“Mercoledì con la storia”, VIII edizione
Vito BIANCHI
Otranto 1480
Il sultano, la strage, la conquista

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Lunedì 20 giugno 2016 alle 18.00 la Libreria Laterza, in collaborazione con l’Associazione del Centro Studi Normanno-Svevi, ospiterà la presentazione del recente lavoro di Vito Bianchi, Otranto 1480. Il sultano, la strage, la conquista (Laterza). Con Vito Bianchi e Lino Patruno conosceremo luci e ombre della strage avvenuta a Otranto nel 1480 a opera dei turchi. All’origine la prepotente espansione dell’impero ottomano verso l’Europa e il Mediterraneo e la situazione italiana, caratterizzata da congiure e lotte intestine fra le più splendide signorie rinascimentali: «in questa storia c’è il sogno di un sultano affascinato dai fasti dell’antichità, che intende riunificare l’impero romano. Ci sono gli interessi della Repubblica di Venezia. Lorenzo il Magnifico, appena scampato alla congiura dei Pazzi. Un ex gran visir caduto in disgrazia. Le mire di dominio sulla Penisola del re di Napoli. Un pontefice che, mentre pensa alla decorazione della Cappella Sistina, briga per favorire i propri nipoti. Condottieri al servizio del miglior offerente, il coraggio dei Cavalieri di Rodi». L’espansione ottomana stava portando, inoltre, proprio in quegli anni all’elaborazione di una «sincronia fra i concetti di Europa e di cristianità»: l’avanzata turca, il nemico, stava consolidando e dissotterrando «radici comuni». Ma le divergenze e le rivalità — sia tra gli «europei» che, prima ancora, tra gli «italici» — erano talmente tante che non ne risultò affatto una qualche forma primordiale di unità del continente.
Le vittime dell’assedio di Otranto furono più di ottocento. Le loro ossa vennero recuperate l’anno seguente allorché la città pugliese fu riconquistata dagli aragonesi e conservate, ben visibili, nella cattedrale. Il loro esempio fu evocato in tutte le occasioni di scontro tra europei e musulmani, tuttavia, afferma Bianchi, alla fine della guerra di Otranto non ci furono vincitori, se non la peste. Si cercò dunque di recuperare gloria almeno dai resti delle vittime, «facendone dei ‘martiri della cristianità’, contro ogni evidenza e testimonianza». Si dovrà attendere il 1771 affinché Papa Clemente XIV li dichiari beati. E altrettanto tempo a che nel 2013 Papa Francesco li canonizzi definitivamente. Perché questo ritardo? Per il fatto che quando, nel 1539, iniziò il processo canonico, furono interrogati una decina di otrantini sopravvissuti e, come puntualizza Vito Bianchi, venne fuori che «l’ecatombe, per ammissione pressoché unanime, era stata determinata dal rifiuto della cittadinanza di arrendersi e non dalla rinuncia all’abiura». Quanto al resto della vicenda, al termine di un’accurata indagine storica ci troviamo in presenza di quella che Bianchi definisce «una vittoria abortita, una ben misera storia di errori, sotterfugi, umiliazioni e pestilenza». Gli abitanti di Otranto furono vittima sì dei musulmani di Maometto II, soprannominato Fatih, il «conquistatore», «ma gli otrantini non avevano nessuna intenzione di immolarsi per la fede e probabilmente il loro ‘martirio’ va messo nel conto anche delle esitazioni di tutte le potenze italiche, veneziani e fiorentini in testa, che avrebbero dovuto andare a difenderli. Compreso il Papa».
Vito Bianchi, archeologo e scrittore, ha insegnato Archeologia all’Università degli Studi di Bari. Dedica buona parte dei suoi studi alle relazioni culturali, politiche e religiose fra l’Europa, il Mediterraneo e l’Oriente. Ha firmato per la collana “Medioevo Dossier” le monografie Il castello. Un’invenzione del Medioevo (2001) e L’Islam in Italia (2002) e ha pubblicato, tra l’altro: Sud e Islam. Una storia reciproca (2003); Viaggio tra i misteri. Culti orientali e riti segreti lungo l’antica via Traiana (2010); Dracula. Una storia vera (2011); Bari, la Puglia e Venezia (2013); Bari, la Puglia e l’islam (2014); Bari, la Puglia e la Francia (2015). Per Laterza ha pubblicato Castelli sul mare (2008), Gengis Khan. Il principe dei nomadi (2011) e Marco Polo. Storia del mercante che capì la Cina (2009).

Testo dall’Ufficio Stampa Associazione Centro Studi Normanno Svevi (Marilena Squicciarini)