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Nel tartaro dei nostri antenati preistorici, le origini dell’agricoltura in Europa

Nel tartaro dei nostri antenati preistorici, le origini dell’agricoltura in Europa

L’analisi del tartaro preistorico di 44 individui provenienti da siti archeologici italiani e balcanici ha permesso di confrontare le abitudini alimentari dei cacciatori-raccoglitori-pescatori del Paleolitico e Mesolitico con quelle dei primi agricoltori del Neolitico e di individuare una specie batterica del cavo orale la cui variabilità genetica permette di ripercorrere le migrazioni dei primi agricoltori. I risultati dello studio coordinato dalla Sapienza Università di Roma nell’ambito del progetto ERC Starting Grant HIDDEN FOODS sono stati pubblicati sulla rivista PNAS.

tartaro agricoltura Europa
Nel tartaro dei nostri antenati preistorici, le origini dell’agricoltura in Europa

Il tartaro dentale, da sempre considerato un grande nemico della nostra salute orale, negli ultimi anni è diventato oggetto di studio della bioarcheologia, rivelandosi uno strumento fondamentale per la ricerca sulle abitudini alimentari e lo stile di vita di individui che vivevano in epoca preistorica. Infatti, durante il processo della sua formazione le cellule dei microrganismi che popolano il cavo orale (la cosiddetta flora batterica), le microscopiche particelle di cibo e anche strutture vegetali e/o animali e le loro molecole di DNA, possono essere intrappolate e conservate per millenni.

Nello studio pubblicato sulla rivista scientifica PNAS e condotto nell’ambito del progetto ERC Starting Grant HIDDEN FOODS dal team del laboratorio DANTE - Diet and ANcient TEchnology Laboratory del Dipartimento di Scienze odontostomatologiche e maxillo-facciali della Sapienza in collaborazione con l’Università di Vienna, l’analisi del DNA antico conservato nel tartaro di 44 individui provenienti da siti archeologici in Italia e nei Balcani, risalenti fino a oltre 15.000 anni fa, ha permesso di ricostruire l’evoluzione della flora orale degli antichi cacciatori e raccoglitori del Paleolitico e Mesolitico e dei primi gruppi di agricoltori che arrivarono dal Vicino Oriente durante il Neolitico, delineando così le tappe che hanno segnato in Europa meridionale la transizione verso l’agricoltura.

“Le analisi sui denti preistorici – commenta Claudio Ottoni, paleogenetista e primo autore dell’articolo – sono state condotte utilizzando tecniche avanzate di estrazione del DNA e di sequenziamento genico chiamate Next-Generation Sequencing (NGS) e hanno evidenziato come l’arrivo dei primi agricoltori abbia modificato solo parzialmente la composizione della flora orale degli antichi cacciatori. Nonostante ciò, tale evento è stato registrato nel genoma umano e in quello di molte specie di animali che sono state portate dagli antichi agricoltori. Attraverso lo studio della variabilità genetica e l’analisi filogeografica di una specie batterica che popola la cavità orale, l’Anaerolineaceae bacterium oral taxon 439, siamo riusciti a ricostruire il flusso migratorio dei primi agricoltori che, circa 8.500 anni fa, spostandosi dal Vicino Oriente, sono giunti nei Balcani e in Italia”.

“La nostra analisi - continua Emanuela Cristiani del Dipartimento di Scienze odontostomatologiche e maxillo-facciali, responsabile scientifico del progetto HIDDEN FOODS e coordinatrice dello studio - ha permesso di individuare in due campioni di tartaro degli antichi cacciatori, rinvenuti nel sito di Vlasac, in Serbia, alcune tracce di DNA di piante tra cui betulla, nocciola e sambuco. Macro-resti di queste specie vegetali sono stati rinvenuti anche nei contesti mesolitici nello stesso territorio e confermano il consumo di tali specie a scopo alimentare e/o tecnologico”.

Precedenti studi avevano già dimostrato che la resina di betulla veniva masticata per essere poi usata come collante, ad esempio per la fabbricazione di utensili, un’attività che potrebbe aver lasciato una traccia molecolare nel tartaro degli antichi cacciatori-raccoglitori.

“Un cambiamento più profondo nella composizione della nostra flora batterica - spiega Claudio Ottoni - è avvenuto successivamente al Neolitico, come ha dimostrato il confronto con alcuni dataset di tartaro umano riferibili al 18° e 19° secolo fino a oggi. Nello specifico, i nostri risultati hanno evidenziato come l’attività funzionale della flora orale umana moderna sia mutata a seguito dell’uso massiccio di antibiotici a partire dagli anni ’40 del secolo scorso, un utilizzo che ha portato all’insorgenza di meccanismi di resistenza agli antibiotici precedentemente assenti nei campioni preistorici”.

“Lo studio – conclude Cristiani - rappresenta un decisivo passo avanti nell’analisi del tartaro antico sebbene occorreranno ulteriori indagini per stabilire se le dinamiche osservate nei Balcani e in Italia si siano verificate anche in altre regioni d’Europa. Per capire esattamente quando la nostra flora orale è cambiata, sarà necessario analizzare campioni più recenti, dall’Età del Bronzo fino al Medioevo”.

 

Riferimenti:

Tracking the transition to agriculture in Southern Europe through ancient DNA analysis of dental calculus - Claudio Ottoni, Dušan Boric, Olivia Cheronet, Vitale Sparacello, Irene Dori, Alfredo Coppa, Dragana Antonovic, Dario Vujevic, T. Douglas Price, Ron Pinhasi, and Emanuela Cristiani - PNAS 2021 https://doi.org/10.1073/pnas.2102116118

 

Testo e foto dall'Ufficio stampa e comunicazione Sapienza Università di Roma


Animali. Miti, Saperi, Simbologie. Convegno in ricordo di Enrico Comba

Animali. Miti, Saperi, Simbologie. Convegno in ricordo di Enrico Comba (Nemi, 7-10 luglio 2021)

Animali Miti, Saperi, Simbologie. Convegno in ricordo di Enrico Comba (Nemi, 7-10 luglio 2021)
Animali. Miti, Saperi, Simbologie. Convegno in ricordo di Enrico Comba (Nemi, 7-10 luglio 2021)

Il Museo delle Religioni “Raffaele Pettazoni” non ha smentito le aspettative, anzi le ha decisamente superate. Dal 7 al 10 luglio è stato il promotore e l’organizzatore, insieme all’Associazione Calliope, di un convegno incentrato sul regno animale. Il convegno “Animali, miti, saperi e simbologie”, che ha avuto luogo negli spazi suggestivi del comune di Nemi, di altissimo livello accademico e culturale, ha commemorato la recente scomparsa dell’antropologo Enrico Comba, professore presso l’Università di Torino. Molti tra i suoi studenti e colleghi hanno partecipato, ricordandolo con affetto e stima.

Gli animali, i protagonisti indiscussi di questa stimolante occasione, come degli spiriti guida hanno condotto l’uditore in un viaggio spaziale e temporale, attraverso popoli, culture e paesaggi incredibili, partito dall’età del ferro e approdato ai nostri giorni. Sotto la multidisciplinarità che ha spaziato dall’archeologia alla letteratura classica, dall’antropologia alla storia medievale e moderna, si è creato un clima di interscambio unico.

Gli oratori hanno parlato approfonditamente di teriomorfismo e metamorfismo, del lupo e di tanti altri animali. Non è mancate nemmeno un’incursione al mondo indiano a proposito delle tigri mannare presenti nella tradizione del subcontinente asiatico.

L’importanza delle fonti è stata evidenziata lungo tutte le giornate, ma è stata la prima attrice nell’intervento di Nicola Reggiani esposto nel pomeriggio del 7 luglio: i papiri, le immagini, le raccolte e i testi sacri non sono solo meri supporti, ma entità parlanti in grado di raccontare storie incredibili e di donare informazioni fondamentali per comprendere la vita quotidiana di una determinata cultura. Le fonti, però, sono anche orali, basilari nello studio dell’antropologo. Oltre ad aver respirato un certo esotismo suggerito da esposizioni inscenate in luoghi lontani nello spazio e nel tempo come l’Egitto in epoca ellenistica, l’America latina, l’Asia, la Siberia, Cartagine, il Vicino Oriente antico, l’Africa nera, alcuni momenti sono stati dedicati al patrimonio folklorico della nostra bella penisola. Hanno ripreso vita le tradizioni popolari, le narrazioni e le festività che echeggiano nelle montagne italiane. Sono stati ricordati i carnevali della Val d’Ossola che hanno cani e lupi come maschere di spicco, oppure le favole che tuttora vengono raccontate ai bambini liguri sui lupi. Sul filo conduttore della memoria, ha preso parola una ricercatrice, Eleonora D’Agostino, la quale ha incentrato il suo lavoro sulle forme del neo paganesimo in Italia. Il rapporto tra gli animali e la religione è molto stretto e oltre a comparire in alcuni testi sacri come è stato dimostrato da diversi interventi, è materia di speculazione di tipo esoterico. Il leone ad esempio è un elemento chiave nell’astrologia, così come nell’alchimia moderna.

Gli interventi non sono stati solo di carattere umanistico, alcuni hanno appoggiato i loro contributi a discipline di natura scientifica, come l’etologia, imprescindibile nello studio degli animali, o le scienze cognitive affiancate all’antropologia, con il fine di dare una spiegazione più dettagliata di certi fenomeni legati al regno animale.

Come era già accaduto per il convegno precedente, Romulus. Dio, re, fondatore di Roma, del ciclo estivo promosso dal Museo della Religioni, è stato possibile per chi lo desiderasse consumare il pranzo e la cena con i relatori, creando un clima convivale, incentivato dalle escursioni pomeridiane, occasioni uniche per scoprire o riscoprire l'incredibile patrimonio culturale e paesaggistico offerto dal territorio dei Castelli Romani. È stato esplorato il suggestivo bosco di Nemi ed i più impavidi si sono inoltrati fino a Fontan Tempesta. Un’altra gita ha avuto come location il sito archeologico del santuario di Diana Nemorense. È stata organizzata anche una passeggiata presso il centro storico di Genzano. Tutte le gite sono state accompagnate dalla guida del preparatissimo direttore del Museo della Religioni, Igor Baglioni. Non posso che consigliare vivamente la partecipazione ai prossimi appuntamenti in programma. Non ho dubbi che costituiranno delle esperienze indimenticabili. Il prossimo sarà a Genzano dal 30 al 31 luglio col titolo Mythos III. I Miti e l’Epica dell’Antichità Classica e del Mondo Medievale nella Fantascienza e nel Fantasy”. Anche ad agosto non mancheranno degli incontri, dal 13 al 15, infatti si terranno i Nemoralia presso il comune di Nemi, manifestazione ruotante sulla Dea Diana.

Foto Free-Photos 

Neanderthal Nesher Shamra Israele fossili

Ritrovati nuovi fossili di Neanderthal in Israele: l’Oriente era così “vicino” anche per i nostri antenati?

Ritrovati nuovi fossili di Neanderthal in Israele: l’Oriente era così “vicino” anche per i nostri antenati?

Il recente ritrovamento di resti fossili nel sito israeliano di Nesher Ramla, riconducibili a un possibile antenato dei Neanderthal, porta alla luce il ruolo di popolazioni del Vicino Oriente nell’evoluzione di questa forma umana estinta. Lo studio, che ha visto la partecipazione di ricercatori del Dipartimento di Biologia ambientale della Sapienza Università di Roma e del Museo di Storia Naturale dell'Università di Firenze, è stato pubblicato sulla rivista Science, che gli ha anche dedicato la copertina.

Il ritrovamento di resti fossili di Neanderthal a Nesher Ramla, Israele

I Neanderthal sono la specie umana estinta che conosciamo meglio. Si è sempre pensato che la loro evoluzione fosse del tutto endogena, avvenuta interamente in Europa a partire da popolazioni del Pleistocene Medio, e che solo in seguito abbia previsto ondate di diffusione verso l'Asia.

Oggi un nuovo studio internazionale, che ha visto la collaborazione anche di ricercatori del Laboratorio di Paleoantropologia e bioarcheologia del Dipartimento di Biologia ambientale della Sapienza, mostra come le cose potrebbero essere state, in realtà, molto più complesse.

Il recente ritrovamento di fossili umani nel sito del Paleolitico medio di Nesher Ramla, in Israele, suggerisce infatti che il processo evolutivo potrebbe essere avvenuto con il contributo di popolazioni umane vissute al di là del Mediterraneo e, nello specifico, che siano quelle del Vicino Oriente ad aver avuto un ruolo importante.

Seppur frammentari, i fossili di Nesher Ramla – rappresentati da porzioni del cranio, da una mandibola e alcuni denti, tutti databili tra 140 e 120 mila anni fa – mostrano una combinazione unica di caratteristiche neandertaliane e tratti più arcaici.

"È questa la conferma – spiega Giorgio Manzi, paleoantropologo della Sapienza Università di Roma, che ha partecipato allo studio – che le popolazioni umane del Pleistocene Medio sono andate incontro a fenomeni evolutivi “a mosaico”, che hanno fatto emergere le caratteristiche tipiche dei Neanderthal, come anche quelle di noi Homo sapiens. È ciò che osserviamo anche in Italia con lo scheletro della grotta di Lamalunga, vicino Altamura, nel quale tutte le analisi che abbiamo potuto condurre finora mostrano un sorta di blend evolutivo."

I Neanderthal sono noti alla paleoantropologia sin dalla metà del XIX secolo, quando venne rinvenuto il primo scheletro; successivamente, le scoperte e le ricerche riguardanti questa umanità estinta si sono molto sviluppate, tanto che oggi conosciamo bene i Neanderthal e la loro storia, ne ricostruiamo la morfologia e i comportamenti, come pure la genetica, tanto da individuare una piccola frazione del loro DNA ancora presente nel genoma delle popolazioni umane moderne. Il recente rinvenimento di nuovi reperti fossili nella Grotta Guattari al Monte Circeo, 80 anni dopo la scoperta di uno dei crani più rappresentativi della preistoria europea, ha riacceso ultimamente anche in Italia l’interesse per questa umanità proveniente da una remota preistoria.

Neanderthal Nesher Ramla Israele fossili
Il ritrovamento di resti fossili di Neanderthal a Nesher Ramla, Israele

"Con i nuovi fossili israeliani, sappiamo che la storia potrebbe essere stata anche più complessa e non solo confinata all'Europa – aggiunge Fabio Di Vincenzo, oggi Curatore della sezione di antropologia del Museo di Storia naturale di Firenze, anche lui tra gli autori del nuovo studio. – "La geografia dell’area Mediterranea, con la sua eterogeneità ambientale durante il Pleistocene, ha necessariamente svoto un ruolo chiave nel plasmare le caratteristiche dei Neanderthal da un capo all’altro del continente, includendo anche le regioni balcaniche e le limitrofe aree asiatiche".

Neanderthal Nesher Ramla Israele fossili
Il ritrovamento di resti fossili di Neanderthal a Nesher Ramla, Israele

I nuovi reperti sono stati studiati con sofisticate tecniche digitali che hanno permesso di svelare le caratteristiche più nascoste e informative dell’anatomia cerebrale dei resti fossili e dei denti di Nesher Ramla. "Tali metodologie di antropologia virtuale – sottolinea Antonio Profico, attualmente ricercatore Marie Sklodowska Curie all’Università di York – rappresentano il nuovo standard della ricerca antropologica e il loro utilizzo sempre più diffuso sta aprendo nuovi e inediti orizzonti per lo studio dell’evoluzione umana."

Riferimenti:

A Middle Pleistocene Homo from Nesher Ramla, Israel - Israel Hershkovitz, Hila May, Rachel Sarig, Ariel Pokhojaev, Dominique Grimaud-Hervé, Emiliano Bruner, Cinzia Fornai, Rolf Quam, Juan Luis Arsuaga, Viktoria A. Krenn, Maria Martinón-Torres, José María Bermúdez de Castro, Laura Martín-Francés, Viviane Slon, Lou Albessard-Ball, Amélie Vialet, Tim Schüler, Giorgio Manzi, Antonio Profico, Fabio Di Vincenzo, Gerhard W. Weber, Yossi Zaidner - Science 2021 DOI: 10.1126/science.abh3169

 

Testo e foto dall'Ufficio stampa e comunicazione Sapienza Università di Roma


Abu Tbeirah Licia Romano

Il sito archeologico di Abu Tbeirah ai tempi del coronavirus: Licia Romano ci racconta il primo anno lontano dall’Iraq

Il 21 Marzo 2018 presso il Palazzo del Rettorato dell’Università la “Sapienza” di Roma sono stati presentati i risultati della campagna di scavo condotta ad Abu Tbeirah, nell’Iraq meridionale, dalla Missione Archeologica italo-irachena della Sapienza co-diretta dalla dott.ssa Licia Romano e dal professor Franco D’Agostino.

I risultati presentati riguardano la scoperta di un porto risalente al III millennio a.C., MARSA (هرسى) in arabo e MAR.SA in sumerico, che indicava la struttura amministrativa del porto e le attività ad esso annesse.

L’intera équipe della Sapienza ha indagato il sito di Abu Tbeirah, a partire dal 2017, posto vicino all’antica linea di costa del golfo arabico, all’interno di un ambiente paludoso e a ridosso del mare, che ha influenzato fortemente la vita dell’insediamento.

La scoperta del porto ha esteso maggiormente la necessità di svolgere altre indagini e approfondire le dinamiche di vita in quel determinato contesto.

Purtroppo, questo è il primo anno in cui la Missione Archeologica presso Abu Tbeirah non ha condotto la campagna di scavo, per i ben noti motivi che hanno coinvolto il Mondo intero.

Abu Tbeirah Licia Romano
Il porto di Abu Tbeirah, si ringrazia Licia Romano per la foto

Ringraziamo la co-direttrice della Missione, Licia Romano, che ci ha concesso un’intervista in cui ci spiega il contesto indagato e come l’équipe ha vissuto questo primo anno lontano dall’Iraq.

 

 

Quali sono stati i dati che vi hanno fatto comprendere che presso il sito di Abu Tbeirah ci fossero interessanti studi e scoperte da svolgere?

Il sito di Abu Tbeirah, una collina artificiale chiaramente visibile nel pianoro a sud della città di Nasiriyah, era stato individuato e mappato dai colleghi iracheni nel 1970. In seguito, grazie alle informazioni e ai dati raccolti sul sito, sia tramite survey, sia tramite l’analisi delle immagini satellitari, da Abdulameer al-Hamdani ed Elisabeth Stone della Stony Brook University, si è deciso di iniziare le attività di scavo ad Abu Tbeirah. I materiali rinvenuti sulla superficie indicavano che il tell era stato occupato essenzialmente in Epoca Sumerica, durante il III millennio a.C. Inoltre, le satellitari mostravano un denso abitato. A queste considerazioni di ordine scientifico se ne sono aggiunte anche altre di carattere logistico: nel 2012, quando iniziammo gli scavi in Iraq, le condizioni di sicurezza e la facilità di organizzazione e gestione delle attività di ricerca ci hanno fatto preferire uno scavo che fosse vicino alla città di Nasiriyah.

Abu Tbeirah Licia Romano
Edificio E1 ( Ur III-2100 a.C.), si ringrazia Licia Romano per la foto

 

Ci può descrivere com'è vivere una missione archeologica ai nostri giorni in Iraq?

Il nostro lavoro in Iraq è estremamente entusiasmante ma anche faticoso: dalla sveglia alle 4.30 del mattino, allo scavo sotto il sole di settembre (in Iraq si superano i 40°), alle ore passate in laboratorio o al personal computer. Tutto questo sforzo è reso però molto piacevole dalla collaborazione, basata su veri rapporti di stima e di amicizia, che abbiamo instaurato negli anni coi nostri colleghi e collaboratori iracheni. Il contatto così stretto con un mondo bellissimo, seppur molto distante dalla nostra quotidianità, è fonte unica ed eccezionale di arricchimento per tutti noi!

 

Come avete vissuto il primo anno senza scavare in Iraq?

È un anno veramente singolare. Certo, siamo dispiaciuti di non poter scavare ma soprattutto siamo preoccupati per i nostri cari in Iraq. Se la situazione sanitaria ed economica in Italia è ed è stata negli scorsi mesi problematica, possiamo immaginare facilmente quale possa essere stato l’impatto in Iraq. La nostra preoccupazione più grande è il non poter contribuire, come ormai facciamo da quasi un decennio, all’economia delle famiglie dei nostri collaboratori.

Abu Tbeirah Licia Romano
Gioielli rinvenuti in una sepoltura dell'inizio del 2° mill. a.C. Si ringrazia Licia Romano per la foto

Quali sono gli obiettivi e le prospettive future della Missione Archeologica ad Abu Tbeirah, tenendo conto della pandemia che ha fermato e stravolto l'intero mondo?

Speriamo di poter tornare al più presto, teoricamente il prossimo autunno. Continueremo ad indagare le zone abitate del sito ma ci soffermeremo anche sulle indagini paleoambientali. Crediamo infatti che la fine dell’insediamento di Abu Tbeirah sia strettamente connessa a dei cambiamenti climatici e ambientali che caratterizzarono la fine del III millennio a.C. In questo periodo, infatti, è attestato in tutto il Vicino Oriente un periodo di forte siccità. Il sito di Abu Tbeirah si trovava all’interno di una zona paludosa, era attraversato da due canali ed aveva anche un grande bacino artificiale dalle varie funzioni, tra cui di certo anche quella di porto. L’acqua era quindi un elemento fondamentale per la vita e l’economia della città. L’ondata di siccità ha di certo portato ad una riduzione della portata dei canali e ha reso la vita nel sito più difficile. Questi cambiamenti sono visibili grazie agli scavi archeologici e alle ricerche sul paleoambiente effettuati sinora. Comprendere, quindi, come gli abitanti di Abu Tbeirah abbiano tentato di reagire a questi cambiamenti è tra i nostri principali obiettivi. In un’epoca di forti cambiamenti climatici come la nostra, rende il tutto molto interessante!

 

Cosa consiglia ai ragazzi/e che intendono approcciarsi alle realtà del Vicino Oriente Antico?

Ovviamente studiare, studiare, studiare! Ma oltre ad interessarsi alla letteratura archeologica strettamente relativa alle aree del Vicino Oriente, consiglio anche di porre molta attenzione agli approcci archeologici e alle ricerche in altre aree e periodi, concentrandosi soprattutto sulla metodologia più moderna di scavo.

 

Per chiunque volesse approfondire le fasi della ricerca presso il sito di Abu Tbeirah è possibile consultare il volume in lingua inglese “Abu Tbeirah. Excavations I. Area 1 Last Phases and Building A Phase 1”, Sapienza Editrice, a cura di Licia Romano e Franco D’Agostino. Il volume è disponibile sia in cartaceo sia in open-access al link: http://www.editricesapienza.it/node/7845

 

Ringraziamo Licia Romano per questa ntervista e l’intera équipe della Missione Archeologica di Abu Tbeirah per le importanti e ricche scoperte svolte e che svolgeranno nei prossimi anni.

 


Mari Palazzo Zimri-Lim

Mari e il sontuoso Palazzo reale di Zimri-Lim

Tutti noi durante gli anni passati tra i banchi di scuola abbiamo memorizzato una nozione che difficilmente dimenticheremo: la Mesopotamia è la terra tra due fiumi, il Tigri e l’Eufrate.
La Mesopotamia è stata una terra densa di storia, arte e letteratura e a contribuire a tale ricchezza ci sono state molte città che dal sud sino al nord l’hanno resa celebre in tutto il Vicino Oriente, a partire dal IV millennio a.C..

Una delle città più conosciute e rinomate in antichità è stata Mari, Tell-Hariri, soprattutto a partire dal periodo paleo-babilonese (1792-1595 a.C., conosciuto nella storia per il regno del re Hammurabi di Babilonia, che ha redatto il famoso codice).

 

Mari Palazzo di Zimri-Lim
Il Palazzo di Zimri-Lim a Mari. Foto di Heretiq, CC BY-SA 2.5

La città di Mari è rinomata principalmente per la presenza di un grande e sontuoso palazzo, definito nella storiografia e nei documenti scritti “Palazzo reale di Zimri-Lim”; durante il regno di Zimri-Lim (1775-1758 a.C. ) questo palazzo è stato ampliato e arricchito da elementi influenzati dalla cultura mesopotamica e siriana.

Durante i primi scavi, all’interno del palazzo, è stata scoperta una grande quantità di tavolette iscritte e annessa alla struttura palatina l’Edubba (la scuola degli scribi, “la casa delle tavolette”), segno che ci fa comprendere la vasta produzione di documenti durante il periodo di vita del palazzo, sorto probabilmente a partire dalla III Dinastia di Ur (2112-2004 a.C.).

Una tavoletta dall'archivio reale del Palazzo di Zimri-Lim, conservata al Museo del Louvre. Foto  © Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons, in pubblico dominio

L’importanza di tale struttura è dovuta alla sua articolazione e ad altri ritrovamenti al suo interno: il settore cerimoniale, costituito da una corte decorata con palme da dattero (i datteri erano alla base dell’alimentazione mesopotamica), da un vano rettangolare e attraverso questi due luoghi si accedeva al punto più importante del palazzo, la sala del trono.

Non era consentito a chiunque accedere a questo luogo, tranne ad ospiti lontani quali principi, re, funzionari giunti a Mari appositamente per presenziare con il re.

Mari 'investitura di Zimri-Lim Palazzo Reale
L'investitura di Zimri-Lim dal Palazzo Reale di Mari, attualmente al Museo del Louvre. Foto © Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons, in pubblico dominio

In questo luogo di rappresentanza sono stati scoperti due elementi di rara bellezza: l’affresco della scena dell’Investitura del re Zimri-Lim da parte della dea Ištar e una statua della “Dea dalle acque zampillanti”.

Dettaglio dall'investitura di Zimri-Lim dal Palazzo Reale di Mari, attualmente al Museo del Louvre. Foto © Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons, in pubblico dominio

La statua rappresenta la figura di una donna stante (realizzata in calcare, alta 1,42 m), con una capigliatura folta e indossa il classico copricapo che identifica le divinità in Mesopotamia (copricapo con le corna).

La figura indossa una gonna lunga che scende sui piedi facendoli un po’ intravedere e su di essa si notano incisi dei rivoli d’acqua e dei pesci. Ha le mani poggiate sul basso ventre che reggono un vaso; si tratta di una fontana perché cava al suo interno.

Mari
La “Dea dalle acque zampillanti”. Foto di Mbenoist, CC BY-SA 3.0

L’acqua probabilmente sgorgava dal vaso e si riversava sull’abito, simboleggiando fertilità e prosperità.

Questa figura femminile è stata riconosciuta come divinità secondaria, poiché ha accompagnato divinità di rango superiore della mitologia mesopotamica; la sua presenza è attestata nelle scene rappresentate nella glittica, nei rilievi e in questo caso nell’affresco del palazzo di Mari; l’affresco presenta la figura della divinità che accompagna la scena dell’investitura del re.

La statua della “dea dalle acque zampillanti” è custodita presso il Museo Archeologico di Aleppo, in Siria.

Mari Ziggurat Palazzo Zimri-Lim
Una ziggurat nei pressi del Palazzo di Zimri-Lim. Foto di Heretiq, CC BY-SA 2.5

Bibliografia:

    • Al Khalesi, Y.-M., The Court of the Palms: A Functional Interpretation of the Mari Palace, Malibu, Undena Publications, 1978;
    • Beyer, D., Butterlin, P., Margueron, J.-C., Cavigneaux, A., Muller, B., Al Maqdissi, M., Actes du colloque “Mari, ni Est ni Ouest”, tenu les 20-22 octobre 2010 à Damas, Syria supplément II, vol. 1-2, Beyrouth, Ifpo, 2014;
    • Biga, M.-G., La Mesopotamia e la Siria nel Medio Bronzo, Storia d'Europa e del Mediterraneo, V. 2, Roma, Le civiltà dell'Oriente Mediterraneo, 2006;
    • Biga, M.-G., Babylon and Beyond Babylon in the First Half of the 2nd Millennium B.C., MESOPOTAMIA, Firenze, Le Lettere, 2011;
    • Bottéro, J., Mesopotamia: la scrittura, la mentalità e gli dei, Torino, Einaudi, 1991, edizione originale Paris, Editions Gallimard, 1987;
    • Liverani, M., Antico Oriente: storia, società, economia, Roma-Bari, Laterza, 2011;
    • Maniaczyk, J., Le culte d’Ištar/Eštar dans les textes paléo-babyloniens de Mari. Bilan des dernières récherches, Miscellanea Anthropologica et Sociologica, 2014;
    • Nadali, D., Polcaro, A., Archeologia della Mesopotamia antica, Roma, Carocci Editore, 2015;
    • Parrot, A., Les fouilles de Mari, première campagne (hiver 1933-1934), Syria XVI, Paris, 1935;
    • Parrot, A., Documentation photographique de la Mission Archèologique de Mari, Paris, Éditions Ides et Calendes, 1953;
    • Pinnock, F., The Image of Power at Mari between East and West, Syria/supplement 2, 2014.

Lusiadi

I Lusiadi e l'epica portoghese, tra orientalismo ed esotismo

Dal 1500 divenne una prassi dimenticare le vicende dei paladini carolingi o ai cavalieri della tavola rotonda e ispirarsi agli eroi contemporanei o ai condottieri delle crociate. L'esempio più illustre di questo atteggiamento poetico è la Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso, dove gli eroi delle crociate come Goffredo di Buglione o Tancredi appartengono alla storia della conquista cristiana della Terra Santa. La passione di Tasso relativa alle vicende dei primi crociati si traduce in un rinnovato interesse per liberare il Santo Sepolcro, la Gerusalemme Liberata fu l'elisir che avrebbe dovuto ispirare tutti i cavalieri della cristianità; si denota la seria intenzione di creare il poema epico moderno. Sullo stesso piano di Torquato Tasso si staglia la figura di Luís Vaz de Camões (1524-1580), l'autore dei Lusiadi (1572) è sospinto dagli stessi eventi storici che hanno influenzato la Gerusalemme Liberata a creare un poema eroico e soprattutto nazionale.

Il poeta portoghese si ispira ugualmente a un personaggio storico e allo stesso tempo leggendario: Vasco de Gama. Il poema di Camões è un attacco alle finte epopee del passato, siano esse le gesta cavalleresche dell'Orlando Furioso o i mitici viaggi delle Argonautiche di Apollonio Rodio e Valerio Flacco. Camões si aggancia alla scrittura più classica, a testi come l'Odissea e l'Eneide, tanto che Gozzano lo etichetterà «pallido emulatore di Virgilio». I suoi eroi sono uomini che colonizzano e combattono per il Portogallo e contro nuovi mondi, come Ulisse a Troia per la gloria dei Greci e durante i suoi vagabondaggi mediterranei o come Enea, fondatore di una dinastia millenaria in lotta contro i latini, protetto dai penati salvati dalle ire degli Achei.

I Lusiadi, Canto IV, 87. Immagine di Igordeloyola, FAL

I Lusiadi condividono con la Gerusalemme Liberata l'interesse per l'Oriente, a cominciare dalla mitologica descrizione dell'aurora e dell'esotico cielo asiatico (Canto I Lusiadi, e IX Gerusalemme Liberata). L'Oriente “portoghese” è notevolmente più vasto e, nel canto X, a Vasco de Gama viene profetizzato il destino del Portogallo che da piccolo regno iberico diventerà un impero. Oltre al fascino che l'Oriente esercita su Torquato Tasso è necessario prendere in considerazione il punto di vista dell'Autore italiano sui popoli che non appartengono alla religione cristiana.

E qui specifico che non si parla esclusivamente di musulmani ma di quel vaso di Pandora in cui sono contenuti anche i popoli delle Nuove Indie occidentali. Se ad Est c'è l'Oriente infedele che ha conquistato la città santa di Gerusalemme, ad Ovest corrisponde il Nuovo Mondo selvaggio da civilizzare e cristianizzare. Basti vedere il canto XV, dove la Fortuna descrive i popoli oltre le colonne d'Ercole con "barbari costumi ed empi" tratteggiando i connotati di una (in)civiltà animalesca. Gli stessi stilemi usati dal poeta dei Lusiadi nel primo canto "Gli indigeni cresciuti sulla costa non han di leggi e civiltà nozione".

Nella versione, detta riformata, della Gerusalemme Liberata, cioè la Conquistata, affiorano ancora più ossessivamente i contrasti tra la civitas christiana e le barbarie dei popoli infedeli, gli eroi di queste genti sono sempre politeisti o idolatri e quindi degli incivili. Differentemente, i crociati guidati da Goffredo di Buglione sono chiamati «buon popolo di Cristo», «la gente fedel», e così via. Gli Arabi sono oltremodo dipinti malevolmente nella Gerusalemme Conquistata: «Arabi avari e ladroni in ogni tempo o mercenari» (canto IX), «Feccia del mondo, Arabi inetti» (canto IX).

Altro punto che accomuna il poeta portoghese e l'italiano è l'odio per i Turchi, ma la visione di Tasso è certamente più radicale; l'Islam è l'incarnazione del male e rovina del mondo. L'Oriente stesso smette di essere un luogo geografico ma diventa un piano demoniaco, estraneo alle terre cristiane e labirinto di magie oscure e blasfeme. Innegabilmente, Torquato Tasso è affascinato da questo mondo (basta leggere la Liberata), ma nella versione riformata il reale viene distorto e enfatizzato. Anche la sensualità orientale viene condannata e attaccata, invece Camões - seguendo maggiormente l'epos classicheggiante - fa ristorare i marinai portoghesi tra le affettuose attenzioni delle ninfe di un'isola incantata.

La Gerusalemme Conquistata orientalizza l'Oriente, come direbbe Edward Said, l'Oriente è visto e concepito solamente con il punto di vista cristiano-occidentale e per questo è (ir)reale. Infatti gli stereotipi non finiscono mai, l'Oriente è la terra dei despoti, dei traditori e degli usurpatori. Anche Camões condivide questi punti di vista, mettendo in luce il suo eurocentrismo, i popoli africani sono senza legge, avari e incolti. Il mondo asiatico e quello africano nel poema di Camões sono considerati inferiori, non toccati dalla religione cristiana e dalla cultura classica, questi spazi geografici sono l'ultimo gradino dell'humanitas.

Siamo di fronte a un paradosso, l'interesse congiunto di Tasso e Camões per i fatti storici, la geografia e per la verità scompare quando si deve descrivere il mondo orientale: contraddizioni, iperboli, pregiudizi, mistificazioni esotiche e leggendarie sono solo alcuni degli elementi che serpeggiano tra i due grandi poemi eroici. Ma l'Oriente favoloso affascina anche positivamente l'autore portoghese che si dilunga in curiose e divertenti descrizioni etnografiche dei popoli incontrati dal navigatore Vasco de Gama.

Alla spontaneità dei lusitani, i lusiadi-portoghesi, si contrappone sempre il dispotismo orientale indiano-islamico dei regni a cui approdano i naviganti iberici. I musulmani o gli indiani sono falsi, spergiuri e ipocriti oltre che perfidi e malvagi.

Lusiadi
La tomba di Luís Vaz de Camões al Monastero dos Jerónimos a Belém. Foto di Joaquim Alves Gaspar, CC BY-SA 3.0

Ovviamente l'aspetto diabolico e corrotto del mondo africano-asiatico non serve da contraltare al mondo europeo, quest'ultimo non è risparmiato dalle critiche aperte di Camões. L'Europa è corrotta e nessuna nazione può rivaleggiare contro l'umile e onesta popolazione portoghese. Tutti gli aspetti negativi sembrano scomparire davanti all'opulenza delle civiltà asiatiche o delle corti islamiche, l'esotismo è forte nel poema Lusiadi e Camões viaggiatore e uomo di cultura non resiste al fascino delle spezie, dei mari ignoti e delle bellezze orientali.

In Tasso e Camões sono notevoli e numerose le convergenze di pensiero riguardo l'Islam e l'Oriente, ma sono presenti anche diverse divergenze che ho cercato di far risaltare. Camões è attratto culturalmente dall'Oriente e non soffre - a differenza di Tasso - della pressione della Chiesa della Controriforma, non deve forzare la sua visione dell'Oriente. La sessualità non è un male equiparabile alla demoniaca eresia musulmana, l'Oriente è la culla di meraviglie e tesori che gli occidentali non possono comprendere. Tasso, seppur inizialmente interessato al Vicino Oriente, non riesce a non mistificarlo e demonizzarlo; Gerusalemme sarà sempre corrotta dal male, finché non sarà liberata dai mostri pagani dei musulmani. Non rientrando pienamente nella definizione di poema cavalleresco, I Lusiadi connotano felicemente gli interessi eroici, cristiani e culturali di un autore simbolo del rinascimento portoghese, criticato aspramente dagli studiosi per le numerose incongruenze logiche ma apprezzato da tutti i portoghesi che hanno voluto sognare.

Un plauso va all'editore Schegge Riunite per aver riproposto finalmente un testo così importante per letteratura rinascimentale e moderna.

Lusiadi
La copertina del poema I Lusiadi di Luís Vaz de Camões, pubblicato dall'editore Schegge Riunite

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


I monaci stiliti: in alto per avvicinarsi a Dio

I MONACI STILITI

Strani uomini in posa su colonne.

Ma chi sono?

E cosa ci fanno sulle colonne?

Siamo alle porte del Medioevo e loro sono i monaci stiliti.

Sono anacoreti, religiosi che vivono in luoghi deserti e isolati, lontano dagli uomini. Gli stiliti sono monaci che vivono in cima ad un pilastro o una colonna per meditare ed entrare in maggiore rapporto con Dio.

È un fenomeno non prettamente legato al cristianesimo, che ha interessato il Vicino Oriente, come Siria e Palestina, che si diffuse in Egitto dal III secolo d.C. e maggiormente nel IV secolo d.C.

Il vivere da stilita si protrasse, in Russia, fino al XV secolo.

 

 

stiliti Simeone Stilita il Vecchio
Simeone, su di una colonna, riceve i viveri per sopravvivere. Immagine [1] in pubblico dominio
Nel cristianesimo, l’iniziatore fu Simeone, chiamato poi Simeone Stilita il Vecchio. Nato a Sisan, nella Siria settentrionale intorno al 388/390 d.C. e morto nel 459 d.C., a 15 anni si fece monaco, lasciando il suo lavoro di pastore.

Simeone iniziò la sua attività monacale vivendo, a digiuno e sempre in piedi, per tre anni, in una capanna (presso Tell Neshim), poi salì su di una roccia nel deserto ed infine trovò l’abitazione consona ai suoi desideri: una colonna.

Iniziò da colonne di media altezza (3 metri) fino a giungere a colonne alte 20 metri!

Le fonti narrano che visse ben 37 anni, sulla sommità di una colonna, esposto alle intemperie, che riceveva acqua e pochissimo cibo per mezzo di ceste e corde, e veniva “disturbato” da folle di pellegrini in cerca di una sua parola.

Anche l'imperatore romano Teodosio I venerò Simeone.

 

 

La Rocca di San Simeone (Qal'at Dair Sim'an). Foto di Herbert Frank, CC BY 2.0

Oggi, in Siria, a Qal‛at Sim‛ān (Rocca di Simeone) esiste un sito archeologico (patrimonio UNESCO) di un complesso architettonico, datato tra il V e il VII secolo d.C.
Sono stati identificati dagli archeologi: Il monastero dove vivevano i monaci, una basilica, eretta anche grazie all'elargizione dell’imperatore d’Oriente Zenone (430 d.C. circa - 491 d.C.), e non ancora con certezza, rilevata anche una costruzione identificabile come un battistero. Il tutto testimonia la presenza di edifici costruiti intorno alla colonna dove visse Simeone.

Per approfondimenti sull'area archeologica di San Simeone, in Siria, dal Sito UNESCO:

https://whc.unesco.org/en/news/1499 (in lingua inglese)

https://en.unesco.org/syrian-observatory/news/ancient-villages-northern-syria (in lingua inglese)

 

Una curiosità: esisteva una pratica simile allo stilitismo, anche prima del periodo Tardo Antico e della nascita del cristianesimo. A Ierapoli, in Frigia (una regione dell’Anatolia, oggi più o meno l'attuale Turchia), si trovava una colonna, sulla quale un uomo saliva per una settimana, in contemplazione di una divinità. Ciò si verificava due volte durante l’anno.


traffico illegale Ca' Foscari

Traffico illegale di beni culturali: a Ca' Foscari focus su Italia e Vicino Oriente

TRAFFICO ILLEGALE DI BENI CULTURALI

A CA’ FOSCARI FOCUS SU ITALIA E VICINO ORIENTE

Lunedì 9 dicembre dalle 9 in Aula Baratto convegno su saccheggio, furto, traffico illegale, esportazione clandestina di oggetti archeologici e artistici

traffico illegale Ca' FoscariVENEZIA – Il saccheggio, il furto, il traffico illegale, l’esportazione clandestina di beni culturali sono fenomeni che colpiscono tutti i paesi ricchi di giacimenti storico-artistici, Italia compresa, che nei secoli ha visto il proprio patrimonio culturale lentamente e inesorabilmente saccheggiato, arricchendo collezioni pubbliche e private in tutto il mondo. La tematica sarà affrontata coinvolgendo studiosi, esperti, forze dell’ordine e l’Unesco in “Patrimonio sottratto / Stolen heritage”, giornata di approfondimento organizzata nell’Aula Baratto dell’Università Ca’ Foscari Venezia lunedì 9 dicembre dalle 9 alle 17.

Promosso dal Dipartimento di Studi Umanistici di Ca’ Foscari e dal Center for Cultural Heritage Technology dell’Istituto Italiano di Tecnologia, nell’ambito del progetto NETCHER, finanziato dal programma HORIZON 2020 dell’UE, il convegno guarderà alla tematica del saccheggio, distruzione e traffico illegale di oggetti archeologici e artistici attraverso prospettive multiformi: dopo un inquadramento normativo a livello internazionale e nazionale, la giornata si svolgerà analizzando e presentando casi di crimini ai danni del Patrimonio Culturale, prima secondo una prospettiva Italiana, quindi dalla prospettiva delle aree del Vicino Oriente più fortemente danneggiate. Concluderanno la giornata una serie di interventi che presenteranno alcune iniziative di studio, monitoraggio e contrasto ai crimini culturali.

Il progetto NETCHER – NETwork and digital platform for Cultural Heritage Enhancing and Rebuilding - ha l’obiettivo di mettere in connessione attraverso un network di scala europea enti, istituzioni, associazioni e singoli coinvolti nella salvaguardia del Patrimonio Culturale. NETCHER comprende sette entità Europee e diversi third parties: in Italia l’Università Ca’ Foscari di Venezia, con il Center of Cultural Heritage Technologies dell’Istituto Italiano di Tecnologia e Science Gallery della Fondazione Ca’ Foscari, in Francia il Centre National de la Recherque Scientifique, con l’istituto HiSoMa dell’Università di Lione2, l’École National Supérieure de la Police e Capital High Tech, in Belgio Michael Culture Association, in Spagna Interats e in Germania il Deutsches Archäologische Institut.

NETCHER mira ad armonizzare e coordinare varie iniziative di contrasto al traffico di beni culturali attraverso un approccio partecipativo che porterà alla creazione di un network formato da organizzazioni internazionali, governi nazionali, ricercatori, legislatori, organizzazioni non governative, così come fondazioni pubbliche e private. Questo progetto è il passo iniziale verso una efficiente, internazionale e multidisciplinare lotta contro il traffico e il saccheggio di Beni Culturali e per future azioni a livello europeo.

Questo progetto ha ricevuto il finanziamento dal programma ricerca e innovazione Horizon 2020 dell'Unione Europea con il grant agreement no. 822585.

Programma

9:00-9:15 – Registrazione ospiti

 

9:15-9:30 – Saluti istituzionali

 

9:30-10:30 – Il Quadro legislativo nazionale e internazionale

  • Edouard Planche – UNESCO Head of Culture Unit - "The UNESCO International Conventions for the Protection of Cultural Heritage in Emergency Situation"
  • Marina Schneider – Senior Legal Officer & Treaty Depositary UNIDROIT - "L’impatto della Convenzione UNIDROIT del 1995 e la sua influenza sul mercato delle antichitá"
  • Lauso Zagato – Docente di Diritto internazionale ed europeo dei Beni Culturali Ca’ Foscari - "Il contributo di UE e CoE alla lotta contro il traffico illecito di beni culturali: recenti sviluppi"

 

10:30-11:00 – Pausa

 

11:00-12:00 – Il saccheggio e il traffico di Beni Culturali sul territorio italiano

  • Ten. Col. Christian Costantini – Tenente Colonnello Carabinieri Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Venezia - "Il compito del Comando Tutela Patrimonio Culturale di Venezia"
  • Daniela Rizzo, Maurizio Pellegrini – Già funzionari archeologi Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio dell'Etruria Meridionale - "Il Patrimonio archeologico italiano all'estero tra accordi, dispute e indifferenza"
  • Simonetta Bonomi – Direttore Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio del Friuli-Venezia Giulia - "Alcuni casi italiani di furti e recuperi di Beni Archeologici"

 

12:00-12:30 – Discussioni e domande

 

12:30-14:00 – Pausa

1

4:00-15:00 – Il saccheggio, la distruzione e il traffico di Beni Culturali nel Vicino Oriente

  • Michela De Bernardin - Ricercatrice e co-direttrice The Journal of Cultural Heritage Crime - "Guerra e saccheggio: mercato lecito e illecito dei ritratti funerari palmireni"
  • Samuel Hardy – Post-Doctoral Research Fellow in Cultural Heritage and Conflicts, Norwegian Institute in Rome (DniR), University of Oslo (UiO) - "Il Crimine Organizzato per il Traffico di Beni Culturali in Turchia"
  • Deodato Tapete, Francesca Cigna – Ricercatori Agenzia Spaziale Italiana - "Le tecnologie satellitari per il monitoraggio dei siti archeologici a rischio"

 

15:00-15:30 – Pausa

 

15:30-16:30 – Il Contrasto al saccheggio e traffico di Beni Culturali: prospettive multidisciplinari

  • Marianne Moedlinger – Ricercatrice European Association of Archaeologists - "‘EAA Community on the Illicit Trade in Cultural Material’: funzione, attivitá e responsabilitá"
  • Serena Epifani – Direttrice The Journal of Cultural Heritage Crime - "L'informazione come strumento di contrasto ai crimini contro il patrimonio culturale"
  • Arianna Traviglia – Coordinatrice CCHT-IIT – “NETCHER, un progetto di interconnessione multidisciplinare per la salvaguardia, il monitoraggio e la ricostruzione del Patrimonio Culturale a rischio”

 

16:30-17:00 – Discussioni, domande e saluti

 

Testo dall'Ufficio Comunicazione Università Ca' Foscari Venezia


Doppia conferenza con Dominique Charpin e Nele Ziegler al Museo Egizio di Torino

Doppia conferenza – Dominique Charpin e Nele Ziegler

 


Mercoledì 24 ottobre, alle ore 18:00, presso la nuova Sala Conferenze del Museo Egizio, doppio appuntamento con l’Assirologia.

Dominique Charpin, professore di assirologia al Collège de France terrà una conferenza dal titolo "Recent discoveries about Old Babylonian Mesopotamia", cui farà seguito, Nele Ziegler, direttrice di ricerca presso il CNRS, con "Zimri-Lim's servants and the sick child".

Il primo intervento sarà incentrato sul progetto "ARCHIBAB", dedicato agli archivi babilonesi, che ha avuto il suo inizio nel 2008. In questi dieci anni, il progetto è cresciuto e ha portato alla luce grandi e interessanti novità.

La seconda conferenza, invece, tratterà gli archivi della città di Mari, che forniscono una serie di fondamentali informazioni sulla società del XVIII secolo a.C. In particolare, l'intervento si focalizzerà sul giovane orfano di uno dei funzionari di Zimri-Lim.

A introdurre la serata, sarà Stefano de Martino, professore del Dipartimento di Studi Storici dell'Università di Torino e Direttore Scientifico del centro Ricerche Archeologiche e Scavi di Torino per il Medio Oriente e l'Asia (CRAST).

Le due conferenze si terranno in lingua inglese.

 

 L'ingresso è gratuito, fino a esaurimento posti.

Testo e immagine da Ufficio Stampa Museo Egizio di Torino


Complessa storia genetica del Vicino Oriente all'alba dell'agricoltura

25 Luglio 2016

Il primo studio su larga scala dei genomi completi da resti umani nel Vicino Oriente, pubblicato su Nature, ha individuato tre popolazioni distinte di agricoltori, vissute all'alba dell'agricoltura, tra 12 e 8 mila anni fa.

Uno dei tre gruppi era già stato individuato in Anatolia (attuale Turchia), gli altri due invece sono descritti per la prima volta e provengono dall'Iran e dal Levante. Similmente a quanto evidenziato da un altro recentissimo studio, sembrerebbe che la diffusione dell'agricoltura sia legata al fatto che gruppi esistenti la inventarono o adottarono le tecnologie agricole. Non si sarebbe dunque trattato di sostituzione di popolazioni.

Ron Pinhasi dell'University College Dublin spiega che alcune delle prime pratiche agricole possono essere osservate nei Monti Zagros e nel Levante, in Giordania e Israele: si tratta di due confini della Mezzaluna Fertile. Con lo studio si voleva vedere se i primi agricoltori fossero geneticamente simili o se assomigliassero ai cacciatori raccoglitori che abitavano le aree in precedenza. Ne è risultato che gli attuali abitanti dell'Eurasia occidentale discendono da quattro gruppi principali: cacciatori raccoglitori dell'odierna Europa Occidentale, cacciatori raccoglitori dell'Europa orientale e della steppa russa, agricoltori dall'Iran e agricoltori dal Levante. Queste popolazioni, così diverse tra loro, costituiscono oggi la popolazione relativamente omogenea dell'Eurasia.

Nonostante i progressi tecnologici negli strumenti per lo studio del DNA antico, gli studiosi si sono ritrovati ad affrontare un problema: il clima caldo del Vicino Oriente aveva degradato molto del DNA nelle ossa dissotterrate. I ricercatori lo hanno superato estraendo il DNA dalle ossa dell'orecchio: qui esso è presente in percentuali fino a 100 volte superiori che in altre parti del corpo. Si sono inoltre utilizzate tecniche combinate per ricavare informazioni di alta qualità dai genomi di 44 abitanti del Vicino Oriente che vissero tra 14 mila e 3.400 anni fa.

Nei 5.000 anni successivi, i gruppi di agricoltori dal Vicino Oriente si mescolarono tra loro e coi cacciatori raccoglitori in Europa: al tempo dell'Età del Bronzo le popolazioni somigliavano a quelle attuali. Gli agricoltori dell'Anatolia si diffusero poi in Europa, mentre quelli del gruppo di Levante si mossero a sud in Africa Orientale, le popolazioni relazionate a quelle in Iran e Caucaso si spostarono nella steppa russa, e le popolazioni relazionate a quelle in Iran e ai cacciatori raccoglitori della steppa si diffusero nell'Asia Meridionale.

Pinhasi spiega che il Vicino Oriente era l'anello mancante per comprendere molte migrazioni umane. La ricerca fornisce pure indizi su una popolazione, ancora più antica e al momento a livello di ipotesi, visto che i resti relativi non sono ancora stati ritrovati: si tratta degli Eurasiatici di base (in Inglese: Basal Eurasians). Ogni singolo gruppo nel Vicino Oriente sembra avere antenati di questo tipo, fino al 50% nei gruppi più antichi. Sorprendentemente, gli Eurasiatici di base non avevano DNA proveniente da Neanderthal, al contrario degli altri gruppi non africani che hanno almeno un 2% dello stesso. Questo potrebbe spiegare perché gli Eurasiatici occidentali hanno meno DNA da Neanderthal degli abitanti dell'Estremo Oriente, anche se i Neanderthal vissero nell'Eurasia occidentale. Gli Eurasiatici di base potrebbero essere vissuti in aree del Vicino Oriente che non entrarono in contatto coi Neanderthal.

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