taci (La nave di Teseo) fa dialogare sull’ebraismo due voci apparentemente lontane anni luce: quelle del drammaturgo Moni Ovadia e del comico Dario Vergassola. Due mondi che nell’appuntamento di apertura del lungomare Cristoforo Colombo si incontrano per parlare di attualità e antisemitismo, di intolleranza, razzismo, Olocausto, del bisogno di confini e del loro superamento. Intervenuto il filosofo Stefano Bonaga. Tra racconto mozzafiato e serrata inchiesta, Cuori rossoblù (Solferino) del giornalista Luca Telese ha trattato un’epopea calcistica: quella del Cagliari di Gigi Riva e dello ‘scudetto impossibile’ conquistato nel 1970. Un emozionante ricordo sportivo, tracciato insieme a Giuseppe Cruciani, conduttore del programma ‘La zanzara’ su Radio24. Rivela Una nuova economia ecologica, la senatrice Patty L’abbate: di vantaggi e nuove sfide del settore green se ne è parlatocon il giurista Stefano Leoni, già presidente di Wwf Italia, nell’incontro moderato dal giornalista Leonardo Metalli. Focus su Vaccini e minori tra disinformazione e falsi miti nell’incontro con il consigliere regionale Fabiano Amati e il primario di Neonatologia del Policlinico di Bari Nicola Laforgia. A portare il suo expertise sul tema, anche il direttore del Dipartimento regionale Salute, Vito Montanaro. Sono “storie di gente della nostra terra, persone comuni che scrivono pagine emozionanti nella loro vita al fianco della malattia” quelle narrate dal medico anestesista e rianimatore Pierfrancesco Di Masi in La sofferenza perfetta (Cacucci editore). Insieme a don Gaetano Amore, parroco della Chiesa matrice di Polignano, si sono ricordate le battaglie di chi fino all’ultimo ha affrontato con coraggio malattie oncologiche e patologie neurodegenerative come la Sla e la Sma.

La grande narrativa protagonista sui palchi del festival. È un metaforico ‘ritorno a casa’ per Luca Bianchini, che tra le scogliere a picco e il mare cristallino pugliese ambienta Baci da Polignano (Mondadori). Tra panzerotti e lacrime, viaggi a Mykonos e tuffi all'alba, i suoi protagonisti continuano a sbagliare senza imparare mai niente. La firma del Fatto Quotidiano Marco Lillo e la scrittrice Sara Loffredi hanno portato il pubblico della Banchina Pirelli Cinturato in un viaggio nei luoghi simbolo della lotta alla mafia a Palermo. La storia del romanzo La casa di Paolo (Paper First) è pensata per i ragazzi, gli stessi che all’inizio della narrazione propongono ai compagni di classe un progetto su Paolo Borsellino. Intervenuto in collegamento web il fratello del magistrato simbolo della lotta ai clan, Salvatore Borsellino. Dopo ‘Gli autunnali’, Luca Ricci ci consegna il secondo tassello della quadrilogia delle stagioni con Gli estivi (La nave di Teseo): un romanzo visionario ed esatto allo stesso tempo, capace d’indagare l’ossessione d’amore in tutte le sue forme. Ha introdotto il responsabile di Strategy and Investor Relation di Exprivia, Gianni Sebastiano. Onofrio Pagone, vice caporedattore centrale della Gazzetta del Mezzogiorno, ha portato a Polignano la raccolta di racconti Le radici al tempo dei social (Edizioni Il Castello). L’incontro di presentazione dell’antologia, contenente gli scritti dei vincitori della prima edizione del Premio letterario nazionale Melina Doti, ha visto gli interventi delle giornaliste Carmen Lasorella e Anna Langone. Lo stalking è il tema portante del libro di Nicky Persico Ragazze contro (Les Flaneurs), presentato in Terrazza dei Tuffi. Spazio, nella stessa location, anche ai giovanissimi autori degli 11 racconti contenuti in Il testo e i suoni (Ombre), prodotto dell’omonimo laboratorio curato dall’associazione culturale Ombre.

Raccontano e si raccontano nei libri gli ospiti in cartellone. È il ritratto di un ragazzo simbolo di una generazione, quello tracciato da Paolo Borrometi in Il sogno di Antonio (Solferino): il giornalista ha ricordato Antonio Megalizzi, appassionato di Europa e giornalismo, insieme a Luana Moresco, compagna del 29enne morto in seguito all’attentato a Strasburgo del 2018. Ha presenttoa l’incontro il giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno Massimiliano Scagliarini. La dj e conduttrice Ema Stokholma ha rivissuto il suo passato in Per il mio bene (HarperCollins); l’epoca in cui il suo nome era ancora Morwenn Moguerou. E insegna che dal dolore si può uscire, che si può sbagliare e cambiare, che il lieto fine è possibile. La presentazione in Banchina Puglia 365 è introdotta dalla giornalista Elisa Forte. Georgette Polizzi, stilista, personaggio televisivo e influencer con 600mila follower su Instagram, tra le pagine di I lividi non hanno colore (Mondadori) rivela la sua vita, dal rapporto complicato con la madre – morta drammaticamente quando era ancora molto giovane – alla malattia che sta affrontando con grande coraggio e determinazione, passando per le prime esperienze nel mondo della moda e nei reality. Ha presentato l’autore televisivo Gabriele Parpiglia. Si svela “Senza filtri Instagram né linee guida da rispettare” Giulia Salemi in Agli uomini ho sempre preferito il cioccolato (Mondadori). Un racconto che tocca i chiaroscuri della notorietà, i sogni, gli amori intensi e le scelte controcorrente della modella di origini iraniane. Ha introdotto l’incontro Giorgia Messa. L’avvocato Pierluigi De Palma ha parlato insieme all’attore Rocco Papaleo di Bari calling (Laterza), un’autobiografia rock ispirata dall’unica città al mondo che può vantare una squadra di calcio declinata al maschile e al femminile.

Si sono indagati territori con le parole negli incontri in Terrazza dei Tuffi. Jean Paul Stanisci in Viaggi Bianchi (Aga Editrice) tramanda racconti ed aneddoti dei suoi viaggi nei luoghi della memoria di Hiroshima, Auschwitz, Killing Fields e Chernobyl. Alla scoperta della Puglia con Mario Pennelli e Nick Difino, che hanno svelato i dettagli del progetto Route 16 da Lesina a leuca in 14 giorni e 14 tappe.

Otello cane d’Aprile (Manni Editore) di Paolo Comentale ha chiuso gli appuntamenti dedicati ai più piccoli al Libro Possibile Caffè in piazza Caduti di via Fani. Una storia delicata e poetica che racconta di un cane fedele e coraggioso, di un fazzoletto rosso e di un dono prezioso per due fratelli fuggiti in montagna nel tentativo di evitare la guerra. Ha introdotto il musicista Andrea Gargiulo.

Il Museo Pino Pascali ha ospitato dalle 17 alle 19 lo spazio Il libro nel cassetto: Marco Garavaglia, agente e consulente editoriale che ha curato la collana ‘Corti di Carta’ per il Corriere della Sera, incontrando gli scrittori esordienti per farsi raccontare in 10 minuti la loro idea per un manoscritto inedito.

Tra gli altri ospiti che si sono alternati sui palchi del festival ci sono anche Angela Sara Ciafardoni, Francesco Maria Bovenzi, Mara Battista e Marina Saponari.

XIX il libro possibile

Sito ufficiale: https://www.libropossibile.com

Testi, video e foto di anteprima dall'Ufficio Stampa nazionale e regionale Il libro possibile.


Maramonte

La vicenda di Tommaso Maramonte, chierico e bandito, nel Salento medievale

La vicenda di Tommaso Maramonte, chierico e bandito, nel Salento medievale

Maramonte
Interno della cattedrale di Otranto, che ai tempi dei Maramonte doveva apparire ben diversa. Foto di Lupiae, CC BY-SA 3.0

È il 20 febbraio 1305. Disposti su doppie file di seggioloni di legno a ridosso delle pareti della sala grande della residenza vescovile di Otranto si assiepavano una ventina di canonici con i loro abiti corali ricamati a balze di seta colorata. Assiso nel mezzo su un piccolo trono marmoreo, l’arcivescovo Giacomo Maramonte sedeva vestito di abiti sfarzosi, una tunica violacea ricamata con fili dorati e azzurri e il saturno ricamato con oro e seta rossa, le chiroteche violacee e dorate alle mani, il pallio bianco che spiccava sul petto e sulle spalle. La sala non era molto grande e buona parte delle pareti restavano al buio, nonostante la luce pallida del sole invernale salentino. Le pareti erano affrescate con teorie di santi secondo lo schematico stile bizantino. L’aria era tesa mentre l’avvocato della curia e della chiesa otrantina sciorinava le formule di rito. Tutti attendevano con paziente silenzio che si giungesse alla determinazione della sentenza.

Finalmente furono pronunciate le fatidiche parole: scomunicato. La soddisfazione iniziò a circolare sul volto di alcuni; qualcuno tra i presenti borbottò nel suo greco salentino parole di soddisfazione. Nulla, invece, dal lato del condannato, il cui seggio era e rimase vacante per tutto il tempo. L’avvocato della curia continuò impassibile la lettura del dispositivo di sentenza e comunicò l’adozione del divieto per il condannato di godere di ogni carica e di ogni beneficio ecclesiastico. Un altro sottile mormorio di soddisfazione accolse quelle parole.

Particolare del mosaico della Cattedrale di Otranto, con l'immagine di un uomo legato all'inferno e Satana. Foto di Palickap, CC BY-SA 4.0

Ancora qualche minuto e tutto si concluse. A quel punto, Giacomo diede l’ordine al notaio di apporre il proprio sigillo verde sulla pergamena dove era stata vergata la sentenza. Era a suo modo soddisfatto, anche se un certo disagio sembrava adombrare la sua risolutezza. Quel processo gli sembrava l’unica soluzione per uscire dal caos nel quale il condannato, Tommaso Maramonte, aveva fatto precipitare la chiesa otrantina e mezzo Salento1.

Così si consumava la giustizia della Chiesa contro un uomo, Tommaso, qui dicitur archidiaconus Brundusinus (cioè che si definisce arcidiacono di Brindisi) e si metteva fine a una vicenda che ha a tratti dell’incredibile per la pervicacia della violenza che la caratterizzò. La chiesa otrantina scomunicava quest’uomo e ne deplorava il comportamento con una gelida diminutio dallo stato clericale resa con una relativa dubitativa (si dice che sia arcidiacono, ma non è sicuro!) che in qualche modo fa vacillare ogni certezza sullo scomunicato. Chi è questo Tommaso? E soprattutto, cosa aveva commesso per ricevere tale dura condanna dal plenum della chiesa otrantina?

La minuziosità e il puntiglio solito delle carte processuali medievali ci aiuta a ricostruire le vicende andando indietro di oltre dieci anni, periodo nel quale tale Tommaso ebbe modo di forgiare la sua carriera criminale. Sappiamo dagli atti che questi apparteneva alla famiglia dell’arcivescovo e che godeva di un canonicato nel capitolo della cattedrale di Otranto. È piuttosto probabile che questi era stato nominato e consacrato proprio da Giacomo, a sua volta asceso al soglio arcivescovile di Otranto nel 1284 per iniziativa del potentissimo delegato papale Gerardo Bianchi2.

La fine della via Appia, segnalata da una colonna, in corrispondenza del Porto di Brindisi. Foto di Jeronimus72, CC BY-SA 3.0

Nonostante il favore del potente parente, Tommaso non dimostrò la giusta propensione per la vita religiosa, anzi. La sua carriera criminale iniziò molto presto, poiché veniamo a sapere che mise insieme una banda di facinorosi suoi pari coi quali molestava le donne in pubblico, picchiava gli stranieri e si dedicava ad attività contrarie al suo status religioso. L’apice di quel primo periodo di malefatte fu il brutale omicidio del portolano di Otranto, Hugo Gallicus, picchiato e seviziato a tal punto da spirare dopo pochi giorni. Il fatto fece scalpore, perché a morire era stato un ufficiale regio, per di più ultramontano (cioè proveniente dai domini francesi della famiglia reale del tempo, gli Angiò).

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Carlo II d'Angiò, detto lo zoppo, sovrano ai tempi dei Maramonte. Immagine in pubblico dominio

Se fino a quel momento tutti avevano finto di non vedere, dinanzi a quel fatto la curia otrantina fu costretta a muoversi, con molto cautela (cautius) come si precisa nel documento. Nel settembre 1291 l’istruttoria giunse a compimento e fu emanata una prima sentenza di scomunica, valida per sette anni; contemporaneamente Tommaso fu spogliato di qualsiasi beneficio, tra cui il titolo di canonico e la relativa rendita di una masseria, Castrignano. La condanna divenne immediatamente operativa, per cui Tommaso si ritrovò improvvisamente senza appoggi e senza rendita.

Per rifarsi, decise di lasciare Otranto e riparò a Brindisi, dove gli effetti della scomunica non l'avrebbero raggiunto. Qui riuscì ad attirarsi il favore dell’arcivescovo locale, Adenolfo, grazie al quale divenne canonico della sua cattedrale. Non sappiamo come riuscì nell’impresa, eppure Tommaso si considerava ormai al sicuro.

La notizia giunse a Otranto, dove Giacomo credeva di essersi liberato di quell’imbarazzante parente e, invece, fu costretto a riprendere in mano la questione. Era intollerabile che un omicida scomunicato potesse condurre una vita agiata e continuare a godere della protezione ecclesiastica. L’arcivescovo scrisse missive al suo omologo, ma invano. Adenolfo non ne voleva sapere di rimuovere il chierico scomunicato. Fu una decisione scellerata: Tommaso, infatti, sfruttò quell’insperata protezione per riorganizzare la propria banda di malviventi e organizzò una spedizione punitiva contro Castrignano; depredò tutti i beni mobili e portò via gli animali. In seguito, s’impossessò dei beni dell’arcidiacono di Oria, città soggetta all’arcivescovo di Brindisi, il quale aveva lasciato alcuni suoi beni ai canonici otrantini.

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La Cattedrale di Brindisi oggi. Foto di Mentnafunangann, CC BY-SA 4.0

Il salto di qualità giunse con l’arrivo alla cattedra di Brindisi del capuano Andrea Pandone. Questi nominò Tommaso arcidiacono della cattedrale, mettendolo di fatto alla guida del capitolo e destinandogli una ricca rendita. Così facendo Andrea rafforzava la propria posizione nel contesto locale, in quanto Tommaso gli garantiva la sua mano armata per controllare la diocesi.

Quest’accresciuta forza, però, infiammò di nuovo le mire violente dell’arcidiacono. Al centro di tutto c’era la vendetta contro quei canonici della cattedrale di Otranto che avevano sostenuto la sua scomunica e il suo esilio. I suoi uomini assalirono prima il ricco monastero greco di S. Nicola di Casole, a pochi chilometri dalla città. Fu un gesto del tutto gratuito, ma utile a creare un senso di insicurezza a Otranto e nel resto della regione.

La sua tattica serviva a colpire i suoi avversari a Otranto, ma anche a lanciare un messaggio chiaro ai suoi nemici di Brindisi, dove nel frattempo si era aperto un vuoto di potere dopo il trasferimento dell’arcivescovo Pandone a Capua. Lì, infatti, era intento a modificare radicalmente gli equilibri di potere all'interno del capitolo a tutto svantaggio delle famiglie locali, come l'episodio del 1298 aveva chiaramente dimostrato. In quell'occasione, Tommaso aveva tentato di liberarsi degli obblighi pecuniari verso i propri confratelli canonici e, ovviamente, le loro famiglie3. Nonostante queste tensioni a Brindisi, l'arcidiacono riuscì a organizzare due spedizioni punitive contro la cattedrale di Otranto. Nel giorno di Pasqua del 1304 entrò nel palazzo arcivescovile assieme ai suoi sgherri e portò via i beni asportabili; nell’inverno successivo assalì la cattedrale, dove penetrò armato e ferì con frecce di balestra due canonici.

Era troppo.

Dopo la prima sentenza di scomunica del 1291, estintasi ormai da qualche anno, il tribunale diocesano rinnovò la decadenza a divinis e la scomunica. Giacomo e il capitolo sottoscrissero e bollarono il documento. Questa volta la scomunica doveva fermare Tommaso e privarlo di qualsiasi supporto economico, cogliendo l’occasione del suo isolamento a Brindisi. L’arcidiacono, infatti, era stato denunciato dalle famiglie brindisine e aveva prodotto una prima reazione della corona angioina, stanca di tollerare le scorrerie e le violenze di quest’uomo4.

La curia, però, aveva bisogno di un appiglio giuridico per poter intervenire, dato che le costituzioni del regno di Sicilia vietavano agli ufficiali del re di perseguire gli ecclesiastici, a meno che un’autorità religiosa non ne censurasse il comportamento. Fu così che si giunse alla scomunica, la quale metteva in dubbio l’appartenenza di Tommaso allo stato clericale sin dall’inizio del suo dispositivo, ne ricostruiva minuziosamente i crimini e si chiudeva con le massime censure ecclesiastiche possibili.

Così facendo si veniva a costruire quella solida impalcatura  di accuse necessaria per giustificare il perseguimento dell’autorità laica contro Tommaso. Soltanto a questo punto, dunque, il potentissimo arcidiacono di Brindisi fu costretto a fare ammenda delle proprie colpe. Fu necessaria la sinergia tra i vertici della Chiesa otrantina, l’élite brindisina e la curia regia per riuscire a fermare la forza di un solo uomo, in grado di mobilitare una comitiva di uomini d’armi tanto potente da mettere a ferro e fuoco mezzo Salento, penetrare nella cattedrale d’Otranto, devastare i patrimoni di diverse famiglie e chiese.

Il finale di questa vicenda, però, ha dell’incredibile: dopo aver minacciato e ferito i canonici di Otranto, quegli stessi uomini cinque anni dopo lo scelsero come nuovo arcivescovo, successore del parente Giacomo5.

Anche la Basilica di Santa Maria Maggiore a Santa Maria Capua Vetere è oggi molto diversa che ai tempi dei Maramonte: a partire dal sedicesimo secolo fu completamente rinnovata. Foto di Miguel Hermoso Cuesta, CC BY-SA 3.0

Non conosciamo le procedure che portarono alla sua ascesa e, quindi, quali ragioni o quali manovre consentirono questa soluzione. Siamo più fortunati per quanto riguarda le reazioni a quell’elezione: pochi mesi dopo, infatti, il notaio estensore del documento di scomunica, il canonico Pietro, fuggì da Otranto portando con sé la copia autentica della sentenza e ne fece produrre una copia a Santa Maria Capua Vetere6. Fu probabilmente il gesto di un uomo che non voleva lasciar cadere nell’oblio le vicende e le gravi colpe di quell’uomo, il quale nel frattempo era diventato arcivescovo e aveva ordinato la distruzione di tutte le carte riguardanti i suoi processi di scomunica.

La vicenda di Tommaso dimostra la grande forza e la grande debolezza della Chiesa medievale: da una parte, la capacità di mobilitare uomini e mezzi per una missione; dall’altra, l’incapacità di risolvere da sé i problemi di controllo della disciplina dei propri membri. Sopra ogni cosa, a dominare le scelte e le azioni furono le capacità di intessere relazioni dei singoli attori, ciascuno artefice del proprio successo o del proprio fallimento. Questo spiega come mai Tommaso riuscì a resistere alle scomuniche incrociate dei molti suoi nemici così a lungo e, alla fine, a diventare pastore di quella chiesa che tanto aveva fustigato.

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Satana nel mosaico della Cattedrale di Otranto. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

1 Archivio Apostolico Vaticano, Instr. Misc. 382. Le vicende riportate di seguito fanno riferimento a questo documento, seppure in forma regestata e tradotta.

2 Domenico Vendola, Documenti tratti dai registri vaticani, I: Da Innocenzo III a Nicola IV, Trani 1940, pp. 319-320.

3 A. De Leo, Codice diplomatico brindisino, vol. I: 492-1299, a cura di G.M. Monti, Brindisi 1940, pp. 210-211

4 A. De Leo, Codice diplomatico brindisino. II: 1304-1397, a cura di M. Pastore Doria, Trani 1964, pp. 6-8.

5 Domenico Vendola, Documenti tratti dai registri vaticani, II: Da Bonifacio VIII a Clemente V, Trani 1963, pp. 122-124.

6 Il documento Instr. Misc. 382 è, infatti, non l’originale della scomunica, ma la copia fatta produrre dal canonico e notaio Pietro Iohannis.


Sul canale YouTube MiBACT la ricostruzione 3D della Tomba di Medusa di Arpi

#LACULTURANON SIFERMA: SUL CANALE YOUTUBE DEL MiBACT LA RICOSTRUZIONE IN 3D DELLA TOMBA DI MEDUSA AD ARPI

 

Il video è un contributo del Segretariato regionale Puglia per far conoscere il patrimonio culturale italiano “da casa”

Il Segretariato regionale del MiBACT per la Puglia prosegue il racconto sul patrimonio culturale della regione sul canale YouTube del Mibact per la campagna #Laculturanonsiferma: nuova tappa sui cantieri in corso per il recupero e la valorizzazione è la Tomba di Medusa (https://www.youtube.com/watch?v=OsAPNCmL0Js), ad Arpi, in provincia di Foggia, dove si trovano i resti di uno degli insediamenti più vasti della Daunia preromana.

La Tomba è protetta da una cupola di vetro; è un esempio di architettura funeraria destinata all’alta aristocrazia locale che utilizza lo stile greco – macedone: il video abbina agli ambienti reali quelli con la ricostruzione in 3D, per mostrare la versione originale dell’ingresso  - un prospetto con quattro colonne sormontate da un timpano con una testa di Medusa -, e delle tre camere funerarie con letti in muratura per i defunti e pareti dai colori vivaci.

L’intervento di recupero, messa in sicurezza e restauro, finanziato con 1.650.000 euro, vede il coinvolgimento di un altro istituto ministeriale, la Soprintendenza ABAP per le province di Barletta-Andria-Trani e Foggia; I lavori sono in corso di ultimazione e sono finalizzati all’intera valorizzazione dell’area archeologica che si trova in prossimità dell’autostrada A14.

Il video “La Tomba di Medusa” del Segretariato regionale Puglia è uno dei numerosi  contributi che gli istituti del Mibact hanno inviato per la campagna “La cultura non si ferma”, intesa a sviluppare l’offerta del patrimonio culturale fruibile da casa. Un vero e proprio impegno corale per dare la possibilità al pubblico di conoscere e apprezzare l’immenso patrimonio culturale e paesaggistico italiano, mostrando il lavoro delle professionalità che si occupano di conservazione, tutela, valorizzazione, didattica. Tutte le iniziative sono raccolte nel data base complessivo La cultura non si ferma, suddiviso in sei aree tematiche - educazione, archivi e biblioteche, musei, musica, teatro e cinema – e pubblicato su https://www.beniculturali.it/laculturanonsiferma

Testo dall'Ufficio Stampa MiBACT

 


Zeus di Ugento messapico

Dèi tra due mari: le tracce scritte del Salento messapico

SCRIPTA MANENT IV
Dèi tra due mari:
le tracce scritte del Salento messapico

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Pochi ricordano che nel 1961 a Ugento, sulla costa ionica salentina, fu fatta una scoperta sensazionale, affine per molti versi a quella che sarebbe avvenuta a Riace poco più di dieci anni dopo: duranti i lavori di ammodernamento di un'abitazione privata, fu rinvenuta una statua bronzea, mutila in più parti, che raffigurava una divinità maschile barbuta. Essa aveva giaciuto per lunghi secoli in una buca scavata in fretta e furia a mani nude, sigillata con quello che poi si scoprì essere il piedistallo della statua stessa; pareva quasi esser stata volutamente occultata in tempi molto antichi.

Ulteriori ricerche portarono alla scoperta di molti dei pezzi mancanti, che permisero di ridare alla statua un aspetto quasi identico a quello che doveva avere in origine: il dio ritratto aveva una gamba protesa in avanti, come per avanzare, il braccio sinistro disteso e quello destro ripiegato dietro la testa, quasi fosse sul punto di scagliare un oggetto. Quell'oggetto doveva essere una folgore: le tracce di zampe artigliate sulla mano destra fanno pensare che in origine vi fosse appollaiata un'aquila, e che dunque quel dio fosse Zeus.

Per lo Zeus di Ugento fu ipotizzata una datazione al secolo VI a.C.: in quel periodo la cittadina in cui è stato ritrovato era un fiorente centro portuale il cui nome magnogreco era Ozan; la statua, creata forse per essere esposta in un luogo pubblico, è l'unico esempio pervenutoci di scultura a cera persa in area salentina. Nelle fattezze e nei linguaggi figurativi adoperati si riflettono gli echi del periodo più antico della storia di questa terra protesa tra lo Ionio e l'Adriatico, così legata a entrambi da venire denominata dagli storiografi d'età classica Messapia, la terra dei due mari.

Per la cronaca, le sventure dello Zeus di Ugento non si esaurirono col suo recupero: confluito nella collezione del Museo Archeologico di Taranto, esso è rimasto nascosto per decenni nei suoi depositi in attesa di una consona collocazione, approntata nel 2016 dopo una lunga sequela di rinvii: solo da pochi anni questo meraviglioso reperto è stato reso fruibile al pubblico.

La terra dei due mari

Anche per chi lo conosce bene, il Salento è tuttora una terra schiva, sfuggente, che tiene ben celato il proprio passato pur rifiutandosi di lasciarlo trascorrere come sarebbe opportuno; per questo è così difficile tracciare una puntuale storia dei Messapi, la popolazione che lo abitò in epoca preromana.

Erodoto suggeriva che la loro origine sfiorasse il mito: nelle sue Storie egli narra che i coloni stanziati nell'attuale Puglia provenissero da Creta al seguito del leggendario Minosse; gli studi più recenti e accreditati datano invece il fiorire delle civiltà appule al secolo X a.C., quando si verificò un flusso migratorio di notevole entità dall'intera penisola balcanica.

I coloni si fusero con le popolazioni indigene che abitavano questo territorio già in età paleolitica, dando vita a una popolazione ibrida che manteneva tanto il retaggio balcanico quanto quello autoctono: da un lato il linguaggio e le strutture sociali di chiaro stampo greco-illirico, dall'altro la persistenza degli antichi culti preistorici legati alla terra e alla fertilità.

Nel giro di pochi secoli questa civiltà crebbe e si sviluppò fino a formare, intorno al VI secolo a.C., un consorzio di sedici potenti città-stato che fu in grado di dare filo da torcere a Taranto, la più grande città magnogreca: gli scontri tra le due compagini furono tantissimi e comportarono un'annosa successione di distruzioni e saccheggi; è probabile che lo stesso Zeus di Ugento sia stato nascosto per scongiurare gli effetti nefasti di una di queste lotte. Alla fine, come spesso accade nella storia, a vincere tra i due contendenti è il terzo: intorno alla metà del secolo III a.C. i romani conquistarono l'intero territorio pugliese, sottomettendo tanto i tarantini quanto i messapi; gli uni e gli altri furono condannati a un persistente oblio terminato solo nel secondo dopoguerra, quando si riaccese l'interesse accademico per la Puglia preromana.

Cosa resta dei messapi, al giorno d'oggi? Una manciata di siti archeologici di grande valore, moltissimi reperti e soprattutto tante teorie che attendono di essere vidimate; possiamo farci un'idea di quanto fossero organizzati osservando la Mappa di Soleto, un altro prezioso reperto stipato nei depositi del MArTA e negletto quasi al pari dello Zeus di Ugento, dato che dal 2003 a oggi attende ancora di essere esposto. In questo minuscolo ostrakon di vaso smaltato si riconosce il profilo della penisola salentina disegnato a sgraffio, con tanto dei nomi che alcuni tra i principali centri abitati dovevano avere all'epoca.

Ma l'eredità messapica è maggiormente visibile nei lineamenti della gente salentina, nella parlata grecanica, nella loro resilienza e nella loro dignità, nonché nel loro modo tutto particolare di vivere la spiritualità: sebbene gli antichi culti siano stati via via assorbiti dalla religione romana prima e cristiana poi, permane tuttora un rapporto col sacro intimo e totale, fatto di gestualità accentuate e rituali antichissimi. Il tarantismo, l'espressione oggi più nota di questa religiosità, per quanto sia legata al cristianesimo riecheggia in maniera formidabile il rapporto dei salentini con la propria terra e con la fertilità, come doveva essere ai tempi dei messapi e forse anche prima del loro arrivo.

Il patrimonio scritto della Grotta Porcinara

Grotta Porcinara Salento messapicoNon è facile riassumere in poche righe millenni di storia; esiste però un luogo dove quanto abbiamo scritto nel paragrafo precedente diventa tangibile e soprattutto leggibile. Esso si trova a Santa Maria di Leuca, frazione del comune di Castrignano del Capo e vertice estremo della Puglia: è qui che geograficamente si trova il confine tra Ionio e Adriatico, che si congiungono sul promontorio roccioso denominato Punta Ristola.

Proprio qui, in una zona desolata a picco sul mare, poco distante dal lungomare turistico eppure straordinariamente silenziosa, si apre la Grotta Porcinara. Essa viene impropriamente definita “grotta di terra”, in contrapposizione alle molte “grotte di mare” che si aprono lungo la costiera; in effetti si tratta di una cavità scavata artificialmente intorno al secolo IX a.C. per fini cultuali.

Grotta Porcinara Salento messapico

Sembra che in origine la Porcinara disponesse di un'ara votiva per la venerazione del dio Batàs (o Batìs), la cui origine è probabilmente autoctona, addirittura precedente all'arrivo dei messapi: nel suo nome si legge infatti l'onomatopea dello schianto del tuono, di cui questa divinità era signore.

In seguito alla fusione con le popolazioni greche essa fu sincretizzata con Zeus, il cui nome in territorio salentino fu corrotto in Zis: il nome della precedente divinità divenne un'accezione, pertanto il nuovo titolare del santuario della Porcinara diventò Zis Batàs, ossia “Zeus tonante”. È molto probabile che questi sia il dio raffigurato nella statua ugentina.

Grotta Porcinara Salento messapico

Il culto di Zis Batàs, come abbiamo visto, intorno al secolo VI a.C. era pienamente canonizzato; a questo periodo risale il vero tesoro della Grotta Porcinara: sulle pareti tufacee del piccolo vano sono infatti incise centinaia di iscrizioni votive attraverso le quali i marinai imploravano il dio di assicurare loro bel tempo per il proprio viaggio. La grandezza dei messapi fu infatti dovuta in gran parte al rapporto col mare: anche Leuca, come Ozan/Ugento e molte altre città messapiche, godeva di un porto da cui partivano giornalmente numerose imbarcazioni; sebbene al momento non ne siano state ritrovate tracce, non è sbagliato supporre che esso si trovasse in prossimità di Punta Ristola, orientata verso est.

Le iscrizioni più antiche, molto consumate dagli agenti atmosferici, sono vergate in una lingua molto simile al greco classico con minime corruzioni di stampo locale, così come l'alfabeto adoperato; sorprende inoltre l'accuratezza dello specchio grafico e la forma dei caratteri, quasi per nulla deformata dalla verticalità del supporto: è lecito supporre che queste iscrizioni non avessero carattere estemporaneo come i graffiti di cui abbiamo avuto già modo di parlare in un altro aritcolo, ma che la loro realizzazione fosse demandata a vere e proprie figure professionali preposte, simili ai lapicidi d'età romana. È probabile dunque che gli ex-voto venissero trascritti dietro compenso o oblazione, per sublimare (o integrare) un sacrificio.

Un altro dato sorprendete viene dall'analisi delle iscrizioni della Porcinara: il suo utilizzo non si fermò col tramonto dell'era messapica, ma semplicemente si adattò al culto delle divinità romane, le quali a loro volta avevano mutuato caratteristiche e accezioni provenienti dal pantheon greco; così a Zis/Zeus si sovrappose Giove, che curiosamente mantenne l'accezione Batàs latinizzata in Batius o Vatius.

Sono databili ai secoli II-I a.C. le iscrizioni latine della Porcinara, le quali assumono una forma meno precisa rispetto alle precedenti; rimane lo specchio grafico ben studiato ma non la forma corretta delle lettere: in molte iscrizioni la L viene ancora sostituita col lambda greco, così come la A priva del tratto orizzontale come alpha.

Grotta Porcinara Salento messapico

È difficile stabilire con certezza per quanto tempo si continuò a utilizzare la Grotta Porcinara come santuario: probabilmente essa cadde in disuso alle soglie dell'epoca cristiana, quando il baricentro dei traffici marittimi si spostò a Brindisi e Taranto, più vicine a Roma; nel frattempo, con l'arrivo del cristianesimo, i luoghi di culto si spostarono nei centri delle città: del resto la leggenda vuole che san Pietro sia giunto in Italia approdando proprio a Leuca. Tuttavia alcune tracce molto labili sembrano suggerire un'ennesima, forse effimera trasformazione della Grotta Porcinara.

Grotta Porcinara Salento messapico

In età repubblicana e imperiale, le iscrizioni latine si aprivano spesso con la sigla I O M, che abbreviava la formula Iovis Optimus Maximus; intorno al secolo III d.C. questa formula fu mutuata per le iscrizioni di carattere cristiano sostituendo la prima lettera con una D per Deus o Dominus. La stessa cosa sembra avvenire in un'iscrizione della Porcinara, non visibile perché giacente sotto un'abitazione privata, nella quale alla I vengono aggiunti due tratti obliqui per trasformarla in una D. Viene registrata inoltre la presenza di un triangolo, simbolo della Trinità in epoca paleocristiana; inoltre talvolta la scritta Κύριε Ζις risulta erasa in modo che non si legga il nome della divinità ma solo Κύριε, “Signore”.

Grotta Porcinara Salento messapico

Queste affascinanti incertezze non stupiscono, se viste nel contesto di una generale arretratezza negli studi sul Salento preromano, aggravata tra l'altro dal disinteresse per le vestigia messapiche: come lo Zeus di Ugento e la Mappa di Soleto anche la Grotta Porcinara non gode di una valorizzazione adeguata, nonostante la ricchezza delle informazioni che se ne possono ricavare. C'è da augurarsi che il ritrovato prestigio del Salento come meta turistica riaccenda l'attrattiva per questi tesori seminascosti, dando loro l'attenzione che meritano da parte di tutti.

BIBLIOGRAFIA

CALORO A., CAZZATO M. (a c.), Guida di Leuca (l'estremo Salento tra storia arte e natura), Galatina 1996

CORVAGLIA F., Ugento e il suo territorio, Lecce 1987.

DEGRASSI N., Lo Zeus Stilita di Ugento, Lecce 1981.

DE MARTINO E., La terra del rimorso. Contributo a una storia religiosa del Sud, Milano 2015

ERODOTO, Storie, Milano 2013

MELUCCI M., La città antica di Taranto, Taranto 1989.

PIZZURRO A., Ozan. Ugento dalla preistoria all'età moderna, Lecce 2002

MArTA - Museo Archeologico Nazionale di Taranto, sito ufficiale.

 

 

Tutte le fotografie sono di Mariano Rizzo.


Storie di Tenebre, storie di Puglia di Mariano Rizzo

 

Che un marchigiano si cimenti a leggere e a recensire una silloge di racconti “localistici” di un'altra regione, ovvero Storie di Tenebre nella storia di Puglia di Mariano Rizzo, è a dir poco bizzarro. Pur conoscendo il substrato storico e culturale di quelle meravigliose terre sono comunque estraneo a certe geografie, a dialettismi e a certi scorci paesaggistici e artistici. Detto in parole povere, avevo il timore di rimanere impantanato in una ragnatela di storie a me aliene; invece il dottor Mariano Rizzo è stato capace di accogliermi immediatamente nella storia e nei luoghi della sua terra natìa.

Già dalle prime pagine mi sono sentito coccolato da una prosa classica e sobria, attenta alla costruzione di figure retoriche liriche ma non iperboliche, una scrittura - come mi piace definirla - a dir poco educata. Ma il vero pregio fu quello di ricordarmi altri autori o aneddoti del mio personale bagaglio di letture. Queste storie pugliesi hanno quindi prodotto su di me il personalissimo effetto di trasportarmi innanzitutto in un mare dorato delle granaglie marchigiane, tra le colline maceratesi dove i contadini tramandano ancor oggi una storia.

Hanno le mani callose e i visi cotti dal sole di fine agosto, sudano copiosamente ma sanno che è ora di lavorare la terra fino al calar del sole. E quando il disco dorato affoga nell'abbraccio dell'Adriatico, i braccianti si stendono su un letto di sterpaglie, per godersi la brezza del crepuscolo. Appare una figura oscura, tetra come uno scarabocchio o la fuliggine. Un uomo elegante, ben vestito come un fattore delle città importanti, si mette a ciarlare con i lavoratori stanchi. Una conversazione singolare, dialetto marchigiano da un lato e italiano impeccabile dall'altro. Da quel che si viene a capire, l'uomo dall'aria di città è un grande studioso e si occupa di sistemare diversi guazzabugli all'interno del sistema bibliotecario maceratese; insomma lo stato gli ha ordinato di catalogare, raccogliere e sistemare il patrimonio libresco di quelle terre dimenticate dai “dottori”. I contadini son ovviamente sorpresi_ perché mai uno studioso è con loro a condividere un pasto di poco conto e il puzzo della campagna? Non dovrebbe stare in mezzo ai libri? L'uomo risponde dicendo che in tutti libri non ha mai trovato le risposte di cui ha bisogno.

Perché le persone sono migliori dei libri, la notte vola via seguendo i racconti dei braccianti, dei contadini e di quelle persone semplici che tanto ricordano seppur non hanno mai letto un libro. L'oralità è importante, forse è tutto, e alla fine scopriamo che le differenze tra un aedo greco o un bardo scozzese e un lavoratore delle terre in Italia non è poi così aspra. L'uomo raccoglie quelle storie, magari per farci un nuovo volume di racconti popolari, magari le racconterà ai suoi figli, o il tempo gli annebbierà la memoria.

 

Quello che davvero conta è far sapere a tutti che le nostre storie, quelle che ci vengono raccontate davanti al camino o alle tavolate di parenti e amici sono vere; magari meravigliose ma vere. Perché il mito, la leggenda, la storia di un luogo sono mirabilmente intrecciati con la fantasia di ognuno di noi.

Questo è il patrimonio che ci trasmette con delicatezza narrativa Mariano Rizzo. Non un oscuro cantore e negromante che resuscita dal passato bizzarre storie piene di fantasmi e anatemi - quello lasciamolo agli emulatori dei gothic novelist tanto denigrati da Horace Walpole per la loro poca immaginazione - bensì un archeologo dei sentimenti e dei ricordi del suo popolo.

Fidatevi di me, che di horror, weird, gotico folclorico son grande fruitore: le storie di tenebre di Mariano Rizzo non sono volte a evocare qualsivoglia terrore o sense of wonder, ma a codificare le “mirabilia” di una terra che deve necessariamente ricordarsi da dove proviene; dagli arabi fino agli svevi e alla Puglia di primo Novecento.

Mariano Rizzo, archivista, diplomatista, paleografo e autore di Storie di Tenebre nella Storia di Puglia

Il libro è un atto di amore verso il passato, che non si evince solamente dalla cura certosina dello scritto, dall'approfondita ricerca storica o dall'uso dei termini dialettali, ma invero in quella prosa, che inconsapevolmente o meno, è fortemente figlia delle numerose letture del nostro autore. Tant'è che se non ci fosse stato il suo nome in copertina l'avrei ingenuamente scambiato per uno dei numerosissimi autori weird d'Inghilterra.

Bisogna infatti sottolinearlo, nonostante il setting pugliese e localistico: alcune storie sono molto simili a quelle degli autori anglo/francofoni, perché i leitmotiv del bizzarro, del fantastico nero e di un'aurea semi-gotica sono ricorrenti in tantissimi scritti, anche se sparpagliati tra le più incredule latitudini e longitudini. Alcuni racconti mi hanno condotto nell'Inghilterra vittoriana di Arthur Machen o tra le boulevard parigine di Guy Maupassant, senza mai perdere il cuore genuino e distintivo della Puglia.

Ovviamente sarebbe fin troppo prolisso analizzare racconto per racconto e non vi invoglierei in nessun modo a leggere questo libro davvero originale. Vi invito a fare un atto d'amore, verso la Puglia e verso voi stessi, perché leggendo queste storie tornerete anche a casa vostra, nei vostri ricordi.

Storie di Tenebre nella Storia di Puglia Mariano Rizzo
La copertina di Storie di Tenebre nella Storia di Puglia di Mariano Rizzo, pubblicato da Edizioni di Pagina, ripropone l'opera Sinfonia degli Opposti di Piero Schirinzi

Il book trailer è stato realizzato dalla doppiatrice Marileda Maggi.

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.