Marinella Pirelli cinema sperimentale Nuovo Paradiso Museo del Novecento mostre

Originalità, ricerca e sperimentazione visiva: i tratti caratteristici del cinema di Marinella Pirelli

Il linguaggio visivo in Italia ha assunto uno spiccato carattere sperimentale attraverso figure che hanno osato rileggere i canoni confrontandosi anche con l’ambito estero ed internazionale: è questo il caso di Marinella Pirelli, artista semisconosciuta alle masse ma che ha lasciato un segno nell’arte intermediale novecentesca.

Fautrice del cinema sperimentale, Marinella Pirelli si colloca nel secondo dopoguerra come pittrice sebbene i maggiori e più brillanti risultati li avrà proprio in ambito cinematografico. Nata nel 1925 a Verona, si forma sotto la guida dell’artista Romano Conversano, il cui studio vanta interessanti frequentazioni come Tancredi, Sonego e Vedova. Giunta a Milano, svolge il ruolo di figurista e vetrinista per poi esser attratta dal cinema romano: inizia infatti a frequentare lo studio di Giulio Turcato, nonché sceneggiatori del calibro di Pirro, Solina e Sonego. Diventa poi la disegnatrice della Filmeco, casa cinematografica con progetti di pubblicità d’animazione, in un periodo molto stimolante circondata da celebri artisti e cineasti.

Marinella e Giovanni Pirelli nella casa di Varese,Fotografia Ugo Mulas © Eredi Ugo Mulas

A Roma conosce anche colui che diventerà suo marito, Giovanni Pirelli, con il quale si trasferirà nel nord Italia, pur restando in contatto con la capitale ove possiede uno studio frequentato da Castellani, Ceroli, Merz, Kounellis e Dorazio. Proprio in questa fase si concentra sul cinema e sulla rappresentazione della luce, realizzando opere sperimentali in 16 mm che sono espressione di innovative tecniche connesse alla luce e al movimento, di cui diviene ben conscia giungendo ad installazioni di successo come Film Ambiente e Meteore. Negli anni Sessanta ottiene i principali riconoscimenti: compie la sua prima personale a Milano, vince la Coppa Fedic grazie al film Pinca Palonca e partecipa alla fortunata mostra “Al di là della pittura” che segnerà notevolmente il suo percorso artistico, rivelatosi fruttuoso sino alla sua scomparsa nel 2009.

Il suo punto di forza risiede proprio nelle immagini in movimento, elemento rivoluzionario fondato sulla ripresa in pellicola e montaggio, mansioni apprese durante l’attività di disegnatrice di film d’animazione e poi ulteriormente studiate autonomamente. La consapevolezza dell’uso della pellicola quale medium artistico emerge nel corso degli anni Sessanta, quando l’artista paragona il suo rapporto sinergico con la cinepresa a quello che lega il pittore agli strumenti da disegno. L’originalità che la caratterizza è un elemento distintivo che spiega ovviamente la scelta personale di non aderire ad uno specifico movimento cui identificarsi.

Allestimento. Foto di Lorenzo Palmieri

Il suo lavoro di progettazione di spazi di luce la vedrà coinvolta per oltre un decennio (1961-1974) ed è a questa peculiare fase della sua carriera che si è deciso di dedicare una specifica mostra: il Museo del Novecento ne vuole rievocare la figura, attraverso un’iniziativa promossa dal Comune di Milano ed Electa. Si ha così inizio con la sua originaria pellicola di animazione sino alla sua ultima opera, “Doppio autoritratto”, che precederà un lungo periodo di silenzio dalla durata quasi trentennale. Una collezione di pellicole ben equilibrate tra colori e forme astratte, esito di riflessioni riguardanti la rifrazione della luce ed i fenomeni luminosi in generale, congiunte ad un diverso genere di riflessioni relative alla femminilità e all’artisticità. A cura di Lucia Aspesi e Iolanda Ratti, la mostra rievoca l’esposizione del 2004 riguardante opere luminose a Villa Panza.

Marinella Pirelli durante le riprese di Nuovo Paradiso, foto Gianni Berengo Gardin Contrasto

Dieci differenti sale per un’analisi argomentativa e temporale che tenga perfettamente conto del contesto storico-artistico in cui la donna era inserita. A partire dalla pellicola “Appropriazione, a propria azione, azione propria” che accoglie lo spettatore come se fosse a teatro: sei minuti di proiezione di un paesaggio naturale, visto in bianco e nero da una prospettiva personale disturbata volontariamente dalla mano della cineasta, che dinnanzi all’obiettivo impedisce parzialmente la visione e talvolta sembra voler trattenere con le proprie mani la luce solare. Si forniscono così degli elementi contrapposti: la luminosità pacata e la devastante intensità, il lirismo della vegetazione e lo strappo. Nelle sale successive sono ammirabili i film d’animazione “Gioco di Dama” e “Pinca e Palonca”, mostrandone anche il processo di realizzazione.

Si prosegue con il suo studio degli oggetti dal punto di vista luminoso, effettuando una comparazione di “Luce Movimento” (che riprende opere cinetiche della Galleria L’Ariete) con il film “I colori della luce”, opera di Munari e Piccardo. Si mostrano le sue sperimentazioni su elementi quali la luce, la natura ed il colore, mostrando come la pellicola “Bruciare” e le serie cartacee “Caos e Calore” si fondino sul concetto di segno quale origine gestuale dell’opera artistica. Interessante la sezione dedicata al corpo femminile, argomento su cui ha indubbiamente influito la critica d’arte Carla Lonzi: il documento film “Indumenti” (1967) ritrae infatti il calco dei seni della donna per opera improvvisa di Luciano Fabro, mentre il film “Narciso” si concentra invece su alcune parti del corpo della Pirelli che svolge così una riflessione sulla propria sfaccettata identità femminile.

Allestimento. Foto di Lorenzo Palmieri

L’esposizione si conclude con “Doppio autoritratto”, film della durata di dodici minuti realizzato tra il 1973 ed il 1974, ove l’artista svolge il ruolo di attrice ed operatrice al tempo stesso riprendendo il suo viso senza proferire parola. Ma il fulcro dell’esposizione è “Film Ambiente”, peculiare struttura cinematografica che si può percorrere, ideata nel 1969 e riprodotta nel 2004: costituita da acciaio, ferro, perspex e naturalmente immagini mobili e suoni, l’opera fornisce un suo notevole contributo al Cinema Espanso, movimento degli anni Settanta che esula dalla tradizionale visione filmica imperante fondata sulla relazione univoca tra schermo e pubblico. Vi è inoltre una sezione dedicata ai Pulsar (particolari ambienti prodotti da mobili fonti luminose, ideati agli albori degli anni Settanta), nonché alle cosiddette Meteore, affascinanti sculture di luce fondate su lampadine, metacrilato e acciaio. Il tutto è arricchito da fotografie, progetti e documenti vari.

Allestimento. Foto di Lorenzo Palmieri

Il catalogo della mostra, di Electa editore, include alcuni saggi di critici d’arte e la sua intera filmografia elaborata dal cineasta Érik Bullot, restituendoci una ricca monografia dell’operato di questa così innovatrice artista.

Marinella Pirelli cinema sperimentale Nuovo Paradiso Museo del Novecento mostre
Marinella Pirelli durante le riprese di Nuovo Paradiso, foto Gianni Berengo Gardin Contrasto

Mostra “Luce Movimento.  Il cinema sperimentale di Marinella Pirelli”: dal 22 marzo al 25 agosto 2019 al Museo del Novecento, Milano.


41 anni fa usciva nelle sale “C’eravamo tanto amati”

41 anni fa usciva nelle sale “C’eravamo tanto amati”

di Antonella Lobraico

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1954-1974: tre ex partigiani, dopo aver vissuto sulla propria pelle il secondo conflitto mondiale, si rincontrano e si riallontanano in un susseguirsi di eventi. È il dopoguerra italiano e Gianni (Vittorio Gassman), Nicola (Stefano Satta Flores) e Antonio (Nino Manfredi) sono i tre amici protagonisti del film cult “C’eravamo tanto amati” (1974) diretto da Ettore Scola.

La pellicola, che rientra tra i più straordinari esempi di commedia all’italiana, ripercorre circa 30 anni della storia d’Italia a partire dal secondo dopoguerra del quale vengono messi a nudo illusioni, speranze, delusioni. In questo senso i tre amici, diversi tra loro a livello ideologico, sono una chiara rappresentazione dei tre volti dell’Italia dopo il conflitto mondiale.

Gianni è il simbolo dell’idealismo sceso a compromessi con il denaro: sposa infatti la figlia di un uomo ricco e disonesto, tramite il quale potrà fare carriera. Nicola invece nel suo ostinato intellettualismo, rincorre rivoluzioni mancate che lo portano a perdere la famiglia e il lavoro, finendo infine per scrivere recensioni cinematografiche (per di più firmate “Vice”) su svariati giornali. Antonio diventa espressione del partito comunista, pronto a battersi e a non svendere i propri valori. Tra loro ruota la figura di Luciana (Stefania Sandrelli) la quale, dopo essere entrata in contatto intimamente con ognuno dei tre amici finisce per premiare Antonio, colui che non l’ha mai tradita e che l’ha amata fin dal primo momento.

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Un triangolo amoroso ricorrente quindi, con uno scambio continuo di pedine: tematica che Scola aveva già affrontato nel precedente “Dramma della gelosia” (1970). Un film cult tanto per gli argomenti rappresentati quanto per i numerosi omaggi al Neorealismo (“Ladri di biciclette” di Vittorio De Sica), ad Ejzenštejn (“La Corazzata Potëmkin”), ad Antonioni (“L’Eclisse”), passando per le sequenze metacinematografiche (le riprese di una scena del film “La dolce vita” di Fellini) sino ad arrivare alla focalizzazione sul medium televisivo, momento di raccoglimento della famiglia italiana, ma allo stesso tempo manipolatore dell’opinione pubblica.

Uno spietato e cinico spaccato di un’Italia divorata dai deludenti entusiasmi politici: speranze vacue che hanno condotto gli italiani alla precarietà, alla perdita di se stessi, alla sfrenata ricerca di un’avida ed ingorda ricchezza materiale, magistralmente rappresentata dalla goffa quanto vorace famiglia Catenacci. Uno scenario valido ieri quanto oggi: l’incomunicabilità tra i componenti della famiglia di Gianni che si cercano senza trovarsi per poi raggiungere ognuno il proprio e personale veicolo (auto o moto), svuotando il garage in una sorta di specchio del proprio io, l’amara consapevolezza di “voler cambiare il mondo, ma il mondo ha cambiato noi”, la voluta rottura con il meccanismo di illusione cinematografica. Scola infatti, focalizzando a turno l’attenzione sui personaggi crea un dialogo diretto con lo spettatore, richiamandone e sollecitandone l’attenzione, introducendolo infine in un film che dopo pochi minuti diventa un lungo flashback in bianco e nero e che solo nella seconda parte del film acquisirà colore.

L’amarezza di fondo e l’evidente umorismo critico consegnano allo spettatore di ieri, oggi e domani un rifugio ancora autentico: il cinema. Un gioiello della cinematografia italiana, un racconto dell’Italia di sempre reso concreto attraverso un film dall’impostazione fortemente teatrale e dal sempre vivo potere del cinema: tutto questo è C’eravamo tanto amati.

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