Sparta

Origini della servitù a Sparta: l’ilotismo

Con questo articolo finalmente inizia la nostra indagine all’interno della società spartana, che era strutturata in Spartiati, Perieci e Iloti, al fine di esaminare il fenomeno dell'ilotismo. Gli Spartiati appartenevano alla casta militare. Erano gli unici abitanti di Sparta a godere dei diritti politici. Fin dalla gioventù erano addestrati esclusivamente alla vita militare. L'addestramento militare iniziava al compimento del settimo anno di età e si concludeva intorno ai trent'anni. Per l'intero periodo di addestramento gli spartiati conducevano una vita comunitaria separata. Dovevano inoltre sottostare ai doveri e agli obblighi militari fino a sessanta anni.

Sparta ilotismo
Jean-Jacques-François Le Barbier, Una donna di Sparta dà uno scudo al figlio (1826), Immagine [1] in pubblico dominio

I Perieci, in greco Περίοικοι, da περί, "attorno" e οἶκος, "abitazione", erano i membri di un gruppo autonomo di persone libere, ma non cittadini, che abitavano i territori intorno a Sparta. Infine gli Iloti appartenevano all’ultima classe sociale della società spartana.

Il termine ilota secondo il grecista tedesco Karl Otfried Müller deriva dal greco ἑλών participio del verbo αἱρέω che ha tra i suoi significati anche quello di “far prigioniero”. Gli antichi, come anche alcuni storici moderni, associavano questo termine alla città di Elos, in Laconia, la quale in seguito a una guerra con Sparta era stata vinta e ridotta in servitù. Così vennero identificati a Sparta i servi che coltivavano i campi dei loro padroni (Spartiati).

Essi erano gli antichi abitanti del paese soggiogato dai Dori e ridotto in servitù. In seguito saranno definiti “iloti” tutti i servi che saranno sottomessi al governo spartano. Il termine ilota sin dall’antichità ha suscitato non pochi interrogativi sul suo reale significato, inducendo molti autori a definirlo erroneamente δοῦλος che era il termine con cui solitamente venivano indicati gli schiavi-merce. Teopompo, come ho detto nei precedenti articoli, non è il primo a occuparsi della distinzione fra “schiavi” e “servi” ma è il primo che ricerca l’origine di queste due forme di schiavitù.

Gli storici, soprattutto i moderni, hanno svolto numerosi studi sulla loro origine etnica e sulle differenti tipologie di asservimento. L’ipotesi più nota, attestata dal solito Garlan, delinea gli iloti come popolazioni, libere o già asservite, situate in Laconia in età micenea prima dell’arrivo (verso la fine del II millennio) degli invasori Dori che comprendevano anche gli Spartani. Ma si potrebbero anche considerare come Dori e pre-Dori e chiarire così come in epoca classica non si distinguessero dagli spartani né per caratteristiche linguistiche né per pratiche cultuali. Invece, per quanto riguarda le circostanze in cui vennero asserviti, la tesi più accreditata fa riferimento a un’ipotesi di conquista proposta dallo storico Ellanico di Lesbo alla fine del V secolo. Quest’ultimo ipotizza che l’ilotismo più che il risultato dell’invasione dorica fosse un’espansione della città di Sparta in un periodo posteriore alla fondazione, tra il X e la fine del VIII secolo. Questa teoria permetterebbe tra l’altro di legare il nome di iloti con quello della città di Elos, principale sfondo della resistenza indigena. Un’altra ipotesi fornita dalla testimonianza di un contemporaneo di Ellanico, Antioco di Siracusa, afferma che i Lacedemoni, rifiutandosi di prendere parte alla prima guerra messenica, <<furono dichiarati schiavi e chiamati iloti>>.

Resti dell'antica Messene, sullo sfondo il monte Itome, dove si svolsero gli ultimi atti della guerra messenica. Foto di Stefan Artinger, CC0

Antioco parlando della formazione di Taranto, dice che, al tempo della guerra messenica, quelli fra i Lacedemoni che non parteciparono alla spedizione furono dichiarati schiavi e vennero chiamati Iloti. Chiamarono Parteni tutti i figli nati durante la spedizione e li giudicarono privi di diritti di cittadinanza: essi però erano molti e non si sottomisero a tale stato di cose. Organizzarono perciò un complotto contro i cittadini che costituivano l’assemblea. Questi, venutolo a sapere, mandarono alcuni che, fingendo di essere amici, dovevano in realtà riferire sui modi della congiura. Fra essi c’era anche Falanto, che era considerato loro capo, ma che non era per niente gradito a quelli nominati nell’assemblea. Si era convenuto che alle feste Iacinzie, nell’Amyclaeum, mentre si svolgevano i giochi, quando Falanto avesse messo il berretto di cuoio, si facesse l’attacco; i cittadini liberi erano riconoscibili dalla capigliatura. Ma avendo alcuni svelato di nascosto quanto si era convenuto fra quelli con Falanto, mentre si svolgevano i giochi, l’araldo, facendosi avanti, disse a Falanto di non mettersi il berretto. Avendo allora capito che il complotto era stato scoperto, alcuni scappavano, altri domandavano grazia. Fu loro ordinato di farsi animo e furono presi sotto custodia; Falanto, invece, fu mandato a Delfi per consultare il dio circa la fondazione di una colonia. Il dio rispose: <<ti ho concesso Satyrion, per poter così abitare la ricca città di Taranto e diventare rovina per gli Iapigi>> […]. (Strabone, VI, 3, 2).

In base a questa testimonianza, l’ilotismo rappresenta il risultato finale di un complesso processo evolutivo di differenziazione sociale scaturito nell’ambito della comunità civica. Questa suggestiva interpretazione del passo è accolta dalla maggior parte degli studiosi poiché si amalgama perfettamente con le conoscenze relative ad altri gruppi di tipo ilotico, come quelli che risiedevano in Messenia. Questi ultimi, invasori probabilmente imparentati con i Dori, furono ridotti a loro volta in schiavitù dagli spartani in seguito a due guerre.

Secondo la teoria elaborata da Orlando Patterson1 gli Iloti non sono veri e propri schiavi ma rappresentano una particolare tipologia di servi. Si può affermare con certezza che i popoli assoggettati attraverso un sistema di sfruttamento venivano ridotti in una sorta di schiavitù in un certo qual modo assimilabile a quella che poi sarà la “servitù della gleba”; ovviamente non possiamo non ricordare come il concetto di servitù della gleba si sia accentuato e sia stato rimarcato soprattutto nei secoli successivi al Medioevo. L’episodio della conquista della Messenia è, secondo Luraghi, illuminante poiché evidenzia che gli Spartani, attraverso un’ideologia militarista governavano sui popoli sottomessi con superiorità e prepotenza.

Sparta ilotismo
Il teatro dell'antica Sparta col monte Taigeto sullo sfondo. Foto di Κούμαρης Νικόλαος

Nel prossimo articolo vedremo le differenze tra Iloti della Messenia e Iloti della Laconia e il rapporto che avevano con la “terra” ovvero come veniva gestita la loro vendita all’estero.

1 Peter Hunt, Slaves or Serfs?: Patterson on the Thetes and Helots of ancient Greece, in On Human Bondage After Slavery and Social Death, John Bodel and Walter Scheidel, New Jersey, Stati Uniti, 2017.


Elea: un progetto per restaurare le monete della città

La città di Elea, dal greco ‛Yέλη, ‛Ελέα, in Lucania, tra le due sub-colonie di Sibari, Laos e Poseidonia, è stata fondata secondo Erodoto intorno al 540 a.C. dai Focei profughi, superstiti della Battaglia di Alalia. Prende il nome da un centro indigeno di piccole dimensioni, Fέλη o Hyele, in cui era presente una sorgente o un corso d’acqua avente lo stesso nome, mentre la forma Elea è attestata per la prima volta in Platone o forse Antioco di Siracusa.

La fondazione di Elea è l’atto finale delle frequentazioni focee in Occidente. I Focei esercitavano l’emporìa, avendo costruito abilmente una rete di empori, tra cui Massalia. Scappati dalla schiavitù persiana per amore della libertà, giungono in Corsica, dove praticano anche la pirateria, e vedono mutare i loro rapporti con l’Etruria meridionale e i Cartaginesi in Sardegna. Dopo la battaglia di Alalia, difatti, cadono per mano di Etruschi e Cartaginesi. Giungono in seguito nello Stretto, grazie ai buoni rapporti con i Reggini, e si apre un altro capitolo della loro storia: la nascita di un nuovo insediamento, Hyele, con la mediazione di Reggio e Poseidonia, le due poleis più potenti in quel contesto. In Erodoto, un “uomo di Poseidonia” che interviene nella fondazione di Elea interpretando correttamente il responso delfico che aveva portato i Focei a recarsi in Corsica per fondare una colonia, simboleggia la volontà di Poseidonia, e pertanto anche di Sibari, che i Focei si stanziassero in quelle zone, tanto che Elea viene considerata una “subcolonia di Poseidonia” o “promossa da Poseidonia e appoggiata da Reggio”.

Nello stesso periodo, un altro gruppo di esuli giunge nel territorio in cui fonderà Massalia. Quindi vi furono due gruppi di esuli da Focea, uno diretto in Corsica e l’altro nella futura Massalia.

Dalle fonti si evince inoltre che i Focei, nelle loro navigazioni, hanno avuto rapporti e contatti con le popolazioni stanziate nel basso Tirreno. Reggio con l’assenso di Poseidonia, che viveva un periodo di affermazione e volgeva la sua attenzione nei confronti dell’Enotria, “dirotta” gli esuli Focei nel luogo in cui sorgerà la futura Elea. Le due poleis sono interessate al controllo di quell’area, pertanto scelgono di aiutare i profughi Focei ad insediarvisi, al fine di interagire con un popolo già avvezzo ai traffici commerciali nel Tirreno.

Dalla documentazione numismatica e da quella archeologica emerge che Poseidonia ed Elea, poco dopo la sua fondazione, fino alla metà del V secolo a.C. fossero in stretti rapporti commerciali. Verso la fine dello stesso secolo iniziarono le ostilità con Poseidoniati e Lucani, dalle quali Elea esce vittoriosa, ed inizia una nuova fase, quella che la vedrà mantenere la sua autonomia nei confronti del mondo osco-lucano, aprendosi e comunicando con questa nuova realtà politico-culturale. In egual modo farà nei secoli IV-II a.C., quando entrerà nell’orbita di Roma e ne diverrà fedele alleata.

In età romana, secondo Plinio “oppidum Elea, quae nunc Velia”, dunque la polis viene denominata Velia, nome che corrisponde al greco Elea.

Il commercio, insieme alla pesca, era l’attività che dava sostentamento ai cittadini di Elea.

Il carattere commerciale della polis è documentato dalle sue monete, che vedono al Diritto la testa di Athena o della ninfa Hyele, e al Rovescio un leone in lotta con un cervo. La città conia monete in argento dalla fondazione, alla fine del VI secolo a.C., fino ai primi decenni del III a.C.

È inoltre una tra le prime poleis magnogreche a battere moneta in bronzo, dalla seconda metà del V fino al I secolo a.C.

I suoi documenti monetali, sia in metallo prezioso che in bronzo, presentano dei tipi che sono riferibili ai culti cittadini: Athena, Eracle, Zeus, Apollo, e il culto “silente” della ninfa Hyele.

 

Il progetto Art Bonus “Le monete di Elea/Velia. Restauro e studio” nasce da una convenzione tra la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Salerno e Avellino, il Dipartimento di Scienze del Patrimonio Culturale dell’Università degli Studi di Salerno e la Fondazione Nazionale delle Comunicazioni. La somma stanziata corrisponde a  € 50.000, a cui si sono aggiunti altri € 50.000 ricevuti dal MiBACT, giacché questo progetto Art Bonus aveva già  ricevuto erogazioni da parte della Fondazione, conditio sine qua non per ricevere un secondo finanziamento.

Gli obiettivi del progetto sono il censimento del patrimonio numismatico della polis, il restauro e la schedatura di circa 3000 monete, del periodo sia greco che romano. Verranno studiati documenti monetali provenienti da nuovi contesti di scavo archeologico, diversi per tipologia e funzione, ovvero quelle provenienti da ambiti pubblici e privati, nonché dalla necropoli della prima età imperiale, presso la c.d. Porta Marina Sud. Si tratta di monete provenienti da contesti differenti, che abbracciano anche un ampio arco cronologico. Per l’ambito pubblico citiamo le Terme ellenistiche, l’Agorà, l’edi­ficio-stoà del Terrazzo superiore dell’Acropoli, l’edifi­cio imperiale rinvenuto al di sotto della Masseria Cobellis, mentre per quelli privati la Casa degli Affreschi e abitazioni del Quartiere meridionale.

All’Art Bonus si affianca, inoltre, un progetto di ricerca che ha come obiettivo lo studio in toto delle ultime serie prodotte da Velia, con i tipi testa di Athena/tripode, basato sulla seriazione dei conii, e chiaramente sull’iconografia e lo stile dei documenti monetali. Quest’ultima serie necessitava difatti di studi approfonditi al fine di ricostruire la datazione, la durata di emissione e la quantità di monete battute.

Grazie al supporto del Laboratorio Spettrometria di Massa Isotopica del Laboratorio Nazionale del Gran Sasso (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare - INFN), sono state effettuate analisi archeometriche, per stabilire sia la provenienza delle materie prime utilizzate, sia per lo studio delle leghe metalliche. Le analisi in questione sono essenziali per comprendere quali siano le procedure più adatte per procedere con il restauro conoscitivo e conservativo.

Il progetto si occupa quindi del restauro, della schedatura, dell’inventariazione e della documentazione fotografica delle monete di Elea/Velia, nonché della compilazione del corpus delle emissioni con i tipi Athena/tripode, ed infine dell’edizione dei risultati raggiunti.

L’approccio interdisciplinare dunque permetterà di aggiungere uno o più tasselli e di riscrivere una delle pagine della storia dell’antica Elea/Velia. Per aver maggiori chiarimenti abbiamo, con piacere e soddisfazione, intervistato i curatori del progetto, docenti di Numismatica greca e romana dell’Università degli Studi di Salerno, la professoressa Renata Cantilena (RC) e il professor Giacomo Pardini (GP).

 

 

La moneta è un documento parlante, in quanto l’autorità emittente sceglie con cura immagini, simboli e leggende, per veicolare dei messaggi che sono, sempre, chiari ed inequivocabili ai destinatari della moneta stessa. Come riescono i typoi di Elea/Velia a parlare dello sviluppo del commercio della città?

Elea Velia monete
Moneta in bronzo dagli scavi di Velia: il tipo con testa di Eracle e civetta ad ali chiuse (metà IV
secolo a.C. ca.) - (foto G. Pardini, © DiSPaC/Università degli Studi di Salerno)

Nei tipi delle monete di Elea/Velia, in maniera non dissimile da molte altre poleis greche, le raffigurazioni scelte nel corso del tempo come icona monetale si riferiscono ai principali culti cittadini e, quindi, a divinità quali Atena (della quale su moneta è riprodotta la testa elmata oppure la civetta, uccello a lei sacro), Eracle (testa imberbe o barbata), Zeus (testa con chiome fluenti), Apollo (evocato attraverso il tipo monetale del tripode). La vocazione della città ad attività commerciali si colgono non dalle raffigurazioni, bensì dai valori coniati, anche di scala ridotta, funzionali ad assicurare scambi di vario livello, facilitando operazioni di mercato interno e le transazioni con l’esterno. (RC)

In quale typos emerge la capacità di difendere la grecità di Velia, ovvero il rispetto delle proprie origini, dichiarando a gran voce l’appartenenza dei suoi coloni ad una comune origine focea?

La testa di Atena e il leone sui didrammi in argento di Velia. In alto, la dea Atena con varie fogge di elmo sul dritto (da R. Cantilena, La moneta, Quaderni del Parco Archeologico di Velia 1, Napoli 2002)

Il typos che caratterizza con maggiore continuità il nominale maggiore è la testa di Atena, solitamente abbinata con il leone. La dea è la divinità poliade di Focea e delle sue colonie in Occidente, Elea e Massalia (Marsiglia). Strabone parla di sue statue di culto a Focea e a Massalia che la raffiguravano seduta (XIII, 1, 41). Ad Atena era dedicato forse il santuario ubicato sull’acropoli di Elea. La protome leonina che azzanna il cosciotto di una preda si ritrova sulle prime coniazioni di Elea, di Focea e di Massalia (ultimi decenni del VI a.C.) e, nel corso dei primi decenni del V a.C., sulle monete di queste tre città compare la testa di Atena. (RC)

In altro la dracma in argento con protome leonina che azzanna il cosciotto di una preda al dritto e il quadrato incuso al rovescio (ca. 530-500 a.C.) - (foto G. Pardini, © DiSPaC/Università degli Studi di Salerno); in basso lo stesso tipo del leone che azzanna il cosciotto su un’emissione in bronzo coniata nella seconda metà del IV secolo a.C. - (da R. Cantilena, La moneta, Quaderni del Parco Archeologico di Velia 1, Napoli 2002 - Napoli, Museo Archeologico Nazionale, Santangelo 5490)

La prima fase della monetazione di Velia, con la coniazione anepigrafe, si daterebbe da 535 agli inizi del V secolo a.C., quando è attestato l’abbandono del quadrato incuso al Rovescio e la comparsa di lettere entro un quadrato in incavo. È d’accordo con questa cronologia?

Le prime emissioni con la comparsa delle lettere iniziali del nome della città hanno al D/ una testa di Atena con elmo corinzio oppure un elmo corinzio. Sono piccoli nominali in argento databili nel primo quarto del V a.C. (RC)

La testa di Atena, il cui culto è attestato anche in altre poleis quali Focea e Massalia, viene raffigurata nelle monete di Elea nello stesso arco cronologico e con le stesse caratteristiche iconografiche? Se sì, si tratta di un ulteriore rimando alle origini e ai contatti commerciali della città? E dell’ipotesi dei contatti con Atene cosa ne pensa?

Che le tre poleis attingano per le loro raffigurazioni monetali ad un comune sostrato cultuale non vi è dubbio. Meno documentata è, invece, una continuità di rapporti commerciali tra colonie e madrepatria. Senz’altro gli ambienti culturali eleati hanno avuto rapporti con Atene negli anni di Parmenide e Zenone (460-450 a.C.), che si recarono in viaggio ad Atene in anni coincidenti con il momento in cui Atene ha interessi di natura politica e commerciale con l’Occidente tirrenico. (RC)

I simboli secondari, come ad esempio la Triskeles, come sono correlati al tipo principale? Ovvero, qual è il messaggio “unico” che veicolavano, nel tempo, le diverse emissioni di Elea?

Il simbolo della triskeles sul rovescio di un didrammo in argento di Velia (primi decenni del III a.C.) - (Napoli, Museo Archeologico Nazionale, collezione Stevens, 126920)

Non è del tutto chiaro il significato dei simboli secondari che compaiono nel campo monetale, accanto al tipo principale del rovescio, soprattutto in emissioni di fine IV- inizi III a.C., quando la produzione è assai abbondante Sono stati variamente interpretati: allusioni a contingenti eventi storici (e in tal caso nella triskeles -, che è un simbolo tipico delle monete di Agatocle, si è voluto vedere un collegamento con Siracusa non documentato però da altre fonti); oppure riferimenti a culti locali; oppure contrassegni utilizzati per un controllo delle emissioni. Il significato dei simboli accessori non è univoco, ma va letto esaminando la lor ricorrenza nell’ambito degli specifici segmenti produttivi in cui appaiono. (RC)

In quali emissioni e grazie a quali tipi monetali sono narrati gli episodi della Velia di epoca romana?

Elea Velia monete
Moneta in bronzo dagli scavi di Velia: il tipo con testa di Zeus e civetta ad ali spiegate (ca. III secolo a.C.) - (foto G. Pardini, ©DiSPaC/Università degli Studi di Salerno)

Velia, in età romana fino al I a.C., conia solo monete in bronzo per usi locali. Anche in epoca romana i tipi si riferiscono ai culti locali. Le serie emesse dal III a.C. hanno la testa di Zeus , poi di Atena, entrambe associate alla civetta e, infine la testa di Atena e il tripode. L’iscrizione che indica il nome della città (Hyele) è sempre in lettere greche. (RC)

Sarebbe possibile ritrovare la storia urbanistica di Elea in alcuni elementi iconografici?

Mancano su moneta elementi iconografici riferibili alla storia urbanistica di Velia. (RC)

Il progetto di Art Bonus, che interesserà circa 3000 monete di Velia, ha come primo obiettivo il restauro. Quali indagini archeometriche verranno utilizzate?

Alcune fasi del restauro delle monete recuperate dagli scavi di Velia - progetto Art Bonus 2019 ‘Le monete di Elea/Velia’ - (© RE.CO. Restauratori Consorziati, Roma)

Il progetto Art Bonus ‘Le monete di Elea/Velia - Un restauro per la conoscenza e la valorizzazione del patrimonio archeologico della città di Parmenide’ è nato da una stretta e proficua collaborazione tra la Soprintendenza ABAP per le provincie di Salerno  e Avellino (grazie al Soprintendente, Arch. Francesca Casule, e ai Funzionari Dott.ssa Maria Tommasa Granese e Dott.ssa Rosa Maria Vitola, che hanno creduto in questa avventura) e il Dipartimento di Scienze del Patrimonio Culturale/DiSPaC dell’Università degli Studi di Salerno, a cui è stato affidato lo studio scientifico di tutte le monete provenienti dagli scavi condotti nel sito di Velia, sotto la direzione di Renata Cantilena, il coordinamento di chi vi parla  e un équipe formata dal Dott. Federico Carbone (Ricercatore), dalla Dott.ssa Flavia Marani (Assegnista di ricerca), insieme a studenti e laureandi. Proprio l’elevato numero dei reperti monetali (circa 10.000 esemplari riferibili alle diverse fasi di vita della città di Velia) e il loro precario stato di conservazione ci hanno spinto a presentare il progetto Art Bonus, che costituisce un’assoluta novità in quanto, per la prima volta in Italia, il mecenatismo privato – la Fondazione Nazionale delle Comunicazioni-FNC, Roma – è intervenuto (con un’importante contributo e grazie ad un cofinanziamento del MiBACT) per restaurare e in tal modo valorizzare le prime 3040 monete provenienti da una delle più importanti città della Magna Grecia. Il censimento di tutti i reperti monetali, unitamente all’intervento conservativo, ci ha permesso di mettere in luce l’importante eterogeneità del patrimonio monetale restituito da Velia, consentendoci di implementare e/o confermare le nostre conoscenze sulle diverse fasi di vita del sito, e di intraprendere e/o affinare gli studi tipologici sulle diverse serie della moneta in bronzo emesse dalla città, come ad esempio le monete con i tipi Zeus/Civetta o Atena/Tripode. Proprio per comprendere meglio questa emissione, lo studio si è avvalso dell’ausilio di alcune tecniche di indagine proprie della ricerca archeometrica, già sperimentate dal sottoscritto su alcune particolari emissioni presenti a Pompei e nell’ager vesuvianus (grazie ad un protocollo di intesa che l’Università di Salerno ha stipulato con la rete CHNet dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e alla partecipazione dei dottori Stefano Nisi, Marco Ferrante e Pier Renato Trincherini dei Laboratori Nazionali del Gran Sasso/Laboratory for Isotope Mass Spectrometry). Come per Pompei, abbiamo deciso di integrare e completare i dati ottenuti attraverso gli strumenti tradizionali della ricerca numismatica e archeologica sull’emissione Atena/Tripode con due tecniche archeometriche: l’analisi mediante tecnica ICP-MS (Spettrometria di massa), per la valutazione quantitativa e qualitativa degli elementi chimici in tracce ed ultratracce, e l’analisi mediante tecnica MC-ICP-MS (Spettrometria di massa), per la valutazione dei precisi rapporti isotopici del piombo, in modo da rispondere ad alcuni quesiti di carattere storico, ma anche di natura tecnica, per ottenere indicazioni di dettaglio sui metalli impiegati nelle leghe, sui relativi luoghi di approvvigionamento, nonché sulle tecniche di esecuzione delle monete presenti nel nostro campione.

Elea Velia monete
Il seminario di numismatica condotto sui reperti monetali da Velia e organizzato presso il Laboratorio di Archeologia ‘M. Napoli’ del Dipartimento di Scienze del Patrimonio Culturale dell’Università degli Studi di Salerno - (foto F. Marani, ©DiSPaC/Università degli Studi di Salerno)

Un’iniziativa a trecentosessanta gradi che, oltre alla tutela e alla valorizzazione, ha una ricaduta assai importante che investe la formazione dei giovani che scelgono di avvicinarsi alla numismatica antica durante il loro percorso di studi archeologici presso l’Università di Salerno. L’occasione del progetto, infatti, ci consente di formare studenti e giovani ricercatori che vengono coinvolti nelle attività laboratoriali e seminariali su questo materiale eccezionale o attraverso la partecipazione a tirocini formativi presso la Soprintendenza. Un progetto, dunque, che rappresenta anche un investimento sul capitale umano del nostro Paese, in termini di opportunità per favorire un’alta formazione tecnico-scientifica e professionale nell’ambito dei beni culturali del nostro Paese. (GP)

Cosa vi ha spinti alla scelta di compilare il corpus delle emissioni con i tipi Atena/tripode in base alla seriazione dei conii? E quali aspettative avete circa i risultati che emergeranno dallo studio in questione?

Monete delle serie Atena/Tripode emesse tra II e I secolo a.C.: a destra le monete rinvenute negli scavi di Velia - (foto L. Vitola, © Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le provincie di Salerno e Avellino); a sinistra un esemplare della stessa serie conservato presso il Medagliere del Museo Archeologico di Napoli - (Napoli, Museo Archeologico Nazionale, Fiorelli 3012)

Queste serie  sono state emesse in gran numero e gli scavi ne hanno restituite oltre un migliaio. L’esame di taluni contesti di scavo induce a ritenere che esse fossero ancora in uso fino alla prima età augustea, in un’epoca in cui avevano già smesso di coniare quasi tutte le città greche della Magna Grecia. Mancano però dati certi per valutare la data di avvio e la durata della coniazione. Lo studio della sequenza dei conii può fornire, in proposito, importanti indicazioni e, inoltre, può suggerire l’entità della produzione. (RC)

A quali conclusioni può portare, a Suo avviso, l’approccio interdisciplinare? Ovvero quanto la numismatica e le altre discipline possono aiutarsi vicendevolmente per ricostruire la storia del sito di Elea/Velia?

L’approccio interdisciplinare è indispensabile. L’archeologia, le fonti letterarie, la documentazione epigrafica, le monete (attraverso i loro tipi, il peso dei valori coniati, i luoghi di ritrovamento e le aree di circolazione) concorrono a ricostruire la storia socio-economica, gli aspetti cultuali e culturali, l’organizzazione degli spazi urbani. In definitiva solo attraverso l’esame dei dati offerti dalle varie fonti documentarie si è in grado di conoscere il passato di questa importante città della Magna Grecia. Importante, tuttavia, è non giustapporre le evidenze, ma utilizzare ciascuna di esse per quanto realmente sia in grado di offrire. (RC)

 

 

 


Viaggiatori europei in Oriente tra Settecento e Ottocento. Meta: Hierapolis

Nell'Autunno del 1749 quattro giovani gentiluomini si incontrano a Roma per pianificare e preparare un lungo viaggio che li condurrà attraverso i luoghi più impervi dell'Impero Ottomano, fino al deserto siriano e alle montagne del Libano; un pericoloso itinerario che esigerà la vita del più giovane tra loro ma che garantirà, a lui e ai suoi compagni, un posto non piccolo nella storia di quel giardino di simboli che è il viaggio.

La curiosità per quell'avventura illuminista mi spinse, ormai tanti anni fa, ad avviare un'indagine approfondita delle relazioni dei viaggiatori sette-ottocenteschi in Oriente -in Asia Minore, in particolare- convinto della loro specifica utilità nello studio dell'architettura antica con il confronto con il dato archeologico e architettonico.

È un argomento, quello dei viaggi, di grande interesse ed attualità, non solo per gli specialisti ma anche per chi si appassiona alle avventure, al fascino di un mondo ormai perduto per sempre e, perché no, alla possibilità di avere una visione molto particolare e comunque affascinante delle antichità.

Ricollegandomi al precedente articolo pubblicato su questo sito sulle meraviglie di Hierapolis di Frigia, voglio riprendere alcune delle testimonianze più interessanti di quei primi viaggiatori -comprese tra la metà del Settecento e la metà dell’Ottocento- per esplorare con i loro occhi la città microasiatica. Oggi, dopo gli scavi della Missione italiana fondata nel 1957, l’immagine della città è profondamente cambiata e molti dei monumenti descritti da quei pionieri sono stati scavati, restaurati e valorizzati in modo esemplare, tanto da far guadagnare al sito di Hierapolis-Pamukkale l’iscrizione al Patrimonio dell’Umanità UNESCO. Resta intatto il fascino di quei luoghi e, pur nella difficoltà di chi non li conosce direttamente di visualizzarli all’attualità, immergersi nelle descrizioni dei viaggiatori rappresenta un viaggio affascinante nel tempo e nello spazio.

Hierapolis Frigia Turchia
Hierapolis di Frigia. Foto: Paolo Mighetto

Possiamo immaginare che i quattro giovani gentiluomini partiti da Roma alla scoperta di Ba’albek e Palmira attraverso l’Impero Ottomano, Robert Wood, James Dawkins, John Bouverie e Giovanni Battista Borra, durante la preparazione del complesso itinerario del loro viaggio (1750-51), abbiano letto con crescente curiosità i passi di Strabone, Plinio, Cassio Dione relativi a Hierapolis, alle sue sorgenti calde e al Plutonio, confrontandoli, senza dubbio, con le descrizioni di altri viaggiatori come Jacob Spon e George Wheler (Lyon, 1678), di Thomas Smith (Trajecti ad Rhenum [Utrecht], 1694) e, soprattutto, di Richard Pococke (London, 1743-45). I gentiluomini inglesi e l'architetto italiano decisero di attraversare la vallata del Meandro, partendo da Smirne, con l'evidente obiettivo di raggiungere i siti di Laodicea e di Hierapolis. Da Palat (ora Balat), il sito dell'antica Mileto, seguirono il corso del fiume visitando Priene (Samsun, 10-12 Settembre 1750), Magnesia al Meandro (Iné, 13 Settembre), Tralles (Guzel Hissar, 15-22 Settembre) - dove, a causa di un colpo di sole mal curato, morirà il più giovane di loro, John Bouverie - e Nyssa (Sultan Hissar, 22-23 Settembre); il 26 Settembre giunsero a Laodicea (Eski Hissar) e due giorni dopo visitarono Hierapolis (Pambouk Kalessi), per poi tornare verso la costa, a Bodrum (10 Ottobre). Dopo aver passato la notte del 28 nella casa di campagna dell'Aga di Denizli, Wood e compagni si spostarono a Pamukkale.

[...] which affords the grandest scene of antiquities I ever beheld a most magnificent Pile of Buildings, grand arch'd Rooms & prodigious Walls [...] (Robert Wood).

Videro il teatro, un edificio di ordine ionico e le colonne doriche della via di Frontino che, dalla grande porta a tre fornici, si estendeva a fianco della vasta agora commerciale, coprendo un'area di circa tre ettari, tra la plateia major e le pendici delle montagne a Est; oltre a questi resti segnalarono la necropoli, le mura cittadine, dove trovarono un'iscrizione recante il nome di Hierapolis, e, infine, un laghetto contenente tre pilastri dorici, già descritto da Pococke. Il laghetto fu anche notato da un altro viaggiatore inglese, Richard Chandler, che giunse a Pambouk il 30 Aprile 1765 e visitò i resti di Hierapolis il giorno successivo; la pozza di acqua limpida, che sgorga nei pressi del tempio di Apollo, costituiva, già allora, un elemento di svago e refrigerio per le signore del luogo e il viaggiatore inglese ne approfitta per offrire una suggestiva scena di colore locale.

I resti del colonnato della Plateia Maior in una veduta di Richard Chandler. In alto a destra emerge una tomba della necropoli settentrionale.

The pool before the theatre has been a bath, and marble fragments are visible at the bottom of the water, which is perfectly transparent, and of a briny taste. The women of the Aga, after bathing in it, came to the theatre, where we were employed, to see us, with their faces muffled . They were succeeded by the Aga, with several attendants. He discoursed with our Janizary, fitting cross-legged on the ruins, smoking and drinking coffee; and expressed his regret, that no water fit to drink could be discovered there; wishing, if we possessed the knowlege [sic] of any from our books, we would communicate it to him; saying, it would be a benefit, for which all future travellers should experience his gratitude. (Chandler, 1775, pp. 234-235).

Durante la sua visita all'antica città l'inglese analizzò il teatro, copiandovi alcune iscrizioni, e soprattutto si dedicò all'illustrazione delle sorgenti calde e alla ricerca del Plutonio. Descrivendo in termini generali le rovine egli, erroneamente, identifica i resti del teatro ellenistico, posto al di fuori delle mura e a Nord della città, con quelli di uno stadio e individua, con maggior perspicacia, i resti di quello che fu un castello selgiuchide del XI-XIII sec. (a Ovest delle terme) e che indica come modern fortress per sottolineare al sua minore antichità rispetto agli altri resti cittadini. Nella tavola che accompagna il testo la “fortezza” si staglia sulle vasche che caratterizzano ancora oggi, con il candido manto di calcare depositato dallo scorrere delle acque termali, la collina di Pamukkale.

L’incisione di Richard Chandler risente di un gusto per il sublime nella rappresentazione delle vasche calcaree della collina di Pamukkale. Sulla sommità, I resti del Castello Selgiuchide.

We ascended in the morning to the ruins, which are on a flat, passing by sepulchres with inscriptions, and entering the city from the east. We had soon the theatre on our right hand, and the pool between us and the cliff [è il dirupo delle concrezioni calcaree. I viaggiatori si trovano nel settore Sudorientale della città]. Opposite to it, near the margin of the cliff, is the remain of an amazing structure, once perhaps baths, or, as we conjectured, a gymnasium; the huge vaults of the roof striking horror as we rode underneath. [Si tratta del vasto complesso termale edificato, nella zona Sudoccidentale dell'abitato, all'inizio del II secolo d.C..] Beyond it is the mean ruin of a modern fortress; and farther on, are massive walls of edifices, several of them leaning from their perpendicular, the stones distorted, and seeming every moment ready to fall, the effects and evidences of violent and repeated earthquakes. In a recess of the mountain on the right hand is the area of a stadium. (Chandler, 1775, p. 233).

Il nuovo secolo vide un gran numero di viaggiatori intenti ad esplorare le rovine di Hierapolis e a dare avvio a quella investigazione che culminerà con le ricerche approfondite degli Altertümer von Hierapolis (in "Jahrb. Deutsch. Arch. Instituts", Ergänz, 4, 1898) di C. Humann, C. Cichorius, W. Judeich, F. Winter, già un vero e proprio strumento per le indagini archeologiche contemporanee.

William Martin Leake e Charles Robert Cockerell visitarono la città nei primi anni del secolo e il secondo, che vi giunse nel marzo 1812, cercò di localizzare il Plutonio nei pressi del teatro ma senza risultati positivi. L’antro di Plutone sarà riscoperto solo a partire dal 2008, dagli scavi di Francesco D’Andria e costituisce oggi, nella sua straordinaria monumentalizzazione, una delle tappe imprescindibili della visita del sito.

Molto interessante è il resoconto della visita compiuta da Léon de Laborde; il francese giunse in città il 22 Ottobre 1826, provenendo da Est (da Çivril e Belevi) anziché da Denizli come quasi tutti gli altri viaggiatori, e vi restò appena quattro giorni, fino al 25 dello stesso mese, in compagnia dell’anziano genitore Alexandre. Purtroppo la pubblicazione tarda delle sue esperienze (dopo il 1861) non ha giovato alla loro diffusione presso gli altri viaggiatori e inoltre, per lo stesso motivo, non si possono discernere con certezza i dati osservati direttamente da quelli aggiunti in seguito e tratti da altri testi. Quel che è certo è che la sua rappresentazione del teatro costituisce un documento fondamentale per la conoscenza delle condizioni del monumento prima degli scavi italiani.

Hierapolis
Il teatro di Hierapolis nella veduta di Léon de Laborde, pubblicata dopo il 1861.

Laborde compì anche degli esperimenti per verificare la veridicità delle leggende in merito alla velenosità del Plutonio - che sembra identificare con la sorgente delle acque calcaree, nei pressi del tempio di Apollo - e, postosi alla sommità del teatro, realizzò la bella veduta di cui si parlava e la cui descrizione offre un parziale panorama dei resti cittadini quali si presentavano nel 1826.

In primo piano, a sinistra, si staglia il grande portico [intende, forse, i resti della plateia maior -la via principale della città antica- che giacciono nelle vicinanze della grande chiesa a pilastri paleocristiana]; più avanti, di fronte, in mezzo ai bagni e ai fabbricati che formavano la palestra, scorre il ruscello che monda tutta questa porzione di città, non per l'acqua ma per i suoi depositi calcarei, sorta di marciapiede abbagliante o di lastricato monolitico, il cui eclatante candore supera in bellezza i marmi del le cave di Paros e del Pentelico. In mezzo a questa neve solidificata, una sorgente calda lascia sfuggire il vapore delle sue acque, e qualche pianta acquatica cresce sui suoi bordi, così come d'inverno, dalle nostre parti, una sorgente si staglia in mezzo alle nevi. Le rovine dei monumenti contrastano allo stesso modo con il suolo. Sebbene costruiti in pietra calcarea di un bel bianco, spiccano dallo sfondo. A qualche centinaia di metri al di sotto di questa vasta terrazza e separata da essa da una linea marcata, dai contorni decisi, si profila la piana del Lycus, infiorata di città e villaggi, di campi coltivati e di aree boscose, pianura di grande estensione, circondata da montagne dalle cime innevate [...]. Mai una vista più dolce e più gradevole è stata offerta da una balconata più strana, mai una posizione ha riunito insieme tanto fascino e tanto contrasto. (Laborde, 1838, p. 81).

Dalla cavea del teatro di Hierapolis Léon de Laborde fa spaziare la vista verso le Terme sud-occidentali, a sinistra, e sulla piana del fiume Lykos.

Pochi anni dopo Laborde, durante il suo primo viaggio nell’Impero Ottomano, compiuto nel 1834, giunse a Hierapolis Charles Texier che, oltre a bellissime vedute del teatro e di altri resti, pubblicò i primi rilievi dei monumenti cittadini. Il viaggiatore francese riserva una lunga descrizione alle sorgenti minerali e ai loro depositi calcarei, senza tralasciare di puntare la massima attenzione nei confronti delle antiche architetture, in particolare delle terme, del teatro e dell'agora.

Un’incisione di Charles Texier con la veduta del teatro dai quartieri meridionali della città antica.

Lo stesso testo, corretto e arricchito dagli studi di altri viaggiatori, venne pubblicato nel 1862, nell'edizione più maneggevole della collana "l'Universe pittoresque" di Firmin Didot. Un'altra notevole descrizione delle rovine di Hierapolis e delle sue eminenze naturali è quella pubblicata da William Hamilton, che visitò il sito il 10 Ottobre 1836; dal testo si può dedurre il percorso che egli compì attraverso i monumenti, ma prima possiamo seguirlo nella salita attraverso il dirupo delle concrezioni calcaree.

Ascending the cliff by a rocky path to the east, we passed a curious bridge formed by the calcareous stream, and extending over the ravine below by the continual advance of the deposit, while the stream flowing at the bottom has kept its bed clear, and reduced the deposit into the form of an arch [...]. (Hamilton, 1842, I, p. 518).

Hierapolis
Le formazioni calcaree di Hierapolis (de Laborde 1838, pl. LXX)

La sua visita ebbe inizio con le grandi terme - da lui definite ginnasio - per poi proseguire al teatro, senza tralasciare la pozza d'acqua contenente tracce di un colonnato di belle colonne scanalate, così perfetto da sembrare appena crollato (pag. 519); superò le mura e si interessò della necropoli che riveste le pendici della collina orientale; rientrato in città si diresse verso l'ampliamento domizianeo, illustrando la porta e la via di Frontino, ornata di un magnifico colonnato Dorico lungo 200 passi, con le basi delle colonne ancora in situ (pag. 521); la vasta necropoli Nord e, al ritorno, quella meridionale conclusero una visita breve ma completa e dettagliata.

Possiamo concludere questa breve rassegna delle fonti della riscoperta moderna di Hierapolis, limitata al periodo compreso tra la metà del Settecento e la metà del secolo successivo, con le testimonianze del francese Baptistin Poujoulat, fratello cadetto del collaboratore di Michaud (autore delle Correspondance d'Orient), e dell’inglese Charles Fellows, che visitò il sito una prima volta l'8 Maggio 1838 e vi fece ritorno il 23 Maggio 1840. Il primo testimoniò la propria visita in una lettera scritta al fratello da Denizli (Dégnislèh) e datata Gennaio 1837; anch'egli cercò senza successo l'antro del Plutonio, sulla scorta delle parole di Strabone, e percorse quasi tutta la città, individuando, non senza qualche errore, i diversi monumenti e lasciandosi andare a lugubri suggestioni nel percorrere le necropoli.

Quand on promène ses pas à travers ces avenues de sépulcres où règne un morne et lugubre silence, et qu'on arrète ses regards sur le squelette d'Hiérapolis effrayant de nudité, l'imagination est comme frappée d'une sorte de vertige; on croirait à l'anéantissement de tout ce qui respire, à la fin de toutes choses; on dirait que la grande famille humaine est descendue tout entière dans le cercueil, et que déjà les tombeaux s'ouvrent pour rendre les morts à leur dernier juge! (Poujoulat, 1840, I, pp. 63-64).

Charles Fellows è invece molto meno propenso al dramma delle rovine e della caducità della vita e si accontenta di fornire un breve quadro generale delle cose viste, soffermandosi in particolare sulle terme - secondo lui i resti di palazzi (Fellows, 1839: pag. 284) - e sul teatro, senza tralasciare, come al solito, una lunga disquisizione sulle concrezioni calcaree. Durante la sua seconda visita si limitò a confermare le precedenti impressioni e a copiare due iscrizioni.

Hierapolis
Hierapolis. Foto: Paolo Mighetto

Le descrizioni dei viaggiatori -e queste sono rapide e sintetiche pennellate- ci raccontano una parte della storia dell’antico. L'analisi dello stato di fatto e lo studio delle fonti antiche, possono costituire due momenti estremi della ricerca, i due limiti a cui si può tendere per individuare il presente e il passato remoto dell'oggetto posto in analisi; tra il periodo in cui l'oggetto era "in funzione" e il momento attuale vi è, però, una fase di progressiva decadenza fisica, o meglio di trasformazione, la cui analisi può offrire numerose altre tessere di quel mosaico che rappresenta la ricerca storica. Questa "storia” della progressiva trasformazione del manufatto antico può essere ricostruita, sovente, proprio grazie alle testimonianze di tutta quella varia umanità che, con le motivazioni più diverse, si trovò a viaggiare e a raccontare le proprie esperienze. Dalle attestazioni dei diari di viaggio, dal loro confronto critico, dalla loro a volte difficile interpretazione possiamo, quindi, raccogliere ulteriori elementi per la definizione della conoscenza, tenendo conto peraltro che, spesso, proprio le parole dei viaggiatori rappresentano l'ultima prova dell'esistenza di un monumento antico.

da: Paolo Mighetto, Viaggiatori in Oriente 1749-1857. Studio dell'architettura antica dell'Asia Minore attraverso le relazioni dei viaggiatori europei nell'Impero Ottomano, tesi di Laurea, Politecnico di Torino, Facoltà di Architettura, a.a. 1993/94, pp. 306-309; 325 sg. I brani citati in italiano sono stati tradotti dall'autore.


Da Parthenope a Napoli. Con Open House alla scoperta delle radici greco-romane della città

Napoli è? Non basterebbero pagine per descrivere cosa Napoli rappresenti nell’immaginario antico e moderno di scrittori, artisti, cittadini e attori. Napoli è una sorta di omphalos, ombelico del mondo, perché a sé richiama popoli, culture, identità millenarie che ancora oggi dopo secoli si tramandano e conservano nei riti, feste e manifestazioni popolari così sempre largamente sentite e partecipate dalla comunità e dai turisti.

La sua storia si perde tra mito e storia a partire dal nome: Parthenope, Neapolis e poi Napoli, la città che custodisce segretamente tesori preziosi all’interno delle sue viscere e le rivela grazie a due giorni di aperture straordinarie il 26 e 27 ottobre. Ed è proprio dalla terra antica e dall’acqua che inizia questo percorso di visita di Open House Napoli. Un racconto che vuole volutamente partire dalla pancia per poi salire in quello che doveva essere il punto più sacro della città greca, l’acropoli, dove diversi edifici religiosi si sono imposti ai culti pagani.

Diverse le fonti che parlano di Napoli, una di queste riconduce a Strabone che nella sua opera intitolata Geografia (V 4,7) scrive: “Dopo Dicearchia c’è Neapolis, città dei Cumani, più tardi ricevette anche una colonia di Calcidesi e alcuni coloni da Pithecusa e da Atene, e per questo fu chiamata Neapolis. Viene indicata sul posto la tomba di una Sirena, Parhtenope, e vi si tiene un agone ginnico, secondo un antico oracolo…”.

Ulisse e le Sirene. Foto Alessandra Randazzo

Secondo le fonti archeologiche, la storia di Napoli si comincia a delineare verso la fine del IX – inizio VIII secolo a.C., grazie alla fondazione di una colonia commerciale da parte di navigatori di Rodi sulla collina di Pizzofalcone, ricadente fra il borgo Santa Lucia, il Chiatamone e Chiaia, e sull’isolotto di Megaride, l’odierno Castel dell’Ovo. L’iniziale punto d’appoggio fu successivamente trasformato dai Cumani intorno alla metà del VII secolo a.C. in un centro abitato, quindi una colonia denominata Parthenope la cui esistenza è stata confermata dal ritrovamento di una necropoli in via Nicotera che venne utilizzata già a partire dal 650 a.C., cioè durante il periodo di espansione cumana verso il golfo di Napoli. Ma chi era Parthenope e perché venne chiamata così questa zona?

Vesuvio. Foto: Alessandra Randazzo

In un luogo in mezzo al mare, battuto dalle correnti e dalle onde, su uno scoglio, dimoravano le Sirene, tremende creature dal volto bellissimo di donna e dal corpo di volatile. La loro caratteristica era quella di ammaliare con il canto per trarre in inganno e condurre a morte gli sprovveduti navigatori. Omero, nell’XII libro dell’Odissea, ci narra che Circe mise in guardia Ulisse proprio da queste creature e dal loro canto, poiché lui e i suoi compagni avrebbero dovuto attraversare la dimora delle Sirene durante il loro nostos, il viaggio di ritorno verso casa. Per sfuggire alle creature, l’arguto Ulisse turò le orecchie dei compagni con della cera, ma non le sue. L’uomo dal multiforme ingegno preferì resistere alla tentazione legandosi all’albero della nave per poter sentire quel melodioso canto che faceva innamorare gli uomini portandoli alla follia e alla morte. Umiliate da tale strategia, tre sorelle sirene cercano la morte: Parthenope la vergine, Leucosia la bianca e Ligea dalla voce chiara. Il mito narra ancora che il corpo di Parthenope venne portato dalle correnti sull’isolotto di Megaride e i pescatori quando videro quel bellissimo volto ormai privo di vita, decisero di seppellirla a protezione della città che stava sorgendo. Secondo un’altra leggenda, invece, è dal corpo di Parthenope che prese forma il Golfo di Napoli con il capo della sirena ad oriente, sull’altura di Capodimonte e i piedi ad occidente, verso il promontorio di Posillipo.

Non esiste una versione univoca del mito, ma tante storie concorrono a raccontare l’origine della città e dei suoi abitanti che tutt’oggi conservano nel nome il collettivo sinonimo della città stessa: partenopei.

Intorno al 470 a.C. e dopo lo scontro con gli Etruschi nel 524 a.C., i Cumani fondarono Neapolis ad oriente del primo impianto di Parthenope che assunse il nome di Palepoli, la città vecchia. A partire dal IV secolo, la città rientrò nell’orbita di interesse di una potenza che sul suolo italico stava man mano prendendo piede: Roma. In epoca augustea, Napoli raggiunse il suo massimo splendore grazie alla presenza di poeti e scrittori come Virgilio, Catullo, Orazio e alla presenza di aristocratici che proprio sulla costa partenopea costruirono le più belle residenze di villeggiatura.

Stazione Municipio. Foto: Open House Napoli

La città greco-romana ricalca in parte tutto il centro storico e la continuità dell’impianto urbanistico è una delle caratteristiche più peculiari che Napoli può vantare. Il circuito delle mura è stato ricostruito grazie al rinvenimento di molti tratti che attraversano la collina di Sant’Aniello a Caponapoli fino a concludersi a Piazza Cavour, mentre altri rinvenimenti archeologici hanno permesso di identificare la parte alta della città e l’agorà, la zona monumentale e civile dislocata su due terrazze a causa della pendenza della collina che andava da via Anticaglia (terrazza superiore) fino a via San Biagio ai Librai (terrazza inferiore) e avente funzione commerciale come dimostrano i resti archeologici del mercato nel Complesso di San Lorenzo Maggiore.

Il nostro percorso di Open House Napoli toccherà tre punti salienti della città di particolare interesse storico e archeologico, in quanto bacini di informazioni preziose per delineare ulteriormente tratti e aree dell’antica Neapolis che ancora oggi sfuggono agli studiosi.

Stazione Municipio, ritrovamenti archeologici. Foto: Metropolitana di Napoli

Cantiere Metro Municipio

La visita speciale al cantiere della Stazione Municipio, progettata dagli architetti portoghesi Àlvaro Siza ed Eduardo Souto de Moura, grande nodo di interscambio tra le stazioni delle Linee 1 e 6 della metropolitana e principale porta della città per chi arriva via mare, avrà una guida d’eccezione: l’Ingegner Antonello De Risi, direttore tecnico di Metropolitana di Napoli che accompagnerà i visitatori alla scoperta della stazione che verrà. Durante questo tour che porterà verso la stazione Marittima sarà possibile avere informazioni sull’avanzamento dei lavori e scoprire la stratigrafia di Napoli. Proprio grazie agli scavi condotti dalla Società Metropolitana sono emersi importantissimi reperti sulla storia antica della città. La zona Municipio altro non era, soprattutto in epoca romana quando Napoli fa sentire forte la sua vocazione marinara, che il porto della città da cui sono emersi quantitativi straordinari di materiali relativi al porto. L’insenatura marina compresa fra Parthenope e Neapolis è stata localizzata fra piazza Municipio e piazza Bovio ed è delimitata da Castel Nuovo e dal rilievo di Santa Maria di Porto Salvo. La grande insenatura formava un bacino chiuso e protetto che gli scavi hanno messo in evidenza con una continuità di utilizzo che andava dal III secolo a.C. al V secolo d.C. Straordinario il rinvenimento di diverse imbarcazioni affondate e la cui giacitura fa supporre uno stato di abbandono più che di affondamento.

Stazione Municipio, il porto di Neapolis. Foto: Metropolitana di Napoli

Le imbarcazioni, denominate A e C, appartenenti alla stessa epoca, fine I secolo d.C., e B databile tra la fine del II e gli inizi del III secolo d.C., sono state realizzate utilizzando il metodo classico della costruzione navale geco – romana detto a “mortase e tenoni”. I relitti A e B dovevano essere delle navi commerciali, onerariae, di medio tonnellaggio per un commercio medio/piccolo di cabotaggio, mentre la barca C, un’horeia, veniva utilizzata per la servitù portuale, per il carico e scarico di merci o per attività di pesca. Per la fragilità dei reperti e per la profondità dello scavo, agli addetti ai lavori è emerso subito l’impossibilità di tenere in loco i relitti e le infrastrutture portuali lignee. Per queste motivazioni si è elaborato un programma di recupero delle imbarcazioni, reso possibile grazie alla collaborazione con la Soprintendenza e a vari specialisti nel campo del restauro, del rilievo e dei beni culturali che in 5 mesi hanno provveduto al sollevamento e allo stoccaggio delle imbarcazioni presso un capannone climatizzato allestito appositamente nell’area adibita al deposito dei treni metropolitani di Secondigliano – Piscinola dove tutt’ora sono conservati in apposite vasche la cui temperatura e acqua vengono costantemente monitorate per un’adeguata conservazione dei legni. Sette in tutto le imbarcazioni rinvenute tra il 2004 e il 2015, con datazioni che arrivano fino al III secolo d.C., in piena epoca imperiale.

Durante il sopralluogo interverranno le Architette Roberta de Risi e Alessia de Michele, autrici del volume “Napoli metro per metro”, un racconto insolito della città che parte dalle Stazioni dell’arte della Metropolitana.

 Info visita:

Numero di persone per visita: 20

Accessibilità disabili: no

Bambini: a partire dai 10 anni

Animali: piccola o media taglia, muniti di guinzaglio e museruola

Piazza Municipio, 80133 Napoli NA

Sabato 10:30 > 11:30

Durata 60 minuti

Acquedotto del Serino. Foto: Open House Napoli

Acquedotto augusteo del Serino

Il percorso nella Napoli antica continua con un altro gioiello archeologico, l’acquedotto romano del Serino scoperto casualmente nel 2011 nel piano interrato dello storico Palazzo Peschici Maresca e costruito in epoca augustea intorno al 10 d.C. per risolvere il problema idrico della città. L’opera ingegneristica doveva essere davvero imponente sin dal suo tratto d’origine. Oltre 100 chilometri che partivano dalla sorgente del Serino, sull’altopiano irpino nei pressi del monte Terminio per giungere fino alla Piscina Mirabilis di Miseno. Lungo il suo percorso attraversava i più importanti centri urbani dell'epoca, tra cui Neapolis. Dopo il terremoto del 62 d.C. e l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., l’acquedotto fu restaurato con l’inserimento di alcuni tratti o tratti interi paralleli a quelli già esistenti per coprire le maggiori richieste idriche delle città coinvolte dai disastri.

Acquedotto del Serino. Foto: Open House Napoli

Nel corso dei secoli, i due ponti-canale rinvenuti, in tufo e laterizi, furono prima interrati a seguito dell’innalzamento del livello di calpestio, poi utilizzati come fondamenta per la costruzione del palazzo, nell'epoca in cui la città si espandeva al di fuori delle mura, nel Cinquecento, con la nascita dell’attuale area Vergini-Sanità. Gli spazi disegnati dai grandi archi, oggi nel sottosuolo, sono stati adibiti in tempi più recenti a cantina e deposito, rifugio durante le ultime guerre, poi trasformati in discarica e quindi abbandonati. Negli ultimi anni il sito è stato oggetto di un’importante azione di sgombro, ripulitura e messa in sicurezza, ad opera dell'Associazione VerginiSanità in collaborazione con la proprietà e con associazioni del territorio, per attività finalizzate alla conservazione, valorizzazione e fruizione. Il Palazzo, che ospita al suo interno una porzione di acquedotto, agli inizi dell’Ottocento apparteneva alla famiglia Peschici, di nobile stirpe, ma secondo alcune ricerche condotte nell’archivio dell’Arciconfraternita dei Pellegrini per tutto il Settecento, la proprietà era dei Maresca, importante famiglia di armatori.

Info visita:

Numero di persone per visita: 30

Accessibilità disabili: no

Bambini: sì

Animali: no

Via Arena della Sanità, 5, 80137 Napoli NA

Sabato 10:30 > 11:15 | 12:00 > 12:45 | Domenica 10:30 > 11:15 | 12:00 > 12:45

Durata percorso: 45 minuti

Dalle viscere della terra uscimmo a rivedere le stelle, parafrasando Dante e così il percorso giunge fino alle vette della città antica, l’acropoli.

Chiesa di Sant’Aniello a Caponapoli

La Chiesa sorge nell’area che anticamente ospitava la destinazione religiosa della Napoli pagana con i numerosi templi in marmo dedicati ad Apollo, Demetra e Diana il cui edificio sacro è stato identificato con l’attuale chiesa di Santa Maria della Pietrasanta. Alcuni saggi hanno messo in evidenza, durante gli anni ’60, tre allineamenti murari della città greca del IV-III secolo a.C. nella navata e nel transetto. Tra i ritrovamenti, anche muri romani in opus reticulatum del I secolo d.C. assieme a tombe altomedievali. Accurati rilievi e attente schedature hanno permesso di ricomporre il complesso puzzle archeologico dell’area su cui poi si è originata la chiesa. Il sito urbano di Caponapoli corrisponde al punto più alto della città greca, e le successive trasformazioni di questa parte dell’antica Neapolis sono da intendere intimamente collegate all’importanza geografica e naturale del sito e alle vicende storiche che l’hanno interessato nel corso dei secoli. Le origini dovettero essere improntate alla necessità di difesa, come sembrano testimoniare le mura di epoca greca ritrovate sotto il piano di calpestio della chiesa, orientati secondo una direttrice nord - ovest/ sud-est, parallelamente all’incirca all’attuale via Foria. In quest’area dovevano infatti concentrarsi i templi più importanti della città dedicati agli dei olimpici e dovevano svolgersi solenni riti con processioni e sacrifici. In epoca romana, la zona fu scelta da numerose famiglie patrizie per la costruzione di dimore sfarzose e la presenza di giardini e frutteti rigogliosi che tuttavia non si sono conservati nel corso dei secoli.

Chiesa di Sant'Aniello a Caponapoli. Foto: Open House Napoli

La fondazione della Chiesa risale al VI secolo ed è strettamente connessa al nome del santo a cui è votata. La tradizione vuole che presso l’acropoli vi fosse custodita un’immagine della Madonna ritenuta miracolosa a cui presto il piccolo Agnello, o Aniello, si avvicinò per dedicare la sua vita alla solitudine e preghiera. Alla sua morte, Aniello fu sepolto nella stessa chiesa e il suo culto si diffuse in tutto l’alto e basso medioevo. La chiesa ha subito danni ingentissimi nel tempo, per i bombardamenti del 1944 e il terremoto del 1980. Il crollo del tetto e i dissesti comportarono fenomeni di spoliazione e saccheggio. Sul finire degli anni ’80 partì un processo di restauro, con l’impegno unitario delle tre Soprintendenze, ai Beni Archeologici, Beni Architettonici e Beni Storico-Artistici. Si è optato per un restauro, progettato dagli architetti Ugo Carughi e Luigi Picone, che consentisse di valorizzare le preesistenze archeologiche, creando un vuoto nella navata centrale contornato, mediante un gradino intermedio, da una passerella continua in vetro strutturale, collocata lungo il perimetro interno. Così si è resa sincronicamente visibile all’interno della chiesa l'intera vicenda storica della città, dall’epoca di fondazione a quella contemporanea, attraverso i reperti di epoche lontane nel tempo, ma vicine nello spazio. La conclusione dei lavori di restauro riguardanti l’altare, nel 2014, ha consentito la riapertura al pubblico della Chiesa, grazie alla collaborazione tra Legambiente Campania e la Curia Arcivescovile di Napoli.

Info visita:

Numero persone per visita: 35

Accessibilità disabili: no

Bambini: sì

Animali: no

L'entrata è consentita fino ad un'ora prima dell'orario di chiusura indicato

Vico Sant'Aniello a Caponapoli, 9, 80138 Napoli NA

Sabato 09:00 > 13:00

Durata della visita 45 minuti

Parto. Non dimenticherò né la via Toledo né tutti gli altri quartieri di Napoli; ai miei occhi è, senza nessun paragone, la città più bella dell’universo.

(Stendhal)

 

 


Tenea Peloponneso

Tenea: ritrovata l'antica città di prigionieri sopravvissuti a Troia?

Si sarebbe ritrovata la città di Tenea, città greca della quale ci parlano Strabone (Geografia 8.6.22) e Pausania (Descrizione della Grecia 2.5.4). Questo secondo il Ministero della Cultura e dello Sport della Grecia, che ha comunicato l’opinione degli archeologi, convinti di aver individuato i primi resti tangibili dell’insediamento fondato dai prigionieri sopravvissuti al sacco di Troia.

Tra i ritrovamenti, muri e pavimenti di edifici in argilla e marmo, oltre a ceramiche domestiche. Sette sepolture hanno permesso la scoperta di gioielli in osso, rame e oro, di un dado da gioco in osso e di oltre duecento monete databili a partire dal IV secolo a. C. e fino a tarda epoca romana. Una delle tombe ospitava una donna con bambino.

Tenea PeloponnesoLa città, sulla strada tra Argo e Corinto, sarebbe fiorita grazie ai commerci; il sito sarebbe stato individuato nei pressi del villaggio di Chiliomodi, nel Peloponneso. Fino all’ultima riforma del governo locale in Grecia, la municipalità di Chiliomodi prendeva il suo nome proprio dall’antica città di Tenea, ma è ora accorpata a quella di Corinto.

A lungo gli archeologi hanno sospettato l'esistenza dell'insediamento. Gli scavi nel sito cominciarono nel 2013, ma le prove sarebbero emerse solo a settembre e ottobre di quest'anno. L'archeologa Eleonora Korka, a capo degli scavi, ha sottolineato come la città sarebbe stata prospera.

Foto dal Ministero della Cultura e dello Sport della Repubblica Ellenica.

Link: BBCDaily Mail; Washington Post; Associated PressReuters.