Lusiadi

I Lusiadi e l'epica portoghese, tra orientalismo ed esotismo

Dal 1500 divenne una prassi dimenticare le vicende dei paladini carolingi o ai cavalieri della tavola rotonda e ispirarsi agli eroi contemporanei o ai condottieri delle crociate. L'esempio più illustre di questo atteggiamento poetico è la Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso, dove gli eroi delle crociate come Goffredo di Buglione o Tancredi appartengono alla storia della conquista cristiana della Terra Santa. La passione di Tasso relativa alle vicende dei primi crociati si traduce in un rinnovato interesse per liberare il Santo Sepolcro, la Gerusalemme Liberata fu l'elisir che avrebbe dovuto ispirare tutti i cavalieri della cristianità; si denota la seria intenzione di creare il poema epico moderno. Sullo stesso piano di Torquato Tasso si staglia la figura di Luís Vaz de Camões (1524-1580), l'autore dei Lusiadi (1572) è sospinto dagli stessi eventi storici che hanno influenzato la Gerusalemme Liberata a creare un poema eroico e soprattutto nazionale.

Il poeta portoghese si ispira ugualmente a un personaggio storico e allo stesso tempo leggendario: Vasco de Gama. Il poema di Camões è un attacco alle finte epopee del passato, siano esse le gesta cavalleresche dell'Orlando Furioso o i mitici viaggi delle Argonautiche di Apollonio Rodio e Valerio Flacco. Camões si aggancia alla scrittura più classica, a testi come l'Odissea e l'Eneide, tanto che Gozzano lo etichetterà «pallido emulatore di Virgilio». I suoi eroi sono uomini che colonizzano e combattono per il Portogallo e contro nuovi mondi, come Ulisse a Troia per la gloria dei Greci e durante i suoi vagabondaggi mediterranei o come Enea, fondatore di una dinastia millenaria in lotta contro i latini, protetto dai penati salvati dalle ire degli Achei.

I Lusiadi, Canto IV, 87. Immagine di Igordeloyola, FAL

I Lusiadi condividono con la Gerusalemme Liberata l'interesse per l'Oriente, a cominciare dalla mitologica descrizione dell'aurora e dell'esotico cielo asiatico (Canto I Lusiadi, e IX Gerusalemme Liberata). L'Oriente “portoghese” è notevolmente più vasto e, nel canto X, a Vasco de Gama viene profetizzato il destino del Portogallo che da piccolo regno iberico diventerà un impero. Oltre al fascino che l'Oriente esercita su Torquato Tasso è necessario prendere in considerazione il punto di vista dell'Autore italiano sui popoli che non appartengono alla religione cristiana.

E qui specifico che non si parla esclusivamente di musulmani ma di quel vaso di Pandora in cui sono contenuti anche i popoli delle Nuove Indie occidentali. Se ad Est c'è l'Oriente infedele che ha conquistato la città santa di Gerusalemme, ad Ovest corrisponde il Nuovo Mondo selvaggio da civilizzare e cristianizzare. Basti vedere il canto XV, dove la Fortuna descrive i popoli oltre le colonne d'Ercole con "barbari costumi ed empi" tratteggiando i connotati di una (in)civiltà animalesca. Gli stessi stilemi usati dal poeta dei Lusiadi nel primo canto "Gli indigeni cresciuti sulla costa non han di leggi e civiltà nozione".

Nella versione, detta riformata, della Gerusalemme Liberata, cioè la Conquistata, affiorano ancora più ossessivamente i contrasti tra la civitas christiana e le barbarie dei popoli infedeli, gli eroi di queste genti sono sempre politeisti o idolatri e quindi degli incivili. Differentemente, i crociati guidati da Goffredo di Buglione sono chiamati «buon popolo di Cristo», «la gente fedel», e così via. Gli Arabi sono oltremodo dipinti malevolmente nella Gerusalemme Conquistata: «Arabi avari e ladroni in ogni tempo o mercenari» (canto IX), «Feccia del mondo, Arabi inetti» (canto IX).

Altro punto che accomuna il poeta portoghese e l'italiano è l'odio per i Turchi, ma la visione di Tasso è certamente più radicale; l'Islam è l'incarnazione del male e rovina del mondo. L'Oriente stesso smette di essere un luogo geografico ma diventa un piano demoniaco, estraneo alle terre cristiane e labirinto di magie oscure e blasfeme. Innegabilmente, Torquato Tasso è affascinato da questo mondo (basta leggere la Liberata), ma nella versione riformata il reale viene distorto e enfatizzato. Anche la sensualità orientale viene condannata e attaccata, invece Camões - seguendo maggiormente l'epos classicheggiante - fa ristorare i marinai portoghesi tra le affettuose attenzioni delle ninfe di un'isola incantata.

La Gerusalemme Conquistata orientalizza l'Oriente, come direbbe Edward Said, l'Oriente è visto e concepito solamente con il punto di vista cristiano-occidentale e per questo è (ir)reale. Infatti gli stereotipi non finiscono mai, l'Oriente è la terra dei despoti, dei traditori e degli usurpatori. Anche Camões condivide questi punti di vista, mettendo in luce il suo eurocentrismo, i popoli africani sono senza legge, avari e incolti. Il mondo asiatico e quello africano nel poema di Camões sono considerati inferiori, non toccati dalla religione cristiana e dalla cultura classica, questi spazi geografici sono l'ultimo gradino dell'humanitas.

Siamo di fronte a un paradosso, l'interesse congiunto di Tasso e Camões per i fatti storici, la geografia e per la verità scompare quando si deve descrivere il mondo orientale: contraddizioni, iperboli, pregiudizi, mistificazioni esotiche e leggendarie sono solo alcuni degli elementi che serpeggiano tra i due grandi poemi eroici. Ma l'Oriente favoloso affascina anche positivamente l'autore portoghese che si dilunga in curiose e divertenti descrizioni etnografiche dei popoli incontrati dal navigatore Vasco de Gama.

Alla spontaneità dei lusitani, i lusiadi-portoghesi, si contrappone sempre il dispotismo orientale indiano-islamico dei regni a cui approdano i naviganti iberici. I musulmani o gli indiani sono falsi, spergiuri e ipocriti oltre che perfidi e malvagi.

Lusiadi
La tomba di Luís Vaz de Camões al Monastero dos Jerónimos a Belém. Foto di Joaquim Alves Gaspar, CC BY-SA 3.0

Ovviamente l'aspetto diabolico e corrotto del mondo africano-asiatico non serve da contraltare al mondo europeo, quest'ultimo non è risparmiato dalle critiche aperte di Camões. L'Europa è corrotta e nessuna nazione può rivaleggiare contro l'umile e onesta popolazione portoghese. Tutti gli aspetti negativi sembrano scomparire davanti all'opulenza delle civiltà asiatiche o delle corti islamiche, l'esotismo è forte nel poema Lusiadi e Camões viaggiatore e uomo di cultura non resiste al fascino delle spezie, dei mari ignoti e delle bellezze orientali.

In Tasso e Camões sono notevoli e numerose le convergenze di pensiero riguardo l'Islam e l'Oriente, ma sono presenti anche diverse divergenze che ho cercato di far risaltare. Camões è attratto culturalmente dall'Oriente e non soffre - a differenza di Tasso - della pressione della Chiesa della Controriforma, non deve forzare la sua visione dell'Oriente. La sessualità non è un male equiparabile alla demoniaca eresia musulmana, l'Oriente è la culla di meraviglie e tesori che gli occidentali non possono comprendere. Tasso, seppur inizialmente interessato al Vicino Oriente, non riesce a non mistificarlo e demonizzarlo; Gerusalemme sarà sempre corrotta dal male, finché non sarà liberata dai mostri pagani dei musulmani. Non rientrando pienamente nella definizione di poema cavalleresco, I Lusiadi connotano felicemente gli interessi eroici, cristiani e culturali di un autore simbolo del rinascimento portoghese, criticato aspramente dagli studiosi per le numerose incongruenze logiche ma apprezzato da tutti i portoghesi che hanno voluto sognare.

Un plauso va all'editore Schegge Riunite per aver riproposto finalmente un testo così importante per letteratura rinascimentale e moderna.

Lusiadi
La copertina del poema I Lusiadi di Luís Vaz de Camões, pubblicato dall'editore Schegge Riunite

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Tra le pagine intime di Tasso: l'epistolario

Se si dovesse tracciare una linea del tempo della letteratura nazionale italiana che abbia pochi punti essenziali, Torquato Tasso (1544-1595) sarebbe indubbiamente uno di questi.
Il giovanissimo Torquato Tasso in un ritratto di Jacopo Bassano, 1565 ca.
Ovviamente il concetto di essenzialità di un autore racchiude in sé diverse caratteristiche. Egli, come un moderno "Giano bifronte" deve, con sguardo al passato (critico o nostalgico che si voglia) e tensione verso il futuro, aver impresso una svolta e una novità al proprio presente: ciò lo rende un riferimento.
Ebbene, la storia testimonia che dai tempi del Petrarca nessun letterato italiano aveva riscosso, già da vivo, una tale ammirazione su scala internazionale (e si dovrà poi aspettare il Leopardi). Intorno al Tasso come personaggio e intorno alle sue opere, la Gerusalemme Liberata in testa, le Rime e l'Aminta in coda, si generò un vero e proprio mito che durò per tutto il Seicento. Se per secoli era fatto obbligo di perseguire i rigidi dettami petrarcheschi di compostezza classica e equilibrio, le neonate e prepotenti culture manieristica e barocca erano strettamente legate al parlar disgiunto del poeta di Sorrento.
Questo impeto sarebbe stato bruscamente sedato dagli accademici della Crusca, che gli preferirono l'Ariosto a livello narrativo ed esclusero di trarre passi di sue opere da citare nella prima edizione del loro Vocabolario. Sarà il già citato Giacomo Leopardi a riabilitarlo definitivamente, riadottando alcuni tratti della sua poetica e dedicandogli un dialogo delle sue Operette Morali.
Ciò su cui però sarebbe opportuno riflettere un momento è che, a ragion veduta, Torquato Tasso è uno dei tanti intellettuali del panorama italiano di cui si ha una visione ingiustamente parziale. Le cause più riscontrate, a parere di chi scrive, sembrano: i programmi scolastici persecutori, che prevedono una sua analisi alla fine del terzo anno di liceo (se si è fortunati); la più che ovvia attenzione che merita la sua opera maggiore, la Liberata. Tutto ciò che rimane della sua produzione passa, se non in secondo piano, il più delle volte sotto un indecoroso silenzio.
Che dire poi delle vicende più o meno sgradevoli che lo hanno visto coinvolto, attivamente o passivamente: queste lo ritrarrebbero unicamente come un folle agli occhi di chiunque non voglia scavare un po’ più a fondo nel suo animo.
Come rintracciare allora nella produzione del Tasso, che sappiamo essere così attento, ai limiti della malattia, alle sue parole, una qualche testimonianza dei suoi pensieri? Un'opera c'è, per la prima volta forse nella storia della letteratura italiana, specchio prezioso sulle vicissitudini, sulle riflessioni, sulle idee del poeta: il suo epistolario.
Quella che potrebbe sembrare una affermazione scontata non lo è: si presenta infatti al lettore una raccolta di lettere in quanto tale, laddove è stata consuetudine trovare sotto lo stesso nome quasi una vera e propria opera letteraria, calcolata e organizzata (di nuovo occorre un paragone con il Petrarca). Ecco perché quello tassiano si può annoverare tra i più importanti epistolari della letteratura, tra i più ricchi e realmente spontanei. Si parla infatti di un insieme caotico di più di duemila lettere, e certamente molte altre sono andate perdute. Esse sono scritte durante il periodo di reclusione presso l'Ospedale di Sant'Anna, dunque tra il 1579 e il 1586.
Eugène Delacroix immagina Tasso durante la prigionia, 1839
In queste lettere, destinatari delle quali sono i familiari ma soprattutto i potenti, cui si appella per avere ascolto e protezione, emerge una figura tutt'altro che idealizzata dell'autore. Tasso anzi si rivela in tutta la sua fragilità, si descrive nella sua povertà ed espone umilmente i suoi bisogni: ecco perché la cura letteraria di derivazione petrarchesca è facilmente soppiantata dalla necessità di presentare come autentici e immediati i propri sentimenti.
Commovente è una delle prime lettere spedite dal carcere a Scipione Gonzaga, futuro cardinale nonché amico del poeta e tra i primi revisori ed editori della Liberata.
Scipione Gonzaga, consacrato cardinale il 18 dicembre 1587 da papa Sisto V
In questa lettera, datata maggio 1579, emerge tutto il dolore e la preoccupazione di Tasso per la condizione in cui si trova, anche se sono passati solo alcuni mesi. Il poeta ha nostalgia non tanto della gloria, della fama, dell'onore di cui godeva quando era libero, ma della libertà stessa; ha disagio del non poter curare la propria persona; ha timore del tempo che dovrà trascorrere nella "continuazione del male" (e saranno altri sette lunghi anni).
Ma le parole più meste di questa breve lettera, che colpiscono perché, nonostante sembri il contrario, tutelano l'eroismo e la dignità personale del poeta, sono forse queste: "e sovra tutto m’affligge la solitudine, mia crudele e natural nimica, da la quale anco nel mio buono stato era talvolta così molestato, che in ore intempestive m’andava cercando o andava ritrovando compagnia."
Fonti:
“La scrittura e l’interpretazione” di Luperini, Cataldi, Marchiani, Marchese; Palermo, 2011.
“Per l'epistolario del Tasso (1)”  di Emilio Russo, pp. 185-198 in “Scrivere lettere nel Cinquecento. Corrispondenze in prosa e in versi”, a cura di Laura Fortini, Giuseppe Izzi, Concetta Ranieri; Roma, 2006.

Tommaso Traetta e il 700 napoletano protagonista al Festival della Valle d’Itria

(di Viviana Minervini)

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